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Alberto R

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  1. Alberto R

    Il giorno più bello

    ciao, Lauram, ho letto il tuo frammento, e posso dirti questo.Secondo me, s'intende, le mie sono opinioni molto parziali, ma d'altra parte sei tu che hai messo il testo su officina (quindi adesso ti prendi le opinioni), il testo scorre, una due subordinate al massimo prima di arrivare al respiro del punto è una tecnica espositiva buona, immediata, scorrevole. Più che un racconto io l'ho letto come il tratteggio di tre possibili personaggi, il padre, Gemma e Armando, insomma un esercizio di scrittura per abbozzare personaggi e psicologie che ti potranno tornare utili in un romanzo. quindi ti dico dei personaggi. Armando che si attarda sui seni di Gemma con l'arte di un pizzaiolo è credibile, mi è piaciuto, mi ha ricordato l'Equipe 84 di "io ho in mente te". Sfondo intonaci e ho in mente te, mi sveglio al mattino e ho in mente te... così è l'amore, no? Invece Gemma, che evidentemente è grassa, che evidentemente si sente inadeguata, è meno credibile nella parte nella quale sembra rifugiarsi dentro la sua inadeguatezza, accettandola, mentre è più credibile come personaggio nel suo complesso. La contraddizione forse è questa: se ha desiderio di rivalsa col matrimonio rispetto alle aspettative naufragate del padre, allora non può sentirsi spaghetto, piuttosto dovrebbe sentirsi caviale non sufficientemente valorizzato. Continua a scrivere! Un saluto Alberto R
  2. Alberto R

    vendimi l'aria (racconto)

    vendimi l' aria Un giorno al villaggio si presentò un insolito individuo, vestito in maniera straniera, che veniva da un altro pianeta, sembra da oriente. Passava di casa in casa, di capanna in capanna, e diceva ad ogni uomo del villaggio: - Vendimi la tua aria ! L'aria? Noi ci guardammo tutti sbigottiti: come si poteva pensare di “comprare” l'aria? L'aria è di tutti, è qui, è lì, tutti la respirano, uomini ed animali... Sembrava a tutti un'idea balorda, cose di un altro pianeta. Ma lo straniero insisteva, insisteva: "vendimi l'aria". E dava due sacchi di riso per l'aria di ognuno. Così cominciammo a vendergli l'aria, perché due sacchi di riso, eh, facevano comodo a tutti. E poi che cosa ci si perdeva a vendere ciò che comunque non era di nessuno? Insomma, fosse stato per noi gli avremmo venduto anche le stelle ed il vento ed i fiumi. Occhio di Lince provò a vendergli la notte, ma lo straniero dava i due sacchi di riso solo per l'aria, ed ebbe anche lui i suoi bravi due sacchi di riso e non un chicco di più. Solo il vecchio Alce Silenzioso non volle vendergli l'aria, ma lui stava sempre da solo, due miglia oltre il villaggio. Poi un giorno lo straniero convocò il consiglio degli anziani e disse: - A tutti voi ho comprato l'aria, e tutti voi avete ricevuto due sacchi di riso: dunque l'aria sopra questo villaggio è mia. Gli anziani convennero che il sacrificio di tutti quei sacchi valeva bene il "possesso" dell'aria. Poi lo straniero continuò: - Ora andatevene via di qui, perché non voglio che respiriate la mia aria, andate a respirare l'aria di qualcun altro. Gli anziani si guardarono sorpresi, ma dovettero ammettere che quello che chiedeva era giusto, e che se l'aria era sua non dovevamo respirarla. Ma, se non la potevamo respirare, dovevamo andare via tutti da lì e trasferire il villaggio. Allora gli anziani gli dissero: - Quello che chiedi è giusto, perché tutti noi abbiamo preso riso in cambio di aria. Ma ti preghiamo, adesso rivendici l'aria che troppo