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Alberto Monroy

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  1. Buongiorno Alberto se ci sei batti un colpo 

  2. Alberto Monroy

    Di pietra e di carne (Cap 1 di 3)

    " Lei uno stronzo, lo sa?»" Ho trovato solo un refuso, dopo lei manca il verbo. Questa prima parte è già un racconto diviso in due. La voce narrante al presente inizia e ci troviamo fermi in mezzo al mare. Dei dialoghi molto ben strutturati con due protagonisti. Nella seconda parte, la più corposa, sembra una lunga analessi tanto che la voce narrante la trasporti al passato dove uno dei due protagonisti è su un altro traghetto alle prese con altri personaggi, con la voce narrante che spezza i dialoghi nel tentativo di dare spiegazioni. Troppo poco per giudicare, solo normalizzerei i tempi verbali della voce narrante, o tutto al passato o al presente e introdurrei in qualche modo quella che pare l'analessi seguente. Nel complesso una lettura gradevole, pure se temo di sapere dove mi stai portando.
  3. Alberto Monroy

    Il libraio, ultima parte

    Una settimana dopo, il Natale è già trascorso, mi accingo a preparare l’inventario in vista della chiusura dell’anno e sono incerto se chiudere o meno la libreria. Non è mai un buon periodo per le vendite questo. Anzi, di regola, ho sempre serrato per una settimana intera, anche per evitare di incontrare facce falsamente felici e dispensatrici di un’armonia e di una serenità certo fasulle ma imposte dalle circostanze, e mi sono rifugiato dietro le saracinesche o in casa. Sto per chiudermi dentro quando un vecchio cliente mi telefona. «Le dispiace se passo dalla libreria questo pomeriggio?» «Emidio Vauro» mi ricorda il nome. Scavo nella memoria e rammento. Ho concluso un magnifico affare con lui, molti anni prima, ma è da allora che non lo vedo, o lo sento. «Veramente avevo in mente di non aprire» mi scuso. «Non le farò perder tempo» mi assicura, «devo solo acquistare un regalo per un caro amico.» Non me la sento di negargli un favore, e quel pomeriggio decido mio malgrado di lasciare aperta la libreria. Arriva verso le sei del pomeriggio e mi ringrazia della cortesia, poi si addentra tra gli scaffali e mi accenna di voler rimanere solo. Passa del tempo senza che senta rumori e, incuriosito, lo cerco. Sembra quasi che stia lì ad aspettarmi. «Io possiedo il manoscritto completo e originale, sa...» m’informa, a bassa voce. Mi avvicino, lo osservo con più attenzione. La memoria, alle volte, gioca brutti scherzi, perché non sembra cambiato da quando l’ho conosciuto, quindici anni prima; riaffiora dagli anfratti della memoria la sua età, uguale alla mia: cinquantadue anni. Neanche una ruga o un capello bianco, l’abito grigio che veste alla perfezione, il respiro cupo senza essere ansimante. Il tempo, per lui, non pare passato. E rammento di avergli venduto un pezzo molto costoso e col ricavato di avere fatto dei buoni affari. E quella grossa cifra pagata in contanti. Capisco che quella del dono a un amico è solo una scusa e che si trova lì perché desideroso di concludere con me un qualche affare; fiuto l’opportunità, ma l’abitudine allo stare all’erta, pronto a smascherare i bluff dei miei clienti o le truffe di girovaghi imbroglioni intenzionati a fare l’affare a spese mie, mi impone di tenere la guardia alzata anche in quel frangente. La mia curiosità evapora non appena mi mostra il dorso del libro che tiene in mano con il titolo dell’opera stampato a chiare lettere, in oro rosso: «Zosimus, New History» leggo ad alta voce, e non riesco a nascondere la mia delusione. «Ho l’originale, se le interessa» prova a solleticarmi, e un sorriso beffardo gli illumina il viso. «Lei forse possiede l’edizione Green and Chaplin del 1814. Preziosa, ma non rara...» commento, con una punta di sarcasmo. «Io veramente intendevo il manoscritto di Zosimo in originale... non la tarda traduzione inglese.» Il mio sguardo stupito si ferma sui suoi occhi, e penso che si stia prendendo gioco di me, o che sia uscito di senno. «Il manoscritto originale, per quanto ne so, si trova in Vaticano. Ed è mancante di una parte del quarto libro, che non è mai stata ritrovata.» L’uomo sorride e continua a sfogliare il volume di inizio Novecento che tiene tra le mani. «Il manoscritto originale, contenuto in pergamene legate in forma di codex, è completo ed è al sicuro in casa mia» mi corregge. «Mi spiace, ma non è possibile» lo contraddico. «Niente è impossibile per un vero collezionista» e calca l’accento sul sostantivo, a sottolineare la distanza tra la mera volontà, l’ambizione, i sogni, e la realtà: tra lui e gli altri… tra me e lui. «Lo vuol forse vedere?» Non riesco neanche ad abbozzare una risposta. Rimango sulle mie, sospettoso, temendo che dietro quell’inaspettata rivelazione e la generosa offerta si nasconda un ingegnoso stratagemma. «Sa chi era Zosimo?» Riprende Emidio Vauro e, posato il volume, si allontana, in tutto simile alla fiera che si distanzia dalla sua preda, tanto da non fargli intendere di essere seguita, e rimanendo sottovento continua a sorvegliarla, pronta a ghermirla e a sferrare il colpo mortale. «Uno storico, ma anche un giurista... visse durante il regno dell’imperatore Giustino» spiego. «Ha una buona memoria, caro il mio libraio.» «Uno storico scadente dalla prosa pomposa, un narratore superficiale privo di carattere e di mordente, ma...» mi interrompo e ricordo di colpo qualcosa di importante che preferisco tacere. «Ma?» Mi sollecita l’uomo. «Alcuni sostengono che fosse un farmacista; ma non un farmacista qualsiasi… il più grande fino ad allora... e che la Ίστορία Νέα sia non un’opera di storia scadente, ma un grandioso, unico, codice criptato» mi decido a continuare. «E che proprio la parte mancante costituisca la chiave per decifrare il codice» aggiunge Emidio Vauro, sorridente e soddisfatto, e inala il contenuto di una piccola bomboletta spray. «Ricordo anche» aggiungo, scavando nella memoria «che qualcuno affermava che egli avesse