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Awat

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Tutti i contenuti di Awat

  1. Awat

    Tao

    Link----> ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- (so che ci sono più sillabe del dovuto, questo è un mio primo tentativo) Haiku: Tao Gli avi appassiscono sotto fronde serene; la mente si chiude, foglia che cade.
  2. Awat

    Il lamento delle storie

    link-----------> --------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Mamma? Mamma, sto volando! - Buio. Donne incinte traversarono di corsa la strada, entrando con gran foga nel grande teatro. Lo sfarzo di quel luogo non le era mai piaciuto. Era una vita che ci viveva davanti e mai, mai, nelle sue tante veglie diurne ne era riuscita a cogliere la bellezza: non le sembrava una poi gran cosa, il teatro. Con i suoi costumi, il palcoscenico, gli attori, il palco; la finzione della storia neanche le era mai andata a genio: come avrebbero potuto credere, le persone che assistevano all'opera, che quella che stavano osservando, a discapito delle negligenze o incapacità degli attori, effettivamente fosse una storia, una vera successione di fatti avvenuti in un mondo?; che sia quello reale o quello di un singolo autore non conta, sempre di mondo, caotico ed ingiusto si parla. Uno spericolato treno delle menti, ecco cos'era quel luogo. Uno specchio di anime intrappolate. Tutto ciò che sapeva sul Grande teatro glielo aveva insegnato suo nonno, di cui aveva una incredibile ed ingiustificata stima. Tutte le sere si trovava a passeggiare per largo del Crocevia, tornando dal doposcuola, allungando forse di qualche metro il solito tragitto, per passare di fronte alla grande fabbrica di sogni. Il suo disappunto per come la gente vedeva il teatro creava in lei una specie di sublime attrazione verso quel luogo, un qualcosa di oscuro che le nasceva dal profondo dell'animo e fino al cuore le tingeva lo sguardo d'una sfumatura porpora: ancora non lo sapeva, ma amava il teatro. Ne adorava i costumi, il palcoscenico, gli attori; ma più di tutto era perduta nella finzione della storia, nella messa in atto di una realtà in un altra, nel riuscire ad incrociare due diversi mondi ed a sovrapporli o cambiarli per un certo determinato tempo e spazio. Oh, era così magico! Creare verità esatte, false nella macchinazione, ma reali nella trasposizione in quell'unico mondo a cui appartengono. Oh, si. Il teatro era davvero magnifico; ed odioso, naturalmente. Camminava tranquilla per la propria strada, allungando il passo ora che aveva superato il palazzo dorato, quando un esplosione le fece tremare le spalle. Urlò e si gettò a terra con un impeto di puro terrore. Si girò a guardare il teatro, cosa che in realtà faceva sempre, tra gli alti e i bassi della sua coscienza, quando questo, con un rombo spaventevole, eruttò fiamme dalla sua imponente bocca. Ci furono grida e tantissimi passanti corsero dall'altro lato della strada, blaterando spropositi inutili. Si alzò, dolorante. La sua fabbrica dei sogni era scoppiata in un caos vertiginoso di grida e denso fumo nero. La gente cominciò a correre lontano; forse fu per questo che decise di andargli incontro. Gli si avvicinò sicura, come si farebbe con un vecchio nemico ormai ferito a morte, contro cui nessun attacco avrebbe reso la battaglia svoltasi fino ad allora più onorevole. Si accostò anche per rendergli omaggio: seppur fosse stato lui a morire per primo, in qualche modo aveva l'impressione che alla fin fine avesse perso senza colpa quella personalissima battaglia, e in maniera più che magnifica, per giunta, tanto per non venir meno alla propria natura. Qualcun’altro si era approssimato all'entrata del teatro. Guardava all'interno del suo stomaco in fiamme come se vi vedesse qualcosa di familiare; vide la donna entrare nell'inferno. C'era davvero qualcuno che amava così tanto quel luogo da decidere di farne la sua eterna dimora? Qualcuno che amasse più di lei quel posto? Mai e poi mai! Seguì a passi decisi il tragitto già percorso dall'altra e la seguì all'interno. Il caldo era insopportabile, ma non si arrese: si