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Enrikus

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  1. Enrikus

    Poesia d'amore

  2. Enrikus

    Poesia d'amore

    Grazie Nerio, per averla letta e commentata con la solita perizia e ricchezza di annotazioni che rendono (come sempre) i tuoi commenti, spesso e volentieri più interessanti della poesia stessa. Come mi parer di aver già detto, non mi considero assolutamente un poeta, ne leggo troppo poca, e l'evidente deficienza di metrica deriva proprio da questo. Cerco di disegnare con le parole una sensazione che mi fa stare bene o male, a seconda dei casi, da profano. Comunque grazie di cuore per le belle parole e per l'analisi assolutamente corretta. @ Ginevra...
  3. Enrikus

    Poesia d'amore

    Commento http://www.writersdream.org/forum/topic/26803-il-destino-delle-superga/?p=471349 E dillo una buona volta che anche tu hai creduto di cadere dal piedistallo immateriale (indaco) sul quale ti ho posta. Se è di questo che stiamo parlando se questa è la materia del mio calvario meglio fare in fretta procrastinare l'oblio è pura incoscienza la ruggine dal cuore non si toglie con l'abitudine. Crollo da estraneo nel tuo bagno di sangue, cecchina dal cuore d'oro. Vivo l'attesa dello sfinito nell'ora indifferente della morte per uno strano gelo dell'animo. Arriva. Fai presto. Ho già comprato il sogno.
  4. Enrikus

    Il destino delle Superga

    Piaciuta e molto. E' una specie di lento Blues, che graffia dentro. §Il significato che le ho dato io è quello (e mi auguro di aver compreso bene) di un freddo non "metereologico" ma qualcosa di più intenso e pungente. Qualcosa che raggela dentro, che lascia senza fiato di fronte alla consapevolezza che tutto deve finire, prima o poi. Solo questo verso mi lascia perplesso. Suona bene, intendiamoci, ma il fatto che le cicale siano mute sotto la pioggia non mi sembra cosa strana, o no? Non mi addentro in tecnicismi in materia, né tantomeno intendo andare a documentarmi su internet, ma mi auguro che almeno tu ci abbia riflettuto prima di comporlo. La chiusa è bella nella sua semplicità. L'inizio della scuola può voler dire la fine di tante altre cose. L'estate, un amore, un tempo? Chissà. Bravo/a
  5. Enrikus

    L'uomo che raddrizzava il mare

    credo che un pronome sia di troppo. inzuppare non era meglio? Sono dovuto andare a vedere il significato. Giuro che non l'avevo mai sentito per? Francamente non vedo il bisogno di dirci il nome del ragazzetto nerd plurimilardario. Credo che l'abbiano capito tutti e subito. E comunque lo dici anche dopo. E' scritto benissimo, intendiamoci, ma non coinvolge. (almeno per quanto mi riguarda) Credevo che "raddrizzare il mare" fosse una metafora, e il nostro eroe alludesse a qualcos'altro che ci sarebbe stato svelato sul finale. Invece, da quanto ho capito, è proprio così: raddrizza fotografie che hanno come soggetto il mare? Io non sono affatto morto di curiosità o di voglia di sapere qual era il suo guadagno. Saluti!
  6. Enrikus

