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Spordolan

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Spordolan ha vinto il 28 aprile 2014

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133 Popolare

Su Spordolan

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    Entità sporuloide
  • Compleanno 28 settembre

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  • Genere
    Maschio
  • Provenienza
    Tra Busto Arsizio e R'lyeh
  • Interessi
    Tu che stai leggendo. E mangiare. Spesso i miei interessi tendono a fondersi.

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  1. Ricevuta la buona nuova oggi. Selezionato!
  2. Spordolan

    Ebbene sì, arriva il talent show per scrittori

    Si spera che sia così, Fele. Ci manca solo che, tra quelli che scrivono, passi l'idea che i virtuosismi insensati equivalgano allo scrivere bene.
  3. Spordolan

    Southern Street (parte 2 di 2)

    Esattamente. perché? Mi sembrava un modo verosimile per far capire al lettore che Jeff e Joel non sono umani. Non capisco. Bevendo il sangue della vittima, esso sgorga dentro il corpo di Jeff. Non ho capito dove sia l'errore. Grazie per le annotazioni, anche per l'altro capitolo.
  4. Spordolan

    Southern Street (parte 2 di 2)

    http://www.writersdream.org/forum/topic/20923-orfani-di-un-bellissimo-mondo/ Bernie aveva conservato con cura il suo vecchio fucile. Joel gliel’aveva affidato dopo l’ultimo incarico che aveva svolto per lui, sei mesi prima. Jeff si nascondeva in un appartamento al quarto piano di uno squallido edificio situato in un ancor più squallido angolo di periferia. I ragazzi di Bernie avevano impiegato una settimana a trovarlo, ma nessuno di loro era abbastanza in gamba per avere direttamente a che fare con lui. Il luogo che Jeff aveva scelto come rifugio non poneva a Joel particolari ostacoli per entrare. A giudicare dall’aspetto del palazzo e dalla zona in cui si trovava, i suoi vicini dovevano essere individui molto riservati. Nemmeno un boato in una stanza attigua avrebbe potuto distoglierli dalle proprie occupazioni, quali che fossero. Siringhe e profilattici sparsi qua e là lungo il marciapiede di fronte all’entrata sembrarono confermare la supposizione di Joel. Era notte fonda, e pioveva ancora. Il portinaio, un uomo di mezza età magro come un chiodo e dagli occhi appannati, lo fissò entrare gocciolante senza dire una parola. Con buona probabilità aveva intuito la natura dell’oggetto che Joel nascondeva sotto il cappotto fradicio, ma doveva essere abituato a quel genere di situazioni. Joel non era certo il primo sicario che capitava in un palazzo come quello. Salì le scale più in fretta che poté, finché non raggiunse il quarto piano. La luce intermittente del neon illuminava a tratti un corridoio dalle pareti grigie. Grossi pezzi di intonaco scrostato ricoprivano la moquette appiccicosa, che tentava di trattenere le suole di Joel a ogni passo. C’erano quattro porte. Da nessuna di esse proveniva il minimo rumore. Joel si piazzò di fronte alla porta con il numero 12. Estrasse il fucile a pompa da sotto il cappotto, puntandolo contro la superficie opaca di legno. Lo spioncino lo osservava inespressivo. Joel contò a mente fino a tre, dopodiché sferrò un violento calcio col piede sinistro. La serratura saltò e la soglia andò a sbattere contro l’interno. L’appartamento era buio. A Joel sembrò di affacciarsi su un abisso. Entrare era un azzardo. Tuttavia, non aveva scelta. Anche se i vicini si facevano gli affari propri, non valeva la pena correre il rischio che qualcuno, per ragioni imperscrutabili, chiamasse la polizia. Doveva svolgere l’incarico e andarsene il prima possibile. Si affacciò sulla soglia e cercò a tentoni l’interruttore lungo la parete. Lo trovò e lo fece scattare. La luce si irradiò da una lampadina scoperta sul soffitto, rivelando una sala da pranzo piuttosto disordinata. C’era un tavolino sgombro al centro della stanza, un frigorifero bianco che emetteva un ronzio sinistro, il ripiano della cucina, con tanto di fornelli incrostati. Il pavimento era ricoperto di polvere e lanugine. Si intravedevano le orme di Jeff, tutte recenti. C’era un odore inconfondibile nell’aria: Jeff era lì dentro. Alla sua sinistra, un corridoio che conduceva alle altre stanze dell’appartamento. Joel si mosse in tale direzione e trovò Jeff. Il corridoio era lungo dieci passi, quattro camere si affacciavano su di esso, ma all’estremità opposta la porta della camera da letto era aperta, e da lì Joel poteva vedere Jeff seduto sul materasso. Era immobile, con la schiena dritta, lo sguardo fisso a terra, le mani appoggiate sulle ginocchia. Era immerso nella penombra, ma Joel lo conosceva troppo bene per avere dubbi sulla sua identità. Da quella distanza non avrebbe