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queffe

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  1. queffe

    L'incubo (revisionato)

    commento L'incubo Apro gli occhi nel buio. Mi sono nascosto in una nicchia di questo porticato. La lampada, poco più in là, è guasta e questo è l’unico punto in penombra: il buio mi proteggerà. Nel portico risuonano passi, sempre più vicini. I suoi passi: un ritmo lento e regolare che incombe su di me. Mi sta cercando? Richiudo gli occhi, un tremito che non so controllare mi scuote. Un gemito mi sfugge – no! – penso. I passi si sono arrestati. Un silenzio interminabile che avvolge ogni cosa viene rotto infine dal suo respiro, mentre io continuo a trattenere il mio. Mi avrà udito? Cosa avrà potere di fare? Dentro di me rimbombano voci antiche, piene d’angoscia. Mi sembrano conosciute, sebbene mai sentite. Lampi di immagini confuse ed esperienze già vissute mi portano via per un istante che non riesco a spezzare. Una strada, una chiesa, un lungo corridoio al termine del quale una porta è semiaperta. Luoghi lontani sui quali grava sempre la stessa cappa d’improbabile salvezza. Nel momento in cui lui urla qualcosa non sono pronto ad ascoltare. Non ho capito… Non so, e mi chiedo se mi sarebbe stato d’aiuto comprendere cosa aveva da dirmi… Ma l’attimo di attenzione termina senza la mia volontà, i sensi tesi, rivolti all’eco della sua voce, subito si allentano. Forse ora è un sonno più profondo a vincermi e io, ripiombando nella zona offuscata ma insensibile del mio incubo, riconquisto una calma fragile e dolente. Rumore di passi che si allontanano. Prima lenti, quasi circospetti, poi più veloci. Gli ultimi suoni che percepisco sono quelli di una corsa. Sfrenata e sempre più lontana. Sono rimasto solo nel buio, che mi ha protetto e che non vorrei più lasciare. * * * Apro gli occhi. Nel buio. Sono appoggiato a un muro. L’oscurità sarà ancora in grado di proteggermi? Sento un soffio, lento e regolare: lui mi è di nuovo vicino e questo è il suo respiro. Provo a muovermi, a cercare una via di fuga. Sfioro una tenda, poi una parete. Il respiro cessa e mi blocco. Può aver percepito la mia presenza? Siamo ormai a poca distanza. Richiudo gli occhi, quasi che il buio possa farsi più nero. Ancora quel tremito incontrollabile mi assale, ma il mio gemito questa volta è solo un sussurro. Non abbastanza silenzioso, però. Mi deve aver sentito: un fruscio improvviso e poi un lampo di luce per poco non svelano la mia presenza, ma sono già a terra e ho appena il tempo di scivolare sotto il primo riparo. Il tremito ora mi sconvolge. Mi copro il viso e premo con tutta la forza per trattenere l’urlo che mi esplode dentro. Qui solo il buio può proteggermi e se io non vedrò lui, lui non potrà vedere me. Rumori ovattati, vicini, forse sopra di me. Movimenti cauti, ma incerti. Poi, ancora una volta, soffia una voce, la sua voce, ma non la comprendo. So che si rivolge a me, so che ha qualcosa da comunicarmi, ma non voglio sentire. E non voglio vedere. Il tempo scorre lento e infine cessa di esistere. Cado nuovamente nel sonno profondo. Non vorrei più lasciarlo, ma so che non sarà così. * * * «Devi affrontare il tuo incubo…», la voce dell’analista giunge di lontano. Una frase e infinite argomentazioni razionali che mi pare d’aver sentito da sempre, ma che è come se non fossero rivolte a me. «Solo affrontandolo potrai liberartene…», e so che non potrò più rifugiarmi nel buio. * * * Apro gli occhi. Questa volta sono in un bosco. L’autunno è inoltrato, le foglie secche, a terra, sono una coltre spessa e rumorosa. Il bosco è fitto, pur spoglio: alberi e arbusti a perdita d’occhio. Sopra, un cielo nuvoloso incombe. Non una nicchia, non un riparo da questa luce diffusa, grigia e innaturale. Già so che lui sta arrivando. Già mi raggiungono da lontano voci e rumore di foglie. Si materializzano