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Blame

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  1. Blame

    [Sfida 85] Scherzo della natura (1/2)

    Ciao sfidante Visto che Black ci ha dato il benestare, recensisco&commento. Mi è piaciuta l'immagine - abbastanza ironica - del diacono che fa finta di leggere il giornale, mentre in realtà guarda una rivista pornografica. Però contesto un po' la scelta di metterla come incipit. Non so bene spiegarti perché, ma iniziare a leggere un testo dove, nella prima frase, il soggetto è una rampa di scale che termina non mi dà il massimo del coinvolgimento. Ti sto facendo le pulci, ovvio, ma sono solo impressioni. In ogni caso leggendo piano piano ci si immerge lo stesso nell'atmosfera del racconto, per quanto l'inizio sia un po' traballante come ti han già fatto notare. Ma se è incrostata, come fa a essere brillante l'ottone? Forse è incrostata solo in alcuni punti? Anche questo è un dettaglio insignificante, ma mi è saltato all'occhio alla seconda lettura. Questa te la cito perché mi è piaciuta parecchio. è una di quelle frasi (insieme al diacono lanciato fuori dalla finestra) che fanno simpatizzare con Simon e strizzano l'occhio a chi ha una mentalità un minimo anticlericale come la mia (toglierei "un minimo"). Leggendo mi viene automaticameente da mettere la virgola dove ti ho segnato, poi non so se sono io. Un modo di dire che non avevo mai sentito, ci sta bene per esprimere la riverenza ostentata del diacono. Nota finale. Una volta capito chi sono i personaggi - Simon e il cardinale - e che il primo parla solo attraverso il carillon, tutto scorre liscio come l'olio. Gli inceppi sono solo nei primi paragrafi introduttivi, comunque. La cosa che ho apprezzato di più è forse il meccanismo con cui Simon parla: lo trovo l'idea più geniale del racconto. Sarà che lo steampunk lo conosco solo di vista, ma il carillon con i rulli scrivibili usato per sostituire la voce è un dettaglio azzeccatissimo. Tienilo da parte, in caso, perché come idea funziona. Altro: alla prima lettura l'insistenza del cardinale per la verosimiglianza della statua mi era sembrata eccessiva, ma in generale non ero riuscito a inquadrare bene il personaggio. Si capisce meglio nell'ottica che dai nella seconda parte, con la frase Non è necessariamente un male che sia così. Però semmai vorrai rivedere il racconto, potresti pensare a rifinire il cardinale. In questa parte Theodore sembra più un vecchio incline a grossi sbalzi d'umore che un individuo bieco e approfittatore (ok che poi quella sarà "solo" il punto di vista di Simon). ll sadismo viene fuori solo quando spezza il carillon, e considera che poco prima ha appena regalato una bottiglia costosissima al diacono. Ok, gli ha anche augurato di ammazarcisi, ma appunto sembra il comportamento di uno con grossi sbalzi di lunatismo. O forse era proprio questo il punto?
  2. Blame

    I'm a nightmare, a disaster. That's what they always said.

    Una signora presentazione. Ti lascio un saluto amichevole
  3. Blame

    [Sfida 85] Valvola di sfogo (2/2)

    Sono d'accordo in linea di massima con quello che mi segnali, a parte le due frasi sovracitate. L'espressione "da orecchia a orecchia" la trovo molto più evocativa, anche se in questo caso magari l'avrei potuta evitare visto che l'avevo già scritta una volta. Per quell'imperturbabile, riferito alla facciata, anche qui si tratta di gusti: mi sembra un buon modo di rendere l'idea di quei palazzoni trasandati di periferia. Poi non so, magari funziona solo per me. In un secondo passa dal pensare a portarle dei fiori e poi a evitarla mangiando fuori? Mah. Ah, ecco. Duke è un coglione schizofrenico? Pensa a quando l'ha picchiata e vuole abbracciarla? Adesso tornerebbe anche il discorso fiori-pub, ma sto solo facendo illazioni. Qui torniamo sul personaggio di Duke. Come dicevo in spoiler non sono affatto soddisfatto da come l'ho reso; la tua illazione sulla schizofrenia è giustificata, dopo tutto. Come "scrittoruncolo" dovrei lasciare parlare lo scritto, ma visto che lo scritto balbetta: quello che volevo mostrare è ipocrisia, è il "voltare lo sguardo dall'altra parte". La picchia quando è incazzato, ma la mattina dopo se ne dimentica non tanto per schizofrenia, quanto perché pensa che sia normale e minimizza. Quando viene messo davanti alla realtà, scattano i sensi di colpa. Quindi suppongo fosse una delusione buona, visto che non ti aspettavi la storia prendesse questa piega? Per la divisione, non ho potuto fare molto diversamente. Il dialogo con Delaine si aggira mi pare attorno ai diecimila caratteri, dovevo spezzarlo per forza. Mi fa piacere che tu abbia apprezzato l'idea di fondo, i personaggi e la trama in sé. Cercherò di migliorare lo stile, ma vediamo. Suppongo venga solo scrivendo, e anche tanto. In ogni caso grazie per le dritte e il commento. Per la dentiera, in realtà dovrebbe coincidere coi denti finti. Forse non ho descritto bene la cosa, ma il fatto che li tenesse in un bicchiere sporco mi sembrava sufficiente a descriverli come dentiera (e non come denti d'oro, tipo).
  4. Blame

    [Sfida 85] Valvola di sfogo (2/2)

    Commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/27393-la-fermata/?p=485473 torna alla prima parte «... qualche volta trovo un povero reietto che non riesco a salvare. Individui spezzati, fragili; posso aiutarli, ripulirli, dare loro un po' di conforto nei piccoli confini della mia chiesa.» Marq Delaine aprì la mano sinistra, esponendo il palmo verso l'alto. «Ma appena tornano nella vostra società, li distruggete di nuovo.» Il pugno destro impattò contro l'altra mano, simulando lo schianto di un martello. «Alcune persone arrivano da me troppo stanche, troppo deboli. Come passeri nati negli inverni gelidi. Dove tu vedi un barbone, io vedo un uomo che ha provato troppe volte. » Pausa. Poi sul volto del detenuto riapparve quel ghigno da orecchia a orecchia, quell'espressione di sicurezza che gli faceva voglia di sbattergli la faccia nelle sbarre. «E qualche volta anche una ricca pelliccia serve solo a nascondere i calci nelle costole.» «Cosa succede, allora?» Duke avvicinò il viso alla gabbia, ricacciando gli istinti violenti. Non valeva la pena di sfogarsi sul bastardo e togliergli quel vano compiacimento. Cazzo, stava praticamente confessando: o almeno ne aveva tutta l'aria. «Allora,» riprese Delaine con pacatezza «se non posso salvarli, posso risparmiar loro il dolore. Quando la droga ... è l'unico posto in cui possano rifugiarsi, io apro loro le porte alla nostra scorta. Perché si perdano in essa.» Spiegherebbe i morti d'overdose. Duke si ritrasse, un sorriso accennato agli angoli della bocca. «Molto bene.» Si alzò, allontanando via lo sgabello con un gesto del piede. Ci sarebbe stato altro lavoro da fare, ma già la conversazione costituiva una prima ammissione di colpa da parte dall'insopportabile bastardo. Era sceso nella prigione solo per vederlo sudare e, onestamente, infastidirlo: non si aspettava certo un risultato così. Si poteva dire soddisfatto: dopo aver condotto l'arresto, sarebbe stato anche in grado di ottenere un aumento di pena. Non riuscì a trattenersi: «Capisci di aver ammesso di averli istigati al suicidio, vero Marq?» L'altro non rispose. Il pugno destro si aprì, rivelando al suo interno la piccola sfera grigia. «Io non ho forzato nessuno. Mi ricordo dei loro visi, le loro espressioni; alcuni mi erano così riconoscenti che pretendevano di pagarmi per l'aiuto che gli fornivo. Qualcuno con quel poco che aveva, qualcuno con molto.» Duke lo ignorò. L'odio era sparito dalla faccia del prigioniero, che in quel momento sembrava perso nelle sue farneticazioni. Cominciò ad andarsene, percorrendo il corridoio asfissiante all'indietro. Quando fu arrivato a metà altezza, qualcosa cadde alle sue spalle. Si girò. Marq Delaine doveva avergli lanciato contro la piccola sfera che aveva in mano, che ora rotolava sul pavimento. Vincendo il disgusto iniziale, la raccolse. «Un'ultima cosa prima del nostro prossimo incontro, Convington» lo apostrofò il prigioniero, invisibile dietro il muro della sua cella «come sta tua moglie?» Duke sfregò un polpastrello sull'oggetto. Notò al tatto due buchi agli estremi opposti, come se la sfera dovesse essere attraversata da un filo. Ci ripensò solo molto dopo. Aveva dovuto fare rapporto, parlare con il suo superiore; nel frattempo l'entusiasmo si era un po' spento. Se non riuscivano a dimostrare l'istigazione al suicidio, in effetti, non potevano mantenere l'aggravante. Si sarebbero dovuti accontentare del possesso di quella quantità mastodontica di droga. Delaine negava che fosse sua, ma non avrebbe avuto importanza. In ogni caso aveva mandato Constantine a incalzare alcuni contatti che avevano avuto rapporti con la “chiesa”, aveva raccolto le idee, infine, era uscito in anticipo. Era salito al volo su uno dei convogli pubblici per tornare a casa; viveva in un quartiere residenziale a quaranta minuti di camminata, solo venti grazie agli sbuffi energici della piccola locomotiva urbana. Il suo palazzo lo aspettava, la facciata rossa scrostata e imperturbabile. Entrò. Come al solito i primi piani di scale erano permeati dalla puzza di cavolo bollito. Mise la giacca sotto braccio; nel farlo, il piccolo oggetto gli cadde di tasca. Lo raccolse. Doveva averci giocato durante il viaggio di ritorno, perché lo strato di fuliggine e sudiciume era venuto via laddove erano passate le sue dita. Sotto, la superficie era lucida e madreperlacea. Cominciò a macinare i gradini come una macchina, un fastidioso tarlo nella testa. Al pianerottolo del secondo piano gli venne in mente che Glory non l'aspettava a casa così presto. Avrebbe potuto comprarle dei fiori e farle una sorpresa. Ripensandoci, però, tornare a casa presto voleva anche dire ascoltare le sue fottute lagne per più tempo. Le sue dita si chiusero a pugno istintivamente. Ma ormai non aveva voglia di tornare indietro e cercarsi un pub. C'era da sperare che sua moglie non fosse dell'umore di rompergli le palle. Una rampa di scale dopo, la puzza di cavolo si tinse di una nota esotica. Al terzo gli tornò in mente quell'ultima domanda di Delaine. Aveva pensato che fosse una minaccia vuota, l'ultimo tentativo di infastidirlo. Non era strano che sapesse che era sposato: portava la fede al dito. Presa in una vera chiesa, quella. Arrivato al quarto riconobbe l'odore nell'aria. Gli riempiva i polmoni – aperti per via dello sforzo fisico – come l'acqua li riempe a un annegato. Penetrante, eppure piacevole. L'oppio dell'uomo folle, lo chiamavano. Duke fece l'ultima rampa saltando gli scalini a due a due, catapultandosi contro la porta del suo appartamento. Mancò tre volte il buco della serratura e finalmente aprì. Una nebbia sottile aleggiava nell'ingresso, strisciando languida dalla porta socchiusa della camera da letto. Un paio di pantaloni e di calzini spaiati lo fissavano dal pavimento. «Glory!» si sentì urlare. Sua moglie giaceva immobile sul matrimoniale, lo sguardo vitreo fisso sul soffitto, coperto da banchi di fumo. Era circondata da cataste di vestiti tirate fuori dall'armadio e poi abbandonate, lasciate sulla coperta come spoglie di guerra. Lei in compenso era quasi nuda, collant a coprirle le gambe e una camicia bianca da uomo aperta sul petto magro. Una delle sue. La puzza del manadd era quasi insopportabile. Duke guardò sua moglie e la muta accusa dei lividi bluastri sopra le costole sporgenti. Macchie nere sulla pelle chiara. L'altra sera … Avrebbe voluto gridare, avrebbe voluto abbracciarla. Ma le contusioni lo bloccavano. Lo guardavano. Erano una prova di cos'aveva fatto, una prova recente. Individui spezzati, fragili; posso aiutarli, ripulirli, dare loro un po' di conforto, diceva Marq Delaine, nella sua testa. Se non posso salvarli, posso risparmiar loro il dolore. «M-mi dispiace,» riuscì finalmente ad avvicinarsi, a prendere la testa di Glory tra le braccia. Le sentì il polso: il battito era lento, il respiro lieve. Evitò di toccare quelle macchie nere sul costato come se fossero peste. Per ogni contusione visibile dovevano esserci cento, mille nascoste all'interno del corpo e dell'anima di sua moglie. Scivolate. Cadute dalle scale. Una porta presa in faccia … «... io non …» La voce gli si rompeva. L'altra non sembrò badarci. Sul comodino, in un cassetto aperto, c'era la collana – regalo di qualche compleanno prima. Il filo era rotto e le perle rimaste erano poche, pochissime. Duke gridò di nuovo il nome di sua moglie, ma lei era lontana. Perché si perdano in essa.
  5. Blame