trovato una cura per il cancro, con una singolare mistura di erbe rimasta ignota...» «Ho impiegato dieci anni a decifrare quel codice, e tutte le mie risorse. Mi creda, non soltanto un grande farmacista. Ma il più grande. Zosimo mi ha salvato la vita» conclude, e mi mette in mano una fotografia che tiene dentro la tasca della giacca. La prendo e la giro: ritrae un uomo in un letto, pallido e senza capelli, lo sguardo spento. «Lei?» Balbetto, indicandolo. «Io, poco prima di riuscire a decifrare Zosimo. Mi avevano dato pochi mesi di vita. Le terapie chemioterapiche erano fallite. Devo ringraziare Zosimo e... lei. Mi avete salvato la vita.» «Io?» Domando stupito. «Perché?» «Perché quindici anni fa ho acquistato da lei le pergamene di Zosimo...» «Da me? Non è possibile... No, lo escludo» balbetto ancora. «L’opera completa di Zosimo era nascosta in un manoscritto. Le pagine di pergamena erano unite in due a formare un unico foglio. La scoperta l’ha fatta il mio piccolo aiutante, per caso» mi spiega, e indica il grosso gatto nero che tiene curiosamente al guinzaglio e di cui, fino ad allora, non mi sono accorto. «Qual era il libro?» Mormoro. «Expositio ad Mattheum, di Remigio di Auxerre. Ricorda? Nel 1998 mi costò più di cinquanta milioni.» Rammento le pergamene di Remigio, che ho tenuto con me per oltre due anni senza trovare un acquirente all’altezza. Ricordo di aver sfogliato innumerevoli volte quelle pagine, con attenzione, impegno, delicatezza. Pagine antiche quasi mille anni. La rabbia nata dall’impotenza mi porta a maledire me stesso. Non ho capito nulla, penso, pieno d’ira. Spalanco gli occhi e l’aria quasi mi viene a mancare. Per lo stupore, l’invidia e la delusione di non essere stato io a scoprire quel testo unico che avevo cercato per tutta una vita e che era stato nelle mie mani, per due lunghi anni, senza che avessi capito nulla. L’emozione mi tolse il respiro. «Perché non lo rivela al mondo?» «Non è ancora giunto il momento. Ma lei lo vuole vedere?» suggerisce, sfoggiando un sorriso largo e amichevole. Cade ogni difesa e ogni barriera. «Dove?» Domando, ancora sconvolto da quella rivelazione, mentre ripercorro uno ad uno i giorni in cui avevo avuto con me il codice senza capire nulla. Spinto dalla curiosità metto da parte ogni cautela e indugio e, per un attimo, mi balugina persino l’idea di uccidere quell’uomo, invaso e diretto dalla mia stessa ossessione, ma che aveva dimostrato di avere più capacità o, soltanto, più fortuna di me. Un uomo, rimugino, che per forza sarà solo al mondo, come lo sono io. «A casa mia domani sera» propone, e porta di nuovo l’inalatore alla bocca, mentre mi consegna uno sbiadito biglietto da visita con il suo indirizzo. «Sarò puntuale, non tema.» «Oh, non ho dubbi...» risponde, e mi porge la sua mano, fredda e diafana. La sera seguente mi presento all’orario stabilito e mi attardo all’ingresso, incerto sul da farsi. Decido di suonare. La casa è elegante senza essere lussuosa, ma anonima e mi stupisce non vedere librerie o scaffali da nessuna parte né, tanto meno, libri. Emidio Vauro mi rivela di essere solo in casa. Di non avere moglie o famiglia. Mi confida, mi pare con una punta di sincero rammarico, che i libri sono l’unica cosa viva della sua vita. Come mai prima d’allora ho l’impressione di trovarmi davanti al mio doppione esatto. Poi mi offre da bere e mi intratteene con chiacchiere e confidenze vuote; d’improvviso si alza e si allontana, senza dire una parola, torna dopo qualche istante con il voluminoso involucro che contiene le pergamene. Apre il panno che contiene il manoscritto originale di Zosimo di Panopoli, ma non riesco a vedere altro che l’Expositio ad Mattheum che gli ho venduto anni prima. «Dov’è l’opera di Zosimo» chiedo, e trattengo il respiro. «Guardi meglio. È lì, davanti ai suoi occhi... il tesoro lo tiene in mano» mi garantisce. Continuo a sfogliare il volume, con le mani che tremano per la trepidazione. «Lei è libero... finalmente» mi sussurra, con un sorriso beffardo, mentre ogni cosa intorno a me si fa sfocata. «Il tesoro l’ho in mano io... sono un uomo libero» ripeto, mentre il mondo intorno a me perde i suoi contorni. Quando mi sveglio, il giorno seguente, dolorante e intontito, noto intorno a me degli agenti di polizia, e una donna fuori di sé che ripete la parola ladro continuando a indicare verso me. D’istinto con le mani vado alla ricerca delle chiavi di casa nella tasca dei pantaloni. Gli agenti che mi riaccompagnano constatano che l’uscio è aperto e che il mio appartamento sembra sia stato svuotato; entro barcollante nella stanza blindata che ha contenuto il tesoro di lunghi decenni di fatiche e di privazioni, e la voce di quell’uomo inizia a rimbombare nella mia mente: sei un uomo libero. Emidio Vauro, o comunque si chiamasse, non ha lasciato neanche uno dei preziosi libri a cui avevo dedicato la mia intera esistenza. Questo il fatto o, se preferite, l’antefatto. Perché il senso di quell’ultima frase che mi disse l’ho compresa solo più tardi: sei un uomo libero. Per due anni ho pensato alla beffa finale e crudele di un uomo senza sentimenti, di un astuto ladro di vita. Ma oggi io sono un uomo libero; mi conoscono tutti nella cittadina dove ho scelto di ricominciare la mia vita, e finalmente libero ho trovato qualcuno che mi aspetta a casa, ogni sera, e che mi accoglie con affetto, con un sorriso e un abbraccio. Il mio lavoro non è cambiato, vendo sempre libri. Ma adesso non sono più oggetti da accumulare e collezionare; essi non sono più una barriera, non hanno più un valore di scambio, non formano più il recinto che racchiude il mio angusto universo, ma sono essi stessi un formidabile mezzo per scambiare esperienze e sono loro che mi uniscono agli altri esseri umani invece che separarmene: attraverso di essi io do e ricevo. E solo adesso, mi sono reso conto, i miei libri sono vivi e sono capaci di regalarmi quella saggezza, quella maturità e quella serena calma e soddisfazione che prima non ho mai conosciuto.
  4. Alberto Monroy

