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Giuseppe Pedullà

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    Maschio
  1. Giuseppe Pedullà

    Figli

    Volutamente sincopata, aritmica proprio per sottolineare la miriade di cose e persone che ci attraversano la vita in bilico tra il lasciarsi trascinare dagli eventi o combatterli per poi soffermarsi svegliandosi dal coma vigile per scoprire improvvisamente di chi hai veramente accanto e che da valore alla vita
  2. Giuseppe Pedullà

    Figli

    Commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/20907-sindrome-di-peter-pan/ Colori, odori, suoni riempiono il mio giorno trasportati da corpi, carne animata; mi spingo, attraverso essi, controcorrente o più semplicemente ne seguo il flusso; in coma vigile mi scivolano addosso, d'essi posso farne a meno, non di te.
  3. Giuseppe Pedullà

    Sindrome di Peter Pan

    Estremamente curata nella scrittura e nella ricerca sistematica della rima correndo forse il rischio che ci si rimane invischiati, che si perda il concetto, lo si svilisca. L'ho riletta molte volte e devo dire che non hai per niente svilito il tema conduttore ma lo hai vestito, di un vestito elegante. Mi piace molto l'uso delle immagini che danno un senso di incompiuto ed in particolare la prima strofa la trovo davvero calzante. I cerchi senza sponda, il pozzo senza fondo, quasi a voler dire che forse il nostro posto nella vita non sappiamo quale sia. Ma non c'è solo tristezza e disillusione, c'è il saper cogliere le cose buone nell'inseguire quel posto che non c'è e quella sana voglia di essere "diversi" dal piattume continuando ad insistere e persistere nell'inseguire l'illusione ed i sogni. Gente che come Peter Pan non si fa mettere le catene addosso [...] senza che nessuno ci metta al mozzo [...] e che nonostante tutto ha ancora in se tanta voglia di "vivere" e di "sorridere" [...] le esili tracce di un sorriso [...] Nel messaggio finale, nella morte consolatrice, ci leggo tanta amarezza e rassegnazione nell'aver sprecato una vita a cercare di cambiare il "sistema" restando sempre giovani o, per usare le tue parole [...]dei vecchi abbiamo solo la stanchezza e la saggezza abbiamo dei bambini[...] che in fondo sono le due chiavi che ci servono. Stanchi delle solite cose e saggi per non mollare mai. Bella
  4. Giuseppe Pedullà

    Essenza

    Commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/18544-fratelli/ Di aridi paesaggi, assolati uniformi, gialli senz'ombre; Dell'orgia di colori, di bosco, autunnale; Del bianco, soffice, invernale; Di verde, profumato di campi; Di questo, Essenza, sei vestita; Di tempo e sorrisi, speranze e sogni, sei fatta.
  5. Giuseppe Pedullà