    [Sfida 85] Valvola di sfogo (1/2)

    Ti ringrazio delle segnalazioni. Appena ho tempo ho intenzione di mettere a posto lo scritto, sono d'accordo con praticamente tutto quello che mi hai fatto notare. Come avrai visto ho un po' la tendenza a ficcare avverbi ovunque. Mi fa piacere che il criminale risutli più interessante di Duke, perché l'idea era appunto di creare una figura un minimo carismatica o misteriosa. Convington è invece tutto quello che sembra, ovvero uno stereotipo patinato di detective. Per il resto ci vediamo alla prossima parte - e ancora grazie per esserti preso la briga di correggerle tutte e due.
  6. Blame

    [Sfida 85] Valvola di sfogo (1/2)

    Commento qui: http://www.writersdream.org/forum/topic/27992-sfida-84-invito-a-cena/?p=485430 Come amava definirlo il suo socio Constantine, il sotterraneo era un caldo buco d'inferno, le sue pareti con l'intonaco screpolato sempre umide e trasudanti affetto. Quel particolare microclima era dato dalla vicinanza con la sala caldaie; vicino alla prigione del commissariato c'era uno snodo di raccolta dei tubi per le servomacchine di tutti gli edifici sovrastanti. Duke si liberò della giacca e arrotolò ben bene le maniche della camicia. Il secondino annuì lievemente nella sua direzione. Ma forse quel movimento se l'era solo immaginato, un'illusione ottica data dal tremolio dei numerosi doppi-menti del grasso, pachidermico uomo. Dovendo restare là sotto era sempre in canottiera. Si assicurò di aver poggiato la giacca lontano dal bicchiere lercio in cui Bombolo – sicuramente un nome d'arte - teneva i denti finti. Avrebbe bestemmiato forte il cielo se l'acqua della protesi fosse venuta in contatto con qualsiasi oggetto di sua proprietà. «Faccio due chiacchiere col nostro ospite d'onore,» disse, tanto per avvisare. Attraversò ad ampie falcate l'unico corridoio del sotterraneo, illuminato a malapena dalle lampade a gas ma in compenso abbellito da una gradevole vista panoramica sulle celle. Ce n'erano cinque in tutto, ma in quel momento le prime quattro erano vuote. L'ultima – la migliore - ospitava il suo uomo. Si era assicurato che fosse messo lì. In quell'angolo, un tubo dritto dalle caldaie scorreva fuori dalle pareti, libero di irradiare calore e umidità, e occasionalmente uno sbuffo di vapore. L'inquilino della cella cinque stava aspettando il suo arrivo. «Marq Delaine» lo salutò, impregnando la voce di finta giovialità «Vedo che ti stai godendo il tuo soggiorno gratuito nella nostra piccola sauna.» Delaine storse la bocca, il naso, e tutti i muscoli del viso, in una smorfia repentina gradevole come un calcio nelle vergogne. La sua voce uscì fuori secca: «Non è quello il mio nome, Convington.» Il criminale non aveva colto l'ironia. Eppure la “sauna” doveva gradirla: i suoi lunghi capelli grigiastri erano fradici, dritti ai lati della testa, gli si attaccavano alle guance scavate o rimanevano a penzolare come i rami di un salice. Gocce di sudore cadevano in continuazione sulla sua faccia, seguendo la linea aspra degli zigomi. Ogni volta che una gli cadeva dal mento, un'altra spuntava sulla sua fronte, ricominciando a solcare il sentiero tracciato dalla prima. Delaine lo guardava con gli occhi infossati, in piedi con una postura sgangherata di fronte alle sbarre. Non poté fare a meno di provare una certa soddisfazione. Aveva visto criminali incalliti diventare docili come gattini non ancora svezzati dopo il giusto tempo in quella cella. E quelli che aveva visto non avevano l'aggravante di essere in astinenza da manadd. Agguantò uno sgabello e lo trascinò davanti alle sbarre, sedendosi comodamente di fronte al criminale. Finse un'aria innocente. «Eppure è così che è scritto, Marq, sui tuoi documenti. Non vorrai mica che io ti chiami … aspetta com'era … il Maya? Andiamo.» L'altro rifece quella smorfia, anche se stavolta si mostrò meno infastidito. «Sarebbe comunque incorretto. Quello è il nome che mi hanno dato gli sbandati, le anime della strada; preferirei il nome che mi sono dato da solo.» «Io preferirei avere una bella villa a Berley e ricevere il cavalierato dalla Regina» si fissò le unghie. Si sarebbe ingoiato la lingua prima di glorificare quel cazzone, facendolo il piacere di chiamarlo con l'epiteto che si era affibbiato. «Chi ti vendeva il manadd, Marq?» «Nessuno. Non ne ho mai comprato.» Duke sollevò le sopracciglia. «Devo supporre che te le abbiano regalate, tutte le dosi che abbiamo trovato nel tuo covo?» «Esatto.» Marq Delaine assunse un'aria di sufficienza, come se quella conversazione non gli interessasse. «Trentacinque fottuti chili, Marq.» «Erano scorte della chiesa.» Ignorò volutamente la risposta. «Era roba tua, Marq. Sai che già possedere così tanto manadd basterebbe a tenerti qui un bel po'? Se non fosse per tutte le altre schifezze che hai fatto, non staremmo nemmeno avendo questa conversazione.» «Schifezze? Non è perché vi ho disgustato che mi trovo qui. Ho visto come trattate le “schifezze” in questo paese: tolleriate che scorrano lontane dalla vista, basta che non sporchino i vostri viali.» Per quanto avesse evitato di dargli corda sulla Chiesa, evidentemente era troppo sperare che il criminale non gli facesse la sua fottuta predica. «Si chiamano fogne, Marq. A nessuno piace pestare la merda.» «No, non sono qui per quei poveracci che hanno fatto il mio nome né per il manadd. Sono qui perché vi faccio paura.» Duke rise, senza nemmeno bisogno di fingere ilarità. «Oh, andiamo. Ammetto che ti eri fatto un certo nome dei bassifondi. Ma non credi di essere diventato un po' egocentrico?» L'altro lo guardò fisso, in quegli occhi incastonati dalle pieghe del viso e della pelle. Poi fu lui a sorridere. La bocca gli si aprì quasi da orecchia a orecchia, mostrando una fila di denti sorprendentemente bianchi e puliti. Una rarità per un drogato. «Mi sono appena reso conto di una cosa.» Quell'espressione era particolarmente fastidiosa. «Ti sei deciso a dirmi qualcosa di interessante, Marq?» «Penso,» rispose, con lentezza deliberata «di si.» Marq Delaine si ficcò una mano in tasca, con un gesto lento e rilassato. Improvvisamente il suo atteggiamento e la sua postura non avevano più nulla dell'insofferenza di poco prima. Duke sentì la propria soglia di guardia innalzarsi. Per quanto fosse impossibile, si aspettava che il prigioniero estraesse un coltellaccio. Invece no. Le dita ossute di Delaine tornarono vuote, se non per un piccolo oggettino sferico, quasi completamente grigio e opaco. Niente che un carcerato dovesse avere, ma non era nulla di pericoloso. Forse si trattava di un componente caduto da qualche servomacchina. L'altro cominciò a giocarci, passandosi la piccola sfera negli spazi tra le dita. «A cosa pensi che mi servisse, il manadd?» «Oh, a delle belle serate con la tua cricca, senza dubbio. Ma devi dirmi tu cos'altro.» «Nessuno dei miei seguaci» iniziò, con deliberata lentezza «si fa. Io non lo permetto.» Notò che continuava a parlare al presente, come se avesse ancora controllo sulla setta. «E tutte le vostre scorte? Li facevi spacciare?» «Le consegnavano loro una volta intrapreso il cammino. La loro … droga. La loro e quella delle anime perdute che cercavano di trascinarli dentro di nuovo.» «Ecco come vi siete inimicati tutte le bande locali. Rubavate agli altri spacciatori.» «Non rubavamo, cercavamo di convertirli. Di salvarli. Con alcuni ci riuscivamo. Gli altri ...» Delaine sputò a terra. «Miseri sciacalli» sentenziò. «né migliori né peggiori del branco di cui fai parte tu, solo più stupidi e più piccoli.» Duke sentiva il sudore accumularsi sulla fronte e sotto la camicia, la cappa calda e umida della prigione che cominciava a sortire i suoi effetti. Al contrario di lui, il prigioniero sembrava galvanizzato dal rancore nel suo discorso. Niente di nuovo dai soliti vaneggiamenti sovversivi, ovviamente, ma poteva capire perché fosse stato a capo di una fiorente attività dei bassifondi. La sua “chiesa”. L'uomo aveva carisma e odio in proporzioni giuste da attirare a sé le fedeltà di schiere di poveracci e accattivarli alla sua volontà, come bulloni su un magnete. «E tu credi di essere migliore di loro, Marq?» «Diverso.» Il tono della risposta era definitivo, gli occhi infossati due monete grigie in fondo a un pozzo. «Noi non spacciamo. Non ci droghiamo. Se qualcuno vuole avvicinarsi al cammino, provo a sollevarlo dal suo tormento. Tuttavia ...» Parlami dei morti, bastardo. Andiamo. vai alla seconda parte
  7. Blame

