Vai al contenuto

aladicorvo

Scrittore
  • Numero contenuti

    77
  • Iscritto

  • Ultima visita

Su aladicorvo

  • Rank
    Sognatore

Informazioni Profilo

  • Genere
    Non lo dice

Visite recenti

2.315 visite nel profilo
  1. aladicorvo

    Do la mia autorizzazione

    Certo autorizzo tutto! Poi se, travolti dall'ammirazione, voleste farmi una donazione in petecchioni d'oro, sappiate che non mi opporrò in alcun modo.
  2. La butto là.

    Alla luce degli ultimi eventi, soprattutto considerando il trattamento subito da alcuni, senza nemmeno dare spiegazioni, se tutti, dico tutti, ce ne andassimo lasciando queste stanze vuote?

    Tipo flash mob alcontrario?

    Tanto una casa che ci aspetta l'abbiamo.

    1. Mostra commenti precedenti  1 da mostrare
    2. Marcello

      Marcello

      Dite che se richiedo la cancellazione dei miei 31.928 messaggi potrei metterli in difficoltà? :sorrisoidiota: 

  3. aladicorvo

    Sono intorno a noi, qualche volta siamo noi

    L'idea del racconto è molto sfiziosa e si legge con tale gusto che dispiace finisca così presto. Ci sono però alcune criticità che meriterebero una revisione. Adoro la prevalenza dei dialoghi: danno vivacità e plasmano personaggi e relazioni. In questo caso, però, non sempre ci riescono. Ad un registro formale , deliziosamente ai limiti del gozzaniano, si innestano modi ed espressioni che stridono Ottimo il gioco dell'attesa: La scoperta della rete di clonazioni si destreggia tra rivelazioni e incredulità che è un piacere. Ma quello che segue avrebbe meritato una struttura più solida, magari fino a un colpo di scena che invece non arriva. Per struttura intendo riferimenti più precisi a eventi o circostanze che, rivelate dal notaio, avrebbero spiegato le manipolazioni fino a quella estrema del controllo del mondo. Invece tutto si mantiene nel vago di una indefinita scalata al potere , punzecchia vagamente l'attuale malcostume e, altrettanto vagamente, giunge a ventilare addirittura una minaccia di morte, a cui però il nostro eroe reagisce in modo troppo tiepido. . Insomma, l'idea di fondo mi è piaciuta molto: l 'esercito dei cretini alla conquista del mondo, gli avamposti tettuti che fanno da quinta colonna e la sottile inquietudine di quel Sono certa che, se lo vorrai, saprai tirarne fuori un gran bel lavoro.Gli elementi ci sono tutti A rileggerti!
  4. aladicorvo

    [Sfida 36] Il mondo perduto

    @Silverwillow @ Emy, grazie! Anche io non sono un'affezionata del genere. L'ho scelto come sfida, anche a me stessa. Gratificazioni a parte, il vostro modo di leggermi è proprio quello che speravo di ottenere. Grazie.
  5. aladicorvo

    Cronache dal Pozzo dei Dimenticati

    Buongiorno a tutti. Chiusura funesta del Wd. Mi accodo alle doglianze e mi doglio pur'io. Vorrei però aggiungerne un'altra: quella per il Penna e Spada. Ugo1 ed io ci avevamo lavorato con amore, ma a parte il buon AdStr, che ha persino prorogato il termine, l'eroica Poeta Zaza che, come il profumo del caffé, quando ne hai bisogno c'è sempre e la sapida Mercy che non si tira mai indietro, il resto è stato silenzio. «Insensibile!» mi sono detta «Con quello che sta succedendo, ti pare si abbia mente e cuore per darvi retta?» Giusto. Ma poi vedo la pioggia di commenti che continua a scrosciare su Te lo do io il Natale. E mi dispiaccio. Non tanto per me, che da sociopatica raccolgo quello che semino, quanto per Ugo1che forse meritava più considerazione. Vabbè. C'est la vie.
  6. aladicorvo

    [Sfida 36] Il mondo perduto

    @Poeta Zaza sono felice che ti sia piaciuto. @ queffe @ mercy, severi ma giusti. Mi sono lasciata prendere la mano dal barocchismo steampunk, ho ingranato la quarta e il gran polverone non mi ha fatto capire che non stavo andando un granché lontano. Grazie.
  7. aladicorvo

    [N20-1] Presto scoppierà un temporale

    @Komorebi bello e terribile. Come il titolo che promette ansia e la mantiene senza mollare mai. Affascinante, geometrico.Tessitura che è pensiero strappato, contraddetto e alla fine negato. Non posso aggiungere niente altro che Ma quanto m'è piaciuto!
  8. aladicorvo

    [N 20-1] E invece qualcuno si fermò...

