Vai al contenuto

Marf

Utente
  • Numero contenuti

    138
  • Iscritto

  • Ultima visita

  • Giorni vinti

    1

Marf ha vinto il 4 luglio 2019

Marf ha inserito il contenuto più apprezzato di quel giorno!

Reputazione Forum

25 Piacevole

2 Seguaci

Su Marf

  • Rank
    Sognatore
  • Compleanno 11/06/1971

Informazioni Profilo

  • Genere
    Maschio
  • Provenienza
    Novara
  • Interessi
    Leggere (ovvio), visitare città d'arte, astronomia, scacchi, uno spruzzo di archeologia, argomenti scientifici in generale... come N°5 di Corto Circuito, "necessito input"!

Visite recenti

1.797 visite nel profilo
  1. Marf

    Blocco dello scrittore e insicurezze

    «Maestro, io mi alleno ogni giorno. Quando raggiungerò la perfezione?» [...]«Non perder tempo a cercare una perfezione che non esiste» D'accordo, non è un capolavoro mondiale della cinematografia quello che sto citando, ma vedo della saggezza in queste parole. La perfezione è un'astrazione, una semplificazione della realtà che facciamo nella nostra testa. Ed è basato su una premessa sbagliata: l'esistenza di un modello da cui la realtà si distingue per difetti, da eliminare per migliorare. So cosa vuol dire essere frenati da continui dubbi sul valore di quel che si fa, e l'unico modo che ho trovato per superarli è smettere di pensarli come fallimenti. Se cominci a chiederti «Lo posso fare meglio?» invece di «Ho sbagliato?», se entri nell'ottica che il tuo lavoro parte da zero e può sempre crescere, finirai per renderti conto che i tuoi limiti non sono più un problema, e che non è necessario fare cose eccelse perché ne valga la pena. Questo non vuol dire che tutto quello che fai va bene, eh. Vuol dire che parti dalle fondamenta e costruisci: devi avere un progetto ben pensato per stare in piedi, studiare i possibili inconvenienti, fare prove, per realizzare l'idea che hai in mente. Se devi realizzare un giardino, inutile affliggerti con l'idea che non riesci a fare quel lavoro che hai visto a Boboli o a Villa Taranto: cerca di fare qualcosa di piacevole e curato, che già così di lavoro ce ne sarà d'avanzo. Tanto, chi passerà per quel giardino cercherà ciò che ha da offrirgli, mica starà lì a spuntare i difetti come un ispettore. E se qualcuno ne trova, può far nascere una fantastica idea per una miglioria che non ti era ancora venuta in mente. Non si può rimediare? Pazienza, vuol dire che non ci sono i mezzi. Si potrebbe, ma vorrebbe dire rifare tutto? Vedi tu se il gioco vale la candela. In parole povere: la perfezione non solo non esiste, ma per lo più non interessa a nessuno. Cerca di dimenticartela: so per esperienza che non è facile, ma è solo zavorra.
  2. Marf

    Innamorarsi del proprio romanzo

    Io la vedo in questo modo: proprio perché amo quel che ho realizzato, sono disposto a correggerlo e modificarlo. Primo, fra testo e idea faccio la stessa differenza che tra dipinto e soggetto: e per me quello che conta è il secondo. Se il testo che ho scritto non rende giustizia alla storia che mi frulla in testa o a un mio amato personaggio, ben volentieri ne cerco uno migliore. Ma anche se, invece, fosse proprio il testo l'oggetto del mio amore, perché negargli la possibilità di diventare più bello di quel che già è? Il rischio, secondo me, è di affezionarsi a quella determinata espressione, o a quella battuta che ci sembra tanto brillante, e di credere che sia perfetta e insostituibile. Poi, è assolutamente vero che è difficile essere obbiettivi sul proprio lavoro: ma questo lo vedo più dovuto alla difficoltà di modificare il proprio punto di vista che all'amore.
  3. Marf