potuto colpirlo in modo letale, era costretto ad avvicinarsi. Mantenendo la canna del fucile puntata sulla sua testa, Joel avanzò a piccoli passi. Non c’era nessun altro in casa: c’era solo l’odore di Jeff. Quando la bocca del fucile fu a mezzo metro dalla sua fronte, Jeff sollevò la testa. Joel incrociò il suo sguardo. Qualcosa gli fece capire che le loro espressioni dovevano essere identiche, in quel momento. «Speravo che avrebbero mandato te, Joe.» «Non posso fare niente per te, Jeff. Vorrei tanto, ma non posso.» Jeff sorrise. Un sorriso triste, rassegnato, infelice. Il peggior sorriso che possa esistere. «Sono contento che sia tu a farlo. Un umano mi avrebbe maledetto, nell’uccidermi. Tu non lo faresti mai.» «No. Non potrei mai farlo.» Joel sapeva di dover concedere a Jeff quegli ultimi istanti. Non avrebbe opposto resistenza, questo l’aveva capito dal primo istante in cui l’aveva visto. «Che è successo, Jeff?» Occhi vuoti, morti, lo fissarono con le palpebre socchiuse. «L’ho ritardato finché ho potuto, ho lottato, ma alla fine il demone ha vinto. È successo due giorni fa. Ero uscito, era una serata tranquilla. Mi sentivo bene, credevo che tutto sarebbe andato come al solito. Una gola alla settimana, avevo tutta l’intenzione di rispettare le regole.» «E poi?» incalzò Joel. Jeff chiuse le palpebre, gli occhi rotearono frenetici al di sotto di esse. Sembrava immerso in un sogno. «Dovevi vederla, Joe. Era stupenda. Non vedevo una donna così bella da anni. Quando l’ho morsa, quando il suo sangue ha cominciato a sgorgarmi nelle viscere, ho provato un piacere che da umano non avrei mai potuto immaginare. Un angolo della mente mi avvertiva che stavo perdendo il controllo, ma ho ignorato quella voce e ho continuato a succhiare, a bere, a dissetarmi. Volevo ogni cosa di lei, volevo più di quello che potevo darmi. Non mi accontentavo del suo sangue, volevo la sua anima.» I suoi occhi si riaprirono. Le pupille erano dilatate, sbarrate in un’espressione folle. Il solo ricordo di quell’attimo era stato sufficiente a indurlo in uno stato di estasi. «Quando ebbi finito, ero pazzo di dolore. Il suo sangue non mi aveva placato, al contrario. Ero più assetato che mai. Sono corso nella notte, in mezzo alla pioggia, e ho dilaniato chiunque mi si parasse di fronte. Uomini, donne... bambini» Jeff abbassò la testa. Un singhiozzo lo scosse. «Non so quanti ne ho uccisi. Bernie te l’ha detto?» Aveva ucciso dodici persone. Quattro uomini, sei donne e due bambini. Un maschio e una femmina. Due fratellini di otto e cinque anni. «Non lo so, Jeff. Bernie non me l’ha detto.» «Bernie doveva uccidermi allora. Quando ho ucciso mia moglie e mio figlio. Perché non l’ha fatto allora?» Joel sapeva che la domanda era puramente retorica. Jeff non aveva responsabilità nella morte della sua famiglia. Se qualcuno aveva avuto colpa in quella tragedia, si trattava di Bernie. Era compito suo individuare i nuovi vampiri prima che, completata la metamorfosi, uccidessero chi gli stava intorno, spinti dall’inarrestabile sete di sangue della loro prima ora di cacciatori notturni. Joel non sapeva cosa fosse peggio: essere allontanati per sempre dalle persone che amavi o essere la causa della loro morte. Non seppe chi ringraziare per aver evitato una simile scelta. «Joel... grazie.» Jeff non avrebbe aggiunto altro, così Joel premette il grilletto. Il boato fu amplificato dallo spazio ristretto della camera, l’esplosione sparse ovunque lungo le pareti i resti del cranio di Jeff. Una serie di schizzi e di rimasugli di materia cerebrale colpì il volto e il torace di Joel. Finalmente, poté abbassare il fucile. Rimaneva una sola cosa da fare. Dalla tasca interna del cappotto, estrasse un paletto acuminato di venti centimetri. Con un movimento fluido, il pugno di Joel lo conficcò nel petto del corpo riverso di Jeff. Lo conficcò in profondità spingendo con il calcio del fucile. I paletti nel cuore non servivano a nulla, ma l’usanza era rimasta. Al giorno d’oggi, indicavano in modo chiaro alle persone e alla polizia la natura dell’omicidio. Nessuno avrebbe fatto più domande del necessario. Il fiume inghiottì il fucile in un coro di scrosci urlanti. Joel era appoggiato con i gomiti lungo la balaustra del ponte che permetteva a Southern Street di attraversare l’Amber. Rimase a lungo a fissare le acque vorticanti e i pallidi riflessi di luce su di esse. La notte cominciava a schiarirsi. Era ora di andare al riparo. “Dicono che a tutti, almeno una volta, succeda di perdere il controllo. Più la frenesia viene repressa, più è distruttiva quando esplode” si ritrovò a pensare. Stando a quanto era capitato a Jeff, pareva vero. Si chiese se un giorno sarebbe successo anche a lui. E si chiese chi avrebbero mandato, dalla Buca, quel giorno.
  5. Spordolan

