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assuntina antonacci

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    assuntina antonacci
  • Compleanno 25/10/1955

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    Donna
  1. assuntina antonacci

    Basilio

    Ormai vicino agli ottanta anni, è ritornato qui alla Fontan del Papa un giorno d’estate con sua moglie Luigina. Sicuro il suo passo, commovente il suo incedere. Basilio ritornava alla sua storia, al suo passato, alla sua gioventù, al ricordo di sua madre Rosa e di suo padre Giovanni. La memoria è viva nella figura di suo padre con l’immancabile pipa di terracotta dove infilava una cannuccia, “quante volte dovevo recarmi in paese a comprargli il tabacco”. Gli occhi, il cuore lo guidavano sicuro “ecco.. ecco.. li c’era il letto delle mie sorelle, loro dormivano nella stanza con mia madre e mio padre, di qua, due rapazzole i miei fratelli e io. Il camino faceva fumo e la finestra mandava spifferi”. Chiedo: – “il bagno, come facevate? – “… un secchio per la notte e poi là” una levata di testa ad indicare l’oliveto. L’acqua? … “eh quella pesava ogni volta e le mie sorelle la prendevano al fontanile e la portavano in casa. Quando ci si doveva lavare, si riscaldava l’acqua sul fuoco con un grosso callaro, un gettacqua sapone di Marsiglia e uno alla volta ci lavavamo, sempre davanti al fuoco. In estate invece ci si lavava ai bottagoni, ma solo noi maschi”. Il lavoro era tanto dall’alba al tramonto.. in questo magazzino (“Cinabro”) ci mangiavamo, com’era buono tutto, quante bell’acquacotte, tanta frutta zuccherina. In questa stanza invece (Pungitopo) mettevamo tutte le olive raccolte e ogni sera le spalavamo, le rigiravamo In autunno con le castagne, la raccolta delle olive … cinque, sei, sette ragazze venivano da Tolfa , la mattina presto si cominciava .. no, altro che teli, con le mani si faceva tutto con le mani, un secchio ed un robusto sinale e le mani diventavano veloci rastrelli, le olive raccolte a grappolo dall’albero e una ad una quelle che cadevano a terra … le piante erano circa ottocento. Alla fine del raccolto poco prima di natale veniva il camion di Nunzio e trasportava tutto a Vetralla per farne un’unica macinata. Il molino aveva due grosse ruote in pietra, triturava tutto, macinava, impastava, poi con delle pale larghe circa una ventina di centimetri l’impasto era steso su dei larghi dischi di saggina. Il frantoiano seguiva tutto questo con gesti sicuri, non lasciava che sbavature fuoriuscissero da questi larghi cerchi, che andavano ad impilarsi uno ad uno sull’asse che le avrebbe pressate lentamente … molto lentamente: la spremitura. L’olio usciva raccolto alla base verso un canale ad imbuto … eccolo, eccolo il sottile filo d’oro iniziava a uscire, si ingrossava, diveniva verde cupo, l’olio era messo nelle larghe damigiane impagliate, via una via l’altra il camion ritornava con il prezioso carico di olio “un anno ne abbiamo raccolte addirittura 94 quintali di olive e quanto olio ..tanto.. che poi vendevamo a circa 300 lire al litro”. Basilio illumina i sui occhi, quando racconta delle “noccioline”.. “le avevamo piantate proprio ai piedi del fontanile dove nasce l’acqua li e la terra è sempre umida, adatta per coltivare noccioline, le tiravamo su e appigliate alla radice venivano fuori ricchi graspi, ma proprio tante …a Tolfa le vendevamo a Boby … quanti soldi che ci dette quella volta … quanti soldi..!” Era il 1940 quando Basilio venne ad abitare con la sua famiglia alla Fontana del Papa aveva 11 anni, ancora oggi, racconta “ Quando ci vivevo, non ho mai sofferto la fame, c’era tutto”. La proprietà della Fontana del Papa, a quel tempo era molto più estesa e comprendeva anche l’altro casale, e giù fino al fosso di Santa Lucia, i due molini fino al bagnarello. Racconta Basilio:- “l’affitto che pagavamo per ogni anno era di cinquecentomila lire .. tanti soldi quasi l’equivalente del costo di una casa, ma quello che ne veniva da questo terreno era una ricchezza, gli animali ci aiutavano in questo, per la pulizia del terreno, le bestie mangiavano e concimavano, le vacche ci davano il latte che ogni giorno portavamo al paese L’uliveto e il prezioso olio, l’orto, gli alberi da frutto per ogni stagione, noci, castagne le dolcissime prugne “goccia d’oro”, le ciliegie, nocciole, fichi, pesche, albicocche, more … la grazia di Dio era su questa terra. Gli uomini lavoravano la terra e coltivavano l’orto, si occupavano del bestiame, insomma dei lavori più pesanti Le mie sorelle con mia madre non erano da meno nel duro lavoro della campagna, nell’orto e in casa. Si lavorava tutti insieme. Gli asini con le ceste erano i mezzi di trasporto per i prodotti che portavano al vicino paese.” Nel 1951 Basilio e la sua famiglia furono costretti a lasciare la Fontana del Papa, ancora Basilio ne parla con amarezza. Quando Basilio, appoggiandosi al suo bastone mi ha salutato per ritornare a casa, nel palmo della mano gli ho messo una pipa in terracotta rossa che durante i lavori avevamo trovato, Basilio mi ha guardato mi ha sorriso e ha detto: – “ma è quella di mio padre!” L’ha stretta in pugno e ha rivolto lo sguardo verso l’uliveto e il cucuzzolo del diruto castello, verso ricordi e affetti lontani, verso suo padre.
  2. assuntina antonacci