facilmente ti abbiamo venduto, perché non si debba trasferire il villaggio: ti daremo per questo lo stesso riso che abbiamo preso da te ed in più altri 100 sacchi. Lo straniero però disse che voleva tenersi l'aria. Tuttavia avrebbe permesso a ciascuno di respirarne quanto bastava per sé in cambio di una sola ciotola di riso a settimana. Gli anziani giudicarono equa la proposta dello straniero, e da quel giorno ogni uomo del villaggio portava una ciotola di riso allo straniero per ogni componente della sua famiglia, ogni settimana. Nel giro di un anno lo straniero ricevette più riso di quello che aveva dato a noi, e l'aria restava sua. Ed ogni settimana gli dovevamo portare altro riso, e presto il riso cominciò a scarseggiare anche per noi. Lo straniero invece, padrone dell'aria, senza fare niente accumulava grandi quantità di quel riso che noi, con sudore, strappavamo alla terra. Un giorno Occhio di Lince smise di portare la sua ciotola di riso. Lo straniero andò su tutte le furie e convocò il consiglio degli anziani. - Anche lui-diceva- respira la mia aria e quindi mi deve il riso. -No - rispose Occhio di Lince - io non respiro più la tua aria: ho parlato con Alce Silenzioso, che ha detto che posso respirare della sua. Tu, è vero, hai la grande parte dell'aria di questo villaggio, ma una parte dell'aria è sempre di Alce Silenzioso. Puoi tu misurare quanta aria sia tua e quanta invece sua? E dunque come puoi dire che è della tua quella che respiro? Io non ti darò più ciotole di riso. Il consiglio degli anziani trovò giuste le ragioni di Occhio di Lince, e lo dispensarono dall'obbligo di portare il riso allo straniero. Il giorno dopo tutti corsero da Alce Silenzioso, che a tutti prestò la sua aria. Lo straniero era furente! Il giorno ancora dopo Alce Silenzioso fu trovato morto nella sua capanna. Tutti pensarono che era stato lo straniero, ma nessuno lo aveva visto, e non lo poterono incriminare. Lo straniero però convocò il consiglio, e disse: - Ora che Alce Silenzioso non è più di questa terra (gli dei lo accolgano), egli non ha più parte di aria in questo villaggio, e perciò tutta l'aria adesso mi appartiene. Ed io non voglio che respiriate più la mia aria a meno che ognuno di voi non mi porti tre, dico tre ciotole di riso a settimana. Così ho stabilito che sia della mia aria. Il giorno dopo trovarono morto lo straniero. Tutti pensarono che era stato Occhio di Lince, ma nessuno lo aveva visto, e non lo poterono incriminare. Ma la morte dello straniero fu la nostra condanna. Non so come gli amici dello straniero seppero della sua scomparsa, ma vennero a migliaia muovendo guerra contro il villaggio, per vendicarlo. I loro guerrieri erano forti, le loro armi terribili, di un altro pianeta, e molti dei nostri vennero uccisi, ed il villaggio fu esiliato. E partimmo per luoghi lontani ed ostili, oltre i confini che gli stranieri ci imposero. Più di tre anni di cammino impiegammo per giungervi, e là il villaggio fu ricostruito. Dopo tre anni che il villaggio si era trasferito, un giorno si presentò un insolito individuo, vestito in maniera straniera, che veniva da un altro pianeta, sembra da occidente. Passava di casa in casa, di capanna in capanna, e diceva ad ogni uomo del villaggio: - Vendimi la tua terra! La terra? Noi ci guardammo tutti sbigottiti: come si poteva pensare di "comprare" la terra! La terra è di tutti, è qui, è ovunque intorno a noi, e tutti ci camminano sopra, uomini ed animali, e tutti ne mangiano i frutti. Sembrava a tutti un'idea balorda, cose di un altro pianeta. Ma lo straniero insisteva, insisteva...