    @caipiroska e @Silverwillow Brave! Atmosfera, dialoghi, personaggi, funziona tutto che è una meraviglia. La chicca dell'uomo buono, devoto consorte, che pure ha qualcosa da farsi perdonare, messa lì quasi sottovoce. La zingara sulfurea di odore e di sguardo,come da regolamento. Tutto così godibile, misurato eppure vivace ,al punto che pure il ricordo della pupa mortaccina va giù che è un piacere. Senza contare la gratitudine di averci liberato dal ricatto morale della piccina, così obnubilata dagli stenti da piazzarsi là, dove è ben certa che niuno potrà vederla, e noi qua al caldo, a sentirci delle cacche. Roba che nemmeno la mamma di Bambi avrebbe osato. E allora via di Eppiend! Che si senta lei una cacca tutte le volte che a Natale incrocia un poverello, oh! Per tutto questo, e per la commozione a cui mi avete obbligato, chapeau!
  9. aladicorvo

    [N20-1] Siccità

    La cosa più preziosa di questo bel racconto è la resa dell'ambiente. Quel caldo che divora la terra te lo senti addosso mentre leggi, così come, nel finale, il boato, il vento e la pioggia. E quello che più mi ha incantato è che ci sei riuscito non solo con la cura delle descrizioni è sicuramente un gioiello, ma qui, come altrove, con il ritmo, che è respiro dei personaggi e dunque di tutta la storia. Imparo molto leggendoti. Grazie.
  10. aladicorvo

    [N20-1] Berenice

    @Edu concordo in pieno: hai messo il dito sulle sfilacciature della struttura, non solo rispetto alla consegna. Tuttavia, al disturbino ci sono affezionata e non so se avrei cuore di eliminarlo. Rispecchia la mia anima plebea e coprolaliaca che detesta le scimmie agghindate. Il problema è la centratura. I commenti severi, che sono i più generosi, me lo stanno insegnando. Resistere alla fascinazione proprio di quella trama di minuzie che alza un polverone della madonna e manda in vacca danneggia gravemente la fruibilità del testo. Grazie!
  11. aladicorvo

    [N20-1] Berenice

    @Befana Profana @ViCo @Emy (Uff! Sciopero delle tag?) felice che abbiate gradito il raccontino. La trama di minuzie, a cominciare dal disturbino, avrebbe meritato maggior cura, ma ero in modalità Cesso Siberiano a causa del Penna eSpada. e i neuroni superstiti hanno dato forfaiit. Grazie comunque. Di cuore!
  12. aladicorvo

    [N20-1] Berenice

    @Gianfranco P hai ragione, nel copia-incolla sono andati persi corsivi, punteggiatura un po' di altra mercanzia, avrei dovuto fare più attenzione. questo invece l'avrei scritto anch'io così, ma la treccani m'ha bacchettato. @Macleo, la vedova Sperelli è "molto esperta in quel genere di cose" la vedevo quindi come una specie di sensale. Comunque grazie a tutti, per la cura, per l'attenzione, di cui farò tesoro, e per gli apprezzamenti che, come dice @Almissima, ti salvano la giornata.Grazie.
  13. aladicorvo

