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Marf

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    Leggere (ovvio), visitare città d'arte, astronomia, scacchi, uno spruzzo di archeologia, argomenti scientifici in generale... come N°5 di Corto Circuito, "necessito input"!

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  1. Marf

    Incursori o rifinitori?

    Quoto con tutto il cuore: io sostengo che la suddivisione per categorie è solo una semplificazione per permettere alla nostra mente limitata di gestire un universo troppo complesso, e che crederci troppo faccia perdere di vista la realtà. Però vorrei notare che le frasi che han dato spunto a questa discussione fanno parte di un romanzo, non di un saggio: sono quindi, probabilmente, funzionali alla storia e al suo significato. Non dico che l'autore non ci creda: ma penso che siano scritte in quel modo perché così richiede il racconto, e che se fossero state intese, per esempio, per l'insegnamento, sarebbero potute essere diverse, meno generiche e dicotomiche. Quanto a me, personalmente, mi sento molto lontano da entrambe le categorie: se penso a come ho composto l'unico lavoro grosso che ho affrontato finora, vedo che sono partito da un'idea che era poco più di un personaggio immaginato con cura e una scena che volevo recitasse. Poi, ho cominciato a chiedermi come e perché fosse finito in quella situazione, e cosa ci fosse dietro al suo carattere: e a ogni risposta che davo, sorgevano nuove domande, mettevo alla prova le mie risposte con obiezioni che a volte mi facevano cambiare strada, a volte stimolavano nuove idee. Alla fine, prima di partire a scrivere la storia, avevo un canovaccio composto da una cronologia generale di una dozzina di cartelle,più approfondimenti vari su episodi e personaggi per un altro centinaio o quasi, e su questa impalcatura ho cominciato a costruire il mio racconto, un po' come un edificio o una strada, collegando i vari capisaldi fissati qua e là nella storia con avvenimenti che talvolta portavano a deviazioni inaspettate e interessanti. Dovrei forse considerarmi un rifinitore, perché ho proceduto pianificando, aggiungendo elementi nuovi solo a seguito o sulla base di altri già fissati. Ma ho anche sperimentato come possa essere fecondofare l'incursore: ho immaginato tutta una complessa azione di un personaggio, e dopo averla pensata fino in fondo mi si è sgretolata di fronte a una banale obiezione. Bene, non ho buttato affatto quell'idea: ho lasciato che il mio personaggio la progettasse, e ho messo in bocca l'obiezione a un suo interlocutore. Mi è servito a porre in rilievo degli aspetti del suo carattere (che era poi lo scopo del tutto), e il suo abbaglio l'ha reso più umano e meno monocorde. E, dopo aver finito il tutto, continuo a limarlo e ad aggiustarlo, come un incursore... Potrei suggerire che pianificare dà solidità e profondità alla storia, e improvvisare permette di scoprire nuove svolte che la arricchiscono, ma credo che anche questa sia una generalizzazione: tutto dipende da come utilizzi e sfrutti gli strumenti e i risultati dei diversi approcci. O forse potrei iscrivermi in una nuova categoria, quella degli "investigatori", che partono da un oggetto, una situazione, una scena, e a forza di come e perché ci costruiscono su una storia. Credo che la cosa interessante e importante sia riflettere su come lavora la nostra mente. Le categorie, quelle di Vonnegut o quelle che ci possiamo inventare noi, si possono sfruttare per far questo, ricordandoci di non prenderle troppo sul serio.
  2. Marf

    Parentesi [racconto di 2500 battute]

    @Lauram, sono stato attirato sul tuo racconto dal gran numero di commenti, e adesso ne capisco il perché. Arioso, fresco, leggero; sembra quasi una confidenza, un frammento cruciale della propria anima che la protagonista ha voluto condividere con noi. Due cose me l'hanno fatta sentire particolarmente prossima: questo suo "credo" di gentilezza e condivisione (anche se purtroppo non riesco ad essere praticante come lei), e, in modo particolare, quell'oscuramento, quel senso di imbarazzo, di inadeguatezza, che prova di fronte a chi è in sedia a rotelle. Anch'io ne soffro, anche se magari non per gli stessi suoi motivi: mi sento come se la mia salute fosse un torto e un'usurpazione nei loro confronti. Mi è piaciuta particolarmente la naturalezza con cui hai congiunto la bambina con la donna, che lascia l'impressione fortissima della continuità interiore, di come crescendo sia rimasta la stessa persona. È un personaggio che mi piacerebbe ritrovare in qualche romanzo, incoraggiarti a insistere delineato in pochissimo spazio. Ai commenti tecnici e ai meritati complimenti mi sembra abbiano già ottimamente provveduto gli altri: mi limito a lasciarti queste mie impressioni personali, per quel che valgono, e ad augurarmi di rileggerti presto.
  3. Marf

