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Blame

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  1. Blame

    [Sfida 85] Scherzo della natura (1/2)

    Ciao sfidante Visto che Black ci ha dato il benestare, recensisco&commento. Mi è piaciuta l'immagine - abbastanza ironica - del diacono che fa finta di leggere il giornale, mentre in realtà guarda una rivista pornografica. Però contesto un po' la scelta di metterla come incipit. Non so bene spiegarti perché, ma iniziare a leggere un testo dove, nella prima frase, il soggetto è una rampa di scale che termina non mi dà il massimo del coinvolgimento. Ti sto facendo le pulci, ovvio, ma sono solo impressioni. In ogni caso leggendo piano piano ci si immerge lo stesso nell'atmosfera del racconto, per quanto l'inizio sia un po' traballante come ti han già fatto notare. Ma se è incrostata, come fa a essere brillante l'ottone? Forse è incrostata solo in alcuni punti? Anche questo è un dettaglio insignificante, ma mi è saltato all'occhio alla seconda lettura. Questa te la cito perché mi è piaciuta parecchio. è una di quelle frasi (insieme al diacono lanciato fuori dalla finestra) che fanno simpatizzare con Simon e strizzano l'occhio a chi ha una mentalità un minimo anticlericale come la mia (toglierei "un minimo"). Leggendo mi viene automaticameente da mettere la virgola dove ti ho segnato, poi non so se sono io. Un modo di dire che non avevo mai sentito, ci sta bene per esprimere la riverenza ostentata del diacono. Nota finale. Una volta capito chi sono i personaggi - Simon e il cardinale - e che il primo parla solo attraverso il carillon, tutto scorre liscio come l'olio. Gli inceppi sono solo nei primi paragrafi introduttivi, comunque. La cosa che ho apprezzato di più è forse il meccanismo con cui Simon parla: lo trovo l'idea più geniale del racconto. Sarà che lo steampunk lo conosco solo di vista, ma il carillon con i rulli scrivibili usato per sostituire la voce è un dettaglio azzeccatissimo. Tienilo da parte, in caso, perché come idea funziona. Altro: alla prima lettura l'insistenza del cardinale per la verosimiglianza della statua mi era sembrata eccessiva, ma in generale non ero riuscito a inquadrare bene il personaggio. Si capisce meglio nell'ottica che dai nella seconda parte, con la frase Non è necessariamente un male che sia così. Però semmai vorrai rivedere il racconto, potresti pensare a rifinire il cardinale. In questa parte Theodore sembra più un vecchio incline a grossi sbalzi d'umore che un individuo bieco e approfittatore (ok che poi quella sarà "solo" il punto di vista di Simon). ll sadismo viene fuori solo quando spezza il carillon, e considera che poco prima ha appena regalato una bottiglia costosissima al diacono. Ok, gli ha anche augurato di ammazarcisi, ma appunto sembra il comportamento di uno con grossi sbalzi di lunatismo. O forse era proprio questo il punto?
  2. Blame

    I'm a nightmare, a disaster. That's what they always said.

    Una signora presentazione. Ti lascio un saluto amichevole
  3. Blame

    [Sfida 85] Valvola di sfogo (2/2)

    Sono d'accordo in linea di massima con quello che mi segnali, a parte le due frasi sovracitate. L'espressione "da orecchia a orecchia" la trovo molto più evocativa, anche se in questo caso magari l'avrei potuta evitare visto che l'avevo già scritta una volta. Per quell'imperturbabile, riferito alla facciata, anche qui si tratta di gusti: mi sembra un buon modo di rendere l'idea di quei palazzoni trasandati di periferia. Poi non so, magari funziona solo per me. In un secondo passa dal pensare a portarle dei fiori e poi a evitarla mangiando fuori? Mah. Ah, ecco. Duke è un coglione schizofrenico? Pensa a quando l'ha picchiata e vuole abbracciarla? Adesso tornerebbe anche il discorso fiori-pub, ma sto solo facendo illazioni. Qui torniamo sul personaggio di Duke. Come dicevo in spoiler non sono affatto soddisfatto da come l'ho reso; la tua illazione sulla schizofrenia è giustificata, dopo tutto. Come "scrittoruncolo" dovrei lasciare parlare lo scritto, ma visto che lo scritto balbetta: quello che volevo mostrare è ipocrisia, è il "voltare lo sguardo dall'altra parte". La picchia quando è incazzato, ma la mattina dopo se ne dimentica non tanto per schizofrenia, quanto perché pensa che sia normale e minimizza. Quando viene messo davanti alla realtà, scattano i sensi di colpa. Quindi suppongo fosse una delusione buona, visto che non ti aspettavi la storia prendesse questa piega? Per la divisione, non ho potuto fare molto diversamente. Il dialogo con Delaine si aggira mi pare attorno ai diecimila caratteri, dovevo spezzarlo per forza. Mi fa piacere che tu abbia apprezzato l'idea di fondo, i personaggi e la trama in sé. Cercherò di migliorare lo stile, ma vediamo. Suppongo venga solo scrivendo, e anche tanto. In ogni caso grazie per le dritte e il commento. Per la dentiera, in realtà dovrebbe coincidere coi denti finti. Forse non ho descritto bene la cosa, ma il fatto che li tenesse in un bicchiere sporco mi sembrava sufficiente a descriverli come dentiera (e non come denti d'oro, tipo).
  4. Blame