figure umane, fra i rami. È giunto il momento di affrontarci, lo so. Non sono pronto, ma ormai è inevitabile. Ancora un giro d’orizzonte: i miei occhi cercano invano un nascondiglio, una via di fuga, un antro buio dove non essere visto, dove trovare rifugio. Ma non c’è più rifugio. Paralizzato al centro di immagini che mi ruotano attorno sempre più vorticose, tento di muovermi, incerto. Ubriaco cedo al mio destino e senza più volontà mi avvio in direzione dei suoni, verso quelle figure. Che però si allontanano. Se ne vanno. Cosa mi ha protetto, questa volta? Se anche il buio, sola possibilità residua di salvezza, mi ha abbandonato, e la mia disperazione è tanta da farmi ormai rassegnare all’incontro con lui, cosa mi ha protetto? E fino a quando potrò sopravvivere a quest’incubo? Così reale e terribile, che con tanta forza respingo ma con altrettanta forza mi attrae a sé? Non eravamo soli, ci dovevano essere altre presenze, questa volta: ecco perché non ci siamo incontrati. Ma io sono certo di aver visto la sua ombra. E di essere stato visto da lui. Richiudo gli occhi. E di nuovo la liberazione del buio e di un’insensibilità totale mi accolgono. * * * Apro gli occhi e sono nella penombra. Adesso sono nel palchetto di un teatro. Lui è seduto su una delle due poltroncine e mi volta le spalle. Guarda in basso. Oltre la balconata, il palcoscenico illuminato. Sa che sono qui. Questa volta non è un incubo, ricorrente nel suo afferrarmi, sempre nuovo nel rappresentarsi. Questa volta ci siamo: ecco la mia ombra. Come siamo giunti fin qui? Cosa consente ai fantasmi della mente di visitare il mondo reale? Non si volta e poggia una mano, bianchissima e tremante, sulla poltroncina che gli sta di fianco, anch’essa rivolta verso il palco e la rappresentazione che vi è in corso. Non c’è tempo per le domande, con un cenno della testa, senza voltarsi, m’invita a sedermi. È un’ombra che per un istante mi pare gentile. Ma che emana una paura secca, nuova e violenta, che mi afferra e poi mi si propaga dentro rendendomi folle. Vorrei farmi nell’angolo più buio di questo angusto spazio, accucciarmi e cessare di esistere lì, ma so che nemmeno più l’oscurità può accogliermi: mi chiama la sua volontà, che è forte: più forte di me, e io non sono più in grado di opporre la mia. Ora sono guidato soltanto dal ricordo di una voce lontana, tante volte sentita, sognata forse: solo affrontandolo potrai liberartene… Sfinito dal terrore, ma con gesti sicuri e automatici, avanzo e mi siedo. Il suo respiro, rauco e stentato, sembra martellare alle fondamenta il teatro; so che sta per voltarsi. Mentre giù, nella finzione scenica, si consuma il dramma e un braccio armato di un’accetta cala su un innocente che nulla e nessuno potrà salvare, io e lui, qui, affrontiamo il nostro destino. E in un istante so che anche per noi non c’è salvezza. Si è girato, mi guarda, e nello specchio che sembra avere al posto del viso vedo l’orrore che ha ogni uomo di fronte al proprio incubo. Sappiamo entrambi che non c’è altra via: di scatto ci alziamo e ci afferriamo per le braccia. Attraverso i vestiti sento il suo calore, che per me è quasi insopportabile. La balconata è superata d’un balzo, il volo è un istante. Siamo a terra. Ora riesco a vedere il suo vero volto e posso mostrarmi a lui. Al suo terrore adesso si sono aggiunti lo sgomento e la disperazione di sapere che nemmeno la morte libera dall’incubo. Siamo uno il riflesso dell’altro, ma io sono l’ombra: io sono il terrore. Sono l’incubo evocato nel mondo reale da quest’uomo che ora, morente, mi sta lasciando andare. Voci intorno a noi gridano. «Mio Dio!», «Luce! Luce in sala!». Ma, prima che sia luce, la Morte, che è qui assieme a noi, ha chiuso quegli occhi disperati e io posso tornare al mio nulla. Fino a quando, da altri evocato, riaprirò ancora i miei occhi nel buio. E sarò nuovamente terrore.
  2. queffe

