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queffe

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    Leggere (ovvio!) e un po' anche scrivere.

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  1. I racconti della Quarta Luna - quarto ciclo

    I racconti della settimana dal 16 al 22 aprile (elenco provvisorio): L'investigatore provato Riflessi di palude Kiyoko Ho lasciato tutto e me ne sono andato Orgoglio e dignità The East Light Blues Il gran Psicopompo L'anello debole
  2. L'umano dietro la luce

    Ah, siamo già alle offese personali...
  3. Guanto di Sfida

    L'inchiostro mi affascinava perché presupponeva un manoscritto, ma lascio a voi la scelta e accetterò qualsiasi altra sostanza in grado di rendere definitivamente illeggibile lo scritto (sostanza che, pensandoci bene, non escludo possa avere avere una carica di fascino altrettanto alta. Una macchia di sangue, ad esempio, per la sua natura liquida in origine potrebbe cancellare certi tipi di inchiostro, una goccia di colla o di vernice asciugata potrebbe coprire una parola stampata e distruggerla se viene rimossa). Quindi su questo aspetto avete ampia libertà. Qui, invece, preferirei che qualcosa di irreversibile entrasse nel racconto. Pertanto no: il protagonista non potrà entrare in possesso dell'informazione perduta.
  4. Si spengono le stelle - Matteo Raimondi

    Complimenti Matteo. Ce l'ho già in lista. Data la lunghezza della suddetta normalmente lo leggerei entro due o tre anni , ma siccome sei un amico di forum penso che il tuo libro passerà davanti a parecchi altri .
  5. Guanto di Sfida

    Dichiaro aperta la sfida n.11 Sfidante: @Vincenzo Iennaco Campione: @Marcello Genere: epistolare/diaristico Tema: la dignità Limite caratteri: 8.000 Boa: una macchia d'inchiostro ha cancellato una parola fondamentale per la comprensione di uno scritto (o di un semplice un messaggio) in possesso del protagonista. N.B.: Non è indispensabile che nel racconto compaia la frase incompleta. Il concetto è che al protagonista manca un'informazione fondamentale, egli ne è consapevole e questa mancanza, non rimediabile, condiziona (o ha condizionato, in passato) le sue azioni e i suoi pensieri. Dato l'orario farò partire il conteggio dei dieci giorni a vostra disposizione a partire dalle ore 0:00 del 16 aprile, quindi avrete tempo fino a tutto il 25 aprile per inserire il vostro racconto in questa sezione. Vi ricordo che, per qualsiasi dubbio, il regolamento è qui. Signori, alle armi (cioé: buona scrittura! )
  6. Auguri Macleo

    Auguri @Macleo
  7. Riflessi

    Sì, capisco. E richiamare l'eco è molto espressivo. Però trovo che dal punto di vista formale quel passo lo preferirei così: Invano è questo mio cercare ombre sulle sedie occupate e sulle sedie sgombre nei profili delle ombre Noto che non usi segni d'interpunzione. È una scelta stilistica che non discuto, ma io in questi versi ne sento fortemente la mancanza: Invano è questo mio cercare ombre sulle sedie occupate, e sulle sedie sgombre, nei profili delle ombre. Trovo che siano proprio espressività e cadenza a richiedere le due virgole e il punto fermo. Ma - come ti dicevo - non possono comparire "dal nulla" tre segni d'interpunzione in una poesia che per scelta stilistica non ne prevede. Per il resto non ho molto da dire: è un componimento che mi piace e che riesce a raggiungermi dentro. Proprio quello che cerco leggendo poesia.
  8. Il mio nome