    Nuvole e petali di rosa

    commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/17875-cesare-pavese/ E' venuto fuori di getto, improvviso e per questo non ho avuto il coraggio di ritoccarlo... Il figlio del fabbro ha da sempre vissuto nella bottega del padre, il suo mondo, caldo come l'inferno era fatto di rumori: il martello che batte sull'incudine, il ferro appena uscito dalla fucina che viene lavorato dal maglio. Rumori, sudore e polvere di ferro dappertutto, sui vestiti, sul corpo e nei polmoni. Tutti in paese lo evitavano come la peste, forse per l'odore acre della limatura di ferro che si era impossessata della sua pelle e che, nonostante tutti gli sforzi egli facesse per togliersela via, non vi riusciva. Giorno dopo giorno gli si posava addosso, scurendola, costruendogli un'armatura invisibile con la quale si proteggeva dal mondo. Proteggeva se stesso e le sue abilità al resto del mondo. Il mondo si serviva di lui e lui si nascondeva, gli concedeva soltanto una delle sue tante virtù che possedeva, quella che giocoforza era costretto a mostrare. Eppure la bottega, nelle ore del giorno dedicate all'ozio, era meta di numerosi bambini che, incuriositi, lo ammiravano mentre creava oggetti da semplici barre di ferro. Quando le braccia erano troppo stanche per reggere il peso del martello, quando i suoi occhi erano esausti nell'osservare le minuscole stelle provenire dalla fucina, chiedeva al padre se poteva andare via. Il suo passatempo preferito era quello di scendere dalle ripide scale dei vicoli del paese, giù, fino al mare, dove finalmente poteva riposare le sue orecchie ed ammirare l'azzurro del mare ed il maestoso giallo del sole. Che colori splendidi, altro che il nero ed il rosso della bottega. E li, soleva tirar fuori dal suo fedele zaino, anch'esso reso logoro dal tempo e dal ferro, un libro dal quale le parole venivano via ormai a fatica, mischiate com'erano alle impronte delle sue mani. Anche i suoi libri portavano il segno del suo lavoro. Ma ormai poteva perfino leggerlo senza averlo in mano il suo fedele Moby Dick, tante erano le volte che lo aveva letto. Amava leggere e scrivere, erano le sue evasioni dal mondo. Fu in una di queste occasioni, quando leggeva a memoria il suo libro e fantasticava di trovarsi in mezzo alla caccia che si accorse di lei. L'aveva già vista, molto tempo fa, nella sua bottega, quando lui, giovane apprendista se la vide spuntare insieme al padre. Lo ricordava ancora quel giorno lontano, più per il padre che non vedeva di buon occhio una fucina nel centro del paese che per lei, piccola bimba paffutella, un casco di capelli ricci in testa e due occhioni pieni di stupore; era diventata donna ormai ed i suoi occhi sembrava fossero strappati dal mare. Le passò accanto, in spiaggia, ed in quel momento, lui Achab, ritto sul ponte della nave, arpione in mano, vi finì dentro. La caccia alla balena bianca, la nave, l'equipaggio e lui furono trasportati dentro i suoi occhi, e vi si perse. Achab, l'eroe che affrontava il mare e le sue insidie, lui, capace di dar forma al metallo non ebbe il coraggio di fermarla nè di dirle ciao. Era più abituato alle lotte epiche e a dar colpi di martello che ad affrontare una donna. Da quel giorno però Achab perì nella lotta, il libro fu tolto per sempre dallo zaino e perfino il martello pareva esser diventato uno strumento musicale. I colpi, gli stessi eterni colpi sul metallo, venivano inferti non soltanto per trasformare la materia ma anche per creare musica. E d'improvviso si mise a creare fiori di ogni foggia e dimensione, animali reali e fantastici, perfino gatti. Essere fabbri aveva pure i suoi vantaggi. Sapeva benissimo dove abitava, aveva fatto per il padre un enorme cancello ed aveva visto nel giardino un buon numero di gatti. Ma non sapeva molto di più e non si dava certo speranze. Dove l'avrebbe fermata, cosa le avrebbe detto, come avrebbe potuto far breccia nel suo cuore? Lui, un fabbro, un semplice fabbro, non Achab fiero e baldanzoso, non sapeva davvero cosa avrebbe dovuto fare. Il suo mondo, la sua vita e perfino il mondo che aveva sempre rifiutato di affrontare era cambiato. Tutto gli appariva inutile, senza senso, l'arpione si era per sempre perso nelle profondità marine. Non gli restava che il martello, ma davvero con quello poco avrebbe potuto fare per lei. Passarono mesi, lunghi, interminabili e le sue discese al mare non gli bastavano più, improvvisamente quello stesso orizzonte, quella immensa distesa foriera di avventure gli erano diventati funesti. Fu però in uno di questi giorni, quando il suo vascello scricchiolava pericolosamente tra le insidie, che prese una decisione. Decise di fare quello che aveva sempre nascosto ai più. Le scrisse. Si lo so, miei cari lettori, siete