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Marco

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    Sognatore

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    Savona
  1. Marco

    Il giusto prezzo dell'eBook

    Stiamo uscendo dal seminato. Ma a proposito della pirateria cinematografica, ecco la lista dei film statunitensi più piratati, e i loro incassi:
  2. Marco

    La macchina

    Se scrivi "un tizio", invece che un giovane, un uomo, una persona, di fatto ti esponi già, suggerisci al lettore un giudizio sul personaggio che dovrebbe invece formarsi con lo sviluppo della storia (piccola o grande che sia, non importa). C'è in quel "nostro guidatore" un paternalismo soffocante. Si vede benissimo quello che pensi. Ma forse al lettore non importa, vuole leggere la tua storia. , ancora il tuo pensiero. E' come se non avessi fiducia nelle tue capacità di raccontare. Non giudicare, se vuoi che il lettore ti segua, e arrivi alla fine della storia senza pensare: "Questo non racconta, vuole solo marcare la differenza tra sé, e i suoi personaggi". Che sia una donna di una bellezza fuori dall'ordinario si era già capito: perché ripetersi? Il regista Dino Risi diceva di Nanni Moretti (più o meno): "Non sopporto il suo modo di fare cinema: si mette sempre in mezzo, ho voglia di dirgli: Fatti da parte, fammi vedere cosa succede". In questo breve frammento accade questo. Cerca di farti da parte. Lascia che la storia si racconti da sé, senza che sia necessario il tuo intervento per redarguire, o sottolineare, comportamenti e situazioni.
  3. Marco

    Incubo d'un impiegato di banca

    Eviterei di cominciare con un gerundio. Togli "che torreggia", la frase scivola via meglio. Anche se vive in una situazione di grave tensione, "frastuono" mi pare un termine poco adatto. E "opprimente" mi sembra a questo punto non un aggettivo, ma una pietra al collo del frastuono. Se è giunto al punto di non ritorno, l'avverbio "definitivamente" è inutile. Quel "Sign." è burocratico. Ma a parte questi rilievi, una prova interessante.
  4. Marco

    Cosa rimane?

    "Invitti" è un termine che si usa pochissimo, un soldato o ufficiale che sia, del tempo passato o dei giorni nostri, non importa il suo grado di cultura, userebbe qualcosa d'altro. Mi sembra un tono troppo artificioso, ridondante: "il Nulla della morte". La morte, e basta. Che sia scritto bene è indubbio. Però se dovessi muovere una critica è questa: vedo troppo l'autore, e fa ombra alla storia. Non dico che devi riempirlo di errori; ma sporcarlo di vita. Rendere la scrittura più semplice, fresca, tagliare via la retorica, le frasi lunghe, ampollose.
  5. Marco

    Due fratelli

    Se posso darti un consiglio: ricorda che prima di tutto occorre allenare l'occhio. Cogliere dettagli e sfumature. I frammenti. Le schegge.
  6. Marco

