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arkadius

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  1. arkadius

    Edillia

    Descrizione: valutazione inediti, schede di valutazione, consulenza e gestione editoriale, revisioni, svilippo e progettazione contenuti, recensioni Costi (se previsti): è prevista la formula della valutazione gratuita, per gli altri servizi è necessario richiedere un preventivo Sito web: http://www.edillia.it/ Facebook: https://www.facebook.com/edillia Esperienza personale (se esistente): Horicevuto una proposta di rappresentanza con accluso un editing (piccole cifre a dire il vero) e chiedo aiuto per una valutazione.
  2. arkadius

    Caosfera

    Ciao a tutti scrivo per consiglio e testimonianza su caosfera. Premetto che ho letto notizie non proprio accattivanti su internet. Ho ricevuto una proposta di pubblicazione (poesie). Ci hanno tenuto a farmi notare che non c'è acquisto di copie obbligatorio e contributi. C'è però l'iscrizione di 115 euro a un'associazione. Io finora ho pubblicato tre libri senza contributi. Però certo la distribuzione e la promozione non c'erano. Loro editano 400 copie (due per l'autore) e il contratto dura 12 mesi. Chiedono un indirizzario internet e l'impegno per tre presentazioni. Ora non so, la poesia certo è il genere meno amato dai lettori di oggi. Poi non so se fidarmi in genere sarebbe già grave per me pagare di per se per farsi pubblicare. C'è qualcuno che ha già avuto esperienze o può consigliare?
  3. arkadius

    13 Lab Editore

    Nome: 13 Lab Editore Generi trattati: https://www.13lab-editore.com/ Modalità di invio dei manoscritti: https://www.13lab-editore.com/ Distribuzione: https://www.13lab-editore.com/ Sito web: https://www.13lab-editore.com/ Facebook: https://www.facebook.com/13labeditore
  4. arkadius

    Nelle contrade della nebbia e della polvere

    Nelle contrade della nebbia e della polvere romanzo epistolare di ARKADIJ SCESTLIVZEV ISBN 978-88-89475-67-6 euro 12,00 anche in ebook a euro 2,99 Fra un Italia sempre più piccola e una Russia dove tutto è possibile, fra il teatro e la vita, la storia di un’attrice che abbandona la casa paterna e la patria e fugge in un nuovo, misterioso Paese. Durante i viaggi in treno, nelle pause fra uno spettacolo e l’altro, nelle notti di insonnia, la giovane viaggiatrice forzata indirizza lettere a diversi destinatari, reali e fantastici. Messaggi in bottiglia senza speranza di risposta. Attraverso il susseguirsi delle pagine, la protagonista ci narra l’addio al suo piccolo e pulito paese, l’arrivo e la vita nella città, l’abbandono delle sicurezze borghesi, la lotta per la sopravvivenza della sua compagnia: il Teatro Ignoto Che Pur Deve Venire, il difficile rapporto con la sua unica e misteriosa compagna, La Scimmia, insieme alleata e nemica. Infine una nuova, definitiva partenza nella zona della fantasia, da cui non c’è ritorno. Un romanzo indirizzato a chi è ancora così giovane da avere dei sogni o già così anziano da conservarli. L'autrice, 31 anni, attrice teatrale. Se non sembrasse una frase fatta, la si potrebbe definire “un cervello in fuga”, al pari di quei tanti suoi coetanei che cercano altrove ciò che il loro Paese sembra non offrire più. Il suo altrove, lo ha trovato in Russia, “un paese fantastico” lo definisce. E di sicuro non ha torto, almeno per quanto riguarda il teatro, alla cui vena fantastica si lega questo libro, una sorta di messaggio epistolare indirizzato “a quella persona che fra qualche anno lo rileggerà e potrà sorriderne, perché io oggi non ho questa possibilità”.
  5. arkadius