  3. Alberto R

    Lupo e Nina in pizzeria [frammento]

    Ciao, Gualduccig, in merito a frammento tratto da un giallo/noir La premessa obbligatoria, caro Gualduccig, è che le mie sono solo opinioni, ovviamente condizionate come tutte le opinioni dal gusto personale, che non coincide né con la verità rivelata né con il gusto del lettore medio. D’altra parte, sei tu che hai messo il frammento su officina, quindi adesso ti prendi le opinioni degli altri. Siamo anche consapevoli che è difficile farsi un’idea appropriata nella vicenda narrativa, mancando tutto quanto a questo capitolo precede, perciò qualsiasi impressione va presa col beneficio della sua incompiutezza. E la mia (mutila impressione) è che dovremmo essere alla scena clou, dove i due personaggi (che immagino siano quelli principali) si relazionano fra loro. Il dialogo c’è, è ben organizzato, ma chi legge intuisce solo parzialmente dove possa andare a parare. Io farei una riflessione sui personaggi, che sicuramente tu hai in mente ben definiti nel carattere, nelle intenzioni e nella personalità. Ognuno di loro dalla conversazione si attende delle cose, giusto? Quindi il dialogo potrebbe/dovrebbe volgere ancora più chiaramente a questo. Esplicita questo con richieste dirette tra i personaggi e si semplificano i tempi della narrazione. Lei cosa vuole sapere da lui? Lui cosa vuole ottenere da lei? Non si stanno scoprendo a vicenda, all’inizio si stanno usando. In questo ovviamente (io l’ho capita così) vuoi anche far succedere una vicendevole scoperta l’uno dell’altra come persone. Su questo mi sembra che giochino bene i particolari, nella loro funzione rivelatrice delle personalità, lo spunto potrebbe quindi essere sviluppato . Sono più Lupo che Gianluca, secondo me funziona. Apre l’interesse del lettore alla vera personalità di lui, e lo fa con i tempi nel tempo psicologico di Nina. Ci penseranno immagino i capitoli successivi a precisare bene cosa sia Lupo e cosa sia Gianluca. Altro passaggio che funziona è quello tennistico della stoffa “da dominatrice del fondocampo: ti saresti ammazzata correndo da un corridoio all’altro pur di non dare per persa una palla.” “Non ho capito niente ma faccio finta che sia un complimento.” “Ah, lo è. Credimi: detto da me, lo è.” Funziona perché dà subito chiara la lettura che lui ha di lei, Lupo che scopre chi è Nina. Il dialogo sui soldatini è secondo me meno immediato. È troppo spiegato. Al lettore piace intuire, è dentro una storia, non in un comizio. L’idea può funzionare, ma il dialogo (secondo me) può essere reso più efficace. “Hai capito bene. Non hai la minima idea del perché, a giudicare dal disprezzo che trasudano le tue parole, ma hai capito bene” suona ridondante. Rallenta nel lettore il ritmo narrativo. Un semplice “Embè, che c’è di male?” semplificherebbe tutto. Idem per “Hai voglia di ascoltarmi senza pregiudizi o soprassediamo?” Mi piace il concetto secondo cui se un uomo perde la testa dietro un pallone e pianifica la settimana in base alle partite di calcio in tv, tutto normale. Se lo stesso uomo usa la metà di quel tempo e di quella foga per un divertimento in cui occorre molta più testa, è un Peter Pan da compatire. E tutto solo perché ci sono di mezzo delle miniature in piombo invece che un pallone di cuoio; anzi, lo condivido, e lo condivideranno sicuramente molti dei lettori. Ma credo debba essere reso più sinteticamente. Mi sembra troppo, pianifica la settimana in base alle partite di calcio in tv è un concetto già contenuto nell’appena espresso uomo perde la testa dietro un pallone. Anche In cui occorre molta più testa allunga il periodo e ribadisce l’idea che il lettore già intuisce con sufficiente chiarezza, quindi, nell’economia della narrazione, serve veramente? Poi non so dove vuole parare il seguito, quindi non mi esprimo oltre. Quello dei bravi ragazzi che sono noiosi è un clichè, come tutti i clichè va trattato con ironia, se no sa di frase fatta. Disorienta la presa di posizione di Nina , che fin qui è schierata contro i Peter Pan e poi improvvisamente se ne esce con un “Mi chiedo come mai una donna” - era un punto su cui far leva, quello - “non riesca ad accettare che un quarantenne perda la testa, e tempo e soldi, immagino, per divertirsi a sfidare un altro quarantenne con un esercito in miniatura.” Apprezza o disprezza i Piter Pan? Non si capisce. Cose così. Ecco, ho detto la mia opinione. Mi raccomando però, non accettare consigli da chi (come me) ne sa probabilmente meno di te, e possa la tua penna continuare a scrivere mille di questi romanzi!