    [N20-1] Berenice

    Per quEsto racconto ho dovuto seguire la traccia del pacco 12 : Il Dettaglio.... Puoi scrivere secondo il genere che preferisci, l'importante è che, all'interno del racconto, svolga un ruolo FONDAMENTALE qualcosa di piccolo, per molti trascurabile, e che questo sia descritto nel dettaglio e con precisione. Fu il 25 dicembre del 1878 che Pieralberto Marazzi di Sarnò, mio fratello, sedette per l'ultima volta a tavola con noi. Aveva finito il secondo piatto di lumache, cosa che il buonsenso avrebbe sconsigliato, visti i patimenti derivati da quello che in famiglia tutti chiamavano il disturbino. Si manifestò quando aveva dodici anni e non se ne liberò mai più. «È una fermentazione di origine nervosa, non c'è da allarmarsi» rassicurò il dottor Guerreri. Ma l'abbondanza di purghe e di clisteri a cui lo sottopose non sortì alcun effetto, se non quello di aumentare il nervosismo suo e di tutta la famiglia. Pieralberto era di aspetto gradevole e di carattere mite, sebbene la sua debolezza intestinale rendesse assai difficoltosa la frequentazione della buona società, ancorché di buono quella avesse ben poco. E così, per dignità e per avvilimento, egli risolse di guardarlo da lontano quel mondo che, dalla torretta della villa, col suo cannocchiale, gli si palesava come un'affascinante trama di minuzie, dai più ignorate, persi com'erano dietro alle mondane vanità. Si istallò lassù, deciso a non discenderne se non per qualche accidente grave. Fu con la malattia di nostro padre che si dovette affrontare la faccenda poiché, avendo io intrapreso la carriera prelatizia, non restava che Pieralberto a sobbarcarsi l'onere della successione. Vista la situazione, aggravata dai dissesti finanziari, ci si adattò a non andare troppo per il sottile e a prendere in considerazione la proposta della vedova Sperelli, donna molto pia e assai esperta in questo genere di cose. Così conoscemmo la signorina Berenice Viganò, forte di fianchi e di pelo, incarnazione peculiare del concetto di bellezza mediterranea. E il fatto che non dovesse districarsi tra una folla di pretendenti, ci parve garanzia di moralità, per altro ben accompagnata dalla cospicua rendita derivata dagli allevamenti di capre e vacche della sua famiglia. Le cose vennero fatte a modo, così che nessuno ebbe a sparlare di quella che fu per tutti una transazione piuttosto vantaggiosa . Pieralberto scese dalla torretta, fugando così ogni maldicenza intorno a un giovane che disdegnava la compagnia femminile, e Berenice ebbe finalmente accesso a quella parte dei salotti dov'erano le maritate, a testa alta, visto il blasone, e autorizzata a discorrere sulle cose del mondo che una signorina, per decenza, mai avrebbe dovuto nemmeno conoscere. Furono giorni quieti. Fino a quel pomeriggio di ottobre. Giunsi alla villa per un saluto, prima di proseguire per l'eremo di Linguaglossa. L'eco del disturbino di Pieralberto mi condusse in biblioteca dove sedeva con il volto cupo. Si rigirava tra le mani qualcosa e sospirava. Appena mi vide tese il braccio per mostrarmelo. «È fieno» disse. «E dunque? Non è cosa rara, siamo in campagna.» «Era sul cuscino di Berenice.» Ci volle del bello e del buono per convincerlo che il vento d'autunno può fare queste cose, che Pietro, il giardiniere, aveva già una moglie a cui badare, che era troppo spesso ubriaco per insidiare quelle altrui e che, in tutta franchezza, la virtù di Berenice era comunque salva, giacché Madre Natura aveva pensato a farle scudo. Sembrò darmi retta e ci salutammo con la promessa che al mio ritorno sarei passato di nuovo. Invece gli impegni mi tennero lontano fino a Natale. Al mio arrivo trovai Pieralberto smagrito, pallido, ma in fin dei conti sereno. «Berenice?» chiesi. «Eccola.» Usciva dalla serra con le guance rosse, recando un vaso di ciclamini, più mediterranea di come la rammentassi. Ci vide, affrettò il passo, il cane le si mise di traverso, ella barcollò, le cadde il vaso e infine rovinò a terra con un grido acuto Restò così gemendo, giacché era evidente, vista la stazza, che nemmeno unendo gli sforzi saremmo riusciti a sollevarla, finché non accorse Pietro che invece se la caricò e, con un paio di scrolloni, la acconciò