Vai al contenuto

Fabulae

Scrittore
  • Numero contenuti

    2
  • Iscritto

  • Ultima visita

Su Fabulae

  • Rank
    Sognatore

Visite recenti

Il blocco dei visitatori recenti è disabilitato e non viene mostrato ad altri utenti.

  1. Fabulae

    Verde acido

    Improvvisamente. Istantaneamente. Si rese conto di essere innamorato di quella creatura sconosciuta. Lo seppe e basta, ne era certo, con la stessa consapevolezza intuitiva che ci fa apparire ovvio il risultato di due più due. Quell'amore fu per lui una verità assiomatica. Ma che fare allora? Fabio non lo sapeva. Si limitò a restare lì immobile, a osservare quella creatura bellissima e senza nome, quella persona i cui contorni si confondevano con quelli di innumerevoli altre persone nella semioscurità epilettica della discoteca. Quella persona che, nonostante ciò, risaltava su tutte le altre come una figura sullo sfondo, come una macchia di colore in un mondo in bianco e nero. Effettivamente, i suoi capelli tinti lo distinguevano dalle altre teste more o castane o fulve o di qualsivoglia colore naturale: erano di un verde acido, un verde lisergico. Ma non era questo, o meglio non solo questo a renderlo così evidente contro la massa scura di gente che si agitava e oscillava e saltava nel rumore scomposto vomitato dal sound system. Era stato qualcos'altro a stregare Fabio, qualcosa di imprecisato, che non riusciva ancora a spiegarsi. Forse, era stata la sua aria assente, indifferente, come se tutto ciò che gli accadeva attorno non lo toccasse. Come se non fosse cosciente di essere lì, come se non fosse davvero lì. La sua presenza pareva quasi un errore, come un'incongrua giustapposizione onirica, o un'allucinazione. Ed il suo abbigliamento trasandato e casuale, una felpa grigia ed un pantalone di tuta, non faceva che amplificare quella dissonanza. Non che la gente attorno a lui indossasse giacca e cravatta, era pur sempre una serata senza pretese e tendente al trash; eppure le altre persone davano comunque l'idea di aver scelto il loro abbigliamento appositamente per la festa, indipendentemente da quale fosse il criterio opinabile di tale scelta. Il ragazzo dai capelli verdi, invece, pareva aver indossato indumenti a caso, quasi si fosse trovato a passare di lì di ritorno dalla drogheria o dal negozio di tabacchi. Non ballava neppure, si muoveva quasi impercettibilmente, lì da solo circondato dalla folla scura e brulicante. Quasi annoiato, ai piedi del palco su cui si esibivano le drag. Lui le osservava con una curiosità distratta, di chi guarda un paesaggio scorrere oltre il finestrino di un treno. Fabio avrebbe voluto avvicinarsi, ma non osava. Il suo gruppo di amici si spostò e dovette seguirli, perdendo di vista il ragazzo dai capelli verdi. "Hai visto il tipo con i capelli verdi?" chiese ad una sua amica. "Quale?" "Poi te lo faccio vedere" rispose Fabio. "Ma perché?" "Perché forse mi sono innamorato" Eppure, molti provarono nei giorni seguenti a convincerlo che non si potesse definire amore quel semplice capriccio dei sensi, magari decorato successivamente dalla sua immaginazione. Ad esempio, gli facevano notare come non sapesse nulla di quella persona, neppure il nome. Obiettavano che invece l'amore era il frutto di un lungo percorso di conoscenza, che si fondava sull'intimità, sulla complicità, eccetera. Però a Fabio davvero non importava quale fosse la denominazione corretta per ciò che provava. La tassonomia dei sentimenti era un lavoro per i poeti e gli psicologi. Lui fu semplicemente sicuro di non aver mai provato nulla di così intenso nella sua vita. E quando tutti gli sottolineavano l'illusorietà e la frivolezza di un tale sentimento, con le argomentazioni più svariate, le più sensate e logicamente solide, Fabio sorrideva del loro patetico tentativo di combattere con la logica qualcosa che sentiva nel profondo della propria carne: era un po' come provare a fermare un uragano a colpi di missili balistici. Inutile. Infatti, quel solo incontro era stato sufficiente affinché Fabio intravedesse qualcosa di bellissimo in quel corpo, in quel viso, in quei capelli verdi, al di là della sua mera bellezza fisica. Era stato come leggere una poesia di un poeta sconosciuto ed innamorarsi dell'autore attraverso le sue parole, come se le parole fossero una sorta di accesso segreto, tale da permettere di sbirciare all'interno di un mondo sotterraneo meraviglioso. Fabio ancora non sapeva bene cosa avesse visto guardando il ragazzo dai capelli verdi, non riusciva ancora a razionalizzarlo, eppure sapeva di aver visto qualcosa di unico, e di essersene innamorato. In fondo, quando leggeva i versi dei suoi poeti preferiti, Pessoa o Baudelaire o Elliot, Fabio non si preoccupava di dissezionarne la bellezza in modo scientifico, di parafrasarli per esplicitarne il significato come viene chiesto di fare dai professori delle superiori. Tutt'altro, Fabio amava quei versi senza neppure capirli, e forse la comprensione analitica ne avrebbe addirittura dissipato la bellezza, ne avrebbe fatto a pezzi la bellezza come si fa a pezzi un corpo perfetto durante l'autopsia. Per questa ragione, Fabio si domandava se fosse meglio lasciare le cose così com'erano, senza mai neppure provare ad avvicinarsi a lui, per paura che ciò avrebbe infranto l'incanto che stava vivendo. Trascorse la settimana ad immaginare cose che forse non avrebbe avuto il coraggio di provare a rendere reali, labbra che forse non