    [Sfida 28] In fuga dalle ombre

    Sarei per evitare sempre le rime. Consiglio di usare, al posto di "consunto", consumato, oppure logoro. Anche per una questione di opportunità: in italiano una locuzione molto somigliante (unto e bisunto, che sicuramente conoscerai) è utilizzata con accezione molto negativa... Anche qui, permettimi: il fumo solitamente è utilizzato in metafora per indicare qualcosa che non solo tende ad occultare, ma è anche molto fastidioso (e il fastidio serve da diversivo). Insomma: il fumo per me rappresenta qualcosa di artefatto, che nasconde non solo la realtà a chi ne è avvolto, ma anche la precisa volontà di qualcuno di nascondergliela. Ti consiglierei di usare la nebbia, che (ad esempio) può offuscare i pensieri e i ricordi. (Ormai credo siamo quasi giunti al punto in cui posso soltanto proporti, da pari a pari, una scelta miratissima di singoli termini che, nei miei gusti di lettore che si misura anche con la scrittura creativa, sono più pertinenti a rappresentare ciò che stai narrando. Non mi considerare eccessivamente pignolo, applico semplicemente ai tuoi testi i ragionamenti con i quali cerco sempre di analizzare i miei... ). Oppure potresti volgere la frase in questo modo: Il resto è fumoso: non solo i ricodri sono offuscati, ma anche i pensieri e io mi sento vulnerabile di fronte alla gente. "Fumoso", in questo caso, si riferisce a una percezione sostanzialmente visiva, di immagini che la memoria non riesce a evocare chiaramente. Credo che usato così il fumo possa rappresentare solo un effetto, tralasciando i sottintesi che lo hanno generato. Mmmh... ti ho già invitata più volte a dosare bene le frasi fatte, le metafore che vengono più da tradizioni e consuetudini linguistiche popolari... Perdonami, ma anche qua rischi solo di spersonalizzare e banalizzare la tua narrazione, a mio parere. Inoltre i ricordi sono quelli di una bambina. Elaborati dalla persona adulta, d'accordo, ma la riesci a vedere una bambina che parla per immagini? nemmeno se dalla tempesta (quella reale), dai tuoni, è terrorizzata! Usa immagini più dirette, non usare mai metafore evocando i ricordi di bambini. Ad esempio (semplificando al massimo): in attesa che passi almeno la paura Sai cosa voglio dirti, vero? Ecco, brava. Usa parole tue (che non ti mancano di certo). "...anche quando ne sente il calore", "...anche quando la luce è salvezza", "anche quando [qualsiasi-cosa-tranne-che-frasi-fatte]" Questa frase non mi suona bene... "Le catene non servono a nulla" non rappresenta esattamente ciò che credo tu voglia comunicare (cioè che sono un fardello, un impedimento). La catena contiene già in sé il significato. Prova semplicemente con: Devi rompere le catene che ti legano se vuoi recuperare... Qui vedo un problema più serio: le sue (di chi? della parte infantile? ) stesse barriere... mi trovo a chedermi ciò che ti ho messo tra parentesi e la lettura mi si interrompe: bruttissimo effetto. E poi: quando entrambe avevate soltanto otto anni. Credo si tratti di "un doppio" (inteso "di personalità") della voce narrante, ma resto confuso: c'era forse una sorella gemella che non è sopravvissuta? Mi ricollego all'inizio e ricordo di aver letto che siete scappate in due. Qui un secondo personaggio pare far irruzione in una maniera che crea cofusione, se non altro sintattica... Vabbé, te lo hanno già segnalato... Ecco che entra in gioco, pare entrare in gioco, concretamente, il secondo personaggio. Di seguito scoprirò che Nina è il nome della protagonista-narratrice. Però passa troppo tempo da questo frammento, e non ne è passato abbastanza dal precedente "entrambe avevate otto anni". Io trovo che una costruzione del genere disorienti un poco. Qui c'è un problemino di verosimiglianza: nella psicoterapia "terza seduta" non concorda con il "già", nemmeno per l'instaurazione di un principio di comunicazione fra terapeuta e paziente. Di miracoli, ammesso che se ne possa parlare, non se ne vedono se non dopo anni di sedute (lo so: sono un fissato ) via l'articolo anteponi il sostantivo all'aggettivo. Oppure togli pure l'aggettivo: si è già capito che quello è il suo peluche preferito. questo indirizzo La precisione di una mamma che sta dando quelle che sa potrebbero essere le istruzioni di emergenza, è fondamentale: in questo foglio, in questa manina stai stringendo l'indirizzo della salvezza. Trovo importante quasto dettaglio, per caratterizzare tutto l'amore di una madre... Il finale ha ritmo e intensità notevolissimi, per i quali non posso dirti altro che "brava!" Ottimo racconto, nonostante tutti i rilievi che ti ho fatto. Non ho letto in tempo per votare e ti confesso che avrei scelto il racconto di Marcello, che ha uno stile più vicino ai miei gusti, ma devo dire che questa è stata una sfida di livello molto elevato. Complimenti per la vittoria, che, gusti personali a parte, non posso assolutamente considerare immeritata. A rileggerti.
  3. queffe