    Richieste abilitazione Narrativa over 18

    Sono più che maggiorenne purtroppo... Vorrei l'abilitazione.
  7. Enrikus

    Il castigo

  8. Enrikus

    Il castigo

    Grazie del commento Kirjava!!
  9. Enrikus

    Il castigo

    Mettere gli occhi addosso a qualcuno, di solito, significa guardarlo con particolare insistenza o interesse e, di norma, quando lo fai non hai gli occhi lucidi, ma casomai li tieni bene aperti. Solo andando avanti nella lettura, si comprende che gli occhi in questioni appartengono, per via della commozione che provano, a queste ipotetiche persone felici. Avresti potuto metterla in questo modo: Meglio che lo dica subito: gli occhi lucidi delle persone felici mi hanno sempre messo tristezza. L'impatto col lettore sarebbe stato assai diverso. Hai ragione, è senza dubbio migliore. Una avversativa introdotta dal "ma" andrebbe sempre preceduta da una virgola: tu, qui come praticamente in tutto il resto del racconto, ignori questa regola. Idem, come sopra, anche quando adoperi il "però": manca la virgola. Perché il punto e virgola? Non erano meglio i due punti, per creare aspettativa? E perché, parlando di Giacomo, di colpo passi al "loro"? Loro chi? Solo dopo, si comprenderà che parli della sua famiglia. Mi sento di dissentire. Ho sempre pensato che uno non debba essere per forza tenuto a dire tutto e subito. So che molti grandi scrittori non la pensano come me, soprattutto quelli di racconti, ma credo sia una cosa sulla quale si possa e si debba avere il libero arbitrio. A me non piace dare tutti quegli indizi nelle prime tre righe, tutto qui. Non lo ritengo un problema strutturale come può essere quello della punteggiatura, ma una scelta consapevole di chi scrive. Pure qui due virgole indispensabili per separare le frasi che tu ometti e il solito punto e virgola, che tuttavia in questo caso ci potrebbe anche stare. Tutto quello che ti ho fatto notare si trova in poco più di una dozzina di righe: un po' troppo per invogliare un amante della bella prosa a proseguire. Più avanti troviamo un'altra serie di leggerezze e di frasi, che possono essere interpretate in un modo piuttosto che in un altro, e che risultano piuttosto torbide. Anche qui, non è che sia proprio d'accordo. Una cosa è la prosa, altra (a mio parere) è la punteggiatura. Forse tendi a estremizzare il concetto di "scrittura" e metti tutto nello stesso calderone? E i libri di Celine pieni di puntini di sospensione? O quelli di Wallace quasi privi di virgole etc? Non mi sento di mescolare tutto. La prosa è quel modo di raccontare che è proprio dello scrittore che invoglia oppure no a proseguire il lettore. A volte, mentre leggo qualcosa che mi ha totalmente coinvolto non mi accorgo neanche più delle virgole etc. Per quanto riguarda la trama, se volevi renderci odioso il tuo viziatissimo protagonista, ci sei indubbiamente riuscito: per lui non si riesce a provare un minimo di simpatia umana. Mi sarebbe piaciuto che avessi spesso qualche parolina in più sul carattere del "poverello", Giacomo, che alla fine risulta davvero incolore. La parte di Giacomo non m'interessava affatto , volevo creare un personaggio odioso per il quale però sul finire si prova dispiacere. Personalmente, ma si tratta di gusti personali, non mi piacciano, siano essi buoni o cattivi, i personaggi a tutto tondo, perché li ritengo poco credibili, sia nella vita, sia nella finzione. Preferisco gli eroi che ogni tanto si lasciano andare a debolezze o i criminali che talvolta non riescono a nascondere la propria umanità. A rileggerti. Grazie mille del commento Alexmusic!!
  10. Enrikus