avrebbe mai voluto provare a baciare, situazioni che forse non avrebbe mai voluto provare a creare. Era tutto perfetto così, nella sua immaginazione, mentre nella realtà la perfezione non può esistere. E quando il sabato successivo lui ed i suoi amici tornarono nello stesso locale, davvero non aveva idea di cosa sarebbe successo se lo avesse visto nuovamente. Il suo cuore fibrillava e il suo stomaco si accartocciava mentre guardava in tutte le direzioni cercando una testa verde in quell'alveare di teste e corpi in ombra. Lo cercava, ma sperava di non trovarlo. Perché se lo avesse scorto avrebbe avuto la responsabilità di scegliere tra il rimorso di aver agito ed il rimpianto di non averlo fatto. E lo vide. Il ragazzo dai capelli verdi. Era lì. Fabio fuggì via, terrorizzato dalla sua responsabilità, si rifugiò dentro un intruglio verde quasi fluorescente che ordinò al bancone. Era alcol puro aromatizzato all'etanolo. Improvvisamente la scelta divenne scontata. Fabio appoggiò il bicchiere di plastica da qualche parte ed avanzò diretto verso di lui, propulso dall'alcol, che ottundeva l'ansia provata fino a quel momento. Scorse gli occhi del ragazzo dai capelli verdi che apparivano e scomparivano insieme con le luci epilettiche della pista da ballo. Quegli occhi lo guardavano. Lo risucchiavano a sé come buchi neri. E quando si trovò di fronte a lui, gli preso il viso tra le mani, lo baciò come se fosse la cosa più ovvia e la più naturale da fare. Sentì le sue labbra morbide muoversi tra le sue, un bacio violento e dolce allo stesso tempo, che durò per un tempo indefinibile. Fabio strinse il suo corpo contro il suo baciandolo con più passione, con più desiderio, sentendo la propria erezione a contatto con quella di lui. Gli prese la mano per portarlo fuori dalla folla indistinta e convulsa, per condurlo fino ad uno dei divanetti appartati. Fabio si sedette, e lo tirò a sé, lo baciato intensamente, insinuando le mani sotto la sua maglia per sentire contro i polpastrelli il calore della sua schiena nuda. Strinse il suo corpo magro, catturò la sua vita mentre le loro gambe si intrecciavano. Quando le luci si accesero, alle cinque del mattino, Fabio rimase a contemplare lungamente il suo viso, osservando la sua espressione seriosa, di chi lascia fluire mille pensieri in sottofondo, senza badarci troppo. Provò a penetrare quell'inquietudine distratta attraverso i suoi occhi grandi a forma di foglia. Notò la loro frangia di ciglia lunghissime, e le sopracciglia spesse e scure. Gli chiese come si chiamasse su Instagram, perché non poteva lasciare che una creatura così bella gli sfuggisse. E lui rispose, e poi scivolò via come se nulla fosse appena successo, come se si stesse alzando da un tavolo dopo aver pranzato da solo. Fabio rimaneva lì sul divanetto, osservandolo mentre, senza voltarsi, si intrufolava tra la folla accalcata all'uscita. Si sentiva sopraffatto da un senso di beautitudine che gli impediva di muoversi, come un fumatore d'oppio abbandonato sui cuscini di una fumeria. Gli faceva uno strano effetto la consapevolezza di star vivendo un momento che avrebbe ricordare fino alla fine dei tempi. Si era addormentato spulciando il suo profilo Instagram, scoprendo così qualche scarna informazione sul suo conto. Cioè, che si chiamava Diego e che aveva diciotto1 anni e che frequentava il liceo artistico. Possedeva solo pochi dati, ma nonostante ciò era convinto di aver intravisto l'essenza del ragazzo dai capelli verdi, e di avergli lasciato intravedere la propria. Avevano bypassato tutte le costruzioni sociali come i dati anagrafici e personali, lasciando accedere l'uno al nucleo più recondito dell'altro, come attraverso un passaggio segretissimo dietro una cascata che passa sotto le mura e conduce direttamente al cuore della fortezza. Il giorno successivo a quel bacio, Fabio non aveva avuto altro pensiero al risveglio se non aprire il proprio profilo Instagram per scoprire se il ragazzo dai capelli verdi lo avesse seguito di rimando. E appena lo aprì, trovò la notifica che aspettava. Non era riuscito a trattenere l'euforia, aveva salvato uno screenshot e lo aveva inviato istantaneamente a quegli amici stretti che erano con lui la sera prima, e che in macchina di ritorno dalla discoteca si erano sorbiti il suo racconto quasi delirante dell'accaduto. La sua stanza gli pareva insolitamente luminosa, quasi fosse stata lucidata tutta quanta come un pezzo d'argenteria, quasi si ritrovasse all'interno di una fotografia post-prodotta. Si era alzato di scatto dal letto, ed aveva iniziato a compiere una serie di azioni casuali senza minimamente prestare attenzione a ciò che stava facendo: era come se avesse inserito il pilota automatico mentre invece la sua mente era occupata dal pensiero di lui e dal ricordo vivido del loro incontro, del sapore fruttato delle sue labbra, probabilmente dovuto a qualche cocktail che aveva bevuto, del fiato caldo di lui che sentiva sulla propria bocca quando le loro labbra si separavano per alcuni attimi, del calore delle sue cosce sotto il tessuto del pantalone. Tuttavia, Fabio non aveva voluto scrivergli. Ancora una volta aveva preferito crogiolarsi nella dolcezza della pura potenzialità, lasciando che la perfezione restasse una possibilità, e non rischiare invece che venisse smentita da ciò che effettivamente sarebbe successo. Aveva trasfigurato quell'incontro nella sua immaginazione, attribuendogli connotazioni liriche, forse