    Alfio Pt. 2

    No, è un bel pezzo, l'ho letto volentieri, anche se ti sei dimenticato i Procol Harum. Io adesso ascolto solo musica sinfonica, a volte lirica, e da un po' di tempo mi sono infatuato della musica barocca. A proposito di Procol Harum, Bach è davvero il più grande autore mai esistito. Vado indietro invece di andare avanti. Segno di vecchiaia incipiente. Ma oggi mi pare che quelli che facciano musica si contano sulle dita di una mano, mi riferisco agli sparuti autori di jazz rimasti oltre Oceano. E qui c'è Ludovico Einaudi.
  5. Alberto Monroy

    Il libraio, parte seconda di tre

    La sera successiva, in negozio, sono immerso nella lettura di una prima edizione acquistata all’ultima mostra del libro antico di Milano: mi colpisce il silenzio e solo allora mi accorgo che è notte fonda. Nessun rumore dalla strada, e la nebbia come una cortina ad attutire suoni e luci, e a ridurre il mondo a una monocromia senza contorni. «C’è un silenzio terribile» mormoro, e sento un brivido corrermi lungo la schiena. Ho la sensazione di essere sull’orlo di un abisso e di poter precipitare nell’oscurità anche con un solo passo falso. Mi decido a chiudere e, serrata la saracinesca, mi avvio di fretta verso casa. Ho subito la sensazione di passi alle mie spalle. Volto il primo angolo di proposito, ma la sensazione dura ancora. E allora mi fermo, e ascolto, cercando di cogliere un suono che possa indicarmi la presenza di un estraneo; ma riesco a distinguere solo il silenzio, interrotto dal rumore di ruote sull’asfalto umido, e il latrare di cani in lontananza. Riprendo a camminare, ma l’impressione di essere seguito diviene prepotente. Chissà se la solitudine sopra cui ho adagiato la mia esistenza non abbia sollecitato qualche tipo di paranoia, mi domando, e se io abbia finito per assorbire le fissazioni dei miei clienti, oppresso come loro dall’impulso di accumulare opere uniche. Cos’è la mia vita, mi interrogo… E accelero il passo nel tentativo di distanziare il mio inseguitore. Le uniche emozioni che mi fanno sentire vivo le ho isolate e concentrate nel ristretto andito lavorativo; ma per quanto tempo ancora funzionerà? Non ho riflettuto sulla solitudine perché di rado mi sono sentito tanto solo come adesso. Ricordo quel passo del Ad se ipsum in cui Marco Aurelio esorta se stesso a cogliere l’istante che rende ogni momento unico. Sfruttare le gioie che la vita dona in ogni momento? Mi chiedo. Ne ho sempre dubitato, la vita è fatta di istanti unici, però ognuno di essi, col tempo, scompare e diventa un ricordo che lascia un sapore amaro in bocca. Vivere, momento dopo momento, non agevola il dare un senso alla propria vita, penso. Nessuna esperienza vissuta, nessun attimo fuggente può servire a regalarmi la lucidità di una visione né la consapevolezza di quel singolo momento. Carpe diem quam minima credula postero, scrive Orazio, ed è un invito a non preoccuparsi del futuro. Ma questo in fondo significa nessuna felicità, né fuggente né duratura, e ormai arrivato oltre i cinquant’anni sento il corpo invecchiare e capisco che sarà il tempo a risolvere ogni cosa. Migliaia di istanti erano scivolati su di me come pioggia, uguali gli uni agli altri, indistinguibili e uniti dall’indifferenza in cui annego; cogliere l’istante non vuol dire afferrare il momento, l’occasione propizia, o vivere l’intera vita con l’intensità di un solo attimo, quanto rendersi conto che ogni goccia di vita e di consapevolezza è preziosa pure se si perde nell’immenso Oceano del Tempo. Mi ci vuole mezz’ora a piedi dalla libreria al mio appartamento, al terzo piano di una palazzina dalle parti del parco del Meisino; in questo luogo conduco la mia esistenza tranquilla e isolata, lontana dal mio prossimo. Di rado mi fermo a parlare con altri condomini, per non parlare degli abitanti del quartiere; passanti che osservo a distanza, senza interesse, quasi con fastidio. Non ho mai voluto sposarmi; le donne mi hanno attirato da ragazzo, ma sono bastate un paio di disavventure per mettermi sulla difensiva, per farmi perdere la voglia di prendere l’iniziativa. In tanti anni non ho mai sperimentato un legame emotivo serio con un altro essere umano. L’unica emozione che mi è rimasta è l’indifferenza e l’unico legame duraturo che sono riuscito a costruire è quello con i miei libri. I miei libri sono la mia vita e il mio unico tesoro. In una stanza del mio appartamento, trasformata in caveau, ho nascosto il mio patrimonio, accumulato in tanti anni di sacrifici, composto da volumi del seicento e del settecento, da incunaboli, da pergamene, persino da antichi papiri, non c’è bisogno di sottolinearlo, rari e preziosi. Un tesoro celato anche a me stesso: soprattutto a me stesso. Come fosse una caparra, una firma di garanzia per un contratto con una clausola che non si avvera, per una vita che non arriva e che si allontana, giorno dopo giorno. Mi attardo sul portone e, prima di entrare, scruto l’oscurità alla ricerca di un segno. La nebbia si è fatta meno fitta e lo sguardo si ferma sul parcheggio vicino. Mi sembra di vedere un uomo nei pressi di un furgoncino scuro; e ho la sensazione che mi stia osservando, mi domando se sia l’individuo che mi ha seguito fin lì. E quell’automezzo, sono sicuro di averlo già visto parcheggiato la sera prima e quella prima ancora. Qualcuno che abita qui. E il pensiero ha l’effetto di un tranquillante. Apro il portone e mi accorgo che il furgone è andato via; per qualche attimo osservo l’asfalto vuoto e vengo invaso da una senso di inquietudine. Attraverso a passi svelti l’atrio vuoto, illuminato da una fioca lampadina, e mi trovo davanti alla porta dell’ascensore; la cabina vuota mi offre un senso di sollievo. Entro e spingo il pulsante del piano, tiro fuori dalla tasca le chiavi che serrano la spessa porta blindata e, in un attimo, sono dentro. «Al sicuro, al sicuro» ripeto a voce alta, dopo aver chiuso la porta alle mie spalle.
  6. Alberto Monroy

