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- J. K. Lancaster -

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  1. - J. K. Lancaster -

    Frammento tratto dal mio libro

    La mia vuole essere un'opera tra il moralistico, l'umoristico, il magico e il rocambolesco. Non sono sicuramente generi che piacciono a tutti: il lettore tipo non esiste, grazie al cielo. In ogni caso, trovo parecchio utili tutte le tue critiche, mi piace il tuo modo di sviscerare i testi. Insomma, apprezzo il tuo modo di fare e se una volta ti strappo un 'mi piace', reputerò di aver fatto un buon lavoro. Grazie.
  2. - J. K. Lancaster -

    Frammento tratto dal mio libro

    Panbox, come ho detto, e come deve risultare dalla sezione in cui è stato postato il testo, questo è solo un frammento. Molto di quello che ti è parso criticabile, penso sia dovuto al fatto che non conosci quanto è avvenuto prima (nei due libri precedenti a quello da cui il frammento è stato tratto). Cominciamo! Pendraii si trova in una palude: lo sa! E sa anche che la palude si chiama Acquitrino Anfibio. Quello che al bambino sfugge è in che parte della palude si trova precisamente, considerato che quando è stato travolto dall'uragano sapeva in che punto dell'immenso pantano si trovava. L'autore onnisciente non va bene? Non mi è chiaro il perché, onestamente. Quanto a '[...] divisi si perisce [...]' sono sì parole dell'autore, come lo sono del resto tutte le espressioni moralistiche/umoristiche contenute nel libro, e non capisco dove sia il problema. I pensieri, le 'parole' dei personaggi sono ingabbiate nella 'voce' del narratore, i loro sentimenti sono sì descritti in maniera scarna, ma solo perché non è materia che io prediligo, non trovandola troppo funzionale alla narrazione: mi basta tratteggiare qualche sensazione, magari approfondita in precedenza, e via scrivendo la storia, senza indugiare sulla 'psicologia'. Insomma, perché dovrei appesantire un libro con frasi del tipo 'Palpitava il suo cuore... aveva paura, una paura nera che lo attanagliava... una morsa nel petto... si guardava convulsamente intorno in cerca di chi aveva perduto; la solitudine lo atterriva, la disperazione lo rendeva impacciato perfino nei pensieri...' No, onestamente non è nel mio stile, se posso sostenere di averne uno. Ora, arriviamo all'anatrone. Un bambino solo, impaurito, che non per forza di cose deve mettersi a piangere (e Malanga la chiama!), che cosa fa? Si incuriosisce alla prima occasione. La famigerata curiosità dei bambini che quasi si scordano del pericolo pur di saziarla. O almeno, da piccolo ero così io! Allora un anatrone gli va incontro e lui istintivamente lo accarezza... non è roba da bambini? Quando piange, o è disperato, un bambino che fa? Se gli presenti un cane, un gatto, un coniglio... sai che fa? Singhiozza di meno, si calma, e accarezza l'animale. Suppongo sia umano. I perché segue il cigno te l'ho scritto: Pendraii ha avuto a che fare con fate cannibali e aquile parlanti. Un cigno che capisce gli esseri umani dovrebbe risultargli forse impossibile? Allora tira dietro quello con la speranza che sappia dov'è chi ha perduto. Quanto al resto, non so... non mi sento di contestarti, perché sei giustamente un mio lettore che non ha trovato credibile il personaggio, che non se n'è affezionato. Per questo, debbo alzare le mani. L'errore è stato mio. Ti ringrazio per il commento. Mi è stato utile veramente. Sicuramente tenterò di migliorare la credibilità dei dialoghi (anche quelli irretiti dalla dialettica del narratore... che racconta la storia come a prendere in giro tutto e tutti). Con il dovuto rispetto, J. K. L.
  3. - J. K. Lancaster -