addirittura rielaborandolo in modo artistico. Come fanno i romanzieri con eventi della propria vita: li epurano di tutto ciò che è esteticamente sgradevole e ci ricamano sopra ghirlande e volute che non sono mai esistite. Allo stesso modo Fabio ne dipingeva il seguito nella sua mente con colori meravigliosi, dipingeva il ragazzo dai capelli verdi raccontare del loro incontro a qualche sua amica con quell'apparente noncuranza che sembrava caratterizzarlo, lo immaginava indugiare ogni tanto sul ricordo del loro bacio chiedendosi si fossero rivisiti il sabato successivo. Fabio aveva perso interesse in qualsiasi argomento di conversazione che non fosse il ragazzo dai capelli verdi. Eppure, trovava irritante quando il suo interlocutore si interessava eccessivamente a dettagli fisici o anagrafici. Avrebbe voluto che si interessassero del sentimento in sé, che giudicassero quest’ultimo in base alla sua profondità, e non in base al suo oggetto. Si ritrovava a pensare che coloro i quali gli rivolgevano quelle stupide domande avessero, nel corso della loro vita, selezionato il proprio partner come si seleziona un impiegato ad un colloquio di lavoro, cioè avendo una serie di requisiti da spuntare su un taccuino. A Fabio, d’altro canto, non impostava minimamente se l’oggetto del suo sentimento possedesse o meno determinati requisiti. Non era stato lui a sceglierlo, la decisione era stata già preso dentro di lui e a sua insaputa. Amare, per Fabio, non era tanto andare contro la razionalità quanto piuttosto trascenderla. Era arrendersi all’impenetrabilità di un mistero, accettare una verità come assiomatica: non era necessaria alcuna spiegazione o giustificazione di ciò che sentiva, lo sentiva e basta. E allora, che importava a loro se l’oggetto del suo sentimento fosse fisicamente bello o brutto? Effettivamente era bellissimo, e questo aveva di sicuro acceso la sua attrazione, ma ciò che provava non si limitava certo alla sola attrazione fisica. D’altro canto quanti altri ragazzi e ragazze ugualmente bellissimi vedeva Fabio ogni giorno? Eppure, per loro provava solo una vampata di attrazione fisica che spariva poi immediatamente senza lasciare traccia, senza imprimersi in alcun modo nella sua memoria, appena spariva anche il corpo che l’aveva provocata. Quindi, perché proprio lui e non un altro? Perché solo lui? Erano domande irrilevanti. Tuttavia, ad irritato maggiormente erano coloro i quali obiettavano quanto poco Fabio conoscesse l’oggetto del suo sentimento. A loro faceva notare di aver avuto in passato innumerevoli relazioni durature, con persone di cui era arrivato a conoscere ogni vezzo, ogni peculiarità, ogni idiosincrasia. Era arrivato a scoprire ogni dettaglio della loro vita e del loro passato. Ma queste erano cose del tutto parallele al suo sentimento. La conoscenza che aveva maturato dei suoi partner precedenti era scaturita da lunghe conversazioni e confidenze intime nel corso del tempo. Una conoscenza pur sempre filtrata dalle parole e dalle intenzioni comunicative dei suoi interlocutori, che Fabio aveva potuto quindi conoscere nel modo in cui loro si erano voluti mostrare. Dapprima si erano sforzati di dipingere sé stessi nel modo più positivo possibile, come del resto Fabio stesso aveva fatto con tali persone. E con il progredire della conoscenza, pian piano, ciascuno dei due aveva fatto accedere l’altro ad un livello più interno di se stesso, attraversando gradualmente, una per una, le cerchie murarie concentriche con cui ognuno difende la propria essenza come le mura concentriche di un castello feudale. Invece, nella passionalità puramente viscerale del loro abbraccio infinito, Fabio aveva avuto l’impressione di conoscere il ragazzo dai capelli verdi forse meglio di chiunque altro avesse mai conosciuto. Proprio perché non lo conosceva, perché lì per lì non sapeva neppure il suo nome. Infatti, non conoscendosi, nessuno dei due si doveva impegnare per confermare costantemente una certa immagine di sé. Nessuno dei due poteva sentirsi invischiato in alcuna dinamica preesistente, perché il loro incontro era esploso dal puro nulla come l’universo nel Big Bang. Non c’era alcuna sovrastruttura precostituita a regolamentare il loro rapportarsi, perché non sapendo nulla l’uno dell’altro non c’erano elementi su cui poggiare tali sovrastrutture. Insomma, era questo il motivo per cui Fabio trovava ridicolo che qualcuno ponesse l’accento su quanto poco tempo fosse passato dal loro primo ed unico incontro: quell’incontro era stato più rivelatorio e significativo di mille ore di conversazione. Con il passare dei giorni, però, si era cominciata a far strada dentro Fabio una consapevolezza insopportabile, la consapevolezza che anche il ragazzo dai capelli verdi avrebbe potuto tranquillamente scrivergli, eppure non lo aveva ancora fatto. Forse, pensava Fabio, anche lui vuole crogiolarsi il più possibile nella possibilità della perfezione, come stava facendo lui. O forse aspettava che fosse Fabio a scrivergli, facendosi desiderare. Ma poteva anche essere che non avesse alcun interesse a farlo. Poteva anche essere che per il ragazzo dai capelli verdi quell’incontro non avesse avuto minimamente il significato che aveva avuto per Fabio, e che anzi non avesse più pensato a lui, e che Fabio fosse stato solo un capriccio del sabato sera, un frivolo sprazzo di libidine dovuto magari all'euforia alcolica. E quando il sabato successivo Fabio era entrato nella