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  1. pas

    Le schede di lettura del Premio Italo Calvino

    Sarà come dici tu. E grazie per avermi citato. Ma quando ho letto la scheda, ho fatto un salto sulla sedia. Sono anche andato a ricontrollare i nomi dei finalisti e segnalati, perché magari avevo letto male e c’ero anche io. Non c’ero, ma la scheda sì. Dovresti leggerla. Forse i lettori del Premio Calvino dovrebbero stare più attenti a come usano le parole. Dovrebbero far capire i motivi di esclusione, in modo che l’autore possa migliorare e non lasciarlo attonito con la scheda in mano, a chiedersi: “Perché io no?”. La vera fregatura è che ci cascherò un’altra volta. Spenderò cento euro, rimanderò il libro tagliando il finale, mi arriverà la scheda in cui mi si criticherà che è mozzo: “Dispiace sottolineare che la storia è come incompiuta”. Mi arrabbierò, ma spedirò ancora, questa volta con il finale, che non andrà bene, perché a quel punto si accorgeranno che l’incipit, azzeccato nelle versioni precedenti, è da togliere: “Un vero peccato quell’incipit infelice…”. D’altra parte ci sta. Io voglio emergere, mentre agenzie, editor, premi vari a pagamento, da me vogliono i soldi. Un meccanismo perfetto. Da moto perpetuo.
  2. pas

    Le schede di lettura del Premio Italo Calvino

    Abbraccialo anche per noi! Forte, forte. Oppure prestacelo, siamo in tanti, facciamo un po' per uno. A parte gli scherzi, complimenti. Visto che ci siamo, secondo te, come ho scritto sopra, perché non hanno almeno segnalato un libro che rispetta tutti i criteri cercati dal Calvino? Cioè il mio... Cosa può essere successo? Qual è la logica? La fortuna, come dicono in molti? Possibile mai che anche al Calvino il fattore c. sia indispensabile? Comunque bravo, spero di leggerti al più presto. E sono sicuro che, nel tuo caso, è merito puro. C'è bisogno di libri belli, pubblicati da prestigiose case editrici.
  3. pas

    Le schede di lettura del Premio Italo Calvino

    Io non ci capisco più niente. Scheda ricevuta. Una cartella e mezza. Dieci righe di riassunto, il resto elogi, per storia, stile, scrittura, psicologia, spasso, ritmo, attenzione del lettore, metafore azzeccate, contemporaneità. Qualche riga sul finale da cambiare. Parlano di poche pagine. Consigliano addirittura di tagliarle e si risolve. Perché non sono stato segnalato? C’è qualcosa che non mi quadra. Voi che ne pensate?
  4. pas

    Le schede di lettura del Premio Italo Calvino

    Io! Non l'ho ricevuta. Non me la prendo. È normale. Credo che la maggioranza dei libri li stiano leggendo adesso. I libri dei completi sconosciuti. Gli anonimi. Impiegati, baristi, pizzaioli, muratori, precari, disoccupati, gente alla canna del gas.
  5. pas

    Le schede di lettura del Premio Italo Calvino

    Io sto aspettando.
  6. pas

    Adelphi

    Hai ragione. Ma credo di essermi espresso male, nel senso che adesso, dopo la tua osservazione di cui ti ringrazio, capisco cosa volevo dire. E cioè: una risposta precompilata mi dà la certezza che esistono davvero, le irraggiungibili case editrici e gli irraggiungibili agenti. Non sono una mia fantasia. Sono realtà.
  7. pas