    [Sfida 85] Valvola di sfogo (1/2)

    Ti ringrazio delle segnalazioni. Appena ho tempo ho intenzione di mettere a posto lo scritto, sono d'accordo con praticamente tutto quello che mi hai fatto notare. Come avrai visto ho un po' la tendenza a ficcare avverbi ovunque. Mi fa piacere che il criminale risutli più interessante di Duke, perché l'idea era appunto di creare una figura un minimo carismatica o misteriosa. Convington è invece tutto quello che sembra, ovvero uno stereotipo patinato di detective. Per il resto ci vediamo alla prossima parte - e ancora grazie per esserti preso la briga di correggerle tutte e due.
  5. Blame

    [Sfida 85] Valvola di sfogo (2/2)

    Commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/27393-la-fermata/?p=485473 torna alla prima parte «... qualche volta trovo un povero reietto che non riesco a salvare. Individui spezzati, fragili; posso aiutarli, ripulirli, dare loro un po' di conforto nei piccoli confini della mia chiesa.» Marq Delaine aprì la mano sinistra, esponendo il palmo verso l'alto. «Ma appena tornano nella vostra società, li distruggete di nuovo.» Il pugno destro impattò contro l'altra mano, simulando lo schianto di un martello. «Alcune persone arrivano da me troppo stanche, troppo deboli. Come passeri nati negli inverni gelidi. Dove tu vedi un barbone, io vedo un uomo che ha provato troppe volte. » Pausa. Poi sul volto del detenuto riapparve quel ghigno da orecchia a orecchia, quell'espressione di sicurezza che gli faceva voglia di sbattergli la faccia nelle sbarre. «E qualche volta anche una ricca pelliccia serve solo a nascondere i calci nelle costole.» «Cosa succede, allora?» Duke avvicinò il viso alla gabbia, ricacciando gli istinti violenti. Non valeva la pena di sfogarsi sul bastardo e togliergli quel vano compiacimento. Cazzo, stava praticamente confessando: o almeno ne aveva tutta l'aria. «Allora,» riprese Delaine con pacatezza «se non posso salvarli, posso risparmiar loro il dolore. Quando la droga ... è l'unico posto in cui possano rifugiarsi, io apro loro le porte alla nostra scorta. Perché si perdano in essa.» Spiegherebbe i morti d'overdose. Duke si ritrasse, un sorriso accennato agli angoli della bocca. «Molto bene.» Si alzò, allontanando via lo sgabello con un gesto del piede. Ci sarebbe stato altro lavoro da fare, ma già la conversazione costituiva una prima ammissione di colpa da parte dall'insopportabile bastardo. Era sceso nella prigione solo per vederlo sudare e, onestamente, infastidirlo: non si aspettava certo un risultato così. Si poteva dire soddisfatto: dopo aver condotto l'arresto, sarebbe stato anche in grado di ottenere un aumento di pena. Non riuscì a trattenersi: «Capisci di aver ammesso di averli istigati al suicidio, vero Marq?» L'altro non rispose. Il pugno destro si aprì, rivelando al suo interno la piccola sfera grigia. «Io non ho forzato nessuno. Mi ricordo dei loro visi, le loro espressioni; alcuni mi erano così riconoscenti che pretendevano di pagarmi per l'aiuto che gli fornivo. Qualcuno con quel poco che aveva, qualcuno con molto.» Duke lo ignorò. L'odio era sparito dalla faccia del prigioniero, che in quel momento sembrava perso nelle sue farneticazioni. Cominciò ad andarsene, percorrendo il corridoio asfissiante all'indietro. Quando fu arrivato a metà altezza, qualcosa cadde alle sue spalle. Si girò. Marq Delaine doveva avergli lanciato contro la piccola sfera che aveva in mano, che ora rotolava sul pavimento. Vincendo il disgusto iniziale, la raccolse. «Un'ultima cosa prima del nostro prossimo incontro, Convington» lo apostrofò il prigioniero, invisibile dietro il muro della sua cella «come sta tua moglie?» Duke sfregò un polpastrello sull'oggetto. Notò al tatto due buchi agli estremi opposti, come se la sfera dovesse essere attraversata da un filo. Ci ripensò solo molto dopo. Aveva dovuto fare rapporto, parlare con il suo superiore; nel frattempo l'entusiasmo si era un po' spento. Se non riuscivano a dimostrare l'istigazione al suicidio, in effetti, non potevano mantenere