discoteca con il cuore che gli bruciava nel petto, e ne aveva esplorato ogni angolo, si era trovato in fine a dover considerare che l’altro poteva magari non avere una voglia disperata di rivederlo come la aveva lui, e poteva magari non aver trascorso l’ultima settimana pensando a lui insistentemente, e poteva non aver vissuto ogni istante successivo al loro incontro solo in funzione del fatto che si sarebbero incontrati di nuovo. Insomma, Fabio di colpo si trovò di fronte all’impossibilità di negare di essere, magari, una persona insignificante per colui la cui esistenza era ormai diventato il fulcro delle sue giornate. Si era congedato dai suoi amici con una scusa che non si era nemmeno preoccupato di articolare. Era tornato alla sua macchina, si era chiuso nella solitudine dell’abitacolo con una pioggerellina di Novembre che tamburellava sul parabrezza, accentuando il patetismo di quella situazione. Si era accasciato sul volante ed era scoppiato in lacrime disperate. Si rese conto di essere ridicolo, singhiozzando per una persona che aveva visto una volta solo in vita sua e la quale forse aveva già dimenticato della sua esistenza. Era arrabbiato contro sé stesso per la propria ingenuità e stupidità, eppure si sfogò violentemente contro il volante, facendo suonare il clacson un paio di volte. Però non riusciva biasimarsi, era stato sedotto dalla dolcezza di quell’illusione, dalla quale Fabio aveva tratto un piacere tale da non riuscire ancora a lasciarla andare completamente, nonostante tutte le evidenze fossero ormai a sfavore. E si rese conto che solamente una cosa poteva fare, solo una. “Stasera non sei venuto?” gli scrisse. Gli era sembrato che fosse la cosa più adatta da scrivere, abbastanza laconica ed impersonale da non lasciare intuire la sua condizione patetica. Rimase immobile a fissare lo schermo, con l’orologio sul cruscotto che segnava il trascorrere dei minuti, e le gocce che precipitavano sul parabrezza con un piccolo tonfo, per poi serpeggiare giù lungo il vetro. A intervalli quasi regolari riceveva messaggi dai suoi amici che cercavano di capire dove fosse e cosa fosse successo. Fabio avrebbe voluto che gli importasse di loro, però proprio non riusciva a farselo importare. Non leggeva neppure cosa gli stessero scrivendo, guardava le notifiche dei messaggi apparire di colpo sullo schermo, e le lasciava lentamente scivolare via dalla sua attenzione. Proprio come le gocce di pioggia. E quando arrivò il messaggio che aspettava, fu come se l’universo si fosse di colpo ridotto solo a quel: “ho la febbre.” Seguì un selfie sotto le coperte, con i capelli verdi arruffati e schiacciati contro il cuscino. I suoi occhioni a forma di foglia con le iridi del colore del muschio. Tutte quelle emozioni negative non solo furono annichilite istantaneamente, ma addirittura espulse dalla sua memoria, obliterate come un file dall’hard disk. Fu come se non le avesse mai provate, come se anzi avesse sempre provato quella gioia appena esplosa dentro di lui. Cedendo di non avere più nulla da guadagnare dall’ostentare freddezza, gli rispose: “speravo tanto di rivederti stasera.” La replica arrivò subito: “dai ci vediamo sabato prossimo.” Fabio si rese conto che non c’era altro da aggiungere: così era già tutto sufficientemente perfetto. Rispose agli amici ignorati per circa un’ora, scusandosi sentitamente, e tornato dentro al locale spiegò la situazione, offrì a ciascuno un drink, perché il denaro era improvvisamente diventato irrilevante e poteva sperperarlo senza rimorsi. Prese anche lui il solito intruglio verde fluorescente, un bicchiere di etanolo corretto. Ballò come un invasato, collassò sulla tazza del cesso e vomitò tutto quanto. Si rese conto di non essere mai stato così felice. Nei giorni successivi, Fabio scoprì l'orrore delizioso di quel suo sentimento. Scoprì la sensazione di benessere estatico che sentiva pervadere il suo corpo, quasi avesse ricevuto un’iniezione di metadone, al solo pensiero di lui, al pensiero che lui esistesse e che fosse a portata di un messaggio. Scoprì il dubbio angosciante se scrivergli oppure no, in bilico tra il desiderio disperato di un contatto ed il terrore che, scrivendogli con troppa frequenza, risultasse petulante. E l’ansia dolcissima quando Fabio decideva in fine di scrivergli ed aspettava la risposta, fissando lo schermo del cellulare con la stessa tensione di un imputato che osserva la giuria sul punto di emettere un verdetto di vita o di morte. E la frustrazione quando la risposta tardava, rendendo inutile e irrilevante qualsiasi cosa che altrimenti gli avrebbe per lo meno strappato un sorriso. E la rabbia folle e ingiustificata contro chiunque altro gli scrivesse durante l’attesa, illudendolo con il suono della notifica. E la gioia esplosiva quando infine la risposta arrivava, eclissando tutto ciò che altrimenti lo avrebbe magari rattristato. Dell’affabilità verso chiunque altro gli scrivesse subito dopo, perché il mondo era istantaneamente diventato un posto bellissimo popolato solo da persone adorabili. Fabio provava questo e molto altro, emozioni meravigliose e terribili allo stesso tempo. Gli dilaniavano le viscere al punto che pareva di avere dentro la gabbia toracica una creatura mostruosa la quale si agitava e scavava con artigli di talpa per aprirsi una via d’uscita attraverso la carne. Ma quando Fabio lesse quel messaggio si sentì stracciato dentro come un foglio di carta. Una frattura