  4. Alberto R

    Alberto Rossi mi presento

    Un saluto alla comunità di Writer's Dream. Eccomi qua, sono l'ennesimo aspirante scrittore, di quelli che scrivono romanzi e s'inorgogliscono quando qualcuno glieli legge. Ho esaurito la pazienza di familiari, amici, parenti, ed eccomi qui. Credo di essere nel posto giusto. Quantomeno, in ottima compagnia.
  5. Era l’alba di un lunedì di ottobre quando don Ignazio si affacciò dalla finestra della sua canonica per respirare la fredda bruma del mattino, come quando, bambino, dalla finestra padana delle sue contadine origini, respirava la nebbia fredda con consumata apnea, e gli sembrava così di rubare all’aria quell’umido elemento che inzuppava ogni cosa di quell’ambiente e forse impregnava tutto il mondo e la stessa vita, e persino nei rintocchi del campanile e nel muggire delle mucche si poteva riconoscere, vivida e reale, … la nebbia! Era allora convinto che l’alito fresco di Dio dal cielo si stendesse pietoso sulla pianura per coprirne le nudità e le miserie, manifestando agli uomini la pochezza delle cose terrene per ispirarli alla grandezza celeste, e da questa nebbiosa epifania traeva forse origine la sua vocazione. Ma erano passati ormai sessant’anni da quando aveva cominciato a combattere la sua infinita battaglia dalla parte del Cielo, e ne sentiva ormai tutto il peso. Quella mattina tuttavia don Ignazio non aveva certo spalancato la finestra sui ricordi, che gli era ormai impossibile rivivere quelle agricole sensazioni da quando era stato assegnato (trent’anni fa) a quella parrocchia di periferia suburbana brianzola, dove perfino la chiesa era una vera e proprio catastrofe cementizia, riadattamento spettrale di un vecchio opificio, assediata da palazzine fatiscenti, brulicanti di famiglie operaie e praticamente senza Dio o comunque poco interessate all’aldilà. S’affacciò invece sul presente, sullo smog untuoso e maleodorante in cui era decaduto il mistico alito divino dalle parti di Milano, che più che nebbia era ormai fumaggine densa ed oleosa, il rutto di un Divino evidentemente malato di gastrite, ormai incapace di ispirare alcunché. Avendo inaugurato il giorno prima la nuova statua della Madonna, don Ignazio quella mattina voleva godersene dalla finestra l’effetto. Sì, perché ormai anche l’infinita battaglia dalla parte del Cielo era degenerata in una quotidiana e insidiosa guerriglia, da don Ignazio ingaggiata non senza sconfitte, contro l’indifferenza religiosa, trent’anni di prima linea che lo avevano visto impestare il popoloso quartiere con tabernacoli, statuette, immagini sacre, cappelle e iscrizioni mariane in uno sproporzionato proliferare di richiami mistici verso un Trascendente che non disdegnava però di materializzare soluzioni terrene assai concrete e percepibili, come i ciclopici murales sulla passione del Cristo (veramente tremendo quello di 12 metri per 6 dipinto con straordinario sofferente realismo sulla scuola materna parrocchiale delle Ancelle del Sacro Cuore Agonizzante di Gesù), o i materialissimi stendardi pubblicitari appesi ai lampioni per reclamizzare le funzioni domenicali, dove una specie di S.Trinità nazista (con la croce vagamente uncinata) ogni cinquanta metri di corso Gramsci ordinava perentoriamente ai disorientati conducenti: “prega!” E la sua ultima impresa era stata appunto la statua esterna della Madonna. L’aveva fatta collocare nel giardino della canonica proprio sotto le sue finestre, a lato della strada pubblica principale del quartiere, da questa separata solo da un basso muretto, acciocché quei senza Dio dei suoi parrocchiani dovessero ogni mattina, recandosi