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Renato

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  1. Renato

    Cacciatori di balene

    Qui il commento ------------------------------------------------------------------ S’affacciò alla vita e cercò il respiro, ma non c’era alcun respiro lì intorno. Solo ribollio d’acqua e dolore. Così si diresse verso l’abisso, a cercare ciò che il mare gli aveva negato.
  2. Renato

    Racconto breve

    Comunicazione da parte dello staff: La seguente discussione nasce dalle domande poste da Renato riguardo un racconto della nostra sezione narrativa. Lo staff ha deciso di modificare il seguente messaggio per evitare di fare spam e di rendere funzionale e costruttivo un dialogo tra gli utenti che, a quanto pare, sentono l'esigenza di confrontarsi su che cosa si intenda con "racconto", come debba strutturarsi. A nostro parere, c'è molto da discutere anche sul giudizio del lettore che ha sempre ragione. Con ciò vogliamo affermare che se un lettore dice di non capire un testo ne ha tutto il diritto, a meno che chi recepisce il messaggio sieda dalla parte della cattedra e debba quindi far lezione. Anche in questo caso, è preferibile far lezione in toni civili e rispettosi. Abbiamo portato la discussione su questioni generiche. Confidiamo nel buon senso di chi parteciperà alla discussione citando racconti (o stralci) editi di autori che permettano di supportare qualsiasi tesi. Grazie per l'attenzione. ---------------------------------------------------------------------------- Che cos'è un racconto? In quale tipologia far rientrare un'idea di narrativa che abbia le caratteristiche di un frammento eppure abbia la completezza del racconto breve? In un flusso interiore di immagini, pensieri, emozioni, una certa coerenza è necessaria, oppure è proprio ciò che vi è d’incoerente a dare verosimiglianza allo scritto? Analogamente: quanta imprecisione linguistica è tollerabile o necessaria? In un flusso di pensieri c’è spazio per problemi di tipo poetico (ritmo, suggestività delle immagini, ricchezza connotativa, assonanze, ecc.), oppure è preferibile scrivere come viene, senza alcuna preoccupazione stilistica? Uno scritto molto breve può proporsi al lettore in modo autonomo e circoscritto, senza far riferimento o essere inserito in un contesto più ampio? In altre parole: è autosufficiente? Esistono limiti di dimensione a ciò che consideriamo “narrativa”? Immaginiamo che un racconto si fosse limiti a una sola immagine, che cosa pensare? Ci sarebbe stato un luogo, un tempo, un protagonista e un evento, ma allora che cos’è questo? Come deve porsi il lettore di fronte a un testo simile? Deve abbandonarsi alle suggestioni senza troppo cercar di capire, oppure deve leggere cercando di costruirsi mentalmente un quadro il più possibile chiaro? (Metaforicamente, deve leggere con l’occhio destro o con l’occhio sinistro? La risposta più spontanea “con entrambi” probabilmente non consentirebbe l’approfondimento né della poetica né della logica, così come in campo psicomotorio l’ambidestrismo è funzionalmente inferiore alla lateralizzazione). E per finire una vessata questio: nella prosa poetica o nel flusso interiore quanto l’espressione deve fare i conti con la comunicazione? È più importante farsi capire o esprimere la propria interiorità, senza tener troppo conto di come sarà recepito il messaggio? Ciao a tutti, Renato
  3. Renato

    Sotto il tappeto

    Va bene Sissi, se il mio intervento è OT lascio perdere. Non mi va né di riportare l'intero racconto in un'altra sede di discussione, perché allora dovrei riportare anche tutti i commenti che l'hanno accompagnato. Allo stesso modo non mi va di inserire un rimando a questa sezione affinché i partecipanti alla discussione sappiano di che sto parlando. Io ritenevo che aprire (non condurre) una discussione in modo contestuale all'evento fosse il modo migliore per darle un senso. Forse sbagliavo; il fatto è che la primaria motivazione alle mie domande è scaturita più ancora che dal racconto, dai commenti che ho letto e che mi parevano appunto suggerire prospettive forse non ben esplicitate, Ma i commenti non si trovano in letteratura, come potrei trovarvi le fonti utili? Mi spiace non aver fatto comprendere questa cosa. Forse avrei dovuto portare esempi, ma non volevo dilungarmi. Però qualche esempio lo porto qui. Leggendo questo commento: Siamo tutti d'accordo? Abbiamo tutti la stessa idea su ciò che bisogna considerare un racconto? E questo di Sum, per tutti non è un racconto o c'è chi è di parere diverso? Ancora: Siamo tutti d'accordo che metafore "sbagliate" siano inaccettabili se così nascono nella mente di chi esprime il proprio vissuto interiore? Termino: Qui Sum prende una posizione molto chiara, un po' esagerando parrebbe dire: se questo è stato il mio flusso di coscienza prendetelo così com'è. Non avete nulla da correggere, neppure ciò che potrebbe risultarvi incomprensibile, contradditorio o persino grammaticalmente traballante. Come porsi di fronte a un'idea siffatta? Esprimiamo tutti lo stesso giudizio in merito? Io pensavo che si dovesse considerare OT tutto ciò che non avesse relazione con il racconto e con i suoi commenti, ad esempio: "Che ne pensate dell'infodump?", oppure: "il fantasy fa parte della fantascienza o ne è estraneo?", cose così, insomma. Ero convinto al contrario che risultasse evidente lo scaturire delle mie domande da questo specifico racconto, ma anche qui m'ingannavo. Poiché sono rispettoso dei regolamenti, chiedo scusa e non insisterò oltre. Anzi, suggerisco al moderatore di eliminare del tutto questi miei interventi. Grazie e un saluto, Renato
  4. Renato

    Sotto il tappeto

    Certo Sissi, hai ragione, Ma è questo brano che mi suscita le domande ed è per me l'esemplificazione perfetta di come il lettore possa assumere atteggiamenti critici estremamente diversi rispetto a ciò che gli viene proposto. Io penso che i commentatori di questo brano siano più motivati (spero) a farsi e a fare chiarezza, in quanto il discorso coinvolge direttamente una loro azione. Ben venga se poi dovessimo spostarci altrove per proseguire la discussione. Se però i miei interrogativi non dovessero interessare qui, dubito che suscitino qualche interesse in un'altra sezione, sicuramente più adatta, ma anche più asettica.. Ricordo quella bella e accalorata discussione sull'incipit, che partì proprio da un mio commento critico a un racconto. Mi piacerebbe se avvenisse qualcosa di simile. Vediamo. Se non ci saranno risposte, proverò a vedere se è possibile far sorgere nella sezione delle discussioni quei problemi che io, come scrittore e come lettore, sento pressanti. Ciao e a presto, Renato .
  5. Renato

