Vai al contenuto

Frederico Abberlacchio

Utente
  • Numero contenuti

    4
  • Iscritto

  • Ultima visita

6 Seguaci

Su Frederico Abberlacchio

  • Rank
    Sognatore
  • Compleanno 30/11/1992

Contatti & Social

  • Sito personale
    http://ilmestieredelloscrittore.wordpress.com/

Informazioni Profilo

  • Genere
    Maschio
  • Provenienza
    Italia
  • Interessi
    Mi piace leggere, soprattutto Fantasy, Fantascienza, Horror, libri di genere Storico e contaminazioni fra i vari generi. Ecco, in ogni caso non mi formalizzo.
    Mi piace scrivere, anche se considerandola una professione, come zio Stevie insegna, non so quanto si debba metterla tra gli 'interessi'.
    Gioco a scacchi, gioco partitelle a calcio con gli amici e sono molto impegnato politicamente.

Visite recenti

1.684 visite nel profilo
  1. Frederico Abberlacchio

    Poco Oltre La Soglia

    il link al commento. Spero di aver fatto tutto giusto! http://www.writersdream.org/forum/topic/18030-gente-di-miniera/?p=312362 Il contadino si era alzato presto, molto prima del sorgere del sole. La sera precedente, nell’attimo di dormiveglia che precede il definitivo sprofondare nell’oblio, aveva deciso in un lampo che, non appena si fosse ridestato, sarebbe andato a esplorare la Collina. Così aveva fatto, dunque. Si era infilato le consuete brache di tela grezza, il poncho di cotone sul petto nudo, gli scarponi da vaccaro e, calcatosi ben bene un cappellaccio di paglia sul capo, era uscito dalla soglia di casa accompagnato solo da un bastone e dallo sguardo vigile del cane da pastore che gli camminava sempre al fianco. Il gregge, come ogni mattina, lo attendeva sull’altipiano di proprietà del Padrone, che aveva concesso al contadino una casa decorosa, un nodoso bastone da pastore e un lavoro: far pascolare le greggi su e giù per l’altipiano. Il contadino, come ogni mattina, avrebbe dovuto far muovere quelle pecore verso la valle incuneata tra le colline, senza mai procedere nella direzione contraria che portava alla Collina. Tuttavia, il contadino aveva deciso che quella mattina sarebbe andata diversamente. Erano ormai molti giorni che sentiva quelle voci. Sembravano salire dalle immense e tenebrose profondità della Terra, sembrava che il suolo stesso allargasse i suoi grani per far fuoriuscire l’osceno suono dalle viscere maleodoranti del suo nucleo nascosto. Quelle voci, quei suoni che richiamavano alla mente giorni dimenticati di putredine tremenda, sembravano esortare il contadino a salire verso la Collina che dominava la valle, piegando l’uomo e il mondo al proprio volere attraverso sussurri spettrali. Inizialmente, il contadino aveva tentato di ignorare quelle voci ctonie e oscene, tappandosi le orecchie con le mani e gridando sempre più forte, ubriaco, contro la moglie terrorizzata. A nulla erano valsi i suoi sforzi. Le voci sembravano giungere da profondità non eludibili dalla mente umana. Dunque, il contadino aveva semplicemente dovuto cedere. Per quel motivo, si calcò meglio sul capo il cappellaccio di paglia sfilacciata, strinse più forte il bastone e iniziò a inerpicarsi sulla Collina. La moglie del contadino, quella stessa mattina, si era svegliata, se possibile, ancora prima di lui. Aveva iniziato presto a riordinare la casa, perché entro un’ora suo marito sarebbe uscito per andare a far pascolare il gregge, e lei avrebbe dovuto, come sempre, badare al piccolo orto, messo in piedi moltissimi anni prima con grande fatica proprio dietro la piccola cascina. La moglie si era alzata, aveva mosso qualche passo incerto per testare la stabilità delle sue ossa – da anni, ormai, l’artrite non le dava tregua – e si era infine diretta all’uscio di casa, soltanto un momento prima che il contadino, con quel suo ridicolo cappellaccio di paglia calcato sulla testa, uscisse per andare al pascolo. Poco oltre la soglia, aveva girato a sinistra percorrendo tutto il perimetro della cascina ed era giunta nel cortile posteriore. Lì, non lontano dal ricovero degli animali, un odore di putrescenza e di morte l’aveva fatta barcollare, e per un momento le vertigini avevano avuto il sopravvento. Che strano, aveva pensato, questo odore non dovrebbe essere qui. Abbiamo costruito la latrina molto lontano dalla stalla. Allora perché questa puzza? Tutto a un tratto si era trovata per terra, e aveva urtato una grossa pietra incassata nel terreno. Nemmeno tu dovresti essere qui, aveva pensato la donna, chinandosi a osservare lo strano sasso che sbucava dal terreno: assomigliava alla mano di un morto che tentava di evadere dalla sua sacra