    Frammento tratto dal mio libro

    Premessa - Siamo in una palude. Pendraii Pendragon, bambino co-protagonista dei miei libri, ha perduto la sua storica compagna di viaggio: Malanga. Non mi interessa giudichiate la trama, impossibile da scorgere in un così breve pezzo. Desidero tuttavia vi affaccendiate a criticarne la struttura grammaticale e sintattica, se necessario... e soprattutto vorrei mi diceste se vi desta interesse leggere. Tenete presente che il mio è un libro per bambini, una sorta di lunga fiaba tra il comico, il grottesco, il fantastico. *** Pendraii riaprì gli occhi. L'aveva scosso un brivido dovuto al freddo. In effetti, era mezzo immerso nel fango gelato, con un gruppetto di ranocchi appollaiato sul capo. Allungò le dita delle mani, chiuse e spalancò più volte i palmi nella speranza di trovarsi accanto la sua Malanga. Ma niente: afferrava solo melma e rami secchi. Dell'amica non c'era traccia alcuna. «Dove ti sei cacciata? E dove mi sono cacciato io, poi?» biascicò lui. La furia della tromba d'aria li aveva separati e spinti chissà dove, in mezzo alla fitta vegetazione dell'Acquitrino Anfibio. Forse non erano troppo distanti l'uno dall'altra, ma non si sarebbero mai ritrovati nel labirinto di canneti altissimi e schiere di rovi pungenti. Sembrava quasi che quel posto fosse vivo e giocasse a tenerli lontani, a evitare che tornassero di nuovo insieme. Se infatti l'unione fa la forza, divisi si perisce; questo lo spirito della palude lo sapeva bene. «Malanga!» strillò il bambino, scrollando la testa per liberarsi di quei fastidiosi anfibi e rimettendosi in piedi a fatica; il fango gli arrivava alla vita. Sentì qualcosa di viscido insinuarsi nei pantaloni e punzecchiargli le cosce: era solo una biscia curiosa che però non lo morse e subito se ne allontanò, lasciandolo alla sua disperazione. Altre creature gli si avvicinarono: trote, salamandre, rospi, libellule, moscerini. Ma presto o tardi quelli smettevano di interessarsene e di nuovo lo abbandonavano. Fece eccezione solamente uno strano pennuto. Improvvisamente un grosso cigno sbucò da dietro un muro di canne e lo raggiunse muovendosi lentamente sull'acqua torbida. Per quanto il giovane mago conoscesse i cigni, avendone visti spesso disegnati sulle copertine di certi libri di sua madre, all'inizio fu un po' scettico circa l'uccello che gli stava venendo incontro (laddove 'scettico' qui significa 'indeciso se credere o meno al fatto che si trovasse davanti proprio un cigno, e non un'anatra sgraziata'). Aveva sì un lungo collo e il becco della forma e del colore di quello tipico dei cigni, ma tutto il resto pareva sbagliato. Le piume, anziché bianche, erano grigie come la pelliccia dei topi. Intorno agli occhi si allargavano due cerchi più scuri, come se qualcuno in vena di scherzi gli avesse disegnato delle occhiaie col pennarello. Le ali, ripiegate lungo i fianchi grassi, erano sproporzionate rispetto al corpo: troppo piccole, tanto che chiunque avrebbe messo in discussione la capacità di volare di quell'animale. Quando fu alla portata del suo braccio, Pendraii gli accarezzò il dorso. L'uccello non se ne allarmò e si lasciò toccare. Era quella l'ennesima differenza, un'altra diversità rispetto ai cigni comuni, bestie belle quanto aggressive, che beccano forte chiunque s'arrischi a sfiorarle. «Hai visto la mia Malanga? Poco più alta di me, capelli come la paglia, occhi chiari e...» fece il piccoletto. S'interruppe di botto, resosi conto del fatto che quella creatura non avrebbe mai potuto comprenderlo. «Oh, non importa». Dopo che fu sazio delle coccole del bambino, il Brutto Cigno gli prese il cardigan nel becco e lo strattonò un poco. Voleva lo seguisse, forse? Voleva portarlo da Malanga? Una fantasia venne in mente a Pendraii, così non oppose resistenza e, arrancando nella melma densa, si mise dietro l'animale con la segreta speranza che l'avrebbe condotto dalla sua amica perduta. In fondo, di cose bizzarre ce n'erano tante al mondo, e un cigno capace di capire gli esseri umani poteva esistere, così come esistevano aquile parlanti e fate cannibali. Traversarono un bel pezzo di palude, districandosi fra i platani e i salici, passando in mezzo ai giunchi e stando attenti a non finire nelle siepi spinose che di tanto in tanto sbarravano il passaggio. Durante il tragitto, Pendraii non smetteva di guardarsi bene intorno, attento ad ogni suono, ad ogni movimento. Così una rana che si tuffava nel fango, un pesce che balzava fuori dall'acqua, un ramo secco che si schiantava, era Malanga. E il poveretto, speranzoso, esclamava: «Malanga! Sei tu? Fatti viva, ti prego». Ma ogni volta non c'era risposta, nessuna bambina poco più alta di lui, dai capelli come la paglia e gli occhi chiari spuntava fuori e correva ad abbracciarlo.
  4. - J. K. Lancaster -

