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    Il fantasma della domenica

    Ini Estratto dal libro “Dieci” - IL FANTASMA DELLA DOMENICA - CAPITOLO 1. LE MISTERIOSE APPARIZIONI «Zitte, fate silenzio, ho sentito le tavole del pavimento scricchiolare… lui è qui». Fu quasi un sussurro quello che uscì dalle labbra di Amos ma la reazione delle sorelle fece capire al ragazzo che avevano udito il suo ammonimento. Rimasero immobili come statue, gli sguardi rivolti verso il soffitto. La luce che filtrava dalle assi di legno illuminava l’ampio appartamento. I ragazzi videro chiaramente l’ombra proiettata sul loro pavimento, come se vi fosse qualcosa al piano di sopra che ostacolasse il naturale percorso della luce, qualcosa o… qualcuno. L’ombra prese a spostarsi lentamente verso di loro, questo tolse ogni dubbio ai ragazzi sulla sua origine. Dorothea stava per urlare ma la sorella riuscì a tapparle la bocca appena in tempo… un rumore metallico seguiva l’ombra nel suo lento incedere. La misteriosa presenza parve fermarsi, se ne resero conto sia dall’immobilità dell’ombra che dall’assenza del rumore udito poco prima. Rimase ferma per un tempo che ai fratelli parve interminabile, poi sembrò sparire improvvisamente. «Ve l’avevo detto che sarebbe venuto», sussurrò Amos alle sorelle. La sua voce tremava leggermente per l’esperienza appena vissuta. «Oggi è domenica, lui viene sempre la domenica», concluse con fare sapiente il ragazzo. «Potrebbero essere gli uomini neri che ancora ci stanno cercando», disse la piccola Dorothea, «la mamma ha detto che dobbiamo rimanere nascosti qui sotto fino alla fine della guerra.» L’umore dei tre divenne subito tetro. «Non possono essere i nazisti», esclamò Dalila, «loro sarebbero entrati in forze rompendo tutto, noi invece non abbiamo sentito altri rumori all’esterno della casa.» «E poi c’è l’altra questione», aggiunse il fratello, «come le spieghi le visite solo la domenica?» Dorothea si concentrò per tentare di dare una spiegazione ai fratelli più grandi. Odiava sentirsi esclusa da certi ragionamenti perché considerata troppo piccola, al contrario, amava avere sempre l’ultima parola. Rimase in silenzio per un po’, poi mise su un’espressione rassegnata… non riusciva a formulare alcuna ipotesi che potesse far luce sul mistero. Era la prima volta che assisteva all’ambigua apparizione ma aveva ascoltato i racconti di Amos le sere precedenti. Avvolta nelle calde coperte, con il cuscino ben stretto tra le piccole braccia, ascoltava rapita il fratello descrivere le misteriose apparizioni che, stranamente, si manifestavano sempre la domenica e mai durante gli altri giorni. La voce della madre li fece trasalire, la sentirono chiamarli con il suo solito tono pieno di apprensione. «La mamma ci cerca, dobbiamo andare.» Con quelle parole Dorothea mise fine alla questione, corse verso la cucina felice di non dover ammettere la sconfitta. «Mi raccomando, non parlate con la mamma del fantasma, non ci permetterebbe più di uscire dalla nostra camera», si raccomandò con loro Amos mentre le seguiva correndo verso la cucina. Trovarono Kassandra, la loro madre, china sul vecchio braciere in ottone e rame, i carboni al suo interno dovevano essere ancora caldi perché, oltre al calore che i figli riuscirono a percepire, si notavano scintillii arancioni tra di essi, eppure lei continuava ad ammucchiarli con le mani prive di protezione. «Dove siete stati, non sarete per caso usciti di casa vero?», chiese la donna mentre guardava negli occhi Dorothea, sapeva che la figlia più piccola non sarebbe riuscita a mentirgli. «No mamma, non siamo usciti di casa, eravamo nello studio di papà perché Amos ci voleva far vedere… ahi!» La bambina prese a massaggiarsi la caviglia appena colpita dal fratello. «Scusa, non l’ho fatto apposta.» Poi, rivolto alla madre, Amos concluse quello che la sorella stava provando a dire: «Siamo andati nello studio di papà perché volevamo vedere la sua foto», affermò sforzandosi di assumere un’espressione che potesse apparire triste, «è via da così tanto tempo che quasi non riusciamo a ricordarci il suo viso. Ma quando torna, quando finirà questa maledetta guerra?» Il tentativo di distrarre la madre da quello che Dorothea stava per confessare ebbe successo, il suo sguardo si addolcì mentre provava a rispondere al figlio: «Vedrai che tuo padre tornerà presto, la guerra finirà e lui e il nonno potranno far ritorno a casa», disse stringendolo forte a sé, Dorothea si unì all’abbraccio subito imitata da Dalila. Kassandra strinse forte quei fragili corpi, il calore emanato dal braciere bastava appena a scaldare l’ampio appartamento ricavato sotto la loro fattoria. Lacrime calde presero a solcare il suo viso mentre la memoria tornava inesorabile al giorno in cui aveva visto per l’ultima volta suo padre e suo marito: Le colonne di persone, ammassate come bestie, venivano spinte verso i già colmi vagoni da uomini prepotenti di nero vestiti. I volti erano emancipati e gli sguardi persi mentre portavano i pochi averi in piccole sacche che gelosamente stringevano al petto. Tra di essi Kassandra riconobbe il volto del padre e dell’amato marito. Lei osservava tutto dal sedile posteriore dell’auto della signora Neumann, un’aristocratica donna tedesca amica di Kassandra ormai da molti anni. Quella mattina l’anziana signora era passata a prenderla alla fattoria un’ora prima dell’alba. Sua nipote Brunhilde aveva passato la notte con forti dolori e febbre alta, a niente erano serviti i rimedi del dottor Agimund. Al contrario, lo sciroppo preparato in precedenza da Kassandra aveva alleviato le sofferenze della fanciulla. La signora Neumann aveva dovuto passare l’intera notte ad assistere la nipote. Quando Brunhilde finalmente prese sonno, lasciò la fedele domestica a vegliarne il riposo e, indossato l’elegante cappotto, ordinò all’autista di preparare la macchina. Arrivò alla fattoria di Kassandra dopo un breve viaggio. Il sole stava appena sorgendo, nonostante questo trovò il signor Bonifatius Cassel, padre di Kassandra, già in piedi con una tazza di caffè fumante stretta nelle forti mani. L’uomo si tolse il cappello e fece un inchino fin troppo esagerato, la guerra era in corso già da diversi mesi e l’odio dei nazisti verso tutte le minoranze era ormai manifesto. Con passo lento l’anziano si diresse verso l’abitazione senza cercare di nascondere il disprezzo che provava per la donna. Lei si accorse ovviamente dell’atteggiamento ostile dell’uomo, non provò però nessun rancore, il suo cuore era puro e non vi si poteva trovare traccia di odio neanche cercando ostinatamente… ma questo lui non poteva saperlo. Kassandra uscì subito dopo, evidentemente era stata avvisata delle condizioni della nipote della signora Neumann dato che portava con sé una voluminosa borsa medica. La signora osservò Kassandra stringere le mani davanti alla bocca fino a formare una specie di megafono ed urlare verso i campi, seguì allora il suo sguardo ed individuò una piccola figura in lontananza, muoveva su e giù il cappello per rispondere al saluto della donna. L’autista aprì lo sportello e lei prese posto accanto all’anziana signora. La salutò con calore mentre l’auto partiva. «Quell’uomo che stavo salutando è mio marito Angelus», disse Kassandra quasi per giustificare il suo comportamento poco consono. La signora Neumann annuì con il capo, poi fece un gesto con la mano, come se volesse scacciare una fastidiosa mosca. Kassandra capì che, in quel modo, intendeva chiudere una questione per lei evidentemente poco rilevante. Proseguirono il viaggio in silenzio, ognuno preso dalle sue preoccupazioni. La signora Liliana Neumann pensava con ansia crescente alla nipote, sperava in cuor suo che stesse ancora dormendo nel suo letto. Kassandra non smetteva di pensare ai figli. Suo marito e a suo padre dovevano svolgere un importante lavoro nei campi e sarebbero stati lontani dalla fattoria quasi tutto il giorno. La donna era terrorizzata all’idea di lasciarli senza alcuna protezione. Aveva avuto l’accortezza di ordinare loro di rifugiarsi nell’appartamento celato sotto la grande fattoria fino al suo ritorno. Nonostante questa premura, la donna sentiva l’ansia partire dallo stomaco ed invadere il suo corpo, prese a guardare il paesaggio dal finestrino dell’auto per distrarsi. La famiglia Cassel viveva in una splendida fattoria sulle sponde della laguna di Stettino, nota anche come laguna dell’Odra, situata sulla foce del fiume Odra, condivisa tra Germania e Polonia. La tenuta era molto vasta. Il padre di Kassandra, Bonifatius Cassel, gestiva la proprietà con l’aiuto di Angelus, marito di sua figlia, ed alcuni braccianti del luogo pagati a giornata. Il lavoro era molto ma i due uomini parevano infaticabili, con sacrificio ed umiltà riuscirono ad avviare un’attività che negli anni divenne molto florida. Con l’inizio della guerra cambiò tutto. Cominciò la propaganda, l’esaltazione della razza ariana a discapito delle altre, la ricerca di una capo espiatorio su cui indirizzare l’odio collettivo. Le minoranze furono inevitabilmente prese di mira. Fu avviato un programma di eliminazione, anche fisica, sia degli avversari politici che di persone appartenenti a categorie ritenute nocive per il mondo come omosessuali, zingari, disabili e soprattutto ebrei. La preoccupazione si leggeva negli occhi degli uomini quando le prime scritte ingiuriose apparvero sui recinti che delimitavano la loro proprietà. Le persone del luogo, che solitamente prestavano servizio presso la fattoria dei Cassel, cominciarono a non presentarsi più al lavoro. Il clima di odio ed intolleranza che pian paino si stava creando verso di loro costrinse il signor Bonifatius a prendere una drastica decisione. Con l’aiuto di Angel e di Kassandra, svuotarono i grandi magazzini posizionati sotto l’abitazione principale, ammucchiarono i sacchi di semi e fertilizzanti vicino al fienile insieme alle altre attrezzature che occupavano gli ampi locali. Avrebbero pensato successivamente alla loro sistemazione, pensò l’anziano signore, in quel momento priorità era creare un rifugio sicuro per la sua famiglia. Dopo aver ripulito i locali pensarono all’arredamento, che ovviamente doveva essere essenziale. Trasportarono di sotto i lettini dei bambini, gli adulti si sarebbero dovuti accontentare di soluzioni diverse, era impensabile riuscire a spostare le pesanti strutture in ferro delle camere da letto fin là sotto. Mentre Kassandra si occupava delle scorte alimentari, gli uomini costruirono delle reti di fortuna con delle assi di legno trovate nel magazzino. Vi sistemarono sopra dei piccoli materassi, ricavati ammassando della vecchia lana all’interno di grandi sacchi, cuciti poi pazientemente da Kassandra e sua figlia Dalila. I loro vecchi materassi sarebbero rimasti nelle camere da letto, decise Bonifatius. Contava di rimanere poco in quegli angusti e bui locali e non avrebbe avuto senso trasportarli fin là sotto. Ma non era quello l’unico motivo che lo spinse a prendere quella decisione. Se ci fosse stato un controllo da parte dei soldati nazisti l’uomo sperava che, non trovando nessuno in casa, questi potessero credere che gli occupanti si fossero dati alla fuga. Trovare i letti privi di materassi avrebbe potuto solo insospettirli. Ultimati i lavori di allestimento, quando tutte le stanze al piano inferiore furono pronte all’uso, Bonifatius si premurò di celarne l’esistenza, ottenendo buoni risultati. Nascose la vecchia entrata dei magazzini murando letteralmente la porta. Ricavò un secondo passaggio, molto più piccolo, praticando un buco sul muro e nascondendolo poi con un pesante armadio. Prima di posizionare il vecchio mobile, Bonifatius ne intagliò il retro, ricavandone una porzione che si poteva far scorrere per accedere all’entrata segreta. Celò il taglio fatto sul legno grazie alla sua esperienza nei lavori manuali. Il risultato fu sorprendente. Ad un esame attento l’interno dell’armadio appariva privo di qualsiasi modifica. Solo sapendo esattamente in quale punto fare pressione si poteva far scorrere la porzione magistralmente intagliata. Una volta sistemato il mobile il risultato fu perfetto. Potevano accedere velocemente ai locali di sotto senza lasciare alcun segno alle loro spalle. I figli di Kassandra si trovavano proprio all’interno di quelle buie stanze quando l’auto della signora Neumann si fermò nell’elegante cortile della sua lussuosa casa. I nazisti entrarono nella loro fattoria nello stesso istante in cui la donna seguiva l’anziana signora dentro casa. Misero a soqquadro tutte le stanze e quando si resero conto che l’abitazione era deserta sfogarono la frustrazione rompendo i mobili e tutti i piatti e i bicchieri. I figli di Kassandra udirono tutto rannicchiati nei loro lettini pochi metri sotto i piedi dei soldati. Dalila teneva stretta a sé la piccola Dorothea, sentiva quel corpicino sussultare ogni qual volta dal piano superiore giungeva un tonfo o un forte rumore. Per tutta la durata dell’incursione la ragazza tenne la mano sulla bocca della sorella per evitare che un urlo rivelasse la loro presenza ai soldati. Guardando il soffitto vedeva i piccoli fasci di luce che filtravano dalle fessure del legno venir interrotti continuamente, a riprova della frenetica attività che si svolgeva pochi metri sopra di loro. Kassandra entrò nella buia camera di Brunhilde, congedò con un gesto della mano la donna che vegliava la fanciulla e si mise seduta accanto a lei. Attenta a non destarla, per prima cosa controllò la febbre posando delicatamente una mano sulla sua fronte. La trovò asciutta e fresca, lo sciroppo che le avevano somministrato aveva fatto effetto, ora la bambina aveva solo bisogno di riposo. Kassandra rimase poi ad osservare la fanciulla, spostò lo sguardo nell’ampia stanza… quanto era grande ed accogliente, pensò, soprattutto se paragonata a quella in cui i suoi figli si trovavano in quel momento. Il suo pensiero corse inevitabilmente alla fattoria, avvertiva uno strano senso di angoscia, decise che sarebbe tornata da loro. Chiuse delicatamente la porta della camera di Brunhilde e si avviò per le scale. Trovò signora Neumann nell’ampio salone, la cameriera aveva appena finito di versare il tè. Con un gesto la invitò a sedersi vicino a lei. «Sua nipote si è ripresa perfettamente signora, non ha più la febbre e il suo riposo è sereno», disse la donna rimanendo però in piedi, «con il suo permesso, ora avrei urgenza di tornare dai miei figli», concluse tenendo lo sguardo fisso in terra. Kassandra si ostinava a mantenere un atteggiamento remissivo e rispettoso con l’anziana signora anche se la loro era un’amicizia ormai consolidata. La signora Neumann stava per replicare, che diamine, pensò, si potrebbe fermare almeno per il tè, ma una nota di apprensione avvertita nella voce di Kassandra la fece desistere. «Ma certo mi cara», rispose invece, «avviso subito l’autista. Prima di partire però mi dovresti preparare un po’ di sciroppo, mi sentirei più sicura avendone una piccola scorta.» Kassandra si mise subito al lavoro, nel preciso istante in cui lei accendeva il fuoco sotto la pentola per scaldare la miscela di ingredienti, a qualche chilometro di distanza altri fuochi si stavano accendendo ma lo scopo di questi era di certo meno nobile del suo. Dalila stava per togliere la mano dalla bocca di Dorothea, da diversi minuti non si avvertivano più rumori al piano di sopra. Amos stava cercando di guardare l’esterno attraverso una piccolissima feritoia sul muro. «Non vi muovete, non sono andati via, è pieno di soldati qui fuori», sussurrò il ragazzo. Dalila strinse a sé la sorella, la sentiva tremare e trattenere a stento i singhiozzi, prese a carezzarle i capelli e a sussurrarle parole confortanti nel vano tentativo di placarne le paure. Cosa stavano facendo quei maledetti là fuori, pensò lei con rabbia. Non riuscì più a trattenersi… «cosa stanno facendo quei diavoli, perché non vanno via?» La ragazza si rese conto di aver usato un tono di voce troppo alto «Ti prego, dimmi che stanno andando via», aggiunse poi con voce appena udibile. Guardò Amos negli occhi sicura di leggervi rimprovero per la sua mancanza di attenzione di poco prima, quello che vi lesse però la allarmò ancor di più. «No Dalila, non stanno andando via», le rispose lui, «stanno accendendo dei fuochi, temo abbiano intenzione di bruciare la fattoria.» Quello che accadde dopo i ragazzi non riuscirono a vederlo con gli occhi ma udirono tutto dal loro nascondiglio segreto: «Che cosa state facendo con quelle torce?» La voce indignata del nonno Bonifatius. «Non c’è bisogno che bruciate la casa, noi siamo qui, diteci come possiamo aiutarvi.», La voce più conciliante del loro amato papà. «Chi vive in questa fattoria insieme a voi? Dove sono vostra moglie e i vostri figli?» Una voce prepotente ed autoritaria pose quella domanda. «Siamo solo noi due», sentirono rispondere il loro papà, «mia moglie è partita due settimane fa per andare ad assistere la madre malata, ora si trovano in Polonia insieme ai miei figli.» Dopo questo i ragazzi udirono solo silenzio, sembrava prolungarsi all’infinito. All’improvviso arrivò fino a loro un grido, seguito subito da un tonfo… il rumore di un corpo che cade pesantemente in terra. Udirono le urla indignate del padre, le risate sboccate di molte persone a loro sconosciute come unica risposta. Vi furono poi le frasi di scherno, gli appellativi ingiuriosi che ferirono le orecchie dei bimbi nascosti pochi metri sotto di loro. Dorothea terrorizzata voleva urlare, Dalila la trattenne a stento, Amos si unì a lei e insieme riuscirono a placarla. Passarono diversi minuti, continuarono ad avvertire movimento al piano superiore ma pian piano sembrò tornare la tranquillità. Improvvisamente i soldati andarono via, sentirono i camion allontanarsi dalla fattoria. I fratelli attesero di udire nuovamente la voce del padre e del nonno… il silenzio che avvertirono premeva su di loro come un macigno. Si guardavano angosciati senza sapere cosa fare. Kassandra continuava a girare nervosamente la fede nunziale che portava al dito mentre osservava il paesaggio scorrere velocemente dal finestrino dell’auto della signora Neumann. L’anziana signora comprendeva perfettamente il suo stato d’animo, non erano certo tempi facili quelli per una famiglia ebrea come i Cassel. Nonostante questo, considerava esagerate le sue paure. Erano ancora sconosciuti, a lei come al resto del mondo, gli orrori che il regime avrebbe portato a compimento. Passarono pochi minuti e le convinzioni della vecchia signora crollarono all’istante appena scorse ciò che stava accadendo alla stazione dei treni. Ordinò all’autista di accostare, Kassandra non si era accorta di nulla. «Ora devi essere forte», le disse Liliana, «cerca di non fare