l'aggravante. Si sarebbero dovuti accontentare del possesso di quella quantità mastodontica di droga. Delaine negava che fosse sua, ma non avrebbe avuto importanza. In ogni caso aveva mandato Constantine a incalzare alcuni contatti che avevano avuto rapporti con la “chiesa”, aveva raccolto le idee, infine, era uscito in anticipo. Era salito al volo su uno dei convogli pubblici per tornare a casa; viveva in un quartiere residenziale a quaranta minuti di camminata, solo venti grazie agli sbuffi energici della piccola locomotiva urbana. Il suo palazzo lo aspettava, la facciata rossa scrostata e imperturbabile. Entrò. Come al solito i primi piani di scale erano permeati dalla puzza di cavolo bollito. Mise la giacca sotto braccio; nel farlo, il piccolo oggetto gli cadde di tasca. Lo raccolse. Doveva averci giocato durante il viaggio di ritorno, perché lo strato di fuliggine e sudiciume era venuto via laddove erano passate le sue dita. Sotto, la superficie era lucida e madreperlacea. Cominciò a macinare i gradini come una macchina, un fastidioso tarlo nella testa. Al pianerottolo del secondo piano gli venne in mente che Glory non l'aspettava a casa così presto. Avrebbe potuto comprarle dei fiori e farle una sorpresa. Ripensandoci, però, tornare a casa presto voleva anche dire ascoltare le sue fottute lagne per più tempo. Le sue dita si chiusero a pugno istintivamente. Ma ormai non aveva voglia di tornare indietro e cercarsi un pub. C'era da sperare che sua moglie non fosse dell'umore di rompergli le palle. Una rampa di scale dopo, la puzza di cavolo si tinse di una nota esotica. Al terzo gli tornò in mente quell'ultima domanda di Delaine. Aveva pensato che fosse una minaccia vuota, l'ultimo tentativo di infastidirlo. Non era strano che sapesse che era sposato: portava la fede al dito. Presa in una vera chiesa, quella. Arrivato al quarto riconobbe l'odore nell'aria. Gli riempiva i polmoni – aperti per via dello sforzo fisico – come l'acqua li riempe a un annegato. Penetrante, eppure piacevole. L'oppio dell'uomo folle, lo chiamavano. Duke fece l'ultima rampa saltando gli scalini a due a due, catapultandosi contro la porta del suo appartamento. Mancò tre volte il buco della serratura e finalmente aprì. Una nebbia sottile aleggiava nell'ingresso, strisciando languida dalla porta socchiusa della camera da letto. Un paio di pantaloni e di calzini spaiati lo fissavano dal pavimento. «Glory!» si sentì urlare. Sua moglie giaceva immobile sul matrimoniale, lo sguardo vitreo fisso sul soffitto, coperto da banchi di fumo. Era circondata da cataste di vestiti tirate fuori dall'armadio e poi abbandonate, lasciate sulla coperta come spoglie di guerra. Lei in compenso era quasi nuda, collant a coprirle le gambe e una camicia bianca da uomo aperta sul petto magro. Una delle sue. La puzza del manadd era quasi insopportabile. Duke guardò sua moglie e la muta accusa dei lividi bluastri sopra le costole sporgenti. Macchie nere sulla pelle chiara. L'altra sera … Avrebbe voluto gridare, avrebbe voluto abbracciarla. Ma le contusioni lo bloccavano. Lo guardavano. Erano una prova di cos'aveva fatto, una prova recente. Individui spezzati, fragili; posso aiutarli, ripulirli, dare loro un po' di conforto, diceva Marq Delaine, nella sua testa. Se non posso salvarli, posso risparmiar loro il dolore. «M-mi dispiace,» riuscì finalmente ad avvicinarsi, a prendere la testa di Glory tra le braccia. Le sentì il polso: il battito era lento, il respiro lieve. Evitò di toccare quelle macchie nere sul costato come se fossero peste. Per ogni contusione visibile dovevano esserci cento, mille nascoste all'interno del corpo e dell'anima di sua moglie. Scivolate. Cadute dalle scale. Una porta presa in faccia … «... io non …» La voce gli si rompeva. L'altra non sembrò badarci. Sul comodino, in un cassetto aperto, c'era la collana – regalo di qualche compleanno prima. Il filo era rotto e le perle rimaste erano poche, pochissime. Duke gridò di nuovo il nome di sua moglie, ma lei era lontana. Perché si perdano in essa.
  6. Blame