    La bucata

    Quando era il giorno stabilito di “bucata” le donne della Fontana del Papa seguivano un procedimento particolare. Si cominciava con il setacciare la cenere di fornelli e camini, che si era messa da parte nei giorni antecedenti. Non era cenere comune ma in prevalenza di olivo, cerro o olmo, escludendo accuratamente legni come il castagno perché ricco di tannino, elemento che avrebbe macchiato i panni. Il bucato veniva bagnato e strofinato con sapone di Marsiglia dove erano visibili le macchie più grosse, una specie di rudimentale prelavaggio. Un contenitore, il paiolo, veniva messo sul fuoco del camino per la preparazione dell’acqua che doveva essere bollente. Sopra i panni si poneva un telo di cotone grezzo e robusto sul quale era sistemata della cenere. Si versava, quindi, abbondante acqua bollente che, miscelandosi alla cenere e filtrata dal telo di cotone grezzo, arrivava a bagnare i panni. Il liquido così ottenuto, la liscíva, assicurava un’azione sbiancante e disinfettante sul bucato. Questo vi era lasciato in ammollo per un po’ di tempo, trascorso il quale veniva tirato fuori e ci si recava al lavatoio per la battitura e risciacquatura. Chiaramente la cenere sullo straccio non era gettata via ma veniva fatta asciugare al sole ed anche usata per lavare piatti e stoviglie, in una sorta di riciclaggio perfetto, come perfetto era l’impatto ambientale, molto vicino allo zero. L’inconfondibile odore di fresco e di pulito del bucato era ovunque dopo questo trattamento con acqua e cenere filtrata. In primavera era una festa per gli occhi. I pesanti teli bianchi di lino, ricamati uno a uno con le iniziali delle spose, brillavano sul verde lussureggiante del prato assorbendo la fragranza delle erbe aromatiche, la mentuccia, la salvia, la lavanda. Un profumo stordente di pulito inondava le camere nuziali.
  3. assuntina antonacci