sciocchezze», continuò indicando alla giovane donna la scena che l’aveva così tanto turbata. Kassandra fu costretta ad assistere impotente mentre il padre e il marito venivano fatti salire su quel maledetto treno, i suoi occhi si spostavano freneticamente in tutte le direzioni. Stava cercando i suoi figli, aveva il terrore di vederli insieme a tutti gli altri disperati… in quel caso nessuno sarebbe riuscito a trattenerla in quella maledetta auto. «Mamma, se mi stringi così forte non riesco a respirare>>, la voce di Dalila strappò la donna dai suoi tristi ricordi. Si rese conto che stava inconsapevolmente stringendo troppo i propri figli, li lasciò andare pur controvoglia. Quante settimane erano passate da quel maledetto giorno, si chiese la donna, da quanto tempo i miei figli non vedono la luce del sole? Ripensò al viaggio di ritorno dalla stazione ferroviaria: La sua angoscia per ciò che avrebbe potuto trovare una volta giunta a casa, le parole di conforto della signora Neumann che provava a mitigare le sue paure. Giunta alla fattoria rifiutò categoricamente l’aiuto gentilmente offerto dall’anziana signora: «Da qui in poi devo proseguire da sola, lei ha già fatto tanto per noi signora Neumann, non voglio coinvolgerla ulteriormente», le disse Kassandra mentre stringeva quell’esile corpo in un sincero abbraccio. In realtà la donna non intendeva rivelare l’esistenza dell’appartamento segreto a nessuno, neanche a lei. La signora parve capire cosa intendesse dire la giovane ragazza, aiutare la donna a nascondersi avrebbe potuto metterla in guai seri. Kassandra entrò in casa solo quando sentì l’auto allontanarsi. Non badò alla devastazione che trovò dentro, corse subito al vecchio armadio. Dopo aver sistemato in modo precario un’anta trovata divelta, la donna fece scorrere il pannello di legno e finalmente poté abbracciare i figli. Dopo quel tragico giorno i nazisti tornarono alla fattoria molte volte, loro li udivano girare rumorosamente per la casa vuota. Per fortuna avevano trasportato nelle cucine provviste di cibo sufficienti per un lungo periodo, potevano restare nascosti in quei bui locali senza la necessità di uscire fuori. «Stavi per raccontare tutto alla mamma!» Amos si avvicinò alla porta chiusa della loro camera e, poggiando l’orecchio sul freddo legno, ascoltò ciò che avveniva all’esterno, intanto continuava a parlare alla sorella piccola: «Se mamma viene a sapere del fantasma non ci farà più uscire dalla nostra camera, lo sai come è fatta», continuò mentre si allontanava dalla porta, ormai sicuro che la madre fosse impegnata in cucina. Dorothea lo guardava sentendosi in colpa, si vedeva che faticava a trattenere le lacrime. Intervenne in sua difesa la sorella maggiore: «Lasciala stare Amos, lei è solo preoccupata che possano essere i soldati, per questo voleva parlarne a mamma», affermò Dalila mentre stringeva la sorella in un abbraccio protettivo. «Del resto, anche io non sono convinta sia un fantasma, potrebbe essere un vagabondo di passaggio», concluse fissando il fratello. «Un vagabondo che viene solo la domenica?», affermò Amos con una punta di sarcasmo nella voce, «e poi come lo spieghi quel rumore metallico?», continuò il ragazzo portandosi nuovamente vicino alla porta. «Come fai a sapere che le visite del fantasma avvengono solo la domenica? Chiusi qui sotto non riusciamo più a contare i giorni ormai da molto tempo.» Questa volta fu Dalila ad usare un tono sarcastico. «So che è domenica perché la mattina presto sento suonare le campane del paese», rispose semplicemente Amos mentre ascoltava i rumori all’esterno della camera. Il dito portato davanti al naso bastò al ragazzo ad imporre il silenzio… l’orecchio poggiato sulla porta, il rumore di piatti in cucina, la certezza che la madre fosse lontana, poi ecco pronto il piano. Per quanto avventato e pericoloso fosse, venne accolto con entusiasmo dalle sorelle… la prossima domenica avrebbero incontrato il fantasma. CAPITOLO 2. IL BAMBINO FANTASMA Kassandra era china sul vecchio braciere, la legna all’interno ardeva di un rosso vivo, si vedeva l’aria tremolare tutto intorno. Alzò a malapena il viso sentendo i figli salutarla. Li vide dirigersi verso la stanza che lei aveva arredato personalmente al solo scopo di dare conforto al marito nei lunghi giorni di attesa e che, suo malgrado, lui non ebbe mai modo di usare. Tornò a dedicare la sua attenzione al braciere, vide nuvolette di fumo bianco partire da esse… impiegò qualche secondo per capire che erano le sue lacrime a generarle. «Avete sentito le campane questa mattina?», chiese Amos alle sorelle mentre chiudeva la porta alle spalle. «Sì, le abbiamo sentite, e allora?», rispose Dalila, improvvisamente sembrava meno convinta della validità del piano del fratello. «Vedrete che verrà anche questa volta», affermò con convinzione Amos. «Appena sentiremo il rumore metallico io e te saliremo nel massimo silenzio le scale», continuò guardando con serietà la sorella negli occhi, lei annuì rassegnata e lui finì di esporre il suo ardito piano: «Dorothea rimarrà vicino al corridoio a controllare mamma, se si allontanerà dalla cucina dovrai fischiare due volte, sarà questo il nostro segnale di allarme.» La sorella piccola era lieta di non dover partecipare a quella pazza avventura, l’idea del fantasma rumoroso la terrorizzava. Non lo diede a vedere però mentre si dirigeva verso il fondo del corridoio, assunse invece un atteggiamento offeso sperando di salvare le apparenze. Amos e Dalila rimasero in silenziosa attesa. Il rumore metallico arrivò e, benché atteso, procurò ai ragazzi un’ondata di autentico terrore, sentirono tutti i peli del corpo rizzarsi ed il sangue gelare nelle vene. Si Guardavano negli occhi immobili come statue di ghiaccio, la paura li aveva bloccati a tal punto che il piano preparato con tale cura rischiava di fallire, quella consapevolezza sembrò spronare Amos: «Muoviamoci o lo perderemo di nuovo», proruppe mentre afferrava Dalila per le spalle e la trascinava di peso verso la porta, un’occhiata a Dorothea gli confermò che la mamma si trovava ancora in cucina. Imboccò le scale senza controllare se la sorella lo stesse effettivamente seguendo. Il pannello di legno dell’armadio si mosse producendo un rumore lievissimo ma, all’orecchio di Amos, parve il più forte dei suoni. «Ora andiamo», disse senza voltarsi, esternava una sicurezza che in fondo non provava. Si trovò dentro il loro vecchio salone, tutte le imposte erano chiuse e, nonostante fuori vi fosse il sole, all’interno regnava l’oscurità. Guardandosi intorno il ragazzo notò dei dettagli che lo inquietarono… la casa sembrava cambiata. Durante le perquisizioni dei soldati nazisti avevano udito chiaramente il rumore di mobili buttati in terra, di piatti ed altri oggetti rotti. Erano stati costretti a rimanere impotenti, nascosti nell’appartamento segreto, mentre i soldati devastavano la loro casa. Si era aspettato quindi di trovare i segni di tanta devastazione. Invece tutto appariva in perfetto ordine, i mobili sembravano addirittura aggiustati. Rimase scioccato Amos… quasi si dimenticò del rumoroso fantasma. «Forza, proviamo ad avanzare», sussurrò alla sorella. Senza attendere risposta si inoltrò nell’ampio salone. Il loro vecchio tavolo in legno non c’era più, al suo posto il ragazzo vide un basso tavolino di marmo con piccole gambe intagliate. «Cosa sta succedendo?», si chiese sconvolto. Stava per continuare la sua avanzata ma un rumore giunse dal punto in cui era venuto, udì il cigolio di una porta che veniva leggermente aperta, poi qualcos’altro… una specie di sussurro. La paura tornò a farsi sentire. Amos si nascose come meglio poteva, udì un fruscio alle sue spalle, poi nuovamente quel sinistro rumore seguito da un sussurro giunse dal fondo della stanza. «Lui è qui», esclamò con voce appena udibile alla sorella nascosta dietro di lei… un leggero tocco sulla spalla gli confermò che il messaggio era stato compreso. Amos si fece coraggio, uscì dall’improvvisato giaciglio e si sporse per cercare di scorgere la fonte del rumore. Fece pochi passi e si nascose dietro il divano. Sentì alle sue spalle la sorella che silenziosamente lo seguiva nel buio. Amos si mosse di qualche passo, sentì il rumore metallico, aveva però qualche cosa di strano… sembrava provenire da una direzione diversa rispetto a quelli uditi in precedenza. «Amos… Amos», una voce sussurrò il suo nome, al ragazzo tremarono le gambe, la voce proveniva dal punto in cui era venuto. Sentiva il respiro della sorella alle sue spalle e questo sembrò dargli un po’ di coraggio. Si sporse ulteriormente per scrutare oltre il divano… le ante dell’armadio che celavano l’entrata del loro appartamento erano entrambe aperte, la sorella si trovava all’interno e sembrava lo stesse cercando sporgendosi nella buia stanza. Nello stesso istante udì un fruscio dietro di lui, questa volta seguito dal consueto rumore metallico. Amos conobbe in quel momento il significato della parola terrore… come negli incubi peggiori, il giovane udiva l’ignoto avvicinarsi lentamente alle sue spalle ma non riusciva a compiere alcun movimento, la paura lo aveva inchiodato lì. Dalila rimase ferma ai piedi delle scale, indecisa sul da farsi. Vide Amos salire e sparire nell’oscurità, il leggero rumore di legno contro legno confermò alla ragazza che il fratello aveva superato il passaggio. Diete un’occhiata disperata a Dorothea nella speranza di ricevere un segnale di allarme ma rimase delusa, il pollice alzato della sorella gli confermò che tutto era tranquillo. Non aveva scuse, lentamente prese a salire le scale. Arrivata in cima trovò il passaggio incautamente aperto, rimase sul confine dei due mondi torcendosi nervosamente le mani. Gli ammonimenti della madre sui pericoli che avrebbe potuto trovare fuori dal loro sicuro rifugio tornarono a tormentarla, improvvisamente capì la stupidità del piano elaborato da Amos. Dalila si sporse nella stanza buia cercando inutilmente di individuare il fratello, le porte dell’armadio cigolarono sotto il suo peso. La ragazza vide solo oscurità, provò allora a sussurrare il suo nome nel buio. Al terzo tentativo avvertì un rumore, subito dopo vide una figura sporgersi dal divano, stava guardando nella sua direzione e in quel momento lo riconobbe, era Amos. La ragazza stava per pronunciare il suo nome ma notò un movimento furtivo alle sue spalle, una figura informe stava seguendo lentamente il fratello, uno straziante rumore metallico accompagnava il suo lento avanzare. L’urlo di Dalila si unì a quello di Amos, la ragazza stava per fuggire da quella paurosa scena ma si rese conto che il fratello era rimasto bloccato. Quando lo raggiunse la creatura aveva già allungato le braccia per afferrarlo, lei lo prese con decisione dalle spalle e lo trascinò via di peso. Mentre correva verso il passaggio Dalila si aspettava di sentirsi afferrare da un momento all’altro ma non accadde nulla. Chiusero frettolosamente la porzione scorrevole dell’armadio per celarne il passaggio e si precipitarono giù per le scale. Trovarono la madre che li attendeva con un’espressione di allarme e paura in viso. «Dove siete stati e che cosa erano quelle urla?», chiese la donna mentre guardava le buie scale. I fratelli si guardarono disperati negli occhi, dovevano inventare una scusa plausibile o la madre avrebbe scoperto tutto. «Stavamo controllando che il passaggio segreto fosse correttamente chiuso, mi era sembrato di veder filtrare della luce», annunciò prontamente Dalila. Kassandra cercò conferma nello sguardo del figlio, Amos confermò la versione muovendo semplicemente il capo, non sarebbe riuscito a mentire alla mamma. Kassandra parve tranquillizzarsi, si incamminò verso la cucina, non era però del tutto convinta la donna. «Per quale motivo avete urlato tutti e due?», chiese prima di entrare nella stanza. Questa volta fu Amos a prendere la parola: «un ragno gigante è sbucato all’improvviso», esclamò il ragazzo mentre addentava una mela per evitare di incrociare lo sguardo di Kassandra. La scusa sembrò convincere la donna, lasciò i figli litigare scherzosamente per il cibo e si chinò sul braciere, la legna si stava esaurendo ed il freddo cominciava a farsi sentire negli umidi locali. Dopo aver mangiato, i ragazzi si rifugiarono nella loro stanza lasciando la madre in cucina. Appena la porta fu chiusa alle loro spalle iniziarono a parlare tutti e due insieme, l’eccitazione si mescolò alla paura mentre entrambi raccontavano l’esperienza appena vissuta. Dorothea seguiva con lo sguardo prima uno poi l’altra per non perdere neanche un dettaglio dei loro racconti, sembrava una spettatrice di un incontro di tennis. «Allora, lo avete visto o no il fantasma?» Quella semplice domanda sembrò troncare la discussione, Amos e Dalila esitarono entrambi prima di rispondere. «Più che visto, io l’ho sentito», ammise Amos tremando leggermente al ricordo. «All’inizio, sentendo il fruscio alle mie spalle, avevo creduto fossi tu che mi seguivi, a proposito, perché sei rimasta dentro l’armadio?», esclamò il ragazzo guardando con rimprovero Dalila. La ragazza non seppe spiegare il suo tentennamento: «Volevo controllare mamma prima di salire, quando sono arrivata su non sono riuscita a trovarti nel buio della stanza», si giustificò con un filo di voce. Amos evitò di infierire, prese per buona la scusa della sorella, pur conscio che i motivi che gli avevano impedito di seguirla erano altri. Una mano posata amichevolmente sulla spalla di Dalila intendeva comunicare alla ragazza che tutto era sistemato tra loro. L’espressione di sollievo sul volto della sorella fu evidente, questo sembrò spronarla a parlare: «Io non l’ho solo sentito il fantasma, io l’ho anche visto», disse lei tenendo lo sguardo basso. I fratelli la scrutarono in silenzio, Amos con uno sguardo dubbioso in volto, Dorothea al contrario sembrava deliziata ed impaurita al contempo, quell’avventura rompeva la monotonia del loro vivere da reclusi. Con aria da cospirazione si fece più vicino alla sorella maggiore, «sul serio lo hai visto?», chiese incredula, «ed era bianco con i buchi al posto degli occhi?», aggiunse ingenuamente, strappando un sorriso ai fratelli. La sorella sembrò riflettere seriamente su quanto chiesto, la sua espressione divertita mutò mentre con la mente tornava a quei terribili momenti, con un filo di voce prese a raccontare: «Era buio, le finestre tutte chiuse, vedevo la polvere danzare nei pochi fili di luce che filtravano dalle fessure del legno, cercavo Amos in quell’oscurità ma non riuscivo a vederlo. Ho provato a chiamarlo diverse volte, poi deve avermi sentito perché l’ho visto sbucare da dietro il divano. Nel momento in cui l’ho riconosciuto ho notato un movimento alle sue spalle. All’inizio ho visto un’ombra seguirlo, poi una figura informe è apparsa nell’oscurità. Ho urlato, sono corsa da Amos e l’ho afferrato un attimo prima che lo facesse il fantasma.» Dalila prese a tremare al ricordo, il fratello la strinse forte mentre Dorothea seguiva tutto con attenzione, sembrava eccitata più che impaurita. «Non fare così Dalila», disse il fratello per cercare di calmarla, «l’hai detto tu, era quasi tutto buio, magari ci siamo fatti prendere dal panico, forse i rumori e l’ombra che hai visto hanno una spiegazione razionale.» Il suo tentativo di rasserenare la situazione lo aveva fatto, il ragazzo guardò le sorelle per vedere se era riuscito a convincerle. Dorothea aveva accolto con evidente delusione la sua teoria, Dalila invece alzò gli occhi dal pavimento e lo guardò per la prima volta da quando erano entrati nella loro camera; «quando sono venuta a prenderti dentro il salone l’ho visto, è stato solo una frazione di secondo ma ho visto chiaramente il fantasma». Con quelle parole la giovane riportò l’ignoto dentro quella stanza. Il silenzio regnava mentre i tre riflettevano su quanto appena rivelato, fu sempre Dorothea a porre il secondo interrogativo: «Hai detto di averlo visto, puoi descriverne le sembianze?» Dalila chiuse gli occhi e tornò con la mente a quei concitati momenti, fu un sussurro quello che uscì dalle sue labbra: «L’ho visto solo per un attimo, era tutto scuro, non sono sicura ma mi è parso che il fantasma avesse le sembianze di un bambino, almeno la parte superiore del corpo». I fratelli attesero che il tremore passasse e lei ricominciasse il racconto. «Ho visto le sue braccia tese pronte ad afferrarti, mentre fuggivo ho guardato sotto quel piccolo corpo che pareva muoversi come fosse un serpente, difatti non ho visto le gambe. Al suo posto ho scorto una massa informe che, muovendosi, sembrava trasportare di peso il corpo mutilato del bambino, come i centauri della mitologia greca, metà uomo e metà cavallo.» I fratelli la scrutarono con occhi sgranati, forse attendevano un segnale che rivelasse che la descrizione appena fatta era frutto della sua fantasia, inventata solo per spaventare loro, ma quando questo non giunse entrambi si fecero seri. Un freddo gelido sembrò calare dentro la stanza, improvvisamente l’avventura che avevano sognato di vivere si tinse di foschi colori. La descrizione di Dalila aveva dato un volto alla creatura fino a quel momento solo immaginata e le sue sembianze erano talmente terrificanti che persino la scaltra Dorothea sembrò turbata. Fu Amos a rompere il silenzio: «Io non sono riuscito a vedere il fantasma, ne avvertivo solo i movimenti alle mie spalle ma non me ne curavo pensando fosse Dalila. Però mentre vagavo per la stanza buia ho notato alcune cose forse più inquietanti del fantasma stesso, non so come spiegarlo ma il nostro vecchio salone sembrava… diverso.» Le parole del ragazzo catturarono l’attenzione di Dalila: «Cosa intendi dire che era diverso?» «Nonostante il frastuono che abbiamo udito quando i nazisti sono entrati dentro casa, il rumore di mobili rotti, di piatti e bicchieri buttati in terra, quando camminavo per il salone non ho visto niente sul pavimento. I mobili sembravano sistemati ed alcuni erano addirittura diversi dai nostri, come se ora vi abitassero altre persone», rispose Amos.Le sorelle si guardarono incredule, tante strane teorie presero ad uscire inarrestabili dalle loro bocche. Sarebbero andati avanti all’infinito ma furono interrotti dal richiamo della madre, la cena era pronta. Decisero di rimandare a dopo le loro congetture, corsero verso la cucina facendo a gara e spintonandosi, sembrava avessero dimenticato gli orrori appena vissuti. Il calore sprigionato dalle braci aveva riscaldato l’ambiente, entrando i ragazzi trovarono la tavola apparecchiata e la madre che li attendeva già seduta al suo posto. Si sedettero dopo aver salutato Kassandra con un bacio sulla guancia. Amos guardò Dorothea negli occhi, aveva già avvisato la sorella di non parlare con la madre del fantasma, vedendo però