si era aperta dietro al suo sterno, una scavatrice si era messa a trivellare nel suo petto. La gravità si fece di colpo fortissima e lo precipitò in un abisso, lasciando vuoto il suo corpo fisico come il vecchio esoscheletro di un insetto dopo la metamorfosi. Il messaggio era: “mi sono fidanzato aiutooo.” Diego lo aveva scritto così, dal nulla, nel mezzo di una conversazione in cui stavano parlando di tutt’altro. Lo aveva scritto quasi fosse un’informazione qualunque anziché il terribile colpo di accetta che troncava di netto un idillio durato quasi due settimane. Fabio si sforzò di articolare una risposta più meno neutra, nel patetico tentativo di non lasciare intendere il suo cataclisma interiore. Scrisse: “con chi?” Ma la risposta non gli importava. Trascinò avanti la conversazione per un altro paio di battute, sempre per ostentare una poco credibile indifferenza. E quando lasciò cadere il cellulare sul letto si sentì quasi inebetito, stordito dall’impatto di quel massaggio al punto che gli ci volle un po' per razionalizzare cosa stesse succedendo dentro di lui. Si accorse di sentirsi come se il nucleo più tenero ed inerme di sé stesso venisse preso a coltellato, massacrato, straziato. E lui guardava quel martirio completamente rassegnato alla propria impotenza, quel martirio ad opera delle forze che governano l'universo, qualunque esse fossero. Provava verso tali forze una rabbia ed un odio viscerali: erano colpevoli di avergli teso una trappola sadica, approfittando della sua ingenuità. Le forze dell’universo gli avevano infatti mostrato la cosa più bella che avesse mai visto, e Fabio aveva ovviamente iniziato a desiderarla come non aveva mai desiderato altro, illudendosi di poterla avere, di poter essere felice come non era mai stato prima. E invece, quella felicità che stava sfiorando gli era stata impietosamente scippata dalle mani. Fabio si abbandonò sul letto, arrendendo tutto sé stesso al dolore bruciante e quasi fisico che sentiva nel petto, acuito da quel senso di ingiustizia cosmica. Quest'ultima suscitava ora una furia violenta, che Fabio rivolgeva contro il cuscino o il materasso, ora un pianto disperato e rabbioso, con rivi copiosi che scivolavano sul viso contorto in una smorfia e sulla mascella contratta che gli serrava i denti. E quando quel maremoto emotivo si placó, quando Fabio si sentì fisicamente stanco di singhiozzare e di prendere a pugni il cuscino, si accorse che dentro di lui non rimaneva che vuoto e cenere. Un senso di desolazione, di insignificanza universale, di disinteresse totale per sé stesso al punto che sarebbe rimasto lì immobile per l'eternità, lasciando morire il suo corpo come una pianta d'appartamento negletta. Quando il sabato andò con i suoi amici al locale, si trovò di fronte l'orribile scena: Diego insieme al suo nuovo fidanzato, un tizio dal collo taurino e dai lineamenti sgraziati. A Fabio sembrò bruttissimo, ma ovviamente il suo giudizio fu tutt'altro che oggettivo. Per circa mezz'ora resistette all'impulso di scoppiare in lacrime, poi si allontanò inosservato dal suo gruppo di amici in pista e, tornata alla macchina, si mise a guidare senza meta per la città. Quest’ultima, sferzata da una pioggia perfettamente coerente con il suo stato interiore, era totalmente indifferente ai suoi singhiozzi e al suo patimento, con la gente che affollava i bar e i locali, sicuramente godendosi la serata tra drink e risate alticce. Si sentì tremendamente solo, ma allo stesso tempo sapeva che non avrebbe avuto la forza di tollerare la pietà di un amico. E questo pensiero gli fece ricordare degli amici che aveva preso l'impegno di riportare a casa, e che già avevano cominciato a fare vibrare il suo cellulare. Decise di tornare dentro, afferrò un tizio carino che gli ammiccava dalla pista e, dopo averlo trascinato davanti a Diego, iniziò a baciarlo con foga quasi teatrale. Ma Diego non sembrò accorgersene: tra le braccia del suo fidanzato era in uno stato stupefatto, forse sotto l'effetto di chissà quale acido o pasticca. E proprio in quel momento lo ritrovarono i suoi amici, i quali non poterono non comprendere una scena così ovvia. Ma Fabio prevenne ogni manifestazione di compassione urlando nell'orecchio di uno di loro che li avrebbe incontrati fuori, al termine della festa. Quindi fuggì nuovamente in macchina, e rimase lì a consumare nella sua pena e nei singhiozzi disperati il resto della notte. Erano le cinque quando liquidò con freddezza monosillabica i tentativi dei suoi amici di consolarlo: Fabio proprio non riusciva a non trovarli molesti. Quelli capirono, e durante il tragitto si misero a discorrere tra loro come se Fabio non fosse lì. Effettivamente avrebbe voluto sparire, avrebbe voluto annichilirsi almeno per un paio di settimane. Tornato a casa, Fabio si gettò sul letto senza neppure togliersi i vestiti e le lenti a contatto. Rimuginava ancora su quanto fosse stato crudele da parte dell’universo torturarlo in questo modo, quando avrebbe potuto semplicemente non incontrare mai Diego, non innamorarsi mai di lui, e la sua vita avrebbe continuato ad essere accettabile come lo era prima. E allora desiderò non averlo mai visto in quella dannata discoteca. Desiderò dimenticarsi della sua esistenza. Lo bloccò su tutti i social network, cancellò il suo numero dalla rubrica e le loro conversazioni dall’archivio. Si ripromise di non mettere più nel piede nel luogo maledetto in cui tutto era iniziato. Con il