Vai al contenuto

CharlieC

Utente
  • Numero contenuti

    103
  • Iscritto

  • Ultima visita

Tutti i contenuti di CharlieC

  1. CharlieC

    Le parolacce

    Forse in un altro post sono stato frainteso e la cosa è passata come una mia presa di posizione contro qualcuno. A scanso di equivoci ripropongo il problema in maniera asettica. Dunque, secondo voi in che misura occorre fare uso delle parolacce in un testo? Tengo a precisare che le considero essenziali in tantissime occasioni ma penso anche sia difficile trovare il giusto equilibrio tra quando la parolaccia 'deve' esserci e quando ce ne sono troppe (e ovviamente chi scrive non se ne accorge).
  2. CharlieC

    Ellin Selae

    Nome: ELLIN SELAE Genere: Saggistica, Riviste Sito: http://www.ellinselae.org Invio Manoscritti: in allegato e-mail (vedere lista F.A.Q.) e-mail: ellin@libero.it Distribuzione: indicata al seguente link: http://www.ellinselae.org/Dove%20trovare%20ES/Dove%20trovare%20ES.htm Facebook: https://www.facebook.com/Ellin-Selae-Rivista-Letteraria-821383321231662/
  3. CharlieC

    Polistampa / Mauro Pagliai Editore

    Nome: Polistampa Generi: http://www.polistampa.com/catalogo_libri.php (tutti) Invio manoscritti: http://www.polistampa.com/inviaci_un_manoscritto.php Distribuzione: http://www.polistampa.com/trova_un_nostro_distributore.php Sito: http://www.polistampa.com/ Facebook: / Nome: Mauro Pagliai Editore (fa parte di Polistampa) Generi trattati: http://www.mauropagliai.it/catalogo_libri.php Modalità di invio dei manoscritti: http://www.mauropagliai.it/inviaci_un_manoscritto.php Distribuzione: http://www.mauropagliai.it/trova_un_nostro_distributore.php Sito: http://www.mauropagliai.it/
  4. CharlieC

    Nulla Die

    Anche a me hanno spedito al guest book del mio sito la medesima comunicazione. Confermo che sono AEP e che l'entusiasmo e la pulizia di intenti sono i loro punti di forza. Benvenuti! Carlo
  5. CharlieC