    Il libraio, parte prima di tre

    Alzo il capo e cerco l’orologio appeso alla parete. «È ora di chiudere» mi esce come un mormorio. Chiudo il volume e lo ripongo sulla scaffalatura di mezzo; è una pregevole prima edizione italiana del 1889 intitolata: Il delitto e il castigo, un volume con la legatura Morris e decoro di fogliame e piante. Prelevo il denaro dal registratore di cassa, eccetto la banconota da venti euro che fa da esca, spengo le luci, inserisco l’allarme, calo la saracinesca, mi muovo in fretta pure se nessuno in casa aspetta il mio arrivo: a essere sincero, non c’è stato mai nessuno. Da trent’anni non esiste altro che il lavoro: una libreria antiquaria, a Torino, in vicolo Grosso numero sei, non distante dalla basilica di Santa Maria Ausiliatrice; un luogo nascosto, silenzioso, seppure a due passi dalle vie del centro. L’entrata è angusta, e anonima, nessuna insegna a indicare la funzione a parte quel Libreria antiquaria a lettere dorate impresse sulla vetrina; dove questo mese ho inserito un paio di atlanti a legatura greca esposti sopra una consolle a tre cassetti. Il locale al centro ha le dimensioni di otto metri per quattro e comunica, per i lati maggiori, con due altri di dimensioni minori: a ogni parete si trovano delle scaffalature di mogano scuro affollate da libri di diverse taglie e forme. Più che un libraio mi considero un collezionista e la mia, più che una libreria, la ritengo una galleria d’arte; un luogo silenzioso, e appartato, che consente ai miei clienti di perdersi tra antiche edizioni con brossure di spesso cartone o di antico marocchino e di trascorrere del tempo lasciandosi sedurre dall’aroma simile al tabacco stagionato che emana certa carta o il cuoio leggermente umido. Un luogo dove leggere nomi di case editrici perdute anche nel ricordo e vagare assorti dalle lettere d’oro di autori sconosciuti o dai titoli di opere ignote e dimenticate da tutti. Per i clienti disposti a spendere riservo dei pezzi particolari; che non tengo in libreria, ma in casa, in una stanza con l’esatta concentrazione di umidità e la giusta temperatura, tenuti al sicuro da una porta blindata nascosta da una scaffalatura mobile. Là dentro, solo per i miei sguardi, conservo la collezione privata che ho impiegato anni ad arricchire. Da circa un mese ho messo le mani sopra un’opera particolare, un prezioso manoscritto medievale compilato in carta pergamena, legato con tavole di legno rivestite di cuoio impreziosito con smalti e avori. L’ho inseguito per parecchio tempo; e dalla sua vendita spero di ricavare un ampio utile per premiare la fatica della ricerca. Ho contattato un possibile acquirente, un noto collezionista piemontese, un facoltoso imprenditore che ha per dimora una splendida villa, uno chateau perso tra le colline, disposto pare a investire la cifra considerevole a cui penso di cedere. Quando mi convoca per mostrargli il pezzo prendo la macchina e mi perdo nel buio su per i tornanti delle colline boscose ai margini della città. Quando trovo il cancello percorro un ampio viale alberato fino allo spiazzale illuminato circondato da giardini all’italiana intervallati da boschi ben curati. Passo un controllo al metal detector e subisco una perquisizione corporale, ma questo è il minimo per trattare con personaggi prestigiosi; come mia abitudine, per presentare il volume, inizio a narrare le acrobazie che lo hanno condotto, attraverso i secoli, nelle mie mani e poi prendo a elencare i nomi dei precedenti possessori, per dimostrare quanto lustro un’opera del genere possa portare a una biblioteca. Ma il finanziere è allenato a non mostrare le sue emozioni, abituato a trattare o può darsi ancora non del tutto convinto a impegnarsi. Allora inizio a evocare il lavoro, faticoso e oscuro, di quel monaco amanuense che, centinaia di anni prima, aveva compilato l’opera e lo assicuro che il testo è la riproduzione dell’originale papiro sfuggito all’incendio della Biblioteca di Alessandria e poi andato perduto. «È proprio sicuro, signor Policarpo?» Chiede il ricco uomo d’affari, con una punta di scetticismo, e il suo sorriso molle s’accompagna allo sgranarsi degli occhi. «È un pezzo unico, glielo garantisco» lo rassicuro. Non lascio che le sue obiezioni mi inquietino e rispondo: «una riproduzione del ΠΕΡΙ ΥΠΟΥΣ dello Pseudo Longino. Questa» confermo, indicando le fotografie, «è la parte che al mondo manca e che solo lei potrà leggere... e possedere.» «Vedo bene, signor Policarpo. Ma voglio vedere il pezzo prima di procedere alla transazione» mi comunica l’uomo in tono neutro. «Per lei rappresenta un problema?» «Chiaro che no, lo potrà vedere, se lo desidera.» È questo il genere di persone che io frequento da tutta una vita; non dei comuni lettori, ma bibliofili, che amano l’ombra in cui si nascondono: all’eterna ricerca di quel pezzo letterario senza eguali per il quale sono disposti a cifre favolose: collezionisti che aspirano all’unicità e credono di poterla acquistare, ottenere, a volte a ogni costo: uomini che pensano di poter lasciare la loro impronta nella storia quali scopritori di un’opera già scritta: o accumulatori seriali di oggetti per il cui possesso è necessario il trasferimento di una cifra a cinque zeri, o a sei. (continua)
  7. Alberto Monroy

    Alfio Pt. 2

    Una seconda parte più interlocutoria, ma non per questo meno gradevole della precedente. Ti segnalo: "Già sentivo casa mia, trasformarsi in una specie di ”Boleskhine House”: la storica dimora che Jimmy Page acquistò per riunirsi a creare pezzi come ”Stairway to heaven”, dei mitici Led Zeppelin. " la virgola dopo casa mia non ci va. Dopo i due punti mi pare che più che la voce narrante intervenga direttamente l'autore, il che non è mai un bene. Proverei a impostarlo diversamente. o a eliminarlo. "era documentavano che," questo è un refuso. "Ma se dal canto mio," dal canto mio sarebbe un inciso, quindi una virgola dopo se. A mio avviso le citazione di storici gruppi diventano tante, forse troppe. Mettere in mostra le proprie conoscenze in tanto poco spazio non sempre è gradevole per chi legge. Ad eccezione della PFM e del BdiMS. Mi è sfuggito dalla prima parte. Ma sei sicuro che ai nostri tempi esistesse il telefono azzurro?
  8. Alberto Monroy