tolse scialle, giacca e maglioni vari, buttando tutto per terra mano mano che si addentrava nell'anticamera porpora. Spalancò le porte intarsiate ed entrò nella sala. Era popolata di ombre e luci. I seggiolini, come le pareti e qualsiasi altra cosa, erano in preda alle fiamme. Traversò il corridoio fino a raggiungere il palcoscenico. Sulle lisce tavole di legno v'era allestita una scena d'esterno: Un lampione stava ad indicare che probabilmente doveva essere stato notte; sullo sfondo vi era disegnata la sagoma di un palazzo ottocentesco. Un mazzo di rose era poggiata vicino al lampione, lasciato da qualche attore intento a scappare dalla furia del fuoco. Intorno a lei tutto veniva via pezzo per pezzo, in preda a convulsi movimenti delle vampe: era un vero e proprio disastro. L'incendio si stava mangiando tutto, senza lasciare nulla d'avanzo. Lei, dal canto suo, era rimasta con solo la sottoveste. Vide la donna salire sul palco. Dannata! Come osava pestare quel sacro suolo? Corse verso di lei. Cercò di attirare la sua attenzione, ma sembrava persa nei suoi pensieri. Ehi! Ehi! Niente, non si girava. Che sfrontata! Si decise a proseguire anche lei quando notò qualcun altro. Di fronte alla donna che stava inseguendo, c'era una bambina. Aveva i capelli mori raccolti in due treccine, legate dietro la nuca a mo’ di fiocco. Vide l'altra venire meno, cadere svenuta. Urlò alla bambina. Chi era? Che ci faceva li? Stavano arrivando i soccorsi? Delle voci salirono dalle sedie vuote del pubblico: voci fini, appena udibili, lamentose. Eppure non c'era nessuno; che fosse frutto della sua immaginazione? Si addentrò ulteriormente, verso la bambina. Ehi!, la chiamò. Si girò. Il sorriso inquietante stampato sul viso marmoreo della bambina le strappò per un momento l'anima: non era reale, ma disegnata. Le estremità della bocca le arrivavano fino a delle orbite vuote, oscure come l'abisso. Rimase spiazzata davanti a quell'immagine. Il suo cuore non resse. Ci fu un'altra esplosione. - Ah! Si alzò di soprassalto dal letto. “Mamma! Mamma!”, urlò. Una donna si presentò alla porta, ostentando uno sguardo severo. “Basta, Nine, non puoi chiamarmi ogni volta fai un incubo”, disse quella. “Ma la nonna ha detto che ti devo raccontare i miei sogni, altrimenti diventano veri!”, sbottò la bambina. “Si, poi con la nonna ci parlo io; buona notte”. Richiuse la porta. La stanza era buia e silenziosa. Nine si rimise sotto le coperte, poco convinta. Qualcosa si mosse. Alzò la testa, spaventata. Da un angolo, due bagliori l'accecarono. Conosci la terribilità del falso, bimba?, le disse una voce. Provò a sgranare la vista, ma non ebbe grandi risultati; non riusciva a scorgere nessuno. Conosci la terribilità del fato, bimba?, ripeté la voce, insistente e lamentosa. Un coro si alzò ai lati del letto, una cantilena spasmodica, ripetuta all'infinito. Mamma!, urlò. Mamma! Ma la madre non arrivò. Una luce argentea, spettrale, avvolse tutta la camera. Conosci la terribilità della fantasia, bimba? Aiuto!, urlò con tutte le sue forze. Poi, d'un tratto cessò tutto. Senti come un peso librarsi del suo petto. Tornò il buio. Pianse; si addormentò che ancora versava lacrime. Nel suo cuore, una piccola lucina si spense. - Sdraiata per terra, scorgeva ora quello che era rimasto del suo grande teatro: una montagna di cenere, accatastata malamente, sparsa e scomposta sotto la volontà del vento. Si alzò, si guardò intorno; non v’era nulla, tranne lo scheletro del suo vecchio treno, ormai deragliato. Non arrivarono mai i pompieri, ne alcuna ambulanza; non vi era più traccia della donna che aveva seguito. Si allontanò lentamente, riprendendo la strada di casa, notando senza stupore il vuoto delle strade, la desolazione che la circondava. Non sarebbe mai più passata per quella parte della città, anche quando avessero ricostruito la struttura con un nuovo Gigante a dar spettacolo. Il sogno era stato spezzato, nulla poteva ridarle quello che aveva perso.
  3. Awat

    Contest Nr. 91 Le mille facce del Natale

    Siii, parteciperò anche io! Chissà, magari vi stupirò
  4. Awat

    Consigliatemi un fantasy che mi faccia ricredere...