    Due fratelli

    Una cosa che ripeto spesso a me stesso: leggi ad alta voce le frasi. Questa dopo "capo" ha bisogno di un segno di interpunzione più robusto delle solite virgole. "Molto" ricorre tre volte. Da qualche parte ho letto che meno lo si usa, meglio è. Mi ripeto: i vicini ti scambieranno per matto, ma se letto ad alta voce un racconto mostra difetti a prima vista quasi invisibili. Due rilievi. La storia si svolge in Africa, immagino; ai nostri giorni o nel passato? Forse è una domanda sciocca: ma le patate arrivano dalle Americhe, e se si svolge nel passato forse questo creerebbe qualche problema. Secondo rilievo. Il racconto è ambientato in un contesto tribale, e mi pare strano che qualcuno che non appartenga alla tribù, arrivi, uccida, e si appropri di abitazione e moglie senza che gli altri muovano un dito. D'accordo che scrivi: "Così andavano le cose in quei giorni". Ma non credo che in una tribù in crisi possa accadere qualcosa del genere; semmai ci sarebbe da aspettarsi verso l'intruso un'eccezionale esplosione di violenza, non la rassegnazione, o l'indifferenza. Sostituirei poi "casa" con qualcosa di più appropriato: abitazione o capanna. Un comportamento che mi lascia un po' perplesso. O costui è molto sciocco, o troppo sicuro di sé. In entrambi i casi, uscire disarmato dopo aver combinato quello che si è detto, appare poco credibile. Perché "plesso solare"? A volte bisogna ricordare che si racconta una storia, e l'eccesso di informazioni (in questo caso anatomiche), è inutile. Aggiungerei "su un fianco"; sembra che si pieghi su se stesso e cada in avanti, ma con una lancia è un po' difficile. L'intera scena cercherei di renderla più reale: l'uomo non grida? I suoi occhi? La sorpresa, la paura, la rabbia? Tutto scivola via con troppa semplicità. Anche qui ci sarebbe forse da completare con qualcosa. Il sangue sulla terra, il suo gorgoglio, i muscoli che si irrigidiscono. Non è malvagio, ma l'intera vicenda, i personaggi, mancano di energia, di spessore. Se dovessi dire cosa davvero lo rende debole: i dettagli. Sono questi che rendono un racconto più forte e memorabile.
  7. Marco

    Storia surreale di un Autore patetico

    Qualche appunto, niente di importante. Invece di Hard Disk, disco rigido. Premetto che sono astemio, quindi scriverò una sciocchezza. Ma se io sono ubriaco marcio, anche dopo aver vomitato sulle scarpe potrei non avere i sensi così pronti da intravedere una persona che conosco, riconoscerla, ed esserne sconvolto. Qui magari cercherei di rendere il riconoscimento come un lento affiorare, la coscienza che percepisce nel gruppo di persone in attesa qualcosa di familiare, e si fa più attenta, studia, si sforza, e pezzo dopo pezzo, come in un mosaico, arriva a riconoscere la persona. Qualcosa di meno ovvio? Anche qui, sono sciocchezze forse, e forse desideravi sottolineare come il protagonista si sia uniformato perfettamente e con rapidità, al solito modo di pensare di certe persone. Secondo me però, dovresti cercare di osare di più, costringerti in una, due frasi a sorprendere il lettore con qualcosa di differente.
  8. Marco

    Lavoro

    Mi è capitato di vedere dei curriculum scritti su carta a quadretti, da persone che analfabeti non possono essere definiti (sanno scrivere), ma che purtroppo devono essere definiti semianalfabeti. Ragazzi di 18 anni (episodi che risalgono a 10 anni fa). Ho immaginato che pur non avendone, dopo aver svolto quel mestiere per molti anni, sia in grado di emettere questo tipo di giudizi. Giusto Beh, perché no? Niente studi universitari, magari il padre aveva agganci all'interno del gruppo commerciale, e l'ha fatta assumere. Ma non mi interessava scendere nei dettagli. Sui figli o no, potrei aggiungere qualcosa forse, ma mi pareva inutile. Sulla frase del narratore onniscente, creda che tu abbia ragione. Grazie!
  9. Marco

    Lavoro

    Grazie! Esatto, gli occhi. Giusto. Ne terrò conto. Grazie ancora!
  10. Marco

    Spazzatura d'autore

    Quest'anno ho letto un ebook di Intermezzi editore (senza DRM, solo per questo sarebbe da glorificare), e alcuni libri de I Sognatori. In entrambi i casi li ho trovati di buona qualità. Ma si tratta di case editrici che pur essendo piccole, hanno scelto di non accontentarsi per nessuna ragione. Probabilmente anche alcune case editrici non a pagamento hanno peccato o peccano, di ingenuità (se vogliamo chiamarla così). Immagino nascano da una certa idea (malata) di marketing: il Web esplode di contenuti, basta scegliere il meno peggio, creare una confezione decente, metterlo in circolo, e aspettare che il successo bussi alla porta di casa, e ci abbracci. Chi ci rimette però è il lettore che la prossima volta, prima di spendere, ci penserà due volte...
  11. Marco