tomba. La pietra aveva un che di innaturale, come se fosse stata intagliata da mani esperte, come se popoli antichi avessero voluto lasciare un messaggio inciso insieme ai solchi profondi che il piccolo masso presentava su tutta la superficie. All’improvviso, la moglie del contadino aveva scosso la testa. Non doveva lasciarsi incantare da strane apparizioni, da sensazioni terribili o pessimi presentimenti. Aveva molto da fare, e non c’era tempo di perdersi in domande o considerazioni. Con un brivido, si era alzata da terra e, fatti pochi passi, aveva aperto con mano malferma a causa della malattia alle ossa le porte della stalla. Si era affrettata a rimpinguare il fieno nelle mangiatoie delle bestie, aveva strigliato il loro unico asino da tiro e si era seduta su uno sgabello di legno, di fianco alla mucca, per tentare di mungere un po’ di latte dalle mammelle ormai avvizzite del magro animale. Era stato in quell’istante, di colpo, che le voci avevano iniziato a entrare in lei. La strada per la Collina era ripida. Il contadino ansimava, procedendo in linea retta lungo il sentiero incuneato in un immenso bosco. Attorno a lui gli alberi sembravano non avere colore e le loro fronde ghermivano l’aria come gli orchi delle fiabe della sua infanzia tentavano di prendere i figli degli uomini di città. Il cielo, azzurro fino a un momento prima, sembrava il ventre bianco e pulsante di vene blu di un qualche animale anfibio. Il contadino guardava fisso davanti a sé. Procedeva un passo dopo l’altro, senza voltarsi. Alcune miglia più indietro aveva consegnato il gregge a Valente, un pastore della zona che, il contadino lo sapeva bene, era uomo di fiducia del Padrone, chiedendogli di portare le bestie al luogo stabilito. Per quanto potesse sembrare strano, Valente aveva preso in consegna le pecore senza avere nulla da obbiettare. Perciò da qualche ora a quella parte l’unica compagnia di cui il contadino aveva goduto era stata quella del cane, che continuava a seguirlo da vicino, digrignando i denti e tenendo la coda ritta. Gli alberi continuavano a piegarsi da un lato, come sotto la pressione di un vento che il contadino non riusciva nemmeno ad avvertire sul volto: una macabra danza che lo assecondava nella sua ascesa. Il sentiero si faceva via via più ripido, ma l’uomo continuava a salire, sentendo la fatica ormai distante mille miglia. Infine, dopo ore di cammino, il contadino riuscì finalmente a raggiungere la sommità della Collina. La cima era scabra, spoglia tanto quanto le pareti erano state rigurgitanti della più strana vegetazione. La terra secca e arida scricchiolava sotto le suole degli scarponi del contadino, e i pochi steli di erba che timidi avevano osato sbucare dal terreno giacevano piegati su loro stessi, ingialliti e ormai privi di vita. Tutto il paesaggio comunicava una sensazione di desolazione. Sembrava che nulla di umano vivesse in quei luoghi da ormai migliaia di anni, nonostante la collina fosse soltanto a qualche ora di marcia dall’altipiano, e a un giorno, forse, dalla valle. Il contadino stette fermo un momento, assaporando il gusto dell’aria, poi iniziò ad attraversare lo spiazzo che costituiva tutta la cima della Collina. Al centro della spianata, come un grande occhio che scrutava fin dentro le più oscure profondità della Terra, uomini antichi avevano costruito un enorme e profondo pozzo. Era una struttura in pietra, con un diametro di svariati metri, per quanto il contadino, smarrito nell’estasi di aver raggiunto il luogo dei suoi desideri, non sapesse concretamente valutarne con esattezza la misura. L’erba attorno al pozzo, più rigogliosa rispetto a quella che cresceva sul resto della spianata, era di un colore bruno ed emanava un odore di marciume e putrefazione, come se un morto avesse giaciuto per mesi in quel punto, rannicchiato sempre nella stessa posizione. Il contadino continuò ad avanzare verso la struttura. Il suo sguardo era fisso sulle pietre sconnesse del pozzo, tenute insieme da malta nera e quello che sembrava essere sangue. Se l’uomo avesse guardato intorno a sé, si sarebbe accorto dell’oscurarsi del sole e dell’alzarsi di un vento forte, ma nulla, i suoi occhi rimanevano puntati sulla struttura, quasi che essa potesse volatilizzarsi se il contadino avesse interrotto il contatto visivo. Infine, dopo alcuni passi malfermi, il contadino raggiunse la struttura. Appoggiò le mani sulla pietra dura, sconnessa, fredda, e subito represse un tremito: il freddo del pozzo sembrava essersi espanso alle sue mani, alle sue braccia, a tutte le sue membra, toccando