    La fermata

    Argh. Un peccato che sia solo un frammento e non ci sia di più da leggere. Scorre benissimo e i dialoghi funzionano. Hai la capacità di sintesi per riuscire a rendere in poche righe un pensiero o un'emozione, per cui nella brevità del testo il risultato è uno scorcio vivido di quotidianità. Forse qualcosa di più, perché le conversazioni casuali con passanti "subito estranei" difficilmente risultano così interessanti - il più delle volte non si arriva mai all'interazione tra due persone, ma si sputano fuori frasi di routine e basta. Il tuo frammento prende questa strada per arrivare a uno scambio più significativo, e restituisce uno di quei rari momenti di contatto, fuori dalla norma. Complimenti, perché certi commenti sono proprio densi di significato. Tipo "No, non capita.". Il finale con quel commento sull'ammazzarsi è un po' repentino, complice la brevità del testo. Mi aspettavo un minimo di ragionamento in più - preoccupazione, stupore - da parte della protagonista, ma forse non sarebbe stato nello stile del testo (o non era nelle tue intenzioni) "ricamarci" troppo sopra. Ho gradito comunque quel "Ma no, non dovete.", che sembra riprendere il "ho sposato mio marito, ma non dovevo" della signora con la faccia abbronzata. Niente da dire, la pecca è che si vorrebbe leggerne ancora.
  7. Blame

    [Sfida 85] Valvola di sfogo (1/2)

