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Marf

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    Leggere (ovvio), visitare città d'arte, astronomia, scacchi, uno spruzzo di archeologia, argomenti scientifici in generale... come N°5 di Corto Circuito, "necessito input"!

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  1. Gustandomi l'emozione del primo voto ricevuto in un contest, mi congratulo con @simone volponi per la vittoria, e complimenti a tutti i partecipanti per aver reso difficilissimo scegliere i migliori racconti in mezzo a tanta qualità!
  2. Aspettate, prima di proseguire vorrei essere sicuro di essermi spiegato bene (cosa su cui mi sta venendo qualche dubbio). Se, per esempio, io chiudo un racconto in prima persona così: "Mi rimane una sola scelta possibile. Punto la pistola alla mia tempia, e premo il grilletto." mi può venire obbiettato "Da rifare, perché se il personaggio muore non può descrivere i suoi ultimi istanti"? Il nocciolo del problema che mi si propone è la narrazione "in diretta" (presente) degli avvenimenti visti in soggettiva dal personaggio. Posso immaginare di vederli come un film, con la telecamera che inquadra ciò che vedono gli occhi dell'io narrante, compresa la canna della pistola che si poggia alla tempia nell'ultimo fotogramma, o devo per forza immaginare che qualcun altro li abbia trascritti in un momento successivo dalle sue memorie, per cui devo lasciare la possibilità circostanziale che questa trascrizione avvenga? Nel secondo caso, dovrei evitare non solo la sua morte, ma qualsiasi situazione che renda impossibile raccogliere la sua testimonianza. Penso ad esempio al racconto di fantascienza di Harlan Ellison Io devo urlare e non ho bocca, dove l'io narrante, alla fine, rimane l'unico superstite dell'umanità, storpiato, oltre che in diverse altre maniere, nel modo descritto dal titolo: non può quindi né parlare né scrivere. Come possiamo immaginarci di averne raccolto i pensieri?
  3. Io la vedo esattamente nella stessa maniera, ma se provi per esempio a seguire il link di @TuSìCheVale trovi espressa con decisione l'opinione contraria: la questione non sembra essere pacifica...
  4. Ciao@Mariner P , ti ho preso in parola (ai suoi tempi avevi fatto la stessa obiezione anche a me), e ho aperto una discussione al riguardo in "Trame e dintorni" (sperando che sia il posto giusto dove va collocata).
  5. Buongiorno a tutti, mi è capitato a più riprese che nei commenti ai racconti, miei e di altri, venisse sollevata una questione che mi sembra di interesse generale, per cui mi sono deciso a proporla come discussione aperta. Si tratta di questo: abbiamo un racconto scritto in prima persona in cui l'io narrante, al presente, descrive i suoi ultimi momenti di vita. Nei commenti, viene obbiettato che questo è un elemento di inverosimiglianza, perché non sarebbe possibile che ci giungesse la sua storia, se è morto. Come avrebbe fatto a farcela pervenire? Rimuginandoci su, e al di là di vari controesempi che mi pare di ricordare in letteratura, questa obiezione non mi convince. Il punto cruciale su cui mi pare basata è che l'io narrante debba essere considerato il redattore del racconto, cioè colui che lo ha scritto o lo ha raccontato a voce a chi l'ha trascritto: ma questo assunto non mi pare necessario. Io ritengo che la narrazione in prima persona sia la scelta di un punto di vista soggettivo di un personaggio per descrivere gli avvenimenti, e che il lettore si immedesimi nel soggetto immaginando di vivere ciò che sta provando qui e ora. Non credo che ci sia bisogno di immaginare il personaggio vivo che parla o racconta gli avvenimenti in presa diretta. Inoltre, prendendo per valida l'obiezione "come ha fatto la sua storia a arrivare fino a noi?", si dovrebbe estendere a tutte le trame in prima persona ambientate nel futuro, a meno di rendere obbligatorie, per queste, i viaggi nel tempo del redattore della storia. Bene, in sostanza, ecco qui l'obiezione e la contro obiezione. Qualcuno di voi ha in proposito delle idee più chiare? Grazie e buona giornata.
  6. Marf