al lavoro, sbattere necessariamente lo sguardo sulla sacra figura, una superba Madonna a grandezza naturale (su un piedistallo di tre metri), devotamente ammantata con gli occhi fiduciosi al cielo e le mani giunte in preghiera, nitida affermazione di fede da opporre alla distrazione mattutina della masse operaie i cui pendolari pensieri si dimostravano pervicacemente allergici alla preghiera nonostante gli stendardi pubblicitari e pericolosamente inclini a perdersi, ancora incerti nel sonno, in mille terrene preoccupazioni, affitti, bollette, precariato, cassa-integrazione e caro-benzina. Aprì così la finestra per vedere l’impatto della statua sui passanti e per poco non gli venne l’infarto. La statua era stata nella notte sostituita con un altra, sempre a grandezza naturale, raffigurante una Madonna punk con tanto di piercing al labbro e creste ai capelli, con ombelico nudo sotto un giubbotto che a malapena le copriva il seno e pantaloncini cortissimi che lasciavano due irriverenti cosce troneggiare fuori dagli stivaloni di pelle, anelli ed orecchini da rockstar, lo sguardo tutt’altro che rivolto al cielo e le mani tutt’altro che giunte. Non ci si poteva sbagliare, era certamente un sacrilego scherzo ignobilmente perpetrato nella notte dai giovinastri anticlericali del dirimpettaio centro sociale, o almeno così pensò don Ignazio, certamente con la complicità di tutti gli abitanti di quel quartiere di senza Dio. Ah, ma questa volta gliela avrebbe fatta pagare cara, oh sì! Nel giro di due ore la statua sacrilega venne rimossa e demolita, ne venne ordinata un’altra che fu consegnata in settimana in tutto identica alla prima e fu avvertita la Curia, che avvertì il Sindaco, che avvertì il Prefetto, che incaricò per le indagini i Carabinieri, che interrogarono 43 persone, tutti i ragazzi del centro sociale, senza venire però a capo di nulla. Don Ignazio era furente e per la messa della nuova inaugurazione, la domenica seguente, obbligò alla funzione perfino i ragazzi del centro sociale, a pena di denuncia formale contro ignoti, e nessun parrocchiano, praticante o non, osò esimersi, compresi 7 sciiti e 18 indù residenti nel quartiere (miscredenti indiziabili di sacrilegio e perciò caldamente consigliati a non mancare), presenti nei loro costumi tradizionali. Il sagrato fu gremito da oltre 10.000 anime rassegnate, si scomodò perfino l’Arcivescovo e il coro intonò la messa solenne extralunga con tanto di banda. Gli operai del Comune collocarono sul piedistallo la seconda statua che un esercito di chierichetti asperse di abbondante incenso con incensieri caricati a fumogeni da stadio e le prime dodici file di personalità furono offuscate dalla nube tossica con svenimenti plurimi, la moglie del Sindaco starnutì come un tricheco tisico per almeno mezzora, ma non osò alzarsi dal suo posto, e si sarebbe ricordata a lungo il tanfo d’incenso marcio che stazionò sul quartiere per le successive due settimane. Ma quando durante l’omelia dell’Arcivescovo, la nebbia incensoria gradualmente diradò restituendo alla vista la nuova statua, le coronarie di don Ignazio ebbero un altro duro colpo: la statua di gesso si era nuovamente tramutata in una Madonna punk, stessi piercing, stesse creste, stesso look, e perfino un sigaro nella mano destra, sempre di gesso, ma che mandava fumo di tabacco. Ci fu un baccano infernale, la funzione fu sospesa, i giovani del centro sociale applaudirono, molti parrocchiani sghignazzarono, si pensò ad un abile azione organizzata dei Disobbedienti, a un sabotaggio di Greenpeace, forse la nube d’incenso era un pretesto usato da chierichetti collusi