    Sotto il tappeto

    A mio parere questo scritto pone molti interrogativi e credo che ognuno qui abbia commentato in base alle risposte che si è dato (magari in maniera implicita e inconsapevole) a qualcuna delle questioni che elenco più sotto. Quanto a me, non intendo commentare questo scritto (che comunque mi ha fatto una buona impressione), invece preferisco riportare le domande che esso mi ha sollecitato, senza curarmi troppo del loro ordine. • Questo scritto è un racconto? • Se non lo è, può rientrare in qualche idea di narrativa? • In un flusso interiore di immagini, pensieri, emozioni, una certa coerenza è necessaria, oppure è proprio ciò che vi è d’incoerente a dare verosimiglianza allo scritto? • Analogamente: quanta imprecisione linguistica è tollerabile o necessaria? • In un flusso di pensieri c’è spazio per problemi di tipo poetico (ritmo, suggestività delle immagini, ricchezza connotativa, assonanze, ecc.), oppure è preferibile scrivere come viene, senza alcuna preoccupazione stilistica? • Uno scritto come questo può proporsi al lettore in modo autonomo e circoscritto, senza far riferimento o essere inserito in un contesto più ampio? In altre parole: è autosufficiente? • Esistono limiti di dimensione a ciò che consideriamo “narrativa”? Immaginiamo che l’intero racconto di Sum si fosse limitato a “Quella sera sulla spiaggia i miei sandali alzavano la sabbia mentre me ne andavo”, che cosa pensare? Ci sarebbe stato un luogo, un tempo, un protagonista e un evento, ma allora che cos’è questo? • Come deve porsi il lettore di fronte a un testo simile? Deve abbandonarsi alle suggestioni senza troppo cercar di capire, oppure deve leggere cercando di costruirsi mentalmente un quadro il più possibile chiaro? (Metaforicamente, deve leggere con l’occhio destro o con l’occhio sinistro? La risposta più spontanea “con entrambi” probabilmente non consentirebbe l’approfondimento né della poetica né della logica, così come in campo psicomotorio l’ambidestrismo è funzionalmente inferiore alla lateralizzazione). • E per finire una vessata questio: nella prosa poetica o nel flusso interiore quanto l’espressione deve fare i conti con la comunicazione? È più importante farsi capire o esprimere la propria interiorità, senza tener troppo conto di come sarà recepito il messaggio? Non chiedo che i vari commentatori diano il loro parere su tutte queste domande, ma qualche opinione mi piacerebbe leggerla. Ciao a tutti, Renato
  6. Renato

    La settima carrozza - 3/3

    Ok Ok. Abbastanza d'accordo su tutto. Ma la palestra e il ginnasta... A me va bene se a rilevare che le gambe sono divaricate è un esperto ginnasta che dice al meno esperto: "Quelle gambe lì proprio non vanno. Non corrispondono al canone della "buona figura"". Diverso è il discorso se lo spettatore, più o meno esperto, cosa ininfluente, giudica delle scarpette non proprio pulite o delle unghie della mano non abbastanza corte del ginnasta. Io chiedo al lettore che commenta uno sforzo anche creativo, altrimenti non c'è equilibrio. Un lettore può restare semplice lettore e non gli chiederemo nulla. Ma al lettore che commenta io chiedo di più, chiedo che provi ad andare oltre i puri dati o la pulizia linguistica. Lo stile, le idee, gli aspetti narratologici... c'è anche questo su cui discutere, perché non provarci? Guarda che non è mia intenzione redarguire alcuno. Però in un forum di coloro che considero colleghi mi piacerebbe che sussistessero anche altre possibilità di dibattito e di critica, e non il solo controllo dei dati o la rilevazione delle inesattezze. È chiedere troppo? Forse. Ma le responsabilità dello scrittore, che compie un'azione pubblica complessa e con significati a vari livelli, richiede una corrispondente responsabilità pubblica di chi commenta. Almeno, io la sento così anche quando vado a inserire un commento ai lavori altrui. Non occorre scrivere molto, ma lo sforzo di ricercare una qualità in ciò che si scrive è doveroso compierlo. A questo proposito... C'è una regola in questo forum, che probabilmente è funzionale, ma che non posso trovare equa: l'obbligo di commentare i lavori altrui tante volte quanti i post che uno va a inserire. Se, com'era sicuramente nelle intenzioni dello staff dirigente, ciò serve a stimolare i commenti, il rischio vero è che questi commenti siano buttati là (e non mi riferisco agli interventi sul mio scritto che invece approvo per la loro autenticità), siano frasette scritte giusto per avere l'autorizzazione a postare. A che serve: "sono rimasto incollato al monitor per tutto il racconto", "geniale, sei sempre sorprendente!", "mi hai fatto venire i brividi", ecc. ecc. ecc.? Oppure, ed è equivalente: andiamo a cercare virgole, pronomi, "d" eufoniche, indicativi anziché congiuntivi e limitiamo tutto a questo. Non si rischia nulla e il commento è abbastanza ampio da non suscitare dubbi sulle buone intenzioni. Al che si può leggere nelle righe non scritte: "guarda, il tuo racconto l'ho solo scorso perché di esso non mi frega un'acca, però devo mettere un commento se voglio postare il mio. Ti metto lodi sperticate, così sono a posto. Non ci saranno contestazioni. Oppure, bello! bello!, ho trovato il riferimento a una gallina che nella realtà ha zampe verdognole anziché gialle, come è stato scritto!". Sono scorciatoie che non approvo, lasciatemelo dire. No, io penso alla vita di un forum come a un'opportunità preziosa. E allora continuo a fare il rompiballe. Ciao a tutti.
  7. Renato