    La prigione dolce. Viaggio in monastero

    Salve a tutti sono lieta di presentarvi la seconda opera di Arkadij Scestlivzev edita con la Samuele Editore. Nello store Samuele Editore (store.samueleeditore.it) è disponibile il romanzo breve in ebook "La prigione dolce: viaggio in monastero" di Arkadij Scestlivzev - un'autrice romana giovanissima che ha nel suo curriculum un'importante esperienza a Mosca, esperienze professionali come attrice, regista, pedagoga, e una scorrevolissima quanto essenziale capacità narrativa che si amalgama con una visione spirituale tanto rara quanto estatica, pura nella sua critica, concreta e ascetica al contempo - Questo l'abstract del libro: "Il viaggio in un monastero ortodosso diventa occasione per scoprire una spiritualità forte, umile, intensa. Un volume per trovare le ragioni di una fede, un differente punto di vista rispetto alla vita, un'estasi spirituale che non si contrappone al mondo ma ne scopre il suo significato più arcaico, più vicino alla presenza concreta del suo Creatore". http://store.samueleeditore.it/epages/22385.sf/it_IT/?ObjectPath=%2FShops%2F22385%2FProducts%2F9788896526613
  6. arkadius

    viaggi di versi

    Devo dire che ho avuto anch'io la stessa proposta da viaggi di versi e sono corsa al forum per avere notizie... anch'io ho forti dubbi e poi di principio mi sembra assurdo pagare per essere pubblicati. Però se ci sono altre notizie fatemi sapere. Grazie a tutti
  7. ringrazio il vostro sito, confrontarmi con voi è stato importante
  8. di ARKADIJ SCESTLIVZEV ISBN 978-88-89475-67-6 euro 12,00 Edizioni Memori
  9. arkadius

    Il Castello edizioni

    Chiedo consiglio: ho ricevuto questo messaggio dalla casa editrice il castello: *Editato dallo Staff. In sintesi: offrono una pubblicazione gratuita con una copia per l'autore e possibilità di acquistare ulteriori copie del romanzo con il 30% di sconto oppure pubblicazione con contributo con un numero di copie a scelta per l'autore e possibilità di acquistare copie del romanzo con il 50% di sconto. In entrambi i casi, 15% di royalties sulle copie vendute e 50% sui diritti ceduti a terzi.* Credete che sia una proposta affidabile? Io non ho esperienza nel campo, aiuto!
  10. arkadius

    Un Progetto Artistico Innovativo

    Sono felice che qualcuno sia ancora interessato a parlare di teatro! A cosa mi riferisco... Cechov ha scritto: Nell'uomo tutto deve essere bello, e i pensieri e il vestito e l'anima. Questo è lo scopo del teatro in cui lavoro. La forma varia, a seconda dell'opera che si mette in scena. Invece oggi andando a teatro per lo più vedi degli uomini in costume che dicono cose noiose. Oppure schermi ultramoderni o effetti sonori. La chiamano ricerca nell'ambito delle arti visive. Invece Cechov è bello anche senza schermi e senza costumi. Leggetelo o provate a rileggerlo. Nulla di noioso.
  11. arkadius

    Un Progetto Artistico Innovativo

    Grazie ancora dei consigli, che provvederò ad adottare. Che teatro faccio? Se conoscete Stanislavskij e avete sentito parlare o assistito a uno spettacolo di Anatolij Vassiilev allora potete farvi un idea. E' difficile da spiegare. Il racconto non rispecchia il mio lavoro, ma l'incubo di non poterlo esercitare perché nessun burocrate, nessuna istituzione lasceranno mai lo spazio a un'arte seria, ma libera e giocosa. Uno scrittore può almeno mostrare il suo manoscritto, ma un'attore può solo mostrare il suo spettacolo (se gli danno la possibilità di metterlo in scena). Grazie ancora.
  12. arkadius

    Tutto va come dovrebbe andare

    Vi ringrazio molto per le considerazioni, devo dire che non ho mai scritto nulla prima, anche se ho letto molto. E' venuto fuori tutto per caso e avevo bisogno di un parere da qualcuno che non fosse amico o nemico, per capire se ha qualche senso continuare a scrivere. Grazie ancora e buon lavoro.
  13. arkadius