    Molto intima, ma anche coinvolgente. Non la penso come te, ma con te in questi versi riesco a sentire tutto il peso di un nome che è testimone di tutti gli errori commessi. Non la penso come te perché credo che difficilmente un "cambio d'abito" possa rinnovare la pelle e il cuore che quell'abito ricopre. Ma il cambio può essere la spinta a un cambiamento interiore, segno di un rinnovamento e impegno ad una messa in atto. Anche se dici bene: "forse". Ma abbiamo un immenso bisogno di credere in ciò che facciamo e ogni aiuto che possiamo trovare in noi, ogni motivazione davvero sincera (cioè che non sia vuota manifestazione d'impegno, o autoillusione), diventa benzina per il nostro motore. Bene allora: anche fare di quel testimone il principale imputato, e mandarlo in esilio, e ricostruirsi da capo. A partire da quella manciata di sassi già levigati dal fluire della vita. Penso che se non si formasse una rima che rischia di banalizzare l'insieme, io chiuderei con un verso così: il gioco di vocali e consonanti che sarò. A rafforzare quanto il nome mi ha segnato e mi segnerà (se davvero devo credere che il nome fin qui portato rappresenta tutti i miei sbagli e ciò che sono, tanto che lo lascio per cambiarlo, allora non posso che riporre in quel nuovo nome tutto me stesso e la mia granitica forza di volontà: "Io sarò quel nome"). Però, dopotutto, non c'è sacro furore nei tuoi versi e quel tuo ridurre il nuovo nome a ciò che è (semplice firma, risultato di un gioco di vocali e consonanti) ti consente di dare una delicatezza e una sana incertezza al tuo sentire. Quindi la chiusa mi piace e trovo che per come ti conosco (essenzialmente grazie ai tuoi versi) ti rappresenti molto bene. Brava Irene.
  9. Guanto di Sfida

    Ci sono anche questa volta e dichiaro lanciata la sfida. Nessuna riserva a manterere il genere del precedente duello non disputato: epistolare/diaristico. Il campione @Marcello ha tempo fino a tutto il 14 aprile per accettare e proporre il tema.
  10. Auguri Rica!

    Anch'io in clamoroso ritardo, ma anch'io di : auguri @Rica!
  11. Guanto di Sfida

    chiedo scusa, mi ero distratto un attimo... @Marcello è ancora il campione in carica per ritiro dello sfidante @Rewind. A questo punto sciolgo le catene allo sfidante successivo in lista @Vincenzo Iennaco che a quanto vedo sta affilando le armi e non vede l'ora di balzare addosso al campione
  12. Preferite leggere in cartaceo o digitale?

    In compenso Tàbari e Tabucchi non avranno molto da dirsi...
  13. Preferite leggere in cartaceo o digitale?

    Sono combattuto: la carta mi affascina sempre, se devo recensire o prendere note a margine mi trovo meglio con una matita che con le note digitali. Anche se queste ultime, poi, sono più comode da rielaborare, catalogare, riscrivere... La possibilità che mi offre il mio e-reader, di avere il vocabolario in una buona edizione, con tanto di note etimologiche, integrato è un'altra comodità quasi impagabile (l'alternativa è un bel tomo da qualche chilo, da tirar fuori dalla libreria, o l'accesso su internet a un buon vocabolario online - il mio di fiducia è il Treccani). La pagina stampata su carta la leggo meglio, i salti all'indietro, per un'eventuale rilettura (raramente il mio approccio ai testi è perfettamente lineare), li trovo più comodi sul libro di carta. Poi anch'io sono un gestore un po' matto dei miei mobili libreria, ma nessun ordine alfabetico. Piuttosto la mia disposizione dei libri è vagamente tematica (ma se pensate che sia anche razionale vi sbagliate di grosso ). Però devo ammettere che la pubblicazione digitale ha la sua comodità: posso leggere indifferentemente da ebookreader o da smartphone. Questo mi da modo di leggere - o continuare a leggere - durante una qualsiasi pausa fuori casa, sia prevista (in tal caso mi sarò portato il reader) sia totalmente imprevista (e allora mi posso benissimo accontentare del telefono e gli smartphones di oggi hanno display di una qualità tale da rendere la lettura gradevole come su un reader dedicato), con qualsiasi condizione di luce e di spazio disponibile... Per quanto riguarda le mie letture preferite non c'è dubbio: preferisco la carta e un posto nella libreria "fisica", ma faccio addirittura di più: ho iniziato a collezionarle anche in edizione digitale (non sia mai che mi venga voglia di rileggerle in viaggio o in un qualsiasi momento di pausa fuori casa). Per letture varie, che non fanno parte della collezione cartacea che voglio "possedere", l'approccio alle edizioni digitali mi dà modo di risparmiare sensibilmente, sia in termini di spazio e sia di denaro. Quindi per me lo "scontro", alla fine, risulta pari. Però se la domanda fosse posta in termini diversi ("A quale formato sareste disposti a rinunciare?") terrei senza alcun dubbio la carta e rinuncerei al digitale.
  14. Mezzogiorno d'Inchiostro n. 111 - Off topic

