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Monè

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  1. Monè

    Non gettate alcun oggetto fuori dal finestrino 2/2

    E io lo dico contro i miei interessi! O meglio: ti capisco sulla ricerca delle parole e della forma; ne sono un'amante. Dallo scritto "grezzo" che butto giù fanno gli stessi ragionamenti a me, consigliandomi di tagliare tagliare e modellare. Dopo mi accorgo che scorre meglio la lettura però! Quando posti altro avvisami che voglio leggere se vuoi dare un'occhiata, nella stessa sezione ho uploadato un racconto anch'io.
  2. Monè

    Ossessione

    Refuso nel titolo, mannaggia.
  3. Monè

    Ossessione

    Commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/16743-sangue-dal-cielo/ Ossessione Schivando, lame irrequiete. L'essenza di un'anima che trasuda lenta. Abuso, di un cuore infetto. Corro verso un domani che deride il tempo.
  4. Monè

    E respirare la notte... (Pt.2)

    Si, in un certo senso volevo donare ambiguità all'azione. Ho costruito male il periodo allora; diciamo che vorrei indicare questa casa (giustamente una visione un pò surreale a questo punto della storia) che distante dai normali palazzi di città, spunta nel bel mezzo della strada che percorre e si distingue essendo circondata da una staccionata; dai colori più vividi ecc... Che svista! Vero, tss. Thanks a lot =D Passerò in rassegna.
  5. Monè

    E RESPIRARE LA NOTTE... (Pt.1)

    Wow, grazie per queste ulteriori considerazioni. Cavolo devo rivedere un pò di cose mi sa... In ogni caso: L'ho scritto subito dopo aver accennato del litigio con la -piccola-; si, è a piedi. Dovrei rimarcare l'aspetto nell'incipit? In realtà il "non mi rispose nemmeno" ambiguamente dovrebbe spiegarsi con lo "scribacchiare" del ragazzo perciò ecc... Ma credo di cacciarla proprio dato che: si, hai azzeccato il senso e non va bene =P A dire il vero no, ma potrei "gonfiare" questo aspetto per accostargli questo sole imponente e quindi la "caduta psicologica" che ha a un certo punto del racconto (seconda parte) Grazie ancora, davvero.
  6. Monè

    E respirare la notte... (Pt.2)

    Io l'avrei scritto in maniera più semplice: Non pensai al dove e al come, ma avevo il fiato sospeso per la sensazione di vergogna che avrei provato da lì a poco. Lo so che scritto così può fare più effetto ma almeno io preferisco la semplicità nella costruzione del periodo. Avrei scritto: Scesero dalla macchina salutandosi in maniera molto affettuosa. Non mi sono permessa di intervenire se non dopo la tua richiesta perché credo sia una questione di stile, tu scrivi in quel modo. Spero che intervenga qualcuno più esperto di me. Personalmente penso che faresti bene a rendere più semplici e fluidi i vari periodi ma potrei anche sbagliarmi. Ok, ho afferrato! Si, non posso negare che alcune "sfumature stilistiche", mi viene più istintivo lasciarle prendere sopravvento. Ma vedrò di rileggere con un altro occhio appena possibile Grazie ancora; commenti preziosi.
  7. Monè

    E respirare la notte... (Pt.2)

    Davvero preziose osservazioni (sia quelle sulla prima parte che quest'ultima). Grazie mille! Mi spieghi meglio?=)
  8. Monè

    E respirare la notte... (Pt.2)