    Commento qui: http://www.writersdream.org/forum/topic/27992-sfida-84-invito-a-cena/?p=485430 Come amava definirlo il suo socio Constantine, il sotterraneo era un caldo buco d'inferno, le sue pareti con l'intonaco screpolato sempre umide e trasudanti affetto. Quel particolare microclima era dato dalla vicinanza con la sala caldaie; vicino alla prigione del commissariato c'era uno snodo di raccolta dei tubi per le servomacchine di tutti gli edifici sovrastanti. Duke si liberò della giacca e arrotolò ben bene le maniche della camicia. Il secondino annuì lievemente nella sua direzione. Ma forse quel movimento se l'era solo immaginato, un'illusione ottica data dal tremolio dei numerosi doppi-menti del grasso, pachidermico uomo. Dovendo restare là sotto era sempre in canottiera. Si assicurò di aver poggiato la giacca lontano dal bicchiere lercio in cui Bombolo – sicuramente un nome d'arte - teneva i denti finti. Avrebbe bestemmiato forte il cielo se l'acqua della protesi fosse venuta in contatto con qualsiasi oggetto di sua proprietà. «Faccio due chiacchiere col nostro ospite d'onore,» disse, tanto per avvisare. Attraversò ad ampie falcate l'unico corridoio del sotterraneo, illuminato a malapena dalle lampade a gas ma in compenso abbellito da una gradevole vista panoramica sulle celle. Ce n'erano cinque in tutto, ma in quel momento le prime quattro erano vuote. L'ultima – la migliore - ospitava il suo uomo. Si era assicurato che fosse messo lì. In quell'angolo, un tubo dritto dalle caldaie scorreva fuori dalle pareti, libero di irradiare calore e umidità, e occasionalmente uno sbuffo di vapore. L'inquilino della cella cinque stava aspettando il suo arrivo. «Marq Delaine» lo salutò, impregnando la voce di finta giovialità «Vedo che ti stai godendo il tuo soggiorno gratuito nella nostra piccola sauna.» Delaine storse la bocca, il naso, e tutti i muscoli del viso, in una smorfia repentina gradevole come un calcio nelle vergogne. La sua voce uscì fuori secca: «Non è quello il mio nome, Convington.» Il criminale non aveva colto l'ironia. Eppure la “sauna” doveva gradirla: i suoi lunghi capelli grigiastri erano fradici, dritti ai lati della testa, gli si attaccavano alle guance scavate o rimanevano a penzolare come i rami di un salice. Gocce di sudore cadevano in continuazione sulla sua faccia, seguendo la linea aspra degli zigomi. Ogni volta che una gli cadeva dal mento, un'altra spuntava sulla sua fronte, ricominciando a solcare il sentiero tracciato dalla prima. Delaine lo guardava con gli occhi infossati, in piedi con una postura sgangherata di fronte alle sbarre. Non poté fare a meno di provare una certa soddisfazione. Aveva visto criminali incalliti diventare docili come gattini non ancora svezzati dopo il giusto tempo in quella cella. E quelli che aveva visto non avevano l'aggravante di essere in astinenza da manadd. Agguantò uno sgabello e lo trascinò davanti alle sbarre, sedendosi comodamente di fronte al criminale. Finse un'aria innocente. «Eppure è così che è scritto, Marq, sui tuoi documenti. Non vorrai mica che io ti chiami … aspetta com'era … il Maya? Andiamo.» L'altro rifece quella smorfia, anche se stavolta si mostrò meno infastidito. «Sarebbe comunque incorretto. Quello è il nome che mi hanno dato gli sbandati, le anime della strada; preferirei il nome che mi sono dato da solo.» «Io preferirei avere una bella villa a Berley e ricevere il cavalierato dalla Regina» si fissò le unghie. Si sarebbe ingoiato la lingua prima di glorificare quel cazzone, facendolo il piacere di chiamarlo con l'epiteto che si era affibbiato. «Chi ti vendeva il manadd, Marq?» «Nessuno. Non ne ho mai comprato.» Duke sollevò le sopracciglia. «Devo supporre che te le abbiano regalate, tutte le dosi che abbiamo trovato nel tuo covo?» «Esatto.» Marq Delaine assunse un'aria di sufficienza, come se quella conversazione non gli interessasse. «Trentacinque fottuti chili, Marq.» «Erano scorte della chiesa.» Ignorò volutamente la risposta. «Era roba tua, Marq. Sai che già possedere così tanto manadd basterebbe a tenerti qui un bel po'? Se non fosse per tutte le altre schifezze che hai fatto, non staremmo nemmeno avendo questa conversazione.» «Schifezze? Non è perché vi ho disgustato che mi trovo qui. Ho visto come trattate le “schifezze” in questo paese: tolleriate che scorrano lontane dalla vista, basta che non sporchino i vostri viali.» Per quanto avesse evitato di dargli corda sulla Chiesa, evidentemente era troppo sperare che il criminale non gli facesse la sua fottuta predica. «Si chiamano fogne, Marq. A nessuno piace pestare la merda.» «No, non sono qui per quei poveracci che hanno fatto il mio nome né per il manadd. Sono qui perché vi faccio paura.» Duke rise, senza nemmeno bisogno di fingere ilarità. «Oh, andiamo. Ammetto che ti eri fatto un certo nome dei bassifondi. Ma non credi di essere diventato un po' egocentrico?» L'altro lo guardò fisso, in quegli occhi incastonati dalle pieghe del viso e della pelle. Poi fu lui a sorridere. La bocca gli si aprì quasi da orecchia a orecchia, mostrando una fila di denti sorprendentemente bianchi e puliti. Una rarità per un drogato. «Mi sono appena reso conto di una cosa.» Quell'espressione era particolarmente fastidiosa. «Ti sei deciso a dirmi qualcosa di interessante, Marq?» «Penso,» rispose, con lentezza deliberata «di si.» Marq Delaine si ficcò una mano in tasca, con un gesto lento e rilassato. Improvvisamente il suo atteggiamento e la sua postura non avevano più nulla dell'insofferenza di poco prima. Duke sentì la propria soglia di guardia innalzarsi. Per quanto fosse impossibile, si aspettava che il prigioniero estraesse un coltellaccio. Invece no. Le dita ossute di Delaine tornarono vuote, se non per un piccolo oggettino sferico, quasi completamente grigio e opaco. Niente che un carcerato dovesse avere, ma non era nulla di pericoloso. Forse si trattava di un componente caduto da qualche servomacchina. L'altro cominciò a giocarci, passandosi la piccola sfera negli spazi tra le dita. «A cosa pensi che mi servisse, il manadd?» «Oh, a delle belle serate con la tua cricca, senza dubbio. Ma devi dirmi tu cos'altro.» «Nessuno dei miei seguaci» iniziò, con deliberata lentezza «si fa. Io non lo permetto.» Notò che continuava a parlare al presente, come se avesse ancora controllo sulla setta. «E tutte le vostre scorte? Li facevi spacciare?» «Le consegnavano loro una volta intrapreso il cammino. La loro … droga. La loro e quella delle anime perdute che cercavano di trascinarli dentro di nuovo.» «Ecco come vi siete inimicati tutte le bande locali. Rubavate agli altri spacciatori.» «Non rubavamo, cercavamo di convertirli. Di salvarli. Con alcuni ci riuscivamo. Gli altri ...» Delaine sputò a terra. «Miseri sciacalli» sentenziò. «né migliori né peggiori del branco di cui fai parte tu, solo più stupidi e più piccoli.» Duke sentiva il sudore accumularsi sulla fronte e sotto la camicia, la cappa calda e umida della prigione che cominciava a sortire i suoi effetti. Al contrario di lui, il prigioniero sembrava galvanizzato dal rancore nel suo discorso. Niente di nuovo dai soliti vaneggiamenti sovversivi, ovviamente, ma poteva capire perché fosse stato a capo di una fiorente attività dei bassifondi. La sua “chiesa”. L'uomo aveva carisma e odio in proporzioni giuste da attirare a sé le fedeltà di schiere di poveracci e accattivarli alla sua volontà, come bulloni su un magnete. «E tu credi di essere migliore di loro, Marq?» «Diverso.» Il tono della risposta era definitivo, gli occhi infossati due monete grigie in fondo a un pozzo. «Noi non spacciamo. Non ci droghiamo. Se qualcuno vuole avvicinarsi al cammino, provo a sollevarlo dal suo tormento. Tuttavia ...» Parlami dei morti, bastardo. Andiamo. vai alla seconda parte
  8. Blame