    Il 1° aprile è passato, ma il post di apertura dell' OT di questo MI è un fake. Il nostro CM, facendo estrema violenza a se stesso, può chiudere un occhio se facciamo casino... Mai e poi mai inviterebbe a farlo, il casino. Pertanto o è posseduto dal demone @Nerio o c'è stato un furto d'identità e questo messaggio non l'ha postato lui
  15. Il presente di Brando

    Il presente di Brando Brando pensa. Pensare è utile, perché fa sentire meno il freddo. È bello, perché fa quasi dimenticare la fame. Brando è capace di far correre il tempo quando pensa, lasciando fuori ogni brutta sensazione. Riesce a pensare senza ricordare. Ricordare è pericoloso: più del freddo, di sicuro. Ed è anche più brutto che sentire la fame. Pensare è come muoversi in un luogo disseminato di pericoli: quei pericoli sono i ricordi e Brando non vuole ricordare. Preferisce piuttosto pensare al proprio aspetto trasandato, alla barba lunga e incolta, ai capelli sporchi che non riesce a nascondere sotto la cuffia di lana trovata in strada. Ai suoi guanti bucati. Quando passa davanti a una vetrina Brando cerca di non guardarsi, ma in città ci sono ancora così tante vetrine. Intercalate a serrande chiuse. Nelle serrande non ci si può specchiare, però Brando, piuttosto, preferisce guardare le vetrine. Brando un tempo aveva un negozio e il giorno in cui lo ha chiuso per l’ultima volta ha avuto la sensazione che da quel momento in poi ogni serranda chiusa sarebbe stata, per lui, una cosa diversa. Ma era già tutto diverso. Ecco, Brando adesso sta ricordando. Si scuote, torna a pensare alla sua immagine riflessa nei vetri. «Potrebbe essere peggio», dice tra sé e si accorge che da tutta la vita pensa che potrebbe andare peggio. Nella vetrina c’è un acquario e abbassandosi un poco Brando vi ci trova la propria immagine. Passa del tempo e lui non riesce a staccare gli occhi da quella visione. È davvero strano essere in mezzo a tutti quei colori, assieme a pesci saettanti, oppure lenti, oppure fermi da sembrare finti. Brando è sicuro che i pesci non hanno memoria. Un’infinita schiera di ieri uguali a oggi, ubriacati di colori e di correnti fresche, che non mutano né si fermano, non sono passato: sono un continuo presente. Forse in un acquario è possibile vivere senza fare tanta fatica. Esplorarne ogni anfratto senza pericoli, senza paure. La superficie dell’acqua rifrange la luce e sul fondo la danza delle piccole onde è una cadenza che divide gli istanti, ma non li lascia distinguere uno dall’altro. L’immagine dell’uomo nell’acquario sorride e Brando è rapito, ma la magia non dura: il sorriso si spegne e lui ora si rivede. Come se il tempo davvero si fosse fermato, il pensiero riprende da dove si era interrotto. Potrebbe andare peggio. Dopotutto ha un cappotto, pantaloni di lana. Cuffia e guanti, e di giorno questo inverno non è così freddo. La fame lo svuota, la disperazione lo piega, ma lui, tutto questo, è capace di non ascoltarlo. Pensa, Brando. Talvolta pensando si addormenta. Ha imparato a dormire seduto. Non sogna, e se sogna si sveglia. Sa svegliarsi appena inizia a sognare. Sognare è più che ricordare: è rivivere. Per rivivere un momento felice corre il rischio di sognare tutto il resto. Allora non ha la forza per lasciarsi andare nel sonno profondo. Non ha l’animo di sognare, perché al risveglio il sogno interrotto può fare più male del freddo. «Senta, buon uomo, non si offenda…» Una donnina che pare una vecchia strega, ma ben vestita e con una luce negli occhi che spicca in un volto freddo e incerto, gli sta davanti e allunga una mano. Brando