    Orfani di un bellissimo mondo

    la virgola non serve. diventi ridondante. Il concetto è ben espresso già con 'ogni sforzo'. non sono espertissimo, quindi probabilmente mi sbaglio, però... sono le ciminiere a emettere radiazioni? In teoria, una radiazione viene emessa da un materiale i cui atomi hanno un nucleo instabile, quindi semmai le radiazioni sarebbero emesse dalle ceneri espulse dalle ciminiere, non dalle ciminiere stesse. Questo infodump può essere tranquillamente cancellato. Dai già un'ottima descrizione dell'idroxite dicendo che è il nuovo HIV. Lo stile è elegante, anche se a volte eccedi un po' nella costruzione delle frasi, rendendole più lunghe del necessario. Difetti gravi nel tuo testo non li ho riscontrati, il solo vero appunto che mi sento di farti è a livello puramente narrativo. Un racconto, per essere tale, deve avere una storia. Nel tuo testo, una vera e propria storia non c'è: si parla piuttosto di descrizione. Se il tuo obiettivo era questo, puoi ignorare il resto del mio commento. Se il tuo obiettivo era sottoporre al lettore il tema dell'inquinamento tramite un racconto, temo che il tuo lavoro soffra di diversi punti deboli. In primis, in primo piano c'è il messaggio, non la storia. Questo non è un bene, perché è solo tramite una storia che si veicola un messaggio, mai il contrario. Il risultato che hai ottenuto è paternalistico, non morale. In parole povere, il messaggio dev'essere tra le righe, non sopra di esse. Secondo, i personaggi sono adimensionali, sono messi lì apposta per esprimere la tua opinione, che traspare troppo chiaramente, troppo poco elegantemente. E' urlata, non suggerita. Quando la mano dell'autore è troppo evidente, il messaggio perde forza. L'abilità dello scrittore sta nel non gridare il messaggio al lettore, ma nel fare in modo che sia il lettore a interessarsi e a capire il tuo messaggio. Avresti dovuto concentrarti molto di più sui personaggi, farmeli conoscere meglio, farmi entrare in empatia con loro. Con Rivo, secondo me, avresti dovuto gestirti così: anziché un dialogo con il compagno su quanto sia brutto l'inquinamento e quanto siano cattivi gli uomini (che ho trovato poco naturale, tra l'altro: non ce li vedo due operai a parlare così durante una pausa. Parlerebbero più volentieri di cose che li distraggano che fare un'analisi dei loro problemi), sarebbe stata più edificante una scena con Riva e la sorella ammalata, in cui parlano di cose di tutti i giorni, e inserire una sola frase in bocca a un medico, nel punto giusto del racconto, come ad esempio: "Quanta acqua beve al giorno?" E da lì far partire un discorso naturale che lasci emergere la triste realtà del tuo universo, dove tutta l'acqua è contaminata. Lo spunto è molto interessante. Può uscirne molto di buono.
  6. Spordolan