    La fermata

    Argh. Un peccato che sia solo un frammento e non ci sia di più da leggere. Scorre benissimo e i dialoghi funzionano. Hai la capacità di sintesi per riuscire a rendere in poche righe un pensiero o un'emozione, per cui nella brevità del testo il risultato è uno scorcio vivido di quotidianità. Forse qualcosa di più, perché le conversazioni casuali con passanti "subito estranei" difficilmente risultano così interessanti - il più delle volte non si arriva mai all'interazione tra due persone, ma si sputano fuori frasi di routine e basta. Il tuo frammento prende questa strada per arrivare a uno scambio più significativo, e restituisce uno di quei rari momenti di contatto, fuori dalla norma. Complimenti, perché certi commenti sono proprio densi di significato. Tipo "No, non capita.". Il finale con quel commento sull'ammazzarsi è un po' repentino, complice la brevità del testo. Mi aspettavo un minimo di ragionamento in più - preoccupazione, stupore - da parte della protagonista, ma forse non sarebbe stato nello stile del testo (o non era nelle tue intenzioni) "ricamarci" troppo sopra. Ho gradito comunque quel "Ma no, non dovete.", che sembra riprendere il "ho sposato mio marito, ma non dovevo" della signora con la faccia abbronzata. Niente da dire, la pecca è che si vorrebbe leggerne ancora.
  8. Blame

    (Sfida 84) Invito a cena

    L'ho trovato un po' fuori fuoco. L'idea era carina, per quanto non fosse niente di nuovo (non prenderla come una critica, io reputo la maggiorparte delle idee "niente di nuovo". Certi concetti vengono ripetuti da anni senza che sia necessariamente un male). Perdi un po' nella resa. Innanzitutto, la premessa. So che già dal prompt della sfida un'influenza esterna doveva agire sul protagonista, ma trovo difficile da digerire (si, sto facendo un gioco di parole sulla fame) che un milionario accetti l'invito di uno sconosciuto. Per carità, non è importante perchè poi il racconto scivola nel surreale macabro, quindi è un po' fine a se stesso parlare di realismo. Tuttavia trovo che sia necessario un minimo, soprattuto nell'introduzione: questa mancanza iniziale cozza un po' con la tua caratterizzazione del protagonista. Come cercare di costruire una casa con fondamenta un po' traballanti. In secondo luogo, cercherei di ... nascondere un po' di più il finale. Già forse dal secondo paragrafo si inizia a pensare che ci sia qualcosa di strano nella villa (ma anche all'inizio, c'é qualcosa di strano nell'invito). Prendi quei quadri con i vari animali. L'associazione di idee è immediata: "si parla di una cena" + "qualcosa chiaramente non va" = il protagonista rischia di finire mangiato. Poi io avrei scommesso che venisse mangiato da altri e non da se stesso, ma riconoscerai che ho sbagliato di poco. In questo discorso rientra anche la scena del gattino che sale le scale con lui e si getta contro l'enorme passerotto. Qui l'intento simbolico è evidente. è impossibile non pensare che il protagonista, come il gattino, verrà mangiato. Poi magari il gattino doveva rappresentare la consapevolezza dell'uomo - impotente contro e annullata da - lo stimolo primordiale della fame cieca. Bella idea, ma anche qui migliorerei la resa, oppure toglierei del tutto. Perché anticipare? Probabilmente puoi dire le stesse cose nell'epilogo del protagonista senza "rovinare" la sorpresa al lettore. Se vuoi mantenere la scena, suggerirei anche di migliorare le reazioni del nostro protagonista. Sta girando di stanza in stanza e vede un gatto divorato, non senza dettagli macabri, da un passerotto sproporzionato. A me darebbe da pensare. Anche qui immagino tu possa obiettare che il genere era surreale, quindi forse dovrei spegnere io un po' il cervello: probabilmente siamo abituati/ci piacciono generi di surreale diversi. Il finale: mi è piaciuta la stanza forno. La funzione del porco non mi è tanto chiara, ma ci sta come "influenza esterna" e, se vuoi, pistola di Čechov. Come regola generale, ti consiglierei inoltre di limitare i punti in cui spezzi la narrazione per fornire giudizi o impressioni "dall'esterno". In questo caso il consiglio vale tanto di più, visto che in teoria il tuo narratore dovrebbe coincidere col personaggio stesso. Ti faccio qualche esempio: Assieme alla già citata ma, sopra a tutte: Queste frasi non sono il male di per sé, è che interrompono il narrato. In generale dobbiamo seguire il narratore nel presente, mentre ci racconta passo passo cosa succede, e poi staccarci per sentire un suo parere esterno su quello che gli stava accadendo. Per carità, dopotutto stai usando il passato e non il presente - per quanto assurdo il narratore potrebbe essere sopravvissuto e potrebbe fermarsi a fare queste considerazioni durante il racconto, ma anche qui l'effetto sarebbe quello di bloccare, svilire, annacquare l'efficacia di tutta la storia. "Mi sentivo come una merda, avevo perso ogni sentimento che rende umano l'uomo" è molto diverso dal dire "Mi sentivo una merda e non mi importava. Bruciavo, gridavo, volevo solo scendere più a fondo, bruciare di più, gridare di più." è un esempio abbastanza pessimo il mio, però in teoria il secondo dovrebbe essere più immediato, perché invece di raccontare quello che effettivamente succede in termini generali, racconta come il protagonista si sente in termini specifici. Io ho un po' la fissa di personaggi che perdono la ragione, per cui mi sono spesso trovato a scrivere di situazioni così: in genere mi diverto esasperando al'estremo i pensieri che magari si possono susseguire da ubriaco: una valanga di dati sensoriali e associazioni libere l'una dopo l'altra. Almeno se usi la strada della narrazione in prima persona. Liberissimo di dissentire, ovviamente: se ti va di parlarne sai dove trovarmi. Ci becchiamo alla prossima, spero di non aver esagerato a sottolineare alcuni concetti. Se sono stato pesante dimmelo.
  9. Blame

    Cosa state leggendo?

    Mi hanno regalato "Regina di fiori e radici" di Laura Maclem, lo inizierò a breve Qualcuno di voi l'ha letto/ha pareri?
  10. Blame

    Cosa state leggendo?