    Tutto va come dovrebbe andare

    Enorme, questa città. La Capitale. La radio nazionale ha per slogan “Tutto andrà bene”. Era la prima frase che avevo sentito arrivando in questo paese. Già... Auguri, pensai. Sono già diversi mesi che vivo qui, ho trovato un ingaggio in uno dei teatri della città, eppure non sono ancora uscita da sola per le strade. I primi giorni tutto mi sembrava così enorme che anche arrivare al supermercato all’angolo della via risultava complicato. Ma allora non sapevo neppure leggere i cartelli delle strade o dei negozi. Ancora oggi non riesco ad avere una precisa comprensione della geografia del luogo e dei criteri architettonici, se così posso esprimermi. Da noi le case sono così minute, ammassate le une alle altre e in un colpo d’occhio puoi subito scorgere dove finisce il paese. Oggi è Domenica, e poi non è ancora così freddo da aver voglia di starsene tutto il giorno a casa. Mi decido. Esco. Abito in periferia. Qui i palazzi sono tutti molto alti e questo dà l’impressione che il cielo sia più profondo di quello che copriva la mia vecchia terra natia. Cammino senza cappello, perchè è una giornata di sole. Le donne tornano dal mercato e i vecchi siedono di fronte al chiosco di vendita della birra. Mi siedo su una panchina e i cani vengono subito ad annusarmi. Qui i cani sono oggetto dell’affetto generale. Si trova sempre qualcuno che disposto a raccontarti la storia del suo primo cane, come se si trattasse del suo primo amore. Mi sembra un segno di buon cuore e una ulteriore testimonianza a sfavore della mia terra natale. Sulla strada principale c’è una lunga fila di vecchiette che vende di tutto: calze di lana, lamponi colti stamattina nei boschi alla periferia della città, vecchi libri scolastci, fiori che non ho mai visto prima. Le vecchie vengono ogni giorno da fuori città per vendere tutte quella merce improvvisata e restano sulla strada fino a sera nella speranza di esaurirla tutta in giornata. Per questo i migliori affari si fanno poco prima del tramonto, quando le mercantesse sono disposte a calare il prezzo pur di non tornare a casa con le sporte piene. Sono seduta e mi sforzo di osservare, prendere nota di tutto quello che succede. Il tempo passa. Poi sulla panchina accanto alla mia si siede una ragazzina. Può avere circa 15 anni, ed ha lo sguardo doppio di una fanciulla e di una giovane donna. Tutto in lei è ordinato e pulito. I capelli ben pettinati, la borsetta dello stesso colore delle scarpe. E’ tranquilla, seduta col busto ben eretto sulla panchina, e guarda dritto davanti a se. Mi chiedo se quello che la ragazzina sta aspettando è il “fidanzato”. C’è un senso di semplicità e onestà nello sguardo di quella ragazza. Io non credo di averlo mai avuto, neanche da bambina. Una sicurezza in quegli occhi, che sembrano dire: tutto va come dovrebbe andare. Che paese, penso. Dopo pochi minuti accanto alla ragazzina si siede un altra ragazzina. Ed ecco due amiche sedute vicine che parlano sottovoce di cose (sembra) molto serie. Tutto va come dovrebbe andare. I vecchi continuano a bere e si raccontano l’un l’altro storie sul loro lavoro, i loro figli, le loro mogli e le amanti, reali o no. A volte qualcuno beve una birra di troppo e si accascia su una panchina, ma nessuno di quelli seduti vicino si allarma e il vecchio dopo aver dormicchiato un pò si alza e barcollando si dirige verso casa. Oggi è Domenica, ma so che il Lunedì si possono osservare gli uomini e le donne che vanno al lavoro. Tutti di corsa, nessuno guarda nessuno, le spalle si urtano lungo le strade, ma mai che qualcuno si volti a chiedere scusa o a sorridere. In generale qui le persone non pronunciano continuamente le parole grazie, prego, scusi e anche per favore non è una parola così abusata. Ma non è che non siano gentili. Guarda, mi dico, prova a capire. Un monaco con una scatola per le offerte è in piedi da ore di fronte alla stazione della metropolitana. Recita preghiere a