Vai al contenuto

haze

Scrittore
  • Numero contenuti

    118
  • Iscritto

  • Ultima visita

Reputazione Forum

0 Neutrale

1 Seguace

Su haze

  • Rank
    Sostenitore

Informazioni Profilo

  • Provenienza
    Il culo della gallina

Visite recenti

Il blocco dei visitatori recenti è disabilitato e non viene mostrato ad altri utenti.

  1. haze

    Sarà che dentro piove

    si beh, è un racconto scrtitto per essere letto da appassionati di pesca sub. aguatare, sta per praticare l'aguato, che è una delle tecniche di pescasub, consiste nel muoversi al riparo delle roccie sul fondo fino adi incontrare un pesce, si spera. l'aspetto invece consiste ne restare appostati dietro ad un riparo in attesa del pesce. la speleotanologia è una presa in giro della pesca sub in tana, fatta di continui tuffi ad esplorare gli anfratti. cento dieci centimetri di arbalete in legno: l'arbalete è il nome del cosidetto fucile ad elastici, il legno perchè me ne sono costruito uno in legno, 110 è la misura equivalente all'elastico tirato al massimo. le castagnole sono quei pescetti marrone scuro piccolini che nuotano in branco a mezz'acqua, le perchie sono dei pesci marroncini che vicono tra le rocce, le donzelle sono quelle affusolate tutte colorate.. lo schienalino è un gilet piombato che serve per disptribuire la zavorra su tutto il corpo e non solo in cintura, a vantaggio di un maggiore equilibrio. altro?
  2. haze