    Sto scoprendo "The player of games" che in italiano dovrebbe chiamarsi "il mondo di azad" o qualche cosa di simile per qualche mistero della traduzione. Un fantascientifico carino, anche se ci ha messo cento pagine a entrare nel vivo
  11. Penso che valga anche qui la massima "uno scrittore scrive meglio di quello che conosce". Ovviamente è impossibile conoscere "di prima persona" le esperienze vissute da qualcuno con una mente e un corpo diverso. L'unica cosa che mi sento di consigliarti è di parlarne con qualcuno (eh, lo so che non vuoi fare domande ai conoscenti, ma al limite penso che anche qui su WD ci possano essere donzelle in grado di darti una mano). Quando parlo di queste cose con la mia ragazza mi rendo conto che c'é un abisso tra quello che provo io e quello che prova lei, per esempio, e a livello emotivo/empatico molte cose non le capisco nemmeno. Parlarne però aiuta ad avere un minimo di conoscenza (che non per forza vuol dire comprensione al 100%). I romanzi di 50 sfumature non sono un buon esempio di niente ( a parte il far soldi ), quindi lasciamoli fuori asd
  12. Blame

    Hell's Bells - Lo schermo può rapire

    Si legge bene, mi verrebbe da dire breve ma intenso. Si va dall'inizio alla fine in un fiato ed è comodo a rendere l'idea del protagonista che sparisce all'improvviso, la velocità dell'evento paranormale eccetera. Solo, migliorerei un po' il modo in cui costruisci la tensione. Per metà racconto il tipo è lì che aspetta di entrare in chat, per l'altra metà è spaventato, in mezzo il salto è rapidissimo. L'idea della canzone che si "inceppa" sui rintocchi è molto forte, per carità, però il suo terrore immediato è un po' ... troppo veloce. Questo è il pezzo incriminato: letteralmente una frase prima il protagonista è solo infastidito dagli incovenienti - la canzone che non funziona, il collegamento che si interrompe - e reagisce in una maniera tipica dello stato d'animo in cui si trova, col pugno al lettore. Poi, una frase dopo, si alza col cuore a mille. Non è credibile, perché se accadesse qualcosa di simile nella nostra vita reale non ci spaventeremmo così velocemente. L'evento è strano, per carità, ma è un "segno rilevatore inquietante", ben diverso da uno "spavento immediato". Se cammini per strada e una creatura mostruosa ti si para davanti, hai lo spavento immediato. Se cammini e cominci a sentire un ticchettio sempre più forte di zampe di insetti, all'inizio non te ne accorgi, poi cerchi una spiegazione razionale, e poi ti spaventi. Se fossi stato io avrei pensato magari al campanile di qualche chiesa, oppure a una musica proveniente dall'esterno. Una cosa del genere: "Mentre aspettava che il collegamento ritornasse si accorse che i rintocchi di Hell's Bells continuavano troppo a lungo: la musica non attaccava mai. "Che cazz..." pensò mentre dava un pugno al lettore cd che si spense all'istante. Ma i rintocchi continuavano. Forse il parroco della chiesa vicina aveva fatto partire quelle fottute campane elettroniche per la celebrazione dei fedelissimi, o forse stava passando qualcuno con lo stereo a palla. Sì alzò di scatto. Quegli inconvenienti l'avrebbero fatto arrivare in ritardo all'appuntamento, e lo innervosivano. I rintocchi poi gli rimbombavano in testa insieme al battito del suo cuore. Accellerato, ma doveva essere per via dell'incazzatura. Tracannò mezza birra. Poteva essere che il pc avesse un guasto momentaneo." E poi la cosa del sangue, che pure è resa bene, mi piacciono le tre frasi nette in cui la rendi: sapeva di metallo - rossa come il sangue - era sangue. Nota ovviamente che il mio è molto un esempio lungi dall'essere perfetto, l'ho tirato giù così tanto per. Semplice e efficace la scelta del nick per "Boccarossa". Sembra la trama di uno di quei corti horror che daranno in tv stasera. Non lo intendo come insulto, ma proprio come sensazione.
  13. Blame

    Tracce - Cap I [p. 2/2]

    Commento - http://www.writersdream.org/forum/topic/27643-la-tomba-dacciaio-parte-1/?p=482673 Parte 1 - http://www.writersdream.org/forum/topic/28040-tracce-cap-i-p-12/?p=482669 Alla fine della seconda fetta di pancetta, lei parlò. «Partirò presto.» Silenzio. «Stavo pensando di aspettare la luna nuova, sai. Ma dovrò anticipare.» Prese l'ultima fetta, la poggiò sull'avanzo di pane e addentò. La crosta era indurita, gli scrocchiava contro i denti mentre si spaccava. «Mi stai ascoltando?» Inghiottì. Lo sguardo della donna non era diverso da quella mattina, da quel cielo pesante. «Si,» rispose infine. «Ma preferirei che fosse il contrario.» Imeren corrugò le sopracciglia, in un'espressione fatta di apprensione e stupore in parti uguali. «Non capisco. Pensavo volessi saperlo, sai.» Sbuffò. «E a che serve? Partirai, che io lo sappia o no. Non posso fare nulla per trattenerti, che sia di una stagione o un mese.» «Tamimi, ne abbiamo già parlato. Non posso stare qui sempre. La gente - » «La gente ha sempre bisogno, Imeren.» La interruppe. Quante volte avevano fatto quella discussione? Cosa c'era di diverso? Lui, sicuramente, era meno propenso ad accettare le solite parole, le solite risposte. Si alzò, scansando la sedia sotto di sé quasi con violenza. «Pensi che proprio io, fra tutti, non lo sappia?» «Non ho detto questo.» La preoccupazione stava svanendo lentamente dal volto della donna, lasciando spazio a una calma seria. «Forse.» Staccò la mano dallo schienale della sedia. Senza accorgersene, aveva stretto il legno così tanto che si era creata un'impronta sul suo palmo. «Ma è come se l'avessi detto.» «Tamimi …» «Tamimi?» Sentì la sua voce ripetere quella parola della Lingua, aspra, sprezzante. Rise, e la risata gli raschiò la gola. «Lo dici per rabbonirmi?» «No ...» La strega non sembrava nemmeno capire cosa stava succedendo. «Perché dovresti pensarlo?» Alzò le braccia in aria. Davvero non ci arrivava? Lei, per noi tutti, dicevano le voci. Sentì il bisogno dell'aria mattutina, e si diresse verso la porta. Mise la mano sulla maniglia, si accorse che lei si alzava per seguirlo; si fermò. Stava di nuovo stringendo troppo forte. La serratura scricchiolava, minacciando di spaccarsi. Improvvisamente, tutto gli sembrò ridicolo. Era così forte, eppure si sentiva così debole. E forse per quel motivo non riusciva a sopportarlo. «A volte mi chiedo» disse, la voce che scendeva in un sussurro basso «che cosa sono, veramente, per te.» Sentì l'altra fermarsi, alle sue spalle. «Un compagno? Un ricordo del passato?» Nessuna risposta. «Un passatempo della bella stagione, forse?» «Sei un vecchio sciocco.» Si girò. Il tono di voce avrebbe potuto tagliare l'aria come un coltello. Non si aspettava quella risposta, così come non si aspettava di essere interrotto. Imeren aveva una mano stretta a pugno a tenersi la coperta addosso, i muscoli del viso tesi e il labbro superiore che vibrava impercettibilmente. «Come puoi pensare … non sei il mio passatempo.» «Allora dimostralo. Resta.» Lo sguardo le si ammorbidì e abbassò gli occhi. Per un attimo, sentì che era sua. Poi la strega tornò a fissarlo. «Sai che non posso.» Tirò la maniglia con forza. Il cardine superiore cedette lanciando il grido acuto del ferro piegato; la porta si spalancò e sbatté contro il muro, per poi rimanere, storta, pendente e cigolante. «Allora vai.» «Senza di me, a centinaia moriranno di fame.» «Risparmiami la predica. Viaggia pure di posto in posto, bada alla terra, fai crescere gli alberi, certo. Aiuta la gente. Ma allora spiegami perché non visiti mai due volte lo stesso posto, se non a distanza di anni. Spiegami perché non ti fermi mai.» «Sai anche questo, » rispose, come colpita dalla veemenza nella sua voce. «Se aiuto troppo un villaggio, cominceranno a dipendere da me.» «E non vuoi responsabilità, giusto? Pensi sia saggio dare il contentino a questo o quel paese, lasciandolo subito dopo? Non è la pigrizia dei contadini di cui hai paura, sono le loro mani tese in avanti, le loro bocche da riempire. Pensi di far loro del bene, ma c'è sempre un altro problema, ci sarà sempre qualche altra richiesta.» Fuori il vento si stava alzando. Scuoteva i lembi della coperta attorno alle gambe di Imeren, trascinava dentro casa gli aghi secchi di pino, colpiva in faccia lui e la porta scardinata. «Tu non li aiuti, tu raccogli la loro ammirazione prima che si trasformi in invidia ed odio. Tu te ne vai prima che ti incolpino di un'infestazione di mosche, di una gelata improvvisa, di un bambino morto di febbre gialla. Dai loro una pagnotta oggi prima che si chiedano perché non puoi dargliela tutti i giorni.» «Se ti piace essere la strega dell'Autunno, vai pure. Ma non aspettarti che io creda alle balle che racconti a te stessa.» Le sue parole resero la pelle di lei ancora più bianca del solito. Non aspettò che la risposta arrivasse. Uscì per primo, coperto giusto dai calzoni, inoltrandosi nel bosco senza guardarsi indietro. Quando tornò il sole era calato da un pezzo, ancora una volta troppo presto. L'estate era passata del tutto. Lei la trovò in camera da letto. Sedeva a gambe incrociate, completamente nuda, le ciocche di capelli scuri che le sfioravano appena le spalle. La sua pelle riluceva di una pallida luminescenza alla luce della luna. Si guardarono negli occhi per quello che sembrò un tempo infinito. Poi la strega si mosse, gattonando fino a raggiungerlo. Gli mise una mano dietro al collo, forzandolo a chinarsi. Le loro labbra si incontrarono in un abbraccio umido, lui fu catturato nel letto. L'insonnia non lo trovò quella notte, almeno non il tipo di insonnia che ti sveglia al mattino. Si destò che il sole era sorto da un pezzo, e Imeren se n'era andata. L'autunno sarebbe stato piovoso e l'inverno rigido, ma per quanto l'avrebbe aspettata, non sarebbe tornata la primavera seguente, né quella dopo ancora. Alla fine Dih'b smise di aspettarla.
  14. Blame

