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KirehTep

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  1. KirehTep

    editrice Hencos

    Nome: editrice Hencos Sito: https://www.editrice.hencos.it/ Catalogo: https://www.editrice.hencos.it/pubblicazioni Modalità di invio dei manoscritti: non specificato https://www.editrice.hencos.it/contact Distribuzione: non specificato Facebook: assente
  2. KirehTep

    the ball [4.3.1]

    Ciao @mollybloom. Grazie per il tempo dedicato a leggere e commentare il mio frammento. Esatto: è l'incipit del capitolo. Contento che tu lo abbia trovato d'effetto: l'intento era quello. La frase che a molti non è piaciuta, anzi, a tutti , deve essere certamente rivista. La tua proposta mi pare consistente. Ora hai anche insinuato in me l'ulteriore dubbio che quel "pur" sia proprio scorretto. E più che un dubbio è quasi in effetti una quasi certezza. Sì, l'intento era quello di scriver un romanzo che si mantiene per tutta la durata sui toni che hai evidenziato. Spero di esserci più o meno riuscito. Grazie ancora. Buona giornata. P.S. Ho letto ora l'estratto del tuo primo romanzo. Bello: incuriosisce . Lo metto, insieme al secondo, tra le cose da leggere.
  3. KirehTep

    the ball [4.3.1]

    Ciao @m.q.s.. Grazie per essere passato e aver commentato. Sì, confermo, la mia macchinosità è a volte patologica. Letto un po' quanto e come scrivi, sono contento che tu abbia trovato il frammento ben scritto . Buona giornata.
  4. KirehTep

    the ball [4.3.1]

    Ciao @lauram , grazie per il tempo che hai dedicato alla lettura del mio frammento. Direi che è davvero una buona cosa anche secondo la mia ottica . Alla fine, la cosa davvero importate è quella. Sono contento che ti abbia incuriosita. Grazie per i suggerimenti e per il dubbio che hai insinuato in me circa la chiarezza della cosa. Credo che la tua necessità di rilettura sia normale . Deriva di certo dal fatto che sì, in effetti sono molto macchinoso; e il protagonista del frammento, tra l'altro, lo è ancora di più. In realtà nel prosieguo del capitolo credo che la questione si chiarisca un po'. La farmacista avrebbe dovuto chiudere 20 minuti prima della visita del personaggio, ma era ancora in negozio a sistemare alcune cose. Quindi all'inizio era lei ad avere un atteggiamento indisponente perché disturbata dal cliente che, notata la sua freddezza, si chiedeva se avesse detto qualcosa di sconveniente. Dopo aver riflettuto all'istante sulle parole dette, il protagonista stabilisce di non aver pronunciato nulla di inappropriato e conclude il ragionamento con ironia, pensando di avere definito la farmacista come una vecchia peripatetica solo nel suo cervello, senza aver esternato la cosa. Insomma, spiegazione macchinosa. Come il testo, appunto . Già. Secondo me così (dopo) sono esteticamente più belle, altrimenti risulterebbero delle righe senza segno di interpunzione in fondo. Come definizione mi piace molto . Non saprei bene come definirlo però, in realtà. Grazie ancora per il tuo commento e per i tuoi spunti.
  5. Non saprei... però anche cercando 979-12-200 su Amazon si trovano parecchi libri. Se fai copia incolla da Amazon e cerchi su https://www.bookfinder.com/ compare solo l'autore . Comunque puoi provare anche a chiedere per sicurezza a ISBN per email: sono piuttosto efficienti.
  6. @albertus Ma non compare da nessuna parte? Per quello che ne so io quelli self iniziano con "979-12-200" e cercando su Google infatti se ne trovano molti.
  7. KirehTep

    Richieste abilitazione Narrativa over 18

    Ho anagraficamente più di 18 anni. Grazie .
  8. Ciao @Mohkit. Credo che il prefisso editore per tutti gli autori self sia 200. Quindi dal codice ISBN e dallo pseudonimo non credo proprio sia possibile risalire al nome e cognome.
  9. KirehTep

    the ball [4.3.1]