    Se ti piace lo stile, io ti consiglierei la Torre Nera di Stephen King. Diciamo che non è "propriamente" fantasy, ma ha alcuni tratti peculiari del genere. E' divisio in 7 libri, l'ambientazione è post-apocalittica, ma a tratti anche moderna e "fantasy-western". Ripeto, SE ti piace il suo stile (kng o si ama o si odia) è molto godibile
  5. Awat

    Il lamento delle storie

    Vabè, mi ritiro: in quarta riga ho scritto "palcoscenico" e poi a distanza di due parole "palco". Vi assicuro che l'avevo letto 100 volte prima di postarlo... scusatemi. Vado a suicidarmi.
  6. Awat

    Il lamento delle storie

    Autocorrezione: al primo rigo ho notato una cacofonia orrenda "gran foga, grande teatro". che vergogna.
  7. Awat

    [MI 23] 31 dicembre

    Bellissimo il tuo racconto O.O La trasmissione delle emozioni è sublime, il climax ritmato ed incalzante, e nonostante ciò, il fatto che il protagonista sia un cane fa si il tutto non metta a disagio il lettore, ma anzi lo diverta Capendo il tuo odio per i finali a sorpresa (non mi trovi più discorde ) però io avrei insistito di più all'inizio sull'aspetto nebuloso della faccenda (io personalmente mi ero inizialmente immagginato uno scenario di guerra ahah). Dall'alto del mio sgabello non posso che dirti: ammappete, vivi complimenti
  8. Awat

    Tao

    Ora che ci penso, togliendo il verso "sotto fronde serene", ottengo 17 sillabe precise, ed il significato non cambierebbe o.o Mi hai illuminato, acciderbola, Grazie ancora XD
  9. Awat

    Tao

    Grazie mille per il tuo intenso interessamento Allora: non posso che darti ragione! E' stato stupido voler chiamae haiku un testo che non lo fosse, in effetti ero in dubbio, ma ho voluto provare ugualmente. Le sillabe doveano essere 17, ma forse più di me capisci la difficoltà che ciò rappresenta; ciò nonostante volevo provare lo stesso... fallendo, ma pazienza. Per quanto riguarda il testo in se, nasconde una chiave ermetica, in quanto la mia intenzione era di racchiudervi, secondo la mia interpretazione, un principio proprio del taoismo: "il mondo è armnia," ----> avi che riposano sotto le fronde serene "l'uomo, nel momento in cui crea norme di moralità" ---> mente che si chiude "crea il male" -----> foglia che cade. E' un concetto a cui sono molto affezionato; grazie al tuo aiuto spero di migliorarne l'aspetto
  10. Awat