    Il castigo

    Personalmente apporterei qualche modifica a questa frase. Non mi convince il “cattivo sapore in bocca” che scende e si piazza nel petto. Cioè, come avverte il sapore giunto in petto? Forse sarebbe stato meglio limitare il cattivo sapore alla bocca e poi magari passare ad un nodo, che attraversa la gola e raggiunge il petto - che, da come capisco, si “trasforma in cupo tremore” e sinceramente è un immagine che non mi quadra. Insomma, riguarderei questa frase. Sì, be' ripensandoci, il sapore col tremore c'incastra poco. L'idea magari è stata resa, ma avrei dovuto usare altre parole. Molto bella questa parte, che esalta proprio la purezza e sincerità del protagonista. La sensibilità fanciullesca e un po’ egoistica spesso disarmante. Che poi, a pensarci letteralmente, in effetti quale sofferenza può essere maggiore di quella della perdita del proprio, unico amico? Mi è piaciuta molto anche questa. L’attaccamento a certe abitudini, a luoghi familiari, il dolore graduale che è peggio di quello improvviso. Molto tenero questo passaggio. Non solo il protagonista è convinto che Giacomo frignerà, lo ritiene automatico perché è quanto farebbe lui al suo posto. E forse è qui che la differenza tra i due amici si manifesta con maggiore forza. Insieme hanno condiviso i cartoni animali, le botte, i banchi di scuola e cene a base di pastasciutta, ma il contesto in cui sono cresciuti e di conseguenza i vizi che si sono potuti permettere, differiscono nettamente. E in modo netto diverge la loro maturità. Ti consiglio l’utilizzo, per i pensieri, del corsivo. Ammetto che nonostante il pensavo, essendo questa frase a ridosso del dialogo con il padre di Giacomo, sono dovuta tornare indietro a rileggere, per accertarmi di dove finisse il monologo interiore e cominciasse il discorso diretto. Giusto. In tutta franchezza non ci ho neanche pensato... Magari qui avresti potuto cercare una frase “ad effetto” per il padre di Giacomo, per quanto la dica lunga quel “ho il sospetto che sapesse benissimo il perché”. Toccante e molto. Si sente solo non soltanto per la partenza del suo migliore amico che non gli ha riservato neanche un ultimo sguardo, ma anche nel dolore. Forse, tutto quel baccano, il divano e la tv fatti a pezzi, erano proprio un richiamo per i suoi genitori. Invece no, dormono. Uno di quei momenti in cui si cresce. Sì, volevo trasmettere la solitudine di questo bambino, tanto ricco e fortunato ma anche così solo da potersi permettere di buttare all'aria il salotto di casa senza che nessuno dei genitori se ne accorga. Sono contento che quest'ultima immagine ti sia arrivata forte e chiara. Bravo! Grazie!!!
  11. Enrikus

    Il castigo

    Che è già una sorta di manifesto contro l'ipocrisia. C'è qualche incertezza, in particolare nella prima parte, quasi tu avessi faticato a prendere il ritmo. Te ne segnalo qualcuno. Andamento lascia qualche dubbio sul suo significato. Quantomeno io ci ho messo un tempo di troppo a capire. Completerei con “Andamento scolastico”, che è più immediato. Sono d'accordo. Ci ho pensato tanto prima di lasciarlo così. Non mi veniva nulla di meglio che spiegasse, ma "scolastico" in effetti, avrebbe risolto alla grande il dilemma. Non hai ancora introdotto la famiglia dell'amico, così sarebbe meglio sostituire “loro” con “suoi” Frase alquanto intorcinata. Cercherei un modo di semplificarla. Ecco, può bastare. In linea di massima cercherei di rendere il tutto un po' più scorrevole, acorciando le frasi e scandendole meglio. Ti ringrazio per averlo letto e commentato Nanni!
  12. Enrikus