    Come si sceglie una storia

    Quello che succede nella mia testa, quando creo una storia, lo paragono a una crescita, a partire da un embrione: come una pianta dal seme, o come una città da un incrocio di strade. L'embrione può essere qualsiasi tipo di idea, anche semplicemente una scena che mi colpisce: per farla crescere, comincio a farmi domande, principalmente "perché?" e "come?". Per come ragiono io, i "perché" creano lo scheletro della trama: sia che si intendano come le motivazioni dei personaggi nelle loro scelte, sia che si intendano come le circostanze che preparano gli avvenimenti. Se i "perché" sono plausibili e coerenti, la storia sarà solida. I "come", invece, ne sono la carne: sono le azioni concrete, la maniera in cui i personaggi o il mondo che immagino realizzano le proprie scelte o le proprie potenzialità. I come e i perché finiscono per generarsi l'un l'altro, dato che goni avvenimento richiede un motivo, e a ogni causa corrispondono diversi effetti, che magari non avevo considerato fino a quel momento. Un altro punto fondamentale è poi la "potatura" delle parti errate: faccio una scelta, organizzo un avvenimento, e poi mi immagino ogni tipo di obiezioni, o di dove spiegare le alternative che il personaggio ha scartato, e vedo se quel che ho fatto regge. E spesso, per far sì che regga, devo inserire nella trama un nuovo elemento, un perché o un come, che può essere un nuovo spunto potenziale. @ioly78 , non so se tutto questo sproloquio possa esserti d'aiuto, ma la mia esperienza mi suggerisce che chiedersi perché qualcuno si comporta in un modo, o come ha fatto a cacciarsi in una certa situazione, risolve quasi sempre ogni problema di trama. Certo che poi occorre scrivere le frasi che descrivono tutto quanto, e che trasmettono tutte le impressioni e le sensazioni che hai immaginato, e questo è un altro paio di maniche...
  4. Marf

    Aporema Edizioni

    Buonasera @Aporema Edizioni , vorrei farvi anche io due domande riguardo al webinar, che spero siano di interesse generale: 1) Sul sito chiedete di specificare gli orari preferiti per la videolezione; entro quali limiti si può scegliere? Il classico orario di ufficio 8 -18 o ci sono altre finestre? 2) Lato utente, è richiesto qualche software specifico (Skype, Zoom...) o qualche accorgimento particolare? Grazie in anticipo per l'attenzione, e scusate il post "a vuoto" qui sopra...
  5. Marf