    Novembre Flambè

    Poesia sinceramente di mio gradimento, soprattutto per motivi persanali: versi liberi, niente rime. L'unica cosa che mi ha fatto storcere un po il naso è l'allitterazione di "s" al primo verso, non la trovo una scelta condivisibile perchè rende la lettura troppo poco scorrevole, soprattutto per la troppa lunghezza delle due parole. Molto belli i collegamenti: rossastro-ardere-crepitii ed il riferimento piedi-pioggia, che mi ha comunicato un'immagine molto forte, come di qualcuno scalzo, sotto la pioggia (appunto ). Comunque bella, sapessi disegnare, proverei a ritrarla
  11. Bradipi ti ringrazio molto per l'attenta lettura e per le critiche al testo:) in primo luogo devo confessare che cose come "“perchè” al posto di “perché” “sà” al posto di “sa”, “sò” al posto di “so”" sono io a snobbarle un pò, non dando tantissimo peso agli accenti (anche se da quando ho cominciato a leggere le correzioni, non solo ai miei testi, che fate, sto rivalutando il problema), e non dando in generale molto spazio alla forma delle mie storie, quanto al contenuto. il termine "affanciullo" voleva essere un modo simpatico di non essere volgare. Poi ripeto: la storia è volutamente non-sense, l'ho scritta dopo aver letto 20 numeri di rat-man, è quindi cose come discorsi su porte che portano, o su astronauti che pagano i danni dei taxi (non ho nemmeno specificato se lo guidava lui o un autista ) sono volute, ma probabilmente sono poco riuscite (a ben vedere xp). Grazie, spero che le tue osservazioni possano aiutarmi a migliorare ^^
  12. Link--->http://www.writersdr..._20#entry242461 ------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------ Pericolo. Il pericolo chiama. /DRIN!.... DRIN!.... DRIN!....! HO DETTO DRIN!/ <pronto? Si? Qui è il pericolo; chi parla?>. Letteralmente. E per chi non lo sapesse, ha l'accento molto Inglish. E se il pericolo chiama, c'è sempre qualcuno che risponde. Sempre. <Si, qui è casa Mannaccia, desidera?>. E la risposta è sempre quella. Sempre. <Un chilo di gelati, tre tost e delle tartine, grazie>. No, non quella, intendevo l'altra. <Ah, si, scusa..... GUAIIIIIIIII>. Musica in ascensione con riff di chitarra! Panamanamanawwwwww.......! YeaH! TRUPPE D'ORDINARIA ORDINANZA <Peppepenewe pepepenenewe, aAA....Auuu, aAA.....Auuuu>. <Jennaro, la vuoi smettere con quella musica? Mi da al cervello!>. <Certo capo!!AAA....AUUUU>. Il rombo del camion furgoncino risuonava nelle desertiche strade della dormiente New Rom, il gioiello dei tempi moderni, l'anello delle stelle, la grande pera, la passera solitaria (con un sacco di amichetti, certo). Il grido dei due avventurieri si faceva sentire tronfio tra i sobborghi urbani, impavido difronte ai pericoli della notte. <aAA.....Auuuuu, aAA.....Auuuu>. <JENNAROOO, ho detto basta per l'amor del cielo!>. Con un calcio alla Stivie Wonder il giovane guidatore del camion furgoncino spense la radio, che tirò un sospiro di sollievo (<phew>). <Vabbè, scusa tanto Ted, ma non è colpa mia! Tu la musica non la capisci mica, eh!>. <Scusa un corno! Mi sta scoppiando il cervello! Facciamo silenzio per cinque, dico cinque secondi, ok?>. La vettura girò a sinistra, verso il vicolo più buio e più sporco di tutta la metropoli, l'unico buco dove neanche Chuck Norris avrebbe messo piede senza prima mettersi le bustine salva scarpe: Via Grande Puffo, la via più malfamata, mafiosa, pizza e mandolino di tutta New Rom. Il camion furgoncino si fermò all'imboccatura della strada, ed entrambi i nostri eroi erano lì fermi, ad osservare il buio addensatosi tra il vetro e l'ignoto. <Mi...mi ricordi perchè dobbiamo entrarci, Ted?>. <P...perchè lì c'è il temibile e terribile N-Nano Gigante, l'unico che in questo momento p-può aiutarci. Cavolo, Jen, abbiamo bisogno di soldi! Lo vuoi o no il nuovo impianto stereo SGN3000, l'unico che ti fa sentire i suoni così bene che te li fa anche vedere? Lo vuoi o non lo vuoi vedere riflesso in quelle orbite da maniaco che ti ritrovi Stairway to Haven? Allora?>. <S-si, amico....mi sà, che, allora...>. <Si>, disse Ted, con aria decisa. <andiamo>. Borbottando, il camion furgoncino entrò timidamente in via del Grande Puffo. <Ehi Ted>. <Ehi Jen>. <Cosa ci fa un astronauta in taxi in aperta campagna?