voce alta guardando a terra e nessuno sembra ascoltarlo. I poliziotti giovani fanno il filo alle ragazze e quelli più vecchi si aggirano alla ricerca di quei malaccorti che bevono all’aria aperta. Donne appena uscite dal parrucchiere sfoggiano unghie molto, molto lunghe e colorate di rosso. Quest’anno va di moda l’azzurro e il violetto. Vedo una giovane donna che sorride alla fermata dell’autobus. L’autobus arriva. Ne scende un uomo con una birra in mano. Dall’andatura si capisce che non è la prima. La donna però è così piena della sua attesa, la sua gonna è evidentemente stata scelta per andare da qualche parte stasera, che non si accorge subito che l’uomo deve avere cambiato parere. Si avvicina sorridendo all’uomo e solo alla fine si rende conto della bottiglia. Vedo spegnersi il sorriso sul volto della donna mentre abbraccia l’uomo e si avviava con lui da qualche parte. A casa, bisogna credere. Le automobili sfrecciano sulla strada, la maggior parte sono vecchie e malandate ma fra queste a un certo punto passa una enorme, lunghissima limousine dai vetri oscurati. L’auto si ferma al semaforo. Proprio mentre le campane della chiesa smettono di suonare e il semaforo è ancora rosso, uno dei finestrini della limousine si abbassa rivelando l’interno della vettura dove siedono delle ragazze asiatiche evidentemente su di giri. Poi l’auto riparte, lasciando tutto il resto dell’ambiente invariato. Passa un signore con cappello, guanti, bastone e una barba così ben curata e occhi così intelligenti da sembrare uno scrittore del secolo scorso. Sono ancora qui sulla panchina a guardare tutto quello che succede e penso: come vorrei poter scrivere a qualcuno una lettera e metterci dentro tutta questa città. Scrivere di quella ragazza che mi aveva raccontato la sua storia. Era giovane giovane, carina ma aveva i denti storti. Mi disse che era venuta in città perchè voleva fare la ballerina. Disse che ballava bene, l’aveva imparato al suo paese, ma che la vita in città costava cara, doveva anche mandare dei soldi alla madre che non aveva potuto seguirla e per questo lavorava in un supermercato e i soldi non le bastavano per pagare l’operazione che le avrebbe potuto dare l’aspetto adatto al mestiere che sognava. Mi raccontò tutto questo con un sorriso che scopriva francamente i denti e con gli occhi dolci mi augurò: buona fortuna! Quando seppe che stavo per recitare il mio primo spettacolo in quella città. Non l’avevo più incontrata. C’era il mio vicino di casa, a cui tutti davano del tu perchè il Sabato e la Domenica beveva tutto quello che c’era nel frigorifero e poi bussava alle porte dei vicini in cerca di compagnia. Un giorno mi aveva offerto un hamburger ad un chiosco, io lo avevo abbracciato per scherzo e lui mi aveva detto: ho vergogna, sei così giovane. Mi ricordo un giovane poliziotto a cui avevo chiesto aiuto. Quando il giovane aveva saputo la mia nazionalità il suo volto di funzionario annoiato e severo aveva lasciato il posto a uno sguardo sognante: Come mi piacerebbe andarci una volta... Così mi aveva detto. A quelli del mio paese non piacciono queste storie e per quelli che vivono in città non c’è niente di nuovo in tutto questo. Futilità. Ma in questo momento mi sembra che siano proprio queste futilità il segreto che cerco di scoprire. Questo è un popolo particolare. Lui e la sua terra sono enormi, qui sono vissuti eroi, poeti, uomini geniali e anche dei pazzi famosi. Ma che cos’è questa terra, perchè è smisurata? Perchè sul suo suolo tutto è possibile, tutti convivono gli uni accanto agli altri e gli uomini accanto agli animali, gli alberi e i fiori, la Città enorme e i villaggi lontani e sperduti, le icone miracolose che da sole si manifestano sulle tavole di legno e le automobili lussuose e le bottiglie vuote che si accumulano ogni notte, i poveri e i ricchi, i buoni e i cattivi, tutti sono con tutti in misteriosa armonia. E questo salverà questo popolo, alla fine.
  14. arkadius