l’eccitazione a stento trattenuta dalla piccola capì che sarebbe stato un compito assai arduo per lei. Iniziò quindi a parlare prima che potesse farlo lei, pose delle domande a sua madre nel tentativo di distrarre Dorothea: «Mamma, secondo te quando finirà la guerra?», chiese il giovane, poi senza attendere risposta aggiunse; «quando potremo riabbracciare papà e il nonno?» Amos si pentì subito di aver fatto quella domanda, l’espressione della madre si rabbuiò. Si alzò dalla sedia senza rispondere e si avviò verso la riserva di legna. «Non so quando finirà questa maledetta guerra», affermò la donna mentre prendeva dei ciocchi di piccole dimensioni dal mucchio, «però so che noi dobbiamo rimanere nascosti in questo rifugio segreto se vogliamo essere al sicuro», concluse mentre stringeva tra le mani i pezzi di legno talmente forte che queste assunsero una sfumatura bianca per la pressione. Finito di mangiare i ragazzi uscirono correndo dalla cucina, chiusi al sicuro nella loro camera elaborarono un nuovo piano. Questa volta avrebbero atteso il fantasma direttamente nascosti dietro il passaggio segreto, avrebbero però scrutato le sue mosse rimanendo al suo interno. CAPITOLO 3. LA FOTOGRAFIA I giorni passarono velocemente, le campane del vicino paese suonarono a festa quella domenica mattina. Kassandra fu meravigliata di vedere i figli già in piedi a quell’ora, varcarono assonnati la porta e con naturalezza si sedettero composti a tavola. Quell’insolita circostanza avrebbe dovuto mettere in allarme la donna. Normalmente era costretta a svegliare uno per uno i figli, vederli tutti e tre insieme avrebbe dovuto far sospettare alla madre che avevano qualcosa in mente. La donna era invece completamente presa nel vano tentativo di scaldare i vasti locali, continuava ad incrementare il braciere con piccoli pezzi di legna. Le scorte alimentari lasciate da nonno Bonifatius sembravano non finire mai. I ragazzi mangiarono a sazietà e poi uno ad uno sgattaiolarono dalla cucina. Fu Dalila a dire alla mamma la scusa che avrebbe dovuto coprire le loro reali intenzioni: «Andiamo nello studio di papà a leggere una favola a Dorothea.» I fratelli chiusero rumorosamente la porta dello studio del padre, rimanendo però all’esterno. Con passo felpato Amos e Dalila salirono le buie scale, come la volta precedente Dorothea rimase di guardia in fondo al corridoio. Fecero scorrere nel massimo silenzio la porzione di armadio che celava il passaggio segreto. Amos lo varcò per primo, fu costretto però ad entrare nella stanza per permettere alla sorella di passare. Il loro piano prevedeva di non entrare ma di attendere il fantasma al sicuro dentro l’armadio, non avevano tenuto conto del poco spazio all’interno. Si ritrovarono entrambi fermi immobili nel buio salone. Amos si mosse con maggior sicurezza e raggiunse il divano, si nascose dietro mentre chiamava silenziosamente la sorella. Dalila era scioccata, non riusciva a muoversi, continuava a guardare il loro vecchio salone non riconoscendolo. Man mano che gli occhi si abituavano all’oscurità nuovi particolari apparvero alla ragazza. Un tavolino in marmo di cui ignorava l’origine, pentole nuove appese alle pareti mai possedute dalla sua famiglia. Notò una foto incorniciata su un tavolino, le persone ritratte attirarono la sua attenzione benché non fossero ben visibili nella stanza poco illuminata. Stava per avvicinarsi ed afferrarla ma avvertì in quel momento la porta di casa aprirsi cigolando, si affrettò a raggiungere Amos dietro il divano dimenticando la foto. I fratelli rimasero in silenzio, entrambi udivano il battito del cuore dell’altro, poi il familiare rumore metallico arrivò alle loro orecchie. Dalila strinse talmente forte la mano del fratello che lui fu costretto a liberarsi della presa, contemporaneamente portò il dito al naso per imporre il massimo silenzio. Pian piano si allontanò dal riparo del divano e scrutò nella direzione in cui aveva sentito provenire il rumore. Raggi di sole filtravano dalle imposte illuminando parzialmente la stanza, granelli di polvere danzavano alla luce formando figure fantasiose, il ragazzo le osservava rapito. La mano della sorella sulla sua spalla lo riportò alla realtà: «Guarda lì», le sussurrò lei. Il ragazzo seguì le sue indicazioni e vide cosa gli stava indicando, rimase perplesso e affascinato dallo strano fenomeno. Entrambi i ragazzi guardavano verso la cucina, sembrava che l’aria stesse tremando per effetto di un grande fuoco, ma non scorsero alcuna fonte di calore che potesse giustificare quello strano fenomeno… poi accadde qualche cosa di ancor più misterioso. L’immagine della loro vecchia cucina prese a sostituire quella in cui si trovavano, videro apparire i loro vecchi mobili proprio come i ragazzi li ricordavano. Durò solo pochi secondi, poi tutto tornò come prima. I fratelli si guardarono sgomenti. Amos stava per parlare ma un avvertì un fruscio provenire dalla cucina, guardando attraverso l’aria rarefatta cercò di individuarne la fonte. Vide un’ombra avanzare lentamente verso di loro, il mobile bastava a celarne quasi completamente la figura, il ragazzo scorgeva solo una parte della testa, il suo sinuoso avanzare metteva i brividi. «Guarda dietro quel mobile», sussurrò il ragazzo con tono allarmato, «sta venendo verso di noi.» La paura li aveva bloccati entrambi, seguivano con gli occhi il lento incedere della creatura. Videro la punta della testa arrivare fin al bordo della cucina, poi improvvisamente fermarsi. I ragazzi non potevano vedere materialmente cosa si nascondesse lì dietro, l’ombra che proiettava dentro la stanza arrivava però a lambire i loro piedi. La osservarono scioccati, rappresentava la prova che la creatura era reale e ora si trovava a pochi centimetri da loro. La situazione sembrava in stallo, poi improvvisamente la creatura si mosse con una rapidità sorprendente. Uscì dal suo riparo, nello stesso momento compì un movimento che fece urlare di terrore i fratelli… la parte superiore del suo piccolo corpo compì una sorta di piroetta, mentre il resto rimase immobile. I suoi occhi si inchiodarono su quelli dei ragazzi, un urlo straziante uscì dalla sua bocca. Il panico si impossessò dei fratelli, corsero verso il passaggio segreto rovesciando tavolini e sedie. Amos varcò il passaggio preso dal panico, nella fretta non si accorse del lembo di camicia impigliato in uno dei chiodi, si ritrovò la schiena quasi nuda quando si fermò al sicuro nelle buie scale. Dalila correva dietro al fratello, avrebbe voluto tuffarsi in quel maledetto passaggio ma doveva attendere che lo varcasse prima Amos, istintivamente allungò una mano ed afferrò la foto incornicia notata poco prima. Subito dopo si affrettò ad attraversare il varco e a chiudersi il passaggio alle spalle. La ragazza non aveva avuto il coraggio di voltarsi per vedere se il fantasma l’avesse seguita. Si sedette accanto al fratello, entrambi ansimanti tesero l’orecchio nel timore di udire il suono metallico seguirli lungo le scale, per fortuna l’unico rumore che udirono fu lo scalpitio di piccoli piedi che correvano verso di loro. Dall’angolo del corridoio apparve la figura allarmata di Dorothea: «Cosa è successo lì sopra?», chiese la fanciulla, poi, voltandosi verso la cucina, aggiunse con tono concitato; «la mamma vi ha sentito urlare, è molto allarmata, preparatevi perché sta arrivando.» Appena la bambina finì la frase la figura di Kassandra irruppe tra loro, aveva il grembiule sporco di cibo e fuliggine, le mani annerite dal carbone e l’espressione allarmata… si calmò subito appena vide i figli. «Cosa erano quelle urla?», eslamò la donna mentre osservava con stupore l’oggetto che Dalila stringeva in mano, «e non raccontatemi ancora la storia del ragno gigante!», continuò senza staccare gli occhi dalla cornice che la figlia stringeva con forza. I figli la guardavano senza rispondere, Kassandra si protese verso Dalila e con rabbia gli strappò la foto dalle mani: «Da dove viene questa foto, dove l’avete presa?», chiese la donna tenendo l’oggetto in mano senza guardarlo. Dalila stava per dire qualche cosa ma improvvisamente udirono un rumore di passi provenire dal soffitto, qualcuno stava camminando nelle stanze superiori, polvere fine prese a cadere sulle loro teste. Kassandra cinse i figli in un abbraccio protettivo. «Non vi muovete, fate silenzio, loro sono qui, ci stanno cercando», ammonì la donna in un sussurro appena udibile. La misteriosa presenza sopra di loro prese a camminare lentamente, dopo ogni passo si fermava alcuni secondi, poi riprendeva il suo lento avanzare… come una persona intenta a cercare qualcosa. Nuvole di fumo uscivano dalla bocca di Kassandra ad ogni suo respiro, la temperatura stava scendendo lì sotto, nonostante la situazione la donna si ritrovò a pensare al braciere abbandonato in cucina. La famiglia Cassel rimase ferma sulla soglia delle scale mentre i passi continuavano a rimbombare nei bui locali, Kassandra stringeva a sé i figli terrorizzati. Passarono diversi minuti prima che la calma tornasse a regnare nel loro appartamento. La donna continuò a imporre il silenzio nonostante non si udisse provenire alcun rumore dal piano superiore. «Potrebbe essere un trucco, dobbiamo rimanere zitti ancora un po’.» I minuti passavano, la donna non si decideva a lasciare liberi i figli, continuava a guardare il soffitto con occhi spaventati… «mamma, io devo fare la pipì.» La semplice richiesta della piccola Dorothea strappò un sorriso ai fratelli, la madre ne fu subito contagiata e la tensione si allentò. Si trasferirono tutti in cucina nel massimo silenzio. «Non possiamo sapere se i soldati sono andati via davvero», sussurrò loro la madre, «ora voi andate in camera vostra ed evitate qualsiasi rumore fino a nuovo ordine.» Mentre i ragazzi stavano per uscire dalla cucina la donna aggiunse: «Dopo mi dovrete spiegare cosa erano quelle urla e dove avete trovato questa cornice.» Nel pronunciare quelle parole la donna guardò per la prima volta l’oggetto che stringeva in mano. Per sua fortuna i figli avevano già lasciato la stanza e non videro la sua faccia stravolta quando osservò il volto immortalato nella fotografia. La memoria tornò a quel maledetto giorno… il treno in attesa sui binari, colonne di disperati sferzati con i bastoni venivano fatti salire sui vagoni in attesa. Il viso dell’amato marito, dietro di lui suo padre Bonifatius. Faticava a tenere il passo di Angelus, stava per rimare indietro ma un uomo con un’elaborata divisa militare ed un vistoso cappello lo colpì con un calcio dietro la schiena. Il volto di quel soldato, quegli occhi piccoli e gelidi… era lo stesso ritratto nella fotografia che la donna stringeva in mano. Kassandra era scioccata… cosa ci faceva la fotografia di quel maledetto in casa sua? continuava a chiedersi. Non riusciva a distogliere lo sguardo da quel maledetto volto. Sentì la rabbia divampare dentro di sé, scagliò la cornice contro il muro con tale impeto da mandare in frantumi il vecchio legno. Il rumore attirò i figli, lì sentì correre verso la stanza abbandonando ogni precauzione. Speriamo che i soldati siano andati via, pensò Kassandra mentre raccoglieva i pezzi di cornice dal pavimento. I figli entrarono spaventati in cucina. «Che cosa è successo mamma, cosa era quel forte rumore?», chiese Amos mentre un’occhiata al pavimento e alla cornice rotta gli diede la risposta, senza bisogno che la mamma parlasse. Kassandra raccolse la foto da terra, prese ad osservarla con maggior attenzione mentre parlava con i figli: «Dove avete preso questa cornice?», domandò loro con un tono di voce talmente gelido che i ragazzi ne rimasero impressionati. Mentre poneva la domanda Kassandra osservava l’altra figura immortalata nella foto, un bambino in carrozzella posava accanto all’uomo, la mano di lui sulla spalla del giovane in un naturale gesto protettivo suggerì alla donna che potesse essere il figlio. Nel frattempo, nessuna risposta arrivò dai figli. «Allora, mi volete dire dove avete preso questa cornice?», ripeté la donna mentre, distogliendo gli occhi dalla foto, prese ad osservarli con sguardo severo. Amos e Dalila avevano un’espressione scioccata in volto, la bocca della figlia era spalancata, entrambi osservavano il retro della foto. «Mio Dio mamma, leggi la data scritta dietro», riuscì a dire sua figlia. «Non mi interessa della data!», urlò Kassandra mentre voltava la foto, «dovete dirmi dove diavola l’avete…» non riuscì a finire la frase. Leggendo quanto scritto dietro l’immagine la donna ebbe un mancamento, sarebbe finita rovinosamente in terra ma fortunatamente Amos riuscì a sorreggerla con l’aiuto di Dalila. La piccola Dorothea osservava la scena da un angolino della cucina, era rimasta in disparte dato che non aveva ancora capito bene l’importanza della cornice e perché la madre tenesse tanto a scoprirne la provenienza. Avrebbe voluto ascoltare il racconto del fantasma dai fratelli, argomento ben più eccitante di una vecchia foto, pensò la bambina mentre la raccoglieva da terra. Osservò l’immagine dell’uomo e del piccolo bambino non trovando niente di misterioso in essa. La depose sul tavolo con l’immagine rivolta verso il basso, stava per raggiungere ifratelli e la madre ancora svenuta ma si bloccò quando lesse la data scritta sul retro; - 12 febbraio 1945 -. La fanciulla rimase perplessa, nonostante la giovane età percepì del mistero in quell’appunto. Non riusciva ancora a fare i conti, ma ricordava che quando lei e la sua famiglia si erano rifugiati nell’appartamento segreto era l’anno 1939… la data scritta dietro la foto doveva essere per forza sbagliata, pensò mentre raggiungeva Amos e Dalila. La notte scese veloce, l’appartamento celato sotto la grande fattoria era immerso nel buio, ad eccezione di un piccolo barlume proveniente dalla cucina. Kassandra sedeva sul tavolo di legno, i figli accanto a lei e la misteriosa foto al centro. Le candele spente per maggior sicurezza, unica fonte di illuminazione le braci che, ardendo dentro il grande braciere, riscaldavano e illuminavano parzialmente l’ambiente. «Avanti, ora raccontatemi tutto dal principio», disse la madre ai figli, con lo sguardo indicava la foto al centro del tavolo. L’immagine del misterioso uomo e del bambino in carrozzella sembrava danzare per l’effetto del calore che il vicino braciere produceva nell’aria. «Amos, guarda il bambino», sussurrò Dalila al fratello, «il suo viso assomiglia a quello del fantasma.» Dorothea sobbalzò sulla sedia, si fece più vicino ai fratelli per ascoltare meglio, finalmente si parlava del misterioso fantasma. Kassandra, al contrario di Dorothea, rimase perplessa quando udì l’affermazione della figlia. «Ma quale fantasma? Di cosa stai parlando? Non provare ad inventare strane storie… voglio sapere dove avete preso questa foto», urlò la madre sbattendo i pugni sul tavolo. I figli rimasero meravigliati dalla sua reazione, da quando vivevano nell’appartamento segreto erano abituati a svolgere tutte le mansioni nel massimo silenzio, la paura di essere uditi all’esterno aveva instillato questa precauzione nel loro stesso essere. Mai avevano udito la madre alzare il tono della voce in quel modo. Fu Amos a raccontarle la storia del fantasma e della sua strana peculiarità di visitare la loro casa sola la domenica: «La prima volta che ho avvertito la presenza del misterioso fantasma ero solo, Dalila e Dorothea erano in cucina con te, stavate preparando il pane. Io mi ero rifugiato nello studio di papà perché quella mattina avevo voglia di leggere un libro, sai che non riesco a concentrarmi se intorno a me non c’è silenzio assoluto. La stanza era ben illuminata dalla luce che filtrava dal piano di sopra, non accesi le candele, mi misi seduto sulla sedia e iniziai a leggere. Ero talmente assorto dalla storia che il mondo esterno smise di esistere, non udivo neanche più le vostre risate provenire dalla cucina. Ad un tratto la pagina che stavo leggendo divenne buia, sollevai gli occhi verso il soffitto e vidi che proprio sopra di me i raggi del sole non riuscivano più a passare attraverso le fessure del legno, mi resi subito conto che qualcosa si trovava fermo pochi metri sopra di me. Osservai più incuriosito che spaventato la porzione di buio che sovrastava la mia testa quando questa prese a muoversi lentamente, uno straziante rumore metallico seguiva il suo lento movimento. Cominciai ad avere paura, volevo chiamarvi ma temevo che dal piano di sopra potessero udirmi, rimasi immobile. L’ombra continuò ad avanzare nella camera… quel maledetto rumore rischiava di farmi impazzire, poi improvvisamente tutto finì e ci fu di nuovo il silenzio. Continuai ad osservare il soffitto per diversi minuti, non accadde nulla. Vidi la luce che pian piano sbiadiva e decisi di raggiungervi in cucina. Voi eravate così allegre, con le mani imbiancate e le macchie di farina ovunque, persino sul viso, non so, mi convinsi che il fenomeno a cui avevo assistito poteva avere tante spiegazioni razionali. Ad esempio, poteva esser stato un animale, o persino un vagabondo… comunque decisi che non era il caso di parlarvene.» Amos aveva un’espressione colpevole mentre guardava la madre, lei rimase però imperturbabile e lo spronò a proseguire il racconto. «I giorni passarono e quasi non pensai più a quanto successo nello studio di papà. Andai altre volte a rifugiarmi lì. All’inizio stavo con l’orecchio teso in attesa di udire altri inquietanti rumori, poi, dato che nulla accadeva, cominciai a rilassarvi e a dimenticare l’accaduto. La domenica successiva, come da abitudine, eravamo intenti alla preparazione del pane, questa volta partecipai anche io. Udii strani rumori provenire dal piano di sopra nel pomeriggio, ricordo che in quel momento ero in bagno. Corsi nello studio e assistetti alla medesima scena, non vidi l’ombra muoversi per la stanza perché il sole era ormai basso, la sua luce non arrivava comunque fin sotto il nostro appartamento. Il rumore stridulo però era il medesimo, oltre ad esso sentii chiaramente il tonfo di un oggetto che cadeva in terra. Poi, come la volta precedente, tutto finì improvvisamente. Allora ebbi la certezza che stava accadendo qualche strano fenomeno nel nostro vecchio appartamento. Decisi di non parlarne con te, mamma, perché ero certo non si trattava di soldati nazisti. Sono già venuti ad ispezionare la casa e le loro visite sono state sempre violente e molto rumorose. Abbiamo udito i loro mezzi arrivare e parcheggiare in cortile prima di sentirli invadere la casa. Quanto stava accadendo era diverso, decisi di parlarne a Dalila e Dorothea.» Il ragazzo si preparò al rimprovero che era sicuro sarebbe arrivato, guardando la madre però la vide concentrata nel suo racconto e decise di proseguire: «La domenica successiva ci siamo chiusi nello studio