    Manuali di scrittura italiani o inglesi (aiuto per regalo)

    L'editore Dino Audino propone diversi manuali sulla scrittura:
  12. Marco

    Lavoro

    Molto interessante. Grazie ancora.
  13. Marco

    Società nella Roma Antica

    La migliore cosa da fare è acquistare un po' di libri sull'argomento, e studiarli con grande attenzione. Ce ne sono di tutti i generi, l'ultimo che ricordo (ho scordato il titolo), è di Alberto Angela, dedicato alla vita quotidiana nell'antica Roma. E poi consiglio i libri di Danila Comastri Montanari, ambientati proprio in quel periodo storico.
  14. Marco

    Lavoro

    Per prima cosa, grazie a entrambi. L'ho scritto in una mattinata, quindi immaginavo che ci fossero un po' di cose che non andavano. L'età del selezionatore; il pavimento alla genovese (
  15. Marco

    Lavoro

    Si tolse gli occhiali, li posò alla sua destra e si passò entrambe le mani sul volto; resisteva ancora un po’ l’odore del dopobarba sulla pelle liscia, curata. Quindi fissò lo sguardo sulle pareti bianche della piccola stanza, al primo piano di un edificio del centro storico di Savona. Gli piaceva osservare arredamenti e dettagli attraverso la sfaldatura innocua della miopia, lo faceva sentire a suo agio. Per esempio, poteva fissare a lungo la sua segretaria, una donna sui quarant’anni, alta, capelli ondulati e neri, alla sua destra, senza alcun timore. Era solo una figura dai margini confusi, dove gli occhi pure grandi erano solo buchi, come la bocca, mentre il vestito, un tailleur senza fantasia, un insieme colorato di stoffa. I suoi fianchi un po’ larghi, le gambe lunghe e robuste, perdevano il potere di solleticarne gli istinti. Lui non era sposato, lei era divorziata da sei anni. Però non poteva durare a lungo, e dopo aver preso un altro fascicolo, dalla pila che aveva a sinistra, lo posò al centro della scrivania. Disse: - Può farne venire un altro. La donna probabilmente sorrise, spinse indietro la sedia, facendola strisciare sul pavimento alla genovese, si alzò in piedi e si diresse verso la porta. Quando il giovane varcò la soglia, inforcò di nuovo gli occhiali, gli fece cenno di prendere posto sulla piccola sedia e aggiunse: - Sieda pure. Accompagnando il tutto con un breve sorriso, già tirato. L’orologio da polso segnava le undici e mezza, e quello era il ventesimo candidato. La selezione era iniziata un’ora prima, nell’edificio che dava su via Pia; occorreva scegliere una cinquantina di persone per il prossimo centro commerciale che avrebbe aperto nel giro di un anno, alla periferia della città. Undici erano già stati scartati, e due ragazzi, diciottenni da pochi mesi, erano semi analfabeti. Anche quello che entrò era giovane; aveva probabilmente una ventina d’anni, capelli corti, occhi scuri, un tipo tranquillo e mingherlino, che non amava sorridere, lo sguardo severo mostrava già una visione della vita senza più troppe illusioni. Trasmetteva l’idea di una persona solida, del tutto incapace di colpi di testa, il classico tipo su cui si può fare affidamento. Nel fascicolo c’era scritto molto di più, l’età precisa, il titolo di studio, le esperienze lavorative passate, o l’impiego attuale; lui preferiva o lasciarlo chiuso, oppure sfogliarlo distrattamente, senza mai distogliere lo sguardo da chi aveva dinanzi. Era il suo metodo per prendere o lasciare, dare un lavoro oppure abbandonare nella disoccupazione, nel lavoro in nero; agiva così da dieci anni, e poteva affermare a ragione di aver sbagliato ben poco. A trentacinque anni, era un uomo soddisfatto. - Lei mi pare una persona a posto. Cerchiamo una figura di assoluta fiducia cui affidare la gestione delle merci in entrata e in uscita. Sarà colui che