    L'uomo del casello

    @Thea , lieto di esserti stato utile!
  4. Giusto e ben detto, @Mariner P, e prenderei spunto proprio da questa frase per chiarire il senso della "morte in diretta" del mio racconto. A me capita molto spesso di pensare alla morte. Costretto dalle mie esperienze personali a prendere atto che essa non è un se, ma un quando, mi chiedo spesso cosa proverò nel momento in cui mi renderò conto che è arrivata, e che nessun colpo di scena me ne scamperà. O anche se, come fa il protagonista del mio racconto, avrei la forza di sceglierla se fosse l'unico modo per evitare il fallimento completo di tutto ciò per cui ho considerato valesse la pena di vivere, e per chiudere la mia esistenza con un atto positivo. Ecco, sì, potrebbe essere la mia storia, quella di uno che sbaglia tutto, che se ne rende conto in ritardo, e che desidera ribaltare ciò che ha fatto per riaffermare il bene in cui ha sempre creduto. Potrebbe, appunto: il mondo descritto non è il nostro, né (si spera) lo diventerà mai, ma è una possibilità ipotetica. Potrebbe, se io fossi diverso da ciò che sono di quel tanto che basta per comportarmi come il mio personaggio. Faccio accomodare il lettore nella testa del personaggio per farlo pensare a cosa significa essere e ragionare come lui. Nelle mie intenzioni, se non nei risultati, voglio spingerlo a seguire il percorso che potrebbe portare un uomo - me, lui, chiunque - a ricalcare gli stessi passi, e a chiedersi come e perché i suoi passi reali siano diversi. E a chiedersi con me come debba essere scegliere tra la vita e la morte. Per questo ho parlato, nel titolo della discussione, del problema del redattore. E questo credo sia il nucleo di tutta la diatriba. La tua posizione parte dall'idea che il racconto in prima persona debba essere scritto, o dettato, o narrato a voce, all'interno dello stesso mondo in cui l'io narrante vive e agisce. La mia, dall'idea che il racconto anche in prima persona, come è comune in terza, possa esistere nel mondo reale senza che nessuno lo abbia redatto in quello immaginario. E che il redattore, ossia l'autore, possa immaginarsi di entrare nella testa dei propri personaggi e registrarne i pensieri, fino all'ultimo istante. Chiaro che, nel primo caso, occorre che il racconto giustifichi coerentemente la propria genesi al suo interno; se questa è la visione che viene spontanea, logico che la morte dell'io narrante appaia incoerente e impossibile. Ma è l'unica maniera di considerare la questione?
  5. Gustandomi l'emozione del primo voto ricevuto in un contest, mi congratulo con @simone volponi per la vittoria, e complimenti a tutti i partecipanti per aver reso difficilissimo scegliere i migliori racconti in mezzo a tanta qualità!
  6. Aspettate, prima di proseguire vorrei essere sicuro di essermi spiegato bene (cosa su cui mi sta venendo qualche dubbio). Se, per esempio, io chiudo un racconto in prima persona così: "Mi rimane una sola scelta possibile. Punto la pistola alla mia tempia, e premo il grilletto." mi può venire obbiettato "Da rifare, perché se il personaggio muore non può descrivere i suoi ultimi istanti"? Il nocciolo del problema che mi si propone è la narrazione "in diretta" (presente) degli avvenimenti visti in soggettiva dal personaggio. Posso immaginare di vederli come un film, con la telecamera che inquadra ciò che vedono gli occhi dell'io narrante, compresa la canna della pistola che si poggia alla tempia nell'ultimo fotogramma, o devo per forza immaginare che qualcun altro li abbia trascritti in un momento successivo dalle sue memorie, per cui devo lasciare la possibilità circostanziale che questa trascrizione avvenga? Nel secondo caso, dovrei evitare non solo la sua morte, ma qualsiasi situazione che renda impossibile raccogliere la sua testimonianza. Penso ad esempio al racconto di fantascienza di Harlan Ellison Io devo urlare e non ho bocca, dove l'io narrante, alla fine, rimane l'unico superstite dell'umanità, storpiato, oltre che in diverse altre maniere, nel modo descritto dal titolo: non può quindi né parlare né scrivere. Come possiamo immaginarci di averne raccolto i pensieri?
  7. Io la vedo esattamente nella stessa maniera, ma se provi per esempio a seguire il link di @TuSìCheVale trovi espressa con decisione l'opinione contraria: la questione non sembra essere pacifica...
  8. Marf

