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Eudes

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  • Compleanno 16/02/1976

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  1. Eudes

    [Sfida 13] Venezia - Vukovar

    Grazie Macleo, Kuno e Luca. Sì, l'ho scritto dedicando pochissimo spazio a un lavoro di rilettura, dato che non non ne avevo più il tempo. Ma non credete: se anche ne avessi avuto a sufficienza almeno la metà degli errori che avete notato gli avrei fatti lo stesso.  Come si colloca questo ovunque andassimo rispetto al tipo di viaggio che stanno affrontando?  In realtà intendevo nel complesso del viaggio, più che nella tratta finale. Probabilmente ho collocato la frase nel punto sbagliato. Comunque grazie a tutti per le correzioni, soprattutto a Luca, perché sento le sue considerazioni molto in linea col tipo di revisione che vorrei apportare.
  2. Eudes

    [Sfida 13] Venezia - Vukovar

    bella immagine, peccato come poco più su io avessi precisato che esiste una corriera che da Trieste porta direttamente a Vukovar (e confermo, ho controllato: passa una volta alla settimana, il sabato). In quel contesto, parlare di rotaie non ha senso. Come nel caso dei "quando" al posto di "quanto", mi sento stupido a fare errori così pacchiani. Niente, forse è il caso impari a editare seriamente i miei testi, senza ridurmi all'ultimo minuto, quando ormai sono troppo teso per accorgermi di qualsiasi refuso o incongruenza. Probabilmente la prima parte occupa più spazio perché essendo dedicato a situazioni che conoscevo davvero, mi sentivo su un territorio più sicuro. In effetti qualcosa ho tagliato, ma neanche tanto: sapendo di non avere abbastanza spazio, ho proprio evitato di scrivere alcuni passaggi nella speranza che il lettore potesse coglierli implicitamente. Forse tenterò davvero una versione di 16.000 caratteri, più bilanciata. Grazie per le correzioni, @Emy Almeno in questo caso, temevo il tuo giudizio più di quello degli altri utenti. Mi fa piacere che, al netto dei vari errori, sia rimasto tutto sommato positivo.
  3. Eudes

    Ciao!

    Mi ricordi qualcuno... Una che scrive mooolto di quanto vorrebbe far credere. O, forse, chissà, per qualche strano motivo non ne è ancora convinta. Benvenuta sul wd.
  4. Eudes

    Cuore di Zombie - I (Incipit)