    Richieste cancellazioni Racconti, Poesie o Storie

    @AndC : ecco fatto.
  4. queffe

    Cuori di carta

    Parto da alcune considerazioni formali e ortografiche. Chiudi le battute con il trattino. Se nel seguito del testo vai a capo non è necessario farlo, secondo le convenzioni tipografiche. Basta (e, anzi, ci vuole) il punto. Il trattino si usa a chiusura degli incisi (naturalmente se aperti con lo stesso trattino). Sempre per l'apertura delle battute, al posto del carattere - (meno) sarebbe più opportuno e usare il trattino lungo – (ALT+0150, in caso di utilizzo del tastierino numerico). Comunque si tratta di puri dettagli. Le CE hanno convenzioni anche molto diverse fra loro. Mai lo spazio prima dei principali segni di interpunzione (. , ; : ? !). Sempre uno spazio dopo (anche dopo il trattino di apertura della battuta). Attenzione: usi la particella "si" al posto dell'affermativo "sì" (questa non è una convenzione tipografica, è un vero e proprio errore). Passo a una considerazione di puro gusto mio, di lettore. Dalle il peso che ha (un singolo parere su "n"): usi, in questo racconto (non so se sia nel tuo stile, ti confesso di non aver ancora letto altri tuoi racconti) locuzioni che mi pare banalizzino la narrazione. Secono me non ne hai bisogno. Forse li consideri abbellimenti, precisazioni. Per me danno alla tua scrittura un senso di "già sentito" che penalizza una scrittura semplice, sufficientemente chiara e pulita, leggibile. Faccio qualche esempio di frasi che,a mio parere, potrebbero essere rese più essenziali con dei tagli: Ti segnalerò, fra i commenti, qualche altra locuzione che potrebbe essere resa più diretta, senza giri di parole che, secondo me, rischiano solo di togliere efficacia al testo. Mmmh... qui ho una perplessità sulla posizione del narratore, che durante tutto il racconto il narratore mantiene una buona neutralità. Perché qui gli fai dare un giudizio così di parte sul comportamento di Leo? È Arturo a sentirsi tiranneggiato e a considerare inutili le domande del figlio: o lo fai specificare al narratore, o mantieni, anche qui, l'equidistanza dai personaggi. Io consiglio sempre la virgola prima degli avversativi: Arturo prova a tirarla verso la sedia, ma... Bella la "folla di colombi" (rende molto bene l'immagine). La seconda parte della frase, invece, non funziona. Forse dovresti aggiungere qualcosa. Ad esempio: ora sente il peso di molti occhi che la guardano Attenzione, non è una soluzione ottimale: il soggetto sottinteso potrebbe non essere proprio ideale (anche se è lei ad aver fatto la battuta precedente). Il senso della mia nota è comunque volto a farti migliorare la chiusura della frase. Cos'è questo cambio di tempo verbale? Il passato remoto lo potresti usare efficacemente solo se questo fosse un flashback, mentre è un'ellissi. Se non ho perso qualche colpo sono dei bancari. Quindi il capo non guarda ai fatturati, come se si trattasse di un'impresa commerciale, bensì ad altri parametri. Preferirei "Continua a guardarla con