    La settima carrozza - 3/3

    Brava Awa, finalmente ho un commento che non è quello della penna rossa e blu dei vecchi professori. Un racconto piace o non piace. Vi si trovano momenti di riflessione e momenti di banalità. Penso sia assolutamente giusto che se a uno il racconto è piaciuto lo dica e nel caso contrario riporti esattamente il suo sentire. A mio parere l'importante è che non ci si senta obbligati a segnalare ogni più piccola cosa. Come scrive il cantante Neil Young: "nei miei concerti sono sempre fottuto, ne faccio 10 belli e uno che è meraviglioso tranne per una nota stonata che viene ripresa da qualcuno, postata su YouTube e visualizzata da un milione di persone... si perde il senso generale delle cose!" Ecco, è questa perdita del senso generale delle cose che mi preoccupa, non che uno mi dica che il mio racconto è meraviglioso o che fa schifo. Una sola annotazione: spesso un racconto piace o non piace in rapporto alle aspettative di chi legge. Nello scrivere la Settima carrozza non ho mai cercato la sorpresa. Non cercavo affatto di impedire che il lettore giungesse a "capire tutto". Ho avuto in mente un'idea più ambiziosa: provare a inquadrare in un racconto la dimensione ultraterrena (metaforica) del vecchio, che non appartiene più alla società del presente. Quello che noi chiamiamo presente e realtà è un'apparenza ancor meno consistente della settima carrozza, un'apparenza incapace di conservare come cosa viva il passato, che tutt'al più affida alla vuota commemorazione, simboleggiata qui da uno foglio sgualcito di giornale. In un certo senso i due vecchi non appartenevano già più al mondo. A nessuno interessa veramente chi è il vecchio né che cosa abbia compiuto nel suo passato, quali infamie o quali eroismi. Il vecchio agli occhi della gente è qualcuno che appartiene ormai al mondo dei morti e può conversare solo con i suoi fantasmi. Soltanto un giovane bislacco, con una fantasia troppo spinta può interessarsi a lui. Troppo spesso i nostri vecchi sono per noi solo ombre diafane che attendono di salire sulla settima carrozza e levarsi per sempre dai piedi. Questo è quanto volevo mettere nel mio racconto. Evidentemente non ci sono riuscito o l'ho fatto in modo troppo oscuro. Mi spiace. Un saluto amichevole a tutti, Renato
  8. Renato

    La settima carrozza - 3/3

    Per rispondere compiutamente al post di Bradipi dovrei scrivere un testo lunghissimo. Cerco di mettere insieme alcune cose. Nel racconto si possono trovare errori che in realtà sono accenni a qualcosa o segnali indicatori. Trovo strano che finora nessuno ha colto un'ambiguità di fondo che serpeggia in tutto il racconto. I due vecchi, Cesare prima e il ragazzo dopo, sono davvero matti o vedono qualcosa che esiste realmente e che nessun altro riesce a vedere? La settima carrozza è una proiezione mentale, creata per tenere stretti i ricordi, nel momento in cui tutti ti hanno voltato le spalle, oppure è una realtà sovrasensibile che solo chi è vicino alla morte può scorgere? Insomma, è una storia di vecchi o è una storia di fantasmi che aiutano il vecchio all'imminente trapasso? Io stesso non lo so, ma in questa ambiguità qualche segnale lo dovevo dare, poi c'è chi lo coglie e chi no. L'errore di calcolo del vecchio che dice sono passati sessanta o settant'anni è assolutamente voluto. Il vecchio ricorda bene cose lontane nel tempo, ma ha del tutto perso la misura cronologica. Allo stesso modo, cosa che non tutti hanno colto, il cappotto d'estate è un altro segnale della "sfasatura" del vecchio Cesare. (Il basco blù era molto usato una volta dai collegiali _ vedi ad es. I Martinitt - molti però, soprattutto i vecchi e le persone trasandate, per non perderlo se lo calcavano sulla testa). Qualcosa di analogo avviene nel linguaggio usato. Il vecchio conosce il milanese, a quell'epoca lo conoscevano tutti a Milano, ma conosce bene anche l'italiano. Certo, non ho usato l'italiano dell'ottocento, ma neppure Manzoni nei Promessi sposi usò l'italiano del seicento. Accontentiamoci di ciò che lo scrittore offre. Vengo ai dati. Io credo che nella disanima di un testo narrativo sia abbastanza inutile spingere la coerenza dei dettagli o la ricerca della loro precisione oltre un certo livello dettato dal buon senso. In un altro forum un recensore mi ha scritto un pistolotto perché, sosteneva, la stazione della Bovisa è stata dismessa nel 1997. Tutto ciò che raccontavo era dunque sbagliato. In genere io sono abbastanza attento ai dati, ma non sono né voglio essere un'enciclopedia. Se dovessi stare dietro ai dettagli minimi perderei sia il gusto di scrivere di narrativa sia il tempo per la fabulazione. Nel caso della stazione il recensore, non essendo di Milano, aveva preso un abbaglio. La stazione demolita non era quella della Bovisa Nord, che esiste tutt'ora, ma la stazione delle ferrovie statali, che è stata demolita quando hanno congiunto la Bovisa Nord con il passante ferroviario. Ora, chi abitava a Milano negli anni 50, quando parlava della Bovisa intendeva la Bovisa Nord, in quanto la stazione statale aveva pochi treni, i quali fra l'altro non fermavano alle stazioni più piccole. Del resto, il riferimento al capolinea della piazza Cadorna individua senz'altro la linea privata delle Ferrovie Nord Milano. Il recensore non s'è dato per vinto. "Ma la stazione della Bovisa ora si chiama Bovisa-Politecnico". È facile andare su internet a cercare informazioni, ma certe cose non le trovi. A Milano nessuno direbbe Bovisa.Politecnico, a meno sia un ferroviere. Tutti dicono "Ho preso il treno alla Bovisa" e basta. Ma vi immaginate se nel racconto avessi dovuto tener conto di tutte queste informazioni e fornirle al lettore? Anche il particolare delle 6 carrozze, sebbene sia anche utile agli effetti narrativi, è sufficientemente esatto. Può essere che in certi periodi ci fossero più carrozze, ma le ferrovie Nord, private, avevano un percorso molto limitato. Esse partivano da Milano e raggiungevano Como o Varese (al più Laveno). La loro linea era questa. Si trattava di un piccolo treno locale che fermava alle stazioni ignorate dalle ferrovie statali. Raro, dunque, che avessero bisogno più di sei carrozze. Ci sarebbero molte altre cose da dire, ma ne riporto solo una e mi fermo: Se non c'era nessuno con chi avrebbe parlato? A parte che nel testo il "parlare con nessuno" non è limitato alla tempo della panchina, ma a tutta la gente che sicuramente gli capitava d'incontrare, non si può assumere il termine "nessuno" nel significato matematico di zero. Il linguaggio (soprattutto quello parlato, e quello dell'io narrante gli si avvicina moltissimo) utilizza termini in senso lato. Una frase come: "In questo paese non viene mai nessuno" non significa che realmente in tutta la storia del paese non ci sia stata neppure una persona che si sia recata in quel luogo. È soltanto un modo di dire che vuol segnalare la desolazione del posto o la sua assenza di novità. Assumere il termine come assoluto è un errore linguistico. Potevo scrivere che la panchina era poco frequentata, ma dove finisce l'aspetto connotativo del "in questa panchina non viene mai nessuno"? Termino con una considerazione. Non capisco perché in generale l'esame dei racconti debba essere quasi costantemente una ricerca delle imprecisioni linguistiche o delle inesattezze di contenuto. Si rischia di finire fuori strada (ad esempio i 40 anni per un tenente non sono per forza un errore. Durante la guerra si prendevano persone che non erano militari di carriera e un laureato 40enne inesperto di cose militari probabilmente non poteva accedere ad alcun grado superiore). Ma, e questo è il punto, che cosa cambia questa nozione, giusta o sbagliata, al significato complessivo del racconto. Perché non discutiamo della vecchiaia e come qui è rappresentata? Perché non giudichiamo se l'ambientazione è stata resa in modo coerente con il tono generale del racconto e se i personaggi, pur nell'invenzione, sono sufficientemente credibili. E poi, il riferimento alla morte come una ricongiunzione con i propri cari è proprio un tema da non discutere affatto? Perché nessuno ha chiesto che cosa c'era dietro a quella filastrocca infantile? Ancora, quale significato simbolico assume il treno in questo racconto? Si ritrova in altri autori o è originale? Come si vede elementi di discutere ce ne sono tanti. Non mi piace spiegare che a Milano c'erano due stazioni e che una si chiama Bovisa-Politecnico e che però tutti chiamano Bovisa. I particolari delineano i personaggi e la storia, d'accordo, ma i particolari ininfluenti possiamo anche lasciarli come sono, no? Un saluto a tutti, Renato
  9. Renato