le più profonde corde della sua anima, tentando di reciderle con un paio di enormi cesoie arrugginite. Con uno sforzo sovrumano il contadino riuscì a rimanere ancorato al bordo della struttura e con un movimento lento, faticoso, gettò un timido sguardo oltre il cerchio di pietre, nel baratro più buio e profondo. Ciò che vide, quell’innominabile terrore che mai dovrebbe essere conosciuto dagli uomini, lo lasciò sconvolto. La sua gola emise versi gutturali, gli occhi si spalancarono sul nulla e vide infine sé stesso lasciare la presa, spingersi con un grande sforzo della mente di nuovo nel mondo dei vivi e correre a perdifiato via, lontano da quel luogo maledetto. Ormai da ore la moglie del contadino era seduta al tavolo della cucina, con le gambe al di sotto del tavolo, le braccia appoggiate sopra al piano di legno e la testa leggermente piegata sul lato destro del corpo rigido. Da ore, ormai, la donna ascoltava incessantemente le voci raccontare storie provenienti dalle profondità più oscure del cosmo, storie che narravano di terribili creature che avevano dominato la Terra anni prima, solo per poi essere confinate il luoghi remoti, in attesa di essere liberate di nuovo. Immobile, inespressiva, la donna beveva con la mente avida quei racconti sconvolgenti. Non si stupì, infine, nel veder entrare il marito dalla porta di legno della loro umile casa di campagna. “Io so ciò che hai visto” disse soltanto, rivolta al contadino, senza per quello cambiare posizione del volto o del corpo. L’uomo, in silenzio, annuì. “Tutto ciò che era stato detto, tutto ciò che abbiamo visto finora,” continuò la donna, “tutto, dunque, era vero.” Il contadino, sempre in silenzio, annuì di nuovo. La donna, con un movimento lento, meccanico, si riscosse e si alzò dal tavolo. “Le mandrie dei Baxter sono state le prime, si, le prime a essere perdute nella ricerca. I Baxter sono stati i primi. Poi sono venuti i Rojo, e hanno avuto la medesima sorte della famiglia precedente. Infine, noi.” “Il Padrone lo aveva detto” sussurrò l’uomo, che sembrava prosciugato di qualunque forza avesse abitato fino a quel momento il suoi corpo rattrappito. “Il Padrone aveva detto di non avvicinarci alla Collina.” “Il Padrone così aveva detto, dici.” La donna fissò i suoi occhi in quelli del marito, spalancandoli sempre di più. “Il Padrone ha mentito. Il luogo era maledetto, e sì, il Padrone temeva per il suo bestiame. Ma non temeva per noi, no di certo.” “Il Padrone ci ama…” iniziò a dire il contadino. “Il Padrone ci usa” replicò la moglie, posandogli una mano sulla spalla. “Questa mattina, io ho saputo tutto, attraverso le loro stesse voci. Sì” continuò, prendendo con una mano il mento del marito, “le loro voci mi hanno raggiunta, e finalmente so tutto.” Con un movimento lento, la donna iniziò a camminare attraverso la stanza. “Per primi sono venuti i Baxter. Il Padrone, come ha fatto con noi, li ha avvertiti di non avvicinarsi alla Collina. Ma loro lo hanno fatto. Se le loro mandrie hanno incontrato la morte, è stato perché si sono avvicinate a quel luogo maledetto. I Baxter, allo stesso modo, hanno incontrato la rovina, poiché sono stati scacciati dal Padrone.” La donna si fermò, fissando di nuovo il suo sguardo negli occhi del contadino. “I Baxter hanno sbagliato a portare le capre sulla Collina” rispose l’uomo. La moglie alzò una mano, con un gesto imperioso, per imporre il silenzio. “Lo so” disse, “e per questo hanno perso il lavoro. Sono dovuti fuggire da qui, come cani scacciati da un Padrone dopo averne attaccato le figlie. I Rojo, poco dopo, hanno subito la stessa sorte. Ed è stato a quel punto, quando si è visto costretto a licenziare anche la seconda famiglia, che il Padrone ha trovato una soluzione al problema. Mentre tu ti recavi sulla Collina, sì, pensa bene, quale strada percorrevano le tue greggi?” “La strada verso la valle” rispose il contadino, spalancando gli occhi. “le ho lasciate in consegna a Valente, un uomo del Padrone.” La moglie in tutta risposta si limitò ad annuire. “Sì, è così. Il padrone ha compreso che, per salvare le sue greggi, avrebbe dovuto offrire altra carne in sacrificio ai Grandi Antichi, a quegli esseri che abitano le profondità del nostro pianeta, e ha compreso che l’unica altra fonte di carne, nel suo altipiano, eravamo noi. Sì, noi, ed è per questo che ora, finché non usciremo, i Grandi Antichi attenderanno, poco oltre la soglia della nostra casa” concluse la donna, puntando il dito scheletrico contro l’uscio di legno, che tremava emettendo rumori terrificanti.
  2. Frederico Abberlacchio