    Sarà che dentro piove

    vi propongo un racconto, scritto nell'estate del 2005 per un concorso indetto da un forum di appassionati di pescasubacquea, vinsi il primo premio, un gran bel fucile monoscocca in carbonio. non è nulla di che come storia, ma ci sono dei passaggi divertenti e altri riflessivi che mi piacciono. Sarà che dentro piove Era un lunedì e fuori della finestra c’era qualcosa che cercava di somigliare alla primavera. Era anche l’alba ed io ero stanco. Avevo dormito poche ore nervose. La sera prima ero partito da Bologna tardi ed era l’una quando pagai il casello alla barriera di Roma nord. La sveglia continuava a gridare, impietosa come un mal di denti. Con Anna non andava già da tempo. A dirla tutta non era mai andata. Ma mettere la parola fine non è mai stata la mia specialità. E non lo sarà mai per continuare a dirla tutta. A Bologna c’ero andato con la solita noia ad accompagnare il motore. E quando ti annoia andare dalla tua donna c’è qualcosa che non và. Da Bologna ero ripartito tardi, dopo che la parola fine fu lei a scriverla. Per togliermi l’amaro della vita di bocca conosco un solo rimedio. Il Mare. Così dopo aver zittito l’asiatica carie digitale cominciai a buttare sul letto pinne, maschera e tutto l’armamentario che recuperavo dall’armadio del mio bilocale in original decadentismo style. Bilocale per il quale mi furtavano sei pezzi da cento dal mio già scarno stipendio da schiaccia tasti in biancolletto. Dal concreto disordine in cui si accatastò sul letto, trasferii tutto l’armamentario in un ordine puramente apparente dentro il borsone di cerata nera. Gli occhi ancora grumosi di sonno si arricciarono nella sottile luce azzurrina, un alba che scivolava sui muri dei palazzi arrivava fino all’asfalto della strada. Montai in macchina e tutto il resto fu noia, maledetta noia, ottanta chilometri per l’esattezza. Qualcuno si potrebbe chiedere come mai abitando a Tasoi, cittadina dell’interland romano affacciata sul mare, mi faccio ottanta chilometri per andare a pescare. La risposta è semplice: la foce del Tevere. E sinceramente su questo argomento non vorrei spendere altre parole. Era quasi toscana e già giorno quando ormeggiai la spugna (parcheggiai la macchina). C’era bassa marea, vento da terra, mare piatto. Appena infilata la faccia in acqua vidi branchi di piccoli pesci nuotare tranquilli. Non c’era una cavolo di niente a libero, lo capii subito. Ma anziché dedicarmi alla speleotanologia decisi di tentare lo stesso con la pesca al libero. Di continuare ad aggirarmi pateticamente tra uno scoglio ed un altro con centodiecicentimetridiarbaleteinlegno! Grandi risate tra i branchi di castagnole. “ma guarda sto pivello” avranno commentato quelle abbonate a pescasub da più tempo. “chi glielo spiega che non è stagione per i capodogli” avranno aggiunto le più spiritose. Mentre le piccole e dispettose mi venivano a nuotare proprio a due centimetri dal vetro della maschera. Ma a me piace pescare così, sarà perché non mi adeguo ne in mare ne nella vita che resto spesso a bocca asciutta, sarà. Aguatavo nervoso nel basso fondo e ogni tanto mi sorprendevo in un aspetto pensieroso. Di tanto in tanto le perchie mi fissavano perplesse mentre le donzelle si divertivano a schioccarmi la coda in faccia. E nuvole di castagnole a celare quel sole che credevo splendere su di un viale o davanti ad un colle. In mezzo ai rovi o tra le stelle non fa differenza se ti piove dentro. E cerchi un posto asciutto dove rincuorarti un po’, ed è strano forse ma io quel posto lo trovo in mare. Respirazione lenta, occhi chiusi, muscoli sciolti, i pensieri via. Scivola prima il busto, poi una gamba, poi l’altra, richiami al fianco l’arbalete. Ti distacchi. Lasci la banchina. Cadi. Non sei più nessuno. Non hai più ruoli da rivestire. Facciate da esibire. Vergogne da celare. Cadi senza farti male. In quale altro luogo è possibile? E prima di risalire tocchi il fondo. Arrivai al disotto di quei pochi metri di acqua e decisi di trovarmi un posticino carino da dove guardare il mio mondo salato. Un masso, colorato di alghe, sporgeva dal fondo. Da li avrei potuto controllare un ampio angolo senza essere visto. Scivolai sul fondo fino a raggiungerlo. Mi nascosi dietro. Feci presa con le gambe su un altra piccola sporgenza del fondale afferrandola tra le ginocchia. La risacca era minima ma un onda poco più grande delle altre, magari di qualche barca che passava, sarebbe bastata per farmi perdere quella staticità che fa dell’aspetto una disciplina mentale prima che venatoria. Trovata la posizione protesi il braccio in avanti, lunghissimo. Quattro erano le articolazioni lanciate in avanti: spalla, gomito, polso e la più importante, quella che i terrestri non hanno: l’articolazione mano-impugnatura. A vedermi sembravo proprio uno bravo. A vedermi avreste detto: “questo sa il fatto suo”. A vedermi ero proprio figo. Muta liscia mimetica, maschera mimetica, arbalete in legno, pinne in fibra. . . mimetiche anch’esse, avevo pure il costume mimetico. A vedermi ero proprio mimetico. A vedermi forse fu solo uno scorfano. Appoggiato sullo scoglio dietro cui ero mimetico di brutto. Era li, tranquillo. Mi fissava con occhio apatico. Era li appollaiato sul suo bello scoglietto a godersi il primo sole e si è visto arrivare un esaltato paramilitare con in mano un metro abbondante di mogano lamellare. Non si era scomposto minimamente. “son troppo piccolo per 'sto matto. Poi guarda che occhiaie, è già tanto se non mi si infilza sul groppone”e magari per essere più tranquillo una sculettata di cinque centimetri l’aveva fatta. Mi fissava come si fissano i turisti tedeschi che appena sbarcati da qualche carlinga proveniente da Francoforte stramazzano bianchi sulle spiagge, in pieno agosto, a mezzogiorno. “Tedeschi a pranzo braciole umane a merenda” diceva mia nonna quando ero piccolo. “ma dove cacchio vai a fare lo scemo” sembrava volermi dire “ma non lo vedi che a libero non gira nulla oggi?” e aveva ragione, lo sapevo. “e poi vestito così, ma non lo sai che il vero mimetismo è quello acustico? Ma non lo leggi ‘pescasub’? sembri un rospo sembri, pure la panza c’hai. Poi a st’ora di mattina...ma non ti piace dormire? Vabeh che ti sei lasciato con la tipa di Bologna, ma se ti ubriacavi non ti divertivi di più? Soprattutto non mi venivi a rompere l’anima a me, e leva quella facciona che mi copri il sole!” e se ne andò via, lasciandomi li come un cretino. Ormai non avevo più la concentrazione per continuare l’aspetto. Era stato sopratutto il fatto che aveva chiamato ‘tipa di Bologna’ Anna a farmi passare la voglia. Tornai su. Devo essere sincero, tra pensieri e sonno se anche mi fosse passato davanti un tonno avrei potuto non accorgermene. Ad un certo punto un cefalo di tre o quattro etti ci aveva pure provato a farsi ammazzare, ma lento come un bradipo lo devo avere annoiato e se ne era andato via lasciandosi dietro un “bah!” di bolle. La cinta dei piombi appoggiata su quattro ore di macchina più un'altra ora non era il massimo per la mia lombalgia, che fedele mi segue ovunque. Anche in mare. E lo schienalino non voleva saperne di stare dove doveva stare. Me lo ritrovavo fra capo e collo dopo ogni sommozzata. Doveva essersi allentata la cinghietta, o qualcosa el genere. Non avevo per nulla voglia di controllare o di risolvere il problema. Non è il mio forte risolvere i problemi, soprattutto se sono I Miei Problemi. Non girava davvero nulla, erano passate quasi due ore da quando avevo messo il muso in acqua. E quando i problemi non sono superficiali te li ritrovi anche sul fondo. Insomma la terapia acqua e sale non stava dando i suoi frutti. La corrente in poppa mi aveva per giunta fatto fare più strada del solito, e tanta me ne toccava per rientrare. E la corrente me la sarei trovata contro. Ma di mare si sa, non ne ho mai abbastanza. La roccia del promontorio era come un pugno piantato nel mare. Una bestemmia nera ad incrostare un cielo blu. Le pareti portavano ancora i segni dello strappo che divise i continenti. E mi sentivo come