    Intro- capitolo zero

    Amaro come il fiele, forte come una martellata, direbbe Lemony Snicket, e dico io! Uno stile duro, dove le parolacce non storpiano, non storcono i musi, sono legittime. S questo è un prologo, attendo il resto, perché raccoglie l'attenzione del lettore, lo esalta al punto di voler continuare la lettura, qualunque cosa sia scritta nel seguito. Non credo ci siano errori di grammatica e sintassi, non credo di doverti redarguire circa il ritmo: è perfetto, quello. Musicale come i colpi di un badile che ritmicamente batte contro un tamburo sgangherato. Aspro, ma non cacofonico, elegante, pur essendo ribelle. Complimenti. Con il dovuto rispetto, J. K. L.
  5. - J. K. Lancaster -

    QUANDO L'AMORE - Oreste De Maio

    Un libro scritto quando ancora l'autore non sapeva bene che fosse l'amore. A seguire il link per l'eventuale acquisto on-line: http://www.arduinosacco.it/catalogo/ind ... 6&genere=3
  6. - J. K. Lancaster -

    Un'altra fine

    Effettivamente non deve succedere un accidente da capo a fine. Questo è solo un racconto-frammento di una storia che potrebbe essere fin troppo lunga... io mio errore, e ti ringrazio per avermelo presentato, sta nel fatto che quanto si legge è un'accozzaglia di dialoghi, ciascuno preso e messo là in ordine cronologico. Ho solo cercato di riassumere il senso della storia... ovviamente non riuscendoci. In ogni caso, grazie pure a te per aver pazientato nel leggere e commentare.
  7. - J. K. Lancaster -

    Un'altra fine

    Comprendo perfettamente la delusione delle tue aspettative, ma devo anche dire, e forse devi riconoscerlo, che sei un lettore esageratamente esigente. Desolato di non poter essere all'altezza delle tue pretese. Quanto al tuo editing, l'ho molto apprezzato... tuttavia devo dire: se non ho usato virgolette uncinate è perché su questo computer non ho la possibilità di inserirle velocemente... quanto poi ai trattini, la parte sinistra (dalla quale i trattini non risultano) è stata copia-incollata male. Non cerco di giustificarmi, non ne avrei interesse e sarebbe poco costruttivo per me... sto solo spiegandomi. A proposito, in particolare, del sangue e della violenza con cui avrebbe dovuto finire la storia... nel rispetto di quanto avevo promesso, sono desolato: non funziona sempre così... e spesso una fine senza altro che un 'ciao' e qualche parolaccia è anche più violenta di una badilata sullo scroto. Questo, ovviamente, è un pensiero mio. Dovrei compiacere il lettore, certo... ma devo anche rispettare il mio stile e la mia filosofia personale. Ti ringrazio, in ogni caso... il tuo sviscerare le storie è utilissimo per certi aspetti, perciò spero veramente in un tuo nuovo commento a un mio nuovo post. Con il dovuto rispetto, J. K. L.
  8. - J. K. Lancaster -

    Un'altra fine

    No, chiedo scusa. Non intendevo assolutamente deridere Bradipo... ho solo trovato un po' eccentriche alcune sue uscite... sebbene debba convenire con lui/lei sulla questione delle statistiche. Per il resto, temo di non riuscire ad applicare i suggerimenti celati nelle sue critiche. Ciò non significa che non gli sono grato per aver commentato tanto pazientemente il mio post. Mi sono già espresso in ringraziamenti.
  9. - J. K. Lancaster -

    Un'altra fine

    ahahahahahahahahahaha... grazie per i tuoi esilaranti commenti, bradipo. Li prenderò seriamente in considerazione.
  10. - J. K. Lancaster -