    La settima carrozza 2/3

    Sono contento che ti abbia aiutata a trovare la chiave di lettura. Spesso capita anche a me di leggere qualcosa e non capirci nulla. Poi, riletto il testo a mente fresca il giorno dopo, mi meraviglio di non aver compreso prima. A volte, poi, non capisco proprio. Vi sono autori che per me sono ostici e il cui linguaggio, con il progredire della lettura, invece di chiarire mi offusca sempre più i significati. In questi casi non è che lo scrittore sia per forza oscuro. Può esserlo solo ai miei occhi. Noi, rispetto ai normali lettori della carta stampata, abbiamo qualche problema di comprensione in più. Leggendo al monitor abbiamo anzitutto il problema della lettura spezzettata. L'aver dovuto dividere il racconto in tre parti ha notevolmente ridotto la "progressione ritmica" della vicenda e si ottiene una lettura a singhiozzo che sminuisce non poco l'effetto complessivo desiderato dall'autore. In secondo luogo trovo frustrante l'eliminazione dei capoversi. Nel racconto ho impiegato la riga di spazio, ma ciò frammenta eccessivamente il testo e non dispongo più di questo espediente grafico quando mi serve per indicare un cambio logico o cronologico importante. Infine la lettura a computer è difficoltosa e le righe, che appaiono eccessivamente lunghe, si confondono. Per gustare un racconto bisognerebbe stamparlo in un formato decente, ma in un forum non è che tutti scrivono capolavori per i quali si può ogni volta consumare carta e inchiostro :-) Buona giornata, Renato
  10. Renato

    La settima carrozza 2/3

    Quando si discute dei codici non corrispondenti... come ho avuto modo di scrivere in uno dei miei post recenti. Quando i codici non trovano sufficiente aderenza si finisce a non capirsi neppure nei dettagli apparentemente più semplici. Io, in realtà, non sono riuscito a capire ciò che tu non hai capito. Avevo l'impressione che l'immagine fosse chiara: c'è un vecchio che si rivolge a una carrozza che nessuno può vedere e che forse non c'è per nulla. Il treno c'è, le carrozze sono allineate e sono sei, ma il vecchio parla a una ipotetica carrozza settima. In quel punto il binario è vuoto. Non ho mai scritto di un binario fantasma. Allo stesso modo: perché parli di un vagone fantasma? Io non l'ho scritto. Anzi, non ho mai inserito neppure la parola "fantasma". La trasmissione dei messaggi non poteva logicamente riferirsi alla carrozza che non c'è, ma a qualcun altro. In sostanza, il narratore sospetta che il vecchio finga di parlare al vuoto, ma che in realtà stia trasmettendo messaggi segreti a chissà chi. Davvero quando i codici invece di allinearsi entrano in collisione scatta l'incomunicabilità. Ad esempio, l'ultima frase "Chissà se mi avrebbe...", non è inutile. Il giovane, visto con chi aveva a che fare, aveva elaborato un piano che non faceva affidamento sull'aiuto del vecchio. Tuttavia ciò sarebbe potuto essere possibile, ovviamente, poiché di solito la gente si comporta in modo più solidale. Ecco allora la domanda che sottostà alle parole del giovane: "Il vecchio si comporterà come una persona normale? Non lo so, ma il mio piano per aver successo non ha bisogno di questo". La mia intenzione era quella di ribadire la volontà di isolamento del vecchio che non compie neppure il minimo gesto di solidarietà. (Per la verità poco dopo si capisce perché non l'abbia fatto). Non credo che tutto ciò fosse inutile. Anche il "colpo di scena" non è tale. Esso ha una funzione specifica: fornisce una giustificazione al fatto che il giovane s'interessi così tanto al vecchio matto. Il ragazzo, dotato di immaginazione fervida, dà un titolo a quello che crede sia un mistero e nel dare un titolo vive l'intera vicenda come un dramma letterario. È questo dare un titolo che lo spinge a fare ciò che farà in seguito. Se avessi omesso questa cosa, non si capirebbe perché il giovane si prenda tanto a cuore la faccenda. Possiamo parlare di fantasia iperstimolata? Come vedi gli occhi che leggono uno scritto possono essere molto diversi da quelli di chi lo scrive. In ogni caso grazie per i tuoi commenti, Renato
  11. Renato