loro, un brandello perso, strappato a metà. Ed era in quell’angolo di terra strappata, che cercavo di lavarmi l’anima da quel velo di malinconia livida che mi accompagna, a volte, nell’andar per mare. Un tuffo e poi un’altro. Un agguato e un aspetto. Una discesa più fonda solo per sentirmi libero. Arrivai sotto al faro. Parete verticale fessurata, e quindici metri più sotto lastroni di granito. Respiro. Sono calmo. I miei muscoli si rilassano. Non ho pensieri. Non ho corpo. Sono acqua acqua acqua acqua acqua. . . E scivolo giù. È cosi che succede. Non sono io che scendo, ma il mio corpo che si lascia affondare. Arrivai sul fondo e quindici metri addosso si sentono. Troppo piombo per giunta. Se sgancio la cintura mi resta attaccata allo schienalino. Avevo fatto la cavolata. Ormai c’ero, e nello sbaglio ci sguazzo bene. Cercai un posto per nascondermi. Un bel lastrone si alzava più degli altri, era perfetto. Mi avvicinai strusciando sul fondo a causa del troppo peso. Facevo rumore e non andava bene. Ero affaticato e non andava bene. Ero troppo stanco per ragionare lucidamente e non andava bene. Ero a quindici metri senza poter mollare la zavorra in fretta e andava peggio. Non avevo nessuno che mi controllasse in superficie e andava molto peggio. Un rumore conosciuto mi riportò dov’ero. Avevo sbattuto col fucile sul lastrone. Sei un fenomeno. L’urto, il rumore, qualcosa di bianco e piccolo che si ritira sotto la lastra di roccia bianca. C’è sempre un momento in cui mi fermo e mi chiedo ‘ma sarà saggio affacciarsi a vedere?’. È quell'attimo di dubbio che assale i protagonisti dei film dell’orrore quando sono circa a metà delle scale che portano nella cantina da cui provengono quelle strane voci. E io alla fine, come i protagonisti di quei film, non do mai retta all’istinto. La cosa bianca e piccola era la classica punta di iceberg. Era lo specchietto per le allodole. Era l’esca sull’amo. Era il simpatico inizio di una mezz’ora di caos. Era la bocca di un maledettissimo gronco. E io adoro il sapore della loro carne maledizione. Su ogni manuale di pesca si legge che bisogna sparare in testa al gronco, tirarlo fuori quanto basta per piantargli il coltello dietro la testa e aspettare che muoia prima di estrarlo del tutto. Così facendo il caro lettore potrà evitare combattimenti che nemmeno Giulio Verne avrebbe potuto immaginare. Si ma quando hai due atmosfere e mezzo che ti premono sui polmoni e sai che a salire su ce ne vuole con tutto quel piombo. E soprattutto quando di quel serpentone ricoperto di grasso vedi solo i labbroni pallidi, che fai? Suoni il campanello e millantando una raccomandata “scusi dovrebbe scendere per firmare”. Spari nel buco e amen. Ecco che fai. Poi fissi il nylon ad uno sperone di roccia e cerchi di arrampicarti fino in superficie prima che il mondo diventi conico nero pieno di stelline. Perlomeno io feci così. Dopo essere uscito dall’acqua fino alla cintola ed essermi aspirato qualche metro cubo di aria desiderai non essere li. O, perlomeno, di non aver fatto quello che avevo fatto. Cioè aver sparato ad un gronco a quindici metri sfatto di sonno e di stanchezza. Quindici metri sotto il mio stupido culone c’era un bastone di mogano legato ad un asta di acciaio infilata in un gronco piantato in una tana. Ah, dimenticavo: il secondo fucile era nell’armadio a muro del mio schifido bilocale. Legge di Murphy vecchi miei. La cara e santa legge di Murphy. Ok, il da farsi era questo. Recuperare fiato, rilasamento, discesa. Poi, attaccare il moschettone della sagola della boa al fucile, tenere con una mano l’asta e con l’altra liberare il nylon. Tirare fuori la testa del malcapitato gronco e finirlo alla svelta. Tornare su e recuperare il tutto dalla superficie. Facile no? Ecco allora la prossima volta andateci voi! All’inizio andò tutto bene. Per la precisione fino a quando provai a tirargli fuori la testa . Si perché non solo non voleva saperne, ma cominciò pure a ruotare su se stesso rendendo improbabile la mia ‘ferrea’ presa sull’asta. Dovevo proprio averlo infilzato colpendo tutti i punti insignificanti del suo corpo. L’asta mi stava scivolando tra le mani, e una volta che se la fosse tirata dentro a sufficienza potevo dire addio al pesce. E non è bello lasciare un pesce ferito agonizzare in una tana. Ormai due mani ci stavano strette su quel mozzicone di asta che era rimasta fuori. Con la destra feci quello che non si deve mai fare. Afferrai il nylon dell’asta e me lo girai tre volte attorno al palmo. Immaginate la scena: il mio braccio destro che si infila nel buco tirato da quel pitone subacqueo, le spire di nylon costrictor che serrano duro, e nessuno spazio per infilare l’altra mano con il coltello che portavo sull’avambraccio sinistro e che comunque non avrei potuto prendere. Per questo ora lo porto in cinta in un punto raggiungibile da entrambe le mani. Afferrai la mano destra con la sinistra. Puntai le ginocchia sul fondo. E tirai di nuovo fuori gran parte dell’asta che ormai era bella curva. I negozianti di articoli per la pesca subacquea devono amare i gronchi, noti piega aste. Agguantai l’asta e visto che di aria non ce n’era poi più tanta nei miei polmoni tirai di brutto. Era come un meccanismo oleo pneumatico che si distende. Una resistenza gommosa, densa, costante. Quando furono usciti due terzi di asta iniziai a vedere il bianco del muso. E ci mancò davvero poco. Ci macò veramente poco. Quando vidi quella testona bianca e cattiva quasi mollai l’asta. Sembrava la testa di un agnellino. Ma cattiva. Ero davvero al limite con l’aria. Troppo al limite. Dovevo tirarlo fuori e finirlo. Altrimenti sarei dovuto ridiscendere e ricominciare di nuovo. Diedi una tirata decisa e la testa, quella testa cosi incredibile uscì. Uscì troppo! Mentre davo l’ultimo strappo la resistenza cessò all’improvviso e quasi mi diedi un cazzotto in bocca. Oltre alla testa del serpentone uscirono anche una trentina di centimetri del corpo. Poi quaranta, poi. . . oh cacchio! aveva deciso di sorprendermi. E ci stava riuscendo. Stava uscendo dalla tana. Mollai tutto lì e iniziai a scalare i metri d’acqua che dividevano il mio ultimo respiro dal prossimo. Da quello di cui cominciavo ad avere seriamente bisogno. Forse fu per la carenza di ossigeno ma presi un’altra insana decisione. Tirai su: sagola della boa, fucile, nylon, asta. . . . . mostro. Beh, non controllai l’orologio, ma vi assicuro che ci mise davvero poco a fare un unico, immenso groviglio di tutto. Nel giro di pochi secondi ogni centimetro di sagola e di nylon erano perfettamente e inestricabilmente aggrovigliati con asta e fucile, e ovviamente: gronco. E non era soddisfatto. Continuava a contorcersi a dimenarsi, e a mordere indistintamente acqua legno metallo. Le mie dita no, che li in mezzo non avevo coraggio di metterle. Per estraniarmi iniziai con il mio mantra preferito “sei un imbecille sei un imbecille sei un imbecille ... Mi ero arrampicato su uno scoglio. La stanchezza, il poco riposo, avevo freddo e mi sentivo debole. Volevo prendere un po’ di sole per scaldarmi. Guardavo il mare, perennemente in moto. Le sue onde, come dita cercano di conquistare la solida stabilità della terra. Cercano di aggrapparsi ad un qualcosa che nemmeno conoscono. E continua scivolargli. Sabbia tra dita di acqua. Scosso dal vento, placato da un’altro, come sussurri di donna. Il mare è quanto di più simile ad un uomo ci sia. Ed io fui assalito dal mare. Sotto di me, galleggiava la boa. E appena sotto la superficie vedevo il gronco. Appeso. La pancia bianca. La ferita rosea su un fianco. Le corte pinne pettorali allargate venivano spinte in alto dal moto ondoso. La bocca leggermente socchiusa e lo sguardo verso l’alto, verso quell’elicottero galleggiante sulla superficie, su quello che per lui era stato il cielo. Mi venne in mente la scena madre di platoon. Quella in cui il sergente corre verso gli elicotteri, ma la barbarie lo raggiunge schiacciandolo a terra. E in quel momento leva le braccia verso quel cielo di sabbia rossa che gli scivola via. FINE
  3. haze