con gli Anarchici Antagonisti, qualcuno ipotizzò trattarsi di un attentato delle Brigate Rosse, qualcuno giurò che gli sciiti presenti erano dei terroristi infiltrati e si aspettava da un giorno all’altro la rivendicazione per videocassetta di Bin Laden. Ma l’Arcivescovo e don Ignazio, che erano sempre stati lì, a un metro dalla statua, con gli occhi puntati proprio sul piedistallo, sapevano bene che non si era avvicinato nessuno. Stesero formale denuncia contro ignoti per vilipendio alla religione di Stato, poi la sera, in gran segreto, aiutati da un manipolo di guide scouts dell’A.g.e.s.c.i. assolutamente fidate, trasferirono la Madonna punk e don Ignazio in curia, presso l’Arcivescovo, che voleva ormai vederci chiaro. Quella notte l’Arcivescovo ebbe un sonno agitato, molto agitato, fu svegliato di soprassalto alle tre dalle urla disperate di don Ignazio, che accanto alla statua di gesso piangeva in preda all’isteria: la statua bianchissima e immobile della Madonna punk si era messa a fumare la pipa, che impugnava sempre con la destra, una immobile pipa di gesso che mandava però un ottimo fumo di tabacco aromatizzato alla vaniglia, il preferito di don Ignazio, accanito tabagista. Con la sinistra reggeva invece un altrettanto gessato ed immobile fiasco di Chianti, scolato per oltre metà, il turacciolo di gesso bianco sputato a terra, come era avvezzo fare l’Arcivescovo (originario di Firenze e grande estimatore di malvasia). E nel fiasco di gesso immobile il vino c’era davvero. Lo stesso Arcivescovo, sbigottito, constatò il fatto miracoloso e poi, sempre più trasecolato, staccò alla statua il fiasco e se ne servì uno sconsolato bicchiere, offrendo il secondo al povero don Ignazio. Quindi telefonò nel cuore della notte a Roma. Dal Sant’Uffizio alle cinque del mattino confermarono che una qualsivoglia immagine della Madonna, in quanto simulacro della Madre di Dio immacolatamente concetta, mai avrebbe potuto essere intaccata e nemmanco scalfita da presenza demoniaca ovvero maligna, che pertanto ogni evento soprannaturale connesso con statue e/o immagini della Madonna era per certo da attribuirsi immantinente all’Opera ed alla Volontà Divina. Tuttavia scolarsi una fiascata di Chianti appariva un evento incerto e bisognoso di immediato accertamento teologico, anche perché l’Arcivescovo attestava telefonicamente al Sant’Uffizio che di vino buono così non ne aveva mai assaggiato, ed il Sant’Uffizio conosceva bene l’esperienza dell’Arcivescovo, una vera autorità in materia etilica. Ma se il miracolo del buon vino poteva inserirsi nella più solida tradizione teologica con riferimento alle nozze di Caana, la faccenda del tabacco e del look punkettaro era cosa mai prima cognita. La mattina dopo arrivarono da Roma quindici guardie svizzere in borghese che caricarono in gran segreto la Madonna punk e la trasportarono in Vaticano. E qui successe veramente di tutto. La statua della Madonna punk beveva come una spugna e fumava come un turco, facendo impazzire tutti i teologi e gli esegeti convocati dal Collegio Cardinalizio. Gli esperti testarono e provarono e analizzarono, ma non era che una semplice statua di gesso bianco a grandezza naturale, senza alcuna anomalia o cavità o artificio nascosto. Ogni mattina veniva trovata in una posizione ed in un posto diverso, e qui rimaneva di gesso immobile fino alla notte successiva. Gli spaventi più famosi li fece prendere rispettivamente al Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, che se la ritrovò sulla tazza del cesso nel proprio appartamento privato in inequivocabile postura, ed al Cardinal Segretario di Stato, che