    Commento Esistono città morte dentro, dove non si riesce mai a capire se siano in attesa degli eventi o di esalare l'ultimo respiro. Lo vedi dai negozi, dalla saracinesche arrugginite perennemente chiuse, dai manifesti deteriorati e che nessuno si è mai degnato di rimuovere; dalle insegne a cui mancano le lettere e l'illuminazione, e anche quelli aperti hanno vetrine spartane e i commercianti imbronciati, sembrano fermi a vent'anni fa. Guardi la piazza centrale e tutto quello che vi succede sembra episodico. Alcune donne, solitamente anziane, rincasano con il carrello della spesa; di tanto in tanto passa una macchina, mamme che spingono passeggini, tenendo per mano altri bambini; ragazzini di poco più grandi che giocano non lontano da casa. Qualche cane randagio si gode il sole, spaparanzato sul marciapiede. E poi ci sei tu. Ti sentiresti maledettamente fuori posto, se soltanto fossi viva. Ma viva non sei, forse in passato, almeno a fasi alterne, lo sarai anche stata. Ma di certo non lo sei più ora. Altrimenti saresti come tutte le ragazze della tua età a caccia di sogni, speranze e illusioni, a inseguire follie, amori e avventure o semplicemente il contatto con la gente. Non passeresti un minuto di più in questo posto dimenticato da Dio. Ma il problema è che Dio vi ha dimenticato anche te, morta pochi giorni fa per incidente stradale all'età di ventidue anni, né salita in cielo né condannata all'inferno; costretta a vagare sulla Terra per chissà quando, o chissà cosa. Da viva, eri bellissima. Da morta non lo sai, la tua immagine non viene riflessa e hai occhi per vedere gli altri, non te stessa. Sei immateriale, percepisci la tua vaga esistenza e poco altro. E allora eccoti qui, in un posto che dopotutto ti somiglia, in cui la vita è soltanto un'illusione tanto è vero che, a pochi chilometri, ci hanno costruito uno zombie-park. Praticamente, ai non vivi che già popolavano queste zone hanno aggiunto i non morti. Dell'argomento ne sai comunque abbastanza. Ne parlavi spesso con i tuoi amici, sulla possibilità di visitare lo zombie-park. Non una grande idea, devi ammettere. Gente che si illude di essere viva curiosando tra coloro che non sanno di essere morti. Lo facevamo già tutti i giorni e senza pagare il biglietto. Ricordi di aver letto sul giornale un interessante articolo del professor Luis Pico De La Ignacio Contubbaria, uno scienziato spagnolo dal nome troppo strano o semplicemente troppo lungo perché le sue teorie venissero prese sul serio. Parlava di differenza tra zombi e fantasmi. Era convinto che gli zombie restino legati agli oggetti, i fantasmi ai sentimenti. O si diventa l'uno o si diventa l'altro, in nessun caso si può essere entrambi. Ti chiedi se i fantasmi abbiano nemici e di quale tipo. Se siano i vivi, i morti o solo sé stessi. O se non sia, anche in questo caso, questione di scelte. Dalla vita nulla hai preteso, alla vita niente hai mai dato. Hai lasciato che il tempo scorresse affannandoti a subirlo, ingannarlo o semplicemente ignorarlo. Non ti sei mai ritenuta troppo giovane per morire, ma per pensarci sì. Hai incoraggiato gli altri a realizzare i loro sogni per non averne di propri. Non sono mai a buon mercato, così hai deciso che godersi l'attimo richiedesse meno impegno e tariffe più convenienti. Ma c'è un prezzo per tutti e prima o poi qualcuno arriva a chiederne il saldo. Non avevi previsto quanto alto potesse essere quello per i disillusi.
  5. Eudes