    Tutto il mondo è paese

    lo av evo letto tempo fa cercando tuoi lavori, è davvero esilarante e ispirato, bravissima...
  4. haze

    Mozambico missing

    partendo dal presupposto che non è un racconto ma un episodio, o un frammento. un racconto ha una trama compiuta, o nel caso della prosa letteraria si basa sul simbolismo. questo non è ne l'uno ne l'altro. la presa diretta, il racconto dal punto di vista del protagonista che si muove al presente non è mai facile, anzi è molto difficile. ma per assurdo molti lo usano pensando il contrario. in realtà tende a dare una sensazione troppo artificiosa in chi legge. sembra strano ma la narrazione al passato da una sensazione più coinvolgente del presente. il tuo brano vista la tematica importante, meriterebbe una forma più estesa e una forma compiuta. comunque qui non è un posto dove esporre i propri lavori. è un laboratorio in cui sottoporli al giudizio e alle critiche degli altri. ciò che scrivi nel tuo secondo intervento mi fa venire in mente la tipica frase: scrivo per me stesso e non per gli altri. ma se uno scrive per se stesso allora non le dovrebbe pubblicare, mentre se le vuole pubbicare deve anche tenere in considerazione i lettori che dedicano del loro tempo per leggere.
  5. brava sid e brava annina!
  6. Finale col botto. Ho solo quattordici minuti per raccontarvi questa storia, per cui mi scuserete se sarò conciso e poco chiaro. Ma il chiasso in questo studio televisivo non è certo quello che ci vuole per raccontare una storia. Tutto è successo il mese scorso. Tutto è successo per causa di mi a moglie. Siamo sposati da quasi 25 anni. Abbiamo superato da poco la cinquantina e i nostri due figli sono entrambi all’università. Non siamo certo gente ricca ma il negozio di scarpe che mio padre mi lasciò funziona ancora bene, e insomma non ce la passiamo male. Tra poco la trasmissione inizierà. È la prima volta che vado in televisione e sono molto emozionato. È stato per mia moglie che mi sono convinto a scrivere a Delitto & Castigo, si proprio quella trasmissione che funziona come un tribunale con il giudice e la giuria e tutto il resto. Quello che racconterò è di come mia moglie un mese fa è voluta andare a fare una vacanza, con sua sorella maggiore mi disse. Una crociera. Mia cognata è zitella, figurarsi, con quel carattere chi se la sposava. Beh insomma mia moglie se ne esce che è stressata, che fare la donna di casa è snervante e poco appagante, e tutte quelle storie che oggigiorno raccontano le donne. Insomma alla fine mi dico 'ma si', me la tolgo dalle scatole un paio di settimane, i ragazzi sono fuori per l’università. Insomma mi faccio due settimane di vacanza pure io. Così le do’ i soldi, lei pensa a organizzarsi il tutto con la sorella e partono. Fin qui tutto bene penserete. E lo pensavo anche io. Ma un giorno, dopo una settimana e mezzo che era partita, vado a prelevare i soldi al bancomat e mi ritrovo con la scheda bloccata. Telefono alla filiale per avere spiegazioni e beh, non ci crederete come non ci ho creduto io, il conto cointestato con mia moglie era a zero, zero tondo. E mi dicono che era stato fatto un prelievo da una loro filiale di Milano e che era stato prelevato tutto. Era stata mia moglie. Altro che crociera, altro che sorella, quella non sapeva nulla di nulla. Mi fu subito tutto chiaro. Quell’ingrata si era fatta l’amante. La scusa della crociera era solo per andarsene tranquillamente e fare il colpaccio quando fosse stata lontana da Roma. La maledetta non era certo una bella donna, ma ancora piacente si. Ero alla disperazione. Senza più tutti i nostri risparmi. Che non saranno stati una gran cifra ma io sono prossimo alla pensione assieme alla vendita del negozio, ci avrebbero assicurato una bella vecchiaia. Ma in fondo i dubbi su mia moglie si rivelarono infondati. Non mi aveva tradito con un altro. Peggio. Mi aveva tradito con l’idea distorta che lei aveva di me! Giorni dopo il fatto del bancomat sento suonare alla porta. Non avevo detto a nessuno della cosa. Speravo che mia moglie si rendesse conto di quello che stava facendo e tornasse da me. E tornò. Andai ad aprire la porta speranzoso, e le speranze rimbalzarono e tornarono indietro colpendomi come uno schiaffo. Rimbalzarono come sulla gomma. Mi colpirono in faccia e il dolore fu tale che non poteva essere un incubo. Rimbalzarono come sul silicone. Non era un incubo ed ero sveglio. Davanti mi ritrovai una specie di essere mitologico, con il corpo di mia moglie e la faccia di Valeria Marini, o forse il contrario, o entrambe le cose. Mi stanno per venire a prendere per mettermi davanti alle telecamere. Sono emozionato, è la prima volta che vado in televisione. E racconterò al giudice di Delitto & Castigo che mia moglie con la scusa della crociera è andata in una clinica di Milano e si è trasformata in un clone di scarto di Valeria Marini. Ci era andata solo per rifarsi le tette e tirarsi la faccia, ma si fece prendere dall’entusiasmo e pensò che quello che avrebbe reso felice la mia vecchiaia sarebbe stato avere accanto una bambolona gonfiata simil Valeria Marini. E poco importava se quel lavoro mal riuscito le è costato tutti i nostri risparmi e ora deve andare due volte a settimana in camera iperbarica per scongiurare il rischio di infezioni. Dopo tutta quella serie di interventi fatti in due settimane non si può pretendere troppo. Ecco l’assistente di studio, io vado, del resto dopo tutti quei soldi spesi è il minimo. Spero che il Giudice dia ragione a me e costringa la Porno Movie a risarcirci per aver fatto esplodere la tetta sinistra di mia moglie durante le riprese del film “Le porno avventure di Valeria Marina”, del resto in qualche modo devo rientrare dell’investimento, sono un commerciante ve l’ho detto.
  7. haze

    Una donna non dimentica.

    beh quelle di cui parlo sonop più specifiche, ad esempio: vendetta vendetta tramandata di famiglia in famiglia inseguimento disastro rivolta enigma adulterio rapimento imprudenza fatale adulterio con omicidio ostacoli all'amore rimorso uccisione di una persona amata ecc. ne parla Ronald B. Tobias nel suo I temi e le strategie, dove consiglia la lettura di un libro interamente dedicato alle 36 trame possibili, ma non ho ritrovato il titolo e comunque non so se è tradotto e disponibile in italiano.
  8. haze

    Una donna non dimentica.