    IL GUERRIERO

    Sono socio fondatore di un Gruppo archeologico, ma di archeologia dei celti in Nord Italia ne capivo poco. A dirne di più pensavo a un'invenzione propagandistica. Non ho modificato il convincimento però devo dire che le tracce rinvenute sul campo mi hanno in parte fatto ricredere. Una nota doverosa: quando parlo di reperti celtici non mi riferisco ai Galli di Cesare ma alla civiltà di Golasecca, che prosperò sulle rive del Ticino tra il VII e il V secolo AC e intrattenne rapporti commerciali con i primi etruschi di Toscana. In effetti, visitando il Museo di Volterra, ci si imbatte in tombe etrusche antiche identiche a quelle del Ticino. Poi, e per un motivo che mi è oscuro, la civiltà etrusca fa passi da gigante, quella di Golasecca si estingue. Per chi volesse saperne di più sui celti in Lombardia invio al prezioso museo di Sesto Calende. Questo racconto volle essere una bonaria presa in giro degli ardori di chi fa quel bellissimo mestiere (che liti sulla forma di un ciottolo che potrebbe anche essere di fiume e basta) ma anche un attestato alla la terra in cui vivo. IL GUERRIERO L’appuntamento era in un campo di mais tra Briga e Gozzano. Aspettavo un amico con le suole nel fango e il cappuccio alla fronte. C’era pioggia quel pomeriggio, chi se lo scorda, un’acqua sottile, silenziosa e spiccia. Come la gente di qui, mi venne da riflettere. “Come il guerriero sepolto qui sotto”, mi lesse dentro Gilberto saltellando tra le pozze. Maledetto, a momenti ci restavo. Per ripicca presi a burlare: “Dormi sepolto in un campo di grano, non è la rosa non è il melograno …” Non volevo ferire la sua passione per l’archeologia, lo giuro, mi uscì di getto, vuoi perché al guerriero celtico sepolto in quel campo non credevo e sia per il misto di paura e ilarità di fronte al mistero. Gilberto mi fissò truce. Aveva gli occhi dipinti come il cielo: grigi e stizzosi. “Guarda che è una cosa seria”. Indicò un boschetto a due passi. “Lo vedi quel cippo?” “No” Non vedevo niente, amico mio, uno sciame di gocce solcava le lenti. “Quella specie di pietra?”, domandai distratto. Di un fanatico, di un pazzo che scava persino in giardino, ecco di chi mi ero fidato. “E quella per te sarebbe una tomba?”, aggiunsi studiando i mocassini. Temevo per le scarpe, altro che celti. Gilberto non replicò. Per lunghi e umidi istanti si studiò le galosce – gialle, sgargianti, pertinenti all’impresa- e credetti volesse menarmi. Invece accennò in direzione del bosco. “Dai, che ci andiamo”. Aveva le palpebre socchiuse, mai capito se a causa della pioggia o di un tic nervoso. Magari si era anche dispiaciuto. Buono, stai calmo, nessuno lo ruba il tuo guerriero! Ora avanzavamo su una pista diretta verso il bosco, un inferno di buche e di trappole: i mie mocassini imbarcavano acqua e lanciavano esseoesse. Tirarono le cuoia durante la traversata del faggeto. Socchiusi anch’io gli occhi, per non esplodere inviperito, ma nel riaprirli scorsi qualcosa. C’era una pietra triangolare in centro radura, un ciottolo di alcune dita infisso nel terreno. “Tutto qui?”, feci. Sì, tutto lì, un capriccio minerale di natura, l’esito casuale di un lavoro distratto, peggio, una mattana di Gilberto. Eppure… …e tuttavia, a un’attenta osservazione, quel ciottolo svelava una sua ragione di esistere, insomma appariva funzionale a uno scopo. Intanto mostrava segni di lavorazione. I bordi dell’isoscele, ad esempio, risultavano lisci, esenti da ruvidezze. Ma era la posizione che incuriosiva. Una pietra qualunque, un frammento staccatosi dalla roccia, non va a conficcarsi in così nel terreno. Gilberto avvertì la mia esitazione. “E’ piantato sul lato di base, in modo regolare”. “Certo, su questo non ci piove”. E dai, non volevo, mi era scappato. “Se ci fai caso”, sorvolò, anzi accalorandosi come un tacchino, “è l’unica del bosco. Hai visto? No? E guardati intorno ”. Parlava ponendo domande e fornendosi le risposte. L’istante successivo, senza avermi dato l’agio di osservare, e sotto una pioggia battente e selvaggia, cavò di sacca una specie di cavatappi, un lungo tondino con punta elicoidale e manubrio sulla cima. Anche su quell’arnese, e più ancora sull’uso che ne andava facendo, avrei avuto da malignare. Con una spinta decisa lo aveva conficcato nella mota, per metà dello stelo, quindi, con identica furia, l’aveva estratto, e poi infilato, e di nuovo ritratto. Insomma uno stantuffo umano con appendice ferrosa. Avrei avuto da sorridere, dicevo, ma non lo feci. La pioggia aveva smesso di battere, scendeva con cupa lentezza, come avesse sbollito la rabbia ma non si rassegnasse. “Hai sentito?” Un gemito, qualcosa di simile a un sospiro. Guardai al suolo, inquadrando la scena che segue. Gilberto era curvo in avanti, a gambe divaricate nella posizione del cesso alla turca e i pugni al manubrio. Ma la faccia! La faccia, distorta nel gesto di tendere il mento, mi apparve stravolta, diversa dal viso a me noto. Non so, era atteggiata in una smorfia febbrile, come di un bracconiere piombato sulla preda. “Hai sentito?”. Aveva dato un colpo di stantuffo arrestandosi a metà tiro. Decisi di avvicinarmi, incerto se scoppiare a ridere o lasciarmi sopraffare da un brivido: elettrico, emerso all’improvviso, per niente ordinario. Poiché non amo manifestare le mie debolezze, qualunque causa le sveli, risposi seccato. “Non ho sentito un bel niente”. Lo dissi forzando sul tono, in modo innaturale; allarmato, direi. Gilberto non capì. Afferrò la mia mano, poi l’altra, e mi impose, le sue sulle mie, di impugnare l’attrezzo. Al resto ci pensai io, stantuffando nel modo già visto . L’impatto con un che di consistente mi prese alla sprovvista. I suoi esiti sciamarono svelti, rigando lo stomaco, fin quasi alla gola. A un passo dal cippo, sotto un palmo di terra, si avvertiva qualcosa. Mi arrestai, anch’io nella postura da cesso alla turca, e lo fissai, a bocca semiaperta. “Dammi qui”, fece Gilberto, e mi scacciò dal manubrio. Per estrarre con forza il cavatappi e ripetere il sondaggio, stavolta più a destra. Di nuovo il tonfo. Sordo, irreale, minaccioso. Diversi sondaggi più tardi, tutti castrati dal medesimo urto, eravamo entrambi nel fango a scavare. Come cani. La lastra affiorò dopo un’ultima rasatura di cazzuolino, il ridicolo ma liturgico arnese usato dagli archeologi per rimuovere il terreno. Appena fu in vista vi posai la mano e lisciai. La pietra era priva di scabrezze ma segnata da ampi crateri. Colpi di mazza e scalpello, senza dubbio. Come ormai ero certo che lì sotto ci fosse una tomba. Non del guerriero delle fantasie del mio amico, questo no. Di un poveraccio, piuttosto, comunque vissuto millennifa. Sollevammo la lastra con la cura di una levatrice. “La scatola!”, strillò Gilberto alla fine del parto, come un bimbo che rompe l’uovo di Pasqua. Ci avventammo col muso nella buca e guardammo la sorpresa. Dal fango era emerso un solco grigiastro, di forma quadrata, i cui bordi ricordavano quelli del cippo: lisci, con quelle increspature. “La scatola?”, alzai il viso sfiorandogli la bocca. Respirava a fatica, sentivo l’alito alla menta liquirizia. “La scatola litica”, annuì nel mentre ci alzavamo: increduli, intirizziti, la faccia di lui e le mie lenti rigate di sporco. Mi spiegò tutto. Scavavano una buca, la foderavano con lastre di selce e nel mezzo deponevano l’urna con le ceneri, quella appena sollevata fungendo da coperchio. Infine il cippo, l’equivalente di una croce. “Piano, accidenti, e fai piano!”. Mi ero messo a scavare. “Sta fermo, dai qua!”, mi strappò di mano il cazzuolino, infilando il collo nel fosso. “Rischi di spaccare tutto”. Si riferiva all’urna, supposi. Poiché aveva smesso di piovere e per incanto era spuntato il sole- coi suoi raggi fiacchi, obliqui, espulsi da occidente- e poiché ero stufo della saccenteria di quel profanatore, mi rizzai per sgranchirmi le ossa. Accesi una sigaretta e fissai il tramonto. Per un tempo che adesso giudico breve ma che allora mi parve indefinito. Il latrato del cane e la visione di Gilberto- in ginocchio, col volto all’insù, le mani giunte in preghiera – funzionarono da scossa. Provai a riacquistare il controllo: “Dimmi un po’ per caso preghi per l’anima sua?”. Nessuna risposta, se si eccettua il verso del cane. Che insisteva ad abbaiare, ma senza cattiveria, come intendesse avvertirci. Basta, ero stufo di quella situazione: il cippo, la tomba, le scarpe, ed ora frate Gilberto. Stavo per dirgliene quattro quando un altro sovrapporsi di immagini mi svelò, in rapida sequenza, dapprima Gilberto che si affannava sul fosso, poi una sagoma tra le ombre dei faggi che seguiva la scena. Anche questo non so spiegare, di certo mi venne spontaneo, insomma gli feci così con la mano. Quel tizio e il suo cane m’ispiravano. “Fesso!”, urlò il mio amico, “è il pastore del campo. Se scopre che siamo qui per scavare ci denuncia!”. Aveva spedito all’inferno Celti, requiem e sensi di colpa e ora pestava la buonanima del buco. Mentre raccoglieva gli attrezzi osservai ancora il cosiddetto pastore. “Sei sicuro sia uno del posto?”. Quell’uomo vestiva in modo singolare: tunica in pelle, corda in vita tenuta con fibbia e calzoni abbondanti in tela di sacco. “Chi vuoi che sia, il guerriero?”, rispose acido Gilberto, spingendomi a forza sul sentiero. Durante il cammino- una sorta di fuga in Egitto, sotto un diluvio di via via via ! e quant’altro – il cane abbaiò a intervalli regolari. Stavo per ficcarmi nel fuoristrada quando un fischio lo zittì di colpo. Mi voltai e vidi l’uomo che scuoteva il braccio. Lo agitò più volte, in segno di saluto, ma questo lo capisco solo adesso. Non so, è un capriccio del sonno. Ma nelle notti di inverno, quando mi sveglio all’improvviso con il cuore che batte, e la pioggia di fuori picchia peggio di lui, in quelle notti, dicevo, mi alzo e corro a guardare. Dalla finestra frugo tra i tetti, le vie, i due campanili- quello smilzo e gentile di San Gottardo o l’altro robusto ma austero della piazza- in cerca di chi so essermi amico. Pochi istanti e sento il fischio, cui fa seguito un abbaiare lontano. Le due ombre sono lì, nel silenzio dei Corsi e incuranti dell’acqua, mentre spiccano balzi e rivaleggiano a chi salta più in alto. Una gara vinta dal cane, ma l’uomo non sembra crucciarsi. Se lo attira al viso, ne cinge il busto e ripone la guancia sul dorso. Per un tempo che giudico infinito li osservo in controluce, come statue muscose di una Pietà silvana. Ma è un lampo. Dopo il quale li vedo staccarsi e riprendere il gioco: lontani, leggeri, a balzi più ampi. Fin che il sonno li inghiotte e i colpi svaniscono.
  6. CharlieC