    La città dei fantasmi

    Ammetto di condividere tutte le perplessità di Ezbereth, e quindi probabilmente il mio commento non aggiungerà nulla di nuovo. Tuttavia ci provo lo stesso. A parte che dopo le virgole va sempre lo spazio, errore che riporti per tutto il testo, il principale problema di quest'incipit è che, come autore, non hai ancora deciso come narrare la storia, se in prima o in seconda persona. Se hai deciso di dare l'impressione che il narratore parli a sé stesso, può essere consigliabile la seconda persona. Tu sei vivo, sei morto? Non lo sai. Pensi che te ne accorgerai comunque, dopo... Vabbè, alla terza riga ho anche aggiunto un (non indispensabile) "comunque", perché mi suonava bene. Anche qui, secondo me si impone una scelta. O qualcosa si nasconde tra gli oggetti, e a quel punto "dal profondo del cuore" dà più l'idea di uno stato d'animo in cui non ci può nascondere, e sarebbe meglio sostituirlo. Oppure, potresti cambiare il soggetto, e il narratore affermare che sono gli oggetti stessi a guardarlo. Più o meno così: Gli angoli delle pareti ti guardano. I cassetti ti guardano. Le fotografie stesse sono diventate occhi che ti scrutano A prescindere da chi siano i soggetti osservanti, vivacizzerei il tutto con descrizioni più dettagliate: il colore delle pareti, la posizione delle fotografie, la disposizione dei mobili e dei cassetti. Come lettore, devi spingermi a entrare nella sua testa, e tanto più ci riuscirò quanto più sarai efficace nel descrivermi cosa lo circonda. Anche qui, tanto più riuscirai a rendere vivide le immagini quanto più sarai preciso con le parole: i tram sferragliano, alle onde puoi associare il fragore o qualche parola analogo, i rumori di appartamento possono essere di ogni genere, dalla gente che litiga all'acqua che passa per le tubature, passando per la musica a tutto volume del vicinato. gli ossimori in genere si fanno con due elementi. Qui c'è troppa roba. Già eliminando la parola "risacche" (es: scrosci di silenzi provengono dai punti morti delle stanze) l'effetto migliora. Così ti contraddici, se è sicuro che nessuno ha suonato, chi dovrebbe esserci? è stato l'effetto della pastiglia ad alterare tutto? Il problema è che, scritto così, a me resta un dubbio: la confusione nella testa del narratore è colpa della pastiglia o dell'autore? Riporta gli elementi secondo un ordine temporale logico: non può vedere l'ascensore finché non esce sul pianerottolo vuoto; non può sapere dell'ascensore vuoto finché non lo vede scorrere al suo piano almeno per un attimo. Se è caduto nella tromba dell'ascensore mentre quello continuava a salire, come si sono aperte le porte? E se si è ammazzato cadendo in quella tromba, per rendere tutto più credibile dovresti almeno esplicitare a che piano siamo. La sensazione che ho avvertito io è che il protagonista soffra di allucinazioni, prende farmaci o droghe che piuttosto che calmarlo aggravano la situazione, e che finisca per suicidarsi da solo, nonostante lui pensi che a spingerlo sia stata qualcuna dalle oscure presenze da cui si sente circondato. L' autore vorrebbe giocare col lettore lasciandogli il dubbio "ma quelle presenze sono reali o tutte inventate dalla mente del narratore?" ma il testo è un po' pasticciato e il risultato finale è, piuttosto, mandare il lettore un po' in confusione, lasciandolo col dubbio (che in effetti ho) se davvero abbia capito qualcosa di quello che ha letto.
  6. Eudes

    Guanto di Sfida

    Non ho la minima idea se io abbia scritto qualcosa di sensato, ma tanto in caso contrario questa volta posso dare la colpa a Marcello: se non fosse stato per quei 1000 caratteri in meno...
  7. Eudes