    Adelphi

    Con il rifiuto precompilato di Adelphi, che anche io ho ricevuto, almeno so di esistere. Con i silenzi che sono la regola di editori e agenti, invece mi sento cancellato dalla faccia della terra.
  8. Si sta parlando dell’editoria in genere. Dell’editoria che, qualche anno fa, ha deciso che gli autori pubblicati da piccole ma serie case editrici, erano da considerare esordienti. Se non hai pubblicato per una big, non hai pubblicato. Sono loro che ti devono concedere il titolo nobiliare di scrittore, altrimenti sei uno zero. Un pezzente che non merita neanche una risposta. Devi imparare, sudare, scrivere e scrivere ancora, e leggere fino alla nausea, mica buttare giù e presentare. Un mito, per tenerci legati al guinzaglio, chiuderci la bocca con la museruola e farci mettere la coda fra le gambe. Anche guaire è proibito: i big non devono essere disturbati. Loro sanno come si fa a scrivere, noi no. Siamo tutti bambini e non persone adulte spinte da un moto dell’anima ad affrontare la schizofrenia editoriale. Ma scusate, davvero pensate che i partecipanti al Calvino abbiano presentato il primo libro che gli sia venuto in mente? Ci saranno pure, e hanno fatto bene: la scheda costa poco. La maggior parte di noi, ne sono sicuro, ha impiegato un tempo incalcolabile per scriverlo e non è ancora soddisfatto perché, esigenza mia, la stesura di un romanzo non finisce mai. Continua, anche dopo la pubblicazione. Nei personaggi, a cui ormai hai dato vita. Qui c’è il torbido di una società in decadenza, che i titoli nobiliari li vende. Questo luogo di scambio opinioni, io l’ho sempre usato per aprire gli occhi. Ma quello che più mi fa star male, è quello che mi manca, da lettore. Mi mancano i bei libri. Mi mancano i veri scrittori. Mi mancano le storie che mi parlano come un amico del cuore che non mi tradirà mai. Ma se non li trovo nei libri scelti dal Calvino, mi dite voi dove li devo cercare? Le polemiche post concorsi hanno lo scopo di smuovere le acque dentro di noi. Dialogare davanti a the e biscottino, complimentandosi di questo e quello, mi fa addormentare. Anche perché i complimenti sono sempre falsi; la rabbia è vera. E poi, per questo scopo, sono già sufficienti i libri che pubblicano. Il grido di dolore dei vinti è un inno alla vita. Merita rispetto. Significa che stanno morendo e non sanno, come tutte le volte che hanno fallito, se questa volta rinasceranno.
  9. Smettiamola di chiamarlo anche Premio. È la normale selezione di un’agenzia letteraria. Prestigiosa come la Ali o la Grandi Associati. Con un contributo di lettura alla portata di tutte le tasche. Con una sua precisa identità, il cui contenuto è collegato alla fascetta con cui poi gli editori pubblicano e vendono. E noi smettiamo di chiamarci esordienti o emergenti: siamo clienti.
  10. Soltanto un cieco non vedrebbe l’andazzo generale dell’editoria italiana. Io non sono di primo pelo. Non sto a dettagliare cosa ho fatto e cosa ho sfiorato. Quello di cui sono sicuro è che dietro i bandi, proclami, annunci, mission, c’è un’editoria obbligata dai manager a scegliere autori che abbiano un curriculum che invogli il lettore a comprare. Perché il lettore non compra una storia bella, ma compra la storia dell’autore. Il lettore, insomma, ha bisogno di personaggi che si avvicinino il più possibile al mito. È il meccanismo dello star system. Il talento non serve. La storia è superflua. Ci pensano i critici prezzolati a far passare delle opere orribili sotto tutti i punti di vista, come capolavori. Io non so scrivere, è vero. Ma so leggere. E quello che leggo: è brutto. Ha un’anima artefatta; un’identità imposta; un “voce” registrata . Con le eccezioni che confermano la regola. Qualcosa di decente passa, per la legge dei grandi numeri. Ha ragione Angel. Dieci su dieci: più chiaro di così… Ogni tanto pescano qualche sconosciuto, ma è una strategia per farci continuare a sperare e partecipare, pagando. Lo star system, ma non devo dirvelo io, si basa sull’illusione di massa.