    Southern Street (parte 1 di 2)

    http://www.writersdream.org/forum/topic/20887-teresa/ L’eco dei passi di Joel veniva inghiottito dal rumore del traffico sulla 25esima. Il marciapiede era deserto, i radi lampioni illuminavano a sprazzi l’asfalto bagnato del percorso. Il freddo era pungente, nonostante marzo fosse alle porte. Joel strinse ancora più forte le braccia conserte, nel tentativo di riscaldarsi. Si era dimenticato i guanti, quella sera: le mani gelide ricevevano un magro conforto dal contatto con il cappotto. Le lenti degli occhiali erano imperlate di minuscole gocce d’acqua. L’aria era molto umida e le nuvole che nascondevano il cielo promettevano di riversare altra pioggia durante la notte. Joel imboccò un vicolo laterale perpendicolare alla 25esima, una stradina così stretta e angusta da permettere il passaggio di un solo uomo alla volta. Il vicolo era talmente nascosto e poco frequentato da non avere un nome ufficiale, ma i pochi che lo conoscevano avevano provveduto a dargliene uno: la Buca. Non c’era illuminazione nella Buca, non era un posto dove ci si addentrasse volentieri: o ne eri a conoscenza o ne stavi alla larga. Joel lo conosceva, naturalmente. Il sentiero era tortuoso, ma privo di ramificazioni. Bastava andare fino in fondo per raggiungere l’ingresso secondario della casa di Bernie. Immerse il piede in una pozzanghera, imprecò e aumentò il passo per arrivare prima a quella maledetta entrata. Arrivato in fondo al vicolo, tastò i muri per accertarsi di bussare sulla porta e non sul cemento. Qualunque lavoro volesse affidargli Bernie quella sera, di certo implicava l’uso delle mani. Una serie di colpi, pacati ma decisi, echeggiarono nello spazio buio all’estremità della Buca. Qualche secondo dopo, la porta si aprì e un fascio di luce bluastra investì Joel. Il bagliore non era forte al punto da accecarlo, ma lo costrinse a socchiudere con fastidio gli occhi. Ad aprirgli era stato Buddy. Sembrava l’unico uomo a non avvertire il freddo, lì intorno. Il grosso buttafuori di Bernie si presentava di fronte a Joel in canottiera e pantaloncini, mettendo in mostra le imponenti braccia e i tatuaggi osceni su di esse. Ne intravide un paio che non aveva mai visto. In quanto a eleganza, non avevano nulla da invidiare agli altri. Dopo un rapido cenno di saluto con la testa, Buddy gli permise di entrare. Immerso nella luce blu del bagno, Joel si diresse verso il corridoio e raggiunse la scala che portava al piano superiore. L’illuminazione tornò normale, cosa che ai suoi occhi non dispiacque. Bernie lo aspettava, come al solito, in cucina. Indossava un vecchio grembiule di cuoio sopra una tuta da ginnastica, di sicuro mai indossata per fare movimento. L’omone gli dava le spalle, era impegnato a ridurre qualcosa in pezzi con una mannaia. Joel non aveva mai assaggiato niente cucinato da Bernie, ma aveva sentito dire che non se la cavava affatto male con i fornelli. «Come stai, Joel?» Bernie non si voltò, continuando a lavorare con la mannaia. Joel si arrestò all’ingresso della cucina. Sapeva che le parole di Bernie non erano solo un saluto, ma anche un tacito invito a non entrare nel suo regno. «Vent’anni che ci conosciamo e ancora mi fai entrare dal cesso?» «Non fare il permaloso» Joel percepì un sorriso delinearsi sulle labbra di Bernie, anche se non poteva vederlo. «Ho un lavoretto da affidarti.» Bernie non perdeva tempo. Erano già arrivati al punto per cui Joel si era preparato. Prima che Bernie potesse parlargli dell’offerta, gli avrebbe spiegato che non poteva accettare. Era fuori dal giro, adesso. Aveva aperto un night club: gli affari non andavano benissimo, ma era colpa della crisi e delle tasse, non sua. Appena le cose fossero tornate alla normalità, avrebbe cominciato a guadagnare. Certo, sarebbe stato bello togliersi i debiti il prima possibile, ma non voleva più aggiustare i suoi problemi finanziari con i soldi di Bernie. «Bernie, sono venuto a dirti che non posso farlo. Ne sono uscito, davvero.» Il gigantesco cuoco continuava a dargli le spalle, ma non sembrava sorpreso dalla notizia. «Neanche per cinquantamila?» Joel dovette fare uno sforzo immane per mantenersi impassibile. Anche se Bernie non lo guardava, sapeva che avrebbe notato lo stesso il suo cambio di espressione. Cinquantamila! Era più del doppio di qualsiasi altro compenso passato. Una lunga lista di tutti i problemi e di tutte le questioni in sospeso che avrebbe risolto con quel malloppo gli scorse davanti agli occhi come un film. «Mi serve un esperto. E tu sei l’unico che ho a portata di mano, al momento» continuò Bernie, senza aspettare la sua risposta. «È successo qualcosa?» Joel sapeva che solo un’emergenza poteva aver spinto Bernie a contattarlo di nuovo e a offrigli una simile somma. «Prima di dirtelo, devo sapere se accetti.» Joel sospirò. Era dentro, ancora una volta. «Sì, certo.» «Bene.» Finalmente, Bernie si voltò e lo guardò in faccia. Non era dimagrito di un etto. Il suo faccione perfettamente rasato era reso meno intimidatorio da un accenno di sorriso. «Si tratta di Jeff. Ha avuto una crisi particolarmente grave.» «Non c’è da stupirsi. Mi meraviglio che non sia successo prima.» «Lo so. Ma è stato uno di noi, non potevo trattarlo come gli altri. Questa volta, però, è andato fuori da ogni controllo. Non posso più essere indulgente con lui.» Joel capì. Avvertì una stretta gelida alla bocca dello stomaco. «Jeff non sta bene da tanto tempo, ma non è colpa sua. Forse, se noi...» «Ho provato di tutto. Non ha funzionato niente. Se ti ho chiamato, è perché sono sicuro che non c’è più nulla da fare.» «Quindi devo sistemarlo?» chiese Joel, in un ultimo, debole tentativo di cambiare il destino di Jeff. Bernie tirò un lungo sospiro. Abbassò gli occhi. «Sì. Speravo di non arrivare a tanto, ma...» Non fu necessario completare la frase. Joel capiva la decisione di Bernie, anche se questo non gli rendeva più facile accettarla.
  7. Spordolan