curiosi di sapere come andò a finire la storia. Neanche io, però, so come andò a finire, ho solo ritrovato da un rigattiere la lettera che il figlio del fabbro le scrisse e che era lui ne sono sicuro, per quanto si fosse sforzato le sue mani firmarono la lettera al posto suo. E' una storia vecchia, di tanti anni fa e qui nessuno più si ricorda del fabbro. Quello che posso fare per voi è leggervela e sperare, come so che farete voi, che alla fine Achab vinse la sua battaglia, perché vi assicuro che quel fabbro sapeva usare le mani per scrivere altrettanto bene quanto per plasmare il metallo e se l’enorme cancello è ancora lì allora, forse, il fabbro vi si trasferì a vivere per sempre. «La mia vita è sempre stata l’antro dell’inferno dove perfino Satana in persona ci resta il meno possibile. Nero pece e rosso fuoco sono i colori che mi avvolgono, polvere scura, sudore e rumori assordanti mi circondano. È la mia vita però, non l’ho scelta, ci sono nato e quello per cui ho sempre vissuto, lontano da tutto e da tutti. So che la gente mi ha sempre considerato un asociale, un disadattato ma in verità non è che io non volessi ma proprio non avevo altra alternativa. Vi fuggivo, da quell’inferno, ogni volta che potevo, scendevo giù fino al mare e lì restavo in compagnia dei sassi e del suono soave delle onde. E lì ti ho incontrata, sotto al faro ho incrociato il tuo sguardo e ti sono naufragato dentro. Non ho molto da offrirti, non potrò mai sperare in un tuo bacio, né darti la vita che meriti. Vorrei tanto essere un altro, uno di quegli uomini che sanno parlare alle donne, colto, educato e profumato ma non posso essere altro di ciò che sono, non posso cambiarmi, certo potrei indossare il vestito della domenica ma la camicia, bianca non lo sarà per molto. Vorrei tanto andare giù dalla bottega del sarto per farti creare un vestito tutto per te, o andare alla bottega del telaio per regalarti tovaglie mai tessute prima o ancora più giù dal falegname per farti creare un mobile solo per te o magari fermarmi alla bottega del caffè e sceglierti la migliore miscela mai creata, ma non so fare nulla di tutto questo. Io sono ferro, fuoco e rumore e non potrei portarti queste cose con le mie mani, né farmi prestare un paio di guanti bianchi. E poi chi me li presterebbe? E soprattutto chi li metterebbe alle mie mani? Tutti mi apprezzano per il lavoro che so fare ma nessuno ha mai provato ad ascoltarmi, a fermarsi un attimo e prestare attenzione alle mie parole anche perché, forse, era di nessuno che avevo bisogno prima di incontrarti. Io sono nero fuliggine, perfino la mia pelle ha indosso un’armatura e per quanto provi ad usare saponi ed oli profumati, non riesco a togliermi di dosso il mio lavoro. E tu non meriti questo, meriti altro, meriti meglio ed il solo accostarmi a te mi fa paura. Non mi basta più il mio lavoro, non mi basta l’affetto di mio padre che presto mi lascerà, non mi basta neanche il mare. Ho bisogno di te, dell’armonia che sprigioni, del benessere che mi doni quando passi davanti alla mia bottega, ho bisogno di altro, di una vita che sia tale, di una bottega magari sempre uguale ma piena di te, del suono della tua voce, del colore dei tuoi occhi, del calore delle tue mani. Sono qui, adesso, ed il suono che sento è quello del maglio che batte sul ferro, il colore che vedo è quello del ferro incandescente, il calore che sento è quello della fucina. C’è una cosa però che posso fare per te, solo per te, ed è mostrarmi per quello che sono capace di fare, mostrarmi a te e vorrei farlo al mondo, con te. Per questo ti ho preparato un vestito, certamente immaginario, fatto di nuvole e petali di rosa gialla e cucito dai raggi del sole. Io non so se mai tu lo vorrai indossare ma vorrei che almeno tu sia in grado di ascoltarmi e di scoprire come l’ho creato. Per farlo sono sceso l’ultima volta al mare con nello zaino un po’ di limoni e dei mazzi di rosa gialla. Mi sono lasciato andare immerso nel delizioso silenzio delle onde. Ho sparso intorno a me i limoni, ne ho usato il loro profumo per fare andar via l’odore acre del ferro ed il loro succo per lavarmi bene le mani. Ho afferrato le nuvole più belle, quelle più bianche, ho preso un lungo raggio giallo del sole e l’ho usato per cucirvi sopra i petali di rosa, uno per uno. Ne ho fatto un vestito, di nuvole e petali, degno di essere indossato soltanto da te, sulla tua pelle e solo per la tua pelle. Ho fatto questo vestito di rose perché mai nessuno potrà averne uno uguale e mai a nessuno rivelerò il segreto della sua imbastitura. Quanti sarti a questo mondo sono in grado di prendere una nuvola o di afferrare un raggio di sole? Questo sono io, questo so fare ed insieme al vestito mi vorrei donare a te»
  6. Giuseppe Pedullà