  11. Sono stato rappresentato due volte da agenti non a pagamento. Entrambi mi hanno spiegato a grandi linee l’arcipelago editoriale italiano. Da una parte ci sono libri rivolti a un pubblico considerato sempliciotto. Lettori che acquistano e il più delle volte non leggono e se leggono, faticano a comprendere. Poi ci sono libri per gli intellettuali, in genere mattoni autoreferenziali che da quel che capisco, né io né voi leggiamo. Infine ci sono libri di autori affermati, diventati tali per motivi che neanche loro riuscirebbero a spiegare: hanno tentato e gli è andata bene. Tutti questi libri hanno un punto in comune: qualche copia vendono per rientrare almeno nelle spese. Un bel libro, come storia e scrittura, se l’autore nessuno lo conosce, non vende praticamente niente. Il libro che invece tutti cercano, è il “caso editoriale”. Botto che arriva di sorpresa. Motivo per cui noi scriviamo e il Premio Calvino e affini ci leggono per un attento istante. Perché il destino potrebbe essere lì: in uno dei nostri scritti.
  12. Scusa se ti correggo. L'invidia è distruttiva. Il sentimento di cui parli, che è nobile, si chiama emulazione.
  13. Cari amici di logorante attesa e ormai certa delusione, voglio dirvi come la penso. Ieri sera, riflettendo e martoriandomi sulle ingiustizie del Calvino e dell’editoria italiana, ho visto dentro di me. Non riflettevo e non mi martoriavo: schiattavo di invidia. Ci sono rimasto male: l’invidia è uno dei bassi istinti più mediocri che ci siano. Inaridisce. Divora vitalità. Oscura gli orizzonti. Mi sono immaginato i finalisti; tutti i finalisti di tutte le gare del mondo. Il momento della telefonata che li elevava, i loro stati d’animo in espansione, la svolta della vita finalmente arrivata. Meraviglioso. Per i finalisti, adesso esiste una giustizia. Il merito viene riconosciuto. Non tutto è marcio. Il destino è realtà. Ma anche gli attacchi di megalomania: sono fra i migliori. No, sono il migliore. No, no, sono un grande: passerò alla storia. Li lascio ai loro problemi. Torno su di me. E io, allora? Il mio libro? Le rinunce, i sacrifici e la fatica per scriverlo? Il me stesso riversato su pagine lavorate poi al cesello? I miei cento euro? Tutto inutile. Ho perso, un’altra volta. Eppure, mi sono detto, se i finalisti sono stati scelti, è anche grazie alla mia sconfitta. Se non avessi perso, loro non avrebbero vinto. Io, voi, loro, il Calvino, siamo un’unica entità. Ma perché non sono al loro posto? Ho sbagliato libro? La storia che ho raccontato non merita di essere letta? Non so scrivere? Il Calvino è “sporco”? Tutti questi dubbi rimangono, lì dove devono stare: fra quello che sono e quello che non so cosa sarò. Ho però una consolazione. Mi sembra che il destino abbia voluto premiare anche me e voi, cari esclusi. Apparteniamo al concorso della pandemia, evento storico del quale si continua a parlare come momento in cui niente sarà come prima. Non so se sarà davvero così. Per me sì, mi sono accorto ieri sera, come vi ho già detto. C’è un mutamento nel mio sentire. Non invidio i finalisti, tutti i finalisti di tutte le gare del mondo. Li ammiro. Anche quelli che per arrivare in alto, truccano le carte nel gioco della raccomandazione, uno dei tanti meccanismi per andare avanti. È il loro modo di essere. Bravi. Meglio per loro. Le capacità, qualsiasi esse siano, non si devono mai buttare via. Ma se c’è spazio per loro, ce n’è anche per me e voi. Basta continuare a scrivere. (Se per esprimere un pensiero ho scritto tutto questo papello, potrebbe anche essere che il talento lo vorrei, ma non ce l’ho).
  14. Per scrivere una raccolta di racconti belli, ci vuole una grande penna. È un genere narrativo molto difficile. Se arrivasse una raccolta di racconti coerente, incisiva, rappresentativa di un’epoca, la giuria li premierebbe. La qualità non si cestina. Ovviamente, questo è soltanto il mio parere.
  15. Qualche scheda la trovi in rete. Non sono minuziose, ma chiare. In sintesi, dicono: sei bravo/non sei bravo. Essere bravi non è sufficiente. Essere originali, neppure. Avere una bella storia, neanche. Premiano gli scrittori. I racconti hanno le stesse possibilità dei romanzi, di genere o non di genere. Dipende dalla scrittura.
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