    (Sfida 84) Invito a cena

    L'ho trovato un po' fuori fuoco. L'idea era carina, per quanto non fosse niente di nuovo (non prenderla come una critica, io reputo la maggiorparte delle idee "niente di nuovo". Certi concetti vengono ripetuti da anni senza che sia necessariamente un male). Perdi un po' nella resa. Innanzitutto, la premessa. So che già dal prompt della sfida un'influenza esterna doveva agire sul protagonista, ma trovo difficile da digerire (si, sto facendo un gioco di parole sulla fame) che un milionario accetti l'invito di uno sconosciuto. Per carità, non è importante perchè poi il racconto scivola nel surreale macabro, quindi è un po' fine a se stesso parlare di realismo. Tuttavia trovo che sia necessario un minimo, soprattuto nell'introduzione: questa mancanza iniziale cozza un po' con la tua caratterizzazione del protagonista. Come cercare di costruire una casa con fondamenta un po' traballanti. In secondo luogo, cercherei di ... nascondere un po' di più il finale. Già forse dal secondo paragrafo si inizia a pensare che ci sia qualcosa di strano nella villa (ma anche all'inizio, c'é qualcosa di strano nell'invito). Prendi quei quadri con i vari animali. L'associazione di idee è immediata: "si parla di una cena" + "qualcosa chiaramente non va" = il protagonista rischia di finire mangiato. Poi io avrei scommesso che venisse mangiato da altri e non da se stesso, ma riconoscerai che ho sbagliato di poco. In questo discorso rientra anche la scena del gattino che sale le scale con lui e si getta contro l'enorme passerotto. Qui l'intento simbolico è evidente. è impossibile non pensare che il protagonista, come il gattino, verrà mangiato. Poi magari il gattino doveva rappresentare la consapevolezza dell'uomo - impotente contro e annullata da - lo stimolo primordiale della fame cieca. Bella idea, ma anche qui migliorerei la resa, oppure toglierei del tutto. Perché anticipare? Probabilmente puoi dire le stesse cose nell'epilogo del protagonista senza "rovinare" la sorpresa al lettore. Se vuoi mantenere la scena, suggerirei anche di migliorare le reazioni del nostro protagonista. Sta girando di stanza in stanza e vede un gatto divorato, non senza dettagli macabri, da un passerotto sproporzionato. A me darebbe da pensare. Anche qui immagino tu possa obiettare che il genere era surreale, quindi forse dovrei spegnere io un po' il cervello: probabilmente siamo abituati/ci piacciono generi di surreale diversi. Il finale: mi è piaciuta la stanza forno. La funzione del porco non mi è tanto chiara, ma ci sta come "influenza esterna" e, se vuoi, pistola di Čechov. Come regola generale, ti consiglierei inoltre di limitare i punti in cui spezzi la narrazione per fornire giudizi o impressioni "dall'esterno". In questo caso il consiglio vale tanto di più, visto che in teoria il tuo narratore dovrebbe coincidere col personaggio stesso. Ti faccio qualche esempio: Assieme alla già citata ma, sopra a tutte: Queste frasi non sono il male di per sé, è che interrompono il narrato. In generale dobbiamo seguire il narratore nel presente, mentre ci racconta passo passo cosa succede, e poi staccarci per sentire un suo parere esterno su quello che gli stava accadendo. Per carità, dopotutto stai usando il passato e non il presente - per quanto assurdo il narratore potrebbe essere sopravvissuto e potrebbe fermarsi a fare queste considerazioni durante il racconto, ma anche qui l'effetto sarebbe quello di bloccare, svilire, annacquare l'efficacia di tutta la storia. "Mi sentivo come una merda, avevo perso ogni sentimento che rende umano l'uomo" è molto diverso dal dire "Mi sentivo una merda e non mi importava. Bruciavo, gridavo, volevo solo scendere più a fondo, bruciare di più, gridare di più." è un esempio abbastanza pessimo il mio, però in teoria il secondo dovrebbe essere più immediato, perché invece di raccontare quello che effettivamente succede in termini generali, racconta come il protagonista si sente in termini specifici. Io ho un po' la fissa di personaggi che perdono la ragione, per cui mi sono spesso trovato a scrivere di situazioni così: in genere mi diverto esasperando al'estremo i pensieri che magari si possono susseguire da ubriaco: una valanga di dati sensoriali e associazioni libere l'una dopo l'altra. Almeno se usi la strada della narrazione in prima persona. Liberissimo di dissentire, ovviamente: se ti va di parlarne sai dove trovarmi. Ci becchiamo alla prossima, spero di non aver esagerato a sottolineare alcuni concetti. Se sono stato pesante dimmelo.
  9. Blame