>. <Come?>. <Ho detto: “Cosa ci fa un astronauta in taxi in aperta campagna?”>. <E io che ne sò, scusa? Ma come ti vengono certe domande me lo spieghi? In un momento come questo poi...> Ci fu un rumore di clacson ed un tonfo /crashhh/. (“guarda che i tonfi non fanno /crash/, al massimo fanno /ton/” “aaa, stà zitto e non rompere”). <Ehi! State attenti alla strada, imbranati!>, urlò un uomo in tuta spaziale dalla macchina gialla che Jen e Ted avevano appena investito. <Questa mo chi la ripara...> borbottò il tipo, tirando dritto per la sua strada. Ted e Jen rimasero un attimo interdetti, poi fecero spallucce e continuarono. <Ehi Ted>. <Ehi Jen>. <Quanto manca per la casa del boss?>. <Poco, Jen. La mappa indica approssimativamente....qui!>. Jen indicò un segnale lampeggiante ad intermittenza di luci rosse e blu con su scritto “LA CASA DEL BOSS”. <Fammi vedere la mappa>, disse Jen a Ted. Ted gli passò un tovagliolo usato, macchiato di pasta di fagioli e sudore di gnù (“e non chiedetemi come fa ad essere sporco di sudore di gnù!”. “Perchè no, scusa? E se qualcuno volesse saperlo?”. “Beh, amico mio, se qualcuno volesse scoprire perchè il tovagliolo di Jen e Ted, dove un ubriacone in un bar ha disegnato una mappa verso la casa di un mafioso nano” “si dice diversamente alto” “con un cucchiaio sporco di zuppa, è macchiato di sudore di gnù, beh, sinceramente, e dico sinceramente, può andarsene affanciullo, dico io! Ecco!” ...... “sei un insensibile”. “...perchè, che ho detto?”. “qualcuno potrebbe offendersi”. “addirittura?”. “...diversamente alto, si dice”). <Mmmm>, disse Jen. <Cosa c'è?>. <Secondo me, non è lì che dobbiamo andare>. <Come fai a saperlo?>. <Guarda quì>, Jen indicò un punto sul tovagliolo, tra uno sputo e qualcosa fra il limaccioso e l'appiccicoso. <Vedi, qui dice di girare a sinistra, noi invece abbiamo continuato dritto>. <mmm, certo.... Sei sicuro che non è solo una formica morta quella?>. <Cos'è, mi prendi per un idiota?>. <No, no di certo, Jen, scusa. Ok, torniamo indietro>. Il camion fece inversione a O e quindi di nuovo a U, poi girò a destra, verso un vicolo stretto e buio. La vettura avanzava lentamente. <Ted...dove siamo?>. <E che diamine ne sò, scusa?>. Si arrestarono di fronte ad una parete. <Che cos'è?>. Un coro angelico si sentì salire dalle viscere della terra. Trombe e canti idiliaci trionfanti suonar (<EHI CHI E' CHE NON HA SPENTO IL TELEFONO?>. <Scusate!>, una voce si dipartì dalla sala. Si sentirono dei rumorini di tasti. /bi-bop/ <Scusate! L'ho spento!>. <E GRAZIE! Idiota...>). Di fronte a loro una vecchia porta chiudeva il piccolo vicolo, trasformandolo in un vicolo ceco. Sopra la porta c'erano due iscrizioni, una grande ed una piccola. Quella piccola diceva: “Oddio, non ci vedo!”. Quella grande invece: PORTA ORDINARIA I due fissarono la scritta in silenzio. <Che facciamo, Ted?>. <Non lo so...>. <Ahhh, capisco. Beh....cos'è che sappiamo, allora?>. Ted fissò Jen. <Quella è una porta>, disse. <Non ci sono dubbi>. <E le porte si attraversano>. <Giustissimo>. <Ed attraversandole si arriva da un altra parte, dove in effetti fisicamente ancora non si è, ma molto probabilmente dove si vuole arrivare>. <Giustissimissimo!>. <E per attraversare la porta basta aprirla girando l'apposita maniglia di cui il probabile costruttore l'ha dotata per far sì che, appunto, sia possibile attraversarla, o meglio aprirla per poi, in un secondo momento attraversarla!>. <Si, matematico!>. <E quindi!...e quindi....di che stavamo parlando?>. Jen fissò Ted. <Un chilo di gelati, tre tost e delle tartine?>. Oddio ragazzi, e aprite quella porta! <Giusto, grazie capo!>. I due scesero dal camion furgoncino e si diressero verso la porta. <Pronto?>, disse Ted a Jen. <Chi è?>, rispose l'altro.... che tristezza. Ted afferrò il pomello della porta e lo girò <Amico, sappi che ti voglio bene>. <Si, anche io te ne voglio, Ted. L'unica cosa, spero che non ci sia uno gnù, dall'altra parte...>. <Si, anch'io....>. E dall'altra parte c'era...... Puntini sospensivi.... puntini che sospendono.... sospeeeeendonooo....... eeeeen...... DONO: pernacchia! Prrrrrrrrrrrrrr! Fine PRIMO EPISODIO!
  13. Awat