    IL GUERRIERO

    ho chiesto che tu mi spiegassi quali sono queste leggi della fisica in parte reali ( così come le hai definite tu) non una sfilza di link. Tanto per farti capire (anche se temo sia difficile, vista la tua estrazione culturale): un buco nero non è una legge della fisica ma un oggetto. Leggi della fisica - inesistenti ma citate nei link- sarebbero ad esempio, quella che permetterebbero di viaggiare nel tempo o all'interno di un buco nero, al fine di accedere alle profondità dell'universo. Ebbene, queste presunte leggi cui ti appigli sono una colossale castroneria, indegna di essere minimamente prese in considerazione da una mente scientifica seria. La velocità delle luce, penso che tu lo sappia, giusto?, non è raggiungibile da un qualsivoglia oggetto, è impossibile farlo, pena la trasformazione della massa dello stesso oggetto al valore di infinito. Insomma è un limite imposto dalle attuali leggi fisiche. Se un astronave viaggia a quel valore di velocità il suo raggiungimento CONTRASTA con le attuali leggi fisiche.E' cioè un'invenzione fantascientifica, roba da scrittori di fantasy. Va bene così, chi si permette di criticare? Per colmo di pazienza mi sono preso la briga di riportare quanto contenuto in uno dei link da te citati ( facile nascondersi dietro un link senza argomentare): .....In particular, perpetual motion machines and other power generating devices supposedly based on zero point energy are highly controversial and, in many cases, in violation of some of the fundamental laws of physics. No device claimed to operate using zero point energy has been demonstrated to operate as claimed. No plausible description of a device drawing useful power from a source of zero point energy has been given. Thus, current claims to zero point energy-based power generation systems currently have the status of pseudoscience. Ma ripeto, mi aspettavo che tu rispondessi, come avevo auspicato, con argomentazioni tue sulle supposte "leggi della fisica in parte reali" ( è grossa, ma ti rendi conto?), esponendoti al contraddittorio, come ho fatto io, in un terreno che ammetto senza problemi non essere il mio. Invece no, giù link su link, come fanno quelli che non capendo nulla dell'argomento molto non hanno da argomentare e però un'insopprimibile attitudine al disprezzo vero l'altro li spinge a farlo. Mentre io sono stato trattato con scherno 'perchè su google "solo sotto il tuo nome compare scatola litica". Ora di questa altra tua perla danno fastidio non già le osservazioni di carattere tecnico ma due cose:Primo la palese violazione di privacy, il sottile far intendere 'tanto lo so chi sei.' Secundis: visto che sei tanto bravo in archeo, come mai sei andato su google e hai cercato il termine scatola litica? non bastava la tua presunzione? c'era bisogno di cercare conferme sul web? Allora adesso le domande salgono a due: - quali sono le leggi della fisica in parte reali? desidero, cortesemente, che me le spieghi con tue argomentazioni, SENZA LINK -legittima e innocente curiosità: chi sei? leggo dal tuo profilo: Nome utente:Alexander Arussil IV d'Artirion Località: Nell'oscurità, in attesa... Età:25 Occupazione:Studio Archeologia, scrivo, massacro la gente di botte su World of Warcraft, massacro i mob di botte su World of Warcraft ^_^ Interessi:Archeologia, Scrittura, Lettura, Cinema, Manga, Fumetti, Giochi di Ruolo, Armi Bianche, distruggere il mondo ehm, 'sti massacri sono solo frutto di fantasia eh? e poi: vuoi distruggere il mondo da solo? ho capito, ho capito, tutto bene, la chiudo qui :-) :-) :-)
  7. CharlieC

    IL GUERRIERO

    degnare? e sarei io il saccente? mah
  8. CharlieC

    IL GUERRIERO

    quali sono queste leggi fisiche che sottendono Stargate, e quali le tecnologie per il volo spaziale su cui si basa Star Trek (sia le leggi che le tecnologie in parte reali)? possibilmente senza citazioni: la tua saccenteria mostra che ne puoi fare benissimo a meno.
  9. CharlieC

    IL GUERRIERO

    già, perchè "l'invasione degli ultracorpi" o alcuni splendidi romanzi di viaggi nel tempo si basano "comunque su leggi fisiche reali in gran parte". scusi, che intende per leggi fisiche reali in gran parte? può citare qualche esempio di legge fisica reale in gran parte? Certo,una vera nobildonna dell'alta borghesia russa di fine 800 certe cosacce non le fa, il libro non è buono. Vabbè, chiudo qui.
  10. CharlieC

    IL GUERRIERO

    ti ringrazio tanto, e non solo per l'apprezzamento positivo, è un giudizio veloce ma che reca espressioni di una valutazione sul piano letterario me di scrittura. Perdona l'ignoranza, chi è L.? potresti citare il titolo del racconto? saluti
  11. CharlieC