    [Sfida 13] Venezia - Vukovar

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/38880-eternamente/?do=findComment&comment=684566 Genere: Racconti di viaggio Tema: Guerra Campione: Joyopi Dall'alto un cielo purpureo riflesso sull'acqua dipingeva i suoi ultimi colori mentre i gabbiani stridevano felici manifestando la loro rumorosa libertà a un mondo ormai avvezzo a ignorarli. Alle mie spalle uno zaino, la stazione e la sensazione di essermi lasciato, finalmente, parte del mio passato. Di fronte a me uno degli scenari più suggestivi al mondo: il Canal Grande, la Chiesa di San Simeone Piccolo, la sensazione di avere l'intera Venezia ai propri piedi. Attorno, il brusio del mondo. Persone provenienti da qualunque angolo del pianeta parlavano, ridevano, scherzavano e mangiavano, facendo foto e amicizie lungo le ampie gradinate della stazione. Come me quasi tutti loro, non potendosi permettere i lussuosi hotel della città, avrebbero trascorso lì la notte. Mi sdraiai usando lo zaino come cuscino, dopo avervi estratto la coperta nella quale avvolgermi. Dovevano essere grossomodo le due, quando vidi una bionda non più giovanissima salire maldestramente le scale della stazione. Non avrei fatto caso a lei se, avvicinandosi, non avesse rischiato di inciampare ai miei piedi. «Signora, stia attenta!» gridai, assonato. «Per favore, mi aiuta? sono cieca.» Mi chiesi come avessi fatto a non accorgermene prima ancora di chiedermi cosa ci facesse là una donna cieca di mezza età, a quell'ora, sola. «Dove deve andare?» chiesi, evitando di fare altre domande, che pure mi frullavano per la testa. «A Vukovar.» Non avevo la minima idea di dove fosse. «Ma per stasera mi fermo qui. Sono stanca.» «Non ha un albergo in cui andare? O qualcuno che la venga a prendere?» «Non ho trovato nessuno disposto ad accompagnarmi, finora. Ma questo non mi fermerà. Non è la prima volta che viaggio sola, e di certo non sarà l'ultima.» Non avrei saputo come comportarmi, se non fosse stato lei stessa a proporlo: mi chiese se potesse sistemarsi accanto a me, l'indomani avrebbe trovato il modo di proseguire. Acconsentii. Aveva freddo, e le offrii la mia coperta. Rispose sorridendo che potevamo dividerla. Mentre io rimasi sveglio a contemplarne il viso col cuore che batteva impazzito, lei dormiva serenamente con la testa appoggiata al mio petto. Soltanto il giorno dopo, seduti al bar intenti a fare colazione mentre orde di turisti tornavano all'assalto della città, conobbi il suo nome: Iskra. Mi offrii di accompagnarla. Lo feci con intenzioni tutt'altro che nobili oltre per il fatto che la mia in fondo era una vacanza zaino in spalla, senza mete precise. Interpretai come un segno del destino che qualcuno me ne avesse indicata una. Arrivare a Mestre fu uno scherzo. Il problema fu proseguire, persino in quel breve tratto che ci avrebbe portati a Trieste fummo costretti a prendere corriere sostitutive, percorrendo in quello che mi sembrò un'interminabile lasso di tempo, una spola di stazioncine perse nel buio. Fummo costretti a sostare un giorno intero a Trieste, prima di poter prendere l'unico autobus della settimana diretto a Vukovar. Decidemmo di trascorrerla al castello di Miramare. Mi sentii un po' stupido, oltre che egoista, per aver portato una donna cieca in un posto stupendo, per quando stupendo, insignificante per chi non può ammirarlo. Ma a lei non importava, pensava che le persone diano troppa importanza alla vista, dimenticandosi degli altri sensi: in fondo, anche lei avvertiva il profumo della Storia confondersi quello del golfo che circondava le mura. Adorava l'Adriatico, l'odore di salsedine, il contatto con l'acqua. Riteneva il fragore delle onde melodia di consolazione da ascoltare a occhi chiusi. I suoi discorsi mi ricordarono mio padre, pescatore, che riteneva l'Adriatico un mare inquieto. Teatro di guerre sanguinarie, raccoglie un quarto del pesce che popola il Mediterraneo. Come se, dopo aver assistito inerme alle nefandezze che la follia umana compie lungo le sue coste, fa l'unica cosa che è in suo potere per aiutare un'umanità stremata a ricominciare: la sfama. Passai la notte nella stessa camera d'albergo, lo stesso letto, eppure neanche allora ebbi l'ardire di provarci. Ripartimmo il giorno dopo. Da Villa Opicina, sosta forzata per la frontiera, sembrò di entrare non in Slovenia ma in un altro tempo e in un altro spazio: pochi passeggeri, il dondolio soporifero del treno tra le rotaie e continue fermate nella bruma ad aumentano il senso di essere soli in direzione del nulla. Farsi raccontare dagli altri ciò che vedevano erano l'unico mezzo che Iskra aveva per capire da cosa fosse circondata. Ma persino quanto fanno gli stessi percorsi, occhi diversi raccontano cose diverse . Per questo, le sue orecchie custodivano la percezione degli sguardi del mondo meglio di chiunque altro. Non aveva grandi pretese, se non quelle di assaggiare, sempre, ovunque andassimo, prodotti locali. Mangiare era il suo modo di fissare i luoghi nella memoria. Durante una delle nostre infinite conversazioni, non molto prima di giungere a destinazione, mi chiese cosa sapessi delle guerre balcaniche. Avrei fatto figura migliore ammettendo la verità - assolutamente nulla - piuttosto che farfugliare giustificazioni sul fatto che fossero avvenute quando ero piccolo, un ragazzino a cui le descrizioni di epiche battaglie del passato assumevano più importanza delle fraticide lotte nei paesi confinanti. A quei tempi davo un'occhiata svogliata ai quotidiani, più preoccupato dalla possibilità che l'Italia potesse prendervi parte piuttosto che della brutalità dei massacri di cui leggevo. Quella guerra non mi apparteneva. «Vero, non era la tua guerra. Non era neanche la mia. Avevo vissuto oltre quindici anni in compagnia di serbi, croati, italiani, slavi e musulmani senza che mi fosse mai venuto il desiderio di sparare ad uno solo di loro, né prima né dopo. Anche quando ci bombardarono contro, pensai alla mia vita, non alla loro morte. No, hai ragione, non era la tua guerra. E quindi? quando vicino deve scoppiare una bomba, prima di poter dire se quella guerra è tua? Il mondo è un posto pericoloso non a causa di coloro che sparano, ma di coloro che si voltano, una volta appurato di non essere il bersaglio.» Passammo il resto del viaggio in silenzio. Nel tardo pomeriggio di quello stesso giorno, decisa a riannodare i fili interrotti della sua vita, i piedi di Iskra rimisero piede sul natio suolo di Vukovar, venti anni dopo l'ultima volta. Allora, la precipitosa fuga tra veicoli esplosi, ponti distrutti ed edifici bombardati a cui fu costretta dai suoi stessi connazionali fu pagata al prezzo di due fratelli morti, la casa bruciata e la vista perduta per sempre. Ancora oggi, quartieri distrutti si alternano a edifici e palazzi ristrutturati. Ad accompagnare Iskra in quel viaggio di ritorno un giovane laureato. Lei gli è rimasta nell'anima. Per i rimpianti, certo, di non averla mai baciata. E perché lei gli insegnato a vedere utilizzando i cinque sensi. Dono prezioso per uno divenuto oggi reporter di guerra. E per quella domanda che, da allora, lo perseguita: quando vicino deve scoppiarti una bomba, prima di decidere se una guerra è tua?
  8. Eudes