di papà tutti e tre insieme, non abbiamo dovuto attendere molto prima che lo strano fenomeno si ripetesse, questa volta però hanno assistito alla scena anche Dalila e Dorothea.» Detto questo Amos prese a fissare la sorella, lui aveva fatto la sua parte, ora toccava a Dalila proseguire. La madre guardò le figlie in cerca di una conferma a quanto detto da Amos, la trovò nei loro sguardi seri e privi di qualsiasi incertezza, poi Dalila proseguì il racconto: «É stato tremendamente inquietante, i rumori, la certezza di una presenza estranea così vicino a noi… però a differenza di Amos non ero certa si trattasse addirittura di un fantasma. In principio anche io pensavo potesse essere un animale o un vagabondo in cerca di cibo. Così, mossa dalla curiosità, ho accettato con entusiasmo l’idea di salire al piano di sopra e cercare di vedere con i nostri occhi la fonte di quegli strani ed inquietanti rumori.» Udite quelle parole il volto di Kassandra sbiancò, l’idea dei figli all’aperto la terrorizzò a tal punto che prese a tremare lievemente. «Dove avete preso quella cornice?», chiese la donna con voce apparentemente calma. Stava cercando di dominare il turbine di emozioni che pian piano sentiva salire dallo stomaco ed invadere il suo corpo. Intendeva ottenere il maggior numero di informazioni possibili dai figli, era suo dovere proteggerli. L’apparente calma della madre spinse Dalila a continuare il racconto. Descrisse quanto accaduto nel loro vecchio salone al piano di sopra, la sua corsa disperata verso il passaggio segreto dopo aver sottratto Amos dalla presa della misteriosa creatura, la scusa del ragno raccontata per giustificare le urla. Poi raccontò del secondo incontro, le movenze terrificanti della creatura, la fuga in preda al panico, la cornice presa per istinto mentre attendeva che il fratello passasse attraverso la stretta apertura… concluse il breve racconto con voce trafelata. Kassandra rimase in silenzio talmente a lungo da costringere i figli a scambiarsi sguardi interrogativi… «che ne pensi mamma?», chiese Amos a Kassandra. «Non so cosa pensare ragazzi, però potrebbe non essere un fantasma, magari è un povero sventurato capitato in questa casa chissà per quale motivo». Detto questo Kassandra prese a guardare intensamente i figli; «perché avete pensato ad un fantasma?», esclamò fissandoli negli occhi. Fu Amos a rispondere, mentre parlava continuava a tenere lo sguardo fisso in terra, come se si vergognasse di quanto stava per dire: «Abbiamo visto l’aria tremolare come se un fuoco ardesse a poca distanza… poi è apparso quella specie di essere. Si muoveva come un serpente e l’aria tutto intorno a lui continuava a sfumare mentre avanzava verso di noi. Ha tentato di afferrarmi, poi ha urlato… non so cosa fosse ma sicuramente non apparteneva al nostro mondo». Le parole di Amos portarono l’ignoto dentro la stanza, nessuno osava fiatare, persino la piccola Dorothea si era fatta silenziosa e, convinta che nessuno se ne fosse accorto, si era messa più vicina alla mamma. «Il fantasma non è l’unica cosa strana che abbiamo notato lassù.» Le parole di Dalila rimasero sospese nella stanza… gli occhi della madre erano già colmi di inquietudine mentre attendeva che lei continuasse. La ragazza se ne rese conto ma aveva un disperato bisogno di raccontarle quanto visto, a malincuore proseguì il racconto: «La nostra vecchia stanza appariva diversa, non so come spiegarlo a parole, ma mentre la osservavo sembrava mutare davanti ai miei occhi… pur rimanendo la stessa, sembrava appartenere ad un tempo diverso dal nostro». Kassandra guardò la figlia, questa volta il suo sguardo apparve meno inquieto, una leggera ruga apparve agli angoli della sua bocca, stava quasi sorridendo nonostante la gravità della situazione. «Puoi provare a spiegarmi meglio tesoro, cosa intendi quando dici che sembrava appartenere ad un tempo diverso?», domandò abbassando lo sguardo per nascondere lo scintillio divertito che sicuramente si scorgeva nei suoi occhi. Fu nuovamente Amos a prendere la parola, spiegò alla madre gli strani oggetti visti nella loro vecchia camera, il misterioso tavolo in marmo che aveva sostituito quello in legno, i mobili aggiustati ed i pavimenti puliti. Ascoltato il racconto del figlio lei si fece nuovamente seria, lentamente prese la fotografia dal tavolo. Kassandra osservava il volto del militare, i figli fissavano la data assurda scritta nel retro, provarono a parlare tutti insieme. La madre impose il silenzio, avrebbero affrontato un mistero per volta, inutile provare a risolverli tutti insieme, disse ai figli. Decise quindi di spiegargli dove aveva già visto la persona ritratta nella fotografia. Questo significava dover raccontare loro l’orrore visto alla stazione dei treni, l’incognita sul futuro del loro padre e del loro nonno. Era pronta ad affrontare il dolore e la rabbia che ciò avrebbe inevitabilmente portato? si chiese la donna mentre esitava a parlare. - 12 febbraio 1945 -. Kassandra fissava quella data assurda sul retro della fotografia, rigirandola nelle mani prese ad osservare con maggior attenzione il volto dell’uomo… neanche si accorse del gesto mentre meccanicamente indossava gli occhiali. I figli la guardavano incuriositi, lei continuava ad osservare quel maledetto volto. Cosa stai cercando, pensò mentre lo sguardo si concentrava sulle rughe dell’uomo, non starai cercando sul suo volto la prova dei sei anni passati? Questo pensiero la terrorizzò, buttò la foto sul tavolo come se scottasse. «Tutto bene mamma?» I figli la osservavano spaventati. «Fa freddo qui dentro», esclamò Kassandra. Si alzò dal tavolo e mise altri pezzi di legna nel vecchio braciere… «cerchiamo di risolvere un mistero per volta», aggiunse con un filo di voce. Le mani a coppa sopra la pentola confermarono alla donna che il calore stava aumentando, si alzò e raggiunse i figli. «Venite qui vicino a me, vi racconterò dove ho già visto quell’uomo», sussurrò rassegnata. Si misero tutti e quattro intorno al tavolo, il calore delle braci scaldava ed illuminava la stanza. Parlando con voce calma e piatta la madre raccontò in quale circostanza aveva visto l’uomo, pur evitando i particolari più crudi, descrisse gli orrori a cui aveva assistito alla stazione dei treni. Quando finì il suo racconto nessuno dei figli parlò, rimasero in silenzio… si udiva solo il sommesso pianto della piccola Dorothea. Fu Dalila la prima a parlare, pose la domanda che certamente stava tormentando anche i suoi fratelli: «Mamma, dove hanno portato papà e il nonno, dove era diretto quel maledetto treno?» Kassandra chiuse delicatamente la porta della camera dei figli, era avvilita per non esser riuscita a rispondere alla domanda di Dalila. Forse non avrei dovuto dirgli la verità, si disse mentre si avviava verso la cucina. Sentiva i bisbigli dei figli provenire dalla stanza, faticheranno a prender sonno, pensò mentre raccoglieva il braciere… CONTINUA zia a scrivere la tua storia...
  2. livio.cutri@gmail.com

    Il tassista delle anime erranti

    IL TASSISTA DELLE ANIME ERRANTI LONDRA, 31 OTTOBRE 1974 L’elegante sala dell’Aldwych Theatre era gremita di persone, anche osservando l’anello superiore non si riusciva a scorgere un posto libero. Gente distinta, seduta ordinatamente, attendeva con finta trepidazione che il trasandato presentatore aprisse la busta che stringeva in mano e annunciasse il nome del vincitore del concorso di letteratura dell’anno 1974. Le donne sedute ai tavoli trattenevano il fiato mentre la busta veniva aperta con studiata lentezza. Douglas osservava quel teatrino messo su ad arte con distacco. Come la maggior parte degli scrittori presenti alla serata, sapeva che anche quell’anno il premio per il miglior libro pubblicato sarebbe stato vinto da lui, d’altronde i numeri parlavano chiaro. Aveva iniziato a scrivere il suo primo romanzo quando ancora lavorava sul taxi, ricordava quasi con nostalgia le tante pagine stilate mentre attendeva i clienti. L’idea vincente era stata quella di trascrivere su carta le strane storie che aveva vissuto nelle notti londinesi alla guida del suo mezzo. Il successo era stato immediato e travolgente, sin dal primo romanzo. «Il vincitore del concorso di letteratura 1974 è…» suspense da mestierante, «Douglas Thomson!» L’uomo fece per alzarsi ma fu bloccato dall’abbraccio dei figli. Alisa ed il piccolo Edan si complimentarono con il papà a modo loro, lui non fece nulla per sottrarsi al loro abbraccio, benché sentisse su di sé gli sguardi degli invitati. Amava il contatto con il calore dei loro corpi, d’altronde se aveva deciso di smettere di lavorare sul taxi e provare quella nuova avventura era stato proprio per i figli. Intendeva godere di ogni istante possibile insieme a loro, conscio che una volta cresciuti li avrebbe pian piano persi di vista. Un colpo di tosse, discreto ma amplificato dal microfono, lo strappò dai suoi pensieri. Una fugace occhiata alla moglie Alexandra, giusto per raccogliere il suo sorriso, poi l’uomo salì sul palco per ritirare il meritato premio. La serata si concluse oltre la mezzanotte. Douglas, con in braccio il piccolo Edan ormai prossimo al sonno, attendeva che gli portassero la macchina all’ingresso della sala, la moglie e la figlia erano lì con lui. Alexandra si avvicinò al marito, lo abbracciò e gli sussurrò all’orecchio; «caro, questa sera è preferibile che guidi io.»Lui aveva bevuto parecchio durante la serata e lei sapeva che non era abituato all’alcool. Douglas era conscio di aver esagerato con i drink ma, forse ferito nell’orgoglio maschile o perché ancora tronfio per l’ennesimo riconoscimento ricevuto, scostò la donna minimizzando quanto da lei detto e fece un ulteriore passo verso l’uscita. Alexandra provò nuovamente a convincerlo, iniziarono a discutere ma furono subito interrotti dal rombo della potente Aston Martin. Per evitare scenate davanti al parcheggiatore la donna si rassegnò. Sistemò i figli sui sedili posteriori e assunse un’aria un po’ offesa mentre attendeva che il marito le aprisse lo sportello. Dopo aver lasciato una lauta mancia al parcheggiatore, l’uomo partì facendo schizzare un po’ di ghiaia con le ruote posteriori. L’incidente avvenne a pochi isolati da casa. Un furgoncino in panne era fermo sul ciglio della strada, il conducente aveva abbandonato il veicolo, probabilmente si era recato a piedi nel vicino paese in cerca di aiuto. Douglas vide l’ostacolo troppo tardi, provò ad evitarlo ma l’impatto fu inevitabile e devastante. L’auto si spezzò in due, la parte anteriore finì la sua corsa contro un albero, il fuoco avviluppò invece il resto del veicolo che rimase fermo sul ciglio della strada. Marito e moglie riuscirono a scorgere la figlia uscire quasi illesa dalle lamiere in fiamme, provarono allora a liberarsi per trarre in salvo il piccolo Edan ma ogni sforzo fu inutile, assistettero alla morte atroce del loro bambino senza poter intervenire. 4 NOVEMBRE 1974; CIMITERO DI HIGHGATE, L0NDRA Gli addetti delle pompe funebri erano in attesa ai bordi della piccola fossa, impassibili e totalmente immobili, apparivano come statue di granito che osservavano silenziose il dolore immenso che si respirava dinnanzi a loro. Parenti ed amici stavano per dare l’ultimo saluto al povero Edan, posando un fiore sulla sua tomba sancivano la fine dei suoi giorni su questa terra. La musica di sottofondo prodotta dai suonatori di cornamusa contribuiva a dare un senso di profonda tristezza alla scena. Douglas rimase in disparte per tutta la cerimonia, si sentiva terribilmente in colpa per la morte del figlio, sapeva che la responsabilità era sua e non aveva certo bisogno che parenti ed amici glielo ricordassero con i loro sguardi accusatori. Attese quindi che l’ultimo parente si congedasse, solo allora si portò sul ciglio della fossa e, tra le lacrime, gettò il suo fiore e disse addio per sempre al figlio. Douglas passò il resto della giornata vagando per le strade di Londra, stava intenzionalmente ritardando il suo rientro a casa, ne era consapevole, ma il clima ostile che si era creato nei suoi confronti dopo la morte del figlio gli era insostenibile. Certo era lui il responsabile di quella tragedia ma non ricevere neanche una parola di conforto dalla moglie e dalla figlia gli sembrava un castigo troppo crudele, in fondo era lui quello che soffriva di più, aveva amato alla follia il bambino sin dal primo momento. Era ormai sera quando fece ritorno a casa. Varcò il grande cancello e si diresse subito verso il suo studio, un po’ discosto dal resto della casa. Aveva intenzione di lavorare al libro quella notte, avrebbe dormito sul divano decise, del resto era dal giorno della morte di Edan che l’uomo passava le notti lì. Rimase davanti alla macchina da scrivere fin oltre la mezzanotte ma, nonostante ciò, il foglio che continuava a fissare restò bianco e vuoto. La mente ritornava inesorabilmente al giorno dell’incidente, decise allora di stendersi sul divano e provare a dormire, solo un’oretta, si disse mentre chiudeva gli occhi. 5 NOVEMBRE 1974; IL VECCHIO TAXI Fu svegliato da un rumore improvviso in cortile, guardò l’orologio a muro e con stupore si rese conto che era ormai mattina. Avvertì nuovamente del movimento all’esterno, così si precipitò fuori giusto in tempo per vedere Alexandra salire in auto assistita dal fedele autista, Alisa era già seduta all’interno. Douglas era ancora in vestaglia ma non se ne curò, avanzò di qualche passo per intercettare l’auto e salutare le donne. Quando questa le passò accanto, solo la figlia sembrò accorgersi di lui, lo fissò con occhi colmi di dolore e null’altro fece, un sorriso, un cenno con la mano... si allontanò così, con occhi che tutto guardavano ma nulla vedevano. L’auto uscì dall’elegante cancello in ferro battuto lasciando dietro di sé una nuvola di polvere, Douglas rimase a contemplarla senza curarsi dei domestici e dei loro sguardi. Devo essere proprio un bello spettacolo pensò, spettinato e ancora in vestaglia che rincorro l’auto di mia moglie come un cagnolino, anzi non l’auto di mia moglie, si disse poi, la mia auto. Con fare stizzito allora si rivolse agli uomini ancora fermi dinnanzi a casa e gli urlò contro: «Cosa avete da guardare, andate a svolgere le vostre mansioni!» Loro parvero non capire e rimasero fermi ad osservare l’auto che si allontanava. Questo scatenò l’ira di Douglas, con un calcio fece cadere il grande vaso di fiori che toccando terra si ruppe in mille pezzi. Il forte rumore attirò finalmente l’attenzione dei domestici, guardarono verso l’uomo spaventati. «Vi ho detto di andare in casa», urlò nuovamente lui e, senza controllare se il suo ordine fosse stato eseguito, si chiuse la porta dello studio alle spalle. Passò l’intera mattina cercando le parole giuste, fermo davanti alla macchina da scrivere contemplava il foglio inesorabilmente bianco. Provò a tornare con la mente ai tempi in cui lavorava con il suo taxi per le tenebrose strade londinesi, era alla ricerca di una storia che valesse la pena raccontare nel suo nuovo romanzo. Per quanto si sforzasse Douglas non riuscì a scrivere nulla. Era ormai pomeriggio così decise uscire un po’ dallo studio, aveva bisogno di bere qualche cosa di forte, si diresse allora verso casa ed il suo fornito angolo bar. Douglas stava scegliendo una delle tante bottiglie quando sentì la porta di casa aprirsi, fecero il loro ingresso Alexandra con la figlia... l’uomo rimase bloccato con la bottiglia ancora in mano. Sapeva come la pensava la moglie sui super alcolici, quasi non li sopportava già prima della tragedia, dopo la morte di Edan cominciò a odiarli, li teneva in casa solo per gli ospiti. Douglas rimase fermo con un’espressione colpevole in volto, attendeva la sfuriata della moglie... che non arrivò. Vide Alisa, carica di libri e quaderni, salire le scale di marmo e dirigersi verso la propria stanza quasi ignorandolo. La moglie invece continuava a fissare la bottiglia con orrore… «quella maledetta bottiglia», gli disse lei in un sussurro. Douglas la rimise al suo posto e, capendo di aver commesso un errore, andò incontro alla donna con l’intenzione di abbracciarla, ma lei non gli diede il tempo, corse verso la sua camera senza dire neanche una parola. Lui sentì sbattere la porta ed addirittura chiudere a chiave, ne rimase molto colpito. Ha ragione lei, pensò subito Douglas, come ho potuto decidere di bere dopo quanto successo. La camera chiusa a chiave era stato un messaggio inequivocabile... capì che il suo isolamento nello studio in fondo alla proprietà non era finito. Diede un’ultima occhiata alla porta chiusa di sua moglie e di sua figlia, poi uscì e si diresse verso lo studio. Si sentiva triste ed avvilito, era conscio di aver quasi perso l’affetto della sua famiglia, così mentre camminava prese una decisione... finirò il libro, si ripromise, sarà un altro successo e pian piano le cose torneranno come prima. Quel pensiero sembrò rinfrancare l’uomo, con passo deciso si diresse verso il suo rifugio. Prima di entrare però, notò un taxi parcheggiato proprio fuori dal cancello della sua proprietà, era identico a quello con cui aveva lavorato in passato. Sembrava stesse aspettando qualcuno, comunque non vi diede peso e si chiuse la porta alle spalle. Seduto sulla poltrona fissava il foglio bianco, provò a isolarsi mentalmente come sempre faceva quando scriveva, ma continuava a pensare al taxi parcheggiato fuori. Perché continuo a rivedere l’immagine di quella vecchia auto? Non riuscì a trovare una risposta Douglas. Pensò allora al suo di taxi, parcheggiato a poche centinaia di metri da lui. Dopo il successo e la ricchezza avrebbe dovuto chiaramente disfarsene, Douglas invece non lo fece mai. Non seppe spiegarne le ragioni, né a sé stesso e né alla moglie… quante volte gli aveva ripetuto di rottamare quella vecchia autovettura. E invece eccola lì, Douglas la osservava sull’uscio dell’autorimessa, parcheggiata in mezzo a vetture sportive ed eleganti sembrava comunque non temerne il confronto. Tozza ed imponente, nera come la notte, due fanali tondi che scrutavano come fossero occhi, la linea poco aggraziata la faceva apparire come una stolta contadinella in mezzo a tante nobildonne. Douglas rise per quel suo accostamento, osservando il vecchio automezzo si rese conto quanto fosse legato a quella vettura. Quanti ricordi scaturivano semplicemente osservandola... belli a volte, strani e brutti in altre circostanze, però sapeva con certezza che grazie a lei tutto era iniziato e, capì in quel momento, grazie a lei avrebbe trovato nuovamente il successo. Ma certo, si disse, ora so cosa devo fare, riprenderò a lavorare la notte sul taxi. Era convinto che gli avrebbe dato nuovi spunti per completare finalmente il suo libro, ne aveva bisogno lui e ne aveva bisogno soprattutto la sua famiglia. Passò il resto della giornata all’interno dell’autorimessa… l’auto era ferma da diversi mesi e, nonostante lui l’avesse revisionata e messa in moto regolarmente, aveva comunque bisogno di diversi interventi di manutenzione. Douglas era un ottimo meccanico e non ebbe bisogno di chiedere aiuto, riuscì a revisionare completamente l’auto che era quasi ora di cena. Rientrò nello studio, si fece una doccia e si addormentò subito, troppo stanco anche solo per mangiare. 