    IL GUERRIERO

    L'amico laureando in archeologia - che dice di non intervenire quasi mai, e però è stato invitato a postare il suo commento (mi fa piacere, significa che c'è parecchia gente che mi legge) - segnala difformità dal vero. Accetto le osservazioni di buon grado, precisando ancora che non sono un esperto, e l'ho scritto. A scanso di equivoci, preciso che quanto descritto è una libera interpretazione dei fatti secondo fantasia. Dopo di che, ogni osservazione è bene accetta. Ricordo però che qui si parla di scrittura, possibilmente di letteratura. Quest'ultima prevede, anzi a volte pretende, una interpretazione della realtà. Con tutto ciò che la cosa comporta. Per fare il primo esempio che mi viene in mente: Manzoni è convinto di descrivere la Lombardia del 600. Ma si tradisce: un ras brianzolo di quel tempo non manda gli scagnozzi dal curato per avvertimento, lui la ragazza la fa rapire e ne dispone come e quando vuole. Il comportamento descritto è bensì di un signorotto ottocentesco, che in qualche misura deve sottostare a un sistema di leggi che due secoli prima era puramente formale, visto il caos civile e legislativo che vigeva sotto gli spagnoli. Non lo dico io, ma esperti critici letterari. E allora, diciamo che Manzoni ha scritto il falso? simpaticamente @ sweetty vabbè ci abito anche io Pianura padana, che ti devo dire, magari non piove così, però cerchiamo di valutare anche il contenuto letterario di uno scritto, al di là di pur sacrosante puntualizzazioni, motivando le proprie osservazioni letterarie.Non possiamo consumare due tre post discettando se in Padania smette di piovere in un modo o in un altro :-))). Credimi, rispondo e scrivo senza acredine ci mancherebbe. con simpatia Una curiosità, sei anche tu archeologa?
  12. CharlieC

    IL GUERRIERO

    "mi venne da riflettere" si attacca alla frase successiva, quindi quello che si capisce è: le persone di qui pensano che ci sia un guerriero sepolto sotto il campo di mais. Poi si cita de André, quindi viene da pensare che sia il mais (anche se de André parlava di grano) che ispira al protagonista l'idea del guerriero sepolto. Poi si torna al guerriero celtico, ma non viene mai detto che è un'idea dell'amico, quindi si ripomba nella leggenda della gente di qui. Al massimo: l'amico si è convinto che la leggenda sia vera. Insomma, è tutto un po' confuso. Dispiaciuto di che? Il ciottolo misurava alcune dita o era infisso nel terreno per alcune dita? Dopo 2500 anni? Cosa significa "in modo regolare"? Un carotiere? Nella pianura Padana la pioggia non ha cambiamenti così repentini, a parte nei temporali estivi. Accovacciato forse? Riformulerei la seconda frase e toglierei i ":" dalla prima. L'uso dei pronomi possessivi qui non è corretto, "le sue" rimane senza referente e anche "sulle mie" fa fatica a ricondursi al "la mia mano, poi l'altra". Si capisce, ma non va bene. Esiti? 2500 anni con solo un palmo di terra sopra? Cioè? C'è una scatola in pietra (scatola litica) che fa da urna per le ceneri. Scavano la buca, mettono le lastre di selce per tenere la buca, poi ci mettono dentro questa scatola litica e quindi coprono con la lastra che loro hanno appena sollevato? Ma le urne non erano a forma di vaso? E che è il solco grigiastro? infinito Quale cane? E cosa c'entra la battuta sulla preghiera e chi la dice? Pastore del campo? Forse "padrone". E poi non erano nel bosco? Da qui confesso che mi sono persa. Questo chi sarebbe, davvero il guerriero/contadino celtico? Non mi risulta che vestissero così, certo non con tela di sacco e cinture di corda. E lui e il cane saltano sui tetti quando il protagonista si sveglia di notte? a parte la scena finale, che è onirica, questo pensavo fosse chiaro, tutto quanto raccontato è realmente accaduto. Ovvio che nella realtà il pastore e il suo cane fossero un pastore e un cane normali. La pioggia ahimè - anzi, ahitè - smise di cadere al termine dell'avventura di scavo. Che si concluse con una metaforica pernacchia: aperta la scatola litica scorgemmo un tronchetto di faggio tagliato con la sega. Insomma il tombarolo era passato prima di noi. Quanto ai famosi 2500 anni, se guardi in terra nelle campagne italiane, non è diffcile trovare qualcosa di antico, anche molto antico. per questo la legge prevede che tutto quanto si trovi oltre i 10 centimetri di profondità è roba dello stato. Non pensi che se fosse tanto raro trovare coccetti, frammenti, urne cinerarie avrebbero abbassato quella misura? Altro aggiunger non saprei, salvo che il mio amico Andrea (il Gilberto della storia, per capirci) è morto nel 2004.
  13. CharlieC

    Schiavo d'amore

    Pignoleria. Sobbollire, più che nel linguaggio narrativo o parlato si usa nella termodinamica dei processi chimici: sta a significare il riscaldamento prolungato di un liquido al punto di ebollizione con esito di totale evaporazione.
  14. CharlieC

    IL GUERRIERO

    silver, il miglior giudizio è quello del cosiddetto lettore qualunque. Quando in scuola di scrittura a Milano leggevo in pubblico qualcosa di mio, al termine il direttore editoriale di Feltrinelli (cui, diciamo, stavo simpatico) mi strizzava l'occhio e si rivolgeva alla platea ( che invece si sarebbe aspettata il suo, di commento) e faceva: "Che ne pensate? forza, giudicate voi" Loro restavano sul colpo, balbettavano qualcosa, poi usciva sempre un bel dibattito. E lui ascoltava, accidenti se non li ascoltava, perché il critico più genuino è la gente, è lei che detta i gusti, non i sapientoni editoriali. Alberto era, ed è, un democratico. E come ho scritto da qualche parte, dovrei andare a trovarlo per conversare di letteratura italiana dell'ultimo novecento. Ma non ho mai tempo, forse non saprei manco più che dire. E questo è male -) Grazie, silver, il tuo encomio gratifica e illumina certe fessure volevo imprimere alla macchina da presa narrativa uno stacco, netto. Di chi si volta di scatto e ci resta di sale. Tutto qui, forse ho esagerato, non so. i puntini, nelle intenzioni, volevano rappresentare l'attimo di esitazione dell'io narrante. In effetti è il discoro indiretto. Da perfezionare, indubbiamente. Ciau
  15. CharlieC