    La settima carrozza 1/3

    Grazie per l'attenzione dedicata al mio racconto. Esso, come mi pare tu abbia colto benissimo, conserva un'ambiguità voluta: i due vecchi sono davvero matti, che proiettano nella carrozza invisibile i propri ricordi, fornendo loro una parvenza di realtà, oppure la settima carrozza è la carrozza dei morti, che solo chi è al termine della vita può scorgere? La settima carrozza sarebbe allora un veicolo con i personaggi del passato che, come amichevoli Caronte, transitano i vivi verso la terra dei morti. Questa interpretazione è sostenuta dalla frase che il vecchio Cesare rivolge al giovane: «La settima carrozza non è per lei». Tuttavia ciò non basta a risolvere il problema di fondo. È difficile stabilire se ci troviamo in presenza di un racconto sulla morte e sugli spettri o di un racconto che cerca di cogliere soltanto un certo modo dei vecchi di osservare la realtà? (Una realtà che, come la settima carrozza, è affollata di ricordi). Io stesso non saprei dare una risposta. Qui i due mondi, interiore ed esteriore, s'incontrano e si mescolano. Pazzia o chiaroveggenza? Realtà e immaginazione si fondono e creano l'ambiguità. Questa era la mia idea di base e non so se sono riuscito a rappresentarla. Ciao, Renato
  12. Renato

    La settima carrozza 2/3

    Grazie Sissi delle correzioni. Alcune "imprecisioni, sono però volute. In alcuni punti ho cercato di riportare il linguaggio interiore, quello che una persona usa per parlare con se stessa e che non è mai troppo pulito. Questo è ciò che avviene con quel "sicuramente" e con quel "mai più": sono rafforzativi che non hanno una funzione particolare se non quella di abbassare un po' il livello del discorso, permettendomi in tal modo d'inserire il dialetto a un certo punto. Anche l'uso dei puntini di sospensione, che in genere evito di usare a piene mani, servono a suggerire al lettore un'idea del cosiddetto flusso di coscienza, senza cadere nell'incomunicabile. Per esempio: I puntini stanno a indicare che molti altri nomi si affacciano al ricordo, ma poi il protagonista narratore, dopo un momento di perplessità, decide di non riportarli e conclude sbrigativamente con "Accidenti se ce n'è!" Credo che questo sia molto reale; quando cominciano le reminiscenze, soprattutto da anziani, ci si distacca dal flusso delle immagini con fatica. Non intendevo insistere su questo punto, ma ho cercato di aiutare il lettore a entrare un po' nella testa del protagonista. Anche i puntini dopo "parlo da solo..." hanno lo scopo di evidenziare un'esitazione. Dopotutto il lettore non è in grado di stabilire se questi vecchi parlano da soli o si rivolgono a fantasmi esistenti realmente e che solo loro vedono, in questa situazione di ambiguità un po' di esitazione da parte del vecchio ci stava. Questo è uno dei problemi ricorrenti dei codici linguistici. Certi grafemi, certi accostamenti di suoni o di parole, certi artifici grafici raramente hanno interpretazioni uniche. Ogni autore usa i suoi sistemi per veicolare i significati e il lettore ha bisogno di tempo per acquisire il sistema di codici abitualmente impiegati dallo scrittore. Purtroppo questo non può avvenire in un solo racconto. Probabilmente se uno fosse abituato alla lettura dei miei scritti capirebbe senza difficoltà le ragioni di certe scelte. Ecco che l'autore di un racconto è messo in una strana situazione (esagero un po' per spiegarmi): da una parte egli deve usare un codice molto lineare, con significati palesi e comunemente accettati, dall'altra il suo sentire lo induce a riempire le righe della sua personalità specifica, che non può essere interamente e facilmente colta o interpretata correttamente dal lettore. Io tendo a seguire una via di mezzo, così nei miei scritti si trovano alcuni "errori" che non sono veramente tali e che non desidero "correggere" o chiarire, soprattutto quando desidero dire qualcosa senza attirare troppo l'attenzione del lettore su di essa. Un esempio chiarisce meglio ciò che intendo spiegare. In uno dei paragrafi dell'inizio il narratore dice: Qualcuno può notare l'incongruenza del cappotto anche in estate. Eppure mentre scrivevo avevo un pensiero preciso in mente. Il riferimento è tratto dalla mia esperienza personale. Una vecchia zia 75enne di mia moglie è stata recentemente ricoverata in istituto per anziani perché era diventato impossibile che potesse continuare a vivere da sola. Ebbene, la povera donna indossava un cappottino grigio in tutte le stagioni, era sporco, liso e lo metteva (anche d’estate) sopra un grande scialle di lana. L’unica cosa che non indossava d’estate era la sciarpa, per il resto l’abbigliamento era sempre identico. E non è da credere che fosse tanto povera da non permettersi altro e neppure che fosse abbandonata da tutti. Il fatto è che non c’era verso di farle levare il cappotto e se le sorelle cercavano di farlo (per portarlo a lavare, per esempio) lei strepitava e non usciva di casa finché il cappotto non fosse ritornato. È stato questo episodio a ispirare il cappotto del vecchio. Desideravo dunque "infilare" nello scritto questo ricordo semplicemente mediante un accenno, così che se qualche lettore avesse avuto un'esperienza simile l'avrebbe riconosciuta, altrimenti sarebbe scivolato via sull' "errore" senza darci troppo peso. Concordo invece sugli altri rilievi. Quel "talmente convincente" poi è proprio brutto e non so come mi sia sfuggito. Ci stava un semplice "tanto convincente", ma probabilmente mentre scrivevo quella frase il mio pensiero era diretto a qualcosa d'altro. Mi fa molto piacere che hai dedicato tempo a esaminare il mio racconto e (tu mi conosci e lo sai) se mi sono dilungato a spiegare non è per difendere un mio scritto, ma solo per esprimere pensieri e sensazioni che il tuo commento mi ha suscitato e che mi piace condividere. Grazie, Renato
  13. Renato