    Il castigo

    http://www.writersdream.org/forum/topic/26575-xy-ovvero-delle-ambasce-indotte-da-un-incontro-inaspettato-e-della-speranza-di-riscatto-attraverso-un’ipotetica-progenie/?p=467733 Mi hanno sempre messo tristezza gli occhi lucidi addosso alle persone felici, meglio che lo dica subito. Io e Giacomo eravamo diventati amici almeno una dozzina di volte, abitavamo nella stessa via ma ci eravamo conosciuti soltanto a scuola. Neanche lui era particolarmente bravo però ci dava dentro più di me e il suo andamento era decisamente migliore. Questo mi mandava in bestia; era inconcepibile che uno nelle sue condizioni prendesse voti più alti dei miei e sulla strada di casa non perdevo occasione per rammentargli le loro umili radici, l’odore stantio della loro casa, la disoccupazione del padre, fino a inventarmi certi avvistamenti della sorella maggiore nella zona del porto, la sera. Ed erano botte, oh sì! Ce le davamo di santa ragione promettendoci a vicenda l’uccisione, augurandoci fulmini inceneritori e decessi famigliari. Quando avevamo finito di darcele raccoglievo lo zaino di terra e lo seguivo verso casa a testa bassa perché non potevo fare altrimenti; succedono molte più cose alle persone povere, e all’epoca mi sembravano tutte molto divertenti. Ero lì quando venne il sindaco a consegnare le chiavi dei nuovi appartamenti d’edilizia sociale. Suo padre aveva gli occhi più lucidi che avessi mai visto addosso a uno che non sta piangendo per via di qualche disgrazia. Sentii subito un cattivo sapore in bocca nel vedere quegli occhi, che poi prese a scendere giù, nella gola e ancora più giù, andandosi a piazzare al centro del petto trasformato in un cupo tremore: il mio amico se ne andava quindi, e con lui se ne andavano le botte, le minacce di morte, le perpetue riappacificazioni, ma soprattutto se ne andava quella finestra spalancata sulle tribolazioni che tanto m’intrigava. Quella sera implorai mio padre di fare richiesta per una casa del comune accanto alla loro. Vidi i miei ridere di sottecchi; la mia sofferenza era autentica ma non venivo preso sul serio. «Non ne abbiamo diritto» rispose mio padre «Quelle sono case che spettano alle persone che hanno avuto meno fortuna nella vita» disse proprio così “meno fortuna nella vita”. Usò una figura retorica per descrivere lo stato dei Costantini. E io allora? Poteva esserci al mondo uno più sfortunato di me, costretto ad assistere alla partenza dell’unico amico solo perché troppo ricco per poterlo seguire? Il trasloco durò due settimane esatte. Da dietro le tende della nostra cucina, ogni giorno, vedevo suo padre arrivare con un’ape sgangherata e caricarci sopra qualcos’altro. Non fu una sofferenza violenta e improvvisa la mia, no, fui costretto ad assistere all’espianto giornaliero di un pezzetto della felicità legata alle cose che in quella casa l’avevano generata: il divano mezzo rotto sul quale avevo riso come un matto guardando i cartoni trasmessi dalla loro vecchia TV, le sedie di cucina impagliate sulle quali mi ero seduto a dividere con loro la pentola di pasta che la signora Costantini portava in tavola con l’attenzione che si riserva alle reliquie dei santi. «Ne vuoi ancora Riccardo? » chiedeva con gli occhi lucidi di famiglia appena vedeva il mio piatto vuoto. Anche gli altri avevano finito ma non osavano avvicinarsi alla pentola a centro tavola prima che fossi stato rifornito io. «Certo, grazie signora!» rispondevo anche se non avevo più fame. E mangiavo, e mangiavo. Mi riempivo la bocca e mangiavo come un maiale mentre gli altri restavano immobili a guardare, come salici piangenti; che gente buffa i Costantini. C’ero anche il giorno della partenza vera e propria. Questa volta suo padre non arrivò con la solita ape sciancata ma con un’auto vera e propria. Non era granché, e paragonata al SUV di mio padre ne usciva con le ossa rotte, ma bastò a svolgere il compito di accogliere le ultime valigie e tutta quanta la famiglia. Io stavo immobile in mezzo alla via ad aspettare il momento in cui il mio amico Giacomo sarebbe corso verso di me frignando di non volersene andare. Invece a un certo punto, subito prima che partissero, vidi scendere dall’auto suo padre che mi venne incontro con gli occhioni cangianti e un sorriso storto sulle labbra. «Lascia perdere, eh» mi disse stropicciandomi i capelli «Non pensarci più, ti farai dei nuovi amici. È difficile da capire alla tua età ma noi andiamo