    http://www.writersdr...-finestrino-22/ (RACCONTO A CUI STO LAVORANDO, CHE VERRA' PUBBLICATO SU DI UN'ANTOLOGIA A BREVE - naturalmente la formattazione, non è l'originale...) E RESPIRARE LA NOTTE... (pt.2) Quel discorso finì per turbarmi. Non capii il motivo. Gettai il mozzicone dal finestrino e rimasi con la guancia poggiata contro lo sportello. L'aria mi sbatteva contro come il più dolce degli schiaffi, e mi fece dimenticare il resto. Fu quando il veicolo si arrestò, probabilmente giunti alla tappa pretesa dal grassone, che il pensiero del tassametro mi riaffiorò e mi resi conto della situazione scoraggiante. Mettendo mano alle tasche posteriori del mio jeans, mi accorsi che il mio portafoglio era sparito. Non pensai al dove e al come, ma quel filo di fiato sospeso aggrappava a sé quella sensazione di vergogna che avrei provato da li a poco. Scesero dalla macchina e i loro saluti si evolverono in qualcosa di più fisico e popolare. Decisi di non pensare a ciò che stavo per fare. Fortuna volle che i due si trovarono al lato opposto al mio, quando aprii lo sportello e sgattaiolai lontano dalla macchina, approfittando della disattenzione per uscirne inerme. Sorressi il peso della mia azione, o meglio, il pensiero di lei lo fece per me. Raggiunsi il marciapiede più vicino, e mi confusi tra la folla sistematica. Posai la mia schiena contro un muro, e mi liberai in un lungo sospiro. Una strana sensazione riprese ad ottenebrarmi. Decisi che era il momento di un goccetto. Sentii delle grida riecheggiare in lontananza. Strinsi forte la fiaschetta che tenevo in mano, quando ebbi qualche secondo per focalizzare la figura, in corsa sfrenata, che veniva dritta verso di me. Evitai lo scontro per un pelo. Scansandomi colpii il muro con la mia spalla sinistra, e per terra si espanse ben presto ciò che poco prima rasserenava la mia gola. Capii subito che il tizio aveva appena rubato la borsa a una povera scapestrata che ora sbraitava immobile qualche metro più distante. La mia risposta fu rapida e incauta, e Dio solo sa perché mi misi all'inseguimento del tale. Le persone, ostacoli di carne tra me e il mio bersaglio. In quel inseguimento percepii un motivo superiore del restituire il sottratto all'anziana. Il sapore di qualcosa di vissuto. Le mie gambe andavano da sole, e per la spalla cominciò ad alimentarsi la fitta. Riprese folgorante. A tratti ebbi la sensazione di svenire, quando gli occhi si socchiudevano, senza chiedermi permesso. Mi parve di vedere Ramona al mio fianco; e metri e metri di fronte a me; e alla fermata parallela al marciapiede. Ovunque. Qualcosa non andava in quella giornata, e bastò un momento per rendermene conto. A un tratto mi si parò davanti una Ford grigia e sbarrandomi la strada persi automaticamente la sfida. Mi colpii appena alla gamba, frenando in una tempistica perfetta. Indietreggiai. Corsi per l'ennesima volta, il più lontano possibile. Il whisky divampava in corpo, e fu la prima volta che quell'acredine interiore non mi piacque affatto. Entrai in un bar spalancando violentemente la porta d'ingresso dirigendomi verso il bagno. Mi fiondai al lavandino e sforzandomi di rigurgitare, abbandonai l'iniziativa dopo qualche tentativo. Utilizzai la manica malconcia della camicia per strofinare lo specchio di fronte, per rendere la mia immagine più nitida. Vidi il mio volto penoso. Nient'altro che buio in quegli occhi, stremati dalla giornata d'inferno a Deidsaw City. Nonostante quell'incessante emozione cercai di piangere, ma non riuscii a lacrimare. Schiacciai la fronte contro il vetro sudicio e strizzai gli occhi più forte che potevo. Presi a digrignare. Dimenandosi, le miei mani trovarono sfogo frantumando la cornice, colpendola ripetutamente. Confuso, ripresi il cammino sull'asfalto urbano non badando al tragitto. Mi ritrovai nei pressi della Club House, lì dove il tassista e il suo amico si erano fermati poco prima; li dove durante la notte arrestarono Vincent Bloch strafatto alla guida, e dove trovarono un cadavere. C'erano ancora le transenne, la scientifica e il vociare della gente come sgradevole sottofondo. La macchina incriminata sostava al centro dell'area delimitata. Un bolide grigio cromato, nuovo di zecca. Un sorriso beffardo mi tradì per un istante. Intravidi un portafoglio gettato in un angolo; pelle marrone. Lo raccolsi, rimarcando quelle venature con il polpastrello. Ebbi il tempo di scorgere un biglietto all'interno, lasciando poi scivolar via l'oggetto, dalla mia mano.- Tirai un sospiro tormentato, chiudendo gli occhi per un istante. “Beside you”, riportava il testo; una calligrafia indefinibile, dall'armonia spiazzante. Rimasi qualche attimo immobile. Sollevai il capo guardando verso il sole, e richiusi nuovamente gli occhi. Suoni cittadini, così ordinari, giungevano alle mie orecchie, e con essi frammenti della giornata appena trascorsa. Volevo solo una sigaretta. Un bicchierino. Le sue braccia. Presi a indietreggiare dapprima, poi mi voltai e continuai ad aumentare l'andatura, dimenticandomi del resto. Posai lo sguardo su di una casa, distante da orribili portici grigi, troppo simili tra loro. Circondata da una staccionata di legno scuro, mantenuto vivido nel tempo. Sul cancelletto, una scritta impressa sulla superficie lignea: RAMONA HALL. Sfiorai con le dita ciò che leggevo, e la leggerezza che provavo. Attraversai lentamente il giardinetto di fronte, accompagnato dai colori delle viole e dei fiori di Dalia e un silenzio rassicurante. La vidi seduta su di una poltroncina, sotto il porticato di legno con indosso un grazioso cappello di paglia. Teneva ancora il guanto alla mano destra e la forbice era poggiata per terra, accanto all'orchidea più bella di quel giardino; la stessa terra fresca che macchiava i lembi del suo pantalone nero e i bordi inferiori delle scarpe. Mostrava quella semplicità di cui mi ero innamorato fin dall'inizio e che forse, non ho mai compreso veramente. Da più vicino la vidi piangere. Mi parve di sentire il mio cuore battere per la prima volta nella giornata. Più l'avanzata verso di lei volgeva al termine, più quel silenzio rassicurante incantava le mie forze. Sprofondai in ginocchio, quando l'ebbi di fronte. Poggiai il capo sulle sue gambe. Nel mio pianto desiderai che le sue, di lacrime, cessassero. Avrei voluto dire tanto. Troppo. Ma il silenzio continuò per ore ed ore. Il tempo aveva assunto una dimensione tutta sua, in quel mio viaggio senza appiglio. Riuscii a placare la mia dannazione in quella immagine. L'ultima che mi rimase davanti, prima di chiudere gli occhi. E respirare la notte, per sempre.
  9. Monè

