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Gianfranco P

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  1. Gianfranco P

    Richieste cancellazioni Racconti, Poesie o Storie

    Nel caso fosse sfuggita, rinnovo la richiesta:
  2. Gianfranco P

    Richieste cancellazioni Racconti, Poesie o Storie

    Ciao a tutti, chiedo gentilmente di cancellare i miei seguenti racconti: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/49154-i-palloncini-–-capitolo-1/ https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/48669-il-sito-letterario-e-gli-haiku/ https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/48661-il-frate/ Grazie in anticipo
  3. Gianfranco P

    Richieste cancellazioni Racconti, Poesie o Storie

    Salve a tutti, chiedo cortesemente la cancellazione di queste poesie:
  4. Gianfranco P

    [Gioco] Catena musicale

    Sound of the Sea all Night 9 Hours!!! Listen and Sleep!!! Good Sleep!!
  5. Gianfranco P

    [LP13] Nera

    @Massimiliano Marconi, Ahiai... e magari non l'hai postata in orario perché il commento ti ha preso troppo tempo... andrà meglio la prossima volta, allora (su questa non ci faccio troppo conto). Ciao
  6. Gianfranco P

    [LP13] Nera

    Ciao @Joyopi inutile dire che sono molto contento per la tua così come mi avevano detto del resto anche gli altri finora. Temevo che fosse troppo difficile, e per questo ne avevo fatta anche una versione a versi liberi; ma evidentemente non è così; e ne sono contentissimo. Quanto ai versi che ti sono piaciuti meno, nel caso di: può essere dovuto al fatto che non si tratta più di coppie di settenari, ma di versi di 14 sillabe, ma con lo stesso ritmo e la stessa posizione delle rime come se fossero coppie di settenari; perciò non senti lo stacco come ad esempio in cioè 7 + 7, 7 + 7, ma 14, 14. L'effetto metrico e musicale però dovrebbe essere lo stesso, come potresti verificare leggendoli ad alta voce. Questo "trucco" lo uso quando l'ultima parola del settenario è sdrucciola; e allora attribuisco (metricamente) l'ultima sillaba all'altro settenario: Ma finito questo mio "pippone" (stavolta), veniamo all'altra osservazione tua sulle Dunque, intanto io penso che le immagini note non siano vietate (è piuttosto una retorica volerle vietare); altrimenti dovrebbe essere vietato parlare di case, fiumi, occhi; del sole, del sangue, del cuore... Naturalmente però in una poesia ci sia aspetta che siano quanto meno inserite in un contesto nuovo, o viste da un punto di vista non scontato. In effetti, io non ho inserito queste frasi e questi concetti per promuoverli (come si sente fare tutti i giorni; ed in effetti, visto che ne siamo bombardati, dopo un po' vengono a noia), ma in versi che li utilizzavano criticamente: sì va bene, "uniamoci a coorte" (facciamo appello al sentimento nazionale), ma ne saremo davvero capaci? (o sono solo vuote parole?); "andrà tutto bene", ma "forse": perché non è per niente sicuro che andrà tutto bene (a me questa frase ha dato sempre un fastidio enorme). Diverso è il caso dell'"abbraccio di fratellanza" e delle "squallide sirene" perché in questo caso l'autore si espone a dire alcune delle sue idee, e capisco che questo possa essere rischioso; anche se pochissimi ammetteranno di essere promotori dell'"odio e del rancore", però si possono sentire toccati; ma io devo accettare questo rischio. Altrimenti finisce che non posso dire nulla e la mia poesia si deve accontentare di una funzione, diciamo così, "ornamentale": come il mobile del soggiorno che magari sarà brutto, però non dà fastidio a nessuno. Al di là delle cose che si dicono anche per scherzare o per intrattenersi, ti dico però che ho scritto questa poesia perché sono veramente preoccupato per quello che sta succedendo. Rischiamo veramente di diventare tutti preda dell'odio e del rancore. Io faccio gli auguri a tutti, e fra qualche mese si capirà se questa mia poesia è stata solo un esercizio metrico, o aveva qualcosa da dire. Ciao e grazie per l'attenzione.
  7. Gianfranco P