    Di seguito un estratto casuale del mio romanzo che dovrei pubblicare a breve. Mi piacerebbe avere un po' di commenti, giusto per capire come può essere percepito dagli altri. Grazie in anticipo. «E anche un po’ di ketoprofene, grazie». Lei mi guarda di traverso, con gli occhi un po’ stralunati, e mi chiede: «compresse o granulato?». «Granulato, grazie». Riesamino mentalmente la parola che ho detto, mentre la signora si gira e scompare dietro agli scaffali, e determino come non mi paresse così offensiva, pur la sua comunicazione non verbale sembrasse rispondere a un mio insulto; perché vecchia peripatetica credo proprio di averlo solo pensato, medito ancora. Ricompare dopo qualche decina di secondi, con in mano quattro confezioni di medicinali che posa sul mobile piano davanti a me. «A posto così?». «Sì, grazie». «Tessera sanitaria?». «No, grazie, sono contrario». «Scusi?» chiede guardandomi di nuovo con l’espressione precedente. «Non l’ho purtroppo con me», replico con un sorriso. «Sono 16 e 90». Appoggio la carta di debito plastificata sul bancone, lei la inserisce nel lettore, preme sei tasti e lo rivolge verso di me: digito cinque cifre e schiaccio il pulsante verde. «Mi scusi dottoressa, ma posso chiederle una cosa?», provo a domandare. Lei alza gli occhi dal lettore, come sorpresa, e mi fissa di nuovo stranita. «Certo», risponde secca. «Ma lei è da tanto che ha questa farmacia?». «Beh, da quando ho iniziato a lavorare: sono solo circa trentacinque anni adesso», risponde quasi facendo un sorriso, mentre strappa la ricevuta della transazione finanziaria. «Nemmeno tanto», rispondo con una trattenuta risata, per poi aggiungere subito: «magari è anche nata qui?». «Esatto, figliolo, nata e cresciuta qui: mi sono assentata solo qualche anno per l’università, quando ero giovane». «Bello», replico. «Lei, piuttosto, è qui di passaggio?». «No, in realtà da una settimana dovrei essere qui stabilmente». «E come mai?», chiede lei. «In che senso?». «Non l’ho mai vista da queste parti». «Esatto, mi sono appunto trasferito da pochi giorni». «E come mai?», ripete di nuovo lei. «In che senso?». Lei si apre in un sorriso quasi del tutto completo e aggiunge: «cosa l’ha spinta a trasferirsi qui?». «Mi piace il posto», ribatto. «Davvero?». «Perché, è così strano?». «Non comune, direi». «Sono qui da molto poco, ma non ho visto molta gente in giro», provo a dire. «Appunto», esclama la farmacista, «vuole un sacchetto?». «No, grazie, va bene così», rispondo, «e dove sono tutti?». «Beh, ragazzo, non siamo in molti e siamo un po’ tutti sparpagliati in giro: quelli rimasti sono nascosti in casa, gli altri sono a Villa Titante oppure al Terminal», replica lei facendo scivolare le quattro confezioni verso di me. La guardo con un’espressione interrogativa, cercando di sondare la possibilità di ottenere ulteriori informazioni. «Ma non sa proprio nulla del posto, lei?», replica interrogativa la signora, «ma dove si è stabilito? Intendo, ha comprato una casa?». «Beh, sì, ho appena finito di ristrutturare quel vecchio casale che c’era andando su...». «La cascina del vecchio Lele», esclama interrompendomi, «certo, ho visto i lavori: ci passo davanti tutte le mattine per venire in farmacia». «Lele?». «Ma sì, era un vecchio pastore: è morto ancora quando ero giovane io». «E poi? È rimasta abbandonata così tutto questo tempo?». «Per quanto ne so io sì: l’ho sempre vista chiusa, fino a qualche mese fa». «Ma siamo quindi vicini di casa?», domando con un sorriso. «Più o meno: noi abitiamo un po’ più in su, qualche chilometro dopo», replica lei, per poi domandarmi: «ha presente il borgo prima dell’agriturismo?». «Sì, certo». «Ecco, abitiamo lì, io e mio marito: almeno l’agriturismo lo conosce», dice sorridendo. «Sì, un po’ di cose comincio a conoscerle», replico un po’ pensieroso, «è il lattante e il Terminal che mi suonano nuovi».
  10. KirehTep