    Alfio - Pt.1

    Eh i Jethro Tull, quanti ricordi. Un testo che fa tintinnare molti ricordi, per chi ce l'ha, ma temo che ai giovani e anche meno giovani dica poco o nulla. Ottima la struttura, la consequenzialità dei tempi, la sintassi, l'io narrante e il PdV funzionano molto bene. Qualche refuso: "- Boh? che ne so, mi da quell'impressione. -" l'accento su da. "Ne remasi profondamente umiliato, " rimasi. Un mio personale pallino, all'uscita da un discorso diretto, dopo un punto fermo, o esclamativo o interrogativo, io andrei col maiuscolo. Le regole di punteggiatura e di ortografia non mutano dentro e fuori i caporali.
  9. Alberto Monroy

    Il libraio

    Alzo il capo e cerco l’orologio appeso alla parete. «È ora di chiudere» mi esce come un mormorio. Chiudo il volume e lo ripongo sulla scaffalatura di mezzo; è una pregevole prima edizione italiana del 1889 intitolata: Il delitto e il castigo, un volume con la legatura Morris e decoro di fogliame e piante. Prelevo il denaro dal registratore di cassa, eccetto la banconota da venti euro che fa da esca, spengo le luci, inserisco l’allarme, calo la saracinesca, mi muovo in fretta pure se nessuno in casa aspetta il mio arrivo: a essere sincero, non c’è stato mai nessuno. Da trent’anni non esiste altro che il lavoro: una libreria antiquaria, a Torino, in vicolo Grosso numero sei, non distante dalla basilica di Santa Maria Ausiliatrice; un luogo nascosto, silenzioso, seppure a due passi dalle vie del centro. L’entrata è angusta, e anonima, nessuna insegna a indicare la funzione a parte quel Libreria antiquaria a lettere dorate impresse sulla vetrina; dove questo mese ho inserito un paio di atlanti a legatura greca esposti sopra una consolle a tre cassetti. Il locale al centro ha le dimensioni di otto metri per quattro e comunica, per i lati maggiori, con due altri di dimensioni minori: a ogni parete si trovano delle scaffalature di mogano scuro affollate da libri di diverse taglie e forme. Più che un libraio mi considero un collezionista e la mia, più che una libreria, la ritengo una galleria d’arte; un luogo silenzioso, e appartato, che consente ai miei clienti di perdersi tra antiche edizioni con brossure di spesso cartone o di antico marocchino e di trascorrere del tempo lasciandosi sedurre dall’aroma simile al tabacco stagionato che emana certa carta o il cuoio leggermente umido. Un luogo dove leggere nomi di case editrici perdute anche nel ricordo e vagare assorti dalle lettere d’oro di autori sconosciuti o dai titoli di opere ignote e dimenticate da tutti. Per i clienti disposti a spendere riservo dei pezzi particolari; che non tengo in libreria, ma in casa, in una stanza con l’esatta concentrazione di umidità e la giusta temperatura, tenuti al sicuro da una porta blindata nascosta da una scaffalatura mobile. Là dentro, solo per i miei sguardi, conservo la collezione privata che ho impiegato anni ad arricchire. Da circa un mese ho messo le mani sopra un’opera particolare, un prezioso manoscritto medievale compilato in carta pergamena, legato con tavole di legno rivestite di cuoio impreziosito con smalti e avori. L’ho inseguito per parecchio tempo; e dalla sua vendita spero di ricavare un ampio utile per premiare la fatica della ricerca. Ho contattato un possibile acquirente, un noto collezionista piemontese, un facoltoso imprenditore che ha per dimora una splendida villa, uno chateau perso tra le colline, disposto pare a investire la cifra considerevole a cui penso di cedere. Quando mi convoca per mostrargli il pezzo prendo la macchina e mi perdo nel buio su per i tornanti delle colline boscose ai margini della città. Quando trovo il cancello percorro un ampio viale alberato fino allo spiazzale illuminato circondato da giardini all’italiana intervallati da boschi ben curati. Passo un controllo al metal detector e subisco una perquisizione corporale, ma questo è il minimo per trattare con personaggi prestigiosi; come mia abitudine, per presentare il volume, inizio a narrare le acrobazie che lo hanno condotto, attraverso i secoli, nelle mie mani e poi prendo a elencare i nomi dei precedenti possessori, per dimostrare quanto lustro un’opera del genere possa portare a una biblioteca. Ma il finanziere è allenato a non mostrare le sue emozioni, abituato a trattare o può darsi ancora non del tutto convinto a impegnarsi. Allora inizio a evocare il lavoro, faticoso e oscuro, di quel monaco amanuense che, centinaia di anni prima, aveva compilato l’opera e lo assicuro che il testo è la riproduzione dell’originale papiro sfuggito all’incendio della Biblioteca di Alessandria e poi andato perduto. «È proprio sicuro, signor Policarpo?» Chiede il ricco uomo d’affari, con una punta di scetticismo, e il suo sorriso molle s’accompagna allo sgranarsi degli occhi. «È un pezzo unico, glielo garantisco» lo rassicuro. Non lascio che le sue obiezioni mi inquietino e rispondo: «una riproduzione del ΠΕΡΙ ΥΠΟΥΣ dello Pseudo Longino. Questa» confermo, indicando le fotografie, «è la parte che al mondo manca e che solo lei potrà leggere... e possedere.» «Vedo bene, signor Policarpo. Ma voglio vedere il pezzo prima di procedere alla transazione» mi comunica l’uomo in tono neutro. «Per lei rappresenta un problema?» «Chiaro che no, lo potrà vedere, se lo desidera.» È questo il genere di persone che io frequento da tutta una vita; non dei comuni lettori, ma bibliofili, che amano l’ombra in cui si nascondono: all’eterna ricerca di quel pezzo letterario senza eguali per il quale sono disposti a cifre favolose: collezionisti che aspirano all’unicità e credono di poterla acquistare, ottenere, a volte a ogni costo: uomini che pensano di poter lasciare la loro impronta nella storia quali scopritori di un’opera già scritta: o accumulatori seriali di oggetti per il cui possesso è necessario il trasferimento