    [FdI 2019-3] Come una goccia d’acqua su una piastra incandescente

    Ciao@Mariner P , ti ho preso in parola (ai suoi tempi avevi fatto la stessa obiezione anche a me), e ho aperto una discussione al riguardo in "Trame e dintorni" (sperando che sia il posto giusto dove va collocata).
  9. Buongiorno a tutti, mi è capitato a più riprese che nei commenti ai racconti, miei e di altri, venisse sollevata una questione che mi sembra di interesse generale, per cui mi sono deciso a proporla come discussione aperta. Si tratta di questo: abbiamo un racconto scritto in prima persona in cui l'io narrante, al presente, descrive i suoi ultimi momenti di vita. Nei commenti, viene obbiettato che questo è un elemento di inverosimiglianza, perché non sarebbe possibile che ci giungesse la sua storia, se è morto. Come avrebbe fatto a farcela pervenire? Rimuginandoci su, e al di là di vari controesempi che mi pare di ricordare in letteratura, questa obiezione non mi convince. Il punto cruciale su cui mi pare basata è che l'io narrante debba essere considerato il redattore del racconto, cioè colui che lo ha scritto o lo ha raccontato a voce a chi l'ha trascritto: ma questo assunto non mi pare necessario. Io ritengo che la narrazione in prima persona sia la scelta di un punto di vista soggettivo di un personaggio per descrivere gli avvenimenti, e che il lettore si immedesimi nel soggetto immaginando di vivere ciò che sta provando qui e ora. Non credo che ci sia bisogno di immaginare il personaggio vivo che parla o racconta gli avvenimenti in presa diretta. Inoltre, prendendo per valida l'obiezione "come ha fatto la sua storia a arrivare fino a noi?", si dovrebbe estendere a tutte le trame in prima persona ambientate nel futuro, a meno di rendere obbligatorie, per queste, i viaggi nel tempo del redattore della storia. Bene, in sostanza, ecco qui l'obiezione e la contro obiezione. Qualcuno di voi ha in proposito delle idee più chiare? Grazie e buona giornata.
  10. Marf

    [FdI 2019-3] Il bambino

    @Edu , sono rimasti pochi i complimenti che non ti siano stati fatti già dagli altri. Tu dici che il tempo dell'azione è indefinito, ma lo stile linguistico, a partire dalle invocazioni iniziali alla moglie contornate da apposizioni, per proseguire nelle espressioni e nelle figure retoriche, mi sembra perfettamente ottocentesco, e ha contribuito all'estremo realismo che ho sentito nel racconto: il tuo protagonista parla davvero come io mi immagino debba fare un ufficiale di quell'epoca. Visto che è stato evocato Buzzati a proposito dell'atmosfera, non esito a riferirti che a me è venuta in mente una delle Città Invisibili di Calvino, dove il protagonista scopre che ogni volto che vede è quello di una persona morta che ha conosciuto. Forse è stato questo a far passare in secondo piano il significato metaforico e psicologico, che gli altri hanno colto prima di me, del riconoscere i propri cari nei visi degli abitanti, e a farmi pensare solo a una vera stregoneria, creata per impedire agli aggressori di uccidere. In fondo, le due interpretazioni non si escludono: che sia spontaneo o frutto di magia, il nemico, costretto a ritrovare la propria umanità nell'altro, non può più rimanere tale. L'unico vero difetto che posso citare è che l'idea di esplorazione che si trova nel racconto mi pare un po' stiracchiata rispetto alle richieste del tema. Ma (scusa la banalità della formula) i contest passano, i racconti restano. A rileggerti a presto
  11. Marf