    Schiavo d'amore

    E' un pezzo interessante, la voce è decisa e al tempo stesso pacata. Ascoltandola mi sono ricordato di quelle voci narranti dei bei romanzi di Urania di una volta. Sapiente l'uso dell'ironia, come a smorzare o bilanciare l'orrore dei fatti, e qui si apre il punto di domanda: questa vena ironica sottile l'hai usata appunto come contraltare oppure ti è servita per comunicare al lettore che 'massì, è solo un gioco di fantasia, da non prendere sul serio'. In effetti il tema di fondo mi è parso esso sì importante. Qui si tratta di decidere tra la schiavitù della tecnologia, che seduce ma porta a una inevitabile solitudine ( ne ho rintracciata parecchia nella prima parte del racconto) oppure cedere alle lusinghe di un amore esclusivo e dunque limitante. La sua incarnazione - la badante- entra nel racconto quasi in sordina, mostrando di non stupirsi dell'atmosfera da fine del mondo, e trascina il protagonista in un mondo che percepisco agreste ma che non vedo perché domani non debba essere uguale. Le concatenazioni fantastiche sono assortite, tanto che a tratti si percepisce del compiacimento, come si intendesse accentuare una capacità tecnica e elaborativa indubbiamente di spessore. Forse non avrei insistito in tal senso ma, come dire, quando un'immagine tira l'altra che è un piacere, sarebbe un peccato limitare il flusso. Come, infine, sarebbe intrigante pensare a un romanzo. Il timbro c'è, la predisposizione a volare alto anche, occorre verificare se si conserva un certo equilibrio .
  16. CharlieC

    SCACCO!

    senza alcun dubbio, volevo che il lavoro uscisse così. E cerco di immaginare come risulterebbe un romanzo interamente così. Difficilissimo, quasi impossibile, almeno per me. Certo, mi è capitato di 'dover' descrivere il flusso di pensieri di una persona dopo un elettroshock, ma intanto è durato poco, un 4 pagine, e poi è stato diverso. Tutto sommato ne uscii soddisfatto. Grazie!
  17. CharlieC

    SCACCO!

    Mesi fa volli partecipare a un torneo sul web, organizzato da una nota marca alimentare in combutta con un importante scrittore, di quei concorsi in cui propongono l'incipit e tu prosegui. Fu una bolgia, per quella settimana (l'incipit cambiava per ognuna) parteciparono due o tremila ossessi, mai capito come la direzione facesse a selezionarne dieci. Non ho mai scritto su incipit altrui, volli cimentarmi, ma appena postai questo raccontino il pulsante 'spedisci' s'incantò, per cui spinsi e spinsi non so quante volte, finché fui stufo e salvai su disco. Non so nemmeno come, leggendo l'incipit mi venne l'input di scrivere una specie di monologo interiore, un racconto in prima persona che il protagonista raccontasse tutto di un fiato, per liberazione. Ve lo sottometto. c.c. SCACCO! Caterina mi aspetta il mercoledì. Dice che è il suo istante magico, io però mi faccio illusioni: di cose se ne inventa tante. Appena arrivo la trovo già vestita –jeans scuri e camicetta in lino, sbottonata in petto - i pezzi sulla scacchiera e i cuscini in terra, visto che giochiamo sul pavimento. “Possibile mi tocchi sempre il nero?”, protesto ogni volta. “Così impari” mi fa lei, carezzando i miei pedoni come micetti. E' sleale, chiedete a chi ne capisce. Ma io Caterina non la contraddico, da quando ha bevuto il detersivo, ed è stata dieci giorni all’ospedale, e poi un mese alla Procaccini, dove diceva di essere la Madonna, che lei faceva i miracoli o cose così, e poi un giorno l’hanno portata a casa per disperazione, e da allora si è stesa sul letto, lisciando in continuazione il cane Pallino, senza parlare, storcere un nervo, sbattere gli occhi, bevendo Red Bull dalla cannuccia, e vomitando crema gialla se la mamma le imbocca gli anellini, o un formaggino, o un fruttolo alla pesca, e dopo che un giorno ha smesso di carezzare Pallino, ha girato la testa e mi ha chiesto a bruciapelo “che giorno è?’, e io ho balbettato :“ mercoledì”, e lei ha fatto :”giochiamo agli scacchi?”, con la stessa naturalezza di chi domanda un bicchiere d’acqua, dopo tutto ‘sto po’ di Dio per me giocare a scacchi, un cosa che detesto, primo perché non so pensare a due mosse di fila, poi perché a stento conosco la dama, per me, dicevo, giocare con lei è come Dante seduto al tavolino che comunica con l’anima di Beatrice. Tanto per dire. Il guaio è che rispetto all’esempio sto messo male, assai peggio del poeta, perché Caterina io non l’amo più. Da quando ho incontrato Valeria e la palla del bowling mi scappò di mano, e fece strike nel box di fianco, e il dispositivo la restituì a quelli del suo gruppo, e io corsi a prenderla, e loro gridavano: “bastardo, piglia ‘sta boccia e vattene affanculo”, e io alzai gli occhi e vidi Valeria, che sorrideva e poi rideva e mi guardava coi suoi occhi così, e allora non so che diavolo mi prese e inciampai, e caddi lungo in terra, e quella porca boccia rotolò da lei, e allora strisciai, ma lei rideva e sorrideva e si aggiustava i capelli, e io guardavo Valeria, Valeria guardava me e Caterina ci guardava, da quella sera del bowling è esistita Valeria, punto e basta. Talmente che in pizzeria il suo gruppo si sitemò alla tavolata di fronte a noi, e Valeria mi guardò e sorrise, e poi ordinò a un suo amico, un certo Marco, “Io mi siedo là!”, indicando il posto di fronte al mio. E Marco, che le andava appresso, disse occhei senza neanche un ma. Per fortuna non ero in piedi come al bowling, se no sarei cascato senza boccia, e così stetti a guardarla tutta sera, mangiando pizza nei suoi occhi, mentre lei rideva, sorrideva tanto che Caterina mi chiese: “ si può sapere che hai stasera ?”, e nel dirlo incavò la testa, e io ho sempre pensato che volesse piangere, ma forte, tanto che secondo i medici fu per rabbia che non aprì bocca due giorni interi, non venne in facoltà e tenne tutto dentro finché la mattina del terzo – ha ragione lo psichiatra, era un mercoledì - andò in bagno e bevve il detersivo. Ma non era questo il punto, i medici aggiungono – “per carità, non se ne faccia un colpa” - che la crisi al risveglio sia dovuta a quel trauma lì. Sindrome psicotica giovanile con tendenze suicide, questo scrissero in cartella alla clinica Procaccini. “Le stia vicino, ne va del suo recupero”, si raccomandarono nel dimetterla. Mentre faceva segni in aria che va a sapere cosa volesse. Ora io di queste malattie non ci ho mai capito, ho sempre pensato che ne soffre chi ha una lesione al cervello, o roba del tipo. Oppure che l’esaurimento ti viene se hai studiato molto e il prof ti dice ‘torni la prossima volta ’. Ma sant’iddio, credere di essere Maria Vergine, ma convinta ,eh, e un giorno che ero alla Procaccini sentirmi dire: “lo vedi che il pavimento va in salita? è satana che fa gli scherzi!” , questa è roba da barzellette, tipo il tizio che crede di essere Napoleone. E comunque, la Madonna mai. Perciò, data la gravità della crisi, quando Caterina ha deciso di riaprire col mondo, e guarda caso con me in particolare, la madre, il padre, suo fratello che lavora in banca, e soprattutto lo psichiatra, mi hanno sequestrato. “ Tu solo puoi portarla alla ragione”, sono saltati tutti. Ho capito, ma mica posso?…. io con Caterina…. Vabbè ci siamo amati, ma dove sta scritto che io e lei… insomma, adesso c’è Valeria! Ma no ma no, ancora un po’ e ci siamo!, m’ha liquidato il dottore . E perciò ogni mercoledì, sempre quel santissimo giorno, alle sette in punto, salgo lassù in camera sua, ci sistemiamo sui cuscini (così tiene il pavimento sotto controllo, presumo), fingo di allungarle una carezza, lei annuisce, e subito mi fa: “Prendi tu il nero, occhei? “ “Quando le concederà il bianco sarà guarita ”, ha sentenziato lo psichiatra. “Sì, ma quando?”, insiste Valeria dopo che abbiamo fatto l’amore.
  18. CharlieC