sulla schiena e la portò dentro. Quello che accadde poi sarà il mio cruccio finché vivo. Il dottor Guerreri, ormai canuto e di più che veneranda età, lì convenuto per il pranzo di Natale, entrò annunciato dal ticchettio del suo bastone. S'accomodò come potè sul bordo del divano e con due dita sollevò la veste di Berenice. Distolsi lo sguardo, sebbene certo che nulla di quanto si sarebbe palesato avrebbe mai potuto suggerire neppure l'ombra di carnali godimenti. Vidi invece il volto di Pieralberto trascolorare. Lo vidi boccheggiare e, forte e chiaro, ne udii rumoreggiare il turbamento. «Una banale contusione» dichiarò Guerreri riponendo la veste là, dove era meglio che stesse. «Saranno sufficienti impacchi con il ghiaccio e qualche giorno di riposo.» Le somministrò un calmante e la lasciammo riposare. Si desinò in silenzio, quasi che anche il Natale si fosse contuso insieme a Berenice. «Pieralberto, dimmi che hai?» gli chiesi quando fummo soli. «La calza.» disse e sulle prime non capii. «Non era dove avrebbe dovuto essere.» Continuavo a non capire. Gli lasciai sfogare tutta l'angoscia con gli occhi che mi lacrimavano per l'afrore. Alla fine lo pregai: «Andiamo in giardino, se non ti spiace.» E lì mi confidò di come fosse stato a lungo torturato dal desiderio di vedere il corpo della moglie, che a lui si concedeva raramente e solo al buio. Di come avesse praticato un foro alla parete tra le camere, di come ogni sera la spiasse e si fosse abbandonato a quel vizio in cui alla fine trovava assai più godimento che a possederne le carni per davvero. Tutto mi confessò, preda di quel tormento che lo squassava dentro e fuori, sicché benedissi l'idea che ci aveva condotti all'aria aperta. «La calza, però?» gli chiesi «Continuo a non capire.» «Stamane» disse serrando i pugni «la trasse da uno stipo insieme all'altra e la poggiò sulla dormeuse dove è solita disporre gli abiti. Stese la gamba e l'infilò così che vidi esattamente la cucitura che ne aveva riparato il danno. Era la calza destra, potrei giuralo.» chiuse gli occhi, strinse le labbra «Non così uscendo dalla serra.» «Vuoi dire che...» «Che la fedifraga la tolse, questo voglio dire!» gridò «E di fretta furia la rimise senza badare al dove e al come! Senza alcun rispetto per me, per sé, per la casa che l'accolse!» Il tradimento dunque s'era consumato. Povero fratello mio!Avessi avuto maggior considerazione di quel sospetto. E invece fui cieco e sordo: cos'avrà mai da dire un po' di fieno su un guanciale? Cosa il rammendo di una calza migrata da una gamba all'altra? «Dannato quell'inciampo e Guerreri che sollevò la veste e Berenice e Pietro e il mondo tutto!»gridava «Dunque tu l'ami?» chiesi incredulo. Pieralberto si fermò come colto di sorpresa. «Non lei» disse «Piuttosto il mio guardarla che, quello sì, m'apparteneva fino in fondo! Sapevi che ha un ciuffetto di peli tra le scapole? Certo no, io soltanto. E che, seduta, il ventre le nasconde il pube? Nessuno al mondo. Solo io.» Tornò a sedere col volto mesto eppure stranamente rischiarato «Non l'inganno, né l'animalesca trivialità del convegno, no, non è quello l'oltraggio, ma il negarmene la vista. Di quello mi sento derubato.» «Dovrai mandarla via» consigliai. «Me ne guardo bene» disse risoluto «Dovrà restituirmi invece tutto il maltolto!» Berenice venne da me redarguita e poi ragguagliata sul comportamento da tenere in seguito. Alla notizia che nulla le sarebbe stato tolto, se fosse stata ai patti, reagì con una sorta di grugnito compiaciuto, radicando viepiù in me la convinzione che la Provvidenza sia generosa con tutte le creature e che noi si debba fare altrettanto, specie con gli animali. Pietro venne ritrovato in un fosso con la testa fracassata. Dicerie malevole attribuirono alla moglie il fatto, sebbene là intorno ci fosse una quantità di pietre che, cadendo ubriaco, avrebbero sortito lo stesso effetto, cosa che permise al Sovrintendente di chiudere in fretta tutta la faccenda. Pieralberto risalì in torretta e si fece recapitare numerosi cannocchiali. Li dispose a ogni finestra, il più grande puntato verso la serra da cui entrava e usciva Berenice, variamente accompagnata. È ancora lì e lo so contento.
  14. aladicorvo