    [FdI 2019-3] Il bambino

    @Edu , sono rimasti pochi i complimenti che non ti siano stati fatti già dagli altri. Tu dici che il tempo dell'azione è indefinito, ma lo stile linguistico, a partire dalle invocazioni iniziali alla moglie contornate da apposizioni, per proseguire nelle espressioni e nelle figure retoriche, mi sembra perfettamente ottocentesco, e ha contribuito all'estremo realismo che ho sentito nel racconto: il tuo protagonista parla davvero come io mi immagino debba fare un ufficiale di quell'epoca. Visto che è stato evocato Buzzati a proposito dell'atmosfera, non esito a riferirti che a me è venuta in mente una delle Città Invisibili di Calvino, dove il protagonista scopre che ogni volto che vede è quello di una persona morta che ha conosciuto. Forse è stato questo a far passare in secondo piano il significato metaforico e psicologico, che gli altri hanno colto prima di me, del riconoscere i propri cari nei visi degli abitanti, e a farmi pensare solo a una vera stregoneria, creata per impedire agli aggressori di uccidere. In fondo, le due interpretazioni non si escludono: che sia spontaneo o frutto di magia, il nemico, costretto a ritrovare la propria umanità nell'altro, non può più rimanere tale. L'unico vero difetto che posso citare è che l'idea di esplorazione che si trova nel racconto mi pare un po' stiracchiata rispetto alle richieste del tema. Ma (scusa la banalità della formula) i contest passano, i racconti restano. A rileggerti a presto
  7. Marf

    [FdI 2019-3] Quello che veramente vuoi

    @M.T. , ecco, per quel che valgono, le mie impressioni sul tuo racconto. La prima parte, diciamo quella che precede la riflessione sul fatto che nulla nella propria vita gli andasse a genio, ha un'aria quasi comica, con questa continua persecuzione del protagonista che viene sempre disturbato nella sua ricerca di pace. Quello che rompe un po' la verosimiglianza del racconto è la monotematicità delle interferenze: semplicemente, fatico a crederci. Almeno l'ultima volta, invece di un'altra donna, lo avrei fatto avvicinare, che so io, da un pusher, che lui scambia per un altro cercatore di pace, finché non gli viene offerta roba buona a poco prezzo. Forse è per via del tono dell'inizio, che ho faticato a entrare in empatia con l'insoddisfazione per la propria vita del protagonista (nonostante sia un tema a me piuttosto caro): si vede poco e un po' tardi, ed è più raccontata che mostrata. La parte onirica, quella dopo la caduta dalla bicicletta per intenderci, è quella che ho trovato più coinvolgente, sia per via della poesia ben fatta, sia per il modo partecipato con cui è descritta la casa in rovina. Si coglie un senso di attesa prolungata che viene finalmente soddisfatta. Le ultime battute mi sembrano un po' deboli: vuoi per la figura del vegliardo, un po' stereotipata e (soprattutto) ridotta a ruolo di figurante, vuoi per quel "Ma quelli sono.." che mi suona un po' abusato per indicare che si riconosce qualcuno. Il racconto, devo dire, mi sembra ben scritto, ma nonostante questo le mie perplessità rimangono. Ti segnalo solo un passaggio o due che ho trovato migliorabili. Mi sembra contorto e poco efficace. Avrei scritto "che il tributo riscosso dal tempo lo aveva spolpato" o qualcosa di simile L'accenno all'esperienza di premorte, più precisamente il fatto che il protagonista ne sia conscio già adesso, mi sembra un po' prematuro: avrei immaginato una presa di consapevolezza graduale, con lui che dapprima pensa a un sogno, poi quando guarda indietro verso il punto dove è caduto immagina il proprio corpo steso nell'erba e capisce che non gli interessa più. Spero che le mie perplessità non trasmettano l'idea che lo consideri un brutto lavoro: ripeto, è scritto bene, ma purtroppo non mi ha preso se non parzialmente. Grazie per la lettura, e buona serata
  8. Però sarebbe una sfida interessante per qualche contest un po' masochista: obbligo di iniziare con una frase che parla di un gruppo di uomini "che moriranno entro un'ora", e cercare di ottenere un racconto valido. Vorrei sottolineare un punto che si è un po' perduto lungo la discussione: l'interlocutore di Ace non parlava semplicemente della possibilità di usare occasionalmente un'anticipazione come elemento positivo e utile della narrazione, ma del suo utilizzo sistematico per guidare il lettore nella lettura. Ecco, sul primo concetto si sono visti molti distinguo, con posizioni che vanno dall'anatema di @Alexmusic ai vari possibilismi più o meno scettici degli altri (nessuno che abbia sostenuto le anticipazioni a spada tratta, comunque). Sul secondo non ho sentito commenti, ma immagino che la contrarietà sia molto maggiore da parte di tutti. Da parte mia di sicuro: non riesco a immaginarmi un lettore così passivo e pigro da aver bisogno di sapere cosa succede nel prossimo capitolo per leggere senza sbattersi, o che non osi avventurarsi in una nuova sezione senza sapere cosa lo attende. Se dei romanzieri famosi lo praticano, evidentemente questo tipo di lettore esiste: ma non mi sembra di rendergli un favore incoraggiando queste sue abitudini. Il fatto che ci sia qualcuno che lo consigli come pratica a degli aspiranti scrittori mi sembra ancora più insensato. Per tener desta la curiosità del lettore è più utile indurlo a porsi delle domande da soddisfare: l'anticipazione lascia in vita solo le domande sul come la cosa anticipata accade, e a quel punto bisogna riuscire a renderle quelle più importanti di tutte. Cosa non banale, specie se stai cercando ancora di orizzontarti.
  9. Marf