la sorprese nel cortile della Pigna a piantar semini di marijuana. Sua Santità non riusciva a capacitarsene. Ma cosa avrà voluto mai significare, una Madonna punk! Per cosa questa volta si era scomodato con tanto palese miracolo il Paradiso? Poi cominciò perfino a muoversi durante il giorno. Passeggiava a lungo per i cortili vaticani e all’ora di pranzo si fiondava nell’appartamento pontificio con ottimo appetito. Il Papa cominciò a farci l’abitudine e a prenderla quasi in simpatia. Una ragazza fatta di gesso col piercing si muoveva con la naturalezza della giovanissima età e sembrava guardare curiosa tutto quello che incontrava con irriverente ingenuità, praticamente ignara di essere la Madonna in Vaticano. Mangiava spaghetti col Papa, giocava a calcio con le guardie svizzere, vinceva a briscola col Cardinal Segretario, tracannava vino e tabacco, raccoglieva fiori e accarezzava i gatti, dormiva su un lettuccio di vimini nella camera a fianco di quella papale e saltava di gioia ogni volta che sentiva le campane, tutto con una sconcertante naturalezza, ma non diceva una parola. Finchè un giorno dette un bacio filiale sulla guancia al Papa, salutò con la mano tutto l’incredulo Collegio Cardinalizio, e prima che le guardie svizzere potessero fermarla infilò di corsa il portone di S. Damaso e si dileguò per le strade di Roma. I servizi segreti di mezzo mondo non riuscirono a rintracciarla. Cosa abbia fatto nell’anno che trascorse fino alla sua riapparizione nessuno lo seppe mai. Ricordo però che ci furono delle guerre assurde, in Iraq, in Afghanisthan, e che sui telegiornali, nei servizi degli inviati di guerra, alcuni miei amici giornalisti hanno giurato di aver visto una ragazza punk comparire, magari sullo sfondo, confusa tra sopravvissuti e distruzioni, in atto di aiutare i superstiti, ma con lo sguardo triste. Ma cosa fosse venuta a fare e perché fosse apparsa col look punkettaro è un enigma ancora irrisolto. I teologi vaticani non sanno nemmeno oggi che pesci prendere, il Sant’Uffizio brancola nel buio più assoluto. Non una parola dell’accaduto è mai stata fatta trapelare. Nessuno al mondo sa, infatti, della Madonna punk, e voi che adesso ne siete stati messi a conoscenza farete bene a tenervelo per voi perché i servizi segreti non scherzano e son pronti a farvi scomparire pur di sottacere la cosa. Guai se il mondo sapesse! L’unica cosa che ho saputo io, direttamente da don Ignazio, è che dopo un anno dalla sua scomparsa, una mattina di ottobre, dalla sua finestra, se la vide comparire nella nebbia giù nella strada, sempre col solito vestito punk e con il sigaro, e la vide scrutarsi intorno con circospezione, e poi, quando fu sicura che nessuno al di fuori di don Ignazio l’avesse vista, gli fece un gesto d’intesa, e saltò sul piedistallo rimasto vuoto riassumendo la stessa identica posizione della prima volta, quindi si pietrificò per sempre. Si udirono dalla canonica delicate musiche angeliche allontanarsi in cielo e da quel momento la statua, ridiventata una semplice statua, non si mosse più. Don Ignazio scrollò la testa tra se e se e si dette del balordo perché in sessant’anni di onorata vocazione non aveva ancora capito un cazzo della fede. Quindi scese ed andò a farsi fare la tessera al centro sociale, di cui oggi è vicepresidente, gran tracannatore di chianti ed infaticabile organizzatore di concerti rock. Se non ci credete andate davanti alla sua parrocchia: troverete la statua di una ragazza punk su un piedistallo alto tre metri che guarda la strada con un benevolente sguardo di ingenua simpatia.
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