    Cosa state leggendo?

    Mi hanno regalato "Regina di fiori e radici" di Laura Maclem, lo inizierò a breve Qualcuno di voi l'ha letto/ha pareri?
  10. Blame

    Cosa state leggendo?

    Sto scoprendo "The player of games" che in italiano dovrebbe chiamarsi "il mondo di azad" o qualche cosa di simile per qualche mistero della traduzione. Un fantascientifico carino, anche se ci ha messo cento pagine a entrare nel vivo
  11. Penso che valga anche qui la massima "uno scrittore scrive meglio di quello che conosce". Ovviamente è impossibile conoscere "di prima persona" le esperienze vissute da qualcuno con una mente e un corpo diverso. L'unica cosa che mi sento di consigliarti è di parlarne con qualcuno (eh, lo so che non vuoi fare domande ai conoscenti, ma al limite penso che anche qui su WD ci possano essere donzelle in grado di darti una mano). Quando parlo di queste cose con la mia ragazza mi rendo conto che c'é un abisso tra quello che provo io e quello che prova lei, per esempio, e a livello emotivo/empatico molte cose non le capisco nemmeno. Parlarne però aiuta ad avere un minimo di conoscenza (che non per forza vuol dire comprensione al 100%). I romanzi di 50 sfumature non sono un buon esempio di niente ( a parte il far soldi ), quindi lasciamoli fuori asd
  12. Blame

    Hell's Bells - Lo schermo può rapire

    Si legge bene, mi verrebbe da dire breve ma intenso. Si va dall'inizio alla fine in un fiato ed è comodo a rendere l'idea del protagonista che sparisce all'improvviso, la velocità dell'evento paranormale eccetera. Solo, migliorerei un po' il modo in cui costruisci la tensione. Per metà racconto il tipo è lì che aspetta di entrare in chat, per l'altra metà è spaventato, in mezzo il salto è rapidissimo. L'idea della canzone che si "inceppa" sui rintocchi è molto forte, per carità, però il suo terrore immediato è un po' ... troppo veloce. Questo è il pezzo incriminato: letteralmente una frase prima il protagonista è solo infastidito dagli incovenienti - la canzone che non funziona, il collegamento che si interrompe - e reagisce in una maniera tipica dello stato d'animo in cui si trova, col pugno al lettore. Poi, una frase dopo, si alza col cuore a mille. Non è credibile, perché se accadesse qualcosa di simile nella nostra vita reale non ci spaventeremmo così velocemente. L'evento è strano, per carità, ma è un "segno rilevatore inquietante", ben diverso da uno "spavento immediato". Se cammini per strada e una creatura mostruosa ti si para davanti, hai lo spavento immediato. Se cammini e cominci a sentire un ticchettio sempre più forte di zampe di insetti, all'inizio non te ne accorgi, poi cerchi una spiegazione razionale, e poi ti spaventi. Se fossi stato io avrei pensato magari al campanile di qualche chiesa, oppure a una musica proveniente dall'esterno. Una cosa del genere: "Mentre aspettava che il collegamento ritornasse si accorse che i rintocchi di Hell's Bells continuavano troppo a lungo: la musica non attaccava mai. "Che cazz..." pensò mentre dava un pugno al lettore cd che si spense all'istante. Ma i rintocchi continuavano. Forse il parroco della chiesa vicina aveva fatto partire quelle fottute campane elettroniche per la celebrazione dei fedelissimi, o forse stava passando qualcuno con lo stereo a palla. Sì alzò di scatto. Quegli inconvenienti l'avrebbero fatto arrivare in ritardo all'appuntamento, e lo innervosivano. I rintocchi poi gli rimbombavano in testa insieme al battito del suo cuore. Accellerato, ma doveva essere per via dell'incazzatura. Tracannò mezza birra. Poteva essere che il pc avesse un guasto momentaneo." E poi la cosa del sangue, che pure è resa bene, mi piacciono le tre frasi nette in cui la rendi: sapeva di metallo - rossa come il sangue - era sangue. Nota ovviamente che il mio è molto un esempio lungi dall'essere perfetto, l'ho tirato giù così tanto per. Semplice e efficace la scelta del nick per "Boccarossa". Sembra la trama di uno di quei corti horror che daranno in tv stasera. Non lo intendo come insulto, ma proprio come sensazione.
  13. Blame