    beh non credo che andiamo fuori topic. innanzitutto non parlavo di stile, che è quella cosa che caratterizza un artista da un'altro, ad esempio la differenza di stile è quella emersa nel pezzo che mi sono permesso di riscrivere. quella che rende differente l'esecuzione di uno stesso brano da parte di due musicisti. le regole grammaticale sono sicuramente la base, senza sarebbe come suonare con uno strumento scordato. ma le regole di cui parlo,molto flessibili e plasmabili, riguardano la struttura, la trama,l'intreccio. qualsiasi musica suoni rispettereai sempre le regole melodiche e armoniche. certo puoi decidere di suonare musica dodecafonica o sperimentale. ma per sovvertire o infrangere delle regle le devi prima conoscere. picasso creò il cubismo dopo anni di studi di arte canonica. allo stesso modo si può scrivere senza trama e intreccio. ovviamente sarà un qualcosa molto di nicchia dedicato ad un pubblico ristretto. il vecchio chinaski lo ricordo poco, lessi solo alcune cose anni addietro. ma dicerto è una lettura per pochi. ma non ne parlo oltre perchè non ricordo nulla di ciò che lessi di suo. mi permetto di contestare l'affermazione sul "patto con il lettore", quello lo hai stipulato nel momento in cui hai deciso di pubblicare il tuo lavoro. ora se tu scrivessi senza trama e intreccio, analizzando solo l'aniomo del personaggio, o addirittura facendo prosa sperimentale comunque sia rispetteresti il patto perchè si capirebbe dall'inizio che cosa si sta per leggere. ma nel tuo racconto hai usato una trama delle più classiche e usate, l'adulterio con omicidio, la stessa che ho usato in due racconti che ho pubblicato qui sul forum, leo l'invisibile e my fuzzy valentine. facendolo hai creato delle aspettative nel lettore, che non possono essere esaurite solo dallo stile, ma dallo sviluppo dell'intreccio, poi sta all'abilità dell'autore svilupparlo in modo originale e non banale, e tu ci sei riuscita facendo accadere che la traditrice uccida il proprio amante e non in modo banale come in l'invisibile leo, dove il tradito uccide l'amante della propria donna, o dove gli amanti ammazzano il marito. anche se questi due sviluppi possono essere straordinariamente realizzati se ci si sa fare, ad esempio consiglio la visione del film "the illusionist". qello che mi permetto di criticare nel tuo racconto, è lo stesso che critico nel mio Dolci bolle di sapone, pubblicato per l'ultimo contest terminato. ovvero che il finale a sorpresa piove giù dal cielo di punto in bianco senza premesse. cioè si capisce che è stato piazzato li apposta per stupirema è una ""finzione finta"" che non funziona, verrebbe definito come errore da principianti, ma non vorrei che questo termine venisse frainteso come poco rispettoso, del resto me ne accuso in prima persona. gli elementi non vanno "spiattellati" o gettati in faccia come dici tu, devono essere sottili, sfuggevoli, ma ci devono essere. indipendentemente che sia un giallo o meno, mi ci devi portare al finale, non farmici trovare davanti di punto in bianco. tanto per rispondere a chi potrebbe dire che non esistono regole schemi strutture ecc, e che tutto nasce dall'ispirazione del momento, faccio presente che analizzando tutte le storie scritte dall'antichità ad oggi si è arrivati alla conclusione che esistono solo 36 possibili trame, e se vi sembrano poche c'è da dire che almeno una decina di queste non vengono più utilizzate da secoli inquanto non più accettabili nella nostra società inquanto trattano di rapporti tra divinità e umani, e altre sono state utilizzate raramente nei tempi moderni, il che ci porta ad avere poco più di 20 possibili trame. ovvero nessuno si inventa nulla, ma possiamo solo dare interpretazioni originali e questo non riguarda solo le opere commerciali ma anche le grandi opere entrate nella storia. a menochè non si faccia sperimentazione ovviamente. non ricordo chi affermò che in un opera letteraria il 30% è ispirazione, mentre il restantye 70% è mestiere, ovvero tecnica. consiglio a tutti di leggere dei libri di scrittura creativa per aprendere il mestiere con cui dare una solida base alla propria ispirazione. personalmente consigli sicuramente on writing di stephen king, ma ancora di più i manuali di scrittura deleditrice nord se ancora li pubblica, si tratta di 7 libri ognuno dei quali analizza un aspetto della scrittura. saludos e besos.
  9. haze

    Una donna non dimentica.

    ego, hai centrato il motivo percui i dialoghi non funzionano: perchè sono riportati tali e quali dalla realtà. ma tu non stai facendo cronaca,stai bensì facendo narrativa, ovvero fiction. Una replica della realtà. Ma per funzionare deve seguire le sue leggi, e non quelledella vita reale. Una conversazione reale si basa su tante cose che nella narrativa manca, ad esempio in questo caso manca una approfondita conoscenza psicologica della ragazza, ne abbiamo dei tratti vaghi come è normale in un racconto breve. non abbiamo i toni di voce, non abbiamo le reazioni emotive interiori, non abbiamo tanti elementi, percui un dialogo reale, assurdamente diventa poco reale nella finzione della narrativa. in'oltre nella narrativa le cose non possono succedere per caso. se io mi alzo una mattina e trovo la staffa di una mensola che si sta schiodando dal muro amen, prendo nota e la riparerò. ma se in un racconto il mio personaggio alzandosi dal letto mette in evidenza agli occhi del lettore che una mensola si sta schiodando dal muro, apro uno degli anelli che costituiscono la catena degli eventi narrativi, e entro la fine della storia dovrò averli chiusi tutti, quindi quellamensola mezza schiodata dovrà avere un qualche ruolo che giustifichi il fatto della sua esistenza. questo per spiegare come nella vita reale suiccedono tante cose casuali e insignificanti, mentre nella narrativa nulla è lasciato al caso, tutto ha un perchè. l'omicidio deciso all'ultimo momento va benone, ma non può essere il finale, può essere lo snodo da cui la storia prende una svolta improvvisa che condurrà al finale. l'evento che genererà altri fatti. ma se deve essere il finale, me lo devi preparare prima, devi creare una strada che porti a quel punto, e quando il lettore ci arriva deve avere la sensazione che effettivamente non poteva che essere quello il punto di arrivo, che in effetti c'erano gli elementi per arrivarci da solo ma tu autore sei stata brava ad essere un passo avanti a lui. se anche si tratta di una decisione presa sul momento da parte della protagonista ci dovrebbe essere un lavoro di preparazione dietro, ad esempio lei potrebbe essere diabetica e avere dietro una siringa di insulina che fa la sua comparsa all'inizio del racconto. altrimenti sarà il solito colpo di scena buttato li di punto in bianco, che purtroppo lascia delusi. ci dici che questo voleva essere uno sfogo. ma alora perchè non lo hai lasciato ta le pagine del tuo diario? perchè lo hai proposto, chiedendoci di leggerlo, e commentarlo? non frainterndermi l'ho fatto volentieri anch eperchè hai uno stile piacevole da leggere. ma credo sia importante ribadire che quando si scrive per essere letti, si stipula un accordo con i lettori, che deve essere rispettato. se tu chiedi ad una persona di dedicare il proprio tempo libero, e sappiamo tutti quanto sia prezioso il tempo libero in questo mondo frenetico, a leggere una tua storia, gli devi far viver euna storia, non proporgli uno sfogo o una cronaca di una tua relazione. purtroppo qualle che per noi sono esperienze fondamentali della nostra vita passata, potrebbero non esserlo affatto per gli altri. scrivere di cose che si conoscono è essenziale per creare un qualcosa di valido, partire da esperienze personali, o da fatti accadutici va bene, ma buisogna costruirci sopra una trama, con un intreccio, con dialoghi verosimili, con uno stile appropriato; bisogna rispettare il patto con il lettore. è un peccato che tu non voglia lavorarci sopra, ha uno sviluppo di trama molto interessante.
  10. haze