    Sentimentalismo napoletano

    Il frammento è intenso, a parte l'ultima parte, già notata da altri e di cui hai constatato anche tu la necessità di revisione. A parte alcune ininfluenti indicazioni, mi sono quindi permesso uno spunto personale per la sistemazione del finale del frammento. Non so ovviamente nulla del romanzo, quindi considera pure quanto da me scritto come uno scherzoso tentativo di esserti utile nel lavoro (mi sento un po' così oggi) . attratti dalle vetrine dei negozi in franchising, tutte uguali e scintillanti, qui come altrove. A me l'aria afosa che colora le cosce femminili piace molto , anche se come osservato in precedenza è il sole che colora e non l'aria. Potrebbe forse bruciare le cosce, ma se non è ancora estate direi che sarebbe troppo. Sì, vero: le "auto di passaggio" o qualcosa del genere sarebbe meno da codice della strada . Il semi-dispregiativo ("dispregiativo" per gli altri, non per Fernando) "probabilmente francesi" per me funziona . «Dove hai lasciato l’auto? Non ti ho visto arrivare» disse Fernando. «Sono venuto a piedi, camminare fa bene». «Che DVD hai comprato?», chiese Fernando . «Ma quale DVD: "L'avversario", di Emmanuel Carrère», disse tagliente Marzio schiaffandogli il libro in faccia, dopo averlo velocemente sfilato dal sacchetto. Fernando, fissando con sguardo ebete la copertina a due centimetri dal suo naso, replicò: «e dove trovi il tempo di leggere questa roba?». Marzio ritrasse il libro, si girò con fare sconsolato e, abbassandosi verso la saracinesca, iniziando ad alzarla, borbottò: «e cos'è sempre questa storia del tempo? Mezz'ora al giorno per molestare le ragazzine su Uassap la trovi però?». «Cosa vorresti dire?», si affrettò a ribattere Fernando, sgranando gli occhi e aiutando l'amico a scoprire del tutto la vetrina della WIG. «Io è da una vita che trovo tutti i giorni almeno trenta minuti per leggere», disse poi Marzio guardando l'altro dritto negli occhi. «Contento tu». «Contento un cazzo. Tutti parlano sempre di Netfrix e serie tv: non trovo mai nessuno con cui discutere di quanto mi ha fatto schifo l'ultimo romanzo che ho letto». «E se ti fa schifo perché leggi, invece di guardare House of Cards?». «Forse non hai inteso il senso delle mie parole». «Hai detto tu che ti fa schifo quello che leggi». «Ci sono libri che mi piacciono e altri no», disse con tono pacato Marzio, scrutando l'amico con sguardo compassionevole. «Non mi convince questa cosa», disse Fernando, ammutolendosi poi qualche istante. «E comunque non sono io quello strano che molesta le ragazzine. Sei tu storto a perdere tempo con quelle cose», concluse guardando Marzio come fosse uno straniero. «E come si può arginare l'omofobia, il razzismo e il sentimentalismo napoletano fino a quando la gente ragiona come te?», tuonò Marzio guardando l'amico come fosse un francese.
  11. KirehTep

    la p. [capitolo 3.9.5]

    Ops... reso conto ora di aver cancellato il link a inizio post... Era questo.
  12. KirehTep

    la p. [capitolo 3.9.5]