    Un'altra fine

    Stavo con uno, una volta. Era niente male: bei capelli, bella faccia, occhi belli, belle mani, un culo proprio bello e, tutto sommato, un bel corpo. Si chiamava Owen, un nome da agnello. Aveva anche un bel cervello. Non fumava, non beveva, non si drogava. Ma mangiava troppa cioccolata. Pare quasi di stare a parlare d'un morto: troppi verbi messi al passato. Ma no, Owen non è morto. Esiste ancora. Il fatto è che sono dell'opinione che chiunque esca definitivamente dalla nostra vita, non si merita nessun tempo presente. Owen, allora, non è. Era. - Ti va di bere un caffè insieme? - mi chiese Owen, quando ancora non sapevo si chiamasse così. Non ha importanza dove ci trovavamo, quando e come e perché ci eravamo trovati lì. Quel che conta è giusto il fatto che a nessuno dei due andava di restarci. Perciò ce ne andammo, insieme. Potreste immaginare il seguito: la storia è molto simile a una di quelle leziose commedie in cui sembra che l'amore alla fine trionferà, ed effettivamente alla fine trionfa. Ma no, questa storia, almeno sul finale, non somiglia nemmeno lontanamente a un film d'amore. I protagonisti non si giurano eterna fedeltà. Si lasciano. E non lo fanno nel più pacifico dei modi, non lo fanno per i motivi più ovvi e più ricorrenti nelle coppie che scoppiano. - Ti è capitato di desiderarmi, ultimamente? - feci io. - No, amore. No, purtroppo... sai, il nuovo lavoro... e questo inverno che diventa giorno per giorno più deprimente... - - Quindi è colpa del maltempo? È il cielo nuvoloso di dicembre che ti fa smettere di desiderarmi? - - In pratica, sì. Ma non è colpa tua, davvero! - Mangiò un biscotto. Non toccò il caffè che gli avevo ordinato. Allora cominciai a pensare che il caffè non gli era mai piaciuto, e nemmeno io. - Sei stato entusiasta all'idea di vedermi, oggi? - chiesi sempre io. - No - - Sempre colpa del nuovo lavoro, e di questa pioggia del cazzo, immagino - - Ma certo! Ti voglio sempre un gran bene, però - - Ah. ma non eravamo rimasti col proposito di amarci? - - Ecco... - - Mi ami, Owen? È una domanda semplice: meno ci pensi, più sicura sarà la risposta... - - No. Non credo di amarti - - Da quanto? - - Da qualche giorno, penso... ma prima sì. Prima ti amavo, sicuro! - Mi ero ripromesso che sarei stato forte nel caso fosse successa una cosa simile. Avevo giurato che non sarei esploso, che sarei restato calmo come il cielo in primavera. Ma era inverno, accidenti! E il cielo vomitava una pioggia fitta e gelata, e c'era un vento che avrebbe sradicato un palazzo. - Dovevo capirlo che non mi volevi. Da quando ti sei inventato tutte quelle fottute scuse per non restare più solo con me, a casa. Temevi ti scopassi contro la tua volontà? Ti costava tanto dirmi fin da subito che a fottere con me non ci hai mai provato gusto? - - Solo, non volevo ferirti... - - Quelli come te mi feriscono solo a guardarli. Quelli che non sono chiari, che non hanno mai le palle di dirti 'scusa, non mi piaci abbastanza'! - - Ehi! Io ti sto parlando a cuore aperto, dolcezza. Non ti scaldare - - Sì. Vaffanculo, tesoro! Un bel grosso, grasso vaffanculo a te. Ciao - Non aspettai che aggiungesse qualcosa. Mi conosco: sarei rimasto ad ascoltarlo finché non avremmo trovato un compromesso, un modo per restare insieme pur sapendo che a lui non interessavo sotto un mucchio di punti di vista. Allora me ne andai. Ecco, la storia è finita. Non perché lui amasse qualcun altro, o perché io l'avevo ferito in qualche modo. Non mi amava, e non perché il suo cuore era ancora di un ex, o perché sua madre era una puttana a cui io non andavo a genio. La storia è finita perché a scopare non ero il massimo, perché voleva facessi tutto io. Ma così dove va a farsi fottere la reciprocità? E soprattutto: perché non dichiararle subito certe pretese? Così si scaricano al cesso mesi e anni, un gran casino di tempo che forse avrei potuto trascorrere senza tormentarmi la notte con una ricorrente domanda: 'perché non mi vuole?'
  11. - J. K. Lancaster -