    Frammento.

    Bello. Perchè non racconti qualcosa di più personale e di meno poetico? La poesia verrebbe fuori da sola. Mi sembra che dentro il racconto ci sia più rabbia di quella che scrivi. Alla fin fine in un racconto non ci sono limiti, non come nella realtà.
  15. arkadius

    Un Progetto Artistico Innovativo

    Grzie per le indicazioni! Ecco il risultato dei vostri consigli, per chi è interessato. Sono una Direttrice di Teatro, una fra le tante. Il problema è che il teatro si chiama Teatro Ignoto Che Pur Deve Venire. Ecco, domani ancora un udienza. Non ho speranza, ma gli attori (meglio dire: gli uccellini) di cui sono responsabile hanno fame, freddo, e neanche una sala dove recitare. Ho spolverato già il costume d’ordinanza, vecchiotto ma ancora dignitoso. Il costume me l’hanno regalato loro. Amano il vecchio stile, nero e romantico, chi ha il coraggio di spiegargli le volgarità del mondo contemporaneo? In ogni caso il bagno l’ho fatto. Ora però sono io che non riesco a dormire. Annoto di seguito un piano di colloquio verosimile da utilizzare domani. Basta con le fantasie. Bisogna cominciare a fare delle proposte concrete e comprensibili. Mi sono sempre meravigliata del fatto che il pubblico ci comprende, anche se ride di noi, invece con i critici e con i funzionari abbiamo delle difficoltà di linguaggio. Ho intenzione di porre definitivamente rimedio a questo problema. “Buongiorno,Buongiorno, sono molto onorata di fare la sua conoscenza, Signor Direttore Ufficiale dei Piani Culturali della Città”. Nota Bene: a questo punto sei tu a dover porgere per prima la mano, e non ti aspettare minimamente un accenno di sorriso, il Direttore ha indossato ormai da tempo una espressione d’ordinanza che non si toglie dal volto nemmeno prima di andare a dormire. Dopo avere consegnato alla Maschera di Ferro i poveri documenti che testimoniano il nostro lavoro, mi siedo e comincio il monologo. Come mi chiamo? Oh, la ringrazio della domanda, io mi chiamo Una Sconosciuta. Esattamente Una. Sconosciuta. La mia storia è semplice e non sono sicura che attirrerà la sua attenzione, però gliela racconto lo stesso dato che lei se ne stà così in silenzio: sono ancora molto giovane e in quanto tale ho fatto in tempo a fuggire di casa prima che le gambe si facessero troppo pesanti. Ah! Ah! Ah! (Sono solo io quella che ride, ma mi serve come autoincoraggiamento). Ho molta esperienza nell’ambito della Direzione e Organizzazione di Piani Teatrali Irrealizzabili e mi occupo in permanenza della sezione Diminuzione dei Danni. Il Mostro Mascherato non risponde, non mi guarda, ma sempre più corrucciato esamina i fogli che gli ho consegnato. Continuo. Sono qui a parlare con lei perchè sono la più qualificata fra i miei colleghi ad occuparmi di Pubbliche Relazioni. Mi spiego meglio, la nostra è una compagnia internazionale, i suoi membri hanno le più diverse usanze e tradizioni, c’è chi parla russo, chi tedesco, chi francese, chi italiano, chi inglese, ma tutti insieme abbiamo trovato un unica forma di comunicazione fondata sul concetto di: Affermazione della Verità senza mezzi termini. Fra tutti i membri della compagnia io sono la più debole nell’uso di questo linguaggio data la mia lunga permanenza in un paese di gentiluomini e gentili signore, per questo mi ritrovo ad essere la figura più adatta a parlare con lei. Sono giunta da poco tempo nella sua famosa e antica città e come ogni forestiero beneducato mi sono recata a visitare le vostre attrazioni. Ho apprezzato il moderno e l’antico e la loro originale fusione (!). La nostra Compagnia è onorata del vostro invito a rappresentare nella vostra città i nostri spettacoli! A questo punto l’Illustre Direttore mi guarderà spaventato e si chiederà: “Ma quando ho invitato questi pazzi?” io invece sfodererò un tranquillo e ingenuo sorriso e inizierò a mentire. Proprio così. Dalla prima all’ultima parola. Che altra scelta ho? Inizierò le menzogne affermando di essere figlia del famoso imprenditore estero Tal dei Tali, che la Città da tempo ha invitato presso di se perchè è in bancarotta, dirò che il caro papà mi ha girato l’invito e che sono venuta in incognito ma ho deciso di rivelare al solo Direttore la verità. A