    Cesare Pavese

    La prima cosa che ho notato è stato il ritmo sincopato che hai dato alla tua poesia, del tutto priva di punteggiatura, come se ogni singola strofa fosse ed avesse vita propria, quasi forse a voler sottolineare il battito di un cuore, ed il silenzio tra un battito ed il successivo. Certo, dopo aver letto il tuo commento a Cicciuzza856 ho compreso che era proprio questa la tua intenzione. Di solito non apprezzo molto questo genere di componimento frammentato, ricco di pause e di silenzi tra una strofa e l'altra, ma devo dire che hai pienamente trasmesso ciò che volevi. Amara e profonda e che riflette con quel "e poi si allontana" l'eterna impotenza degli esseri umani di fronte alla morte che, appunto, non vede in faccia nessuno ma ci chiude eternamente gli occhi. A rileggerti
  7. Giuseppe Pedullà

    Sei

    Parto dal concetto che è sicuramente questo il mondo che ci circonda, non certo altro e sicuramente non di certo un iperuranio. L'ispirazione ed il concetto di base è la filosofia dello yin yang, degli opposti, ma degli opposti che comunque contengono al loro interno un "seme" dell'altro. Il gioco o la chiave di lettura che dir si voglia parte proprio da qui. Acqua e fuoco, giusto per fare un esempio, sono opposti, ma entrambi figli della stessa madre, ovvero, hanno al loro interno parte dell'altro..... Quindi piuttosto che fusione in un unicum come hai rilevato tu è un'unione anzi per dirla tutta la perfetta unione degli opposti, la simbiosi direi io, proprio quella che dovrebbe essere l'amore, non quindi visto come un luogo ma appunto come simbiosi di opposti
  8. Giuseppe Pedullà

    Maledette cicale

    commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/17711-on-mute/ Battono le elitre instancabili frenetiche; entra nel cervello il suono, e vorrei silenzio; mimetiche tra gli alberi, tendono l'agguato alla pace, tacete. Maledette cicale, tacete, tacete, non rafforzate il dolore; datemi piuttosto una voce, un abbraccio, un alito di vento che allontani la solitudine.
  9. Giuseppe Pedullà

    Sei

    Commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/17613-sottovento-stefano-olivieri/ Sei dove occhi e mani non saprebbero trovarti, dove le parole pur dette in mille linguaggi mi sono chiare, dove silenzi e attese uniscono anzichè dividere; Sei dove luce e ombra sono siamesi, dove acqua e fuoco figli della stessa madre, dove spazio e tempo misure antiche; Sei dove pelle e muscoli solo contenitori, dove infinitesimo ed infinito si confondono, dove le anime si incontrano padrone di tutto.
  10. Giuseppe Pedullà

    L'abbandono

    Hai colto in pieno il mio intento. Il brano vuole essere appunto un "canto disperato" per la perdita di una persona cara volutamente non delineata per far evocare al lettore proprio il concetto di perdita. Chi di noi non ha mai perso una figura a cui era particolarmente legato? Grazie
  11. Giuseppe Pedullà

    Mare nero, mare ne...