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    Commento - http://www.writersdream.org/forum/topic/28035-il-fu-mi-1-non-aprire-quel-balcone/?p=482664 C'é chi non impara mai. Per quanto sia banale fingersi scrittore, per quanto sia mortalmente banale volerlo fare dalla tenera età e per quanto sia criminosamente noioso tornare su un genere abusato come il fantasy, ci risono di nuovo. Siate clementi ma non tanto. Lo ierofante imperiale gridò l'ultimo incantesimo, l'odio che gli consumava lo sguardo. Il nemico aveva deciso di immolarsi, bruciando la sua vita e la sua traccia in un unico tentativo di cancellarlo dalla realtà. Dih'b ebbe appena il tempo di scansarsi, richiamando il Nell nell'armatura e nei muscoli per fronteggiare il peggio. Un dardo di energia scaturì dalla fronte dell'avversario, partendosi da lui in una scia bianca; più il proiettile si allontanava e più il volto dello ierofante diveniva scavato, ossuto, vecchio e grigio, fino a dissolversi in polvere. «Nell-no-bratak ... » Non ebbe il tempo di finire l'invocazione, che il colpo lo colpì alla spalla destra. L'impatto lo spedì all'indietro, la forza del proiettile magico che l'avrebbe perforato da parte a parte se non fosse stato per la durezza nell-potenziata del suo acciaio. Lo scontro tra le forze lo fece girare a mezz'aria, senza alcun controllo del suo corpo, finché il suo moto si stabilizzò. A quel punto, iniziò a cadere. In lontananza, qualcuno urlò sopra i rumori del campo di battaglia. Dih'b raccolse le energie per affrontare l'impatto con il suolo, ma capì troppo tardi che non ce ne sarebbe stato bisogno. La magia l'aveva scagliato troppo lontano, oltre le scogliere doveva avevano spinto gli imperiali, verso l'abisso liquido di sotto. Io... le pareti di roccia sfilavano davanti a lui. Ben presto l'oceano l'avrebbe inghiottito, ma non provava paura, solo una sorta di lucidità. Aveva pensato che lo ierofante volesse ucciderlo – perforarlo; spingendolo via però avrebbe potuto comunque raggiungere lo scopo. Non era preoccupato: avrebbero vinto la battaglia anche senza di lui. La guerra, tuttavia … la profezia … In malora la profezia, pensò, mentre si copriva la testa con le mani e abbandonava il martello, preparandosi all'impatto con l'acqua. Sono nelle mani di M'real. L'oceano l'accolse con uno schiaffo freddo contro il suo metallo. Le mani di M'real dovevano aver poggiato la bifalce e averlo guidato lontano dagli scogli sottomarini. Continuò a cadere a piombo, spinto dalla gravità e dal peso dell'armatura, verso il fondo dell'acqua. Aprì gli occhi, stupito di trovarsi vivo. La luce filtrava debolmente tra le acque nere, illuminando picchi di roccia alti come torri. Il suo martello lo seguiva nell'affondare, scie di sangue rosso che si levavano come fumo nella corrente. Toccò il fondo con gli stivali. L'impatto con l'acqua gli aveva svuotato i polmoni, togliendogli il fiato. Se non fosse risalito in fretta, sarebbe morto. In quel momento, sul fondo dell'oceano, Dih'b decise che non gli importava. Quando il cielo cadrà verrai, bianco da un bianco 1. Le notti si stavano facendo più lunghe e non c'era modo di negarlo. Ogni volta che si svegliava dalle poche ore di riposo, il cielo era più scuro. Usciva in cortile a guardare gli abeti di fronte a casa sua, cercando di distinguerne il colore nell'oscurità. Qualche volta una folata di vento lo faceva rabbrividire. Allora rientrava, si sedeva al tavolo e aspettava. L'alba arrivava piano piano, ma in ritardo. Succedeva sempre così. Ad un certo punto – forse qualche anno prima – aveva iniziato a convincersi di sentirlo nelle ossa. Il momento in cui le foglie degli alberi – non i sempreverdi attorno alla sua dimora, ma tutti gli altri – iniziavano ad ingiallire. Quella mattina non faceva eccezione. Si alzò dal giaciglio, che scricchiolò piano. La schiena gli faceva male. Si costrinse ad allungare le braccia dietro la testa, stirandosi come un gatto per sgranchire i muscoli del corpo. Imeren non si sarebbe svegliata ancora per qualche ora: era di spalle, ben raggomitolata sotto la coperta. Guardarla gli faceva venire una sensazione amara sul retro della lingua. Lei per tutti noi, sussurrarono le voci al suo orecchio. Le ignorò, agguantò un paio di calzoni e lasciò la camera da letto. Tutti noi per lei, continuavano. Avete torto, pensò di rimando, ma quella mattina suonava stanco persino a se stesso. Raccolse l'accetta dalla parete del focolare e uscì di casa. Fuori tutto era nero e grigio, meno il cielo tinto di un pesante colore violaceo. L'aria fredda lo colpì in pieno petto, come uno schiaffo, facendogli desiderare il calore delle coperte. Invece chiuse la porta dietro di sé e andò verso la legnaia. Era uno di quei giorni in cui non sarebbe riuscito a starsene fermo a contare le ore, seduto al tavolo davanti a una ciotola di latte caldo. Anche senza le voci, i suoi pensieri diventavano più cupi, come se dovessero seguire l'umore del cielo piuttosto che il suo. Una volta sarebbe stato capace di scrollarsi di dosso quella sensazione come la polvere da un mantello. Ma la polvere aumentava di anno in anno, e gli sembrava di non stare al passo. Scelse uno dei ceppi più grossi, facendolo rotolare al centro dello spiazzo sul retro della casa. Per quanto dovesse pesare almeno un centinaio di chili, a malapena sentì un velo di sudore raccogliersi sul suo corpo. Lo rivoltò in modo che facesse da piano di lavoro, poi raccolse una ventina di ciocchi più piccoli da spaccare con l'accetta. Da lì in poi era semplice. Posizionava al centro uno dei pezzi piccoli, sollevava l'attrezzo che sembrava leggero come un giocattolo, e la calava con un gesto ampio da boia. Il legno si spaccava immediatamente, con uno schiocco di saetta, e cadeva diviso in due ai lati del tavolo improvvisato. Di dieci ciocchi ne otteneva venti, di venti una quarantina a seconda della grandezza, il tutto con un ritmico procedere di sollevare, poggiare e spaccare; sollevare, poggiare e spaccare. Non era tanto il lavoro a impedirgli di pensare: era la monotonia. Il procedere ritmico. Per quel tempo lasciava che il suo mondo fosse interamente costituito da legna da dividere, fosse anche fino al ramo più piccolo, alla scheggia più piccola. Mentre spaccava, il cielo diventò bluastro, prima di tendere finalmente verso l'azzurro del mattino. Appoggiò l'ascia al ceppo e sistemò i vari ciocchi in una pila ordinata, scaglie di legno e di corteccia che si appiccicavano alla pelle nuda e sudata di petto e braccia. Rientrò in casa, mentre il primo raggio di sole si faceva largo tra gli aghi del bosco. Meglio, pensò. Si sciacquò le mani e accese un piccolo fuoco per la colazione, nelle ceneri della sera prima. La strega si alzò mentre lui faceva scaldare la padella sui tizzoni. All'inizio, non si accorse nemmeno della sua presenza. Era sempre stata brava a muoversi in silenzio. Imeren guardava fuori dalla finestra. La coperta l'avvolgeva ancora, come un vestito improvvisato da cui emergevano solo le linee sottili di polpacci e piedi, pelle bianca contro il pavimento di legno scuro. «Buongiorno» disse, ignorando l'aria pesante nella stanza. Mise a scaldare dei pezzi di pancetta, lasciando che il grasso ungesse la pentola. Dopo un po' di tempo, iniziò a sfrigolare. «.. buongiorno,» rispose, finalmente. «Sei riuscito a dormire? «Hm-m,» la carne si abbrustoliva, raggrinzendosi come la pelle di un uomo vecchio. Diventando più piccola e contorta dov'era stata giovane e forte. «Al solito.» «Potrei sempre prepararti qualcosa, sai.» Distolse l'attenzione dalla pentola e si costrinse a guardare lei, incrociando il suo sguardo. La strega lo fissava da sopra la spalla, sul volto una vaga espressione preoccupata. «Non ne ho bisogno.» Lei sollevò un sopracciglio e tornò a fissare l'esterno, coi suoi colori in divenire nel mattino. Sollevò la pentola e la appoggiò sul tavolo di legno prima che la pancetta bruciasse. L'odore della carne gli fece rombare lo stomaco. Imeren prese un pezzo di pane un po' raffermo dalla dispensa, lo spezzò, e avvicinandosi al tavolo gliene offrì una metà. Si sedettero.
  15. Blame