    [FdI 2019-3] La Casa del Matto

    Ah, visto che la questione pare interessare, ho trovato una discussione di falegnameria in cui ci sono delle foto di una porta incardinata col principio che intendevo io: http://www.legnofilia.it/viewtopic.php?p=111524 L'asse dei cardini della porta, quando ruota, risulta inclinato, e quindi il baricentro si alza: il peso spinge a riportarlo in basso, e quindi in posizione chiusa o (se supero i 90° gradi di apertura) spalancata. L'idea è che il protagonista, sentendo il peso della porta che resiste al suo tentativo di aprirla, pensi a qualcuno che la spinga dall'interno.
  10. Marf

    [FdI 2019-3] La Casa del Matto

    Ciao @Emy , e grazie per l'apprezzamento. Il nome in realtà glielo avevo anche trovato, perché ricordavo che anche nel racconto precedente avevo un protagonista innominato, ma alla fine non ho trovato un punto naturale in cui inserirlo. È da solo, e non deve rapportarsi con nessuno: e i nomi servono quando dobbiamo indicarci gli uni agli altri. L'unica sarebbe stata infilarlo quando pensava se era matto quanto il compilatore del diario: ma non so quanto sarebbe stato bene...
  11. Marf

    [FdI 2019-3] La Casa del Matto

    @INTES MK-69 , grazie del passaggio e dell'apprezzamento. Le frasi che mi hai evidenziato, che sono quelle che hanno indicato un po' tutti, sono un ulteriore esempio della difficoltà che ho nel rileggere un mio testo come se fosse "nuovo". Altrimenti, avrei dovuto capire da solo che non era chiaro, per esempio che lui non vede la baita abbastanza chiaramente da capire in che stato sia. Sto cercando un sistema per superare questa difficoltà: proverò a spulciare il forum per vedere se ci sia già una discussione al riguardo. Per il resto, grazie ancora per la "fiducia" che dai al brano, e a rileggerci.
  12. Marf