    Progettare e non scrivere

    Ho molti progetti non terminati (non solo letterari), ma sostanzialmente solo per mancanza di tempo, o convinzione, o per ostacoli specifici: il passaggio tra progettazione e scrittura non è un motivo particolare di arresto. Mi ha colpito la netta differenza che fai tra scrivere su un progetto e la scrittura di getto: sembra che il fatto di dover seguire la traccia ti forzi in una specie di trascrizione meccanica. Una dicotomia come quella che descrivi tra creare e scrivere mi richiama quella che c'è tra progettare un programma per computer e scriverne il codice. Io questa situazione la vivo così: il progetto è lo scheletro del lavoro che concepisco, e la scrittura mi permette di rimpolparlo e renderlo completo. Sto attento a non progettare troppi dettagli e passaggi obbligati: così posso cominciare a scrivere avendo solo lo scenario di partenza e gli obbiettivi a breve termine, e la scrittura mi viene praticamente di getto. Per fare un esempio: se decido che in un capitolo il protagonista litiga con la fidanzata, torna a casa, e decide di partire, mi limito a immaginarmi la scena iniziale, decido se mi piace di più partire dall'inizio dei contrasti, dal punto in cui iniziano a gridare, o da quando lui sbatte la porta e se ne va, e poi immagino di stare guardando il film di quello che sta succedendo (io tendo a visualizzare molto la scena). Da quel punto in avanti, pensieri, sensazioni, ragionamenti e gesti vengono a ruota libera come se stessi improvvisando, tenendo solo presente che alla fine lui dovrà decidere di andarsene: ma non so ancora se deciderò di farlo partire di furia subito e d'impulso, o la mattina successiva dopo aver riflettuto, e se il motivo sarà che è scontento di lei, o di se stesso, o c'è qualcos'altro altrove che vede come un rifugio o una possibilità (salvo che questo sia vincolato dallo sviluppo che ho progettato). Per quel che riguarda la tua domanda su cosa ci spinge a impegnarci con tanto sforzo per qualcosa che potrebbe non lasciare mai il cassetto: be', non so se hai presente quella scena di "Così è la vita", di Aldo, Giovanni e Giacomo, in cui Giovanni, ormai incamminatosi per l'aldilà, si ferma per lasciare libero al vento il foglio su cui ha descritto "il gioco più bello del mondo" che lui ha progettato. Ecco, per quanto riguarda me è qualcosa del genere: io tendo ad affezionarmi alle mie idee, e piuttosto che farle scomparire preferisco che prendano il volo per il mondo. Se poi finiscono sotto una cacca di mucca (come succede nel film al povero gioco), pazienza: almeno una possibilità l'hanno avuta. Ecco, oltre a questo suggerimento, che mi sembra molto bello, qui c'è un thread in cui vengono lasciate le idee che gli utenti del WD non vogliono sviluppare. Non so se magari l'hai già visto o ci hai già postato: ma potrebbe essere un sistema per evitare l'oblio a quelle storie che non intendi scrivere.
  6. Marf

    Esperienze estive in colonia

    Ciao, se ancora ti può servire, contribuisco coi miei ricordi. Inizio anni '80, sono stato più volte in un campo scuola estivo, verso il periodo delle medie, direi tra gli undici e i quattordici anni . Si trovava in montagna, in una casa con spazio a sufficienza per una trentina di ragazzi o giù di lì. La cosa era organizzata dalla parrocchia, quindi avevamo qualche prete o suora e diversi animatori, con i ragazzi più grandi che facevano da apprendisti per quest'ultimo ruolo. Non ricordo particolari "somministrazioni ideologiche": certo, si teneva la messa la domenica in apposita cappelletta, e la sera dei feriali, dopo cena, c'era comunque un momento di riflessione e di preghiera, ma non di vero e proprio catechismo. I vari libretti, che si usavano come supporto ai canti e alle riflessioni, ciclostilati, avevano titoli dei vari capitoli tipo "La gioia", e in generale tendevano a promuovere emozioni positive. Il campo era misto, con camerate separate ovviamente: qualche corteggiamento nato in loco me lo ricordo, e immagino ne siano sfuggiti molti altri ai miei occhi all'epoca estremamente ingenui. La parte "scuola" del soggiorno era più che altro un'educazione alla collaborazione: ricordo vagamente cose tipo una turnazione ai servizi comuni, con liste giornalieri di collaboratori per sparecchiare, pulire, lavare i piatti, eccetera, valutazioni a campione su come avevi rifatto il letto per far guadagnare punti alla tua camerata (cosa che potresti trasformare in una specie di ispezione, se vuoi creare un'atmosfera negativa). Una volta, siamo andati a fare un vero e proprio lavoro presso il parroco del paese in cui risiedevamo: abbiamo liberato un ingresso esterno della canonica da un mucchi di beole che erano accatastate davanti, usandone un po' per creare un sentiero lastricato di ingresso. L'atmosfera era abbastanza allegra in generale: ricordo che ero contento di andarci. Il cibo mi sembrava abbastanza buono, ma tieni presente che era una struttura piuttosto piccola, senza quindi quell'effetto mensa che ci poteva essere in colonie da centinaia di ragazzi. Se ti può servire da spunto, ricordo qualche personaggio e situazione particolari: per esempio, un uomo anziano, che sembrava essere presente in veste di tuttofare, uno che riparava un po' tutto, e spesso recuperava oggetti dai rifiuti per dargli nuova vita. Oppure l'anno in cui un prete abbastanza giovane e di animo impulsivo e ribelle litigò con una suora con mentalità da caporale e lasciò la casa, ma l'ultimo autobus per la pianura era già partito, per cui tornò indietro: me lo ricordo chiuso nella camerata con qualche aspirante animatore, che si sfogava e discuteva con loro. Spero di esserti stato utile; se ti servono altri ricordi, me ne stanno venendo altri fuori a catena, ma non so di quale tipo debbano essere per servirti.
  7. Marf