    Tracce - Cap I [p. 2/2]

    Doppio post, ma mi sono scordato qualcosa di importante. Non mi sei stato utile, mi sei stato utilissimo. Mi hai dato anche una buona spinta a continuare.
  16. Blame

    Tracce - Cap I [p. 2/2]

    Vero. Ci sarei potuto arrivare da solo, ma mi sono un po' impigrito recentemente. Cercherò di ricordarmene (di questo e degli altri consigli che mi hai dato nella prima parte). Direi ancora meglio: taglio direttamente quel "la interruppe". "«Tamimi, ne abbiamo già parlato. Non posso stare qui sempre. La gente - » «La gente ha sempre bisogno, Imeren.»" Dovrebbe essere chiaro che la sta interrompendo, perché ripetere? Anche qui ho corretto quanto segnalato, in generale. Per carità, ci sta la semplificazione. Le cose si dovrebbero ampliare e spiegare col tempo, possibilmente in un modo che non sia troppo un vomitare le informazioni sul lettore. (Oltretutto mi sono reso conto che tendo a mandare i miei protagonisti in villeggiatura in montagna. Sarà che i miei da bambino mi portavano troppo al mare? asd). In realtà questo stralcio accade dopo, parliamo di quattro-cinque anni, quanto successo con lo ierofante. Per la grammatica a correnti alternate, è un po' il mio problema quando scrivo. Mi fa piacere di aver imbroccato un paio di descrizioni d'effetto, soprattutto la scena di intimità tra i due che originariamente doveva essere descritta più nei dettagli. Poi ho deciso di tagliare perchè era veramente un pastrocchio. Se l'introduzione però è suggestiva, può funzionare da sola. True enough. O sono un genio nello scrivere o sei un genio nel leggere - o abbiamo le stesse basi culturali. Effettivamente volevo rendere il pg un po' come Gatsu, per quanto abbia un passato meno tragico. Pensavo anche di dargli dei rimandi nella descrizione fisica (un occhio quasi sempre socchiuso). Mi ha sorpreso comunque che tu abbia indovinato quando la descrizione - di tutto - è così embrionale; mi sono sentito lusingato. Se ti va di rispondere, vorrei sapere come ti sono sembrati i dialoghi. Nello specifico ho un po' il sentore di aver reso Dih'b troppo "lamentoso". Non che debba ricalcare lo stereotipo dell'uomo che non deve chiedere mai, ma neanche il suo opposto. Probabilmente è solo una mia paranoia. Dovrebbe essere un'avventura di medio-largo respiro. Il problema principale che visti i miei precedenti non so se riuscirò a gestirla. Per quanto riguarda il rilascio di spiegazioni, sto ancora pensando a come disseminarle nella storia in maniera naturale. Questo capitolo di incipit avviene prima di tutti gli altri eventi narrati, costituendo il "passato" della mia storia. Nella trama dovrei riuscire a ricollegarmi a quanto successo.
  17. Blame

    [ Il fu MI 1] Non aprire quel balcone

    Sono conteto di aver indovinato: se la conclusione era corretta evidentemente lo scritto è riuscito. Murakami o lo ami o lo odi, al limite poi fammi sapere. Condivido il punto di vista.
  18. Blame

    Tracce - Cap I [p. 1/2]

    Innanzitutto mi scuso. Praticamente con l'improvvisa voglia di postare ho messo su il testo senza riguardarlo attentamente - quel "il colpo lo colpì" è pessimo, asd. In più mettici che sono un po' ipovedente quando si tratta di giudicare quello che ho scritto. Tutto questo per dire che apprezzo molto la tua correzione. Hai ragione, è effettivamente molto confuso. Provo con: "Vide gli occhi dello ierofante imperiale iniettarsi di sangue nerastro, mentre gridava la sua rabbia. Il nemico aveva deciso di immolarsi, bruciando vita e traccia in un unico tentativo di cancellarlo dalla realtà. Una sfera di energia scaturì dalla fronte dell'uomo, piccola da stare nel palmo di una mano, ma bianca e luminosa come un piccolo sole. Il dardo magico cominciò a muoversi, lasciando dietro di sé una scia candida. Più si allontanava e più il volto dello ierofante diveniva scavato, ossuto, vecchio e grigio, fino a dissolversi in polvere. Dih'b cercò di scansarsi, ma il proiettile lo seguì ed aumentò la velocità. Raccolse il Nell nell'armatura e nei muscoli, preparandosi ad affrontare l'ultimo gesto dell'avversario. " Correggo. Per la questione del corsivo nel parlato, era in teoria per sottolineare che Dih'b sta usando la Lingua. Pensandoci è superfluo, il lettore capisce da solo che non è italiano, quindi dev'essere qualcosa di diverso dalla parlata comune. Forse l'unica cosa su cui non siamo d'accordo. Come espressione mi piace. Nella riscrittura ho modificato l'ordine, in modo che compaia prima oceano: "Il proiettile l'aveva scagliato troppo lontano, oltre le scogliere doveva avevano spinto gli imperiali, verso l'oceano di sotto. Io... le pareti di roccia gli sfilarono davanti. L'abisso liquido l'avrebbe inghiottito. Non riusciva a provare paura, solo una sorta di lucidità. Forse non aveva ancora realizzato." Ho sistemato come segnalato quasi tutto, grazie per le segnalazioni. Non so bene come funziona, ma se serve posto il capitolo corretto (o quanto meno più corretto di prima).
  19. Blame

    La tomba d'acciaio parte 1

    Mi unisco al coro di quelli che non si aspettavano che il personaggio col POV crepasse nel giro di un paragrafo. Inciampando. Mancava giusto la buccia di banana, avrei gridato "George Martin". Ma veniamo a noi. L'incipit non mi ha colpito particolarmente: il personaggio di Menlius e le considerazioni ciniche sui bambini le ho trovate abbastanza standard, non nel senso di banali ma nel senso di "niente fuori dalla norma del genere". Un po' strano che si preoccupi tanto delle reazioni del padre e poi sia troppo stanco o scoraggiato per provare, e intendo con una certa convinzione, a dissuadere Lea dal seguirlo nella cripta. Mi sembra un tipo sul passivo aggressivo, insomma. Geniale la risposta al "perchè seppelliamo i morti", mi ha strappato un sorriso. La morte di Menlius, improvvisa, è forse il punto di svolta.è improvvisa, non ci si crede: ho riguardato il passaggio perchè diavolo, stai parlando di morti che camminano e il poveraccio muore perché sbatte la testa. Oltre alla sensazione piena di humor nero di inutilità della vita, accende l'attenzione del lettore, quindi bene. Da qui in poi in termini di attenzione le cose vanno molto meglio, quanto meno perchè dopo aver visto morire un personaggio nell'indifferenza generale uno non vuole che succede ancora. La sensazione dello scritto cambia, probabilmente perchè si concentra sul punto di vista della bambina, ovviamente diverso dal precedente. La spensieratezza della piccola colpisce perchè non è stereotipata - bambina con la testa fra le nuvole - o se vuoi, è portata a livelli esagerati, assurdi. Spiegati poi forse dalla frase "Nella testa di Lea balenò per un istante l'ipotesi che ci fosse veramente un motivo per cui veniva ritenuta strana dagli altri bambini,". Dopotutto come altro zittirebbe un lupo? Sempre che la spiegazione qui non risieda negli istinti gregari del canide, ma sarebbe difficile da digerire. "Carina", aimé, la tragica fine della lucertola, compagna incosapevole portata ad acconsentire a forza. Un'altra chiccha è quel "ma io so la frase". Trovandoci probabilmente in un contesto fantasy, viene quasi da pensare che la sappia davvero. Poi stupisci con una filastrocca tratta da una fiaba, strappando un altro sorriso. Non capisco molto invece la fattura delle "cerniere" della tomba, che una bambina riesce a distruggere. C'é qualcosa di strano nella sua forza, o erano estremamente vecchie? Per quanto riguarda lo stile l'ho trovato scorrevole, procede bene. Vedremo il resto.
  20. Blame

    Tracce - Cap I [p. 1/2]

    Scusatemi, mi sono reso conto di non aver messo in corsivo i pensieri. Perdonate il doppio post ma lo trovo illeggibile così, essendo indistinguibili dal resto in certi punti. Mi ero scordato di non poter editare.
  21. Blame