passare delle settimane, Fabio pensava al ragazzo dai capelli verdi via via con meno frequenza. Tutti gli consigliarono di conoscere altre persone, e in effetti Fabio ebbe appuntamenti con vari ragazzi e ragazze. Molte erano persone attraenti ed intellettualmente stimolanti, con alcune di loro avviava anche delle frequentazioni che sembravano inizialmente promettenti. Tuttavia, Fabio si trovava prima o poi di fronte all’evidenza che nessuno di loro avrebbe mai suscitato in lui qualcosa di lontanamente paragonabile a ciò che gli aveva fatto provare Diego, e che l'attrazione fisica e mentale impallidiva di fronte alla potenza di quell’amore esplosivo. Dopo aver conosciuto un sentimento così intenso, la prospettiva di accontentarsi gli appariva patetica e triste. Quelle frequentazioni gli sembravano delle pantomime allo scopo di illudere sé stesso e l’altra persona. Dunque, dopo vari tentativi fallimentari, si disse che avrebbe preferito la solitudine, perché avrebbe potuto amare solamente Diego. Lui e nessun altro. Al limite, decise, avrebbe avuto qualche rapporto occasionale qualora il bisogno di affetto fisico si fosse fatto insopportabile. Era il periodo dei saldi invernali quando Fabio entrò un negozio di abbigliamento e si trovò di fronte ad un espositore con felpe di vari colori fluo. Giallo evidenziatore, rosa shocking, blu elettrico. E anche verde. Un verde acido, un verde lisergico. Ci fu una conflagrazione dentro di lui. Di colpo, si rese conto che l’amore per Diego in realtà non si era mai affievolito, ma era rimasto per due mesi compresso come un gas in un remoto anfratto di lui. E ora quella scintilla lo aveva fatto detonare. Sentì la cicatrice dentro il petto pulsare di dolore; un dolore che, si rese conto, gli era mancato. Un dolore che gli era caro. Un dolore che era la manifestazione di un sentimento di pari potenza, che era la misura dell'intensità del suo amore, che era il prezzo commensurato per qualcosa di meraviglioso. Qualcosa che pochi, Fabio ne era convinto, hanno la fortuna di provare nel corso della propria vita. Si sentì un folle per aver cercato di disfarsi di una cosa così rara e preziosa, di una cosa che aveva ispirato nei secoli le più grandi opere d’arte ed i più grandiosi componimenti, una cosa che da sola aveva il potere di dare senso una vita intera. Capì che pur potendo vivere tranquillamente senza quell'amore, stava rinunciando all'unica cosa per cui valesse la pena morire. E non poteva affatto essere sicuro che prima o poi lo avrebbe provato per qualcun altro, anzi gli sembrava piuttosto improbabile. E allora, decise di accettare quel sentimento stupendo anche con il suo doloroso rovescio, di arrendersi alla sua forza e lasciarsi trascinare ovunque lo avesse portato. Quasi sicuramente, lo sapeva, ciò lo avrebbe portato ad un disastroso naufragio. E lo accettava. Sapeva che si sarebbe autodistrutto, che quell’amore era una pistola carica che stava puntando contro il suo stesso petto, era uno strapiombo sul cui bordo stava camminando pericolosamente. E lo accettava. Uscì di corsa dal negozio e prese il cellulare dalla tasca. Sfiorò il grilletto con il dito, si sporse vertiginosamente oltre il bordo. Ritrovò il profilo Instagram di Diego tramite uno screenshot, e lo sbloccò. Sparò. Saltò. “Ehi” scrisse.
  2. Fabulae

    Bro

    Filli aspiró un'altra boccata di catrame, osservando l'estremità della sigaretta accendersi di un luccichio incandescente. Lui e Alessio erano rimasti a fare qualche tiro in porta, dopo l’allenamento, mentre gli altri erano già andati via. Poi, Alessio era entrato nello spogliatoio, mentre Filli era andato a sedersi sugli spalti, a fumare in silenzio come faceva spesso. Guardava distrattamente il cielo crepuscolare di Marzo ma senza guardarlo, guardando oltre, guardando qualcosa di indefinibile che era in realtà dentro di lui. Qualcosa che non capiva, qualcosa che però provava distintamente, che sentiva nel petto, ma a cui non riusciva a dare una spiegazione né tantomeno un nome. Era una sensazione dolciastra, intensa, penetrante. Era qualcosa che gli provocava benessere e malessere allo stesso tempo, e cioè una specie di tristezza agrodolce, in perfetta armonia con il mood di quell’ora decadente. Ma era in verità un’emozione molto più composita. Era euforia nel momento in cui preparava il borsone della scuola calcio nel primo pomeriggio sapendo che lo avrebbe visto di sicuro, o anche certe mattine andando a scuola e immaginando di incontrarlo nel corridoio; era ansia, ma un’ansia deliziosa, durante il tempo che trascorreva insieme a lui; era una lieve irritazione quando Alessio rivolgeva le sue attenzioni ad altri amici, o a Jessica; era malinconia nei momenti come quello, cioè quando Filli era da solo e la situazione esteriore la fomentava. Del resto, Filli era particolarmente suscettibile ai cambi d’umore dovuti al tempo atmosferico, o alla musica, o al momento della giornata. E lo era sempre stato, ma da quando conosceva Alessio quei cambi di umore repentini erano diventati infinitamente più frequenti. Nonostante adorasse crogiolarsi in quella malinconia, lo assalì improvvisamente l'urgenza di abbandonare la sua solitudine pensosa e raggiungere Alessio nelle docce prima che lui avesse finito. Perché adorava chiacchierare con Alessio in una situazione tanto intima, sotto la doccia, soprattutto se da soli. In tali occasioni, sentiva con lui una connessione che non aveva mai provato