    La settima carrozza - 3/3

    il commento: http://www.writersdr...c/20789-brando/ La settima carrozza - parte terza Mi rialzai a fatica, lamentandomi e imprecando come se mi fossi fatto male a un ginocchio, poi, zoppicando vistosamente, mi andai a sedere sulla panchina più vicina che, guarda caso, era proprio quella del vecchio. Contavo sul fatto che Cesare, seppure di sicuro non mi avrebbe aiutato, non avrebbe osato cacciare via in malomodo un ragazzo ferito, che aveva rischiato di finire stritolato sotto le ruote di un vagone. Il treno si mise in moto senza di me. L’avevo perso, ma anche questo faceva parte del mio piano. Ritenevo che ciò avrebbe facilitato una conversazione del tipo: «Accidenti, ho perso il treno! Chissà quando passa il prossimo» «Non si preoccupi, ce n’è uno fra quaranta minuti» «Ah, che male questo ginocchio!» «Ci dovrebbe mettere su del ghiaccio. Però che imprudenza voler salire con il treno ancora in movimento»... Magari non con queste parole esatte, ma pensavo che un evento traumatico come quello che avevo inscenato avrebbe indotto a parlare anche un muto. E infatti il vecchio parlò. «Giovanotto, la vuol finire con queste stupidaggini?» disse scandendo bene le parole e con un tono che non ammetteva repliche. «Smetta di girarmi intorno come un cane e se ne vada!» Credo d’essere arrossito anche nei capelli. Arrossito di rabbia, di vergogna, di delusione... Neppure io compresi ciò che mi accadde in quel momento. Preso da un impeto feroce e irrazionale, estraneo alla mia natura tendenzialmente mite e sottomessa, mi misi a gridare: «Stupidaggini? Ah, sarebbero stupidaggini? Ma che cosa crede? Che non sappia nulla della settima carrozza?». A quelle parole accadde qualcosa di sorprendente. Mi ero aspettato che il vecchio s’infuriasse, che si mettesse a insultarmi e magari a colpirmi con il bastone. Invece divenne di colpo più pallido di quanto non fosse di solito, fece due o tre passi barcollando e si lasciò cadere sulla panchina, svuotato d’ogni energia. Con una voce flebile, molto diversa da quella che mi aveva redarguito poco prima, mi domandò: «Che cosa sa lei... della settima carrozza?» Il vecchio scorbutico s’era improvvisamente trasformato in un uomo affranto e intimorito. Mi guardò e questa volta nei suoi occhi scorsi solo dolore e compassione. «La settima carrozza non è per lei» disse in un filo di voce senza attendere la mia risposta. Poi, quasi pentendosi di ciò che aveva detto, aggiunse rapidamente: «La settima carrozza è soltanto la sciocchezza di una mente malata come la mia. Non esiste la settima carrozza. E ora, la prego, se ne vada e mi lasci stare». C’era tanta angoscia e tanta supplica in quelle parole che deglutii e, senza dir nulla, mi allontanai. Rividi ancora due o tre volte il vecchio, poi il mio corso presso la Montecatini terminò e non ebbi più motivo di venire a Milano. Ci tornai solo l’inverno seguente in occasione della fiera degli Oh bej! oh bej! che si tiene a dicembre. La stazione ferroviaria più vicina alla fiera è quella di piazza Cadorna, e non avrei avuto alcuna ragione di scendere alla Bovisa, che è una fermata prima. Quando però vidi la panchina vuota e due o tre fiori appassiti spuntare da una cassetta di legno sistemata a lato, scesi di corsa dal treno con un brutto presentimento. Come avevo sospettato, si trattava di un piccolo omaggio floreale di qualche anima pietosa per la morte del vecchio e il mio primo pensiero, devo confessarlo, non fu di pietà per il povero Cesare, ma esprimeva solo il rammarico di non poter più conoscere il segreto della settima carrozza. «La settima carrozza non è per lei» aveva detto. Ma per chi era dunque la settima carrozza? A chi era riservata la panchina in fondo al marciapiede del secondo binario? E perché il vecchio poteva scorgere qualcosa che nessuno vedeva? Stavo riflettendo su queste domande, quando notai che la cassetta di legno in cui erano stati sistemati i fiori appoggiava su qualcosa che la inclinava un poco da una parte. La sollevai e vidi che sotto c’era un foglio di giornale ripiegato in otto. Che si trovasse lì la soluzione del mistero? Distesi delicatamente il foglio reso fragile dall’umidità. Si trattava della pagina interna del Corriere di un mese prima, che recava in una colonna un titolo che mi fece accelerare i battiti del cuore: “Bovisa: eroe di guerra muore in stazione” M’immersi nella lettura divorato dall’ansia di sapere. L’articolo informava che Cesare Seregni, già tenente del Regio esercito italiano, s’era distinto in un’azione eroica nella Grande Guerra, liberando cinque suoi compagni fatti prigionieri dagli austriaci. Per questa azione era stato insignito della medaglia d’argento al valore militare. L’articolo continuava spiegando che l’avevano trovato senza vita riverso sull’ultima panchina del secondo binario, quella dove era solito trascorrere le sue giornate. Proseguiva poi criticando l’assistenza pubblica che non si cura dei suoi eroi e che permette a un vecchio di morire da solo su una panchina della stazione, ecc. ecc. ecc. Ora sapevo chi fosse il vecchio, ma ancora non conoscevo il suo segreto. Non era l’agente di qualche potenza straniera né il losco individuo che la mia fantasia eccitata aveva disegnato, e tuttavia ero certissimo che Cesare non fosse pazzo. Quella settima carrozza doveva esistere davvero, ma solo alcuni potevano scorgerla. Chi lo poteva fare? Era questa una domanda alla quale nessun giornale avrebbe potuto dare risposta e che il vecchio Cesare s’era portato per sempre con sé. Quanti anni sono passati da allora! Sessanta, settanta? Non lo ricordo più. Però ricordo bene il giorno in cui, preso dalla disperazione, volevo farla finita. Ero diventato irrimediabilmente vecchio, solo e abbandonato da tutti, così una sera, quando il sole arrossa il cielo dietro la pianura e i sentimenti degli uomini s’intristiscono, decisi che era giunto il momento di dare l’addio al mondo. Mi recai alla ferrovia. Non riuscivo a immaginare altro modo di morire che gettandomi sotto un treno. Così attesi con il cuore in gola e la disperazione nel petto che passasse il primo convoglio. Lo udii sferragliare, ma quel treno strepitava troppo e io non volevo morire sotto un vecchio treno rumoroso. Io desideravo uno di quelli moderni, veloci e silenziosi, così da poter esprimere in tal modo il mio rancore verso un progresso che s’era dimenticato di me. Doveva essere uno di quei draghi gelidi e lucenti a uccidermi, un mostro incurante della vita degli uomini, non un essere ansimante che tanto mi somigliava. Così lasciai passare il primo treno: “pacco – posta – visita – partenza – pacco – posta – visita”. Sette carrozze. Sette? Un sudore di ghiaccio mi scivolò lungo la schiena. E non fu solo la presenza della settima carrozza a sconcertarmi. Il fatto è che alla luce del finestrino m’era sembrato di riconoscere il profilo del vecchio Cesare! Rimasi inebetito per un paio di minuti, poi capii che quello non era ancora il momento di morire. Tornai a casa e il giorno seguente venni a Milano. Con i pochi soldi che mi erano rimasti presi in affitto una stanzetta in piazza Bausan, nel cuore stesso della Bovisa, dove le case costavano pochissimo e gli affitti erano altrettanto bassi. Quindi, come faceva tanti anni prima il vecchio Cesare Seregni, anch’io presi l’uso di venire a questa stazione e sedermi su questa panchina, perché oggi conosco il suo segreto. Sono ormai tre anni che ogni giorno, con il sole o con la pioggia, vengo qui e attendo. Oh, ma non posso più continuare a raccontarvi la mia storia. Sta arrivando il treno delle 8.32 diretto a Varese. «Pacco – posta – visita – partenza – pacco – posta – vi... «Ciao Rosalina, ciao Rodolfo, ciao Clara... è sempre un piacere vedervi. Vi trovo bene oggi. Oh, guarda c’è anche il tenente Seregni, che bella uniforme linda e stirata! Come dite? No, no, non posso venire con voi adesso. Ho molte cose da fare ancora. Sarà per un altro giorno. Promesso, prima o poi verrò. Ora però vi saluto, il treno riparte, ci vediamo più tardi, quando passa quello delle 9.17. Così vi racconto le novità del quartiere. Ciao ciao, un abbraccio a tutti... Vi voglio bene, amici cari!» Pacco – posta – visita – partenza – pacco – posta...
  14. Renato