gestisce materiali per decine di migliaia di Euro ogni giorno, avrà a che fare con autisti, colleghi, dovrà perciò avere una buona capacità di socializzare, riuscendo però a mantenere le distanze, essendo un responsabile. Delle persone che avrà sotto di sé, dovrà organizzare il lavoro nel modo migliore. Inoltre, sarà sua cura vigilare, e segnalare alla direzione comportamenti poco consoni, o viceversa, encomiabili. Che ne dice? Aprì il fascicolo, e diede una scorsa appena a nome e cognome. Il ragazzo si schiarì la voce, disse: - Io ho già lavorato in un paio di magazzini… - Lo so, certo -. In realtà solo in quell’istante aveva visto qualcosa a proposito, sul curriculum battuto a macchina. Senza errori, con una spaziatura un po’ generosa. La firma sicura, diceva Enrico Parodi. - L’ho fatto presso un negozio di apparecchiature elettriche. Poi in un’azienda che vendeva materiale per l’edilizia. Quindi la mia esperienza è un po’ differente rispetto a quello che trattate voi, ma non mi spaventa l’idea di imparare qualcosa di differente. Una certa proprietà di linguaggio; la voglia di imparare. Sorrise appena, annuì: - Bene, bene, direi allora che possiamo concludere -. Si rivolse alla donna: - Lo accompagni nell’ufficio accanto, dove avrà modo di spiegargli tutta la procedura. - Mi scusi, questo significa che mi assumerete? - Proveremo a fare questo cammino assieme. Buona giornata -. Disse, e gli porse la mano mentre la segretaria, già in piedi, gli stava indicando la porta accanto, l’altro ufficio dove un paio di persone avrebbero indicato al futuro dipendente, diritti, doveri e documenti da preparare per l’assunzione. La donna tornò dopo pochi istanti, chiese: - Un altro? Lui allungò le gambe sotto la scrivania, mise da parte il fascicolo, afferrò il seguente: - Stiamo rispettando la tabella di marcia? - Perfettamente. Siamo leggermente in anticipo. - Di? - Una decina di minuti. - Molto bene, tiriamo un po’ il fiato allora. Certo che se ci fosse una macchinetta del caffè… - Qui sotto all’angolo c’è un bar, se vuole posso andarci io. - Davvero? Restò solo nell’ufficio, ne approfittò per alzarsi in piedi, stiracchiarsi per bene, e camminare attorno alla scrivania. Poi diede un’occhiata alla via, al via vai delle persone a piedi, mentre su quella accanto, ricoperta non d’asfalto ma di sanpietrini, c’era una lunga fila di auto che avanzava di pochi metri, ogni tanto. Era una giornata serena, un po’ ventosa, un autunno che non lesinava in pioggia e acquazzoni improvvisi, come aveva fatto la notte precedente. Ficcò le mani nelle tasche della giacca scura, soffiò sul vetro della finestra, poi disegnò un sorriso e due puntini come occhi: - Mi sto rincoglionendo. Quando tornò la segretaria, scolò il caffè in piedi, appoggiandosi al muro della stanza, poi disse: - Ce li abbiamo ancora dieci minuti? - Non c’è ragione di fare le cose in fretta. Loro possono aspettare -. Indicò col capo verso la porta, oltre la quale una trentina di persone, di età varia, attendeva il colloquio. Nel pomeriggio, ce ne sarebbero state almeno altre sessanta; il giorno seguente, martedì, e quello dopo ancora, si sarebbe replicato. La donna sorrise, abbassò gli occhi chiari e tornò a sedere. - Le posso chiedere da quanti anni lavora nella nostra azienda? -. Domandò all’improvviso l’uomo, posando la tazzina ormai vuota sul piattino, e tenendolo in mano. - Saranno ventidue il prossimo luglio -. Rispose dopo averci riflettuto sopra per pochi secondi. Sgranò gli occhi: - Così tanti? La donna sorrise, ma non rispose nulla. - Le deve piacere molto. - E’ un lavoro come un altro. - Ma le piace? Non rispose subito; fissò il suo interlocutore, e si capì subito che stava