6 NOVEMBRE 1974; L’UOMO MISTERIOSO E L’ANTICA MONETA Quando Douglas si svegliò vide che fuori era buio, un’occhiata all’orologio a muro gli confermò che era da poco passata la mezzanotte. Tornare a dormire era fuori discussione, l’uomo sapeva per esperienza che se ci avesse provato sarebbe rimasto comunque sveglio. Decise così che quella era la sera giusta per tornare a lavorare con il suo vecchio taxi. Si vestì in fretta e, afferrato l’impermeabile, uscì dal suo studio e andò verso l’autorimessa. Mentre si dirigeva verso l’auto gettò un’occhiata alla sua casa, era tutta buia tranne la finestra di Alisa, vedeva filtrare una lucina al suo interno e Douglas immaginò che la figlia avesse problemi a prender sonno. Provava una gran pena per lei e per la moglie, in cuor suo sperava di portare un raggio di sole nelle loro vite appena finito il libro, sempre se sarà un successo come i precedenti, pensò Douglas facendo segni di scongiuro con le mani. L’auto partì al secondo tentativo, l’uomo fece un po’ di fatica a riabituarsi al vecchio cambio, ma bastarono pochi minuti e riprese familiarità con il mezzo. Uscì dal cancello della sua proprietà e si diresse verso Londra. Arrivare in città avrebbe richiesto due ore di marcia ma Douglas sapeva di non avere alternative, in campagna dove abitava non avrebbe certo trovato clienti. Douglas si godeva il viaggio… aveva sempre amato guidare la sera per le solitarie strade di campagna, l’oscurità della notte rischiarata qui e là dal riverbero della luna avevano su di lui un effetto rilassante, quasi ipnotico. Era talmente assorto che quasi non vide l’uomo fermo immobile sul ciglio della strada, rischiò seriamente di investirlo, riuscì a sterzare a pochi centimetri da lui fermandosi poi al centro della carreggiata. Douglas rimase immobile dentro il veicolo, stringeva ancora il volante con entrambe le mani e tremava leggermente. Impiegò qualche minuto per riprendere il controllo di sé, riacquistata lucidità il suo primo pensiero fu per il misterioso uomo. Scese dall’auto e lo cercò, temendo di averlo investito o comunque spaventato. Lo vide invece fermo nella stessa posizione e sembrava non aver capito il pericolo che aveva appena corso. Douglas si avvicinò con cautela; «signore, si sente bene? Ha bisogno di aiuto?», chiese con la voce tremante per l’ansia. L’uomo non rispose ma lo fissò intensamente, lui allora notò i suoi abiti lacerati in più punti, sembrava fosse stato trascinato. Osservò il resto del corpo in cerca di eventuali ferite, non ne trovò ed anzi, il suo aspetto appariva sereno e pulito, in netto contrasto con il suo abbigliamento. Ma cosa ci faceva da solo in mezzo alla campagna? si chiese Douglas. Temendo che fosse sotto shock per qualche motivo decise di accantonare le sue domande, almeno per il momento. Così, cercando di non allarmarlo con movimenti bruschi, lo prese per mano e lo condusse verso l’auto. «Se mi consente, la accompagno a casa», gli disse mentre lo fece accomodare sul sedile posteriore del suo taxi, come un normale cliente. «Signore, ricorda dove si trova la sua casa? Mi può dire dove la posso portare?», chiese Douglas. Lui lo fissò nuovamente ma questa volta rispose; «Abraham, mi chiamo Abraham, e devo tornare a casa.» Detto ciò, indicò con la mano la direzione da seguire; «dobbiamo prendere quella strada», esclamò con fare sicuro. Senza chiedere ulteriori spiegazioni, Douglas partì seguendo le sue indicazioni. Durante il tragitto lo strano signore rimase in silenzio, scrutava la notte attraverso il grande finestrino della macchina. Douglas lo osservava dallo specchietto retrovisore, avrebbe voluto chiedergli per quale motivo si trovasse solo in quella strada isolata e cosa fosse accaduto ai suoi vestiti ma capì che non era quello il momento di porre quelle domande. Douglas tenne per sé i propri interrogativi e continuò a seguire la strada indicatagli dall’uomo… forse quando arriveremo presso la sua abitazione le risposte arriveranno da sé, pensò. Guidò per quasi un’ora prima che il misterioso passeggero gli facesse segno di girare in una stradina sterrata. Lui vide una targa in legno che ne indicava l’accesso, non riuscì a leggere cosa ci fosse scritto a causa dell’oscurità ma notò con sollievo che il cancello alla fine del viale era aperto. Parcheggiò il taxi in uno spiazzo di terra battuta di fronte ad una piccola e malridotta casupola in legno. Grazie alla leggera luminosità prodotta dalla luna Douglas poté distinguere alcuni dettagli… un triciclo di legno sembrava esser stato abbandonato vicino ad una piccola ed arrugginita altalena, un vecchio copertone di auto sostituiva il consueto seggiolino, sotto di essi si vedevano ammucchiati alcuni giocattoli vecchi e malandati. Quegli indizi gli suggerirono la probabile presenza di un bambino all’interno dell’abitazione. Osservò attraverso il parabrezza la casa buia e silenziosa, forse attendeva che qualcuno al suo interno gli venisse incontro, magari destato dal rumore dalla macchina, ma non avvenne, la casa rimase avvolta nell’oscurità. «Ora devo andare», affermò improvvisamente il passeggero. Douglas ebbe un sussulto, quasi si fosse dimenticato della sua presenza. L’uomo aprì lo sportello e, senza attendere la risposta di Douglas, si incamminò verso la casa e sparì nella fredda notte. Prima di scendere aveva lasciato una moneta sul sedile posteriore, nonostante Douglas fosse intenzionato a non far pagare nulla per quel servizio, quando vide la moneta e pensò alla tanta strada percorsa decise di non protestare. Attese che il signore sparisse alla sua vista e, invertendo la marcia, tornò per lo stesso viale da cui era venuto. Aveva guidato molto quella sera così decise di tornare direttamente a casa, ormai era troppo tardi per arrivare fino a Londra. Parcheggiò il taxi nell’autorimessa che erano quasi le tre di notte, spossato e assonnato fece comunque molta attenzione durante la manovra, non voleva arrecare danno alle altre autovetture custodite al suo interno. Prima di scendere dal mezzo si allungò sul sedile posteriore e prese la moneta, distrattamente la mise nella tasca del pesante giaccone. Scese e si incamminò verso lo studio, dopo pochi passi però si fermò perplesso… osservava la sua collezione di auto. Mancavano quattro modelli, tre auto sportive italiane ed una Rolls-Royce verde scuro. L’uomo non ne capì il motivo, era però troppo affaticato ed insonnolito in quel momento per pensarci, decise che avrebbe chiesto spiegazioni alla moglie il giorno successivo. Era molto stanco Douglas quando entrò nel suo studio, si spogliò e gettò gli abiti sul divano, si stava dirigendo verso il bagno quando sentì il tintinnio che produsse la moneta nel cadere sul pavimento. Si era quasi dimenticato di averla, così si inginocchiò e la raccolse da terra, sollevandosi la accostò alla luce e rimase meravigliato. Non era una moneta britannica quella che stringeva in mano, non ne capiva il paese di origine ma era fatta d’oro e sembrava essere molto antica. Entrò in bagno continuando ad osservarla, notò alcune incisioni sui bordi, erano rovinate dal tempo ma Douglas sperava di decifrarle con l’aiuto di una lente di ingrandimento. Purtroppo, non ottenne alcun risultato, malgrado la lente gli trasmettesse un’immagine molto nitida, le incisioni erano talmente erose da risultare illeggibili. Un gufo fece sentire il suo richiamo nella silenziosa notte, Douglas guardò l’orologio, erano quasi le quattro, aveva bisogno di riposare. Sistemò la moneta su una mensola e decise che il giorno successivo l’avrebbe restituita al legittimo proprietario, aveva infatti un valore troppo superiore al servizio da lui offerto. Del resto, a giudicare dalle condizioni misere della casa, quell’uomo doveva passarsela male, concluse mentre si sdraiava in quel divano scomodo e duro… ultimamente era diventato il suo giaciglio, pensò con tristezza Douglas prima di crollare in un sonno profondo. 7 NOVEMBRE 1974; LA BAMBINA DI HYDE PARK Alexandra si svegliò urlando quella mattina, reduce da un terribile incubo, allungò istintivamente la mano ma accanto a sé sentì solo il vuoto. Questo la riportò alla realtà nell’arco di un secondo, aveva già dimenticato il brutto sogno quando si alzò dal letto. Certo, era abituata a dormire sola nel grande letto a baldacchino, capitava infatti sovente che il marito si trasferisse nel suo studio quando lavorava ad un nuovo libro. A volte potevano passare anche diverse settimane prima che lui, barba lunga e capelli incolti, facesse il suo trionfale ritorno nelle calde mura domestiche. Lei allora lo accoglieva sempre con la massima dolcezza e comprensione possibile, cercando di non fargli capire quanto quella situazione le pesasse. La solitudine che stava vivendo in quel momento aveva invece un significato completamente diverso, la donna ne era pienamente consapevole, non sarebbe arrivato il sapore dolce della riconciliazione questa volta, pensò lei mentre, spazzolandosi i lunghi capelli, spostava istintivamente lo sguardo verso la grande finestra e lo studio del marito che da essa si scorgeva. Alisa dormiva ancora profondamente quando la mamma bussò alla sua porta, amava rimanere tra l’abbraccio delle calde coperte e sognare ad occhi aperti mondi fantastici dove il male non aveva sede. Prima non era così, piena di energie e vitalità, era sempre la prima ad alzarsi la mattina. La tragedia l’aveva sconvolta e cambiata radicalmente. La mamma bussò con più vigore. «Alisa ti prego alzati e vestiti», ribadì attraverso la spessa porta di legno, «voglio essere fuori prima che il signore si presenti in casa, vorrei evitare altre inutili sofferenze.» Pur controvoglia la ragazza emerse dal mondo ovattato e caldo e, scostando bruscamente le pesanti coperte, le lasciò cadere sul pavimento con fare stizzito. Quanto mi manca mio fratello, pensò mentre osservava il letto vuoto accanto al suo. Come la madre poco prima, anche lei volse lo sguardo verso la finestra e, con occhi indecifrabili, prese a guardare lo studio del padre. Il richiamo di sua madre la strappò dai suoi pensieri, corse in bagno e cercò di sistemarsi nel minor tempo possibile. Uscendo in cortile le donne trovarono l’autista che le attendeva con un grande ombrello aperto, era una giornata grigia velata da una pioggia leggera ma molto fitta. Alexandra strinse la figlia e la guidò verso il calore della lussuosa auto. Prima di prendere posto dietro consegnò all’autista i mazzi di fiori. «Mettili nel portabagagli con molta cura, anche se il tragitto fino al cimitero è molto breve non vorrei che si sgualcissero», si raccomandò la donna. Sistemati i fiori con dovizia, l’autista mise in moto l’elegante auto e, inserita la marcia, attese il cenno della signora prima di avviarsi. L’auto percorse a bassa velocità il grande spiazzo per poi sparire oltre il cancello. Prima di lasciarsi la casa alle spalle Alexandra ebbe una fuggevole visione dell’uomo, stava fermo immobile davanti all’autorimessa, incurante della pioggia, sembrava ammirare le poche auto rimaste parcheggiate al suo interno. Era stata una saggia decisione lasciare la casa prima del suo arrivo rifletté lei, era decisa ad evitare altre sofferenze, a sé stessa ma, soprattutto, alla figlia. Per fortuna aveva ancora qualche fedele domestico rimasto al loro servizio, che se ne occupino loro, decise. Non pensò più a lui e prese a godersi il breve viaggio, cinse le spalle della figlia e l’attirò a sé, amava il contatto con lei e desiderò che il viaggio durasse all’infinito. Douglas fu svegliato dal rumore della saracinesca dell’autorimessa che veniva aperta, nonostante la sera precedente avesse fatto molto tardi, percepì subito quel rumore a lui tanto familiare. Uscì dal suo studio nel momento stesso in cui vi passava davanti l’auto con la moglie e la figlia, ebbe una veloce visione delle due, neanche il tempo di salutarle, pensò. Con tristezza vide l’auto attraversare il cancello e sparire nella fitta pioggia. Stava per rientrare quando un movimento davanti alla porta dell’autorimessa attirò la sua attenzione, scrutò attraverso la pioggia e vide due uomini che parlottavano tra loro. Uno lo conosco, si disse osservando il familiare volto del ragazzo che prestava servizio alle sue dipendenze, si chiamava Clarence ed era stato assunto come meccanico e tuttofare personalmente da lui. L’altro uomo, al contrario, era per lui un perfetto sconosciuto. Pensò di andare da loro e chiedere spiegazioni, magari non in vestaglia e spettinato come sono ora, rifletté mentre mirava il suo aspetto trasandato nel riflesso di una finestra del suo studio. Decise allora che si sarebbe prima cambiato, avrebbe poi parlato con Clarence e lo sconosciuto signore. Stava per abbottonarsi la camicia quando alle sue orecchie arrivò un rumore familiare, piegò allora la testa di lato e in silenzio attese che il rumore si ripetesse. Neanche pochi secondi ed eccolo di nuovo, questa volta sembrava esser più vicino. Capì all’istante cosa fosse… incurante della camicia aperta e senza scarpe si precipitò fuori. Quasi cadde sul tappeto di fronte alla porta, riacquistò l’equilibrio ed eccolo fermo sotto la pioggia che, come un pazzo, gesticolava verso l’auto sportiva che inesorabilmente si allontanava dalla sua proprietà: «La mia Jaguar», urlava Douglas, «riporta indietro la mia Jaguar!», continuava a ripetere come un ossesso. Rimase qualche minuto fermo sulla soglia del cancello ad osservarla allontanarsi, incurante della pioggia che gli aveva ormai bagnato tutto il corpo. Versò qualche lacrima per la sua autovettura ormai andata. Perché Alexandra mi sta facendo questo si ripeteva nella mente, certo comprendeva che la loro situazione economica non era florida come una volta, però Douglas sperava di concludere il suo libro a breve… sarà un successo come i precedenti e mi ricomprerò tutte le auto, si ripromise. Quel pensiero sembrò spronarlo, fu con passo deciso che si diresse verso lo studio e la sua macchina da scrivere. Nonostante i buoni propositi era quasi l’ora di cena e Douglas non aveva scritto neanche una parola, il foglio vuoto sembrava fissarlo con fare accusatorio. Decise allora di uscire con il taxi, sperava di vivere qualche strana avventura e poterla poi trasferire su carta. D’altronde, lo aveva fatto con i precedenti libri ed il risultato era stato sempre magnifico. Stava per uscire, quando notò un luccichio sopra la mensola di fronte a lui, allungò la mano e strinse la misteriosa moneta d’oro guadagnata il giorno precedente, se ne era quasi dimenticato. La mise in tasca con l’intenzione di riportarla al legittimo proprietario. Douglas trovò l’autorimessa aperta così entrò e andò verso il taxi, mise in moto e lasciò scaldare il motore per qualche minuto. Dopo aver controllato le spie di acqua ed olio, partì nella fredda notte, direzione Londra, questa volta senza strani incontri, pensò mentre, manovrando con cautela, usciva dall’autorimessa. Come sperato, raggiunse la città dopo un viaggio tranquillo e senza incontri misteriosi. Cercò con la mano la moneta nella tasca interna della giacca, la trovò lì, dove l’aveva messa. Si ripromise di restituirla a fine turno, avrebbe dovuto fare solo una piccola deviazione sulla via del ritorno, era convinto di poter ritrovare la strada percorsa la notte precedente. Douglas fermò l’auto nei pressi del Tower Bridge. Non scelse a caso quel luogo, gli era invece assai familiare, era proprio all’ombra del grande ponte che tutte le notti soleva parcheggiare il taxi e iniziare i lunghi turni di lavoro. Sembrava passata una vita anziché pochi anni, pensò con infinita amarezza l’uomo. Passarono diverse ore ma nessuno sembrava aver bisogno di un taxi quella notte, Douglas ingannò il tempo ammirando il grande ponte attraverso il parabrezza dell’auto. Una nebbia leggera si innalzava dal fiume sottostante, bianca e luminosa, sembrava fluttuare verso l’alto nel vano tentativo di celare il ponte alla vista di Douglas ma, al contrario, riusciva a farlo apparire ancora più bello e misterioso. Passò un’altra ora di inutile attesa, un’occhiata all’orologio da taschino confermò che era ormai tempo di rientrare. Douglas aveva sperato in qualche cliente ma dovette rassegnarsi… andrà meglio domani, si disse mentre faceva ritorno verso casa. L’uomo la vide nei pressi di Hyde Park… maglietta bianca e calzoncini dello stesso colore la facevano risplendere come un faro nella buia notte. Sembrava essere una ragazza molto giovane, sicuramente vestita in modo poco consono alle temperature rigide di quella sera, pensò mentre si avvicinava con la sua auto. Non seppe spiegarne il motivo ma sapeva con certezza che stava attendendo lui e il suo taxi. Si avvicinò ulteriormente ed un cenno della sua piccola mano confermò a Douglas il suo primo pensiero, «stava aspettando proprio me», disse ad alta voce. Si accostò al marciapiede e lei prese posto sui comodi sedili posteriori, allora lui si voltò verso la donna con l’intenzione di chiedere la destinazione ma si bloccò subito… la tremolante luce dell’abitacolo bastò ad illuminare il suo volto e lui rimase colpito e meravigliato. Vedendola da lontano gli era parsa una giovane ragazza, era invece il volto di una bambina quello che stava osservando. La sua dolce voce interruppe sul nascere le domande che stava per esternare. «Mi puoi portare a casa per favore?», chiese la fanciulla. Douglas ebbe bisogno di qualche secondo per riacquistare il controllo di sé, non che fosse spaventato dalla bambina, ma averla trovata da sola di notte in prossimità del parco era una circostanza che lo inquietava parecchio. «Cosa ci facevi da sola in un luogo così isolato?», provò a chiedere lui mentre, armeggiando con le chiavi, mise in moto il veicolo. La bambina parve non udirlo o ignorò di proposito la domanda. Osservandola seduta con la schiena perfettamente eretta e le manine sulle ginocchia appariva all’uomo come una scolaretta in attesa di esser chiamata dal maestro alla lavagna, rimase a guardarla senza sapere bene cosa fare. Avrebbe dovuto portare la bambina al primo posto di polizia, Douglas ne era consapevole, l’istinto però gli suggeriva che non era quello il corso che avrebbe dovuto intraprendere quella storia. Il destino aveva messo quella povera fanciulla sulla sua strada e lui se ne sentiva stranamente responsabile. <<Mi puoi indicare la strada per raggiungere la tua casa?», chiese Douglas allontanandosi con l’auto dal buio e misterioso parco. Percorse solo poche centinaia di metri quando sentì una leggera pressione sulla spalla, la bimba si era sporta dal sedile; «puoi fermarti davanti a quel portone rosso, è lì che abito», sussurrò mentre con la manina indicava il punto esatto. Douglas accostò l’auto davanti ad una bella casa a due piani, nonostante fosse buio si intuiva l’eleganza dell’abitazione: Il prato perfettamente curato e i fiori disposti ad arte incorniciavano un cortile ampio in cui si stagliava con eleganza la scala in marmo bianco. Lo stesso colore aveva l’intera casa, fatta eccezione per il grigio delle imposte ed il verde delle rampicanti che, partendo dalla base dell’abitazione, ne cingevano l’intera facciata come fosse una ragnatela tessuta da un ragno enorme. Il portone rosso spiccava in quel candore come una goccia di sangue in una tazza di latte, aveva un non so che di inquietante, pensò Douglas mentre arrestava il motore del taxi. Stava per accendere la luce interna dell’abitacolo ma nuovamente sentì la mano della bambina sulla sua spalla; «non ho soldi con me», le sussurrò lei, «ma torna domani in questa casa e troverai il mio papà, lui saprà cosa fare.» L’uomo fece per protestare ma con un gesto della mano lei lo zittì; «qui hai finito… per ora. Adesso vai a casa», le disse lei con un tono ed una sicurezza impossibili da riscontrare in una bambina, in quel momento sembrava che i ruoli si fossero invertiti… Douglas appariva smarrito come fosse un bambino, non protestò quando la fanciulla scese dall’auto e sparì senza timore nell’oscurità. Il sole stava timidamente annunciando la sua venuta colorando di un cupo arancione la buia notte quando Douglas fece ritorno presso la sua abitazione. Trovò l’autorimessa aperta così parcheggiò il suo taxi senza dover scendere dall’auto. Era troppo stanco per notare i tanti spazi ormai liberi al suo interno, lì dove prima riposavano potenti autovetture ora si vedeva solo lo spazio vuoto che, bianco, risaltava nel grigiore del locale. Percorse il breve tratto che lo separava dal suo studio senza voltarsi verso la casa dove sapeva dormire la moglie e la figlia, era troppo stanco o forse si stava abituando al suo isolamento forzato. Si chiuse la porta alle spalle e, senza curarsi di accendere le luci, si sdraiò sul divano e prese subito sonno. 