    La cantina di Gemmetto

    Lorne arrivò un giorno d’estate, doveva occuparsi di Emma che aveva quattro anni e di Luca che di anni ne aveva dieci. Andrea era appena nato. Lorne era giovanissima poco più che ventenne bionda e bella. La sua terra di origine le Highland. Perfettamente disordinata ma determinata, provvedeva da sé alla sua camera. Spesso, da invadente madre Italiana intervenivo a mettere un po’ d’ordine. Il mattino Lorne andava con Emma e Luca al giardino comunale, mentre io mi occupavo del mio lavoro, insegnavo francese e inglese ai ragazzi rimandati a settembre. Quei giorni d’estate si concludevano quasi sempre con lunghe passeggiate attraverso il territorio dei Monti della Tolfa. Ogni giorno luoghi diversi, la Farnesiana con la stupenda chiesa neogotica in rovina e il suo borgo, Cencelle e gli scavi, Piantangeli con i suoi resti dell’antica abbazia e il panorama fino ai Monti Cimini il cuore della Tuscia, la faggeta di Allumiere e le sue antiche miniere di allume, il Bagnarello con le sue acque bollenti e curative, l’Eremo della Trinità luogo preferito da Sant’Agostino, le tombe etrusche di Pian della Conserva… con lei devo dire “riscoprivo” questa mia terra. Nuove immagini si realizzavano nella mente, il sogno lontano incominciava a materializzarsi, vedevo attraverso gli occhi nuovi di Lorne ciò che avevo ogni giorno sotto gli occhi. La sera poi, prima di cena, era ormai una consuetudine per Lorne andare con i bambini a comprare un litro di vino rosso alla “fraschetta”. Le fraschette hanno un’origine antichissima. In epoca medioevale nacque l’usanza per i viticoltori delle campagne intorno a Roma specie nella zona dei Castelli Romani di apporre una frasca ben carica di foglie sopra l’ingresso della cantina in modo tale da indicare che il nuovo vino era pronto da bere. La cantina di Gemmetto era sotto casa nostra, nel centro del paese. Arredata all’insegna della semplicità: le botti di vino dominavano l’ambiente, disposte su un lato, mentre per i clienti vi erano panche come sedili e tavolacci arrabattati. Poveri gli ornamenti lungo le pareti, ma vi erano esposte delle attrezzature tipiche per la realizzazione del vino. Infine in fondo al locale, la grotta, scavata nel masso, una roccia dura ma friabile e renosa, si snodava per un centinaio di metri con in fondo uno slargo, a una temperatura costante di 12°, dove era conservato “Gemmetto’s wine”, diceva Lorne, il vino di Gemmetto. Il locale era sprovvisto di cucina, non veniva offerto nulla, eccezion fatta per il vino, del pane ed eventualmente del prosciutto e olive che servivano a preparare il palato alla degustazione del nettare di Bacco. Per tutto il resto, gli uomini locali (era molto raro che le donne frequentassero questi luoghi) arrivavano muniti di affettati o porchetta comprata alla vicina bottega di Alimentari e tra una partita a scopa, a briscola e a la morra degustavano il vino dell’annata. Lorne, con i bambini per la mano, indugiava nell’ascoltare il suono della voce degli uomini cantilenare i numeri al gioco della morra, osservare l’apertura del pugno tentando di indovinare la somma dei numeri delle dita spalancate. Le abitazioni nel centro del paese hanno tutte queste grotte e cantine. Ogni famiglia ne aveva una. Erano scavate nelle lunghe giornate d’inverno, quando non esistevano altri divertimenti, quando il tempo doveva passare e non soltanto davanti al camino o in piazza a chiacchierare. Così si lavorava, si scavava la terra e il materiale ricavato era accumulato. Sarebbe servito ai mastri muratori durante la bella stagione per diventare malta utile a costruire e legare i muri delle nuove case. Queste grotte hanno ognuna una grandezza diversa dall’altra, dipendeva da quanto poteva spendere il proprietario della cantina. Più mani scavavano, più costava. Una grotta in particolare sotto un antico casolare, dove si lavorava il formaggio. Le scale di discesa larghe circa un metro e mezzo e in fondo, dopo una trentina di scalini una grande stanza alta oltre i due metri e in un angolo un pozzo. Con Lorne entriamo in questa grotta, anche se invasa di un’acqua limpida e trasparente, con le luci delle torce i colori della roccia riflettono sfumature di rosa. Non le avevo mai viste prima queste grotte. Al disopra, invece, l’antica “Caciara” ancora conservava le sistemazioni della lavorazione del sale, i muri intrisi dell’olezzo putrefatto del formaggio e gli effluvi salmastri del sale. Come molti giovani che se ne vanno da soli per il mondo, Lorne era una ragazza piena di vita, puntigliosa, gioviale, una punta di rancore l’avvertivo, ma apparteneva al suo passato. Era sempre pronta a dire Ok ma poi le sue decisioni potevano essere anche altre. Una parte di lei non l’ho mai conosciuta, mi è sempre sfuggita. Eppure questa ragazza ha cambiato la nostra vita. Abbiamo soltanto seguito un suo pensiero, imparato a “vedere” attraverso i suoi occhi, imparato ad “apprezzare” il grande valore della nostra terra.
  4. assuntina antonacci