indifferenza..." Questo stilisticamente, ma trovo che qui ci sia un difetto di punto di vista. Stai focalizzando su Saluzzi, e lui (lo hai appena detto) non la sta guardando con indifferenza, bensì con molta attenzione. Agli altri apparirà indifferente verso di lei, dovresti specificarlo per la precisione di ciò che vuoi che passi al lettore: Miseri si accorge che l’indisponente Saluzzi non è solo una sgobbona, ma è realmente un cavallo di razza. Continua a mostrare indifferenza nei suoi confronti, ma ogni tanto le affida qualche compito che lei svolge puntualmente. Questo non può essere un periodo, può solo introdurre la proposizione successiva: Suo braccio destro, la scorbutica segretaria, verso la quale anche lui ha un certo rispetto, è prossima alla pensione e si muove, e parla come se fosse il direttore in persona. Almeno io la scriverei così. Se non ti piace forzare la congiunzione con la virgola prima di una "e" puoi chiudere il periodo con un punto dopo "pensione": Parere personalissimo: io il bisticcio lo eviterei. Martina ha un crollo di coraggio. Verosimile, ma io trovo che da qui in poi l'ingenuità di Martina risulti davvero esagerata. Il personaggio che stavi delineando aveva buone premesse, la storia prosegue in modo credibile, alla fine riesci a far passare anche una morale che è facile che il lettore condivida. Quando sono arrivato a questa battuta: La povera Martina (come personaggio) mi è proprio crollata! Una "Giovanna d'Arco" davvero poco granitica e sagace... le farei usare anche più prudenza nel coinvolgere tutti i colleghi (figurati se nell'organizzazione non c'è qualche spione, qualche "cocco del direttore"...). Va bene, dopotutto Martina è solo una comprimara, nel percorso narrativo serve per la storia di Arturo, e se non fosse così "leggerina", dovresti far fare qualche azione ancora meno nobile al tuo protagonista (che già prelevando la borsetta e gettandola ne esce sostanzialmente distorto, rispetto a quello che credo sia il tuo intento e rispetto a come, molto bene, fino a un certo punto e poi nel finale della storia viene rappresentato). Però... Però: a Martina non far fare battutine frivole ("mio ombroso pensatore"), non farle perdere una borsetta così preziosa e, se lo fai, e se vuoi mantenere un Arturo mediocre ma non criminale, fagli notare che lei l'ha dimenticata, ma fallo voltare dall'altra parte. Insomma, la storia secondo me può funzionare, ma ha bisogno di una trovata finale diversa (diversa nel suo svolgersi, non nella sostanza), magari anche più drammatica, magari mostrando una Martina molto più sotto stress per la rivoluzione che sta mettendo in atto (e allora, in un personaggio sotto forte stress efficacemente rappresentato, anche una dimenticanza assurdamente banale potrebbe diventare più credibile). Perché con una Martina così il tutto mi sa di "favoletta" (perdonami se uso un termine che sminuisce così fortemente la tua storia), ma secondo me su questo ci devi (e ne vale la pena) lavorare particolarmente. A rileggerti.
  5. queffe