questo punto ho di fronte a me due possibilità di svolgimento della scena. La prima variante è che l’Illustre abbocchi all’amo. Bisogna avere fede. E poi tutto è possibile. Una volta, quando vivevo ancora nel paese del sole e del mare, me ne stavo seduta in metropolitana. A un certo punto si siede accanto a me un ubriaco che vuole chiacchierare, io però non ne ho nessuna intenzione e inizio a parlare in un’altra lingua. Bene, l’ubriaco si interessa, e alla fine lo convinco nella mia lingua d’origine di provenire da un lontanissimo e misterioso paese e che sto andando all’aeroporto per tornarmene definitivamente a casa! Non è vero che gli uomini siano cattivi e sospettosi, sono anzi per natura e pigrizia mentale portati a credere a quello che gli viene detto. Dunque, prima variante. A questo punto a recitare comincerà l’Illustre, offrendo questo e quello, per cominciare forse ci vorrebbe un cognac e qualche cioccolatino. E’ chiaro che siamo entrati nella zona denominata “dietro le quinte”, ovvero: il sogno di ogni cittadino. Io però continuo. Vede, la mia famiglia ci tiene a entrare in relazione con la vostra città e il vostro paese, e si sà che i padri hanno piacere di vedere la propria opera continuare nei figli e allora eccomi qua. Lei e io, caro Direttore abbiamo oggi la possibilità di compiere una rivoluzione culturale. Provate a ricordare il vostro esame di ammissione alla carica di burocrate sovrintendente ai piani culturali in ambito teatrale. Certamente in una delle domande del questionario era menzionato un certo sconosciuto: Stanislavskij. Ecco cosa sottindendeva il questionario ufficiale! Aprire un nuovo teatro! Basta con tutti quei vecchioni, artisti dei teatri stabili! Anzi, che dico! Io e lei non solo fonderemo un nuovo teatro ma ordineremo di chiudere tutti gli altri! Il Direttore suda freddo, è terrorizzato ma è ipnotizzato dall’odore di soldi che crede io stia emanando. Un proverbio russo dice: chi non avrà rischiato non berrà alla fine lo champagne, ma gli italiani dicono: siamo tutti sulla stessa barca. E ancora: una mano lava l’altra e tutte e due lavano il viso! Io e lei siamo queste due mani che faranno piazza pulita di tutto l’ordine esistente. E’ chiaro che abbiamo bisogno l’uno dell’altra: come potrebbe lei provvedere alla ripulitura di tutto l’enturage teatrale attuale senza la mia proposta? Il Teatro Ignoto Che Pur Deve Venire è proprio quello che ci vuole, caro Direttore. Gli abitanti della sua città avranno il privilegio di assistere all’apertura mondiale del teatro. Si tratta di un evento storico di proporzioni tali quali non se ne sono avute da almeno cento anni nell’ambito della nostra arte. Mi complimento con Lei. Il suo aiuto non resterà ignorato: il suo nome verrà pronunciato con rispetto da uno dei nostri attori ogni sera davanti al pubblico. Ecc. Ecc. L’importante qui è non smettere di parlare, andare a pranzo insieme all’Illustre e continuare ad accennare con discrezione al buon papà che attende oltre la frontiera. La prima variante ha innanzitutto il vantaggio di assicurare a me e ai miei colleghi un pasto caldo e una sala teatrale per un periodo variabile da una a tre settimane. Non bisogna sperare di più dalla fortuna. Recitare ogni sera! Dormire in un letto morbido e fare colazione al mattino! Forse si potrà persino aggiornare il reparto costumi della compagnia. Bisognerà stare attenti e in ogni caso anche se tutto continuerà a filare liscio sarà obbligatorio fuggire all’inizio della quarta settimana. La vita comoda finisce sempre per noi. Però quando inizio a vedere il tremore che si diffonde sul volto dei miei compagni, allora comprendo che è il momento di bussare alla porta di qualche Illustre. A volte bisogna riposare. Seconda variante. La conversazione fra me e l’Illustre è segretamente ascoltata dalla sua impeccabile segretaria, che non esita un istante a verificare la veridicità delle mie affermazioni e scoperta la mia falsa identità irrompe nella stanza gridando: “All’armi!”