    Anna e il pane

    Anna, bimbetta che dorme, avvolta in una vecchia e pungente coperta militare sui sacchi del farinaccio, un piccolo caldo pertugio s’era creato sotto il suo peso leggero. I ricordi dipanano e rianimano di vita quelle porte sgangherate e abbandonate nei vicoli stretti delle case che si abbracciano attorno alle vecchie mura del castello dei Frangipane. Lì, poco distante e di fronte al maestoso portale del Palazzaccio c’era il forno, dove la fornaia “la fija de la roscia” cuoceva il pane. Era il suo lavoro, la sera provvedeva a riempire il forno con lunghi pezzi di legno di ogni tipo, il migliore era l’ulivo, ma non sempre ce n’era di questo legno prezioso e così Bellino il poeta il marito della fornaia trasportava al forno, sulla groppa del suo asino, ogni tipo di legno, meno il castagno che avrebbe “schizzato” scintille sulle “coppie” di pane. La fornara era un lavoro particolare e faticoso, alle tre del mattino la fornaia si svegliava e dalla vicina casa di via ripa alta scendeva e, dopo poche decine di metri si trovava nella larga stanza, le fascine ormai ben asciutte e soprattutto secche dell’anno precedente e poste nel forno dalla sera avanti, velocemente il fuoco era acceso. Socchiusa la bocca del forno, una sbirciata al foglio dove c’era la lista delle donne che s’erano “segnate” a cuocere il pane, talvolta la fornaia usava un pezzetto di carbone per scrivere, la memoria era forte, un rapido sguardo al fuoco e via fuori, nel buio della notte riconosceva ogni casa, ogni porta. Un fragoroso picchio alla porta e uno strillo secco:- “ le quattro per le cinque!”- Le donne in fretta scoprivano il grosso impasto che veniva suddiviso in quattro cinque pezzi e collocato con una spolverata di farinaccio sulle tavole che il giorno prima avevano preso al forno. Tutto è pronto, le tavole venivano poste sopra la “curoja” ben appoggiata in testa, ben coperte e affacciandosi fugacemente uscivano di casa. Alle quattro del mattino il pane doveva essere al forno. Alle cinque si iniziava a cuocere. Non c’era il termometro e per sapere se il forno era a giusta temperatura, Assunta posava una foglia di cardo: se questa si appassiva, il forno era pronto, se invece la foglia diventava nera, era troppo caldo. Pochi attimi e la lunga pala di legno avrebbe nascosto il pane dentro quella bocca infuocata … ma prima c’èra la “conta” a chi sarebbe toccato il centro e a chi il lato e a chi l’entrata del forno. Il posto migliore per la cottura era il centro, ai lati cuoceva troppo, all’entrata cuoceva poco, nel centro era perfetto. La donne chiacchieravano e lavoravano ai ferri, talvolta accesi scambi di vedute, che la fornaia subito attenuava. Tra poco il prezioso e dorato cibo sarebbe stato sfornato e una volta a casa posto nella cassa del pane. Una volta finito di cuocere il pane e il forno era meno caldo, allora si cuocevano i dolci, molti cuocevano le mele e le pacche erano messe ad essiccare sulla parte posteriore esterna del forno. Deliziose erano le mele avvolte in pasta di pane. I tempi erano duri, Bellino faceva l’ortolano e tutta la roba dell’orto serviva alla loro tavola e alla vendita, quando c’erano tante uova, queste venivano “barattate” con un po’ di olio dall’Eva, il prosciutto era scambiato con il farinaccio, a casa rimaneva la spalla. Anna ricorda quei tempi con tenerezza e passione, l’acqua in casa non c’era, il bagno neppure. Il desinare era povero ma ricco di inventiva, le zucchine erano cucinate in molti modi, i fagioli erano il piatto principe, la carne solo poche volte e durante le feste ed è su quella vita di sacrifici che i figli hanno potuto capire il senso del rispetto del cibo, e che forse oggi non c’è più.
  5. assuntina antonacci

    Gli investimenti di tangentopoli

    In breve molto breve. Un gruppo politico nel periodo che precede tangentopoli, con i soldi sottratti all'Eni decide di pianificare la realizzazione di un complesso termale in una situazione strategica e fortunata ovvero la vicinanza con una grossa città e un porto importante e acquista, per mezzo di un "colletto bianco" un grosso appezzamento di terreno in un parco naturale. Il terreno viene intestato ad una società offshore coperta da due altre società svizzere. Succede che scoppia tangentopoli, il "colletto bianco" è arrestato, la proprietà abbandonata. Dopo anni, due giovani vedono un casale e un terreno abbandonato ma ci vedono il lavoro per una famiglia e un sogno. Acquistano e con enorme sacrificio recuperano il tutto e iniziano a lavorare e con successo. Il gruppo politico però non aveva abbandonato il vecchio progetto e torna all'attacco, prima con problemi legali, poi e nel corso degli anni riescono ad infiltrarsi nella famiglia, gli accordi partono, il "colletto bianco" ricompare, le prime tranche vengono pagate, attraverso compravendite e prestanomi e atti simulati.... ma ancora non ci riescono. In ultimo arriva una prestanome che compra in un lampo. Menti finissime si muovono agevolmente nella procura Una donna, l'unica rimasta ancorata a quel sogno e rimasta sola, abbandonata da tutti e dai figli, tiene duro, sa che la verità è dietro quei soldi con cui hanno pagato. Il finale non lo so ancora. Ma la donna continua sognare Tutto dipende.
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