di una cifra a cinque zeri, o a sei. La sera successiva, in negozio, sono immerso nella lettura di una prima edizione acquistata all’ultima mostra del libro antico di Milano: mi colpisce il silenzio e solo allora mi accorgo che è notte fonda. Nessun rumore dalla strada, e la nebbia come una cortina ad attutire suoni e luci, e a ridurre il mondo a una monocromia senza contorni. «C’è un silenzio terribile» mormoro, e sento un brivido corrermi lungo la schiena. Ho la sensazione di essere sull’orlo di un abisso e di poter precipitare nell’oscurità anche con un solo passo falso. Mi decido a chiudere e, serrata la saracinesca, mi avvio di fretta verso casa. Ho subito la sensazione di passi alle mie spalle. Volto il primo angolo di proposito, ma la sensazione dura ancora. E allora mi fermo, e ascolto, cercando di cogliere un suono che possa indicarmi la presenza di un estraneo; ma riesco a distinguere solo il silenzio, interrotto dal rumore di ruote sull’asfalto umido, e il latrare di cani in lontananza. Riprendo a camminare, ma l’impressione di essere seguito diviene prepotente. Chissà se la solitudine sopra cui ho adagiato la mia esistenza non abbia sollecitato qualche tipo di paranoia, mi domando, e se io abbia finito per assorbire le fissazioni dei miei clienti, oppresso come loro dall’impulso di accumulare opere uniche. Cos’è la mia vita, mi interrogo… E accelero il passo nel tentativo di distanziare il mio inseguitore. Le uniche emozioni che mi fanno sentire vivo le ho isolate e concentrate nel ristretto andito lavorativo; ma per quanto tempo ancora funzionerà? Non ho riflettuto sulla solitudine perché di rado mi sono sentito tanto solo come adesso. Ricordo quel passo del Ad se ipsum in cui Marco Aurelio esorta se stesso a cogliere l’istante che rende ogni momento unico. Sfruttare le gioie che la vita dona in ogni momento? Mi chiedo. Ne ho sempre dubitato, la vita è fatta di istanti unici, però ognuno di essi, col tempo, scompare e diventa un ricordo che lascia un sapore amaro in bocca. Vivere, momento dopo momento, non agevola il dare un senso alla propria vita, penso. Nessuna esperienza vissuta, nessun attimo fuggente può servire a regalarmi la lucidità di una visione né la consapevolezza di quel singolo momento. Carpe diem quam minima credula postero, scrive Orazio, ed è un invito a non preoccuparsi del futuro. Ma questo in fondo significa nessuna felicità, né fuggente né duratura, e ormai arrivato oltre i cinquant’anni sento il corpo invecchiare e capisco che sarà il tempo a risolvere ogni cosa. Migliaia di istanti erano scivolati su di me come pioggia, uguali gli uni agli altri, indistinguibili e uniti dall’indifferenza in cui annego; cogliere l’istante non vuol dire afferrare il momento, l’occasione propizia, o vivere l’intera vita con l’intensità di un solo attimo, quanto rendersi conto che ogni goccia di vita e di consapevolezza è preziosa pure se si perde nell’immenso Oceano del Tempo. Mi ci vuole mezz’ora a piedi dalla libreria al mio appartamento, al terzo piano di una palazzina dalle parti del parco del Meisino; in questo luogo conduco la mia esistenza tranquilla e isolata, lontana dal mio prossimo. Di rado mi fermo a parlare con altri condomini, per non parlare degli abitanti del quartiere; passanti che osservo a distanza, senza interesse, quasi con fastidio. Non ho mai voluto sposarmi; le donne mi hanno attirato da ragazzo, ma sono bastate un paio di disavventure per mettermi sulla difensiva, per farmi perdere la voglia di prendere l’iniziativa. In tanti anni non ho mai sperimentato un legame emotivo serio con un altro essere umano. L’unica emozione che mi è rimasta è l’indifferenza e l’unico legame duraturo che sono riuscito a costruire è quello con i miei libri. I miei libri sono la mia vita e il mio unico tesoro. In una stanza del mio appartamento, trasformata in caveau, ho nascosto il mio patrimonio, accumulato in tanti anni di sacrifici, composto da volumi del seicento e del settecento, da incunaboli, da pergamene, persino da antichi papiri, non c’è bisogno di sottolinearlo, rari e preziosi. Un tesoro celato anche a me stesso: soprattutto a me stesso. Come fosse una caparra, una firma di garanzia per un contratto con una clausola che non si avvera, per una vita che non arriva e che si allontana, giorno dopo giorno. Mi attardo sul portone e, prima di entrare, scruto l’oscurità alla ricerca di un segno. La nebbia si è fatta meno fitta e lo sguardo si ferma sul parcheggio vicino. Mi sembra di vedere un uomo nei pressi di un furgoncino scuro; e ho la sensazione che mi stia osservando, mi domando se sia l’individuo che mi ha seguito fin lì. E quell’automezzo, sono sicuro di averlo già visto parcheggiato la sera prima e quella prima ancora. Qualcuno che abita qui. E il pensiero ha l’effetto di un tranquillante. Apro il portone e mi accorgo che il furgone è andato via; per qualche attimo osservo l’asfalto vuoto e vengo invaso da una senso di inquietudine. Attraverso a passi svelti l’atrio vuoto, illuminato da una fioca lampadina, e mi trovo davanti alla porta dell’ascensore; la cabina vuota mi offre un senso di sollievo. Entro e spingo il pulsante del piano, tiro fuori dalla tasca le chiavi che serrano la spessa porta blindata e, in un attimo, sono dentro. «Al sicuro, al sicuro» ripeto a voce alta, dopo aver chiuso la porta alle mie spalle. Una settimana dopo, il Natale è già trascorso, mi accingo a preparare l’inventario in vista della chiusura dell’anno e sono incerto se chiudere o meno la libreria. Non è mai un buon periodo per le vendite questo. Anzi, di regola, ho sempre serrato per una settimana intera, anche per evitare di incontrare facce falsamente felici e dispensatrici di un’armonia e di una serenità certo fasulle ma imposte dalle circostanze, e mi sono rifugiato dietro le saracinesche o in