    [Sfida 36] Il mondo perduto

    La Marchionda Sbigazzi da Pettaluma veleggiava tra i detriti di Tauros. Nome lungo per una bagnarola interstellare, buono per coprire le crepe dello scafo tenuto insieme con lo sputo e grumi di magneto sparato col laser. «Attento!» Color vomito metallizzato, senza fanali, eliche a singhiozzo, il cargo Spalamerda aveva finito il giro e adesso puntava dritto come ci fosse solo lui. Balthus non riuscì a schivarlo. Strusciò la fiancata, fece una virata secca e lo lasciò a traballare nel gas. «Non dovrebbero farli guidare gli Sliper» disse stizzito «Si pompano dentro quintali di Friba, ma restano rincoglioniti lo stesso.» «E certo» fece Jasper «perché il signorino è un Aueik e si fa di TriNheril.» «Piantala. Mio padre era Aueik. Mia madre gli puliva il cesso e io sono andato avanti coi servizi sociali.» Andare avanti era un'esagerazione, ma su Tauros nessuno veniva abbandonato. Non ti avrebbero mai lasciato marcire nel sonno, ci cadevi dentro da solo. Come tutti. Il Sonno Nero non risparmiava nessuno. Ma il Consiglio di Stato a certe cose ci teneva: a ognuno le sue dosi, suddivise per tipo, secondo la classe di appartenenza. Il TriNheril. Purissimo, roba da ricchi, come gli Aueik. Li teneva svegli per settimane. Piuttosto corrosivo, ma quelli potevano permettersi anche l'Aurun che gli foderava le budella. Tutti gli altri erano Sliper e a loro toccava il Friba. Forniture regolari, come da tesserino magnetico. Restavi sveglio, ti squagliava il cervello, però solo dopo un ragionevole lasso di tempo, durante il quale potevi lavorare e fare il tuo dovere di bravo cittadino. Finché finivi al terzo livello, l'ultimo. Da Sliper a Narcolept era solo questione di tempo. E poi c'erano loro: Jasper e Balthus. Avessero seguito le regole, sarebbero diventati Narcolept da un pezzo. Per questo avevano deciso di tirarsene fuori e badare a se stessi. Non proprio contrabbandieri, piuttosto piccoli impreditori. Import-export di allucinogeni sintetici. Materiale di terza mano e tutto rigorosamente illegale. A suo modo, anche quello un servizio sociale. Amici da sempre, lo sarebbero stati comunque, questione di odore. Nella buona e nella cattiva sorte. Più nella cattiva ultimamente. Pallore, frasi sconnesse, sguardo fisso: i segni del Sonno Nero. Avrebbero tirato avanti insieme, a calci in culo, fino a mantenere la promessa: un colpo in testa al primo che finiva Narcolept. Nel frattempo si godevano la vita. Al Borea, la locanda dell'attracco18, dove potevi avere il miglior Friba in circolazione a quattro crediti. E se il rilevatore segnava rosso, Darjeeling scuoteva la testa sorridendo. «Offre la casa» diceva. E tu l'avresti amata per sempre. Come Jasper. «Lascia perdere» gli diceva Balthus ogni volta «Ne ha due e non te li darà mai. Né l'uno né l'altra» «Anch'io ne ho due» ribatteva l'altro. «Sì, ma nel posto sbagliato» Quella volta, però, Jasper tirò fuori uno scatolino rosso. «E' quello che penso io?» fece Balthus. Jasper annuì «Adattatore di compatibilità, ultimo modello. Non può dirmi di no.» «Sento puzza di guai» bofonchiò Balthus. «E grossi anche» disse Jasper improvvisamente cupo «Quello è fuoco! Attracca, svelto!» Del Borea non era rimasto granché. E nemmeno di Darjeeling. Qualcuno si era divertito a scarabocchiarla con l'acido prima di inchiodarla al muro. L'adagiarono delicatamente sul bancone. «Resta con me» le gridava Jasper «Resta con me!» Darjeeling non respirava quasi più. Fece appena in tempo a sussurrargli: «Te li avrei dati comunque. Sia l'uno che l'altra» e se ne andò con un sospiro. Un urlo selvaggio riempì la stanza. Balthus lo afferrò e se lo strinse al petto. Lo mise a sedere, raccattò una fiala di Friba scampata al massacro e gliela sparò in gola. «Meglio?» «Meglio un cazzo» ringhiò Jasper «Non può farlo.» «Chiunque sia, evidentemente può.» «E allora vado a spiegarglielo di persona» fece Jasper alzandosi «Vieni con me?» «Vengo dove?» chiese l'altro preoccupato. «Muovi le chiappe. Facciamo una visitina al Duca.» La torre si ergeva altissima e nera sopra un tappeto di baracche fatte coi resti di altre baracche. Strano posto per l'Aueik più potente di Tauros. «Non ce li ho chiamati io» diceva mellifluo «Sono loro che non sanno starmi lontano.» Interpretazione personale del concetto di Casa e bottega. Il motore della