    Presentazione

    Salve a tutti, mi sono appena iscritto a questo forum. Scrivo da molto tempo, e da quando ho iniziato cullo il sogno di vedere la luce delle mie piccole opere. Spero che entrando in questo gruppo tale evento diventi più probabile di quanto non lo fosse ieri. Ringraziandovi anticipatamente, saluti, A.
  14. Prima di tutto grazie mille per i consigli. Allora: questa voleva essare il primo capitolo di una storia prettamente non-sense, per cui, si, è la radio che sbuffa, e si, è il camioncino che borbotta. Mi sono ispirato ad uno stile di tipo "fumettistico", quindi le esagerazioni linguistiche (tipo "Mmmmm") sono volute, anche se in effetti potevo diminuire i puntini All'interno della storia vi sono poi più narratori: purtroppo ho letto nel regolamento che non è possibile usare scritte colorate, ma nel testo originale le scritte tra parentesi sono rosse e blu, a differenza di chi parla, prchè il gioco è quello di una meta - meta scrittura, per cui c'è un narratore della storia, che interagisce attivamente con i personaggi, ma anche due "scrittori", diciamo, che commentano la storia nel suo svolgersi (naturalmente anche loro fittizzi, perchè l'autore è uno... ossia io xp). Comunque vedrò di far qualcosa con quei puntini! Grazie ancora
  15. Awat

    Un mare di vino

    Bellisimo il fulmen finale! Si alza in un climax che mi ha rapito, devo confessarlo, senza che me ne accorgessi, grazie alla perizia che hai usato nello scegliere i vocaboli. Anche lo schema metrico non si presta a critiche di sorta. Una piacevole lettura
  16. Awat

    L'uomo sulla panchina

    Wow, grazie mille per i consigli *-* Mi sento un po come un ceco che ha riacquistato la vista xp Consigli utilissimi, in particolare quello di aggiungere qualche piccolo dettaglio nell'ambientazione: appena l'ho letto, mi sono venute in mente diverse caratterizzazioni, che prima a dir la verità ho evitato accuratamente per lasciare che ogni lettore vedesse "ciò che voleva"; ora però penso possa funzionare meglio così. Ho capito che devo riguadagnare molto di stile, anche se in questo vado un po contro il mio "ego", di per sè gran casinaro. Appena avrò di nuovo tempo ci lavorerò su! Di vuovo: grazie mille per il tuo tempo e per gli utilissii consigli
  17. Awat