    Eternamente

    forse sarebbe più logico sostituirlo con "inseguendo" anche questa espressione, a circondar le valli, mi suona strana. Se si preferisce non utilizzare il gerundio, potrebbe andare bene anche un generico "intorno" aggiungerei una virgola dopo cascate, per non separare soggetto e complemento. E' probabile che questo tipo di incisi siano voluti, eppure credo che il testo non perdi poeticità, evitando forzature. In fondo spostando poco più in là la virgola dopo animale -> A giocar con la natura, ogni genere di animali posi lì, in mezzo a tanta bellezza mantieni un certo ritmo, e la frase suona meno ambigua. stai parlando dell'uomo, al singolare. La donna non è ancora comparsa nel tuo testo (anche se manca poco) e l'uomo di cui parli, si presume che, a quei tempi, fosse uno solo. Concludere il periodo con "donai loro l'anima", utilizzando il plurale è un errore, se non di sintassi, sicuro di logica. sembra un po' di parte, questa frase. Ma è probabile che se le donne avessero contribuito a scrivere la Bibbia, avrebbero scritto lo stesso, o quantomeno qualcosa di simile. trovo preferibile -> per ogni loro scoperta Ci potrebbe essere da ridire su questa frase (dal momento che in nome di Dio si sono compiuti le più orrende nefandezze). E del resto lo stesso Dio biblico, almeno dell'Antico testamento, è piuttosto vendicativo. Su questo sono d'accordo. Le marionette non le ha create Dio. Sono stati gli uomini a diventarlo loro stessi, spinti da pochi con talento da burattinai Se si intende "la grande, unica Verità", qualunque essa sia, forse ci vorrebbe la maiuscola. -> abili solo nel procurarsi dolore e sofferenza In un testo del genere, "popoli" e "uomini" sono quasi sinonimi. Tanto vale snellire. Insomma, al Dio misericordioso del Nuovo Testamento tornerà a sostituirsi quello dai modi più spicci del diluvio universale deciso, stufo dei nostri errori, a non ripetere più i suoi, lasciando qualcuno in vita. Una prosa poetica che forse avrebbe bisogno di maggior controllo, ma che tuttavia non mi è dispiaciuta. Un po' (forse troppa) retorica, e considerando che si fa riferimento alla Bibbia probabilmente era inevitabile. Però è un po' un limite, magari potresti ribaltare il senso di alcuni concetti espressi nella stessa Bibbia per dare al testo un guizzo di imprevedibilità.
  9. Sto leggendo manuali e saggi riguardanti il giallo. Cito i due più recenti: 1. Come scrivere un libro giallo o di altro colore di Hans Tuzzi: abbastanza inutile. Non entra nel dettaglio su come costruire questo tipo di storie, sembrano più riflessioni autocompiaciute si come si leggono i libri, prendendo ad esempio soprattutto quelli che ama l'autore, tipo Flaubert, Kafka, Dostoevskij roba così... 2. Giallo Antico di Danila Comastri Montanari: utile. Condito qui è là da un sarcasmo che a me è parso fuori luogo, descrive in maniera semplice e chiara come si costruisce un giallo ambientato nel passato. La prima parte è dedicata al lavoro di documentazione (da cui potrebbe prendere spunto chiunque voglia scrivere un romanzo storico), nella seconda si entra nel merito del genere dalla sua costruzione ai vari elementi che possano aiutare a "depistare" il lettore. E, anche in questo caso, credo siano consigli utili a prescindere, non solo a chi scrive gialli. Probabilmente a esperti giallisti il volume non dirà nulla di nuovo, ma per imparare l'ABC sul genere può essere efficace. Tra quelli letti finora sull'argomento, credo sia quello più convincente.
  10. Eudes