con nessun altro, anche se poi blateravano solo di argomenti spiccioli. Come se lo scroscio dell’acqua avesse il potere di isolare loro due dal resto dell’universo, e trasportarli in una dimensione della stessa consistenza del vapore che aleggiava tra i loro corpi, una dimensione irreale ed immateriale, dove non esisteva altro se non i loro corpi nudi e bagnati. E poi, di soppiatto, quando Alessio parlava dandogli le spalle, Filli sbirciava il suo corpo nudo, i suoi polpacci, le sue cosce muscolose, il suo sedere addirittura, ma solo perché provava verso il corpo di Alessio, e verso Alessio in generale, un’ammirazione sproporzionata. E dopo quelle fugaci occhiate ritraeva velocemente lo sguardo per paura che l’altro si girasse e, cogliendolo in flagrante, pensasse che fosse Filli frocio. E Filli era certo di non essere frocio. Era sempre stato un ragazzo mascolino, amante del calcio, e mai si era sognato di fare cose da froci come truccarsi o indossare vestiti da donna. Era solo ammirazione, la sua. Si alzò di scatto, spense la sigaretta contro il muretto e si affrettò verso la palestra. Entrò nello spogliatoio inanimato. Un odore chimico fruttato, di bagnoschiuma o di deodorante. Si sfilò i vestiti di dosso con foga e cavò lo sciampo e l’accappatoio fuori dal borsone, che era appoggiato sulla panca proprio affianco al borsone di Alessio. Si precipitò verso le docce da cui proveniva il rumore dell’acqua che Filli immaginò scivolare sul corpo nudo di Alessio. Immaginò le sue gambe bagnate e l'acqua grondare sui suoi peli che in quella circostanza assomigliavano sempre a fili di muschio lungo il getto di un fontanile. Ma proprio in quell’istante lo scroscio si spense. Filli fu assalito da una fitta pungente di rabbia contro se stesso, per aver perso tempo. Entrando, vide Alessio uscire dal cubicolo e indossare l’accappatoio, strofinarsi energeticamente i capelli riccioluti con il tessuto del cappuccio. Si accorse di Filli, gli sorrise distrattamente. Filli rimase per un istante a guardarlo: l’accappatoio lasciava scoperte le sue gambe dal ginocchio in giù. Osservò le caviglie grosse, e i peli sparsi e bagnati, orientati verso il basso, appesantiti dall’acqua come fili di muschio in un fontanile. Alessio gli sgusciò di fianco, senza guardarlo. Filli avrebbe voluto urlare, ma non lo fece. Indirizzò invece la sua rabbia contro il muro della doccia piastrellato di azzurro, e lo scroscio dell’acqua coprì il rumore delle sue nocche che impattavano ripetutamente contro la superficie fredda e bagnata. Non sapeva perché lo stava facendo, e non si poneva il problema, perché quella rabbia cieca e indefinita gli impediva di pensare. Nello spogliatoio trovò l'amico di spalle, intento a strofinarsi i capelli con un asciugamano. Indossava un paio di boxer grigi, che aderivano perfettamente alla forma del suo corpo, alle linee curve delle sue cosce e del suo fondoschiena. Alessio si volò, sentendolo arrivare. Si scambiarono un sorriso formale, e poi Alessio tornò ad asciugarsi con lo sguardo assente. Anche Filli si asciugava, si era tolto l’accappatoio ed era rimasto nudo, si strofinava il corpo bagnato con l’asciugamano. E provò una sensazione insolita, come se quel silenzio fosse una specie di tenda per coprire frasi che non venivano dette. Aveva la sensazione che Alessio avrebbe voluto iniziare un discorso, ma non lo faceva, e quasi si sforzasse di sembrare completamente indifferente alla sua presenza. Ripensò allora a quella cosa strana che Alessio gli aveva detto qualche giorno prima, fumando insieme dietro la palestra durante la ricreazione. Alessio aveva lasciato cadere il suo mozzicone esausto e, distrattamente, con nonchalance, aveva detto “bro, poi ti devo dire un fatto." Ed era andato via così, e non ne avevano più parlato. Filli fremeva dalla voglia di sapere di cosa si trattasse, ed era la prima volta che i due si ritrovavano da soli dopo quell’evento. Però non osò porre la domanda, continuò ad asciugarsi in silenzio. Alessio lo stava osservando. Filli se ne accorso e per qualche istante si sforzò di rimanere impassibile, ma era uno sforzo titanico. Allora sollevò lo sguardo ed incrociò quello di Alessio. Gli sorrise in modo impacciato, ma Alessio non ricambiò il sorriso e continuò a fissarlo. “Ti devo dire quel fatto, bro” esordí quindi Alessio. “Che fatto?” chiese Filli, cercando pateticamente di dissimulare di aver pensato giorno e notte alla natura di quel misterioso “fatto.” La sua voce tremava quasi; di certo tremavano le sue mani. Eppure si sforzò anche lui di sembrare indifferente, continuando a strofinarsi l’asciugamano sul petto. “Un fatto che volevo dirti da un po’,” ma non aggiunse altro. Estrasse il fohn ed andò ad asciugarsi i capelli davanti allo specchio. Il rumore occupò lo spazio destinato a rivelazioni che non venivano proferite. Filli si sentiva come di fronte ad una scelta rischiosissima che avrebbe determinato il suo destino. Come dovesse spiccare un salto di diversi metri per salvarsi da un morte certa. Doveva dire qualcosa, incrinare quel silenzio. Ma non sapevo cosa. E allora disse una cosa che non aveva alcun senso, ed era quasi certo che non fosse stata la sua mente a concepirla. Sembrava come se la sua volontà gli fosse sfuggita di mano, come se un'entità estranea avesse preso possesso del suo apparato fonetico e lui stesse lì sotto forma di coscienza impotente ad assistere alla scena. Disse: "mi vuoi confessare che