casa. Sto per chiudermi dentro quando un vecchio cliente mi telefona. «Le dispiace se passo dalla libreria questo pomeriggio?» «Emidio Vauro» mi ricorda il nome. Scavo nella memoria e rammento. Ho concluso un magnifico affare con lui, molti anni prima, ma è da allora che non lo vedo, o lo sento. «Veramente avevo in mente di non aprire» mi scuso. «Non le farò perder tempo» mi assicura, «devo solo acquistare un regalo per un caro amico.» Non me la sento di negargli un favore, e quel pomeriggio decido mio malgrado di lasciare aperta la libreria. Arriva verso le sei del pomeriggio e mi ringrazia della cortesia, poi si addentra tra gli scaffali e mi accenna di voler rimanere solo. Passa del tempo senza che senta rumori e, incuriosito, lo cerco. Sembra quasi che stia lì ad aspettarmi. «Io possiedo il manoscritto completo e originale, sa...» m’informa, a bassa voce. Mi avvicino, lo osservo con più attenzione. La memoria, alle volte, gioca brutti scherzi, perché non sembra cambiato da quando l’ho conosciuto, quindici anni prima; riaffiora dagli anfratti della memoria la sua età, uguale alla mia: cinquantadue anni. Neanche una ruga o un capello bianco, l’abito grigio che veste alla perfezione, il respiro cupo senza essere ansimante. Il tempo, per lui, non pare passato. E rammento di avergli venduto un pezzo molto costoso e col ricavato di avere fatto dei buoni affari. E quella grossa cifra pagata in contanti. Capisco che quella del dono a un amico è solo una scusa e che si trova lì perché desideroso di concludere con me un qualche affare; fiuto l’opportunità, ma l’abitudine allo stare all’erta, pronto a smascherare i bluff dei miei clienti o le truffe di girovaghi imbroglioni intenzionati a fare l’affare a spese mie, mi impone di tenere la guardia alzata anche in quel frangente. La mia curiosità evapora non appena mi mostra il dorso del libro che tiene in mano con il titolo dell’opera stampato a chiare lettere, in oro rosso: «Zosimus, New History» leggo ad alta voce, e non riesco a nascondere la mia delusione. «Ho l’originale, se le interessa» prova a solleticarmi, e un sorriso beffardo gli illumina il viso. «Lei forse possiede l’edizione Green and Chaplin del 1814. Preziosa, ma non rara...» commento, con una punta di sarcasmo. «Io veramente intendevo il manoscritto di Zosimo in originale... non la tarda traduzione inglese.» Il mio sguardo stupito si ferma sui suoi occhi, e penso che si stia prendendo gioco di me, o che sia uscito di senno. «Il manoscritto originale, per quanto ne so, si trova in Vaticano. Ed è mancante di una parte del quarto libro, che non è mai stata ritrovata.» L’uomo sorride e continua a sfogliare il volume di inizio Novecento che tiene tra le mani. «Il manoscritto originale, contenuto in pergamene legate in forma di codex, è completo ed è al sicuro in casa mia» mi corregge. «Mi spiace, ma non è possibile» lo contraddico. «Niente è impossibile per un vero collezionista» e calca l’accento sul sostantivo, a sottolineare la distanza tra la mera volontà, l’ambizione, i sogni, e la realtà: tra lui e gli altri… tra me e lui. «Lo vuol forse vedere?» Non riesco neanche ad abbozzare una risposta. Rimango sulle mie, sospettoso, temendo che dietro quell’inaspettata rivelazione e la generosa offerta si nasconda un ingegnoso stratagemma. «Sa chi era Zosimo?» Riprende Emidio Vauro e, posato il volume, si allontana, in tutto simile alla fiera che si distanzia dalla sua preda, tanto da non fargli intendere di essere seguita, e rimanendo sottovento continua a sorvegliarla, pronta a ghermirla e a sferrare il colpo mortale. «Uno storico, ma anche un giurista... visse durante il regno dell’imperatore Giustino» spiego. «Ha una buona memoria, caro il mio libraio.» «Uno storico scadente dalla prosa pomposa, un narratore superficiale privo di carattere e di mordente, ma...» mi interrompo e ricordo di colpo qualcosa di importante che preferisco tacere. «Ma?» Mi sollecita l’uomo. «Alcuni sostengono che fosse un farmacista; ma non un farmacista qualsiasi… il più grande fino ad allora... e che la Ίστορία Νέα sia non un’opera di storia scadente, ma un grandioso, unico, codice criptato» mi decido a continuare. «E che proprio la parte mancante costituisca la chiave per decifrare il codice» aggiunge Emidio Vauro, sorridente e soddisfatto, e inala il contenuto di una piccola bomboletta spray. «Ricordo anche» aggiungo, scavando nella memoria «che qualcuno affermava che egli avesse trovato una cura per il cancro, con una singolare mistura di erbe rimasta ignota...» «Ho impiegato dieci anni a decifrare quel codice, e tutte le mie risorse. Mi creda, non soltanto un grande farmacista. Ma il più grande. Zosimo mi ha salvato la vita» conclude, e mi mette in mano una fotografia che tiene dentro la tasca della giacca. La prendo e la giro: ritrae un uomo in un letto, pallido e senza capelli, lo sguardo spento. «Lei?» Balbetto, indicandolo. «Io, poco prima di riuscire a decifrare Zosimo. Mi avevano dato pochi mesi di vita. Le terapie chemioterapiche erano fallite. Devo ringraziare Zosimo e... lei. Mi avete salvato la vita.» «Io?» Domando stupito. «Perché?» «Perché quindici anni fa ho acquistato da lei le pergamene di Zosimo...» «Da me? Non è possibile... No, lo escludo» balbetto ancora. «L’opera completa di Zosimo era nascosta in un manoscritto. Le pagine di pergamena erano unite in due a formare un unico foglio. La scoperta l’ha fatta il mio piccolo aiutante, per caso» mi spiega, e indica il grosso gatto nero che tiene curiosamente al guinzaglio e di cui, fino ad allora, non mi sono accorto. «Qual era il libro?» Mormoro. «Expositio ad Mattheum, di Remigio di Auxerre. Ricorda? Nel 1998 mi costò più di cinquanta milioni.» Rammento le pergamene di Remigio, che ho tenuto con me per oltre due anni senza trovare un acquirente all’altezza. Ricordo di aver