    quando tutto ebbe inizio

    Non è ben chiaro, se questo è un in inizio, da cosa ha inizio. Mi spiego: leggendo ho avuto l'impressione che il pezzo, sebbene spacciato per il principio di qualcosa, sia piuttosto il prosieguo di un altro inizio, dove vengono spiegate un po' di cose, tipo: perché i prendi-sole erano già innervosito, per esserlo ancora di più poi? Esempio banale, me ne rendo conto... ma, non so... al tutto manca qualcosa e (questo è solo un mio parere) se intendi spiegare tutto dopo, forse sarai già in ritardo: il lettore sarà già troppo confuso per voler continuare. La sintassi mi pare buona, ma io di solito non mi permetto di esprimermi al riguardo. Quanto a grammatica, mi pare tu sia stata accorta, e in effetti hai uno stile anche parecchio fluido: questo è un bel punto a tuo favore! Per il resto, mi sono già espresso. Spero di non esserti sembrato troppo contorto o troppo minuzioso, o troppo rompiscatole. Mi cimentavo solo in una critica, abbastanza razionale. In ogni caso: migliorati! E non ti servono altri libri da leggere per migliorarti. Nel tuo caso, forse, hai solo bisogno di rendere più nitida la storia nella tua testa e di pensare più al tuo lettore, a rendergli chiaro il senso della narrazione. Con il dovuto rispetto, J. K. L.
  12. - J. K. Lancaster -

    La fata

    Venne una fata dal reame di tutte le fate. Venne a questo mondo per sistemare un po' di cose che un'altra fata prima di lei aveva lasciato sospese. Come le stelle, le fiabe e le foglie d'autunno. Quando la creatura, meravigliosa, comparve fra gli uomini mortali, fu subito inverno e le foglie ingiallite, sospese sugli alberi del bosco, caddero secche al suolo già innevato. Le fiabe spacciate per finite, finirono per davvero. Cenerentola, ormai vecchia, morì di crepacuore, Biancaneve cadde da cavallo e la testa si ruppe contro un sasso. E Raperonzolo divenne rugosa come un'attempata tartaruga, e alla strega che l'aveva rapita finì per somigliare. Insomma, fu Morte ad avere l'estrema parola e a pronunciare 'Fine' sull'ultima pagina del libro della vita. Ora accadde che la fata venuta da altrove annullò il prodigio che teneva su nel cielo tutte quante le stelle del cosmo. Leggere, come fiocchi di neve infuocati, vennero quelle giù sino al mondo e lo spensero, dopo che l'ebbero acceso di luce.
  13. - J. K. Lancaster -

    Una fata (se io non esisto, niente esiste.)

    Effettivamente mi sono chiesto come mai un così incantevole pezzo non si fosse aggiudicato più commenti, e più esaustivi di quelli che ha ricevuto. Il tuo frammento l'ho scovato tra i tanti che ho cercato di leggere, ma nessuno, a parte il tuo, è riuscito a spingermi fino alla fine. Dico 'tuo', sebbene è chiaro che non lo sia. Tanto per cominciare, l'ho trovato di una dolcezza, come pochi pezzi sanno risultare dolci. E invidio il tuo modo di rendere così magico un pezzo così privo di magia. La fata: nessuno può permettersi di tirare a indovinare che accidenti sia! Nessuno deve osare darle una spiegazione: è meravigliosa così, nel suo misterioso esistere, nell'inspiegabile motivo per cui questa ha deciso di proferire parole di conforto (laddove essa stessa avrebbe dovuto essere confortata). Chi ascolta la fata è fortunato: cosciente del fatto che nessuno crederà mai alle sue parole, sa bene di aver ora in sé qualcosa di nuovo, una conoscenza che pochi possono vantare di possedere. Una conoscenza, però, che ha deciso di mettere per iscritto, in forma di 'memoria': il modo migliore per farsi sentire, sperare di essere creduto. Mi è sembrato un frammento più o meno privo di errori, sia sintattici che grammaticali. Quanto alla sintassi, in particolare, io sono del parere che non esistano regole fisse, universali: basta non sgarrare troppo e il gioco è fatto. Ancora sentiti complimenti, a te o chi per te. Con il dovuto rispetto, J. K. L.
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