    Una donna non dimentica.

    allura. la trama è molto bella, il classico adulterio con omicidio sviluppato in modo originale dove l'adultera uccide l'amante e non il "marito", con il quale anzi continua a stare. va secondo me sviluppato meglio in alcuni punti dove descrivi le cose anziche mostrarcele attreverso le azioni. ti faccio un esempio: ci descrivi, ci esponi quello che è successo. ma funziona meglio quando le cose le "mostri" atraverso delle azioni senza enunciarle. rimanendo sull'esempio: ehmm...vabeh mi sono lasciato prendere, comunque il concetto era di non dire che lei è tornata con paolo stabilmente, ma mostrarlo attreverso delle scene o delle azioni come lui che guarda la tv sul divano mentre le i è al pc. un'altra cosa che andrebbe rivista sono i dialoghi, come ti hanno fatto notare non fuinzionano perfettamente, non fluiscono come dovrebero. un po' troppo sbrigativo dopo 4 anni che non si sentono, lei accetta immediatamente. non spiegarci dichiarandolo che lui è a roma, lasciacelo scoprire atraverso il dialogo.questo ti permetterebbe anche di allungare di più la conversazione rendendola più verosimile. ma la cosa che assolutamente non mi ha convinto è il modo in cui si arriva al finale. me lo devi anticipare senza famrmelo capire. devi lasciare qualche briciola di pane lungo il racconto come una pista. sopratutto quello che non mi ha convinto è che da un lato sembra una cosa premeditata, dall'altra una cosa nata sul momento e lasciata a l caso di aver trovato il siringone nelle scatole di stefano. la cosa deve essere premeditata per esserci una trama, ese non c'è trama diventa un episodio non un racconto. per essere premeditata me lo devi far capire. ad esempio è un bell'inizio quello che hai usato, lei che arriva al risptirante e popi torna indietro spiegandoci l'antefatto. ma non l'hai sfruttato appieno. prima di raccontarmi conme si è arrivati al fatto che lei stia andando in un ristorante mi devi far venire la curiosità di sapere tutto quello che è successo, e il solo fato che una stia per arrivare al ristorante non me la fa venire sta curiosità. quando dice " sono qui per il mio grande amore" potresti aggiungere "per mettere il punto e andare a capo, dopo 5 anni di tormenti" o meglio " per arrestare il flusso della pulsante passione che ha segnato gli ultimi 5 anni" anticipanddo in qualche modo il fatto che stefanino creperà di infarto. magari anche una piccola anticipazione sull'arma del delitto, che ora non mi viene. appropostito dell'arma del delitto, non va. o meglio la siringata di aria ci sta. ma non che la trova nelle scatole di stefano e non una siringa da cavallo. un rapresentante di solito gira con i cataloghi e non con i campioni. se ha dei campioni sono dei prodotti principali, non certo di una siringa da cavalli che saranno tutte uguali e un veterinario sa già come sono fatte. ma sopratutto centrare la carotide alla cieca con un siringone da cavallo, nemmeno peter green di ER ci riuscirebbe. poi si perde del tutto la premeditazione, lei non sapeva ne che stefano era falsamente in giro per lavoro fino a che non glielo ha detto lui al ristorante, ne poteva essere certa di trovare un siringone ammesso che glielo avesse detto per telefono. cosa che ti consiglio di far accadere nella seconda stesura, perchè sapendolo prima la nostra amica avrebbe modo di preparare anche l'alibi. quindi la siringa se la porta da casa, mentre stefi scende per fare pipì le se la nasconde dietro la schiena. mentre trombano le vene di lui si gonfiano sul collo diventando ben evidenti e lei abracciandolo appassionatamente lo siringa. ovviamente si deve capire che nasconde qualcosa dietro lasschiena ma non cosa. il fatto che a lui si gonfino le vene del colo lo potresti anticipare quando parli dell'inizio della storia tra loro, magari tri particolari che lei amava di lui. bella la cosa delle chiavi della macchina e di chiuderlo dentro mentre schiatta. ma gari alterna la scena di lui che tira le quoia con i pensieri di lei che si sente liberata di un peso a mano a mano che lo vede morire. oviamente la beccheranno subito dai tabulati telefonici e vedrasnno che il cellulare di lui è stato a roma. ma chi se ne frega, la storia è un'altra. merita una revisione questo racconto.
  11. haze

    61° CONTEST - SILICONE, CHE PASSIONE!