    [FdI 2019-3] Quello che veramente vuoi

    @M.T. , ecco, per quel che valgono, le mie impressioni sul tuo racconto. La prima parte, diciamo quella che precede la riflessione sul fatto che nulla nella propria vita gli andasse a genio, ha un'aria quasi comica, con questa continua persecuzione del protagonista che viene sempre disturbato nella sua ricerca di pace. Quello che rompe un po' la verosimiglianza del racconto è la monotematicità delle interferenze: semplicemente, fatico a crederci. Almeno l'ultima volta, invece di un'altra donna, lo avrei fatto avvicinare, che so io, da un pusher, che lui scambia per un altro cercatore di pace, finché non gli viene offerta roba buona a poco prezzo. Forse è per via del tono dell'inizio, che ho faticato a entrare in empatia con l'insoddisfazione per la propria vita del protagonista (nonostante sia un tema a me piuttosto caro): si vede poco e un po' tardi, ed è più raccontata che mostrata. La parte onirica, quella dopo la caduta dalla bicicletta per intenderci, è quella che ho trovato più coinvolgente, sia per via della poesia ben fatta, sia per il modo partecipato con cui è descritta la casa in rovina. Si coglie un senso di attesa prolungata che viene finalmente soddisfatta. Le ultime battute mi sembrano un po' deboli: vuoi per la figura del vegliardo, un po' stereotipata e (soprattutto) ridotta a ruolo di figurante, vuoi per quel "Ma quelli sono.." che mi suona un po' abusato per indicare che si riconosce qualcuno. Il racconto, devo dire, mi sembra ben scritto, ma nonostante questo le mie perplessità rimangono. Ti segnalo solo un passaggio o due che ho trovato migliorabili. Mi sembra contorto e poco efficace. Avrei scritto "che il tributo riscosso dal tempo lo aveva spolpato" o qualcosa di simile L'accenno all'esperienza di premorte, più precisamente il fatto che il protagonista ne sia conscio già adesso, mi sembra un po' prematuro: avrei immaginato una presa di consapevolezza graduale, con lui che dapprima pensa a un sogno, poi quando guarda indietro verso il punto dove è caduto immagina il proprio corpo steso nell'erba e capisce che non gli interessa più. Spero che le mie perplessità non trasmettano l'idea che lo consideri un brutto lavoro: ripeto, è scritto bene, ma purtroppo non mi ha preso se non parzialmente. Grazie per la lettura, e buona serata
  12. Però sarebbe una sfida interessante per qualche contest un po' masochista: obbligo di iniziare con una frase che parla di un gruppo di uomini "che moriranno entro un'ora", e cercare di ottenere un racconto valido. Vorrei sottolineare un punto che si è un po' perduto lungo la discussione: l'interlocutore di Ace non parlava semplicemente della possibilità di usare occasionalmente un'anticipazione come elemento positivo e utile della narrazione, ma del suo utilizzo sistematico per guidare il lettore nella lettura. Ecco, sul primo concetto si sono visti molti distinguo, con posizioni che vanno dall'anatema di @Alexmusic ai vari possibilismi più o meno scettici degli altri (nessuno che abbia sostenuto le anticipazioni a spada tratta, comunque). Sul secondo non ho sentito commenti, ma immagino che la contrarietà sia molto maggiore da parte di tutti. Da parte mia di sicuro: non riesco a immaginarmi un lettore così passivo e pigro da aver bisogno di sapere cosa succede nel prossimo capitolo per leggere senza sbattersi, o che non osi avventurarsi in una nuova sezione senza sapere cosa lo attende. Se dei romanzieri famosi lo praticano, evidentemente questo tipo di lettore esiste: ma non mi sembra di rendergli un favore incoraggiando queste sue abitudini. Il fatto che ci sia qualcuno che lo consigli come pratica a degli aspiranti scrittori mi sembra ancora più insensato. Per tener desta la curiosità del lettore è più utile indurlo a porsi delle domande da soddisfare: l'anticipazione lascia in vita solo le domande sul come la cosa anticipata accade, e a quel punto bisogna riuscire a renderle quelle più importanti di tutte. Cosa non banale, specie se stai cercando ancora di orizzontarti.
  13. Marf

    [FdI 2019-3] La Casa del Matto

    Ah, visto che la questione pare interessare, ho trovato una discussione di falegnameria in cui ci sono delle foto di una porta incardinata col principio che intendevo io: http://www.legnofilia.it/viewtopic.php?p=111524 L'asse dei cardini della porta, quando ruota, risulta inclinato, e quindi il baricentro si alza: il peso spinge a riportarlo in basso, e quindi in posizione chiusa o (se supero i 90° gradi di apertura) spalancata. L'idea è che il protagonista, sentendo il peso della porta che resiste al suo tentativo di aprirla, pensi a qualcuno che la spinga dall'interno.
  14. Marf

    [FdI 2019-3] La Casa del Matto

    Ciao @Emy , e grazie per l'apprezzamento. Il nome in realtà glielo avevo anche trovato, perché ricordavo che anche nel racconto precedente avevo un protagonista innominato, ma alla fine non ho trovato un punto naturale in cui inserirlo. È da solo, e non deve rapportarsi con nessuno: e i nomi servono quando dobbiamo indicarci gli uni agli altri. L'unica sarebbe stata infilarlo quando pensava se era matto quanto il compilatore del diario: ma non so quanto sarebbe stato bene...
  15. Marf

    [FdI 2019-3] La Casa del Matto

    @INTES MK-69 , grazie del passaggio e dell'apprezzamento. Le frasi che mi hai evidenziato, che sono quelle che hanno indicato un po' tutti, sono un ulteriore esempio della difficoltà che ho nel rileggere un mio testo come se fosse "nuovo". Altrimenti, avrei dovuto capire da solo che non era chiaro, per esempio che lui non vede la baita abbastanza chiaramente da capire in che stato sia. Sto cercando un sistema per superare questa difficoltà: proverò a spulciare il forum per vedere se ci sia già una discussione al riguardo. Per il resto, grazie ancora per la "fiducia" che dai al brano, e a rileggerci.
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