8 NOVEMBRE 1974; IL CARRO FUNEBRE E LA MISTERIOSA LETTERA La villa di Douglas si trovava quasi a ridosso dello stretto della Manica… la vicinanza al mare assicurava un’aria priva del pesante inquinamento che si respirava a Londra ma, al contempo, le turbolenze che dallo stesso mare partivano creavano una perenne foschia che, velando il cielo, gli conferivano un colore grigio che lo faceva apparire quasi minaccioso. Erano rare le giornate in cui si poteva ammirarne l’azzurro senza la loro fastidiosa presenza. Quella mattina Douglas si svegliò con un raggio di sole che, filtrando dalle imposte, gli illuminava il viso e, trasmettendogli calore, sembrava il preludio di una giornata meravigliosa. Corse ad aprire le pesanti finestre e rimase paralizzato di fronte all’azzurro intenso del cielo, neanche una piccola nuvola osava quella mattina rovinare il candore di quel panorama, sembrava che cielo e mare si fossero fusi per dare vita ad uno spettacolo che lasciò Douglas senza fiato. Quando tutto nella sua vita andava per il verso giusto, quando aveva successo sul lavoro, amore e rispetto dalla famiglia, insomma prima che Douglas rovinasse tutto assecondando i propri deliri di onnipotenza convinto che, ad un uomo con un successo simile, niente di brutto sarebbe potuto accadere… rimanendo poi vittima di se stesso e facendo pagare il prezzo più alto al figlio più piccolo… bè, in quei momenti di felicità giornate così belle non venivano mai sciupate. Partivano sempre tutti insieme per andare ad ammirare il mare o per fare picnic su qualche prato. Douglas si vestì in fretta e, preso lo zaino da campeggio in un angolo dello studio, si precipitò fuori e corse verso la casa principale. Aveva intenzione di buttar giù dal letto la figlia e, insieme ad Alexandra, partire per uno dei loro fantastici viaggi che tante volte avevano restituito alla famiglia la serenità perduta. Certo non aveva dimenticato la sua difficile situazione famigliare ma, complice la splendida giornata, era convinto che le donne avessero accantonato l’astio che provavano per lui. Era sua la responsabilità della tremenda tragedia capitata alla famiglia, ma stava scontando la sua pena e la condanna che le donne le avevano inflitto non poteva certo durare in eterno, si ripeteva mentre raggiungeva la casa. Man mano che si avvicinava però le sue convinzioni cominciarono a vacillare, una veloce occhiata all’autorimessa gli restituì l’immagine ignorata la sera precedente… la sua collezione di splendide autovetture era ormai solo un ricordo. Erano rimaste tre auto all’interno dell’enorme locale, tra esse spiccava come un toro nero tra eleganti gazzelle il tozzo taxi… sembrava osservarlo con i grossi fanali come occhi di una qualche misteriosa creatura. Alexandra allora è proprio intenzionata a farmela pagare, pensò mentre desolato osservava l’autorimessa. Ormai il senso di euforia provato solo pochi istanti prima sembrava svanito, al suo posto l’uomo sentiva solo una gran rabbia ed un forte senso di rivalsa. Dimentico dei suoi progetti precedenti, si diresse verso lo studio… finirò quel maledetto libro e sarà un altro successo, si ripeteva dentro, «allora vedremo se continueranno ad ignorarmi e a trattarmi come un reietto», disse ad alta voce mentre si chiudeva la porta alle spalle. Diede un calcio al basso tavolino rovesciando il piccolo vaso con i fiori ormai morti da tempo, era furioso per il comportamento della moglie. Aveva scelto personalmente uno ad uno ogni veicolo della collezione, erano stati l’unico lusso che si era concesso, ed ora lei lo stava privando pian piano di quel meritato compenso. Ancora in preda alla rabbia, diede un calcio alla sedia che aveva di fronte facendo cadere il pesante giaccone messo lì la sera precedente, la moneta d’oro cadde in terra e prese a girare vorticosamente rimanendo perfettamente ferma sullo stesso punto. Continuò a girare per diversi secondi senza mai rallentare, come se a procurarle quel moto fosse una forza invisibile. Douglas l’osservò come ipnotizzato, aveva completamente dimenticato l’incontro avvenuto appena due sere prima con il misterioso uomo, pensò con un forte senso di colpa. Capì subito che avrebbe dovuto risolvere quella questione prima di potersi dedicare finalmente al suo libro. Raccolse il giaccone da terra, non attese che la moneta smettesse di girare ma la prese e la rimise nella tasca interna. Uscì dallo studio dimenticandosi la porta aperta alle sue spalle. Entrò nell’autorimessa cercando di ignorare l’eco prodotto dai suoi passi dato che gli avrebbe ricordato quante poche auto vi fossero custodite al suo interno. Raggiunse il suo taxi e partì lasciando una nuvola di polvere dietro di sé. Mentre usciva dall’elegante cancello in ferro della sua abitazione pensava al percorso da fare per raggiungere la casa dell’uomo e restituire finalmente la preziosa Moneta… notò appena il taxi identico al suo parcheggiato più o meno nella stessa posizione di quello visto appena due giorni prima, un facoltoso signore deve usarlo per i suoi spostamenti, pensò distrattamente Douglas. Alisa era intenta ad indossare il costume, faceva molto freddo quella mattina e lei avrebbe volentieri evitato di bagnarsi. Le urla di Edan che si divertiva con i suoi genitori in acqua avevano però su di lei un effetto ipnotico… come i marinai che secoli fa venivano inesorabilmente attratti dal canto delle sirene verso gli infidi scogli, anche la ragazza non seppe resistere al quel piacevole suono, strinse il costume intero che la cingeva fin quasi ai polpacci e si avvicinò restia all’acqua. Deve esser congelata, pensava mentre timidamente allungava il delicato piede verso la risacca. Rimase completamente senza fiato quando sentì l’acqua fredda che gli bagnava interamente la schiena, le grida di scherno di Edan rivelarono il colpevole senza che la ragazza avesse avuto bisogno di indagare, le risate dei genitori completavano il meraviglioso quadro famigliare. «Ti prendo birbantello», urlò lei e, tra risate e false minacce, prese ad inseguire il fratello. Lo aveva quasi preso quando un rumore estraneo irruppe inatteso rompendo l’incanto, sembrava il trillo di una sveglia, ma non c’era una sveglia quel giorno al mare, pensò con amarezza Alisa. La voce della mamma che la invitava a svegliarsi la strappò dal sogno in modo così brusco e doloroso che lei ebbe l’impulso di colpirla. Aprì gli occhi, il volto di sua madre la riportò alla realtà, osservandola la ragazza pensava a quanto fosse invecchiata nell’ultimo periodo. Rimaneva sempre una bella donna ma le preoccupazioni che aveva dovuto affrontare ultimamente avevano lasciato segni indelebili sul suo volto… piccole rughe agli angoli della bocca, borse nere sotto gli occhi e qualche filo bianco tra i capelli erano alcuni tra i segnali che facevano preoccupare la figlia. Alexandra andò al piano di sotto per dare le ultime disposizioni all’autista lasciando Alisa alle prese con trucchi e spazzole, era il primo giorno nella nuova scuola e la ragazza voleva fare una buona impressione. Scese le scale correndo e trovò la mamma già in attesa in auto, ringraziò con un cordiale cenno del capo l’autista che gli aprì la portiera e si accomodò vicino a lei. Era molto eccitata Alisa, passando con l’auto vicino allo studio del padre notò con sorpresa che la porta era aperta, gli sarebbe piaciuto poter entrare e parlare con lui, meditò mentre la lussuosa auto lasciava l’abitazione. Durante il tragitto Alisa non pensò più al papà, stava per iniziare per lei una nuova avventura ed inevitabilmente la giovane mente prese a galoppare… sognò storie d’amore tormentate, incontri romantici ed avventure meravigliose che ancora doveva vivere ma che era sicura avrebbero riempito la sua vita da lì a venire. Douglas stava guidando da quasi un’ora, il sole basso che penetrava dall’ampio parabrezza illuminava il cupo abitacolo e, riflettendosi sulle superfici di lucido legno, creava giochi di luci che affascinavano l’uomo. Era talmente rapito da essi che quasi non vide la targa di legno che delimitava la strada sterrata, passandoci davanti la notò solo all’ultimo momento. Frenò bruscamente e, dopo aver controllato che la via fosse libera, fece inversione col pesante veicolo e si fermò davanti al cartello in legno. Una scritta, fatta con una vernice nera, ormai logora e scolorita in più parti, indicava la strada come “proprietà privata della famiglia Turner.” Douglas ricordava perfettamente quella targa in legno. La notte che rischiò di investire l’uomo era troppo buio per leggere la scritta ma, mentre percorreva la via, altri particolari gli vennero alla mente… era sicuro di aver preso la strada giusta. Ebbe conferma appena avvistò la piccola casa in legno, la vecchia e arrugginita altalena era sempre lì, qualcuno doveva aver ritirato il triciclo e i pochi giocattoli ma a parte quello tutto era come quella sera… o forse no. Douglas notò in quel momento alcuni particolari, vide delle corone di fiori accatastaste sul ciglio della porta e, volgendo lo sguardo verso lo spiazzo subito dietro la misera abitazione, notò diversi veicoli parcheggiati… nero e lucente spiccava tra essi un carro funebre. Perplesso e incuriosito Douglas scese dal veicolo, passando davanti all’abitazione udì delle voci sommesse provenire dall’interno, provò a spiare attraverso le imposte di legno ma l’oscurità fu l’unica cosa che vide. Decise di allontanarsi dall’abitazione, le corone di fiori sistemate in ordine davanti l’uscio di casa ed il carro funebre con la bara visibile al suo interno non lasciarono dubbi all’uomo… aveva scelto il giorno sbagliato per restituire la misteriosa e preziosa moneta, stavano piangendo un caro defunto all’interno di quella casa. Con discrezione si allontanò dall’abitazione dirigendosi verso il carro funebre. Era una splendida autovettura italiana, quattro fari tondi sembravano scrutarti con severità, la bordatura in ferro lucido che sovrastava i fanali era stata sapientemente sollevata in corrispondenza di essi, formando così una curva aggraziata che sembrava conferire un’espressione perplessa al frontale dall’auto. Proseguì ammirandone le lisce fiancate, carezzò con la mano il lungo cofano fino ad arrivare alla grande cupola in vetro trasparente. Era un autentico capolavoro italiano, i bordi in ferro lucido e le lanterne appese ai quattro angoli le conferivano un’aria elegante e dignitosa, sembrava un’anziana ed elegante contessa capitata per errore in qualche infido pub londinese. Nonostante la situazione poco consona Douglas non poté fare a meno di ammirare la splendida autovettura, era sempre stato un grande appassionato di auto. Stava per allontanarsi e tornare al taxi, aveva deciso che sarebbe tornato a restituire la moneta in un momento meno delicato, ma proprio all’ultimo pensò di guardare dentro il veicolo, aveva notato un’immagine al suo interno e la curiosità lo spinse ad avvicinarsi. La foto dell’uomo che aveva rischiato di investire quella notte apparve agli occhi di Douglas, certo, poteva anche non essere lui, nonostante la somiglianza fosse impressionante, dopotutto lo aveva visto solo una volta e per giunta di notte, ma il nome scritto subito sotto l’immagine non lasciava alcun dubbio: - Abraham Turner, 08.12.1912 - 03.11.1974 - Douglas rimase sbalordito, ricordava perfettamente di aver chiesto il nome al misterioso passeggero; “Abraham, mi chiamo Abraham, e devo tornare a casa…” così aveva risposto. Come poteva l’uomo esser morto il tre novembre se due giorni dopo quella data lui aveva quasi rischiato di investirlo sul ciglio della strada? si chiese sconvolto. Continuando a fissare il volto sorridente nella foto cercava di formulare dentro di sé qualche ipotesi plausibile, qualunque cosa potesse spiegare quella assurda situazione. Le sue riflessioni furono interrotte dal vociare di persone, voltandosi Douglas vide un corteo di uomini e donne uscire ordinatamente dall’abitazione e stringersi intorno ad una figura esile e vestita di nero. Notò che teneva per mano un bambino di circa otto anni mentre al petto stringeva un corpicino completamente avvolto in una morbida coperta, non ebbe bisogno di porre domande per capire che si trattava della moglie del defunto. Avrebbe voluto avvicinarsi e porgere le sue condoglianze, magari fare una carezza al bambino e, prima di congedarsi, consegnare loro la preziosa moneta. Già pregustava le loro espressioni di sorpresa e i sentiti ringraziamenti che sapeva sarebbero sicuramente giunti. Come poteva spiegare loro di aver avuto quella preziosa moneta da un uomo morto due giorni prima, pensò con rammarico. Potrò rispondere ai loro interrogativi? Mi crederanno o penseranno io sia un pazzo o peggio un ladro? La mente di Douglas continuava a formulare domande a cui sapeva di non poter dare risposta, decise di lasciare la preziosa moneta in bella vista sul cofano dell’auto e raggiungere il taxi cercando di non farsi notare. Douglas rimase a lungo seduto a contemplare la scena attraverso il parabrezza, il corteo si stava avviando mestamente verso le autovetture, osservando la donna non poté non provare una gran pena per lei. Era talmente grande il suo dolore che faticava a camminare, anche da quella distanza si notava che veniva sorretta da due robuste donne che, tenendola saldamente per le spalle, la aiutavano a seguire il corteo fino alle auto. Douglas osservava la scena ma la sua mente vagava altrove… stava provando a dare una spiegazione razionale al misterioso incontro con un uomo morto due giorni prima. Nella sua mente cercava di formulare qualsiasi spiegazione che non includesse l’esistenza di fantasmi ma, per quanto si sforzasse, non riuscì a dare un senso all’accaduto. Le sue riflessioni furono interrotte da un forte urlo, proveniva dal parcheggio delle auto e Douglas volse lo sguardo in quella direzione. La scena che vide gli restituì un briciolo di serenità... il bambino che fino a poco prima aveva visto in lacrime stringere saldamente la mano della sua mamma, ora saltellava contento vicino al cofano del grande carro funebre, stringeva qualche cosa nella piccola mano e, tra urla di gioia, stava mostrando il misterioso oggetto alla madre. L’uomo vide la reazione di meraviglia e sorpresa della donna, la vide guardarsi freneticamente intorno come se cercasse qualcosa… o qualcuno. Poi sentì le lacrime che, non invitate, scendevano copiose sul suo viso mentre osservava la gioia della donna. Non aveva bisogno di avvicinarsi per scoprire cosa avesse scatenato quell’improvvisa felicità. Mise in moto il taxi e si allontanò dall’abitazione. Restituire la preziosa moneta senza dare spiegazioni era stata la decisone giusta, pensò mentre si lasciava alle spalle il cartello in legno che delimitava la proprietà dei Turner e con esso anche quella misteriosa avventura. Quando Douglas scorse la sua casa in lontananza ne rimase sorpreso, non si era reso conto di aver percorso tutta quella strada tanto aveva la mente rapita da quanto appena successo. Parcheggiò il taxi nel solito posto, scese dall’auto e si avviò verso l’uscita. La misteriosa avventura appena vissuta lo aveva reso euforico, sapeva di aver del materiale per il suo libro, del materiale eccezionale per giunta. Spinto da tanta euforia si diresse verso la casa con l’intenzione di raccontare tutto ad Alexandra e la figlia, sicuro che il fascino della sua storia le avrebbe rapite a tal punto da fargli dimenticare l’odio che provavano per lui. Stava per spengere le luci dell’autorimessa quando il suo sguardo fu attratto da un piccolo pezzo di stoffa bianca, sembrava essersi incastrato nel battente della portiera posteriore del taxi. Incuriosito Douglas si avvicinò, quando provò a tirarlo si rese conto che non era stoffa bensì carta. Inginocchiandosi si portò più vicino e rimase esterrefatto quando capì cosa fosse il misterioso oggetto… una busta da lettera era rimasta incastrata nella portiera posteriore, ne sporgeva solo una piccola porzione. Con cautela l’uomo aprì lo sportello e recuperò la malconcia busta, si sedette poi sul comodo sedile posteriore e esaminò con attenzione la misteriosa missiva. All’esterno non vi era scritto niente che potesse indicare a chi fosse destinata, soppesandola Douglas capì che conteneva una lettera al suo interno ma l’assenza di un preciso destinatario gli impedì di visionarne subito il contenuto. Come era finita quella lettera nel suo