    L'uomo sulla panchina

    Link---> http://www.writersdr...to/#entry242459 --------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- La notte del 15 maggio ‘77, anno famoso per la gloriosa vittoria dei liberi stati di Mos contro l’Inghilfrancia e gli Alleati dell’Est, che di li a poco si sarebbero sciolti, mi accorsi di una scioccante verità. L'uomo sulla panchina Non ero nel mio letto. Avevo dormito tutta la notte nel letto di qualcun altro e, senza troppi complimenti, continuavo a rimanerci pensando a come diavolo potevo esserci finito. Vivevo una specie di esistenza sospesa, avevo quasi l'impressione che muovermi dallo stato di pietrificazione che avevo assunto nel momento in cui avevo capito che, in effetti, non dormivo tra le mie lenzuola, potesse rendere quella situazione essenzialmente nuova e inaspettata...reale. Pensavo alla notte passata, a come mi ero disteso tranquillo sul mio materasso, ignaro di come sarebbe stato il mio risveglio. Dovevo comunque pensare a qualcosa, tanto vale farlo su qualcosa di rassicurante come il mio letto, quello in cui dovrei trovarmi. Allungai la mano, per controllare semmai avessi accidentalmente usato il mio incredibile sex appeal per richiamare qualche bella pollastra che poi, (naturalmente non doveva starci troppo bene con la testa), mi avesse portato lì dove adesso mi trovavo. Niente. Ero solo e a quanto pareva nessuno aveva dormito al mio fianco. Oh bè, poco male: tanto meglio per la mia Betty, pensai. Non potei fare a meno di guardarmi intorno, giusto per poter fare qualche ipotesi plausibile su come una persona potesse trovarsi da una parte quando effettivamente prima era tranquillamente in un altra. Potevano forse avermi rapito? Qualche gruppo rivoluzionario liberista Cheerico mi stava forse tenendo in ostaggio, sperando di sedare così le rivolte Inghilfrache? Eppure non ero legato...mi alzai. No, non ero legato. E neppure c'erano sbarre a quelle che dovevano essere...non c'erano sbarre alle finestre! Fuori era buio e non si riusciva a scorgere niente. Ma se non mi avevano rapito, come cavolo ci ero finito li, in quella camera che, a guardarla bene, sembrava arredata da una donna con un delizioso senso per l'antico: mobili di mogano, letto a baldacchino, infissi di legno e tutto quello che avrebbe potuto riempire una stanza nel tardo ottocento Francese. Ah, quante belle cose! E come mi mancava, la Francia! Ancora non riesco a pensare che quei bei tempi fossero andati, che ormai, con l'era del Mondialismo, non esistesse più una vera Italia o una vera Grecia: solo enormi agglomerati, chiamati per scherzo di qualche demente “Imperi”. Ma Imperi di che? Vabbè, mi stavo perdendo in pensieri inutili. Dovevo pensare a come il mio corpo aveva potuto essere trasportato lontano dalla mia camera da letto in via Garresi, uno dei pochi centri cittadini Romani ad essere ancora sicuri dopo l'attacco dei Giapponesi del Novembre '72; o almeno così pensavo. Non mi veniva proprio niente. In realtà non mi era riuscito mai troppo bene il riflettere, neanche quando lo facevo in casa mia. Non mi restava che uscire e magari sperare di incontrare qualcuno che non fosse un rapitore pazzo dell'ex-Stato Americano. La stanza apriva su un ampio corridoio che dava l'idea di essere un reparto medico di qualche ospedale di ultima categoria, ricoperto com'era di piastrelle scolorite, d'un poco rassicurante biancastro... Mi affacciai e, davvero non me l'aspettavo, effettivamente c'era qualcuno. Era seduta (doveva essere una donna, ma non ne fui subito certo), su una panchina poco distante da dove ero io. Mi avvicinai con discrezione, disorientato, sì, ma d'altronde, chi non lo sarebbe stato? -Mi scusi, lei- feci io (in effetti era proprio una donna) -saprebbe dirmi, ecco... non mi creda pazzo eh, perchè non lo sono, spero... no, è solo che effettivamente io non abito qui e mi chiedevo, ecco se magari, che ne so, mi avessero rapito....ho pensato che lei ne potesse sapere qualcosa e quindi... - Ero molto nervoso, soprattutto perché stavo chiedendo ad una potenziale rapitrice se era stata effettivamente lei a rapirmi. Ricordo che la signorina mi sorrise, guardandomi gesticolare come un matto. Mi fece segno di sedermi accanto a lei e cominciò a parlarmi; Del tempo. Ma che me ne fregava del tempo? Volevo fermarla, spiegarle che doveva esserci stato un equivoco, ma era partita così d'impeto, così...con ardore a parlare, che quasi mi dispiaceva farla smettere. Non l'ascoltai affatto, anzi ripresi ad impelagarmi tra le mie supposizioni sui colpi di stato ad opera dei Giapponesi. -Sta bene, signore?- Mi chiese dopo un po. Certo che doveva avere proprio poca stima per me se credeva che stessi per avere un collasso solo perchè mi ero messo sovrappensiero. E che diavolo! Per un momento mi ritornarono in mente le mille apprensioni di mia madre, e di come le mal sopportassi. Ma era il momento buono per ribadire il concetto: -si, cioè, no! Senza rispondere a vanvera, e la prego non si offenda, ma davvero vorrei sapere dove io sia finito. Dove è che siamo? E non comici a parlare della neve, eh...- Quella signorina aveva un viso davvero dolce e mi dispiace davvero, ora che so il perchè di tutto il ciarlare, di averla offesa in quel modo poco galante. In ogni caso la parte importante arriva ora: mi disse, prendendomi tra le sue mani (cosa che non mi dispiacque poi troppo), -signore, vede, lei è morto questa notte. Però non si spaventi: è qui per essere portato dall'altra parte del corridoio...- Questo in effetti mi dispiacque un po. Inutile dire che inizialmente non capii. Ma poi, lo sai anche tu, credo che ci sia passato, insomma tutti ci siamo passati per “quella fase”: il disorientamento, la negazione, e via discorrendo. Poi alla fine lo accettai e così mi resi conto che poi, non è tanto male, no?>. <Già, ma non ha risposto alla mia domanda. La prego, non che non mi interessi ciò che mi ha detto sulla guerra, lì, ma davvero, mi dice dov'è che mi trovo per favore? Non è che è lei ad avermi rapito, spero>.
  18. Awat