a stare meglio, dovresti essere contento» Guardavo la testa del mio amico in mezzo a quelle delle sorelle sul sedile posteriore dell’auto che andava in qua e in là dal ridere. Ridevano e scherzavano tra loro pensando alla nuova casa, a una nuova vita lontano dalla nostra via, mentre io avrei voluto che morissero e basta. “Ti giri vero?” Pensavo “Girati brutto morto di fame, almeno saluta!” «Perché dovrei essere contento? » «Per noi che andiamo a stare meglio. Avremo una casa nostra se Dio vuole» «Sì certo, pagata da noi. Dalla gente che lavora come mio padre» «Anch’io lavoro se è per questo. Non è …» «Perché non si volta? Non mi saluta neanche? » domandai indicando l’auto. Il padre di Giacomo sollevò le spalle come per dire che non ne aveva idea, ma ho il sospetto che sapesse benissimo il perché. «Va be' senti, dobbiamo andare» disse poi «ma promettimi che non penserai più a noi. Mi ucciderebbe sapere che diventi triste ripensando a noi, eh? Me lo prometti? » Rimasi zitto e non promisi un bel nulla. Allora li avrei pensati ogni giorno! Ogni ora, ogni minuto, solo per farli soffrire d’ora in poi. L’auto si allontanò e il mio amico non si voltò mai. Non l’ho più rivisto. Quando rientrai anche mia madre mi stropicciò un attimo i capelli. A cena si superò: tagliatelle ai funghi porcini, pollo arrosto e patatine fritte a volontà. Mangiai fino quasi a scoppiare, e poi mangiai ancora e ancora. Più tardi, a letto, rimasi a lungo a guardare l’ombra prodotta dal lampadario sul soffitto senza riuscire a prendere sonno; sembrava avessi un animaletto dentro, qualcosa che si aggirava frugando tra stomaco e cuore. A un certo punto balzai in piedi spinto da un irrefrenabile bisogno di agire. Andai a cercare tra gli attrezzi di mio padre e acchiappai un cacciavite bello grande. Lo feci entrare ripetutamente nel divano del salotto tranciando in più punti la pelle lucida, poi mi accanii sulla TV da cinquantadue pollici graffiando e colpendo con la punta lo schermo. Alla fine ricordo che rimasi a lungo in silenzio, col cuore che mi batteva all’impazzata e il cacciavite in mano a osservare soddisfatto l’opera. I miei non arrivavano a sgridarmi nonostante il baccano, se la dormivano della grossa. Mi travolse come una piena l’idea che probabilmente ero l’unico sveglio in tutta la strada, forse addirittura in tutta la città: un bambino ricco e fortunato. Poi d’improvviso, senza avvertimento alcuno, arrivarono le lacrime. Piansi per un bel po' ricordo, in piedi al centro della stanza; un pianto strano, senza dolore, senza commozione, simile a un lungo spurgo.
  13. Forse la ripetizione è voluta ma a me non piace. Parolone. Io eviterei. Queste sono le uniche due cosine che non mi sono piaciute. Per il resto il testo è perfetto, io non ho trovato altro da farti notare. PEr quanto riguarda la storie, anch'io come Bradipi, ammetto di essere un po' confuso. Non ho ben capito di chi sia la voce narrante? Un x o un y? Prima sembra y poi X, quindi un po' di confusione? Comunque (a parte il piccolo particolare di non aver capito ) mi è piaciuto. Si legge facilmente e la punteggiatura è perfetta. Sapessi usare io punti e virgole come te... Si sente subito, dal respiro del testo, quando una persona sa fare uso della punteggiatura. Sembrano particolari, molti non ci fanno caso ma danno un sapore tutto particolari ai teesti.
  14. Enrikus

    L'ira

    Ti ringrazio per l'approfondita analisi. ( che mette soggezione per quanto è accurata ) Volevo trasmettere amarezza. Non sono un poeta, parliamoci chiaro (non ne leggo abbastanza e cerco di scriverne solo quando proprio sento la necessità) quindi gioco forza la forma non è mai quella più corretta. Accetto le critiche perché so fatte con cognizione di causa, e mi prendo volentieri i complimenti se sono riuscito a trasmettere qualcosa. Di nuovo grazie!!!
  15. Enrikus

    L'ira

    http://www.writersdream.org/forum/topic/26292-ultima-duna/?p=460622 commento Sogno d'essere assente come il grande sole oggi solo percepito dietro la coltre di nubi. Sogno d'esserci per sempre premuroso e nostalgico come un Dio d'altri tempi che ha smarrito la strada di casa. Sogno un me universale, persistente che riversa amore e dolore senza commozione alcuna attraverso la brumosa indulgenza del cuore o da squarci di gelo posati sull'anima. Come un buffet infinito di dolci amarezze, aperto a tutti.
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