    Tracce - Cap I [p. 2/2]

    Doppio post, ma mi sono scordato qualcosa di importante. Non mi sei stato utile, mi sei stato utilissimo. Mi hai dato anche una buona spinta a continuare.
  14. Blame

    Tracce - Cap I [p. 2/2]

    Vero. Ci sarei potuto arrivare da solo, ma mi sono un po' impigrito recentemente. Cercherò di ricordarmene (di questo e degli altri consigli che mi hai dato nella prima parte). Direi ancora meglio: taglio direttamente quel "la interruppe". "«Tamimi, ne abbiamo già parlato. Non posso stare qui sempre. La gente - » «La gente ha sempre bisogno, Imeren.»" Dovrebbe essere chiaro che la sta interrompendo, perché ripetere? Anche qui ho corretto quanto segnalato, in generale. Per carità, ci sta la semplificazione. Le cose si dovrebbero ampliare e spiegare col tempo, possibilmente in un modo che non sia troppo un vomitare le informazioni sul lettore. (Oltretutto mi sono reso conto che tendo a mandare i miei protagonisti in villeggiatura in montagna. Sarà che i miei da bambino mi portavano troppo al mare? asd). In realtà questo stralcio accade dopo, parliamo di quattro-cinque anni, quanto successo con lo ierofante. Per la grammatica a correnti alternate, è un po' il mio problema quando scrivo. Mi fa piacere di aver imbroccato un paio di descrizioni d'effetto, soprattutto la scena di intimità tra i due che originariamente doveva essere descritta più nei dettagli. Poi ho deciso di tagliare perchè era veramente un pastrocchio. Se l'introduzione però è suggestiva, può funzionare da sola. True enough. O sono un genio nello scrivere o sei un genio nel leggere - o abbiamo le stesse basi culturali. Effettivamente volevo rendere il pg un po' come Gatsu, per quanto abbia un passato meno tragico. Pensavo anche di dargli dei rimandi nella descrizione fisica (un occhio quasi sempre socchiuso). Mi ha sorpreso comunque che tu abbia indovinato quando la descrizione - di tutto - è così embrionale; mi sono sentito lusingato. Se ti va di rispondere, vorrei sapere come ti sono sembrati i dialoghi. Nello specifico ho un po' il sentore di aver reso Dih'b troppo "lamentoso". Non che debba ricalcare lo stereotipo dell'uomo che non deve chiedere mai, ma neanche il suo opposto. Probabilmente è solo una mia paranoia. Dovrebbe essere un'avventura di medio-largo respiro. Il problema principale che visti i miei precedenti non so se riuscirò a gestirla. Per quanto riguarda il rilascio di spiegazioni, sto ancora pensando a come disseminarle nella storia in maniera naturale. Questo capitolo di incipit avviene prima di tutti gli altri eventi narrati, costituendo il "passato" della mia storia. Nella trama dovrei riuscire a ricollegarmi a quanto successo.
  15. Blame

    [ Il fu MI 1] Non aprire quel balcone

    Sono conteto di aver indovinato: se la conclusione era corretta evidentemente lo scritto è riuscito. Murakami o lo ami o lo odi, al limite poi fammi sapere. Condivido il punto di vista.
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