    [ Il fu MI 1] Non aprire quel balcone

    Molto carino. Aldilà delle segnalazioni di simone, che non ti ripeto, permettimi di lasciarti le mie impressioni. Alur, in generale penso sia ben fatto. Risulta difficile tirare fuori un parere articolato per via della brevità del racconto: ovviamente è un po' il formato del prompt, ma comunque. La questione principale è questa: una volta finito di leggere, ci si chiede: perché diavolo c'era una donna assatanata fuori dal balcone? La "protagonista" viveva a piano terra o si è arrampicata? Perché, poi? E come mai - come giustamente si chiede il gattino nero, l'umana non se ne accorge per niente? Che ci siano domande irrisolte è in realtà positivo, almeno in buona percentuale. Sono il genere di domande, quelle che mi sono fatto, che denotano un interesse. Per uno scrittore credo sia buono se il lettore finisce di leggere e vuole saperne di più. In questo caso avrei apprezzato qualche indizio in più su cosa sta succedendo e meno nozioni sulla "carineria" del gattino, che pure risulta funzionale al racconto. Suppongo volessi creare il contrasto tra i tentativi del gatto di mettere in allarme la padrona, la personalità dello stesso, e le inesorabili incomprensioni. Per farti rendere conto dello stato in cui sono, pensavo che la donna col coltello fosse una sorta di creatura sovrannaturale visibile solo ai gatti. Ma forse sono io che leggo troppo Murakami, vedi te. Mi soffermo un po' su qualche questione tecnica. Carina l'espressione "per gatta randagia ragione", anche se all'inizio sembra un po' legnosa (e la ripeti in due frasi consecutive, ma vabbé). In ogni caso questo metodo di caratterizzare gli animali parlanti, adattando espressioni umane alla loro razza, sicuramente non è nuovo. Ci provano tutti, prima o poi. Tu ci riesci, quindi bravo. Non ho letto nulla di tuo, ma mi sembra di notare una certa attenzione alle espressioni caratteristiche: il già citato eden di mani (che è veramente qualcosa di inusuale), ma anche le descrizioni: la sediaccia, gli occhi incatramati, i carramba eccetera. Sono termini vividi e un po' bruschi se vuoi, come le "sgommate" sulla moquette; in ogni caso ben riusciti perché il gattino nero - tramite queste descrizioni di pensieri - parla come un camionista bonario, e anche qui il distacco tra cos'é e come si esprime diverte, è interessante.
  22. Blame

    notte fredda

    Tratti un tema abbastanza consueto, ma lo rendi bene. Sarà che forse l'esperienza della "riflessione dopo-serata" è una cosa che ho ben presente, quindi è stato facile per te suscitarmi un po' di empatia. Inquadri bene il tipo di pensieri, anche un po' scombinati, che si fanno in quella situazione: la sensazione di aver esagerato, il volerne ancora, il pensare alla propria vita molto "filosofico" ma terra terra, stile Bukowski e Palahniuk, per citarne due (grossi). E direi che con questo ti ho pure riempito abbastanza di complimenti, Una pecca è sicuramente data dal fatto che non sei Bukowski. Mi dirai: grazie, lo sapevo già. Il punto è che con maggiore pratica sicuramente si potrebbe trarre di più da un pezzo così breve, trasformarlo in qualcosa che ti prende e ti dà l'equivalente, in sensazioni, di un pugno allo stomaco. Tornando allo scrivere di noi comuni mortali, però, il tuo frammento lascia un po' il tempo che trova; per carità lo apprezzo come riflessione post-serata, ne faccio anch'io, ma finendo di leggere si sente la mancanza di qualcosa. Personalmente non mi piace tanto il maiuscoletto di quella pausa, andrei più sul poetico (e sintentico) se fossi in te. tipo: "Qualcuno ha messo in pausa sul telecomando del mondo". Lo spezzone sulle stelle l'ho trovato un po' fuori luogo, ma non troppo. Solo non ci vedo tanto uno stanco dopo l'uscita a tracciare il dito verso la stella polare e Cassiopea. Impressione mia, comunque. Mi pare di capire che il freddo doveva essere il tema principale, o almeno era quello a cui hai pensato scegliendo il titolo; aimé non si nota parecchio.
  23. Blame

    Sentirsi vuoti

    Vi è mai capitato di sentirvi vuoti? Privi di idee, di cose da scrivere? Che sia questa sensazione precisa o meno. Che sia la frustrazione dell'essere scrittore (anche a livelli infimi) che si manifesta in questo modo. Oggettivamente, in questo periodo (aimé periodo abbastanza prolungato, visto che perdura da qualche mese) mi sento come se avessi esaurito le cose di cui scrivere. Ho praticamente sempre avuto qualcosa da scrivere - che fossero raccontini, sfoghi, post di giochi di ruolo online che frequentavo, cose serie e cose meno serie. Con le dovute pause, ovviamente, ma non mi sono mai trovato in condizione simile (credo). Non perché lo volessi, quanto perché anche stando lontano dalla scrittura per un po' di tempo, prima o poi sarebbe tornato l'impulso a mettere qualcosa su carta ( in questo caso, pixel neri su pixel bianchi). Recentemente mi sento ... svuotato. Ma allo stesso tempo, leggendo dei racconti e dei libri, mi viene la voglia di tornare a costruire una storia mia. Tuttavia di fronte alla pagina bianca (o ai tentativi abbandonati e incompleti di narrare qualcosa) finisco col fermarmi sempre. E da qui scaturiscono le varie domande, che chi ha navigato questa sezione sicuramente già conosce: il dubbio di scrivere sempre le stesse cose (http://www.writersdream.org/forum/topic/19241-scrivere-sempre-le-stesse-cose/), o di scrivere di cose banali, o non interessanti: nemmeno per se stessi. Come risolvere la situazione? Ho voglia di scrivere, ma allo stesso tempo mi rendo conto che probabilmente non sono capace. Cerco di combinare qualcosa e non riesco. Oggettivamente, questo contrasto sta cominciando a diventare abbastanza fastidioso. Qualcuno ha mai provato sensazioni simili e/o ha voglia di condividere un pensiero?
  24. Blame

    Nikolaevka, Capitolo I, parte 2 (su 2)

    Seconda parte e ultima del primo capitolo, postato qui, nel caso volesse rivederlo: http://www.writersdream.org/forum/topic/18811-nikolaevka-capitolo-i-parte-1/ Anche qui ricordo che ho fatto ben poco editing del testo - mi scuso in anticipo per gli eventuali orrori che potrebbero essere all'interno - ma mi interessava vedere un po' di pareri a caldo, anche sul contenuto più che sulle varie imprecisioni, per capire se vale la pena continuare il progetto. Commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/19043-lultimo-caso-di-peste-draculina/?p=332150 Firenze era come al solito piena di turisti. Americani e asiatici si contendevano il predominio del centro storico da tempi immemorabili, viaggiando in grosse carovane armate fino ai denti di guide e macchinette fotografiche. A essere onesti, preferiva gli asiatici – solo perché c’era meno probabilità di trovarseli la sera, ubriachi, in giro per locali, e ancor meno probabilità di farci a botte. Evitò di passare davanti al Duomo, imboccò invece via dell’Oriuolo – che per qualche motivo gli faceva sempre pensare a qualche termine in dialetto napoletano – e passò davanti alla biblioteca delle Oblate, dove qualche volta andava a leggere. Di fronte a lui la via confluiva in un’altra, leggermente più larga, di cui non ricordava assolutamente il nome. Sul marciapiede si erano radunate delle persone, tutte che guardavano, preoccupate, il cielo. Nikolaj, che non impazziva per il contatto umano, scese sulla strada per evitarle e se le lasciò alle spalle. Non passarono nemmeno cinque secondi, che la folla dietro di lui lanciò un grido – subito accompagnato da un suono inquietante e liquido, come di qualcosa che si spiaccica sul parabrezza di una macchina. Si girò. Qualcuno stava parlando al cellulare, visivamente agitato. Qualcuno era pallido in volto; il gruppetto si stava diradando, come se una misteriosa forza centrifuga lo stesse distruggendo dall'interno. Nikolaj tornò sui suoi passi e lo vide. Il suo sguardo passò rapidamente dal marciapiede al cornicione del palazzo sopra di lui, poi di nuovo al marciapiede. C'era un motivo se fino a un attimo prima quella gente guardava fisso in aria. Un uomo si era buttato di sotto. Quello che ne rimaneva lo squadrava dal grigio del pavimento stradale. C’era poco sangue, ma il corpo era piegato in maniera strana – un braccio sotto la pancia, entrambe le gambe in posizione innaturale. La testa era atterrata sull’angolo del marciapiede, e il collo doveva essersi rotto – l’uomo era caduto di pancia, eppure il suo sguardo vitreo squadrava i presenti. Dalla tempia sinistra, quella rivolta verso la terra, colava della sostanza rossa e rosata, che era schizzata un po’ tutt’attorno come una manciata di briciole. Un angolo della testa di Nikolaj capì che doveva trattarsi di pezzi di cervello. Il suicida doveva aver avuto una cinquantina d’anni. I capelli erano ancora nerissimi, lucidi di brillantina come in un vecchio film, e i suoi occhiali rotondi, stranamente, non si erano nemmeno scalfiti dopo il volo: la botta li aveva solo fatti spostare un po’ dal naso, per cui adesso sembravano storti. Dovette resistere all’impulso di piegare il collo di lato, per guardare l’uomo morto negli occhi. Sentì un accenno di nausea in gola. Non gli faceva schifo il sangue, ma il rumore che aveva fatto schiantandosi per terra … guardò un ultima volta il volto, le mani, i capelli neri lucenti. Fu preso da un dubbio. Dall’ospedale vicino cominciò a venire il suono di una sirena – anche se era decisamente troppo tardi. Superò una vecchietta terrorizzata e si avvicinò al portone del condominio da cui quell’uomo sulla cinquantina si era buttato. Lesse velocemente i campanelli: tra quelli in alto, c’era uno che diceva MISICI. Quirino Misici era stato, molti anni prima, un suo insegnante di musica. Portava lo stesso taglio di capelli, gli stessi occhiali … non aveva nemmeno bisogno di riguardare il cadavere per capire che si trattava della stessa persona. L’ambulanza parcheggiò davanti all’edificio. Due paramedici cominciarono a disperdere la folla. Nikolaj si stava già allontanando, tra i commenti dei passanti e una ragazza in lacrime che si chiedeva com’era potuto succedere. Gli occhi del musicista, Misici, sembravano volerle rispondere. “Ho scelto di buttarmi da un piano abbastanza alto da assicurarmi di non sopravvivere. Ecco come è potuto succedere”. Camminò per un paio di isolati, poi, fregandosene dello sguardo degli altri, si chinò contro un muro e vomitò. Nella sua testa continuava a ripetersi quel rumore flaccido – come di una polpetta che dal cucchiaio cade sul piatto, schizzando sugo ovunque. Chi avrebbe mai detto che un corpo umano in caduta libera poteva fare suonare così. Persino il gorgoglio del suo pranzo che gli risaliva l’esofago e si schiantava a terra era più piacevole, nonostante l’odore nauseabondo. Una volta buttato fuori tutto, si sentiva già meglio, anche se un pizzicore sulle guance gli suggeriva di essere un po’ più pallido del normale. Quirino Misici insegnava il sassofono e il clarinetto, per quello che ricordava. Chissà se le sue dita nodose, abituate a muoversi in fretta e piegarsi sui tasti degli strumenti, si erano spezzate nella caduta. Arrivò a casa alle cinque. Heisenberg doveva essersi nascosto da qualche parte, ma aveva sicuramente di nuovo dormito sul tavolino, perché ci aveva lasciato dei peli. Il gatto si sarebbe sicuramente fatto vedere quando aveva fame. Nikolaj gettò via la giacca contro lo schienale della sedia, si tolse in fretta la camicia e asciugò in bagno il velo di sudore che si era creato sul suo corpo dopo la camminata. Poi, a torso nudo, si gettò sul letto matrimoniale di schiena e si mise a fissare le pale immobili del ventilatore appeso al soffitto.
  25. Blame