    [LP13] Nera

    Ciao @Massimiliano Marconi grazie per il bellissimo commento! In verità l'ottonario non ce lo volevo mettere; vedi come ho risposto in proposito a @Poeta Zaza che gentilmente mi ha segnalato che stonava, e come ho pensato di correggerlo. Anche tu trovi migliore la versione con le rime; mi fa piacere; ti spiego perché ne ho fatte due. La poesia partecipa a un contest (una gara di WD che viene fatta una volta al mese, credo), per il quale già si sapeva che il tema sarebbe stato "la paura"; anche se si dovevano aspettare le otto di sera per conoscere le tracce da seguire. Così io il giorno prima avevo cominciato a pensarci; e un po' alla volta mi è venuta questa composizione in alessandrini (che non so nemmeno se sia il termine giusto: ma insomma settenari incrociati). Quando sono uscite le tracce, ho pensato di usare la poesia già scritta, però togliendo i ritmi e le rime: tanto per vedere cosa ne sarebbe uscito. Ne ho fatto una parafrasi, insomma. Poi l'ho fatta leggere a mia moglie, che ci ha trovato tutta una serie di frasi che a lei suonavano enfatiche, retoriche, come consumate dall'uso: la nuova fratellanza, la lotta dura, dipende da noi, ce la possiamo fare, volemose bene ecc. ecc. Tutte frasi che, mi ha detto, sentiamo in continuazione, e ormai non se ne può più. Le ho chiesto di segnarmele, e poi le ho tolte, riempiendo i buchi in qualche modo. Ne è uscita una poesia più dura e cattiva; ma, da quello che mi dicono i lettori, non migliore. Allora mi sono chiesto: come mai le stesse parole suonavano diversamente in una versione o nell'altra? Sarà stato per la musicalità dei versi che in un certo senso "culla la fantasia" e quindi "inganna il corretto giudizio"? Può darsi, è la prima volta che faccio questo esperimento. Ma forse c'è un'altra spiegazione. Nel linguaggio comune, quello della comunicazione e dei media, le parole vengono usate così velocemente che effettivamente il senso da un lato si può distorcere (diventa diverso da quello che voleva essere all'inizio), dall'altro si consuma (la frase diventa inespressiva, banale, scontata; alla fine viene a noia). Che sia perché negli alessandrini "ho usato un altro linguaggio"? Un linguaggio che viene usato con molta minore frequenza, e perciò corre meno il rischio di usurarsi. Naturalmente quando scrivo versi evito accuratamente le cosiddette parole poetiche standard, quelle sì usurate: ognor, vieppiù, il cor, la speme, e così via. Mi sforzo di usare parole comuni e semplici, e quando ne uso di più rare, queste risaltano meglio e sembrano anche più accettabili. Insomma ho "scritto in un'altra lingua", e in questa lingua le parole hanno ancora tutto il loro colore (o quasi). Boh, ci penserò, però comunque è stato carino provarci. Ciao Max e ancora grazie
  8. Gianfranco P