    Ciao a tutti!

    Grazie per il benvenuto! Guarda, i Piccoli Brividi creano problemi già da soli figurati con le fiabe!
  3. Frederico Abberlacchio

    Ciao a tutti!

    Decisamente direi collegamenti causa-effetto con diramazioni libere in ogni scibile umano. Detto ciò, bisogna stare attenti che i collegamenti non siano senza date, o che non diventino una puzzolente accozzaglia di intersezioni tra fatti che non dovrebbero essere messi in relazione. O così, o finiamo in un libro di Farneti
  4. Frederico Abberlacchio

    Ciao a tutti!

    Infine eccomi qui. Ci ho messo un po', ma alla fine mi presento all'ingresso, un po' di tempo dopo aver suonato il campanello, purtroppo. Mi chiamo Davide, ho 21 anni, sono uno studente di Storia alla Statale di Milano, e faccio il pendolare ogni giorno verso quella terribile città partendo dal mio paesino, Laveno, che mi guarda partire adagiato sulla sponda lombarda del Lago Maggiore. Beato lui, che almeno può tornare a dormire. Adoro scrivere. Gestisco un blog in cui pubblico soprattutto racconti Fantasy, di Fantascienza, Horror e chi più ne ha più ne metta. Attualmente sto anche tentando di scrivere un romanzo, e diamine, almeno ci provo. La mia passione per la lettura e iniziata abbastanza tardi, quando andavo già in prima o seconda media, prima attraverso i libri della serie Piccoli Brividi (e chi non ci è passato!) e poi iniziando a leggere autori di romanzi storici e Fantasy. Mi sono invece avvicinato solo da pochi anni alla Fantascienza, scoprendo - ahimè! - un autore del calibro di Heinlein solo pochi mesi fa. Che dire, sono contentissimo di essere qui, e spero di imparare molto grazie alla condivisione dei miei lavori, ai vostri commenti e soprattutto grazie alla lettura dei lavori degli altri utenti. E, come sempre, sono stato troppo formale :-)
×