. “Ci aiuti!” Grido io di risposta gettandomi in ginocchio e con un rapido colpo di mano sciolgo il nodo dei capelli. Si sa che le attrici amano piangere, io non faccio eccezione alla regola. Tutto avviene in un secondo, basta rivedere dentro di me lo sguardo triste dei miei colleghi, la furia del regista, i copioni abbandonati e subito scorre un fiume di lacrime che nessuno può fermare. Fa un effetto spaventoso. Devo dire che la mia capacità di pianto non è inferiore alla mia capacità di riso e il numero “La Tortura dell’Illustre” potrebbe avere grande successo. Ma ora sono Direttrice di un Teatro serio. Per questo alle lacrime aggiungo contorcimenti, svenimenti reiterati e lamenti inconsulti. Cosa resta da fare ai due burocrati? Mi sollevano da terra, mi adagiano sul divano dello studio e spruzzano acqua sul mio viso infiammato. Io approfitto del momento per riprendere fiato e dò a vedere di essermi addormentata. I due figuri confabulano all’altro lato della stanza. Dopo cinque minuti rientro in scena. Ci aiuti! Ci aiuti! Pronuncio debolmente. Il Direttore si affretta al mio capezzale improvvisato e inizia sorridendo: sono tempi di crisi, non ci sono soldi e poi non si può fare così, sò che voi attori avete un carattere particolare ma qui siamo in un ufficio pubblico. Ci aiuti! Continuo a ripetere. Anche lei è un esere umano, le sarà capitato di leggere un libro e di ritrovare sul suo volto delle lacrime inattese, di camminare per la strada e di colpo vedersi sfilare davanti una giovane, bellissima donna che chissà perchè non è ne la sua amante ne tanto meno sua moglie e alla quale non ha avuto alcuna possibilità di avvicinarsi, avrà cantato da giovane sotto la doccia una canzone triste. Provi a ricordare e allora capirà perchè deve aiutarci. Stia tranquillo, non ne faremo parola con nessuno. Ci sono delle fabbriche abbandonate alla periferia della città, lo sò perchè lì si è rifugiata la nostra compagnia per il momento. Sia buono, non ci cacci via. Ci lasci stare lì, non mandi la polizia. Puliremo tutto da soli, ristruttureremo, renderemo l’ambiente luminoso, caldo ma discreto. Faccia finta di non accorgersene, quando le verranno a dire che la sera davanti agli edifici si radunano gruppi non identificati di persone. Quello è il nostro pubblico, venuto ad assistere allo spettacolo. Non si allarmi, non faremo pubblicità, non daremo scandalo. Nell’uomo tutto deve essere bello, e i vestiti e i pensieri e l’anima. Così la pensava Cechov, così la pensiamo noi. Questo è quello che faremo. Non si preoccupi, la bellezza non è rumorosa. È più facile chiedere ai poveri che ai ricchi, così sentenziò ancora Anton Pavlovic, ma lei ha qui oggi l’opportunità di smentirlo. Potrebbe trattarsi di un evento storico destinato a non ripetersi più per almeno altri cento o duecento anni. Che succede adesso? Adesso arriva il momento della cacciata. Le lacrime non possono vincere il metallo di cui è fatta la Maschera. Perchè? Provate a dimostrarmi il contrario. Per questo l’Illustre si allontana e nella stanza entra uno sconosciuto. Lo sconosciuto riveste il ruolo di Usciere. L’individuo ha un solo pensiero: scacciare la disturbatrice straniera. Devo dire che a questo punto dello spettacolo sono piuttosto stanca. Cosa fare con questo individuo? Adotto una nuova tecnica, l’insulto gustoso. Questa tecnica è nota a tutti, ne fanno uso anche attori non professionisti. Osservate con che gusto all’ufficio postale chi attende in fila da molto tempo insulta chi attende da minor tempo, chi attende da minor tempo insulta chi sta dietro lo sportello, chi stà dietro lo sportello insulta il collega alla sua destra, il collega alla sua destra insulta la vecchietta venuta a chiedere la pensione e così via fino all’arrivo dell’orario di chiusura dell’ufficio. E tutti sono contenti! Per questo anch’io mi concedo cinque minuti di felicità: a gola spiegata, a mezza voce, in una lingua, in un’altra lingua, insulto lo sconosciuto fino a entrare nella zona dell’ispirazione dove ogni giorno si creano a migliaia nuove ingiurie, anche quelle mute. Nel frattempo l’energumeno mi ha sollevato sulle spalle e mi ha condotto così lungo le scale fino all’ingresso secondario del Municipio. E lì con artistica eleganza egli mi getta via e io volo fino a terra. E’ giunto finalmente il momento di fumare una sigaretta, mi dico. Odio gli uffici pubblici.
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