    I racconti della Terza Luna - Sesto ciclo

    La settimana dal 26 febbraio al 3 marzo va in bianco, purtroppo: nessuno dei racconti pubblicati mi ha convinto appieno.
  6. queffe

    [Sfida 28] Lisandro

    Non ho letto in tempo per votare e me ne dispiaccio. Desidero comunque fare una sorta di piccola ammenda lasciandovi un commento. Vabbé, sulle tue capacità descrittive non ci sarebbe nemmeno più bisogno di parlare. Però voglio farlo. Condivido quanto sostiene Edu sul pizzico di retorica, ma, nella mia visione, si tratta di un'acceziona positiva, che attinge all'etimologia del termine e che non qualifica solo l'ornamento dello scrivere, ma anche (e soprattutto) l'efficacia. Un retorico misurato, evocativo, economico (qui sarà opportuno che mi spieghi meglio: con "economico" intendo proprio con un uso delle parole e con una costruzione delle frasi che usa il minimo indispensabile per rappresentare il massimo. Un po' il contrario del minimalismo, che lascia il massimo del non detto e all'immaginazione del lettore l'opera di "raccordo" e i presupposti, nella tua scrittura, in ogni situazione, c'è sempre il dettaglio significativo che determina con precisione un'ambientazione, la caratterizzazione fisica o estetica di un personaggio o una sua azione. Qualcosa che tu hai bisogno di far passare, perché nella tua storia ci deve essere, e di cui la tua storia non potrebbe fare a meno. Quasi come se tu obbligassi il lettore a tenere in considerazione qualche "paletto" narrativo. Questi tre esempi non sono solo frasi abbellite da una costruzione attenta e da una scelta di termini accurata. Sono immagini imprescindibili, che passano al lettore, senza fraintendimenti, ciò che sta accadendo nella tua storia. Storia che tu lasci diventare del lettore solo a patto che si svolga dove e come vuoi tu, perché solo immersi in quell'ambiente e in quelle sensazioni i tuoi personaggi possono assumere il ruolo e vivere le sensazioni che tu gli fai vivere (e che proprio così arrivano al lettore). Bon. Tutto questo non è per farti degli sterili complimenti, ma per farti capire come io, da lettore, interpreto il modo di scrivere di un autore come te. Non sei l'unico, ovviamente, e, anzi, in un romanzo è quasi un obbligo, per lo stile di un gran numero di autori, distribuire punti di riferimento ("paletti") ambientali ed emozionali dei quali il lettore deve tenere conto. Ma in un racconto breve non è così scontato riuscirci. L'economia alla quale mi riferivo è proprio quella di riuscire a caratterizzare così fortemente un'ambientazione (e le sensazioni che essa provoca, o, meglio, ispira) in così poco spazio. Aggiungo una cosa, che, invece, riguarda nello specifico la storia narrata: Arrivato aquesto punto ho avuto la chiara sensazione che non si trattasse di un bambino vero. Non so se fosse nel tuo intento (e in tal caso si tratterebbe di un indizio), ma i bambini non finiscono mai le domande. Ho proprio pensato potesse trattarsi di una proiezione mentale, di un'allucinazione benefica, di un graceful ghost (che poi potrebbero essere la stessa cosa, declinata in tre interpretazioni diverse). Ecco: lungi dall'essere una segnalazione di prevedibilità, la mia, voglio dirti che si è trattato di uno di quei piacevoli casi nei quali mi trovo in perfetta sintonia con un racconto: nessuna certezza di aver capito in anticipo dove si va a parare, ma perfetta concordanza tra aspettative che si creano strada facendo e gusto che alla fine ti ha lasciato la lettura. Grazie per avermi regalato cinque minuti di lettura e una mezz'ora di riflessione metanarrativa, che sono sempre una piccola ma importante lezione, per me.
  7. queffe

    I racconti della Terza Luna - Sesto ciclo

    Grazie ad @Anglares per aver sopperito al mio ritardo nell'apertura (non è d'obbligo, ma di solito la Luna la apre il primo lettore. Sempre che non sia @queffe ). Ecco i racconti della settimana dal 26 febbraio al 3 marzo: Nevischio Prudenzio Batterie scariche Sette lupi bianchi Cuori di carta Cielo
  8. queffe