    «Ti avrei anche fatto scegliere, odiosetta», replico mentre schiaccio ok con il cursore puntato sul pulsante riproduci. Appoggio il telecomando sulla scrivania e raggiungo anch'io la zona living, sedendomi sulla poltrona davanti a Serena, separata da lei dal basso tavolino sul quale è appoggiato il vassoio con i bicchieri e la bottiglia di tequila, mentre le note un po’ malinconiche di un pianoforte si diffondono a basso volume per la camera. «Cosa dici, apriamo?», propongo. «Direi proprio di sì». Allungo le mani verso la bottiglia e tiro la linguetta rossa che sporge dall'involucro di plastica che copre il tappo, la tiro, poso la confezione strappata nel vassoio, prendo due bicchieri, capovolgendoli e posandoli sul vetro, e verso il liquido giallo scuro prima in uno e poi nell'altro. «Lavi, ma ti dispiace se usufruisco del tuo lussuoso bagno?». «Direi proprio che non mi dispiace: è lì in entrata, davanti all'armadio, hai visto, vero? O ti devo accompagnare?», replico sorridendo. «No, ce la posso fare», risponde lei alzandosi: la guardo allontanarsi, con i polpacci tesi che si muovono sopra ai tacchi neri, arrivando all'ingresso e sparendo dietro la porta. Estraggo lo smartphone dalla tasca della gonna, lo poso sul tavolino, mi alzo, prendo il vassoio, vado verso la scrivania e, sistemato il lungo manufatto di fianco al computer, distendo la mano verso gli interruttori posti sul muro retrostante e giro la manopola in senso antiorario di qualche scatto. Torno verso la poltrona e mi siedo: afferro lo smartphone, accavallo le gambe e premo velocemente l'app delle chiamate per constatare, felice, l’inesistenza di telefonate bloccate. Controllo anche WhatsApp e sorrido, contenta, riposando lo smartphone sul vetro. Osservo i bicchieri riflettersi sul vetro: mi sento distesa e rilassata, mentre arriva alle mie orecchie la musica bassa, in sottofondo: “Eh, tutto può succedere, ora qui”; fisso il liquido nei calici bassi e sento i tacchi di Serena avvicinarsi verso di me: “Siamo vivi, siamo vivi”. «Siamo vivi» , canticchia Serena, buttandosi sulla poltrona. «Eh, tutto può succedere», dico ridendo. «Bello anche il tuo simpatico bagnetto». «Sì, piccolo, ma curato, direi». «Ma non hai mica pensato di restare qui, invece che cercare un immobile?», chiede lei accavallando le gambe fasciate dalla poliammide lucida, che luccica un po’ nella luce tenue dell’ambiente. «Sai che stavo quasi per considerare davvero la cosa? Mi sono resa conto che è un po’ una figata: passo le serate a cazzeggiare bevendo tequila, poi la mattina esco, vago un po’ in giro, torno e tutto è come magicamente riordinato e pulito: è una vita diversa da quella che ho sempre fatto, non riesco a trovare lati negativi», rispondo mentre mi sporgo verso il tavolino, prendendo i due bicchieri e tendendo la mano destra verso Serena, che ne afferra uno, sfiorandomi le dita. «A cosa brindiamo, Lavi?». «Non saprei, Sere», dico riappoggiando la schiena e sprofondando nella pelle della poltrona, «alla vita è un po' eccessivo o scontato?». «Può andare», risponde lei. Bevo un sorso di tequila, Serena porta il bicchiere verso le labbra e fa lo stesso, mentre la osservo riabbassare il bicchiere verso le gambe, tenendolo nella mano destra e con il polso appoggiato su un ginocchio: lo smalto rosso risalta sul nero lucido delle calze, mentre il polpaccio destro, perpendicolare al parquet, è teso, assecondando la posizione inarcata del piede, compresso nella scarpa con il tacco alto, che sorregge l’altra gamba, accavallata. Il plateau della scarpa sinistra, sollevata da terra e sospesa a mezz'aria, non è per nulla volgare, essendo appena accennato e, rimugino, non risultando nemmeno trasparente. Fisso il suo polpaccio destro, rigido al punto da tendere le calze in una forma che pare scolpita, mentre bevo un altro sorso di tequila, distolgo poi lo sguardo e lo poso sull’altro, disteso, ma sodo, mentre noto la caviglia che comincia a flettersi lentamente, facendo dondolare su e giù il piede. «Lavi?». «Sì», rispondo rimanendo un po’ con lo sguardo imbambolato. «Ma non c’era più luce qui dentro, prima?». «Sì», rispondo, «ho abbassato un po’ il dimmer perché era troppa, così è più rilassante», aggiungo, «ti dà fastidio, Sere? Devo rialzare?», chiedo continuando a tenere fisso lo sguardo. «No, per niente, anzi, è ancora più figo così l’ambiente». «Già, poi tu non vedi nemmeno le scatole che ci sono dietro di te», dico sorridendo. Lei ride e, dopo alcuni secondi, domanda: «le cose da vendere, vero?». «Già». «Lavi?». «Sì?» «Ma sai che stai continuando a fissare le mie gambe, di nuovo?». Rialzo gli occhi, e guardo verso il suo viso. «Di nuovo in che senso? E poi non è vero, stavo fissando il bicchiere, credo», dico accennando un sorriso. «Sarà», dice lei portando la sua tequila verso le labbra. «E comunque lo fai sempre», insiste ancora ridendo. «Te l’ho già spiegato, Sere, anzi, ora quasi mi pento di averti detto quello che ti ho detto l’altro giorno». «Certo e poi è anche colpa della deformazione professionale delle cose che vendi», dice con tono un po’ ironico. «Esatto, stavo osservando quei collant di poliammide: sono lucidi, proprio una figata», dico appoggiando il bicchiere sul tavolino e alzandomi. «Ciao, me ne vado anch'io in bagno», antipatica. «Ciao, malmostosa», risponde lei. Lei mi fissa, mentre sto in piedi immobile davanti a lei, prima indugiando verso il mio volto e poi abbassando lo sguardo verso le mie gambe. «Sere?». «Sì». «Anche tu mi stai fissando, adesso». «Sì, e allora? Siamo qui in due, non posso guardare la mia amica, di fronte a me, in piedi su due tacchi altissimi e con le sue gambe perfette coperte da un paio di freddi collant di nylon?», domanda sogghignando. «E tu puoi, quindi?». «E quando mai ti ho detto che non puoi fissarmi?», chiede lei con un tono dolce e caldo. «Lasciamo perdere», dico sorridendo. Mi giro, vado verso l’ingresso ed entro in bagno: mi guardo allo specchio e sorrido, notando un moderato rossore pervadere le mie guance; mi abbasso i collant e gli slip e sollevo la gonna verso la vita, piegandomi: guardo il lavandino davanti a me. Schiaccio il pulsante dietro di me, rialzandomi, mi ricompongo, apro la porta e torno verso la zona living, mentre la musica continua a propagarsi nella camera. Sprofondo di nuovo nella poltrona, notando come Serena abbia steso le sue gambe sopra al tavolino, posando il polpaccio di quella destra sopra lo stinco dell’altra e spingendo la sua scarpa, sollevata sopra la caviglia opposta, in prossimità del mio bicchiere, una trentina di centimetri davanti ai miei arti inferiori che, ora, torno ad accavallare. Fisso le sue gambe qualche istante e porto gli occhi verso i suoi, vedendola sorridente e con la tequila in mano: mi osserva e tace. Distendo la mano verso il bicchiere, sfiorando il dorso del suo piede, che sporge dalla decolleté, e lo porto verso la bocca, bevendo un lungo sorso: la guardo rimanere in silenzio, mentre sento il cuore battere forte nel mio petto. «Beh, Lavi, così le vedi meglio, no?», sussurra Serena. «Le tue gambe, intendi?», chiedo a bassa voce. «Sì». «Lavi, solo una cosa». «Cosa?», sussurro. «E se questa sera non fosse mai esistita?». Rifletto, guardandola, mentre il mio cuore batte sempre più forte. «Dall'inizio, fino alla fine? Come se tu non mi avessi nemmeno mai telefonato prima, intendi?». «Esatto, una cosa del genere». Poso il bicchiere sul vetro, le levo prima una scarpa e poi l’altra e le sistemo vicino al tavolino: Serena inarca la schiena e si sfila i collant, facendoli scivolare fino alle ginocchia. Mi alzo, sfiorando il tavolino con gli stinchi, e distendo le braccia verso le sue cosce: afferro le calze e le tiro lentamente fino alle dita dei suoi piedi, tornando poi a sedermi e appallottolando i collant sopra alle sue decolleté. Riprendo il bicchiere e bevo un altro sorso, per poi risistemarlo sul vetro, mentre sorseggia anche lei un altro dito di tequila, poggiando infine il calice sul tavolino. Sento un brivido che mi sale lungo la schiena, disperdendosi lungo il collo, mentre la musica in sottofondo continua ad avvolgere la camera: “Tu vuoi da me che cosa, tu vuoi da me che cosa, tu vuoi da me, cosa ti serve”. Guardo i piedi di Serena, con lo smalto rosso cremisi e le sue gambe nude, ora distese parallele sulla superficie trasparente. «Come una notte mai esistita, Sere?», dico con un filo di voce. «Esatto», sussurra lei. «D’accordo».
  13. KirehTep