tarda un istante ad accorgersi che gli sta porgendo qualcosa. Dieci Euro. «… mi creda, è poco, ma ho pensato che…» Brando li prende, le sorride, col capo fa un cenno che vorrebbe dire grazie, oppure che non sa cosa dire. «Buon Natale» dice la vecchia, che poi si volta e va via veloce, come se fosse lei a doversi vergognare. «Grazie» risponde allora Brando con un filo di voce, ma lei non sente già più. Brando pensa a quelle parole: gli fa piacere che la donnina abbia detto “Non si offenda”, gli fa sembrare di avere ancora una dignità. Brando sa di essere in condizioni miserevoli, ogni vetrina glielo dice. E gli pare di averlo sempre saputo che era questo il suo destino. Ma via: ecco che i ricordi tornano a minacciarlo. Si alza a fatica. Vorrebbe vedersi, mentre tenta di alzarsi. Si chiede se sia più penoso o ridicolo. A Brando non piace vedersi, ma non ha paura di pensare al proprio aspetto e ai propri movimenti goffi. Il presente è più desiderabile del passato. È meno buio del futuro. Si alza e va verso il McDonald. Qualcuno gli ha detto che con un Euro si può comprare un hamburger. Brando entra, per fortuna c’è poca gente. Alla sua destra ci sono il bancone del bar e la vetrina dei dolci, allegra e colorata: gli pare un altro acquario. Lui prova a cercare la propria immagine riflessa e vorrebbe perdersi di nuovo, però appena la trova si ricorda perché è lì, e non c’è tempo da perdere: deve far fruttare al massimo quei dieci Euro. Potrebbe non usarli tutti e comprarsi anche le sigarette, forse. Ma di cicche per terra ne può sempre trovare. Panini, no. C’è anche la mensa dei poveri, dove danno sempre qualcosa, senza chiedere nulla in cambio, ma lui cerca di frequentarla il meno possibile. Ci andava a servire sua figlia, tanti anni fa. La mensa dei poveri lo precipita nel ricordo di lei e dopo non riesce più a mangiare. Di nuovo i ricordi… Basta. Brando sente di avere un sistema sicuro per sfuggire al ricordo: guarda la ragazza al bancone della cassa. Giovanissima, minuta. Pare uno scricciolo. Però lo ha già notato e lo guarda male. Grazie ragazzina, pensa Brando. Ora deve affrontare la vergogna del proprio aspetto agli occhi di lei e di ciò le è grato. Lei continua a guardarlo male e lui, che adesso le è di fronte, può abbassare gli occhi. Ha ottenuto ciò che voleva: ogni affanno presente è un modo per trascinare avanti il tempo di un poco senza ricordare, senza pensare al futuro remoto, che sarebbe poi questa sera stessa, sui cartoni, al freddo, con il rischio di sognare. «Dieci hamburger da un Euro» e porge la banconota allo scricciolo, che la prende con due dita e la infila in cassa con una smorfia. Appoggia lo scontrino sul banco, poi si volta, prende un sacchetto, si dirige all’espositore degli hamburger, ne conta dieci di quelli più piccoli, avvolti nella carta, li mette nel sacchetto che poi richiude. Torna verso il bancone. «Ecco. Non li mangia qua, vero?» Lui fa cenno di no. E intanto grazie, pensa. Ma non solo perché mi hai servito. Non solo perché non hai chiamato il responsabile del negozio appena mi hai visto: grazie perché mi hai tenuto incollato a questo momento. Il presente di Brando è tutto qui: soffrire del male che fa meno male. La vita non è un acquario e non ci sono colori, non più. Ogni istante grigio che Brando riesce a strappare al tempo che passa gli sembra chiaro, in una vita che è nera. Potrebbe andare peggio. Brando esce dal locale e va via veloce. Accanto al bancone del bar, nell’acquario, nuotano ordinati tanti dolci colorati.
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