    Incursori o rifinitori?

    Quoto con tutto il cuore: io sostengo che la suddivisione per categorie è solo una semplificazione per permettere alla nostra mente limitata di gestire un universo troppo complesso, e che crederci troppo faccia perdere di vista la realtà. Però vorrei notare che le frasi che han dato spunto a questa discussione fanno parte di un romanzo, non di un saggio: sono quindi, probabilmente, funzionali alla storia e al suo significato. Non dico che l'autore non ci creda: ma penso che siano scritte in quel modo perché così richiede il racconto, e che se fossero state intese, per esempio, per l'insegnamento, sarebbero potute essere diverse, meno generiche e dicotomiche. Quanto a me, personalmente, mi sento molto lontano da entrambe le categorie: se penso a come ho composto l'unico lavoro grosso che ho affrontato finora, vedo che sono partito da un'idea che era poco più di un personaggio immaginato con cura e una scena che volevo recitasse. Poi, ho cominciato a chiedermi come e perché fosse finito in quella situazione, e cosa ci fosse dietro al suo carattere: e a ogni risposta che davo, sorgevano nuove domande, mettevo alla prova le mie risposte con obiezioni che a volte mi facevano cambiare strada, a volte stimolavano nuove idee. Alla fine, prima di partire a scrivere la storia, avevo un canovaccio composto da una cronologia generale di una dozzina di cartelle,più approfondimenti vari su episodi e personaggi per un altro centinaio o quasi, e su questa impalcatura ho cominciato a costruire il mio racconto, un po' come un edificio o una strada, collegando i vari capisaldi fissati qua e là nella storia con avvenimenti che talvolta portavano a deviazioni inaspettate e interessanti. Dovrei forse considerarmi un rifinitore, perché ho proceduto pianificando, aggiungendo elementi nuovi solo a seguito o sulla base di altri già fissati. Ma ho anche sperimentato come possa essere fecondofare l'incursore: ho immaginato tutta una complessa azione di un personaggio, e dopo averla pensata fino in fondo mi si è sgretolata di fronte a una banale obiezione. Bene, non ho buttato affatto quell'idea: ho lasciato che il mio personaggio la progettasse, e ho messo in bocca l'obiezione a un suo interlocutore. Mi è servito a porre in rilievo degli aspetti del suo carattere (che era poi lo scopo del tutto), e il suo abbaglio l'ha reso più umano e meno monocorde. E, dopo aver finito il tutto, continuo a limarlo e ad aggiustarlo, come un incursore... Potrei suggerire che pianificare dà solidità e profondità alla storia, e improvvisare permette di scoprire nuove svolte che la arricchiscono, ma credo che anche questa sia una generalizzazione: tutto dipende da come utilizzi e sfrutti gli strumenti e i risultati dei diversi approcci. O forse potrei iscrivermi in una nuova categoria, quella degli "investigatori", che partono da un oggetto, una situazione, una scena, e a forza di come e perché ci costruiscono su una storia. Credo che la cosa interessante e importante sia riflettere su come lavora la nostra mente. Le categorie, quelle di Vonnegut o quelle che ci possiamo inventare noi, si possono sfruttare per far questo, ricordandoci di non prenderle troppo sul serio.
  8. Marf

    Parentesi [racconto di 2500 battute]