    Nikolaevka, Capitolo I, parte 1

    Posto qui l'inizio di un progetto nuovo, ancora tutto da rivedere. Ho spezzato il capitolo perché sforava ampiamente gli ottomila caratteri, per quanto così perda molto degli "avvenimenti". In compenso ci sono molte parti che probabilmente possono essere tagliate o saltate a pié pari, ma ve lo consegno così anche per vedere consigli/reazioni e commenti di ogni genere. Recensione: http://www.writersdream.org/forum/topic/18798-il-lupo-infernale/?p=327932 1Sensazioni del mattino Nikolaj si scosse. Il telefono interno squillava petulante. Si guardò rapidamente intorno, ma tutto era come al solito: l’ufficio occupato e rumoroso, la luce del sole che entrava dalle tapparelle semi abbassate. Aveva la sensazione di essersi addormentato, ma una cosa del genere proprio non era possibile. Controllò il monitor del pc, che segnava le 12:15. A mezzogiorno alcuni dei suoi colleghi facevano una velocissima pausa caffè davanti ai distributori automatici e chiacchieravano del più e del meno, scambiandosi battute sarcastiche. C’era stato anche lui, come testimoniava il bicchiere vuoto di plastica sulla sua scrivania. Sforzò di ricordarsi di cosa avevano parlato. Il Bencini si era vantato di aver fatto colpo su una delle relazioni col pubblico la sera prima. Gli altri avevano fatto i soliti commenti. Qualcuno si era lamentato delle consegne. Lui aveva selezionato il diciannove sul tastierino numerico della macchinetta e se ne era tornato tranquillo alla sua postazione, con un mokaccino bollente tra le mani. Tra la fila, il tempo che il distributore impiegava a erogare il caffè, e le solite chiacchiere, non potevano essere passati meno di dieci minuti. Che si fosse assopito e risvegliato in quegli ultimi cinque minuti di vuoto? Improbabile. Eppure si sentiva spaesato, proprio come se fosse stato buttato giù dal letto durante la fase REM. E quel maledetto telefono non accennava a zittirsi. Prese la paletta di plastica che serviva a mescolare lo zucchero nel caffè e la portò alla bocca, assaporando i residui di sapore rimasti sopra l’oggetto e mordendolo con i denti. Dagli altri cubicoli qualcuno cominciava a guardarlo storto. A quel punto capì che il telefono a squillare era il suo. Alzò la cornetta. Il piccolo display segnalava che la chiamata proveniva da un numero esterno all’azienda. «WeTech, servizio clienti. Come posso esserle utile?» Dall’altra parte, una voce anziana cominciò ad elencargli i problemi della linea internet di casa. Lui conosceva già la procedura. Iniziò a fare domande mirate, mentre in contemporanea compilava un modulo di reclamo sul suo computer. «A che velocità di banda va la vostra rete?» L’uomo dall’altra parte rimase spiazzato dalla domanda. Ripeté che internet era troppo lento. Nikolaj sospirò. Un altro caso di ignoranza informatica. Andando a spulciare l’elenco degli abbonati, venne fuori che l’uomo stava pagando per una linea veloce, un pacchetto a venti megabyte, ma il problema era che nella sua casa in campagna tecnicamente non era possibile attivare quell’offerta. Qualcuno della sezione marketing doveva aver raggirato un poveraccio vendendogli un servizio che non poteva realmente avere. Rassicurò l’uomo. Si sarebbero occupati del problema presto – in verità, non c’erano molte probabilità di soluzione – ma nel frattempo avrebbe potuto considerare l’ipotesi di passare a un piano meno costoso, per un minor numero di megabyte di connessione. Nikolaj scrisse nelle note del modulo: “Passare a piano tariffario inferiore” e lo inviò. L’uomo chiuse la comunicazione senza salutare. Non si offese. Il lato positivo era che il servizio clienti gli toccava solo poche volte. Il suo lavoro consisteva nel poter fare un po’ di tutto. Ogni tanto partecipava ai progetti della sua sezione – la sede italiana della WeTech, aiutava a sistemare i siti del colosso online, si occupava di risolvere alcuni bug di sistema, moderava i vari social network gestiti dall’azienda, raramente prendeva le telefonate. Il termine con cui si riferivano alle persone come lui era operatore. La verità era che si trattava più o meno di un tuttofare. A basso livello. La via di mezzo tra l’impiegato e il programmatore. Già era tanto se non gli facevano riparare le stampanti rotte o roba del genere. Con un gesto meccanico portò il bicchierino di caffè alla bocca, ricordandosi che era vuoto. Non c’era nessun motivo di negarlo: era un lavoro di merda, il suo. Nel grosso macchinario dell’azienda, lui appariva come rotella sostituibile. A ventinove anni, qualcuno si sarebbe aspettato che fosse più ambizioso. Il capo reparto gli faceva in continuazione discorsi sulla produttività, sulla responsabilità, sul merito. Il problema che a Nikolaj non importava essere produttivo. Non ne aveva voglia, oggettivamente. Le chiamate da servizio clienti erano noiose, si, ma il lato positivo del suo posto di lavoro era che non richiedeva molto impegno: si svegliava, passava il tesserino magnetico all’entrata verso le nove del mattino, faceva numerose pause caffè e mangiava qualcosa – in genere un panino, o un pranzo in scatola – per poi uscire verso le quattro. Quello che gli richiedevano di fare nel mentre era guardare lo schermo di un computer, sistemare qualcosa ogni tanto, intrattenere relazioni coi clienti, a volte prendere le telefonate, altre volte controllare interminabili righe di codice, ma nella stragrande maggioranza dei casi, poteva prendersela comoda ogni volta. Non era per pigrizia. Era per disinteresse. Viveva da solo, lo stipendio gli bastava; arrivare a una promozione gli avrebbe richiesto una fatica prolungata per farsi notare, e uno sforzo successivo dopo. Senza contare che non era sicuro di meritarsela: dopotutto, c’erano molti altri con idee migliori delle sue, e più preparati di lui. Dopotutto era abbastanza libero di fare quello che voleva. Non c’era bisogno di vedere la sua faccia incorniciata come impiegato del mese, come nei telefilm americani. Però, quella mattina qualcosa non gli andava a genio. Forse era per via di quei cinque minuti dopo il caffè che sembravano essere spariti dalla sua memoria, quel piccolo attimo di vuoto. Una sensazione che gli sollevava i capelli dietro la nuca. Iniziò a navigare il social network della WeTech, seguendo le segnalazioni degli utenti verso il materiale inappropriato da rimuovere. Era un lavoro che in genere lo divertiva – togliere link offensivi, bannare utenti dal comportamento aggressivo, usare il suo potere di moderatore per “migliorare” un po’ il mondo. Come un giudice che puniva i cattivi. La rete era piena della rabbia e degli insulti di piccoli, rabbiosi, stronzetti pieni di sé. Ovviamente, bannarli – ovvero impedire loro di accedere alla comunità e pubblicare altri contenuti offensivi – non risolveva il problema. Era una finta soluzione: alla WeTech importava solo lavarsi le mani del problema, non certo educare i cattivi utenti a essere persone migliori e non insultare. Quello dopo tutto era un compito dello stato, non di una società per azioni! Si trattava di fare pulizia, si, ma non togliendo la spazzatura: al limite, nascondendola sotto il tappeto, o buttandola fuori dalla porta in attesa che qualcun altro se ne prendesse cura. Seguì le segnalazioni degli utenti fino alle tre, aprendo la sua scatola del pranzo nel mezzo e mangiando il riso al curry che si era preparato a casa la sera prima. Alle tre e un quarto la sensazione di stranezza, che era stata per un attimo azzittita dal cibo nello stomaco – come se andasse di pari passo con la fame – ricominciò a farsi sentire. Nikolaj raccolse le sue cose, prese in spalla la giacca e uscì tre quarti d’ora prima del suo solito. Tanto valeva farsi una passeggiata fuori, approfittando del bel tempo degli ultimi giorni di settembre, e andare a casa prima a seppellire quella stranezza nel cuscino del suo letto. Prese l’autobus che lo portò in centro e scese in piazza della Signoria, decidendo che avrebbe fatto il resto della strada a piedi.
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