subentrando in lei una sottile forma di disagio. Lui la colse, si avvicinò alla scrivania, e disse: - No guardi, prima che mi fraintenda. Non sto misurando il suo tasso di fedeltà aziendale. E’ una domanda semplice semplice, senza alcun secondo fine. Non è che la faccio licenziare, se mi risponde in un certo modo. - Certo che mi piace -. E con una mano sistemò una ciocca di capelli che era scivolata sugli occhi. - E non ha mai sognato niente di diverso? - Perché? -. Si strinse nelle spalle. L’uomo sedette sull’orlo della scrivania, posò la tazzina; quindi si tolse gli occhiali e piantò gli occhi nella depressione scura a metà circa di quel volto che aveva perso ogni connotazione precisa, regredendo alla condizione di una massa rosea, senza nitidezza alcuna. Disse: - Voglio dire. Tutte le mattine lei si alza, si veste, va in azienda, in sostanza ripete le stesse cose, con pochissime variazioni, da quasi ventidue anni. Dico bene? - Certo -. Frenò una risata. - E tutto questo non le viene a noia? Incrociò le braccia sul petto, sospirò. - No, - disse, - e poi ci sono le ferie. Spezzano il ritmo. - D’accordo, ma poi si rientra -. Insistette. - E tutto ricomincia, uguale, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, un mese dopo l’altro. - Sì -. Dichiarò con una lieve nota di divertimento nella voce. L’uomo si grattò il lobo dell’orecchio destro: - E dove prende la forza per andare avanti? - Come? -. Allungò un poco il collo sottile, sempre più stupita da quella conversazione. - Sì insomma. Qual è la molla che ogni giorno la fa alzare e ripetere tutte le cose, sempre, come se fosse la prima volta? Lei lo fa con piacere, giusto? - Sì. Mi pare di averglielo già detto. - Ecco, vorrei capire questo. E’ il senso del dovere, che le permette di andare avanti? Dio? Lo stipendio? Qualche prospettiva nel migliorare la propria carriera in un futuro più o meno prossimo? - Sì ecco -. Disse, un po’ confusa. - Sì ecco, ma cosa? La donna si schiarì la voce, si guardò attorno; prese una penna dalla scrivania, la posò subito. Da anni lavorava con quell’uomo incaricato della selezione del personale, ma quella era la prima volta che tra loro due si scivolava su tali argomenti. Lei era una donna sola da qualche anno, e non le sarebbe affatto dispiaciuto che tra di loro scoccasse qualcosa. Un tipo robusto, molto capace, con occhi chiari sul volto franco e un po’ squadrato. Però quelle domande le mettevano addosso una strana apprensione. - Io non capisco -. Disse infine, sperando di interrompere così quella strana, quasi morbosa curiosità. Infatti chinò il capo. - Lei non sente l’orrore? -. Chiese l’uomo. Deglutì. Piantò lo sguardo su quel volto disarmato dagli occhiali, d’un tratto stanco, quasi vecchio. - Davvero non capisco, mi spiace -. Balbettò. - Ha ragione, mi scusi. E’ tutta colpa mia -. Si giustificò quasi subito. - A volte, ho delle strane idee -. Recuperò gli occhiali, li indossò, quindi disse: - Ne faccia entrare un altro. Cerchiamo solo di finire presto questo lavoro -. Tornò a sedere. La donna scattò in piedi, si diresse verso la porta, l’aprì e fece entrare il prossimo. L’uomo mormorò: - Allora lo sento solo io. Come temevo. Poi fissò il nuovo candidato che aveva dinanzi, un quarantenne alto, robusto, completamente calvo, con una spalla più bassa dell’altra, e disse: - Si sieda, la prego. Dopo qualche istante abbozzò un lieve sorriso, e mentre la donna tornava a sedere, il viso un po’ cupo, disse all’uomo: - Secondo me, lei potrebbe essere impiegato nelle corsie del nostro magazzino, per sistemare la merce in arrivo e verificarne le scorte. Oltre che a occuparsi degli ordini. Che ne dice?
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