    L'uomo sulla panchina

    Grazie mille per i consigli! Marò,ma che ignorantone che sono ahah comunque, se ho capito bene le correzioni che mi hai fatto non posso apportarle al testo qui, ma comunque le apporrò al documento sul pc. Per quanto riguarda la trama, i riferimenti distopici erano volutamente "eccessivi", la mia intenzione era di sviare il lettore dalla situazione in svolgimento, così da destare più sorpresa con il fulmen finale. In secondo luogo, si, doveva essere una storia breve, probabilmente devo ritoccarla però, lo scopo era tutto nell'istante finale, la storia è volutamnte "appesa". Per quanto riguarda lo stile....ho provato a cambiare, giuro xp Il fatto è che sono un casinaro, e alla fine i miei testi escono tutti un intruglio di flussi di coscienza, mischiati alla trama pincipale. Proverò a prendere il vizio di mettere accapo quando vi sono dei dialoghi, e sicuramente metterò sempre degli spazi dopo i puntini.... ora che so che ci vanno grazie ancora!
  19. Awat

    Otto Minuti

    Molto intrigante! Personalmente mi ha lasciato una certa curiosità di conoscere come la società mondiale si sia plasmata dopo un tale cambiamento, e come il concetto degli "otto minuti" si ripresenti nella sua nuova cultura (come Eta Beta metteranno il numero otto un po dappertutto -su bandiere, nei nomi, alla fine delle frasi?-). In effetti mi è dispiaciuta un po la scarsità dei rimandi a questo aspetto, ma essendo un frammento, seono sicuro che arriveranno più avanti. Essendo poi questo testo, sostanzialmente, il "flusso di pensieri", in senso lato, della narratrice, mi avrebbe fatto piacere anche conoscerla più da vicino, sapere anche le sue opinioni o le sue perplessità su questa tartassante tradizione degli otto minuti: mi è sembrato che nel totale si presenti come un personaggio un po passivo. Questa però è una osservazione del tutto marginale rispetto al testo in se: lo spunto l'ho trovato molto fertile e interessante, alcune metafore sono particolarmente azzeccate, e il ritmo è buono, anche se forse dopo in po rischia di diventare troppo cadenzato. In generale very good
  20. Awat

    L'anno del fuori tutto

    Racconto molto scorrevole nel complesso. Gradevolissima, a mio parere, la trama critica del basso spirito italiano, anche per il risvolto, alla fine della storia, tragi-comico, di come il piccolo italiano medio "Carletto" facesse dipendere il suo piacere da una mera illusione di proibito, e non da un desiderio effettivo. Non condivido la scelta di inserire parole come "arrapato" nel testo; personalmente preferisco riferimenti più velati a questo genere di argomenti (vedi De Andrè, con la canzone "Un giudice"). Cmnq è un consiglio personale da lettore
  21. Awat

    Presentazione

    Grazie a tutti, anche a quello che mi ha dato della femmina Di me non c'è molto da raccontare, che sono un universitario iscritto alla facoltà di giurisprudenza, ma che avrei lungamente preferito studiare psicologia-filosofia-lettere, insomma una delle 3. Scrivo soprattutto pensieri, che spaccio per poesie ma che tali non sono, mancando totalmente di metrica, e storielle brevi, ma che riesco ad intricare anche nel giro di due frasi, scambiando il narratore con i personaggi varie volte...purtropo gli studi non mi permettono di concentrarmi molto su altro, ma se ci riesco mi piacerebbe riscoprire il mio amore per la scrittura un abbraccio!
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