    Di morte si parla e lo si intuisce da subito ed il verso rivelatore è la terra che lo piange e lo brama. E' stato un pugno allo stomaco, tramortente e struggente. Unica piccola considerazione personale: un pò più di punteggiatura la renderebbe migliore... A rileggerti e con piacere
  12. Giuseppe Pedullà

    Solitudine

    Certo che si, era soltanto una mia opinione, lo trovo molto più musicale con una...
  13. Giuseppe Pedullà

    L'abbandono

    Commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/17634-solitudine/ Confesso che non è proprio il mio stile ma ci riprovo questa volta sperando di incontrare giudizi più magnanimi...... Ho lottato a mani nude difendendomi allo stremo ma la belva ha avuto il sopravvento, mi ha aperto il petto estirpandomi ragione e sentimento. Li ha portati ai suoi cuccioli, li ha nutriti con il mio sangue. I miei occhi non hanno nulla da vedere, le mie mani esplorano il nulla, le orecchie non hanno voci amate da ascoltare e sono solo rumori di fondo quelli che percepisco. Rumori che allontanano la vita, rumori che scandiscono il tempo di un altro giorno perso. Afferro vorace un libro nella speranza di tenere zitto il cuore. Le parole scorrono veloci, gli occhi ci nuotano dentro come surfisti, le parole si mischiano tra loro, spostate dalle bracciate degli occhi formando l’unico nome che non dovrebbero. Si riaprono le unghiate della fiera, sanguinano ancora. Fammi soffrire, soffrire per sempre ma donami soltanto un attimo di pace…..
  14. Giuseppe Pedullà

    Solitudine

    Prima di tutto una mia piccola e personale osservazione su "obbiettivi". Preferisco di gran lunga la versione con una b sola..... Non riesco a cogliere il senso della prima fase e più la rileggo e più mi pare distaccata dal resto. Per il resto ci colgo invece il senso di una solitudine "forzata" o indotta e sotto traccia un senso di impotenza. Molto bella la chiusura e l'immagine legata alle gambe ciondolanti. Manca sempre un pò per cadere o per dirla con parole tue a "spaccarsi il cranio sul cemento" e forse questo "pò" fa della solitudine la bestia dolce.....
  15. Giuseppe Pedullà

    Da cenere

    Unica cosa da puntualizzare è la punteggiatura (scusando il terribile gioco di parole); a mio avviso gli ultimi due versi renderebbero meglio se tra creatura e riprendo sostituissi alla virgola un punto fermo. Il ritmo acquisirebbe una certa lentezza che, suppongo, tu voglia esprimere per tutta la poesia e inoltre il punto darebbe proprio quella sensazione di ripresa del passo. Chi sorregge il mondo? Tu o il passo? Il verso ha un suo perché ma, in questo modo, interrompe la lettura perché ci si trova obbligati a rileggerlo più volte per coglierne a pieno il significato e chiarire quella leggera ambiguità. Per il resto la cadenza dei versi è azzeccata, lenta e singhiozzata come i passi lenti, come qualcuno che si ferma perché stanco. Ben fatto! Grazie innanzitutto, volevo dare a tuo beneficio e a quello degli altri lettori il significato che intendevo dare sul passo che sorregge il mondo: Il passo come terminale dell'uomo che sorregge il mondo, in fondo il peso lo si scarica sugli arti inferiori. Lento, ad indicarne la sofferenza e la fatica del sostentamento fatta con tutto l'essere ma scaricata a terra dai passi appunto. Relativamente alla punteggiatura alla fine la mia intenzione era quella di darne un ritmo più veloce proprio ad indicare la ripresa.
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