Marchionda tossì e sputacchiò tutto il tempo. «Vedi di far cabrare questa bagnarola» fece Jasper «L'eliporto del Duca è ai piani alti.» La Marchionda ci franò sopra con sconquasso di lamiere. I due portelli si alzarono come ali di scarabeo, Jasper e Balthus si tirarono fuori, dettero una sistemata alle tute e avanzarono impettiti. In una situazione normale la Security li avrebbe polverizzati col laser. Non accadde niente del genere. Un drone di cuoio e ottone sfarfallò verso di loro, li annusò lampeggiando e alla fine si fermò a mezz'aria. «Seguitemi, prego» disse con voce metallica e sfrecciò dentro. Percorsero sale e corridoi fino a un portale di legno e cristallo. «Il Duca vi attende» fece la vocetta del drone. E schizzò via. Nella sala, una quantità di bracieri accesi circondava un'enorme struttura di tubi e ingranaggi che azionavano un sistema idraulico collegato ad ampolle dove ribollivano liquidi giallastri. Al centro, un oblò e dietro, un volto pallido, tumefatto, totalamente glabro e immerso nel liquido pompato dalle ampolle «Benevenuti» disse gorgogliando. «Benvenuti un cazzo» ringhiò Jasper puntandogli contro il blaster. «Io non lo farei» disse il Duca «È liquido altamente infiammabile.» «Ha ragione» fece Balthus indicando i bracieri. «Mi serve per respirare» disse il Duca «l'aria di Tauros non è molto salubre ultimamente.» «Invece acido e chiodi fanno bene alla pelle, vero?» fece Jasper. «Ho saputo del Borea.» disse il Duca. «E ti dispiace, ma tu non c'entri.» «Ti sembrerà strano, ma è così.» Jasper guardò i bracieri, guardò la faccia dietro all'oblò. Tutto quello che sapeva lo aveva imparato da lui. Poi lo aveva fottuto. E questa era la cosa migliore che gli avesse insegnato. «Andiamo» disse a Balthus «Non ne vale la pena» e si avviò verso la porta. «Il Borea non era solo una locanda» fece il Duca «Era un centro di smistamento.» Jasper si girò «Non c'è un buco di culo, qui a Tauros che non lo sia» e poi a Balthus «Ti muovi?» «C'è in ballo un carico speciale. Molto speciale.» «Puttane spugnose farcite di TriNheril? No grazie. Stavolta non mi freghi» «La droga più potente che sia mai esistita. Mille volte più del TriNheril.» «Mille volte?» «Anche di più. Dipende dalla reattività di chi la prende» «E che fine ha fatto?» «Vedo che la cosa comincia a interessarti.» «Hanno distrutto il Borea e fatto fuori Darjeeling. Certo che mi interessa.» «Senza contare quanto vale. Non riesci nemmeno a immaginartelo. Ti metterebbe a posto la vecchiaia.» «Ah sì, così posso comprarmi un coso come questo.» «Se ti scoppiano fegato e polmoni, potrebbe farti comodo.» «Dov'è?» Un sibilo, un ticchettio di ingranaggi. Sotto all'oblò si aprì un otturatore e un fascio luminoso proiettò l'immagine di una distesa ghiacciata che si perdeva all'orizzonte sovrastata da tre sfere opalescenti. «I soli di Minerva» disse Balthus rapito. «L'hanno cancellata dalle mappe» fece Jasper «Non esiste più.» «Oppure è quello che vogliono far credere» gorgogliò il Duca. «Un laboratorio in quel cazzo di posto ai confini della galassia? Mi prendi per il culo» fece Jasper. «Direi piuttosto un giacimento. È lì da migliaia di anni. Scorte praticamente inesauribili, perché il materiale si rinnova da solo.» «Non mi torna il conto. Perché il massacro al Borea? Certo non per un carico solo.» Gli ingranaggi presero a muoversi e, da un lato, si allungò un braccio telescopico con un parallelepipedo. «Cercavano questo.» «Una scatola?» chiese Jasper «Le chiavi» disse il Duca «Potrai usarle se e quando sarai lì. Mi scuserai, una piccola precauzione.» Jasper lo guardò. Odiarlo gli dava sicurezza. Il Sonno Nero se li sarebbe mangiati comunque. Avrebbe dovuto mandarlo affanculo come aveva sempre fatto. Invece disse:«Va bene. Ci sto» e prese la scatola. «Bravo. E adesso fuori» disse il Duca « Questa brodaglia comincia a marcire. Non vorrei andarmene sul più bello.» Chiuse gli occhi e gli ingranaggi si rimisero in moto, gli stantuffi a pompare, il liquido a vorticare. Una botola quadrata si aprì nel basamento e, poco sopra, cominciò a fuoriuscire una poltiglia scura. Odore putrido, intenso. Lo stomaco di Jasper lottava contro i conati. «Oh, cazzo» disse. «No, credo sia merda» fece Balthus e poi al duca «Bene...Allora, se non c'è altro, noi andremmo...» La Marchionda filava dritta verso il Canale 