taxi, fu la prima domanda che si pose. Non poteva averla lasciata il misterioso uomo della moneta, Douglas ricordava di aver pulito l’auto subito dopo quell’incontro per eliminare le tracce di terriccio rimaste sui sedili posteriori. Continuava a stringere la misteriosa lettera in mano, indeciso se aprila rischiando di violare l’intimità di qualche sconosciuto, quando un ricordo eruppe nella sua mente come un fulmine in una giornata serena… «la bambina», disse ad alta voce. “Non ho soldi con me ma torna domani in questa casa e troverai il mio papà, lui saprà cosa fare.” “Qui hai finito, per ora, adesso vai a casa.” Le parole sussurrate quella notte nei pressi del parco di Hyde Park dalla fanciulla tornarono nitide nella mente di Douglas. Aveva dimenticato quel tenero incontro preso dal turbine degli eventi delle ultime ore, guardando la busta che ancora stringeva in mano ebbe finalmente chiara l’identità del misterioso mittente. Maglietta bianca e calzoncini del medesimo colore, non era un abbigliamento consono alle fredde nottate londinesi… fu quello il primo pensiero che Douglas ricordò di aver avuto la notte in cui vide la fanciulla che vagava nei pressi del buio parco. Doveva aver lasciato la lettera sul sedile affinché io la trovassi, dedusse in quel momento, successivamente nello scendere dal veicolo deve averla inavvertitamente fatta scivolare in terra per poi bloccarla definitivamente chiudendosi la portiera alle spalle, concluse. Quel pensiero lo convinse ad aprile la busta e leggere il contenuto della lettera… se ne pentì quasi subito: “Caro papà, spero di non doverti mai consegnare questa busta e di poter risolvere questo mio problema da sola, senza coinvolgere te o peggio ancora la piccola Abigail. Se dovessi fallire so che non potrei mai confessarti i miei tremendi peccati guardandoti negli occhi, mi vedrei costretta a consegnarti questa lettera. Mi vergogno tremendamente per quello che sto per scrivere ma tenermi tutto dentro mi sta logorando l’anima, mi sento sporca e impura per le azioni che sono stata costretta a commettere. Vorrei parlare con qualcuno ma non so con chi, temo di essere giudicata e questo mi costringe a tenermi tutto dentro. Così ho deciso di scrivere queste parole. Ricordo ancora con quale gioia annunciasti a me e Abigail che lo zio Hermon aveva accettato la tua richiesta, avrebbe dato lezioni di musica a noi sorelle per tutta la durata dell’anno scolastico e magari anche in futuro, se ci fossimo dimostrate all’altezza. Capivo la tua gioia, d’altronde zio Hermon oltre che un famoso musicista era anche tuo fratello, non avresti potuto trovare persona più adatta avrai pensato… errore, grave errore papà. Ricordo quando tutto è iniziato. Lui è stato molto bravo papà, si è avvicinato pian piano a me, con maestria è riuscito ad abbattere tutte le mie reticenze, facendomi sentire unica al mondo, preziosa come la più rara delle gemme, è riuscito a farmi fare delle cose orrende di cui mi pento e che mi fanno sentire sporca anche al solo pensarci. In principio erano solo sguardi intensi o velati sorrisi, mi rendevo conto che mentre spiegava dedicava la maggior attenzione a me trascurando Abigal. Poi cominciarono i contatti fisici, lievi e delicati in principio ma comunque carichi di significati nascosti. La mano che indugiava sulla mia più del dovuto mentre suonavamo il piano insieme, la sua coscia che sentivo sfiorarmi intenzionalmente ogni qual volta si protendeva per voltare le pagine dello spartito. Arrivarono poi i piccoli doni. Un paio di orecchini in argento con una bella pietra la prima volta, una collanina con il ciondolo di giada la seconda. Ho nascosto quei doni nella mia cameretta papà, non avrei saputo giustificarne la provenienza se tu me lo avessi chiesto. Se mai leggerai questa lettera potrai controllare personalmente, li ho nascosti dentro mister Fuffy, il mio orsacchiotto preferito, ricordi, me lo hai regalato proprio tu per i miei otto anni. Comunque, quei gesti di attenzione ed addirittura i doni scatenarono in me emozione nuove, non avevo mai provato nulla di simile e faticavo a capirle e di conseguenza a gestirle. Quanto avrei voluto avere la mamma vicino a me, con lei sono sicura sarei riuscita a parlare, lei avrebbe saputo consigliarmi. Mi manca molto la mia mamma. Con questo non voglio cercare giustificazioni, so che non è stata colpa tua se lei è morta, so che era molto malata. Ricordo che cominciai a truccarmi di nascosto prima dell’inizio delle lezioni di musica. Niente di vistoso per carità, solo un velo di mascara, un po’ di lucida labbra, maggior attenzione all’abbigliamento, mio malgrado cominciavo a desiderare gli sguardi dello zio, mi facevano sentire bella e desiderata. Non giudicarmi male papà, non pensare cose brutte su di me, te ne prego. Sei un papà meraviglioso, lo sei sempre stato, severo ma comprensivo, ma sei comunque un uomo e non puoi sapere come ci si sente alla mia età, i turbamenti interiori che avverto, gli sbalzi di umore che fatico a controllare, vedermi un corpo da donna ma sentirmi dentro ancora una bambina. Zio Hermon invece sembrava capire queste emozioni che stavo vivendo, si fermava sempre più spesso a parlare con me dopo le lezioni di musica. Mi capiva papà, mi tranquillizzava papà, sapeva placare i miei timori e le mie insicurezze papà, mi faceva sentire donna, donna a soli dodici anni. Il giorno del mio dodicesimo compleanno lo zio ci fece provare gli accordi di Per Elisa al pianoforte, ricordi la mamma lo suonava sempre? Era il suo brano preferito, mentre con gli occhi chiusi ascoltavo lo zio intonare quella melodia mi sembrava di vedere lei. Piansi molto papà, così zio mi sussurrò all’orecchio che a lezione finita si sarebbe fermato a parlare con me. Ero molto triste e scossa, lui mi tranquillizzò parlandomi sottovoce, era molto comprensivo e rassicurante. Mi sfogai, stavo piangendo e traevo conforto dal contatto con zio, mi teneva stretta stratta sussurrandomi parole confortanti all’orecchio. Come mi sentivo al sicuro tra le sue braccia papà, mi sembrava il posto più sicuro del mondo in quel momento. Poi sentii la sua mano sfiorarmi il ginocchio, non gli diedi assolutamente peso abbandonandomi ancora nel suo caldo e confortante abbraccio. La mano cominciò a salire pian paino, la sentivo sfiorare delicatamente il bordo dei pantaloncini e lenta ma inesorabile salire su. Nuove emozioni ancor più travolgenti delle precedenti assalirono il mio corpo quando la sua mano raggiunse il centro delle mie gambe, rimasi paralizzata… completamente rapita da quella sensazione nuova e travolgente. Zio continuava a sussurrarmi parole confortanti all’orecchio, mi ripeteva quanto fossi bella e brava, quanto fosse speciale il nostro rapporto, e intanto la sua mano si intrufolava nei miei pantaloncini. Non provai a sottrarmi in alcun modo, sia perché rapita da quella sensazione piacevole e sia perché nulla avrei fatto per allarmarlo o offenderlo, non avrei voluto sottrarmi al suo abbraccio per nessun motivo al mondo, mi sentivo sicura e protetta con lui. Quello che successe dopo papà non avrò mai la forza di raccontarlo, a nessuno, mi rendo conto solo ora di non riuscire neanche e scriverlo su questa lettera. Tornai nella mia cameretta trovando Abigail, corsi subito in bagno temendo che lei potesse intuire quanto fossi sconvolta, non avrei potuto rispondere alle sue tante domande in quel momento. Mi chiusi dentro a chiave e piansi, piansi perché non capivo cosa fosse successo con zio ma mi sentivo sporca e in colpa, sapevo di aver fatto qualcosa di sbagliato ma non comprendevo le emozioni contrastanti che stavo vivendo. Non potevo farmi vedere da te in questo stato papà, finsi di avere la febbre quel giorno, passai il mio compleanno da sola nel buio della cameretta. La settimana dopo zio Hermon entrò in casa per la consueta lezione, si comportò come se nulla fosse accaduto, ci fece suonare un brano molto complicato e le ore passarono velocemente. Come di consueto finita la lezione Abigail si precipitò fuori il grande salone che ospitava il pianoforte, la sentii rincorrere il nostro cagnolino fuori in giardino. Avevo una gran voglia di correre a giocare con loro ma proprio mentre stavo per lasciare l’aula sentii la mano di zio afferrami la spalla, aveva voglia di parlare un po’ con me, di parlare nel modo speciale che conoscevamo solo noi, mi disse con un ghigno terribile. Papà giuro, io non ne avevo più voglia, mi aveva fatto un male terribile fare quelle cose con lui, volevo che tutto finisse, gli dissi perfino che gli avrei restituito tutti i regali se la smetteva. A quel punto lui si arrabbiò molto, mi urlò delle cose cattive, che ero stata io a provocarlo, che ero stata io a volerlo, che lui non aveva colpa. “Sai che fine farai Swami? Se tuo papà lo viene a sapere sai cosa ti farà? A chi pensi che crederà, ad un adulto o ad una povera bambina? Verrai cacciata di casa, coperta di vergogna, mandata a vivere in qualche comunità insieme a tutte quelle come te, sarai scacciata ovunque andrai!” Questo mi urlò contro, non era più lo zio gentile e comprensivo quello che avevo davanti in quel momento papà, non era tuo fratello, ai miei occhi apparve come un orco, ne avevo paura, non riuscii a dirgli di no. Andò avanti per quasi un mese, io ne ero devastata. Rimanevo sveglia nel mio letto tutti i giorni successivi alle lezioni di musica e in quelli che la precedevano non andava certo meglio. Capii che così non potevo andare avanti, dovevo affrontare lo zio, volevo che la smettesse e che lasciasse immediatamente la nostra casa, temevo che anche Abigail diventasse una sua vittima, avevo notato che ogni tanto la guardava con occhi calcolatori, sembrava studiarne le fattezze. Avrei pensato io a spiegarti tutto papà, a spiegarti per quale motivo avevo preteso l’allontanamento di tuo fratello dalla nostra casa, sono sicura che mi avresti creduto. Mi serviva solo l’occasione buona, dovevo rimare sola con lo zio per potergli parlare, ma questo non sarebbe dovuto succedere dopo le lezioni di musica, avrebbe nuovamente approfittato di me e non sarei riuscita a sopportarlo ancora. L’occasione buona arrivò. Una settimana fa, a fine lezione, mi alzai prima di Abigail, non avevo voglia di trattenermi con lui così appena finito di suonare il brano mi tirai su dallo sgabello senza dare allo zio il tempo di trattenermi. Avrebbe dovuto rincorrermi questa volta ma ero convinta che non lo avrebbe fatto, non davanti a mia sorella almeno. Prima di lasciare il salone sentii pronunciare il mio nome, mi fermai senza voltarmi. “La prossima lezione non si svolgerà qui in casa, dato che dovremmo studiare canto ho deciso che passeremo la giornata in Hyde Park, faremo lezione all’aperto.” Detto ciò, lo sentii alzarsi spostando pesantemente lo sgabello, raccogliere il suo borsone e lasciare la camera. Ecco l’occasione buona papà, sicuramente troverò del tempo per parlare con lui la prossima settimana al parco senza dover rimanere troppo isolata, cercherò di avere sempre sott’occhio Abigail. Lo affronterò, lo convincerò a confessarti tutto quello che è accaduto tra di noi e, fatto ciò, voglio che lasci per sempre la nostra casa, sono sicura che riuscirò a farlo ragionare. Nel caso dovessi fallire papà, allora sarò costretta a consegnarti questa lettera, sperando nel tuo perdono e comprensione. Sono convinta che subito dopo averti confessato tutto comincerò a sentirmi di nuovo bene, apprezzando i piccoli piaceri che la vita mi saprà donare. Sei sempre stato tu a ripetermelo papà, non potrai mai apprezzare in pieno la bellezza di una giornata di sole se prima non avrai vissuto una settimana di tempesta, non può esistere la gioia se prima non hai vissuto la tristezza. Ecco papà, io ho avuto la mia dose di tempesta e di tristezza, dopo l’incontro con zio al parco spero tanto di iniziare a vivere la mia parte di gioia. La tua adorata figlia Swami” Douglas fissava i fogli tremare nelle sue mani, un mix di odio e pietà si stava insinuando nel suo corpo, rimase scioccato e commosso leggendo le parole della ragazza, ma anche perplesso. Da quanto scritto su quei fogli la lettera non si sarebbe dovuta trovare sul taxi, non era lui il destinatario né tanto meno la persona deputata a recapitarla, inoltre Swami sperava di non doverla mai far leggere. Nel caso non fosse riuscita nel suo intento l’avrebbe consegnata lei, magari non personalmente, almeno questo era quello che aveva scritto. Cosa era accaduto in seguito? Era riuscita poi a parlare con lo zio? Perché la lettera si trovava nel suo taxi? Possibile che la bambina l’avesse semplicemente smarrita? Cosa ci faceva Swami da sola nel parco quella notte? Quali orrori aveva dovuto sopportare quella povera bambina? Ma soprattutto, era riuscita a fermare l’orco? Troppi interrogativi attendevano una risposta, Douglas si sentiva terribilmente in apprensione per il destino della povera bambina, ma avrebbe avuto il coraggio di consegnare la lettera al papà di Swami? “Torna domani in questa casa e troverai il mio papà, lui saprà cosa fare” Le parole della bambina tornarono nuovamente a risuonare nella sua mente, solo che ora che conosceva la storia della povera fanciulla avevano per l’uomo un significato completamente diverso, risuonavano come una richiesta di aiuto… Douglas non ebbe dubbi su cosa fare. Il taxi uscì sgommando dalla grande casa, la giornata si era mantenuta serena e un timido sole stava pian piano abbandonando la scena pennellando il cielo con mille sfumature rosse, osservandolo l’uomo pensò fosse una coreografia adatta alla situazione. Era infatti in apprensione per la sorte della bambina, sentiva aleggiare su di lei un grande pericolo. Guidò per le solitarie strade di campagna assorto nei suoi pensieri, pian piano il buio oscurò il paesaggio intorno a lui. Douglas accese i fanali dell’auto e proseguì la sua corsa verso la fumosa città londinese, lì sperava di trovare risposte ai tanti interrogativi che lo perseguitavano. 9 NOVEMBRE 1974; RIVELAZIONI Era ormai passata la mezzanotte, Douglas continuava a vagare inutilmente per le buie vie londinesi, non riusciva a ricordare la strada fatta la notte precedente. Aveva però percorso solo poche centinaia di metri dopo l’incontro con la bambina, decise quindi di continuare le ricerche proprio da quel punto. Si diresse quindi verso Hyde Park. Girò in auto per quasi un’ora ma non riuscì a trovare la casa di Swami. Poi notò che alcune strade erano interdette al traffico, chiuse con delle rudimentali transenne, impedivano l’accesso ai veicoli nelle vie occupate da diverse bancarelle. Decise di parcheggiare il taxi e proseguire a piedi. Con la mano toccò la lettera che teneva celata nella tasca del pesante giaccone, era deciso a consegnarla al papà di Swami solo se avesse ritenuto che lei si potesse trovare ancora in pericolo… se non fosse riuscita a denunciare lo zio orco, ad esempio. Ma come farò ad appurarlo? si chiese Douglas. Guardandosi intorno rifletté sul problema… l’enorme parco che sembrava estendersi all’infinito, la moltitudine di persone e le tante strade e vie che lo costeggiavano lo aiutarono a formulare una strategia. Usando Hyde Park come punto di partenza, provò a ricostruire mentalmente la strada fatta quella notte, scartando le vie già percorse con il taxi. Si rese conto che ne rimanevano solo altre sei o sette da controllare, partì da quella più vicina. Arrivato nei pressi della transenna che ne delimitava l’accesso ai veicoli, Douglas capì subito che non poteva essere quella la strada giusta. Tra le varie bancarelle che esponevano cibo e prodotti locali scorse la fine della via, era un vicolo cieco e lui ricordava di aver proseguito nello stesso senso di marcia dopo aver lasciato la ragazza nella sua abitazione. Stava per voltarsi e provare con la via successiva quando il volto di Swami apparve improvvisamente all’uomo… vide gli stessi occhi che lo fissarono quella notte, la stessa espressione serena ma decisa che riscontrò subito in lei… fissò la bambina in bianco e nero che, dalle pagine del The Times, sorrideva felice alla vita. Rimase sbalordito Douglas, ma quello che lesse subito sotto la foto lo colpì con tale forza che fu costretto ad afferrare la transenna per non cadere, per fortuna nessuno sembrava badare a lui: “Chi ha brutalmente ucciso Swami Marshall? In corso le indagini per far luce sul brutale omicidio di Hyde Park, Scotland Yard non rilascia alcuna dichiarazione.” Notò poi un’altra foto sulla prima pagina di quel maledetto giornale, la distanza non gli permise di distinguere bene i particolari ma rimase di ghiaccio quando capì cosa stesse guardando... qualche giornalista senza scrupoli doveva aver fotografato il corpo di Swami e deciso poi di pubblicare la macabra immagine. Nonostante il lenzuolo bianco tentasse di celare la vista di quel povero corpicino si scorgevano dai suoi lembi le gambe della povera bambina. La foto era in bianco e nero ma Douglas notò le gambe nude ed il bordo dei suoi calzoncini. Maglietta bianca e calzoncini dello stesso colore la facevano risplendere come un faro nella notte, ma era vestita troppo leggera per quella fredda notte, troppo leggera, continuava a ripetere Douglas tra le lacrime della disperazione. Incurante dei tanti passanti l’uomo prese a piangere senza contegno. Le persone andavano su e giù per la stretta via, alcuni già carichi di acquisti stipati nelle tante buste che pesantemente si portavano appresso, altri trascinandosi dietro bambini urlanti ed eccitati dalle tante bancarelle di dolciumi. Nessuno sembrava far caso a quell’uomo che, testa stretta nelle grandi mani, piangeva e si disperava per la tragica sorte della piccola Swami. Pian piano la rabbia si fece strada in lui, sostituì la disperazione con tale velocità che Douglas seppe immediatamente cosa fare. La lettera. Doveva assolutamente consegnare la lettera al padre di Swami, raccontare in quale circostanza l’aveva avuta... “lui saprà cosa fare”, aveva detto la bambina quella tragica notte, Douglas sperò fosse davvero così. Per prima cosa dovrò trovare la sua abitazione, si disse, poi mi presenterò alla porta chiedendo di parlare con il signor Marshall, quando avrò l’uomo di fronte allora gli consegnerò la lettera. Stava per avviarsi verso la seconda via da ispezionare quando fu assalito da un tremendo dubbio, le parole scritte sul giornale tornarono nella sua mente… chi ha ucciso? Pensando a quanto scritto Douglas capì che non si sarebbe potuto presentare come l’ultima persona ad aver visto in vita la povera bambina, per giunta di notte e proprio nel luogo in cui il corpo fu rinvenuto. Non finì di formulare quel pensiero, si bloccò scioccato in mezzo alla folla con un’espressione stravolta in volto, la bocca aperta e la mano che sembrava voler bloccare un