    Guanto di Sfida

    Per uno a cui già dicono che idea trame che "stanno troppo strette in 8000 caratteri" averne 7000 a disposizione è l'ideale... Vabbé, qualcosa ci inventeremo, al limite scrivo solo un incipit e poi dico che la storia in realtà è completa ma con finale aperto.
  11. Eudes

    Dialoghi in Cecità di Saramago

    Hubert Junior Selby. Narrativa completamente diversa, ma stesso espediente sui dialoghi. Nel caso di Selby una motivazione c'è: non potendo frequentare le scuole, fu costretto a "inventarsi' una punteggiatura tutta sua. Tuttavia gli editori notarono come, passato l'effetto straniante delle prime pagine, i racconti filava o ed erano anche molto belli (oltre che molto duri). E gliela lasciarono come cifra stilistica.
  12. Eudes

    Guanto di Sfida

    Ciao @Joyopi visto che il destino mi offre la possibilità di avere una rivincita, riservandomi lo stesso avversario che mi ha battuto lo scorso anno, ho deciso di giocarmela a condizioni simili a quanto accaduto allora, motivo per cui scelgo come campo di battaglia: -> Là narrativa odeporica, insomma I racconti di viaggio. E proprio per rivivere un clima simile a quello dello scorso anno non mi dispiacerebbe avere come arbitro @Marcello, sempre che lui abbia tempo e tu sia d'accordo. Mentre il tema spetta a te, mi sembra di ricordare. Ps: Ah, stavo dimenticando i complimenti per aver riconquistato il titolo (il primo a esserci riuscito, quindi in pratica hai messo un record che nessuno potrà più sfilarti)
  13. Eudes

    Buon compleanno AdStr!

    Ieri ero in tutt'altro faccende affaccendato, mi sono accorto solo ora che hai varcato i 30. Auguri, anche se in ritardo.
  14. Eudes

    Riviste che pubblicano racconti

    Intendevo questa, scusa:
  15. Eudes

    Riviste che pubblicano racconti

    Io direi di iniziare a leggere quest'altra quest'altra discussione e, se proprio non tratta ciò che stai cercando, di tornare qui a spiegarci perché.
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