    SCACCO!

    è così, il ragazzo è confuso, snocciola gli avvenimenti senza intenderne la portata. Il dramma di Caterina gli provoca appena fastidio, ci capisce poco, al momento gli interessa solo Valeria. In fondo la vita è proprio così: spesso, troppe volte, si mostra superficiale o indifferente. Grazie!
  19. CharlieC

    SCACCO!

    Dovrebbe, a rigore, condannarti alla fucilazione immediata. Epperò si tratta evidentemente di una scelta stilistica, siamo vicini al flusso di coscienza, quindi il problema da porsi, invece di quello della correttezza formale, è, più semplicemente, se funzioni o meno. Se la si legge "con l'occhio critico", non funziona, ma se ci si limita a leggerla come lettore non obbligato alla recensione?Secondo me, in questio caso, funziona. Ho letto tutto senza inciampare o dover tornare indietro. Semmai un problema potrebbe nascere dal fatto che non usi questo metodo in maniera costante. Momenti di flusso si alternano ad altri in cui il periodare è più consueto e frammentario. Tra le due cose ci deve essere equilibrio, mi pare che in questo brano ci sia, ma sei sulla lama del rasoio, anche se non mi farei, al tuo posto, tanti problemi mentre scrivo, ma solo in sede di revisione. Se ti viene istintivo direi che il tuo istinto ti guida abbastanza bene e non cercherei di mettergli le briglie In sostanza mi è piaciuto, la storia emerge con chiarezza ed è una soria abbastanza drammatica e tutt'altro che banale. grazie Nanni, per le osservazioni. Hai colto in pieno il mio intento: spingermi sulla lama del rasoio. Il flusso di coscienza - rispondo anche a kitty - è un modo di scrittura sul quale chiunque dovrebbe cimentarsi. La scrittura piana, ancora kitty, è stucchevole. Possiamo parlare di scrittura 'entomologica' di Flaubert, ma è tutto un altro discorso, in Madame Bovary il distacco codifica l'imparzialità dello scrittore. Nel suo ultimo libro, Il romanzo e la realtà, Angelo Guglielmi afferma che la realtà sfugge, non è dunque possibile rappresentarla letterariamente con una pur accurata descrizione, risulterebbe piatta, e non lo è. Ciò che la rende intellegibile è il linguaggio, ponendosi di sguincio. In questa caso c'è un tipo che d'improvviso smette di amare la sua ragazza provocandole una crisi adolescenziale atroce. Ora, uno può assumere un registro drammatico e tutto fila liscio ma in questo modo rischia l'abbaglio. Perché il ragazzo quel dramma non lo vive - meno male per lui- e questo è l'aspetto essenziale da affrontare. Come manifesterà il suo sentire? se è un superficiale, come l'autore vuole che sia, l'unico assillo sarà il pensiero di uscire dall'impiccio e godersi in santa pace la nuova fiamma. Ma evidentemente non può, si sono messi di mezzo famiglia della ex e dottori, perciò accetta la tortura della partita di scacchi. Non senza fastidio e sciatteria morale, un approccio che contrasta con il dramma di Caterina evidenziandone i chiaroscuri che una descrizione 'piatta' avrebbe omesso.
  20. CharlieC

    Un catafottio di palle universali

    Il tema è inflazionato, ma sarebbe il minimo, il postmoderno dice che si può parlare di tutto, purché sotto una luce mai vista. La vera pecca, perciò, risiede nella conduzione del gioco, il lettore smaliziato si accorge subito dove si andrà a parare. Tanta resistenza in famiglia è un po' sospetta per trattarsi di una comune ragazza. Tecnica importante, quella delle frasi troncate e del sistematico punto e a capo, ma ardua nell'attuazione. A me, non è una critica, non piace.
  21. CharlieC

    VIGILIA

    no, il materiale deriva dai ricordi ma in quel romanzo non c'è solo terrorismo. Anche qui c'è anche e soprattutto la storia di una donna.
  22. CharlieC