urlo… io ho incontrato la bambina ieri notte, pensò scioccato, quando è stato ritrovato il suo corpo e come può la notizia essere già sul giornale? All’improvviso capì che il piano appena elaborato sarebbe servito solo a fare di lui il principale indiziato per quel terribile delitto. Doveva acquisire maggiori informazioni prima di decidere la mossa migliore da compiere… ma come poteva avere le informazioni che cercava? Non sarebbe certo potuto andare da Scotland Yard a porre le sue domande, doveva trovare un’altra strada. Guardandosi intorno Douglas cercò la risposta ai suoi problemi, fu di nuovo Swami a suggerirgli la strategia giusta. Osservando nuovamente quel volto sorridere sulle pagine del famoso giornale Douglas capì. «Il giornale, ecco dove trovare le risposte ai miei interrogativi», disse ad alta voce. Si avviò quindi verso l’edicola cercando nel frattempo una moneta nelle tasche ma le sue mani rimasero vuote. Nella fretta di uscire ho dimenticato il mio portafoglio a casa, pensò quando ormai era troppo tardi. Fermo davanti alla pila di giornali rimase indeciso sul da farsi. Sapeva che il suo sarebbe apparso un comportamento come minimo curioso ad eventuali osservatori, sembrava però che né l’edicolante, né i passanti l’avessero notato. Ebbe solo un attimo di esitazione, poi decise… sfilò velocemente una copia dalla pila di giornali e si allontanò velocemente. Correva come fosse inseguito da un branco di lupi, evitava di voltarsi per paura di perdere l’equilibrio. Quando pensò di aver messo una buona distanza dell’edicolante ed eventuali inseguitori, Douglas si voltò, rendendosi conto che nessuno l’aveva seguito. Si mise seduto per riprendere fiato, poi aprì il giornale e, trovato l’articolo che cercava, lo lesse interamente sotto la fioca luce di una lanterna che illuminava l’entrata di un pub: “Ieri doveva essere una giornata come tante per Anderson White, addetto alla pulizia di Hyde Park. Finito il suo turno di lavoro sarebbe tornato a casa dalla moglie e la figlia. Come poteva immaginare il povero uomo che, tra cartacce e foglie secche, la punta della sua scopa andasse a lambire il corpo di una povera fanciulla? Eppure, è proprio ciò che è accaduto ieri. Erano le quattro del pomeriggio quando il povero Anderson scorgeva tra le foglie il corpicino della bambina. Non osò avvicinarsi preferendo dare subito l’allarme ad un agente della Parks Police che si trovava nei paraggi. La scena del crimine è stata subito isolata e le indagini sono in corso. Nessuna dichiarazione è stata lasciata al momento da Scotland Yard. Il nome della vittima è stato subito reso noto dato che, solo qualche ora prima, Hermon Marshall, zio della vittima, ne aveva denunciato la scomparsa. Siamo riusciti ad avere una sua breve dichiarazione. “Sono sconvolto per quanto accaduto, ero legatissimo a mia nipote, le volevo bene come fosse mia figlia. Il giorno della disgrazia sono stato in sua compagnia per tutta la mattina, avevamo programmato una lezione di canto proprio in Hyde Park. Piaceva ad entrambi l’idea di passare una giornata all’aperto. Purtroppo, Abigail, la sorella di Swami, si è svegliata con la febbre alta, avrei voluto annullare la lezione ma lei ha tanto insistito, alla fine ho ceduto e siamo andati noi due da soli. É stata una giornata magnifica. Prima di pranzo ho lasciato mia nipote sulla soglia di casa, ricordo che aveva premura di assistere la sorella malata. Così l’ho salutata e sono andato via. Non so cosa sia accaduto dopo.” Era andata al parco da sola, fu la prima cosa che Douglas pensò. Solo, al freddo, seduto su una panca di legno illuminato da una flebile luce, l’uomo continuava a guardare l’articolo. Qualcosa in quelle parole lo aveva colpito ma non riusciva ancora a capire cosa fosse. Lo zio di Swami stava mentendo, quello Douglas lo sapeva ma non rappresentava certo una grande scoperta, aveva già chiara la natura del loro rapporto grazie alle parole scritte dalla ragazza. Lesse nuovamente l’articolo e alla fine capì… le quattro del pomeriggio… era l’orario in cui l’addetto al parco aveva trovato il corpo di Swami. Lui però aveva incontrato la bambina quella stessa notte, aveva parlato con lei e alla fine l’aveva accompagnata a casa. Era morta, la bambina era già morta quando lui la incontrò. Quella consapevolezza rischiò di sconvolgerlo definitivamente… si alzò e prese a vagare per le affollate vie stringendo la copia del The Times tra mani. 10 NOVEMBRE 1974; VERITA’ NASCOSTE Il signor Montgomery Marshall era ancora in vestaglia nonostante l’ora della colazione fosse passata già da molto. Il cameriere fermo davanti alla porta della sua camera da letto era indeciso, non sapeva se fosse stato inopportuno bussare o meno. D’altronde era la prima volta che si trovava in una così imbarazzante situazione, il signor Marshall era sempre il primo ad alzarsi e mai era stato necessario doverlo svegliare. L’uomo in vestaglia rimase immobile di fronte alla grande finestra, osservava senza vedere il bel panorama che da lì si dominava. Aveva un pensiero fisso che lo tormentava, come un tarlo stava scavando nel suo cervello rischiando di minarne la ragione. Swami, la sua figlia prediletta, uccisa in modo così brutale e privo di umanità. Violata e poi lasciata morire al freddo e al buio, in quel maledetto parco come fosse una vecchia bambola. Chi aveva fatto questo? si chiedeva. La rabbia che sentiva dentro rischiava di farlo impazzire, un leggero colpo alla porta lo strappò dai suoi pensieri. «Signore, in salone ci sono gli ospiti in attesa, suo fratello mi ha avvisato che il corteo per il cimitero partirà a breve, posso dire loro di attenderla?» La voce del cameriere riportò signor Marshall alla realtà… gli ospiti in attesa giù in salone, il corpicino di sua figlia chiuso per sempre in quella lussuosa scatola di legno, il suo viso che non avrebbe mai più rivisto, la sua risata che non avrebbe mai più udito, i suoi morbidi capelli che non avrebbe mai più potuto accarezzare. Troppo dolore per l’uomo, sapeva di non potercela fare. Stava per scacciare il fastidioso cameriere, desideroso di rimanere solo con il suo dolore ma una vocina, udita al di là della porta, gli diede una scossa che lo fece sobbalzare… Abigail lo stava chiamando. La piccola Abigail, ancora non aveva capito bene la portata della disgrazia, ma questo non consolò minimamente l’uomo, sapeva che il dolore sarebbe arrivato, presto o tardi sarebbe arrivato, e allora sarebbe stato devastante per lei. Swami aveva preso con naturalezza il ruolo lasciato vacante dalla defunta moglie, la bambina avrebbe sofferto più di lui la sua perdita. Ma avrebbe avuto tempo per questo, pensò mentre la piccola irrompeva nella camera. «Swami mi ha scritto una lettera», disse lei mostrando al papà una busta tenuta ben salda nella sua manina. «L’ha trovata Cripoter nella buca dove si mettono le lettere, appunto», concluse porgendo al papà la busta. «Cripoter deve essere Christopher, il nostro maggiordomo», rispose il padre sorridendo mentre prendeva la lettera, «la buca invece sarà sicuramente la casset…» Non finì la frase il signor Marshall, il sorriso si spense sul suo volto quando la calligrafia della defunta figlia apparve dinnanzi a sé… la sua espressione cambiò mentre ne leggeva il contenuto. La bimba vide il padre portarsi le mani al volto e stringerlo con tale forza che lei ebbe timore potesse rompersi, poi udì il suo urlo che, nonostante fosse attutito dalle mani ancora strette davanti al viso, racchiudeva in sé un tale dolore e rabbia che lei ne fu spaventata. Si scostò velocemente osservandolo correre giù per le scale con la vestaglia ancora indosso. Il signor Hermon Marshall stava assaporando un delizioso rosé mentre con occhi calcolatori osservava una tenera fanciulla seduta accanto alla mamma, a poca distanza da lui. Le treccine che le cadevano sulle spalle erano di un nero intenso, messo in risalto dal bianco del suo vestito. In quel momento stava discutendo con la mamma e dalla sua espressione l’uomo capì che difficilmente si sarebbe arresa. Aveva un’espressione decisa e serena nel qual tempo, gli ricordava tanto la nipote, Swami. Non pensò più alla bambina dopo Hyde Park, d’altronde non lo faceva mai, non aveva rimpianti l’uomo. Certo non aveva previsto quel finale, certo che no, lui preferiva ridurre al silenzio le sue prede inculcando loro paure e sensi di colpa, gli era sempre andata bene del resto. Non con Swami, rimuginò il signor Hermon con rabbia. Lei era diversa e avrebbe dovuto capirlo, purtroppo non aveva avuto scelta, si consolò… Inizia a scrivere la tua storia...
  3. livio.cutri@gmail.com

    Dieci

    Una raccolta di storie realmente accadute, antiche leggende paesane, racconti di fantasmi e streghe. IL TASSISTA DELLE ANIME ERRANTI Londra, anno 1974; la vita del noto scrittore Douglas Thomson viene sconvolta da una tragedia che ne stravolge il corso in modo definitivo. Abbandonato dalla moglie Alexandra e dalla figlia Alisa, l’uomo si vede costretto a riprendere il suo vecchio lavoro. Guidando il malconcio taxi tra le fumose strade londinesi degli anni ‘70 e la verde campagna inglese, si trova improvvisamente coinvolto in strani ed inquietanti eventi, che lo costringono ad affrontare situazioni al limite del paranormale. Douglas è convinto che risolvere questi misteri possa aiutarlo a ricomporre il rapporto con la sua famiglia, decide quindi di intraprendere un’indagine personale che porterà alla luce una verità terribile. Un’avventura triste ma romantica, dal finale sconvolgente. LA CREATURA DALLE LUNGHE UNGHIE Uno strano essere appare nel buio della cameretta, le sue fattezze sono terrificanti, ha unghie talmente lunghe che arrivano a sfiorare il pavimento… il rumore che producono a contatto con esso è forse più sinistro della creatura stessa. Archibald urla terrorizzato, trova il coraggio e, sporgendo la mano, riesce ad arrivare all’interruttore della vicina lampada… la luce porta via con sé l’orrenda apparizione. Ma sarà stata reale o solo il frutto di un brutto sogno? si chiede il ragazzo. I segni che l’estraneo visitatore si lascia dietro tolgono ogni dubbio al giovane… l’inquietante presenza è reale, qualsiasi cosa essa sia. Insieme al fratello Dorry e alla sua amica Margherita daranno vita ad una emozionante corsa contro il tempo nel tentativo di decifrare gli strani segnali che l’essere immondo lascia dopo ogni visita. NON AVRETE MAI LA NOSTRA CASA Nicola porta spesso il suo cane Turbo a passeggio nel vecchio cimitero del paese, l’animale ama correre tra gli stretti e silenziosi viali. Il ragazzo si diverte ad inseguirlo o, molto spesso, si accontenta di vederlo giocare, mentre lui va in esplorazione tra le antiche lapidi. Turbo scorrazza felice, passa correndo tra una tomba e l’altra, si diverte ad inseguire le lucertole e le tante farfalle. Quando però giunge nell’area più esterna del cimitero l’animale si blocca terrorizzato, inizia a ringhiare e si rifiuta di proseguire. Nicola non sembra far caso alla cosa, si incammina verso il cane con l’intenzione di riportarlo a casa. Giunto davanti al lungo viale il ragazzo ha un improvviso ed inquietante ricordo… “ho già vissuto questa scena” pensa… “sempre in questa area del cimitero.” Perché Turbo ha paura a percorrere questa strada? si chiede il giovane. Il ragazzo troverà il coraggio di inoltrarsi nella stretta via, la sua curiosità sarà più forte della sua paura. Troverà la risposta tanto agognata ma si pentirà immediatamente della sua scelta. La storia narrata in queste pagine è accaduta realmente in un piccolo cimitero nell’Aspromonte calabrese. LA MALEDIZIONE DEL PRIMOGENITO Un’antica maledizione che da generazioni grava sulla famiglia Ivanov, condannando i primogeniti ad un nefasto destino. Una giovane ragazza disposta a tutto pur di salvare suo fratello Ethan dalla tragica sorte che appare ormai segnata. Usando un vecchio diario come guida, i ragazzi saranno costretti ad abbandonare la sicurezza della loro abitazione per intraprendere un avventuroso viaggio tra antiche rivelazioni e nuovi indizi. Riusciranno i fratelli a scoprire la causa dell’antico sortilegio e a porvi fine prima che questo si compia? Un’avventura emozionante, nelle fredde terre della Russia degli anni ‘50, con un finale che sarà una autentica rivelazione. LA BAMBINA DAL FIOCCO ROSSO Doveva essere una giornata serena e spensierata quella che si apprestavano a vivere Anouk e la sua amica di sempre Isabel, entrambe invitate al matrimonio di Carlo. Trucco, acconciatura, un elegante vestito e via con l’auto della sua amica verso il paese in cui si celebrava la cerimonia. A dispetto delle loro aspettative, la giornata risultò molto noiosa, calda e lunga. Era tardo pomeriggio quando salirono in auto per far ritorno casa. Le strade di montagna avevano un fascino che rapiva completamente Anouk, tra le ombre prodotte dalla notte però qualche cosa di soprannaturale irruppe nel suo mondo, stravolgendolo in modo definitivo. Questo breve racconto è tratto da un episodio realmente accaduto nelle buie strade dell’Aspromonte calabrese. UCCIDI LA STREGA BUONA Rosemary è una strega e deve esser bruciata viva nonostante sia ancora una bambina... troppo grave e atroce è stato il suo gesto. Ne sono convinti tutti in paese, dal giudice che l’ha condannata per stregoneria, fino al più umile dei garzoni… la strega deve morire. Thelonious, suo principale accusatore al processo, si affanna per la ripida salita. Aiutato dal suo bastone, cerca faticosamente di raggiungere la spianata dove verrà uccisa Rosemary. Ma, osservando con particolare attenzione l’anziano signore, si possono notare lacrime amare solcare il rugoso viso… perché mai, visto che la fanciulla si trova lì proprio a causa sua? Troverete la risposta a questo interrogativo nelle rivelazioni che l’uomo farà in questo breve racconto ma saranno talmente scioccanti che vi faranno piangere lacrime amare, come accaduto al protagonista. CAMILLA DELLA ROVERE È notte e fa molto freddo a Roccantica, piccolo paese ai piedi di una montagna. Nel suo antico cimitero si aggira un’anziana signora. La si vede camminare sola e infreddolita con una ghirlanda di fiori stretta tra le mani. La pesante sciarpa che stringe al collo evidentemente non riesce a proteggerla dal gelo, brividi scuotono il suo esile corpo. Folate di vento smuovono le piante rese nere ed inquietanti dalla notte, le piccole luci delle lapidi nulla possono contro la tetra oscurità di quel luogo. Lei però pare non badare a tali disagi, sembra serena e tranquilla mentre si china su una lapide per deporvi sopra la ghirlanda di fiori. Certo, il suo comportamento potrebbe apparire alquanto bizzarro… prima di giudicare però ascoltate la commovente storia che la dolce signora racconta in queste pagine, capirete allora quanto amore si cela dietro il suo gesto. Tratta da un’antica leggenda paesana, la storia viene raccontata con semplicità e delicatezza, come farebbe una nonna con i suoi nipoti. DIECI Cosa sta succedendo nell’oscuro mondo abitato da mostri e creature immonde? Possibile che i ruoli si siano invertiti? Possibile che ora siano loro a dover subire agghiaccianti aggressioni da parte dell’uomo? Mentre questi strani interrogativi rimangono sospesi in quell’ambiente tetro e putrido, nel mondo reale un terribile delitto violenta la naturale tranquillità di Venezia. L’omicidio di un’anziana signora sconvolge la quiete di quei paesaggi incantati, il luogo in cui questo è avvenuto non fa che aggiungere orrore alla vicenda. L’ispettore Giraldi viene assegnato al caso. Non poteva certo immaginare che un indizio avrebbe collegato la nuova indagine a quella della misteriosa scomparsa di cinque adolescenti. Il capo della polizia è fermamente convinto che gli autori dei due reati siano i medesi, anche se la vicenda si trascina dietro inquietanti interrogativi, a cui nessuno sembra trovare risposte. L’ispettore Giraldi non crede alla teoria semplicistica del suo superiore e, insieme all’agente Gennaro, si calerà in un’indagine personale che porterà alla luce una realtà agghiacciante che lo colpirà sul personale. Una storia spiazzante, dolce e crudele, triste e divertente, spietata ma romantica… una corsa contro il tempo che vi porterà in giro tra alcune delle località più suggestive del nostro amato paese, accompagnati dalle parole di grandi cantautori che faranno da colonna sonora a questa strana avventura. UNA STORIA ORRIBILE Andrea è un uomo di successo, padre di tre figli, sembra aver ottenuto tutto dalla vita, ricchezza, serenità e amore. La perdita dell’amata moglie sconvolge il suo mondo, rischiando di mandare in pezzi i delicati equilibri familiari e di farlo sprofondare in una profonda depressione. L’inaspettato incontro con una giovane donna però riesce a fargli ritrovare la serenità perduta, la fortuna sembra voler aiutare l’uomo. Ma sarà proprio così? Sembra non esserne convinto il figlio più grande, Sean, da subito indispettito dalla presenza della donna. La drammaticità della storia si rivelerà in tutta la sua crudele essenza solo a chi saprà decifrarne il finale. IL FANTASMA DELLA DOMENICA Agosto 1939 - Laguna di Stettino, confine tra Germania e Polonia. - La Seconda Guerra Mondiale è ormai alle porte, il clima di ostilità verso le famiglie ebree cresce di giorno in giorno. Le prime scritte ingiuriose appaiono sulla proprietà della famiglia Cassel, il timore per la sorte dei propri cari costringe il vecchio Bonifatius ad una drastica scelta. Con l’aiuto della figlia Kassandra e di suo marito Angelus, crea un appartamento segreto modificando i vecchi magazzini situati proprio sotto la loro fattoria. Spera che al suo interno la famiglia possa trovare protezione nei giorni bui che verranno. Gli eventi si svolgeranno in modo diverso, gli uomini non scenderanno mai nelle stanze celate con tanta cura, Kassandra si vedrà costretta a rifugiarsi negli oscuri appartamenti sola con i tre figli. La vita al suo interno non era certo facile ma il grande lavoro fatto dal padre e le numerose scorte di cibo garantivano una certa tranquillità… se non fosse per le misteriose ed inquietanti visite che, puntuali, si ripetevano ogni domenica. I figli di Kassandra sembravano decisi a risolvere il mistero delle strane apparizioni domenicali, soprattutto dopo la comparsa di una strana foto con una data assurda appuntata sul retro. Lei sapeva che non sarebbe riuscita a farli desistere, aveva solo una possibilità per tenerli lontani dai pericoli… doveva trovare le risposte che tanto agognavano, anche se questo voleva dire abbandonare la sicurezza offerta dalla casa. Kassandra troverà le sue risposte, ma solo dopo aver affrontato una tempesta di eventi che la trascinerà nei meandri oscuri dell’odio umano
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