    Teresa

    E' il contratto nazionale, signora. In questo modo, sembra che sia stato l'uomo a pronunciare la battuta. Dovresti interporre una breve frase per togliere ogni equivoco, per esempio 'disse lei', e a seguire il resto. Questa parte è decisamente troppo lunga, con parole troppo lunghe senza nemmeno un segno di interpunzione. E poi, non ho capito in che modo un sorriso possa attraversare in perpendicolare il volto di una persona. Non riesco a figurarmi l'immagine. Opterei per qualcosa di più semplice, oppure per togliere del tutto la parte tra 'intero' e 'perpendicolare'. Lesini di nuovo con la punteggiatura. Di contro, abbondi con i verbi. 'Rallentando', secondo me, è del tutto superfluo. Un bel racconto, complimenti. Ci sono difetti stilistici, in primis periodi troppo lunghi, punteggiatura non sempre adeguata, e una piccola nota tecnica: all'inizio per i dialoghi usi i caporali, poi passi alle virgolette, per di più in mezzo al discorso indiretto. Comunque, niente che pregiudichi la lettura. Ho apprezzato molto il personaggio di Teresa: è vivo, vibrante oserei dire, sei riuscito a farmi entrare in empatia con il suo disperato bisogno di vedere suo figlio integrato nel sistema. Luca, per quanto sia un personaggio chiave, compare poco, ma forse sta in questo la sua efficacia. Ha il suo culmine nella scena finale, dove al tempo stesso tradisce e corona i sogni della madre, che vuole vederlo abile in un lavoro: Luca non è in grado di svolgere il lavoro che gli è stato trovato, eppure dimostra di possedere iniziativa e, indirettamente, le capacità per svolgerne un altro. Un finale esatto, se così vogliamo definirlo. Né buono né cattivo: quello che doveva essere.
  8. Spordolan