    Brando

    Un racconto molto gradevole e decisamente ben riuscita l'idea di utilizzare il cane come narratore. Una scelta che ha conferito al testo la giusta vivacità. Però... Ora voglio provare a fare lo "spulciatore". Come sempre accade quando si assume un punto di vista diverso da quello cui siamo abituati, scappano inevitabilmente alcune imprecisioni, come la vecchietta che porta da mangiare (nei canili in genere questo è vietatissimo) e dubito anche che permettano a qualcuno di sedersi vicino ai recinti. Impossibile poi che un cane adulto (o quasi) venga addestrato per la guida ai ciechi. Questi cani sono sempre selezionatissimi fin dalla nascita. Sciocchezze? Certo. Questi rilievi li scrivo non tanto per criticare il lavoro, ma per mostrare che volendo c'è sempre spazio alla pignoleria e quando ci s'imbatte in un pignolo esperto ti viene voglia di non scrivere più nulla. Costoro dovrebbero occupare meglio il tempo e dedicarsi a leggere solo l'elenco telefonico, così da verificare che i numeri scritti corrispondano esattamente ai nomi e cognomi a lato. (Si capisce che ce l'ho su con qualcuno? Ma rassicuratevi, non appartiene a questo forum, per la fortuna di noi tutti). Non sono contro la precisione, al contrario. In genere, quando scrivo, sono un fanatico della correttezza dei dati, ma se avessi creato un raccontino snello e gradevole come questo, non mi sarebbe impippato un bel niente delle imprecisioni! Anzi, sono proprio le imprecisioni che danno tono a questi scritti leggeri, che non hanno alcuna pretesa di grande letteratura. Credo che di imprecisioni bisognerebbe metterne tante, ma davvero tante, così da far fare indigestione ai critici pignoli. Invece vorrei rilevare una cosa che generalmente sollecita maggiormente i miei commenti. Ovviamente si tratta di un sentire personale, ben lungi dall'essere una regola. Ecco: L'uso del dialetto in uno scritto a mio parere dovrebbe essere opportunamente preparato e non comparire improvvisamente alla fine, soprattutto in una frase detta dal narratore stesso, il quale nel resto del racconto ha utilizzato l'italiano (in un registro familiare, ma non dialettale). Desiderando inserire una frase romanesca, credo che avrei desiderato essere preparato da qualche espressione o modo di dire dialettali già nelle righe precedenti. In conclusione il tuo racconto mi è proprio piaciuto, Renato
  15. Renato