    @Lauram, sono stato attirato sul tuo racconto dal gran numero di commenti, e adesso ne capisco il perché. Arioso, fresco, leggero; sembra quasi una confidenza, un frammento cruciale della propria anima che la protagonista ha voluto condividere con noi. Due cose me l'hanno fatta sentire particolarmente prossima: questo suo "credo" di gentilezza e condivisione (anche se purtroppo non riesco ad essere praticante come lei), e, in modo particolare, quell'oscuramento, quel senso di imbarazzo, di inadeguatezza, che prova di fronte a chi è in sedia a rotelle. Anch'io ne soffro, anche se magari non per gli stessi suoi motivi: mi sento come se la mia salute fosse un torto e un'usurpazione nei loro confronti. Mi è piaciuta particolarmente la naturalezza con cui hai congiunto la bambina con la donna, che lascia l'impressione fortissima della continuità interiore, di come crescendo sia rimasta la stessa persona. È un personaggio che mi piacerebbe ritrovare in qualche romanzo, incoraggiarti a insistere delineato in pochissimo spazio. Ai commenti tecnici e ai meritati complimenti mi sembra abbiano già ottimamente provveduto gli altri: mi limito a lasciarti queste mie impressioni personali, per quel che valgono, e ad augurarmi di rileggerti presto.
  9. Marf

    L'uomo del casello

    @Thea , lieto di esserti stato utile!
  10. Giusto e ben detto, @Mariner P, e prenderei spunto proprio da questa frase per chiarire il senso della "morte in diretta" del mio racconto. A me capita molto spesso di pensare alla morte. Costretto dalle mie esperienze personali a prendere atto che essa non è un se, ma un quando, mi chiedo spesso cosa proverò nel momento in cui mi renderò conto che è arrivata, e che nessun colpo di scena me ne scamperà. O anche se, come fa il protagonista del mio racconto, avrei la forza di sceglierla se fosse l'unico modo per evitare il fallimento completo di tutto ciò per cui ho considerato valesse la pena di vivere, e per chiudere la mia esistenza con un atto positivo. Ecco, sì, potrebbe essere la mia storia, quella di uno che sbaglia tutto, che se ne rende conto in ritardo, e che desidera ribaltare ciò che ha fatto per riaffermare il bene in cui ha sempre creduto. Potrebbe, appunto: il mondo descritto non è il nostro, né (si spera) lo diventerà mai, ma è una possibilità ipotetica. Potrebbe, se io fossi diverso da ciò che sono di quel tanto che basta per comportarmi come il mio personaggio. Faccio accomodare il lettore nella testa del personaggio per farlo pensare a cosa significa essere e ragionare come lui. Nelle mie intenzioni, se non nei risultati, voglio spingerlo a seguire il percorso che potrebbe portare un uomo - me, lui, chiunque - a ricalcare gli stessi passi, e a chiedersi come e perché i suoi passi reali siano diversi. E a chiedersi con me come debba essere scegliere tra la vita e la morte. Per questo ho parlato, nel titolo della discussione, del problema del redattore. E questo credo sia il nucleo di tutta la diatriba. La tua posizione parte dall'idea che il racconto in prima persona debba essere scritto, o dettato, o narrato a voce, all'interno dello stesso mondo in cui l'io narrante vive e agisce. La mia, dall'idea che il racconto anche in prima persona, come è comune in terza, possa esistere nel mondo reale senza che nessuno lo abbia redatto in quello immaginario. E che il redattore, ossia l'autore, possa immaginarsi di entrare nella testa dei propri personaggi e registrarne i pensieri, fino all'ultimo istante. Chiaro che, nel primo caso, occorre che il racconto giustifichi coerentemente la propria genesi al suo interno; se questa è la visione che viene spontanea, logico che la morte dell'io narrante appaia incoerente e impossibile. Ma è l'unica maniera di considerare la questione?
  11. Gustandomi l'emozione del primo voto ricevuto in un contest, mi congratulo con @simone volponi per la vittoria, e complimenti a tutti i partecipanti per aver reso difficilissimo scegliere i migliori racconti in mezzo a tanta qualità!
  12. Aspettate, prima di proseguire vorrei essere sicuro di essermi spiegato bene (cosa su cui mi sta venendo qualche dubbio). Se, per esempio, io chiudo un racconto in prima persona così: "Mi rimane una sola scelta possibile. Punto la pistola alla mia tempia, e premo il grilletto." mi può venire obbiettato "Da rifare, perché se il personaggio muore non può descrivere i suoi ultimi istanti"? Il nocciolo del problema che mi si propone è la narrazione "in diretta" (presente) degli avvenimenti visti in soggettiva dal personaggio. Posso immaginare di vederli come un film, con la telecamera che inquadra ciò che vedono gli occhi dell'io narrante, compresa la canna della pistola che si poggia alla tempia nell'ultimo fotogramma, o devo per forza immaginare che qualcun altro li abbia trascritti in un momento successivo dalle sue memorie, per cui devo lasciare la possibilità circostanziale che questa trascrizione avvenga? Nel secondo caso, dovrei evitare non solo la sua morte, ma qualsiasi situazione che renda impossibile raccogliere la sua testimonianza. Penso ad esempio al racconto di fantascienza di Harlan Ellison Io devo urlare e non ho bocca, dove l'io narrante, alla fine, rimane l'unico superstite dell'umanità, storpiato, oltre che in diverse altre maniere, nel modo descritto dal titolo: non può quindi né parlare né scrivere. Come possiamo immaginarci di averne raccolto i pensieri?
  13. Io la vedo esattamente nella stessa maniera, ma se provi per esempio a seguire il link di @TuSìCheVale trovi espressa con decisione l'opinione contraria: la questione non sembra essere pacifica...
  14. Marf