    VIGILIA

    VIIGILIA La Monguzzi, di nuovo lei. E’ venuta ancora a lamentarsi. Capitò già il mese scorso ma si trattava di due sconosciuti. Li seguii dallo spioncino mentre bussavano alle porte. Visto che nessuno apriva allargarono le braccia, sconsolati. Uno di essi consultò un taccuino, poi, dopo un’alzata di spalle, fece un cenno al compare e sparirono in ascensore. Stamattina non ho dovuto sbirciare. Per la signora Monguzzi il campanello è un tocco decorativo. “Altobelliii! signora Altobelli!”, non smetteva di sbraitare, con la sua voce rauca di baldracca in disarmo. Ho guardato Germano. Aveva un’espressione esausta e gli tremava il labbro. “Apri”, ha sussurrato, “è quella stupida del piano di sotto”. “Signora Altobelli”, ha iniziato appena ho aperto, “ci risiamo!” La signora Monguzzi è una donnetta tutta nervi. Ha i capelli tinti raccolti alla nuca e due occhi strabici– il glaucoma, mi confidò appena ci conoscemmo- che non lasciano capire se lo fa per timidezza o, come suppongo, perché sfuggente di suo. Malgrado i settant’anni veste fuseaux attillati e camicette trasparenti. Un misto di libido repressa e laida civetteria, come dice Germano. Il quale, a differenza di me e di Mario, non nutre sospetti. “Di nuovo il bagno?”, ho chiesto. E mi sono voltata. Avevo l’impressione che cercasse qualcosa alle mie spalle. “Il bagno? il corridoio, vorrà dire”. A dire il vero non ricordavo il punto della perdita. I due appartamenti non sono sovrapponibili e il nostro bagno non coincide col suo. “ C’è un macchia così sul soffitto”, ha strillato, “ e io sono stufa di aspettare, stufa!”. Aveva gli occhi fuori dalle orbite. Veramente, non è un modo di dire. Sarà stato il glaucoma. “Aspetti”, le ho intimato. E con mia sorpresa è ammutolita di colpo. Per un attimo ci siamo incontrate con lo sguardo. Era a bocca aperta e mi fissava stupita, scuotendo appena appena il viso. Io, intanto, cominciavo a intuire. A volte serro i denti e dischiudo le labbra, una smorfia che incute timore. Non lo faccio apposta, mi viene spontaneo, specie nei momenti di tensione. “Aspetti”, ho ripetuto, stringendole il polso con due dita. “Prego”, è ammutolita. “Appunto. Stavo dicendo che è questione di poco. L’idraulico verrà tra due giorni ”. Due giorni un corno. Mi ero dimenticata di lei e del cesso. “E come faccio? Ho già due bacinelle in terra”, ha risposto, dopo aver guardato in obliquo. “Le bacinelle?” “Essì, eh!”. La signora Monguzzi non è di Roma. Quando dice ‘essì, eh!’- con la ‘e’ aperta, lombarda- mi ricorda certe risposte di Mario. Gelide, con gli occhi taglienti, levati con forza dopo un lungo silenzio, durante il quale li ha tenuti fissi sul pavimento. “ Stia tranquilla, lo richiamerò ”, ho detto sbrigativamente. E ho sbattuto la porta. Quando sono tornata c’era proprio Mario in soggiorno, seduto in poltrona. “Cazzo vuole?”, ha chiesto. Gliel’ho spiegato e ho riferito dei miei sospetti. Mentre parlavo ha esibito il solito ghigno. Enigmatico, per certi versi beffardo, un espediente per camuffare la rabbia. Non lo sopporto quando fa così, sospetto sempre voglia intendere ‘siete dei poveracci, di razza inferiore’. Allora mi sono chinata, a un palmo dai suoi baffi, e ho aggiunto: “ E’ una rompiballe, avverti Firenze”. Come capita quando nomino Firenze, o Rapallo, o lo sa dio il cazzo del posto dove va ogni settimana, ha cambiato discorso. “Come sta il nonno?” . “Stitico, non c’era niente nella pala. Ma non mi hai risposto”. Se ne sbatte, ha proseguito come se non ci fossi: “Mi riferivo all’umore”. “Il solito”, ho sospirato, “non sai mai che gli frulla. Sereno, comunque ”. “Ha chiesto altri fogli?” Basta, ho perso le staffe. “ Non lo so, non mi interessa, chiedi al tuo amico. Siete tu e lui a parlarci!”. Sembrava sorpreso, quasi ignorasse che ho anch’io i miei scatti. “Sei a posto Barbara?”, è ricomparso quel riso maligno. “Ci sto, ci sto con la testa”, ho abbassato il tono, dando un’occhiata al muro di fianco. “Possibile che pensi sempre alle lettere? Come se non ci fosse altra soluzione?” “Perché, secondo te ce n’è un’altra?” Mi sono seduta di fronte, sullo sgabello che diamo al nonno quando chiede carta e penna. Accesa una sigaretta mi sono allungata verso lui: “Chiudiamola qui. L’obiettivo principale è raggiunto. Non ha senso, lo capisci? abbiamo solo da perdere se andiamo in fondo ” “Me ne dai una?”, ha invece risposto, alludendo alla mia Marlboro. “Ficcatela in quel posto!”, sono esplosa. E gli ho tirato il pacchetto. Non volevo, lo giuro, non volevo colpirlo. A dispetto delle apparenze lui è per me un’entità astrale, qualcosa che non si sfiora nemmeno con un dito. Si è proteso in avanti e l’ha raccolto. Mentre sfregava il minerva mi è parso storcesse il muso. E non era un tic involontario. “Allora, questa signora?” , ha chiesto alzando lentamente il viso. “La Monguzzi?” “Più o meno”. Non dice mai sì, non ti dà mai ragione. Quando è messo alle strette concede a stento un ‘più o meno’. “Te l’ho detto, non mi piace. C’è il rischio che lo chiami lei l’idraulico, se non interveniamo”. “Non possiamo, lo sai” “Certo che lo so. Perciò ne sto parlando”. Ha annuito, sovrappensiero, senza guardarmi negli occhi. “Domani”, ha sollevato i suoi di scatto, “lo facciamo domani. Mattina presto”. “Domani?”, li ho catturati al volo. Erano diversi. Non più taglienti, ma lucidi, liquorosi, febbricitanti. “Ma… il papa…”. Avevo paura, una paura di bambina: che scambiasse il mio sgomento per codardia. “Fa parte della sceneggiata”, ha risposto dopo un ultimo tiro, con cui ha carbonizzato metà filtro. “Come i socialisti, del resto”, ci ha sputato sopra. E si è alzato per andare al cesso. “Valerio e Adriana? nemmeno un parere?” Si è arrestato, di colpo, storcendo in modo orribile i tendini del collo. “Cagoia”. e ha guardato la mitraglietta sullo scrittoio. Io non so, fatico a immaginare, che cosa sentirò in quei momenti. Per adesso non riesco a dormire. Un’ora fa ho avvertito la presenza di Germano. Si è sdraiato di fianco e ha preteso che lo facessimo. E come tante, troppe volte non ho provato niente. Mentre spingeva pensavo ad altro, ripassavo la scena di domani. Sarà Gallinari a dargli la notizia. Ma non parlerà di esecuzione, su questo non ho sentito ragioni. Gli dirà che traslochiamo per motivi di sicurezza, come del resto è già accaduto l’altra volta. Io aspetterò in soggiorno, dove arriverà con le sue gambe. Già mi sembra di vederlo, mentre accenna il consueto sorriso, lieve, sofferto, lo stesso che mi concede quando gli porto da mangiare. E come sempre capirà, ne sono certa, che sotto quella calza e il soprabito ci sono un viso e un corpo di donna. Ci penseranno Mario e Prospero a trasportare la cesta giù nel box. Poi gli diranno di sdraiarsi e lo copriranno con un telo. “Sarai la terza a sparare”, ha ordinato Moretti. E in quel momento, ma solo allora, ho avvertito un tremito fra le cosce.
  23. CharlieC