    E RESPIRARE LA NOTTE... (Pt.1)

    Mille grazie!
  10. Monè

    Non gettate alcun oggetto fuori dal finestrino 2/2

    Bella questa seconda parte!... Curioso che cambia leggermente lo stile dalla parte principale; forse man mano che il protagonista si riprende, e scontra la realtà, diventa man mano più sintetico, razionale... maturo. Non so, come ha scritto Nicolaj sicuramente non c'è una particolare storia ecc... ma il concetto arriva chiaro, e scorre bene la narrazione. Non aggiungo il superfluo. ah: Il treno del ritorno è un diretto, e dato che lo prendiamo per un soffio, il controllore fischietto in bocca che getta le ultima occhiate, straripa di gente accaldata e sbuffante. Questa mi sembra un pò intricata nella forma. O forse incomprensione mia. A rileggerti!
  11. Monè

    E RESPIRARE LA NOTTE... (Pt.1)

    Ho segnalato a un moderatore l'errore della visualizzazione del testo.
  12. Monè

    E RESPIRARE LA NOTTE... (Pt.1)

    http://www.writersdr...-finestrino-12/ (RACCONTO A CUI STO LAVORANDO, CHE VERRA' PUBBLICATO SU DI UN'ANTOLOGIA A BREVE - naturalmente la formattazione, non è l'originale...) E RESPIRARE LA NOTTE... (titolo provvisorio per postarlo qui) Era da circa un'ora che vagavo in compagnia della polvere e del vento di Santa Ana, lungo la strada per Deidsaw City. Un sole minaccioso rendeva quel tragitto insopportabile. Non so nemmeno come finii in quel posto, e l'unica amara consapevolezza era l'essermi ubriacato per l'ennesima volta, nella notte appena trascorsa. Non litigavo con la mia piccola da mesi, o settimane non ricordo, e quella discussione compensò la tranquillità apparente che fino a prima regnava. Ma il tempo passava e quella strada sembrava non dare alcun accenno del centro abitato, e così, di Ramona. Desiderai quell'indicazione e a un tratto la intravidi su di un grande cartello verde, oltre il fomento di sabbia danzante che annebbiava la vista. C'era scritto su, a caratteri semplici e ben leggibili: “Deidsaw City/5km”. Presi un lungo respiro e accesi una sigaretta, ora che il caso mi aveva donato un po' di sicurezza. Non mi ci volle molto per giungere a destinazione. Il mulino abbandonato e l'autorimessa del vecchio Todd mi tolsero ogni incertezza. Accelerai il passo e mi meravigliai di come mi sentivo in forma, a parte la confusione dei ricordi. Nella mattina seguente ad ogni sbronza ero solito mostrarmi come uno straccio vivente-consuma sigarette, ma tutto ciò a cui potei badare fu la forte fitta che di tanto in tanto colpiva la mia spalla destra. In tutto quel pensare, mi accorsi solo qualche attimo dopo che ero appena giunto nel centro città. Decisi di superare me stesso sperando di facilitare le cose, e pensai che la cosa più opportuna fosse prendere dei fiori. In realtà fu l'unica cosa che riuscii ad ideare in quel momento, e per questo decisi di seguire il mio istinto dirigendomi dall'unico fioraio della zona. Entrai senza indugiare, dopo aver levato la polvere dalla giacca. C'erano un paio di clienti all'interno, e un cane di piccola taglia che dopo il mio ingresso prese ad abbaiare periodico. Nell'attesa accadde una cosa curiosa. Il profumo tipico delle boutique da sempre mi arrecava fastidio; quell'accumulo di essenze così differenti tra di loro, che rasentava il disgusto al contatto troppo diretto. Stranamente non riuscivo a percepire l'odore dei vasi distanti, ma soprattutto di quelli più vicini. Dovevo essermi preso un brutto raffreddore. Uno degli svantaggi nell'eccedere con il Whisky in una fredda notte è il non distinguere la temperatura esterna, dalla calura che divampa all'interno. Arrivò il mio turno e mi accorsi che ancora non avevo scelto nulla. Tentennando ruppi il ghiaccio salutando il tipo dietro il banchetto, ma questo non mi rispose nemmeno. Non feci caso alla scortesia dimostrata e lasciai fare, dato che il ragazzo stava finendo di scribacchiare qualcosa sul retro di uno scontrino. Diedi qualche colpo di tosse di proposito per richiamare l'attenzione ma non funzionò. Per tenermi calmo sospirai e grattai leggero con la destra la sommità barbuta del mio mento, com'ero solito fare per scacciare le noie. Venni affiancato da una vecchia signora, dal rossetto troppo marcato che aveva sporcato la sommità dei denti superiori. Storsi il naso ma senza risultare indiscreto. Il garzone finalmente alzò il capo, protrasse un lungo sospiro guardando un po' oltre la cassa, e infine rivolse all'anziana la parola. «Bene. Credo sia il suo turno signora». Sorrise di una formalità idiota. Irrigidii lo sguardo e blaterai qualche parola di incredulità. «Ma... ma come?» il tipo non mi calcolò per nulla. «Sto parlando con te spilungone!» continuai, ma nel contempo si era già allontanato nel