    certo solo tre pagine.....comunque iscritto....
  12. complimenti a panbox!! beh grande capo, grazie per il tifo ma sopratutto per lo spudorato. e al mio ego per la recensione!
  13. Dolci bolle di sapone. Correggio, Istituto cattolico malattie mentali. E così lei è venuto fin qui, dopo tutti questi anni, per chiedermi che sapore ha il sangue umano? Beh, mi dispiace se la deluderò, ma non l’ho mai assaggiato. E neanche la carne umana ho mai assaggiato se è questo che sta per chiedermi. Sono state scritte un sacco di sciocchezze durante il processo. E anche negli anni a seguire. Il sangue lo usavo solo per fare liquore e dolcetti per le mie amiche e per le clienti, il resto del corpo lo facevo bollire nella soda caustica. Ne facevo sapone. Sa erano anni duri quelli e dovevo tirare avanti la famiglia in qualche modo. In che senso dall’inizio? Vuole che le racconti della prima persona che ho ucciso o del vero inizio?Beh, è passato più di un secolo. Si si, più di un secolo. Sono nata esattamente nel 1893 e il prossimo novembre compirò centodiciassette anni. Sembra incredibile che alla mia età sia ancora cosi lucida, eppure è cosi. Sono una strega e mi chiamo Leonarda Cianciulli. Porto il cognome del’uomo che stuprò mia madre e la tenne nascosta per due mesi in una grotta. Sono figlia di uno stupro avvenuto oltre un secolo fa. Ma erano altri tempi e quel balordo dopo aver ingravidato mia madre se la sposò per cavarsela ed evitare il carcere. Mia madre mi ha sempre odiato, come se fossi stata io a violentarla. Quando mio padre morì continuò ad odiarmi. Come? Ah si si è vero. Ho cercato di uccidermi da bambina. Quattro volte. Le prime due impiccandomi. Ma uno dei miei fratelli riuscì a salvarmi la prima volta, mentre la seconda la corda si è rotta e ho sbattuto il culo per terra. Poi ho provato a soffocarmi ingoiando le stecche del busto di mia madre e infine ho mangiato dei vetri ma nemmeno così sono riuscita a morire. E cos’altro vuole sapere su mia madre? L’ultima volta che la vidi fu il giorno del mio matrimonio. Mi maledisse. Disse che i figli che avrei avuto con quell’uomo sarebbero tutti morti. Non so perché l’odiasse tanto. Ma credo che mia madre fosse una strega e aveva visto che razza di porco era. Pochi mesi dopo il matrimonio era già un ubriacone. Tornava la sera tardi sbronzo e mi prendeva con la forza. Di sicuro la maledizione di mia madre ebbe i suoi effetti. Da quel porco fui messa incinta ben 17 volte, anche se non tutte le volte credo che sia stato lui a mettermi incinta. Beh sa, erano anni duri e con un marito ubriacone mi dovevo arrangiare. Tredici dei miei figli nacquero morti e solo gli ultimi quattro sono sopravvissuti. Fu dopo la nascita di Giuseppe, il mio primo figlio sopravvissuto, che iniziai a fare la strega. E le clienti non mi mancavano. Gran parte delle paesane venivano a farsi fare le carte. Volevano pozioni per i mariti. Fatture contro le loro rivali. Amavano credere di poter migliorare il proprio futuro rovinando quello di qualcun’altro. Mio marito fu il primo che uccisi. Poco dopo la nascita del Biagio. No no, quelli del processo non lo scoprirono mai. E io di certo non avevo intenzione di aiutarli. Si convinsero che mi aveva abbandonata ed era scomparso per la sua strada come tanti ubriaconi. Avevo partorito da poco il mio diciassettesimo figlio e quel maiale non voleva aspettare nemmeno che mi riprendessi. Una sera tornò sbronzo come al solito, mi afferro per la vita e cerco di buttarmi a terra. Voleva prendermi sul pavimento in cucina, come le bestie. Ma era cosi sbronzo che cadde sbattendo la testa e perse i sensi. Già da tempo ero decisa a fare il mio primo sacrificio umano, per scacciare definitivamente la maledizione di mia madre. Per mettere al sicuro la vita dei miei unici quattro figli sopravvissuti. Così trascinai quel maiale nella stalla e lo legai per i piedi alla corda che usavamo per squartare il maiale. Lo tirai su e dopo avergli messo un secchio sotto al collo lo sgozzai. Avevo letto che si faceva così su alcuni libri che mi ero procurata. Non si meravigli, nonostante mia madre sono andata a scuola e ho preso la terza elementare. So leggere e scrivere. All’inizio fù difficile leggere quei libri, ma col tempo divenni brava e ne lessi parecchi. Si certo. Fu il corpo di quel maiale che usai la prima volta per fare del sapone col grasso e dei dolci con il sangue. Ai miei figli Giuseppe, Norma, Biagio e Bernardo dissi che loro padre era scappato e ci aveva lasciati. Erano piccoli ancora e ci cedettero. E credo che fu infondo un sollievo per loro non avere più quel mostro di padre. Quella notte stessa feci a pezzi il suo corpo con la scure per spaccare la legna misi a bollire una pentola con acqua e soda caustica. Quel balordo era cosi consumato dal vino che di sapone ne venne pochissimo. E il sangue era cosi acido che dovetti mettere il doppio dello zucchero nei dolci che feci. Ma piacquero alle donne che venivano a farsi fare le carte. E anche il sapone puliva bene. Dodici, ho ucciso dodici persone. Ma quelli del processo ne scoprirono solo otto. Furono lo stesso sufficienti per rinchiudermi tutta la vita in questo posto. Dopo mio marito toccò ad una vecchia idiota. Aveva più di settanta anni e ancora cercava un uomo che la sposasse. Veniva quasi tutte le settimane a farsi fare le carte e a prendere amuleti e pozioni magiche. Credo che sia stata proprio lei la prima ad assaggiare i miei dolcetti fatti col sangue. Non aveva amiche e anche i parenti erano tutti in altri paesi. Era una donna sola e nessuno l’avrebbe cercata. Almeno per un bel po’. Le feci credere che le avevo trovato un marito. Le dissi che un uomo che viveva in un'altra provincia era disposto a sposarla, che era benestante e un gran signore insomma. La poveretta ci cadde come una stupida. La convinsi a non dire nulla a nessuno per non suscitare invidia e non correre il rischio che qualcuno le facesse una jattura. Il giorno che avevamo stabilito per la sua partenza si presentò con una ridicola valigia a fiorellini e con le lettere scritte per i parenti, per tranquillizzarli. L’acqua nella pentola già bolliva mentre le offrivo il caffè. I dolcetti erano finiti già da tempo. Con lei fu più facile, era leggera e le sue ossa cedettero subito sotto i colpi della scure. Anche da le i il sapone fu poco ma i dolci erano migliori. Che ne facevo delle ossa? Ah beh quelle non erano un problema. I maiali mangiano tutto. Così quello che avanzava dal fare il sapone lo facevo a pezzi con la mazza e lo buttavo nel pastone. I denti erano il problema. Li ricacavano sani sani. Cosi mi toccava raccoglierli nella merda e non sapendo che farne li spargevo nel bosco. Beh gli altri sacrifici furono fatti con altre donne sole, di solito vecchie. Gente