    7 marzo

    togliere 'almeno'. cinquantun anni. Il concetto lo esprimi due volte di fila, diventa ridondante: o lasci 'non fanno più effetto' o usi la metafora. Eviterei di tenerle tutte e due. Non mi piace questo modo eccessivamente teatrale di rimarcare il comportamento inusuale di Bianca. Ha un effetto quasi comico, non mette suspence. Cancellerei tutti i 'e non è da lei' e li condenserei in una sola frase dopo tutte le altre: "Tutto questo non è da lei." La parte sottolineata stona terribilmente, toglie naturalezza al discorso e la sua sintassi è sbagliata. La seconda parte del racconto procede molto bene, ma il grosso difetto del testo è la mancanza di un punto d'arrivo. E' un racconto a metà, non si conclude, si limita a descrivere una situazione senza approdare a nulla. I personaggi sono ben delineati, anche il conflitto di Bianca è trattato bene.
  9. L'editing penso sia previsto per qualsiasi manoscritto, soprattutto per quelli per cui sia prevista una pubblicazione. Non si può non fare editing.
  10. Spordolan

    Scrivere a quattro mani

    Black ha sostituito il mio esempio con uno che esprimesse meglio quello che intendevo. Grazie, Black Sono d'accordo con Black anche quando dice che con un narratore onnisciente è molto difficile realizzare i colpi di scena. Il narratore Onn., appunto, sa tutto, e quindi anche il lettore sa tutto. Quello che non sono riuscito a esprimere al meglio è: per realizzare un buon colpo di scena bisogna organizzare le scene decidendo quali far gestire dal POV e quali dal narratore in 3a persona pura. Quando il POV è interno a un personaggio, il lettore sa e scopre solo quello che sa e scopre il personaggio. Se a un tratto facciamo intervenire il narratore onnisciente, d'un tratto abbiamo accesso a 'informazioni segrete', che da quel momento conosciamo solo noi e non il personaggio. Al ritorno al POV interno, ci ritroviamo in posizione di vantaggio rispetto al personaggio: sappiamo qualcosa che lui non sa.
  11. Spordolan

    Coltivare la scrittura

    Yattaman ha dato LA risposta, per quanto mi riguarda
  12. Spordolan

    Scrivere a quattro mani

    Come dice sefora, bisogna essere molto navigati, per modellare due stili in modo che appaiano come uno solo. L'unico consiglio valido che mi viene in mente è: fate pratica! A furia di scrivere e ragionare insieme, gli stili avranno una tendenza a equipararsi, specialmente se avete stabilito fin dall'inizio quale adottare. Non sono d'accordo sul tuo appunto del non scrivere il nome del personaggio solo perchè il narratore racconta il suo punto di vista. Nella saga di Asoiaf, i nomi dei personaggi POV appaiono continuamente (e non solo in Asoiaf, mi basta pensare a Matheson). Il punto chiave del discorso libero indiretto è che è un narratore a raccontare la storia secondo il punto di vista del personaggio, non il personaggio stesso. Quindi si può tranquillamente citare il nome del personaggio. E' una soluzione molto comoda.
  13. Spordolan

    Coltivare la scrittura

    Licia Troisi è veramente l'ultimo degli esempi che dovresti far assurgere a tuo modello di vita artistica. Vuoi coltivare la scrittura? La soluzione è nella prima parola: VUOI. Se vuoi, il modo si trova. Ritaglia una fetta del tuo tempo ogni giorno, elimina ciò che non è indispensabile, e riempi quel tempo ritagliato con letture ed esercizio. In sostanza, non esiste altro metodo e nessuna formula magica. O scrivi, o non scrivi.
  14. Spordolan