    [FdI 2019-3] Come una goccia d’acqua su una piastra incandescente

    Ciao@Mariner P , ti ho preso in parola (ai suoi tempi avevi fatto la stessa obiezione anche a me), e ho aperto una discussione al riguardo in "Trame e dintorni" (sperando che sia il posto giusto dove va collocata).
  15. Buongiorno a tutti, mi è capitato a più riprese che nei commenti ai racconti, miei e di altri, venisse sollevata una questione che mi sembra di interesse generale, per cui mi sono deciso a proporla come discussione aperta. Si tratta di questo: abbiamo un racconto scritto in prima persona in cui l'io narrante, al presente, descrive i suoi ultimi momenti di vita. Nei commenti, viene obbiettato che questo è un elemento di inverosimiglianza, perché non sarebbe possibile che ci giungesse la sua storia, se è morto. Come avrebbe fatto a farcela pervenire? Rimuginandoci su, e al di là di vari controesempi che mi pare di ricordare in letteratura, questa obiezione non mi convince. Il punto cruciale su cui mi pare basata è che l'io narrante debba essere considerato il redattore del racconto, cioè colui che lo ha scritto o lo ha raccontato a voce a chi l'ha trascritto: ma questo assunto non mi pare necessario. Io ritengo che la narrazione in prima persona sia la scelta di un punto di vista soggettivo di un personaggio per descrivere gli avvenimenti, e che il lettore si immedesimi nel soggetto immaginando di vivere ciò che sta provando qui e ora. Non credo che ci sia bisogno di immaginare il personaggio vivo che parla o racconta gli avvenimenti in presa diretta. Inoltre, prendendo per valida l'obiezione "come ha fatto la sua storia a arrivare fino a noi?", si dovrebbe estendere a tutte le trame in prima persona ambientate nel futuro, a meno di rendere obbligatorie, per queste, i viaggi nel tempo del redattore della storia. Bene, in sostanza, ecco qui l'obiezione e la contro obiezione. Qualcuno di voi ha in proposito delle idee più chiare? Grazie e buona giornata.
×