di passaggio. Vagabondi, ecco perché non li scoprirono tutti. I dolci erano sempre più richiesti, e anche il sapone veniva bene. Feci anche del liquore di sangue, bastava mischiarlo allo zucchero e a dell’acqua e aspettare che fermentasse. Lo chiamavo sangue di diavolo. Anche il maggiore dei miei figli lo amava bere. Ma non volevo che diventasse un ubriacone come suo padre, quel dannato, così non gliene facevo trovare in giro. Avevo messo su proprio un bel commercio quando arrivai al 12 sacrificio. L’ultimo. Quello per cui mi scoprirono. Si esatto, mi riferisco proprio alla cantante lirica. A quella fallita di cantante lirica. Mi mancavano solo due sacrifici, ma non trovavo nessuno e mi feci prendere dalla fretta. C’era questa ex cantante lirica. Una culona che non faceva che rimpiangere il suo passato. Quando era acclamata e apprezzata. Quando gli uomini importanti facevano a gare per portarsela a letto. Voleva tornare ad esibirsi ma da quando era stata scoperta ad andare a letto con il vescovo di Bologna anni prima le si erano chiuse tutte le porte, nessuno la faceva più lavorare. Le raccontai che conoscevo un tizio importante a Firenze. Il direttore di un importante teatro e che cercava una segretaria. La convinsi che era la sua occasione, se si fosse fatta assumere e magari fosse stata carina con lui avrebbe di certo potuto tornare ad esibirsi. E quella culona ci cadde. Come con la prima le dissi di non dire nulla a nessuno e di preparare delle lettere che avrei spedito per conto suo. Mi feci anche fare la delega per vendere le sue cose e le dissi che le avrei spedito i soldi a Firenze. L’acqua bolliva e tutto andò come al solito. Da quella culona tirai fuori molto sapone che faceva davvero una bella schiuma e anche i dolci e il liquore vennero deliziosi. Era davvero una donna dolce. Ma non aveva fatto come le avevo detto. Ed è stata tutta colpa sua se mi scoprirono. Perché quella culona aveva avvertito una sua amica che sarebbe andata a Firenze. Le disse anche che l’avrebbe chiamata non appena si fosse sistemata. E così quella maledetta, Albertina si chiamava, non avendo sue notizie dopo un mese venne a casa mia a curiosare. Ma io non c’ero quel giorno, altrimenti sarebbe finita nel pentolone, sarebbe stato il 13 sacrificio. I miei figli sarebbero stati finalmente salvi. Un sacrifico per ognuno di quelli usciti morti dal mio corpo. Una vita per ognuna delle loro. Ma la maledizione di mia madre fu più potente. Lei era una strega più potente di me. Cosa? Certo che fu la maledizione di mia madre a far accadere tutto. Fu per la maledizione lanciata da mia madre il giorno del mio matrimonio che i miei quattro figli sopravvissuti morirono. Quella maledetta Albertina venne a casa mia perché sapeva che quella culona della sua amica doveva andare a Firenze dal direttore che le avevo fatto conoscere io. Voleva avere informazioni, voleva sapere se avevo sue notizie, se sapevo che fine aveva fatto. Lo sapevo si che fine aveva fatto. E glielo avrei spiegato bene anche a lei. Ma quel giorno in casa io non c’ero ero andata in paese a vendere il sapone al droghiere. In casa c’erano i miei tre figli più piccoli e Giuseppe che studiava a Milano ma era tornato per qualche giorno. Avevo regalato a Giuseppe una spilla , un quadrifoglio di smeraldi che portava quella culona il giorno che venne da me. Quella sgualdrina della sua amica lo riconobbe subito e cercò di farselo ridare. Pensava che Giuseppe glielo aveva rubato. Ma Giuseppe non sapeva nulla e nemmeno i miei figli. Lei cercò di strappare la spilla dalla camicia di mio figlio che la respinse, ma perse l’equilibrio e cadde. E lei pensa che la maledizione di mia madre non centra nulla? Che tutto sia frutto del caso, che io sia una pazza per aver ucciso dodici persone? Per avere fatto sapone con il loro grasso, dolci con il loro sangue, dato in pasto i loro resti ai porci? Un solo sacrificio, mi mancava un solo sacrifico e tutto sarebbe finito! La maledizione spezzata! L’anima di mia madre maledetta per l’eternità! Dio? Cosa centra Dio? Anche lei è uno di quegli idioti che pensano che Dio ci ama e ci protegge come un amorevole padre? Mettetevi in testa che noi a Dio non piacciamo. Non ci ama. Per lui noi siamo solo bestie chiuse in un recito. Ci osserva mentre ci scanniamo a vicenda. Adora vederci soffrire e compiere atti orribili. Se è vero che ci ha creato a sua immagine e somiglianza allora anche lui gode della violenza e del dolore altrui ed è nella nostra orrida immagine riflessa che si compiace. Che cos’altro ci si può aspettare da chi ha mandato al massacro il proprio figlio? Beh ora mi ha proprio stancato. Quello che è successo lo sanno tutti. Non sono i fatti ma le cause che dovrebbero interessarla se fosse un giornalista serio. Quante coincidenze se fosse stato tutto frutto del caso. La maledizione di mia madre. Questa è la causa. Se quella sgualdrina piombò in casa mia proprio mentre mio figlio stava risalendo dalla cantina. Se mentre lottava con quella maledetta aveva ancora la lampada a petrolio in mano. Se cadendo la lampada si ruppe e schizzò petrolio infiammato. Addosso ai suoi vestiti. Accendendolo come una torcia e con lui il pavimento di legno e le tende e il fuoco e il godere di Dio nel vedere l’ennesimo Cristo massacrato dai suoi figli prediletti e le fiamme che in breve avvolsero la casa e consumarono in una sola unica vampa maledetta i miei quattro figli sopravvissuti. Quante sono queste coincidenze per essere tutto solo frutto del caso? La maledizione. Mia madre stuprata da mio padre. Io figlia di una violenza condannata a seppellire tutti i miei figli. E solo quella puttana che riesce a salvarsi dall’incendio. A raccontare della spilla alla polizia. E i denti della cantante ancora mischiati alla merda dei maiali. Tutto per impedirmi di fare quell’ultimo tredicesimo sacrificio che avrebbe salvato i mie quattro angeli. No. Basta con le sue stupide domande. Voglio tornare nella mia camera. Se ne vada. E lasci in pace i miei figli, se anche non sono riuscita a salvare i quattro nati vivi, sono riuscita a donare a tutti e diciassette la pace per le loro anime. Ci sono voluti anni per riuscirci ed è per questo che sono vissuta così a lungo. Ci sono voluti anni, si, ma ora ho finito. Le loro anime sono in pace. Lei se ne vada, è stata l’ultima volta che ho parlato di quello che è accaduto tanti anni fa. Se ne vada, ma prima passi in cucina e si faccia dare dalla suora un vassoio con un po’ di dolci da portare via. Sono buoni, li faccio io, con le mie mani. FINE
  14. complimenti a tutti gli scrittosi, io purtroppo annuncio il mio ritiro. troppo poco tempo per me, mi dispiace.
  15. haze

    60° CONTEST - LA SAPONIFICATRICE DI CORREGGIO

    wow il grande capo in persona!
×