    La settima carrozza 2/3

    Commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/20739-danza-con-i-lupi-prologo/ LA SETTIMA CARROZZA - parte seconda Rimasi a osservarlo per un paio di minuti: l’uomo era talmente convincente nella sua conversazione, che se non avessi visto il binario vuoto avrei giurato che realmente stesse discutendo con qualcuno. Parlava, poi s’arrestava ad ascoltare, talvolta assentiva e talvolta negava energicamente con la testa o agitava il bastone, sbuffava, rideva e compiva i tradizionali gesti italiani con il braccio e la mano a significare: “ma va là”, “aspetta un minuto...”, “ci vedremo più tardi”, “neppure per sogno”, ecc. Intanto le portiere del treno si chiusero a una a una con una serie di tonfi e al termine il fischio del capotreno segnalò al macchinista di partire. Il treno s’avviò faticosamente, protestando e gemendo sulle ruote come un asino costretto a far girare una macina troppo pesante. Mentre il treno mi sfilava davanti, scordai il vecchio e mi venne d’istinto contare le carrozze, lo feci come avevo imparato da bambino quand’ero in colonia: “pacco – posta – visita – partenza – pacco – posta”. Qui terminava il treno. Secondo la filastrocca, che era terminata alla parola “posta”, avrei dovuto ricevere una lettera entro qualche giorno, ma poiché nel passato nessuna profezia del genere s’era mai avverata, sorrisi dentro di me, divertito da come quell’ingenuità di bambino persistesse ancora nell’età adulta. In quel mentre mi resi consapevole che il treno era composto in tutto di sei carrozze e che il vecchio antipatico s’era avvicinato nel punto in cui avrebbe dovuto esserci la settima. La vicenda m’incuriosì molto e la mia mente di giovane sognatore aveva già creato il titolo per un’avvincente storia di mistero: La settima carrozza, la carrozza che non esiste. Nella mia fantasia già scorrevano personaggi inquietanti, spie e assassini, segreti che nessuno avrebbe dovuto conoscere... Che il vecchio fosse il travestimento di un losco figuro ricercato dalle polizie di tutto il mondo? Forse che il suo parlare a una carrozza inesistente non fosse altro che una trasmissione di messaggi militari a qualche potenza straniera? L’idea mi prese a tal punto che nelle settimane seguenti, vincendo la mia innata ritrosia, cercai d’informarmi presso i viaggiatori che salivano sul mio treno dello strano individuo che parlava a carrozze che non c’erano. Ottenni però solo notizie molto vaghe e decisamente poco interessanti. «Credo che abiti in una catapecchia dalle parti della Gasometri» diceva qualcuno. «Era un ingegnere della Smeriglio, poi quando gli è morta l’unica figlia, è andato fuori di testa» mi raccontò un altro. Una signora anziana era molto certa di quel che diceva: «Ah, el matt di treni... Se ciama Seretti o Serelli e l’è stà purtaa via da i tudesch. Quan l’è turnà l’era inscì cumè che l’è adèss, tutt sunaa». «Era un ferroviere» mi assicurò un operaio della Montecatini. «Da quando l’hanno mandato in pensione l’ha preso la nostalgia dei treni e non riesce a starne lontano». La maggior parte degli interpellati si limitava però a un’alzata di spalle e commentava: «Chi vuoi che sia? È uno dei tanti matti che parlano da soli. Dopo la guerra Milano n’è piena». Solo un vecchio stradino mi disse qualcosa di più: «Oh mi’l cugnussi ben! Sì, l’è el Cesarino! L’è minga de chi, però. L’è vegnuu a la Bovisa vint o trent’ann fa». Però alla fine non sapeva dirmi niente di più. Era chiaro che il vecchio viveva appartato e non dava confidenza a nessuno, tuttavia, se volevo venire a capo del mistero della settima carrozza, dovevo per forza parlare con lui. Ma come fare? Non pareva che fosse disposto alla minima confidenza. Dovevo trovare un sistema per entrare nelle sue simpatie, ammesso che quella specie di orso fosse in grado di provare simpatia per qualcuno. Prima però dovevo scoprire che cosa diceva quando si rivolgeva alla settima carrozza. Ormai il mistero di quell’uomo mi aveva a tal punto incuriosito che pensavo a lui più volte al giorno. Stava diventando una vera ossessione. Chi era veramente il vecchio? Che cosa diceva alla settima carrozza? Con chi parlava? Per poterlo ascoltare mi recavo dove sapevo che si sarebbe fermata la carrozza di coda, poi all’arrivo del treno mi accendevo una sigaretta e non salivo sul vagone fino a che non giungeva il capotreno per chiudere l’ultima portiera. Nel tempo di attesa, che raramente superava il minuto o due, cercavo di cogliere qualche parola che il vecchio dirigeva al binario vuoto. Purtroppo a quell’epoca i treni erano alquanto rumorosi anche quando sostavano in stazione e, per quanto allungassi le orecchie, non mi pervenivano che poche parole isolate. Dopo un paio di settimane ero riuscito a mettere insieme qualche “ciao”, “ci vediamo”, “non posso” e poco più. Tutto troppo banale e nello stesso tempo troppo strano. Che in quelle parole si celasse un codice segreto? Un giorno però il vecchio Cesarino era particolarmente incollerito e gridava alla carrozza che non c’era: «Ti ho detto che adesso non voglio! Accidenti a te Nina t’hoo dì de no! G’hoo ancamò de faa! Ho da fare. Diglielo agli altri. Non posso venire adesso! Podi no!» Il vecchio era infervorato e quella fu l’unica volta che vidi le sue gote arrossarsi. Finalmente l’avevo udito chiaramente, ma la mia curiosità s’era ulteriormente alimentata senza aver ottenuto la minima soddisfazione. Chi era questa Nina? E che cosa aveva mai da fare di tanto importante un vecchio di ottant’anni? Il mistero s’infittiva e alle domande che mi assillavano davo le risposte più incredibili. Al contrario di tutti gli altri, l’unica cosa a cui non riuscivo a credere era che fosse semplicemente pazzo. Lo sguardo che mi aveva lanciato quando m’ero seduto sulla sua panchina era carico di un’urgente preoccupazione, esprimeva l’ansietà per qualche tabù infranto o una sorta di allarme per un imminente pericolo, ma certamente in quello sguardo non vi avevo letto la pazzia. Quella la conoscevo bene. Come avrei potuto dimenticare le occhiate folli che mio nonno mi lanciava quando entravo nella sua stanza? E lo strabuzzare degli occhi quando cercò di aggredire mia madre o la feroce alienità di belva nello sguardo quando lo portarono via? No, negli occhi del vecchio Cesare non c’era niente del genere e ancor meno una vuota stupidità. Quello che mi aveva rivolto era uno sguardo tanto intenso quanto carico d’intelligenza. Cesare non era pazzo, ma quale angoscioso segreto si celava in lui? Perché non potevo sedermi su quella panchina? Non c’era altro mezzo: dovevo farlo parlare. Chissà, magari chiedendogli un’informazione sui treni, o forse facendomi accendere una sigaretta... Intanto i giorni passavano senza alcun progresso. Non riuscivo ad avvicinarlo in alcun modo perché appena accennavo a dirigermi alla panchina, o soltanto mi accostavo a lui a meno di tre passi, mi guardava in modo truce e agitava un poco, ma in modo sufficientemente minaccioso, il suo bastone nero. Era chiaro che se avessi cercato di penetrare di più nel suo spazio mi avrebbe colpito senza esitare. Ma anche se si fosse limitato a imprecare senza farmi nulla, in ogni caso non avrei raggiunto il mio scopo di farlo parlare. Un giorno mi venne un’idea. Il mio treno era entrato in stazione e stava rallentando. Non attesi che si fermasse del tutto. Mi diressi di corsa ad aprire l’ultima portiera del vagone di coda mentre le ruote non avevano ancora cessato di stridere sotto la morsa dei freni. Finsi d’inciampare, mi rotolai a terra simulando una brutta caduta e in tal modo mi avvicinai al vecchio che sostava in piedi a pochi passi da me, intento a discorrere con il vuoto della settima carrozza. Chissà se mi avrebbe soccorso. Non lo fece, ma del resto neppure l’avevo previsto.
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