    I racconti della Seconda Luna - Sesto ciclo

    Per la mia settimana ho scelto il racconto Benzina di @Ospite Rica Menzione speciale per Joan Baez , coraggioso "esperimento" di @Rewind che mi piace particolarmente ringraziare qui, perché coglie appieno lo spirito dell'Officina. Se non sperimentiamo lì, dove? E, sì, lo ammetto: mi piace particolarmente la scrittura scarna, essenziale, avara (addirittura scevra, come in questi due casi) di fronzoli. Ma che cela mondi che il lettore è costretto a immaginare. Grazie a tutti per le letture della settimana.
  9. queffe

    Mezzogiorno d’inchiostro 133 – Off topic

    Visto? Lo dicevo io che non proprio tutti erano contro la figura dello staffer giudice!
  10. queffe

    Mezzogiorno d’inchiostro 133 – Off topic

    Si iscriveranno appositamente al forum due troll, della peggior specie, ma bravi a scrivere. Manterranno un bassisimo profilo, vinceranno questo MI, per poi scatenarsi sotto la tua conduzione.
  11. queffe

    Mezzogiorno d’inchiostro 133 – Off topic

    Occhio, partecipanti, che ormai è un veterano e i lupi se li mangia a merenda. Pare che sulle Alpi e sugli Appennini, fra le popolazioni di lupi italiani, vada diffondendosi un tipo di ululato particolare, interpretato degli etologi come "In bocca ad @AdStr "
  12. queffe

    Cosa state leggendo?

    Devo aver letto qualcosa di suo, mi pare. Ma per me è una meteora, non avrà successo.
  13. queffe

    I racconti della Seconda Luna - Sesto ciclo

    Racconti della settimana 8 (dal 19 al 25 febbraio): Storia di Mino e del giapponese ortodosso di Kyushu Come si diventa invisibili Oceano Benzina Joan Baez Gli stati mentali Quando bastava chiudere gli occhi Martin
  14. queffe

    Joan Baez

    Innanzi tutto bentornato anche da parte mia. Scusa se sollevo una questione di plausibilità, ma in un racconto così essenziale (invidiabilmente essenziale, per come la vedo) e tanto crudamente realistico da avvinghiarmi, letteralmente, non posso evitare di pensare a: Inutile che io tenti di dimostrarti, analiticamente, i tempi di reazione, lo spazio di frenata minimo possibile, alla velocità necessaria per rendere l'atto di Lucia sicuramente mortale, la riduzione prospettica del riflesso in uno specchietto retrovisore... Ma, insomma: lui non può vedere tutti questi dettagli. Li immagina? Possibile. Ma non lo percepisco. Lei è stata investita dalle auto che seguivano? Possibile anche questo, ma tali auto dovrebbero frapporsi fra lui ancora al posto di guida e lei sull'asfalto. Permettimi di provare a rimediare. (Faccio un po' come fai tu, quindi penso comprenderai senza difficoltà la modalità): Ti perdono (ma non sono molto coerente, lo ammetto) solo l'apertura della portiera (già a 50 km/h ti sfido ad aprirla senza una certa fatica, a causa del vento apparente, ma oggi ci sono i portelloni scorrevoli su molte "urban"...) Insomma: è un dettaglio che ai più potrebbe sembrare insignificante, in confronto al contenuto, che è potente. Ma a me ha disturbato, mentre dovrebbe essere la storia (ciò che la storia, narrata proprio così come hai fatto, è in grado di smuovere in me) a disturbarmi. Non è pignoleria fine a se stessa, quindi, secondo me. Poi sta solo a te valutare la reale importanza della mia annotazione. A rileggerti.
  15. queffe

    Aspettando il MI - Off topic

    L'avvocato Azzeccagarbugli non è degno di slacciarti i sandali. Comunque, per rimanere off topic:
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