    [FdI 2019-3] La soffitta dei nonni

    Direi quasi tutto bene nel tuo racconto, @Befana Profana, molto scorrevole e naturale. In primo luogo, ho apprezzato molto come hai tratteggiato i rapporti e le vicende familiari con pochi cenni strettamente legati alla vicenda e senza nessun accenno di spiegoni. Mi è piaciuto poi molto anche il disegno del protagonista, Andrea. Un bravo ragazzo ma non banale, coscienzioso senza averne l'aria, onesto con se stesso, il tutto descritto attraverso le sue azioni e reazioni: dal "chi me l'ha fatto fare" seguito dalla sensazione di disonestà, alla reazione finale dopo lo shock della scoperta. L'esplorazione della soffitta è stata sfruttata per creare una visione molto "latte e biscotti" dei nonni, perfetta per il brusco capovolgimento a seguito dell'apertura dell'armadio dei segreti. Ecco, proprio in quel punto sento un passaggio un po' a vuoto: provo a descriverti perché, anche se mi viene sorprendentemente difficile. Il punto è questo: Qui il protagonista scopre degli abiti diversi da quelli che si può aspettare, cerca dapprima di conciliare quella presenza con l'immagine che aveva dei nonni pensando alle feste in maschera, ma gradualmente si rende conto che la realtà e diversa, e il suo umore cambia rapidamente. La prima frase che ho evidenziato mi sembra che funzioni male: dicendo che "il contenuto" non è quello che si aspetta Andrea, che ha appena pensato ad altri vestiti, uno si immagina che siano oggetti di altra natura. E poi, dà l'impressione di una sorpresa molto brusca e forte, che mi sembra invece molto smorzata nella frase successiva, che mi suona molto "toh, guarda lì che ai nonni piaceva Carnevale". La frase successiva, l'altra che ho evidenziato, contrasta seccamente con quella precedente, come se avesse pensato una cosa e subito dopo il contrario, senza chiarire perché cambia idea. Io a quel punto mi sono immaginato di aggiungere un "e guarda meglio" subito dopo le grucce, e la scena mi è parsa più chiara, perché con più attenzione capisce che quei vestiti sono per fare sul serio e non per scherzare. Sul primo punto, avrei sentito meglio un inizio del tipo "Be', si, erano vestiti, ma non del tipo che si sarebbe immaginato: tutine ecc...", oppure rafforzare la sorpresa della frase usando "non si sarebbe mai sognato" al posto di "ignorava". So che si tratta di un pelo nell'uovo: ma le macchie si vedono meglio col pulito, e fino a questo punto è stato tutto talmente scorrevole e naturale che questo scarto l'ho sentito. Un'ultima cosa, che però non è un'osservazione ma piuttosto uno spunto da dibattito post-lettura: ho avvertito, nel finale, il contrasto tra e Nel primo caso, immagino che i nonni non giudichino perché lo amano, lo accettano così com'è, e si concentrano solo su cosa fare per aiutarlo, mentre nel secondo sembra che non si debba giudicare perché nessuno ha la statura morale per farlo. Mi sembrano due cose diverse, e io personalmente avrei "tifato" che il primo concetto attecchisse anche nel ragionamento post scoperta di Andrea. Buona serata!
  13. Marf

    [FdI 2019-3] Monte a Punta

    Un buon lavoro, @Mariner P : il protoesploratore neolitico e la sua gente sono credibili, la storia interessante, e la chiusa fa fare un balzo improvviso di migliaia di anni al lettore, dopo averlo irretito con le avventure di Simalù e avergli fatto desiderare di conoscerne il seguito. Ti segnalo rapidamente qualche refusino (seconda virgola in posizione sbagliata) una cosa di poco più rilevante: Scritto così, sembra che i tronchetti siano sopra il rospo, e non viceversa. Io suggerirei "con sopra un grosso rospo", o "e sopra un grosso rospo", oppure usare semplicemente la punteggiatura: "...resina; sopra, un grosso rospo" Dico la mia anche sulla questione della grande vasca: non dubito della correttezza terminologica che tu hai difeso, anche perché immagino che non si sceglierebbe una descrizione così particolare senza solidi motivi. Ma ho dei dubbi sulla sua opportunità, in quel punto specialmente: all'inizio, quando il lettore si deve ancora formare un quadro delle cose, rischia di generare confusione, che, a differenza del mistero, annoia in fretta. Tra l'altro, poco dopo, ti scappa il termine "moderno" e questo per me ha chiarito, ma per altri potrebbe aumentare la confusione: se chiami mare il mare, la grande vasca cos'é? Un golfo, una baia, un lago? Se proprio non si vuole rinunciare a questa descrizione, mi limiterei a metterla maiuscola: visto che sono maiuscoli e personificati Sole e Luna, e pure il Monte a Punta, la Grande Vasca maiuscola dà più l'idea di essere un elemento unico, senza simili, e suggerisce al lettore di indovinarvi il mare. Meglio ancora, caratteri permettendo, inserire qualche piccolo parallelo tra una vasca piccola e quella grande, per esempio un paragone tra laun piccolo insetto che galleggia sulla superficie della vasca e il protagonista sul mare: spiegherebbe anche il perché di quella denominazione. In ogni caso, chiarirei meglio: quando l'ho letto, ho cercato di immaginare in che razza di vasca potesse stare un tizio con la zattera, ho pensato a una piscina, a un bacino idroelettrico... Bene, per il momento tutto qua. Buona serata e a rileggerci!
  14. Marf