sfogliato innumerevoli volte quelle pagine, con attenzione, impegno, delicatezza. Pagine antiche quasi mille anni. La rabbia nata dall’impotenza mi porta a maledire me stesso. Non ho capito nulla, penso, pieno d’ira. Spalanco gli occhi e l’aria quasi mi viene a mancare. Per lo stupore, l’invidia e la delusione di non essere stato io a scoprire quel testo unico che avevo cercato per tutta una vita e che era stato nelle mie mani, per due lunghi anni, senza che avessi capito nulla. L’emozione mi tolse il respiro. «Perché non lo rivela al mondo?» «Non è ancora giunto il momento. Ma lei lo vuole vedere?» suggerisce, sfoggiando un sorriso largo e amichevole. Cade ogni difesa e ogni barriera. «Dove?» Domando, ancora sconvolto da quella rivelazione, mentre ripercorro uno ad uno i giorni in cui avevo avuto con me il codice senza capire nulla. Spinto dalla curiosità metto da parte ogni cautela e indugio e, per un attimo, mi balugina persino l’idea di uccidere quell’uomo, invaso e diretto dalla mia stessa ossessione, ma che aveva dimostrato di avere più capacità o, soltanto, più fortuna di me. Un uomo, rimugino, che per forza sarà solo al mondo, come lo sono io. «A casa mia domani sera» propone, e porta di nuovo l’inalatore alla bocca, mentre mi consegna uno sbiadito biglietto da visita con il suo indirizzo. «Sarò puntuale, non tema.» «Oh, non ho dubbi...» risponde, e mi porge la sua mano, fredda e diafana. La sera seguente mi presento all’orario stabilito e mi attardo all’ingresso, incerto sul da farsi. Decido di suonare. La casa è elegante senza essere lussuosa, ma anonima e mi stupisce non vedere librerie o scaffali da nessuna parte né, tanto meno, libri. Emidio Vauro mi rivela di essere solo in casa. Di non avere moglie o famiglia. Mi confida, mi pare con una punta di sincero rammarico, che i libri sono l’unica cosa viva della sua vita. Come mai prima d’allora ho l’impressione di trovarmi davanti al mio doppione esatto. Poi mi offre da bere e mi intratteene con chiacchiere e confidenze vuote; d’improvviso si alza e si allontana, senza dire una parola, torna dopo qualche istante con il voluminoso involucro che contiene le pergamene. Apre il panno che contiene il manoscritto originale di Zosimo di Panopoli, ma non riesco a vedere altro che l’Expositio ad Mattheum che gli ho venduto anni prima. «Dov’è l’opera di Zosimo» chiedo, e trattengo il respiro. «Guardi meglio. È lì, davanti ai suoi occhi... il tesoro lo tiene in mano» mi garantisce. Continuo a sfogliare il volume, con le mani che tremano per la trepidazione. «Lei è libero... finalmente» mi sussurra, con un sorriso beffardo, mentre ogni cosa intorno a me si fa sfocata. «Il tesoro l’ho in mano io... sono un uomo libero» ripeto, mentre il mondo intorno a me perde i suoi contorni. Quando mi sveglio, il giorno seguente, dolorante e intontito, noto intorno a me degli agenti di polizia, e una donna fuori di sé che ripete la parola ladro continuando a indicare verso me. D’istinto con le mani vado alla ricerca delle chiavi di casa nella tasca dei pantaloni. Gli agenti che mi riaccompagnano constatano che l’uscio è aperto e che il mio appartamento sembra sia stato svuotato; entro barcollante nella stanza blindata che ha contenuto il tesoro di lunghi decenni di fatiche e di privazioni, e la voce di quell’uomo inizia a rimbombare nella mia mente: sei un uomo libero. Emidio Vauro, o comunque si chiamasse, non ha lasciato neanche uno dei preziosi libri a cui avevo dedicato la mia intera esistenza. Questo il fatto o, se preferite, l’antefatto. Perché il senso di quell’ultima frase che mi disse l’ho compresa solo più tardi: sei un uomo libero. Per due anni ho pensato alla beffa finale e crudele di un uomo senza sentimenti, di un astuto ladro di vita. Ma oggi io sono un uomo libero; mi conoscono tutti nella cittadina dove ho scelto di ricominciare la mia vita, e finalmente libero ho trovato qualcuno che mi aspetta a casa, ogni sera, e che mi accoglie con affetto, con un sorriso e un abbraccio. Il mio lavoro non è cambiato, vendo sempre libri. Ma adesso non sono più oggetti da accumulare e collezionare; essi non sono più una barriera, non hanno più un valore di scambio, non formano più il recinto che racchiude il mio angusto universo, ma sono essi stessi un formidabile mezzo per scambiare esperienze e sono loro che mi uniscono agli altri esseri umani invece che separarmene: attraverso di essi io do e ricevo. E solo adesso, mi sono reso conto, i miei libri sono vivi e sono capaci di regalarmi quella saggezza, quella maturità e quella serena calma e soddisfazione che prima non ho mai conosciuto.
  10. Alberto Monroy

    Pietas

    Molto breve, forse troppo. A mio avviso dovresti curare la relazione tra il vedere, tramite il microscopio, e la pietas del titolo. La pietas nasce dal vedere, dall'osservare non come spettatori, nell'immedesimarsi nell'altrui sofferenza. Lo strumento microscopio serve a questo scopo. Dovresti quindi approfondire questo vedere che suscita quel sentimento complesso che è la pietas. A rileggerti.
  11. Alberto Monroy

    La grande onda

    È un racconto metaforico, credo. Ma quando le metafore sono spente si riducono ad allusioni. Nel finale non si capisce cosa abbia fatto il protagonista, il ruolo della donna, del bambino, dei ragazzi, e il profluvio di termini forti, onda, pece rosa, apocalisse, sopravvivere, stridono con gli abiti alla moda e ragazzetti scocciati. Hai caricato il testo di simboli, ne sarebbe bastato uno.
  12. Alberto Monroy

    Sottotitoli

    Buonasera a tutti, sono Alberto, abito in un piccolo centro del canavese e per la prima volta mi sono deciso a iscrivermi a un portale del genere. Lettore vorace, ho iniziato da qualche tempo a scrivere. Su WD spero in qualche scambio vantaggioso.
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