reparto orchidee con la vecchietta al suo fianco. Desiderai tanto vedere quella moltitudine di falsi colori sparpagliarsi per il pavimento della sala. Diedi un colpo a uno scaffale, con la punta delle mie trasandate polacchine. Giuro che per quanto fossi nervoso, il mio gesto era mosso da un livello di forza blanda. Lo diedi nel punto giusto credo, perché da quel lato della sala, nemmeno un vaso rimase più in esposizione. Un macello si sparse ai miei piedi e tentai ciò che ritenni più opportuno fare: scappare il più lontano possibile. Fatto sta che la scampai, o almeno mi ritrovai ben presto a percorrere un vicolo; in silenziosa compagnia di un cassonetto, qualche gatto che rovistava all'interno e lo stesso sole che qualche ora prima opprimeva il mio cammino. Cercai di sopportare, giusto il tempo di prendere all'interno della giacca la mia fiaschetta. Non era la cosa più opportuna da fare visto la nottata della quale non ricordavo nulla, ma nonostante tutto ero inebriato da quella leggerezza interiore. Per la prima volta, ammisi a me stesso che l'amore era tutto; sorrisi e accostai a quella gioia un lungo sorso del mio whisky preferito. Tra quelle mura strette, e quella luce solare che continuava a prendersi gioco di me, fui pervaso da un senso di smarrimento che mi costrinse ad accasciarmi al suolo. Un rumore simile a quello di un'auto in movimento risuonava nelle mie orecchie, di un crescendo tale da aumentare il capogiro. Mi alzai di scatto sentendomi perso ancora per pochi istanti, fino a che ricevetti un'improvvisa tregua. Incominciai ad interrogarmi incredulo, ma sdrammatizzai con una risata grossolana e ritornai sulla strada principale. Deciso nel chiamare un taxi non ci volle molto per ritrovarmi accontentato, dal momento che un uomo di colore sulla trentina, si fermò proprio sul mio lato del marciapiede, qualche metro più avanti. Le sonorità etniche provenienti dalle casse dell'auto fornirono il biglietto da visita adeguato. Entrai e salutai il conducente, il quale non proferì parola, continuando a masticare una chewing-gum. Scorsi dallo specchietto che stava annuendo. Non so se lo stesse facendo per la musica ad alto volume oppure stesse cercando di contraccambiare a suo modo. Pochi secondi dopo si accostò alla porta anteriore un tipo dalla grossa costituzione, anch'egli dalla pelle della stessa tonalità di "capellone" alla guida, e stava muovendo la testa allo stesso modo. Prese a parlare per primo, visto che il tassista si limitò a mostrare un largo sorriso a trentadue denti. «Hey, hey , hey... guardalo lo stronzone del mio ragga boy. Come va la tua esistenza figlio di una gran puttana?». La risata industriale mi fece contorcere. Risuonava all'interno aggiungendosi al clamore di un'enfatica voce femminile, che faceva vibrare gli altoparlanti ad ogni acuto emesso. Anche il tipo alla guida si lanciò in una sghignazzata rimbombante e subito dopo si espresse scandendo le parole in un ritmo così rapido che capii solo: "Hey/ cazzone/ sballo/salta su". Il tipo all'esterno si dipinse il volto di un espressione indefinita e buffa. «Alright. Non sei mica il porta a spasso-del sindaco il culo grasso, in fondo.» e aggiunse «Lasciami qualche isolato più avanti, e nel frattempo facciamoci due chiacchiere». Entrò a fatica nel vano posteriore, dove ero acquattato verso lo sportello, assistendo annoiato e fitto di tensione ai loro discorsi. «Non sarò John J. Quoderman, e nemmeno sindaco. Ma il culo grasso di certo non manca!». Esplosero nuovamente in un coro atonale di risate. Protrassi un gemito e presi la libertà di accendere una sigaretta. Sobbalzai quando l'eccentrico conducente si voltò rapido verso noi, proferendo sintetico: «Dove si va?» «Io scendo a Odd Stre...» presi la parola, ma venni troncato dalla voce alla mia destra, che espresse: «Alla Club House, Paul». «Frequenti ancora quel covile di facce bianche, che palle» Disse stizzito e poi aggiunse «non li digerisco quelli. Fottuti Yuppie. Con la grana pensano di far tutto». «Ma hanno la roba migliore della zona. Lo sai». Il tassista si difese con una smorfia di disappunto. «Di' quello che vuoi. La ruota gira per tutti, che credi. Stanotte hanno ammanettato Vincent Bloch, per dirne una». «Ma chi, il “pel di carota”?» rispose l'altro gesticolando, abbandonando lo sterzo per un secondo. «Right. Era strafatto. Era alla guida. Un poveraccio si è trovato nel bel mezzo della strada al momento poco opportuno e... amen. E' successo qualche angolo dopo il locale». «Pazzo schizzato». Trafelò dal suo viso un sogghigno. L'idea che uno di quegli aspiranti magnati viziati, fosse finito dentro, evidentemente destava in lui un celato godimento, che di per se non avrebbe esposto apertamente.
  13. Monè