    [FdI 2019-3] La Casa del Matto

    @Macleo , @Mariner P e @Alba360 , grazie per la visita e il commento. Ormai era ridotta a un rudere. Ci arriva e la vede così com'è, non capisco il "sarebbe stata" Perché piove ed è buio: vede poco con la torcia da fronte, tanto che all'inizio percepisce solo un generico muro, per cui teme che sia rimasto solo un rudere. Poi, man mano che nota i particolari (finestre chiuse e solide, eccetera) capisce che la costruzione è ancora solida. Se ben capisco il pensiero, ovvero una specie di staffetta, dovrebbe esserci scritto "saranno". Quelli nuovi arriveranno e i precedenti sarà come se ci fossero. Sì. Ma gli ho fatto dire "saremo" per far intendere che considera "noi" i morti, i viventi e i futuri. Essendo il personaggio di un sogno, gli ho concesso un po' di licenza espressiva Il sogno gli fa capire che da solo può lasciare una piccola traccia tutta sua, ma insieme ad altri può partecipare a qualcosa di più grande e di più duraturo. Un progetto collettivo non solo può sopravvivere al proprio ideatore, ma può assumere dimensioni e importanza maggiori. A cosa riferisce "tutti i sentieri che lo erano". Che erano una debole speranza? Se è così non sarebbe stato più efficace : "tutti i sentieri che gliela avevano data si erano trasformati ..." La frase andrebbe rivista, lo so: il significato è che tutti i sentieri che erano tracciati sulla mappa si erano rivelati vicoli ciechi: questo è "nuovo", e lui spera che non lo sia. Vuoi descrivere una porta ben solida. Se la spingi non puoi "sfregarla", cioé strisciarla o rigarla. E non può oppore "poi" una resistenza viva. Vuoi forse dire che spingendola cedette un poco e poi resistette? E tornò nella posizione originaria? È la prima volta che leggo di cardini asimettrici. Che io sappia non esiste una porta con cardini asimmetrici, cioé che NON stanno sulla stessa linea dritta. Con "asimmetrici" intendo due cardini non uguali tra loro: i loro assi sono logicamente allineati, ma lungo una linea inclinata rispetto alla verticale. Questo comporta che il cardine inferiore sia portato discosto dal muro, usando una zanca piuttosto lunga. Ho visto questa cosa visitando un palazzo che ha ancora delle vecchie porte del '700, e con questo sistema il peso tende a far richiudere la porta, o, se la apri oltre i 90°, a farla poggiare contro il muro tenendola aperta. Per quanto riguarda lo "sfregò",intendevo contro la polvere e la sporcizia che si erano accumulati sulla soglia nel corso degli anni. Una casa non fa acqua. Le barche, le imbarcazioni, tutto quello che È nell'acqua può "fare acqua" nel senso che non è stagna. Che ci entra acqua, e di solito se entra acqua ciò avviene dal basso. Una casa può ben riparare dall'acqua ed essere così asciutta. Sì, intendevo dire che il tetto non perdeva, e non pioveva dentro. Hai dato un nome - Albert - All'autore del diario, perché far rimanere anonimo il protagonista della storia? Questo, in effetti, è un po' un mio vizio, ho fatto lo stesso anche con il racconto precedente... Scrivendolo dal punto di vista del protagonista, in solitaria, mi suona sempre un po' forzato fargli pronunciare il proprio nome. L'avevo anche scelto - Arturo Farelli - , ma poi ho fatto fatica a trovare un punto naturale in cui inserirlo. Forse avrei potuto farlo prima di "stimato professionista" della frase dopo. Mi piace l'idea di andare in vacanza nei pressi di città abbandonate o ferrovie mai terminate, ma non riesco poprio a capire dove sia possibile trovare "vie abbandonate" Con vie intendevo "strade, percorsi". Chiaro che per una via cittadina non ha senso. I casi sono due: o il secondo giorno è immediatamente successivo al primo (quello della scoperta) o non lo è. Se lo è, tutto quel che precede - le sue scoperte, le sue considerazioni, ecc. - appare sfasato nel tempo. Se non lo è, meglio dire "ebbe tutto il tempo di rimuginarci sopra, su quella poesia, nel secondo giorno ..." Non pare nulla, ma quel "quel" lo lega al primo. L'idea è la seconda. in effetti, avrei potuto metterci semplicemente "quel nuovo giorno di pioggia", o ancora meglio, "quando il ritorno della pioggia lo costrinse eccetera". Che brutta espressione: "lungo la brutta stagione". Capisco che scivere "nella brutta stagione", possa essere banale, ma Durante, come suggerito da @Macleo, forse è la soluzione migliore. Grazie di nuovo a tutti e tre!