sei frocio?" Alessio spense l'asciugacapelli, si voltò: "…che hai detto, bro?" "Ho detto, mi vuoi confessare che sei frocio?" Il cuore di Filli pulsava frenetico. "Te sei frocio" rispose Alessio, vagamente irritato. "Tanto è questo che vuoi dirmi" incalzò. Alessio appoggiò l'asciugacapelli sulla mensola, con una calma minacciosa. Marciò verso di lui, guardandolo sfacciatamente negli occhi, con il passo marziale di un plotone inarrestabile. Si bloccò con il viso a pochi centimetri dal suo. Filli poteva sentirne il respiro sulle labbra, e il suo sguardo trafiggergli i bulbi oculari. "Ripetilo, su" disse Alessio. Filli inspirò, e ripeté: "secondo me mi vuoi confessare che sei frocio." Non riusciva a capire come la sua volontà avesse potuto perdere il controllo di ciò che diceva. Alessio lo fissava stupito, interdetto. Scattò con la velocità di una mantide religiosa e spinse Filli contro la spalliera di legno, premendogli l'avambraccio di taglio contro pomo di Adamo. Filli soffocava, ma non disse nulla, quel contatto fisico era terribilmente dolce, e rimase a fissare le pupille di Alessio che a sua volta lo fissava in silenzio con minacciosa serietà. Ma quella giocosa pantomima si rivelò come tale nel momento in cui Alessio non riuscì più a trattenersi dal ridere. Anche Filli rise di rimando. Quindi, Alessio cominciò a colpire a pugni, con forza misurata, la spalla dell'altro, il quale si parava e cercava inutilmente di sgusciare dalla morsa. I due giocavano spesso a prendersi a pugni, a fare la lotta, come due leoncini. Era il loro modo di dimostrare l'affetto e la fiducia reciproci: ognuno dava all'altro la possibilità di danneggiarlo fisicamente con la certezza che però non lo avrebbe mai fatto. Ognuno consegnava all'altro il proprio corpo vulnerabile. Proprio come nel sesso. Filli aveva provato a contrattaccare, ma Alessio gli aveva afferrato il polso, avevo preso il controllo del suo braccio. Filli cercò allora di spingerlo via con l'altro braccio, ma Alessio era monolitico. Filli premeva inutilmente la mano contro il petto dell'altro. E sentì sotto il palmo la deliziosa sensazione dei suoi muscoli irrigiditi al di sotto delle la pelle nuda e calda. Ebbe la tentazioni irresistibile di accarezzarli. Osservò quel corpo così vicino al suo. Osservò la muscolatura definita, e la sottile striscia di peluria che saliva dall'ombelico e lungo lo sterno. Con uno spasmo improvviso cercò ancora di divincolarsi, ma, come nelle ragnatele, questo ebbe l'effetto di intrappolarlo ancora di più nella stretta di Alessio, il quale ora premeva il suo corpo sul corpo ancora nudo di Filli. Sentì la carne calda di Alessio contro la sua, il petto a contatto con il suo, il basso ventre a contatto con il suo, e il rigonfiamento dei boxer contro l'inguine nudo. Avevano smesso di ridere, si guardavano in un silenzio serioso, quasi solenne. Sentivano l'uno il fiato dell'altro solleticare le labbra. E allora Filli ebbe quel pensiero assurdo e terribile, quel pensiero impensabile, e in effetti non era stato lui a pensarlo: era piuttosto la manifestazione cosciente di un desiderio profondo a indomabile. Guardò le sue labbra immobili così vicine alle sue. E accadde una cosa incredibile. Accadde che Filli sentí qualcosa esercitare una pressione crescente contro la pelle del suo inguine , qualcosa che si trovava sotto il tessuto dei boxer dell’amico: fu innegabile che il corpo di Alessio stava effettivamente confessando quella veritá inconfessabile. Ma la cosa più terribile fu che, si accorse, anche il suo corpo stava facendo lo stesso. Filli vide nello sguardo di Alessio lo stesso panico e lo stesso orrore che erano esplosi dentro di lui. Che fare dunque? Chiaramente, nessuno dei due lo sapeva, erano entrambi sconvolti e interdetti, paralizzati dal terrore. Di certo non si poteva fare finta di nulla, essendo ció che stava accadendo innegabile, entrambi coscienti che anche l’altro se n'era accorto. E intanto, I loro corpi, traditori e bastarsi, quasi a volersi prendere gioco di loro, continuavano inesorabilmente a fare affluire sangue ai corpi cavernosi. Filli sentí i palmi di Alessio premere sulla sua gabbia toracica, esercitare una pressione che lo sbalzó all'indietro, ponendo fine a quell'abbraccio dolce e terribile. Filli barcolló, quasi perse l'equilibrio per la forza con cui Alessio lo aveva spinto via, lontano da sé. Filli rimase immobile a fissare Alessio, senza sapere cosa dire o casa fare, con la sua erezione pericolosamente esposta alla vista dell'amico. Ma Alessio non lo guardó, riprese ad asciugarsi, a compiere quelle azioni meccaniche che compiva in quello spogliatoio tutte le altre volte: finí di asciugarsi i capelli ancora umidi con l'asciugamano, infiló addossola canottiera e la felpa, infiló il pantalone della tuta, infiló i calzini di spugna e le sneakers. Senza guardarlo. Filli era ancora lí, statuariamente immobile e nudo, a fissare Alessio il quale riponeva le sue cose dentro il borsone come se fosse solo in quello spogliatoio. Lo osservó rispondere al cellulare, dire: “sí pa', sto uscendo,” lo osservó indossare il giubbotto e tirarne su la zip, lo osservò afferrare il borsone dicendo, ovviamente senza guardarlo: “ciao eh.” Alessio andò verso la porta d’ingresso, ma prima di uscire si bloccó. Senza voltarsi, disse: “comunque, il fatto che volevo dirti é che forse mi fidanzo con Jessica.” E, detto ció, andó via, lasciando Filli ancora nudo e immobile.
×