    Non gettate alcun oggetto fuori dal finestrino 1/2

    Non cito quello che han già scritto prima di me; questa parte del racconto tutto sommato mi è piaciuta, e mi ha "tirato avanti", man mano, nella lettura. Ora: al 50 e 50, ho apprezzato il modo stilistico confuso e dai ritmi veloci. Lo posso capire. Dobbiamo considerare che sono i pensieri di un ragazzo "fatto". Quindi in un certo senso ci sta, se è voluta come cosa. Il fatto che in alcuni punti detieni troppa verbosità, e i periodi risultano essere troppo confusi; nel senso vero e proprio, ciòè "Aspetta, devo rileggerla perchè tra troppe aggettivazioni e poca punteggiatura mi sò perso" (che ripeto può starci per mantenere i ritmi, ma se entri in troppa complessità -ricordiamoci che è "fatto", appunto-). Dalla passeggiata alla roba delle scritte ho perso un po' di concentrazione; troppo piena. Del resto mi piace tanto che è una situazione generica, comune, che tutti potrebbero ipoteticamente vivere. E amo la semplicità. Passo alla seconda parte!
  14. Monè

    Ennesima strage...

    Questa è una bella notizia =)
  15. Monè

    Musica in pillole

    Ah, mi ero dimenticato di condivere la pagina Fb: https://www.facebook.com/brokenorange1
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