    VIGILIA

    @ Nayan Vista la tua profonda competenza sugli anni di piombo, beh non credo di far nulla di male nel suggerirti di leggere Via da queste mura. lo trovi nella sezione Emergenti ed è scaricabile gratis, come da istruzioni. Io di emergere ne ho anche avuta voglia, ma desso mi rotolo nella sabbia in fondo al mare :-) :-)
  24. CharlieC

    VIGILIA

    Grazie, Nayan. Il tuo intervento sollecita più di una riflessione. Questo racconto l'ho scritto a novembre del 2000, quando del caso Moro e degli anni di piombo non se ne parlava più tanto, o meglio: non se ne scriveva. Al cinema c'erano stati Il caso Moro (1986), di Giuseppe Ferrara, La mia generazione (1996), di Wilma Labate, La seconda volta (1987) di Mimmo Calopresti. Per il piccolo schermo (1990) Sergio Zavoli aveva invece realizzato La notte della repubblica, forse il documento giornalistico più importante sul terrorismo in assoluto. Fra di essi mi colpì profondamente il film di Wilma Labate, visto nel 98. Narra di un terrorista (Claudio Amendola) che nel viaggio di traduzione da Roma a Milano, dove sarà sottoposto a processo, viene scortato da uno zelante ufficiale dei carabinieri ( Silvio Orlando) il quale, facendo leva sulla gioventù e l'aspirazione alla vita dell'altro, tenta di carpirgli i nomi dei compagni. Orlando è così bravo e penetrativo da giungere a un passo dallo scopo ma un contrattempo lo smaschera e induce il prigioniero ad accettare la sua sorte. Oggi, a distanza di tanti anni, penso che sia stato il brigatista della Labate, con i suoi dubbi, i rimpianti, magari i rimorsi, a spingermi a scrivere di questa donna. Ma non è tutto, io all'improvviso fui preda dell'urgenza di scrivere di Aldo Moro in prigione, di come immaginavo potesse essere quest'ultima, di quanto era possibile - ma non certo - fosse accaduto, di cosa abbia provato chi il senso comune - direi sbagliato - giudica come il più esposto a emozioni, la donna, appunto. La conversione è dunque il sigillo a un flash di atmosfere, in cui paura (Germano Maccari), ferocia (Moretti) e cedimento alla comprensione umana (Barbara) sono gli attori di una tragedia tutta italiana. Ma qui viene il duro: come si poteva entrare, dal punto di vista tecnico narrativo, nella prigione di Aldo Moro? è una parola! a stento si sapeva, e si sa, dove fosse situata, nessuno l'aveva mai descritta ( lo farà un altro grande regista, ma solo nel 2003, ispirandosi al libro della Braghetti, che è coevo, come recitano i titoli di coda del film) e ciò che più aveva colpito la fantasia di tutti era quella grottesca perdita d'acqua, punto. Fu dunque giocoforza usare un grimaldello e questa chiave si rivelò essere la signora Monguzzi. Che è la mia dirimpettaia, poveretta, da anni affllitta da galucoma, i cui sintomi - lo strabismo e il resto - non sono quelli descritti ma servivano: per accrescere il clima di sospetto, di tensione da incipiente attacco che sono certo sia aleggiato in quel posto. Ecco spiegato lo strabismo, Icatoie , e mi complimento per la tua acutezza. Quanto a Moretti, adesso vedo chiaro: mi sono inconsciamente ispirato al ricordo dell'intervista in carcere di Zavoli. Spero, Nayan, di aver risposto almeno in parte alle tue osservazioni, che sono vibranti, scritte col cuore e insieme la ragione. Forse colgono una mia partecipazione, in negativo o meno, che all'epoca non avvertii. D'altra parte si scrive per questo, per suscitarle in altri, le emozioni, tenendo a freno le proprie. Se si riesce. Saluti
  25. CharlieC

    VIGILIA

    Io avrei scritto “ È già successo il mese…” “Capitò” mi sa di voce dialettale. Due virgole a circoscrivere una singola parola non le apprezzo. Non apprezzo questa ricostruzione di fatti che ritengo ancora da chiarire. ma guarda, questo racconto non è né vuole essere una ricostruzione di fatti, è solo un'interpretazione in chiave letteraria, tutto qui. Altrimenti a che servirebbe la letteratura, a ricostruire e basta? ci pensa già la storia. Giusto per concludere: La campagna di Russia è un dato storico, come lo è il Bonaparte, ma di un Pierre Bezuchov che regala metà del patrimonio ereditato alla ex moglie - che pur l'aveva tradito - e decide di ammazzare Napoleone non vi è traccia. E alura? possiamo dire che Guerra e pace non ricostruisce in maniera attendibile i fatti? in realtà non vuole ricostruire un bel niente, la Storia è un pretesto - un grande e nobile pretesto - per descrivere un contesto sociale e interpretare, mirabilmente, alcune tematiche universali. In Vigilia, se non si è capito, ho solo voluto illustrare la conversione al dubbio di una fanatica assassina. Di come si siano svolte le cose in quel covo non mi interessa nulla, ci ha già pensato la brigatista Braghetti che a inizio 2003 pubblicò Il prigioniero , un racconto stucchevole dei 55 giorni del sequestro Moro, quello sì non attendibile perché di parte.
×