    Presentazione

    Grazie a tutti per i "benvenuti" .
  14. KirehTep

    incendio

    È proprio un bel frammento. L'atmosfera e i personaggi, soprattutto i loro nomi, mi hanno subito fatto pensare a Cent'anni di solitudine . Lo stile è scorrevole e la convulsa situazione è ben rappresentata. Di seguito alcune variazioni, secondo mio gusto e inclinazione, magari utili per vedere quanto scritto con altri occhi. Alcuni alberi si incendiano, mentre una fiammata, esplodendo poco distante, ne illumina a giorno altri: un attimo e tutto è arancione e nero. Una ragazza corre al piano di sopra, dove dormono i bambini più piccoli che, ora già impauriti e fuori dal letto, si stanno vestendo con i primi indumenti che trovano: il più piccolo stringe al petto un colbacco, ereditato dal nonno insieme a un sentimentalismo a prova di emergenza. Fuori, nella notte, dove non c'è tempo per i battibecchi, una donna grossa in vestaglia e stivali suona la carica, precipitandosi verso il capanno degli attrezzi che custodisce le pompe dell'acqua: Santina Moana Poazzi in Maistro sa bene che deve impedire alle fiamme di raggiungerlo, costi quel che costi, perché al diavolo la casa, ma il capanno sarebbero proprio cazzi amari. Per finire, comunque :
  15. KirehTep

    Presentazione

    Ciao a tutti. Sono un autore alla ricerca di spunti creativi e di opinioni circa frammenti di quello che vorrebbe essere il mio primo romanzo.
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