  15. La mia idea, in generale, è di non fare anticipazioni: ma qualche eccezione credo che sia possibile. Faccio un paio di esempi tratti da lavori che ho letto. In un racconto lungo/romanzo breve di fantascienza (scusate, cito a memoria, non ricordo adesso il titolo e l'autore), il titolare di un'agenzia di investigazione riceve una coppia di visitatori bizzarri nei modi, oltre che nell'aspetto, che a suon di paccate di soldi lo convincono a mollare tutto e ad essere ingaggiato per una misteriosa missione di tre giorni, di cui non vogliono dirgli niente se non in separata sede. Lui consegna l'esorbitante anticipo alla segretaria, e se ne va con gli strani clienti: a questo punto, l'autore chiude la scena con "e quella fu l'ultima volta che qualcuno vide [nome dell'investigatore] vivo". Nel seguito, si scoprirà che i due personaggi (uno dei quali in realtà è una specie di robot) viaggiano tra mondi paralleli per salvare l'umanità di quelli in cui, come il loro universo nativo, il Sole sta diventando instabile. Tralasciando tutte le avventure che seguiranno, il succo è che l'investigatore, risolta la situazione in cui si verrà a trovare, deciderà di entrare a far parte definitivamente dell'organizzazione che l'ha reclutato: questo è il motivo per cui non tornerà indietro nel suo mondo. Questa anticipazione la trovo accettabile: continuo a non sapere cosa accadrà di preciso, sono allertato sul fatto che l'investigatore non tornerà più, ma nel seguito la questione perde importanza e torna alla ribalta solo alla fine. In realtà non viene rivelato nulla di quello che viene letto: anzi, se il lettore si ficca in testa che il protagonista morirà, avrà la sua aspettativa continuamente smentita. L'anticipazione funziona, perché il fatto che anticipa non si verifica subito, e il lettore scorre il testo alla sua ricerca, almeno per un po', e nel frattempo si immerge nella storia. Nel libro di J.K.Jerome Tre uomini in barca (per tacer del cane), l'autore (mi scuso con chi lo sa già) costruisce un romanzo umoristico su una vacanza che si prende con gli amici George e Harris risalendo il Tamigi con una barca (siamo a fine '800). Durante la preparazione del viaggio, ci si pone, tra gli altri, il problema dei panni sporchi, e George lo risolve affermando con sicurezza che possono essere tranquillamente lavati nel fiume. L'autore, a questo punto, commenta (più o meno, vado sempre a memoria) così: "Solo troppo tardi, ci fu chiaro che George era un impostore, il quale non aveva la benché minima idea di cosa significasse fare il bucato nel Tamigi. Se aveste visto quei vestiti, dopo... Ma, come dicono gli autori di romanzi gialli, stiamo anticipando." Questa frase si trova ancora prima della partenza del viaggio: molto più avanti, nel libro, la questione verrà affrontata "in presa diretta". Nonostante l'anticipazione precedente, non si perde la comicità della scena: l'autore non ripete quello che ha già detto, ma descrive lo stato dei vestiti con alcune buffe iperboli ("il fiume [...] era molto più pulito dopo il lavaggio..."). A questi esempi, però, si potrebbe obbiettare dubitando che si tratti di vere anticipazioni, e che invece siano semplici indizi: e io non saprei cosa rispondere. Così, mi riaggancio alla frase immaginata da Ace: Questa anticipazione è accettabile? Io dico: dipende. Se tra tre pagine mi ritrovo Norman rinchiuso contro la sua volontà in un convento di trappisti, dico con tutte le mie forze di no: mi farebbe lo stesso effetto dell'amico, spero per lui immaginario, di @Antares_ . Se invece di Norman e di tutto quello che gli ruota intorno si perdono le tracce per due o tre capitoli, poi salta fuori all'improvviso inaspettato, e gli tocca raccontare cosa gli è successo, posso concedere una possibilità. Riassumendo: se, come sostiene l'interlocutore di @Ace, si vuole usare l'anticipazione come elemento di orientamento per il lettore, dev'essere il più possibile discreta, e non venire verificata immediatamente. In ogni caso, la utilizzerei con molta parsimonia e cautela.
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