    Scrivere a quattro mani

    Li ho letti un po' di anni fa, quindi non ricordo nitidamente, ma all'epoca non mi sembrò di notare particolari discrepanze di stile. Se vuoi ti dico il libro, così puoi fare una valutazione più accurata: è La casa del buio, seguito di Il talismano (che non ho letto). Quello che tu, Ju, chiami POV è il romanzo in prima persona oppure il discorso libero indiretto, alias la falsa terza persona? Mi spiego: nel primo caso, abbiamo il narratore che coincide con il protagonista. Il protagonista racconta la propria storia attraverso i propri occhi, in una reminiscenza che considera solo il proprio punto di vista narrato al lettore quasi come un discorso diretto. Nel secondo caso, abbiamo un artificio (a mio parere) molto più interessante e piacevole da leggere. La narrazione è in terza persona, ma la storia viene narrata comunque strettamente dal punto di vista del personaggio su cui è focalizzato il narratore. Viene narrato solo ciò che sa che il protagonista, ma è una soluzione che permette il cambio repentino di narratore: mentre nel romanzo in prima persona tutta la storia è narrata, come dici tu, nella forma 'io, io, io', nella falsa terza persona la storia è narrata tutta in terza persona secondo il POV del personaggio ('Michele ordinò una pizza con le acciughe. Dio, quanto la odiava. Ma non poteva permettersi altro') ma talvolta è possibile inserire un narratore in terza persona pura, ossia senza POV ('Michele ordinò una pizza con le acciughe. Dio, quanto la odiava. Ma non poteva permettersi altro. *punto a capo e fine paragrafo* La cameriera del bar, che nutriva una cotta per Michele, sostituì le acciughe della pizza con il pomodoro, che a Michele piaceva tanto'). E' una soluzione che favorisce le rivelazioni e il colpo di scena. Tutta questa noiosa spiegazione serve a dirti che non è vero che il POV esclude di fatto ogni tipo di informazione esterna al personaggio: dipende da come lo usi, da come imposti l'impalcatura narrativa. In un prima persona, sì, hai ragione, è impossibile inserire informazioni esterne al POV, specie se narrato al presente o mentre la storia si sta sviluppando. Nella falsa terza persona, puoi avere entrambi: sia il POV, sia le informazioni esterne quando ti servono. Quando vuoi far conoscere al lettore dettagli che non può dargli il protagonista, come quelli del bagno (perché, come dici giustamente, è innaturale descrivere un ambiente che vedi tutti i giorni), mantenendo il POV in prima, una soluzione può essere un secondo POV, che entra nella casa del protagonista e descrive il bagno. Quindi, diventa una storia a più POV. Se sei disposto ad accettarla, è la soluzione migliore, secondo me. Se non puoi avere più POV, allora il meglio del meglio è la falsa terza persona (nome scientifico: discorso libero indiretto).
  15. Spordolan

    Scrivere a quattro mani

    E' dura, senza dubbio. La prima soluzione mi sembra la più fattibile: due autori che delineano due personaggi differenti, all'interno della stessa storia. La differenza di stile e di carattere non pregiudica la qualità dell'opera, anzi, la arricchisce. Una soluzione operabile anche da scrittori in erba. La seconda è percorribile, secondo me, solo da scrittori di mestiere. Ho letto pochi libri scritti a quattro mani, uno di questi è opera di Stephen King e Peter Straub (due a caso, proprio), e devo ammettere che si è trattata di una bella lettura. Ma avrei paura a leggere un libro scritto a quattro mani da scrittori ancora nella fase iniziale della loro carriera. Non basterebbe un buon editor ad aggiustare e limare le parole di due menti diverse, specie se non accordate. Diciamo, appunto, che devono essere due scrittori navigati a intraprendere quest'opera, che conoscono a fondo i trucchi del mestiere in modo tale da mascherare al lettore le impronte diverse, ciascuno con la capacità di modificare il proprio stile al punto tale da farlo combaciare con quello dell'altro. Occorre tecnica, sicuramente.
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