42. Traffico regolare, varco aperto. Qualche meteorite di traverso, ma roba da niente. «Ne avremmo dovuto parlare, non credi?» fece Balthus. «D'accordo. Parliamone» disse Jasper. «Adesso, che ci siamo imbarcati?» «Possiamo sempre tornare indietro.» Balthus guardava fisso davanti a sé e scuoteva la testa. «Cos'è che non ti quadra?» «Perché noi?» «Perché siamo i migliori.» «Cazzate. Secondo te uno come il Duca non ha nessun altro da mandare per prendersi il giacimento?» «Sta morendo» fece l'altro «Probabile che voglia togliersi un'ultima soddisfazione. Gli è sempre piaciuto metterlo in culo al Consiglio di Stato.» «È una trappola.» «Per toglierci di mezzo? Non ci guadagnerebbe niente.» «Per togliere di mezzo il giacimento. Non ci ha dato le chiavi per aprirlo, ma per chiuderlo. E poi farci fuori.» «Beh, tanto vale dargli un'occhiatina» fece Jasper «Non sei curioso?» Il cielo di Minerva non aveva niente a che fare con quello di Tauros. Bianco, rischiarato dai tre soli allineati che sorgevano e tramontavano a ciclo continuo, lasciando una pioggia di cristalli a planare dolcemente sulla distesa ghiacciata. «Non è poi così male» fece Balthus «Anzi, è una meraviglia.» «Va bene, ti ci porto in vacanza. Adesso chiuditi la termica e usciamo.» Bianco ovunque. Bianco trasparente e opaco, chiaro e scuro, danzava tra luce e ombra come se l'universo intero non potesse essere altro che così: bianco. «Mi sento strano» disse Balthus. «Tu sei strano» fece Jasper «Che dice il rilevatore?» «Che fa freschetto. Che c'è ghiaccio... ghiaccio... e sì, ecco, anche ghiaccio. Spessore due farsakh...» «Balthus...» disse Jasper «Sì, lo sento anch'io» fece l'altro senza alzare la testa dal rilevatore «È il pack. Non c'è da preoccuparsi: sono scricchiolii di assestamento.» «Balthus...» «Cavolo! Hai due farsakh di ghiaccio sotto i piedi che vuoi...» «Non- ti- muovere.» Una crepa, due crepe, a decine si allargavano sotto di loro, si intricavano come una ragnatela, mentre lo scricchiolio si faceva sempre più intenso, si mutava in un digrignare di denti, poi in un ringhio e alla fine esplose in un ruggito potente che si spalancò e li inghiottì. E caddero giù, giù e giù. Senza freno, senza appigli. E mentre cadevano a poco a poco il bianco prese forme e colori che li circondavano e li avvolgevano in modo che tutto quel cadere prese a somigliare piuttosto a uno scivolare dolce e senza peso, che li dondolava di azzurro, li sollevava di rosa con capriole violette e piccoli balzi amaranto. E fu allora che Jasper, trovandosi capovolto, vide uscirgli di tasca la scatola delle chiavi. La vide aprirsi. Vide due tavolette galleggiargli intorno. Vide un bastoncino metallico volteggiare. Mentre cadeva giù, giù e ancora giù. Si ritrovò seduto a terra. Balthus accanto a lui, attonito. D'istinto alzò lo sguardo. Quello che vide lo lasciò senza fiato. Milioni di scaffali, armadi, stipi e ripiani salivano fino a perdersi in una bruma opalescente. E tutto intorno ancora scaffali, armadi, stipi e ripiani in un dedalo infinito di corridoi che si aprivano a raggiera. A pochi metri, una sedia a braccioli e un tavolino. Sopra, una lampada di ottone con paralume di vetro verde, una boccetta panciuta con il bastoncino dentro e, accanto, le tavolette. Come fossero lì da sempre, nell'unico posto dove avrebbero dovuto essere. «Tutto bene?» chiese Jasper. Pallido, le braccia abbandonate come un pupazzo, Balthus fissava il vuoto con la bocca aperta e le palpebre appena socchiuse. «Oh, cavolo! Non te ne andare!» gli gridò. Prese a frugarsi nelle tasche, ma niente, nemmeno una fiala. Tutto il Friba perso nella caduta. Era la fine. Lo guardò: la testa china, gli occhi chiusi, la bava che gli colava dalla bocca. «Un colpo in testa al primo che finisce Narcolept.» In quel momento, da uno scaffale, qualcosa gli cadde addosso e rimbalzò a terra. Jasper lo raccolse e, mentre se lo rigirava tra le mani, quello gli sgusciò dalle dita e volò sul tavolino. Si avvicinò cauto e la cosa si aprì. Ali bianche, sottili, che sembravano sul punto di volare via e invece restarono lì, a palpitare una sull'altra. Allungò la mano, ma appena le sfiorò, apparve una fila di segni che correva da una parte all'altra, ricominciava più sotto e poi si fermava, quasi aspettasse di essere toccata ancora. «Mi piace!» Jasper si voltò. Balthus era in piedi, lo sguardo vivo, le guance rosate, sorrideva «Fallo ancora.» «Ma tu... stai bene?» «Mai stato meglio.» disse l'altro «Cos'è quell'aggeggio?» «Non ne ho la più pallida idea.» E fu allora che accadde. Fasci di luce dagli scaffali, dagli stipi e dai ripiani che presero a deformarsi come fossero cosa molle. E furono suoni e sussurri e voci, cento, mille e poi una sola. «Chiamatemi Ismaele» Che li avvolgeva e li penetrava. «Una mattina Gregor Samsa, destandosi da sogni inquieti...» Che in loro risuovava. «Se sai costringere il tuo cuore, nervi, e polsi a sorreggerti...» Come fossero essi stessi quella voce. «Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d'avere il suo profumo...» Come fosse tutto l'universo a parlare. «E tra voi danzino i venti dei cieli...» E loro che erano carne, ossa, cuore e respiro, loro erano quella voce. « Quando ti metterai in viaggio per Itaca devi augurarti che la strada sia lunga,...» Loro, felici e disperati, vigliacchi e temerari, vivi di tutte le vite, uccisi e risorti da tutte le morti. Loro caddero a terra ansimando. E tutto tacque. Lentamente Jasper si alzò. «Sì. Adesso ho capito» disse. «Che bomba!» fece Balthus con gli occhi sgranati. «È la droga più potente che sia mai esistita.» «Oh, puoi scommetterci il culo, bello. Soldi, Jasper! Soldi a palate! Dovremmo prelevarne un campione.» Estrasse il karambit. Qualcosa sfrecciò da uno scaffale, lo colpì in faccia, a destra e sinistra, e tornò al suo posto. «Ma che cazz...!» «Ti ha preso a sberle» disse l'altro ridendo «Era ora che qualcuno lo facesse.» «Vuoi dire che ci ascolta?» bisbigliò Balthus «Ma allora siamo dentro un mostro! Verremo digeriti e cagati!» urlò « Siamo fottuti, Jasper! Il Duca ci ha fottuti! Te l'avevo detto che era..» «Calmati!» disse l'altro «Non è così. Il Duca a quest'ora è affogato nella sua merda. Credo... Sì, credo che questo sia una specie di regalo.» «Un regalo?» «Il Consiglio di Stato ci pompava la sua merda perchè in testa ci fosse solo quella. Ci spremeva e poi ci buttava. Sono loro il Sonno Nero! Il Duca lo sapeva, forse si aspettava un trattamento speciale e quando ha capito che avevano fottuto anche lui, ha voluto prendersi la sua rivincita. Per questo il massacro al Borea! Perché nessuno potesse arrivare al giacimento. Perché questa è ...» « La droga più potente che sia mai esistita!» esultò Balthus. « Come ti senti?» «Bene... anzi, benissimo.» «E nella testa hai una folla di pensieri che non hai mai avuto.» «E se ci faccio caso, quelli aumentano, come se dentro ce ne fossero altri e poi altri ancora e questo è... bellissimo!» In quel momento qualcosa gli planò delicatamente tra le mani, aprì le sue ali bianche e restò a farsi guardare. Balthus vide i segni che correvano da una parte all'altra, li vide legarsi tra loro, prendere senso e misura, diventare motivo ed effetto uno dell'altro. E allora, per la prima volta nella storia di quei mondi perduti, lui si trovò a fare una cosa che mai nessuno avrebbe immaginato. Una cosa che aveva attraversato il tempo, che era sempre stata lì, antica e mai più nata, come tutte le cose dimenticate. Cominciò a leggere. «Per molto tempo, mi sono coricato presto la sera. A volte, non appena spenta la candela........»
  15. aladicorvo

    [MI-144] Ubaldo

    Impossibile non unirsi al coro. Scorro la lista dei sinonimi di Cavolochebello, ma la trovo stucchevole. Ho la tentazione di sparare una raffica di faccine, ma sento il fiato acido degli staffer sul collo. Ci rinuncio. Tanto so che hai capito. Solo una cosa: avrei calcato di più sulla differenza del lessico-pensiero. La lampadina me l'ha accesa quell"esimia professoressa" Si sarebbero disegnati meglio i due mondi, così lontani non solo anagraficamente e il Chissenefrega, mi tengo le chiappe sode avrebbe colato veleno ancora più puro. Non dico che debbano grugnire, ma avrei usato toni più ruvidi tipo "Alzati, Tecla, sennò fai tardi" Al contrario la prof, la farei più polverosa, ancorché alla vigilia del suo glorioso chiappasodismo : Probabillmente dovremo bocciarla Perfetto scappellotto, poi avrei detto mi ha assestato l'odioso nanerottolo o qualcosa del genere Ecco quello che intendo! La chiusa è un gioiellino. Insomma @Almissima per dirla con la Perletti: ti sei destreggiata nella la strettoia degli ottomila con mano sapiente. Chapeau!
×