    Ultimo spettacolo

    Ciao @Massimiliano Marconi , bentornato! Una bella poesia in perfetti endecasillabi che le danno un tocco di nobiltà pensosa, e allora danno anche ragione dell'autoironia di definirti L'immagine del oltre a risaltare visivamente (un pulcinella bianco sullo sfondo nero del palcoscenico) e a richiamare Ungaretti, o forse Fellini (il languore di un circo ... dopo lo spettacolo) fa venire in mente Pirandello (la vita è un'assurda commedia, nella quale ciascuno si sforza di trovare la maschera che ne nasconda meglio i sentimenti). In verità il senso di questa tua poesia è così trasparente e intimo allo stesso tempo, che si ha timore di persino sfiorarlo. E allora mi immagino anch'io su quel palcoscenico, e vedo e tante volte penso anch'io: "Ma questo deve essere proprio l' Però poi mi accade quasi sempre di intuire, o immaginare, se non vedere e allora ci ripenso. Ma tu stesso ci hai ripensato, se hai scritto questa poesia; che nel finale suggerisce appena un tocco di leggerissima... non ironia, ma direi "complicità". Mi pareva di averla forse già letta in un'altra situazione; ma se fosse così, mi ha fatto piacere rileggerla. Complimenti ancora per l'uso perfetto degli endecasillabi. Se vuoi, da' un'occhiata a questa discussione: e vedi se ti va di aggiungere un verso. Ciao Max
  9. Gianfranco P

    [LP13] Ti mostro il mio mostro

    sì, ecco perché non capivo... trovo anch'io che sia molto meglio così Ciao @eterea libellula @Poeta Zaza
  10. Gianfranco P

    [LP13] Io e Te

    @Alberto Tosciri cos'è MP?
  11. Gianfranco P

    [LP13] A tutti gli architetti di grido del mondo

    Ciao @Ippolita2018 qui hai voluto allargare il tema, che era quello della paura, a un orizzonte più ampio, dove la paura tanto spesso è però effettivamente sottintesa. Ho letto le osservazioni di @Plata sulla metrica e le tue risposte. Dal punto di vista "del suono delle parole", la tua "metrica spontanea" mi sembra molto ben riuscita, e dà al componimento il ritmo giusto, lo stesso con cui si susseguono gli avvenimenti o i momenti di questa poesia. La suddivisione in terzine quartine quintine (?), in una forma libera (cioè che si costruisce al momento in base alle esigenze del discorso) è anche lei perfettamente libera. Voglio dire che (non è che io sia un fan della metrica obbligata a tutti i costi; scrivo anch'io forme libere) la resa "sonora" di questa poesia mi sembra perfetta; forse con la sola eccezione di la cui eccezionalità è forse dovuta alla rabbia che ci sentivi dentro; ma che avrebbe forse meritato qualcosa di più cattivo che "boria straordinaria". Già che ci sono (faccio una digressione) mi permetto di commentare parte della tua risposta a Plata: Effettivamente questo è il rischio; ma sarebbe come dire che "se, ballando, sto attenta a fare i passi giusti, non mi diverto più" (io aggiungerei che, se partecipo a un contest letterario con quattro ore di tempo per scrivere una poesia, meno il tempo necessario per adempiere ai requisiti e alle formalità, l'emozione dell'urgenza prevale su tutte le altre emozioni e non riesco più a scrivere niente). Io credo che l'endecasillabo bisogna prima di tutto "amarlo", cioè (per continuare con la metafora del ballo) "abbandonarsi ad esso", "trovarlo gradevole"; e che non sia il caso di sforzarsi se non ti viene. Mia moglie ogni volta mi prende in giro quando cerco di ballare la pizzica: proprio non mi viene! Ma a parte gli scherzi, l'endecasillabo fa parte di una tradizione che si sta esaurendo, e che la gente neanche riconosce più. I versi liberi hanno d'altra parte il vantaggio (che può essere uno svantaggio) di essere più "precisi": il significato delle parole emerge più chiaro e senza compromessi (l'inserimento di una parola in un endecasillabo è spesso un compromesso fra il senso e la metrica, e altera - "forza" - sempre un poco il senso: su questo ti do ragione). Ma chiudo subito la digressione. Questa tua poesia è arguta, nel senso che tratta di un problema reale in maniera originale e spiritosa (cioè, non ridicola: ma con spirito). Secondo me però ti hanno un po' condizionata i vincoli delle parole da inserire nell'ultima strofa. L'effetto mi pare un po' troppo enfatico (vivere in periferia non mi sembra un abisso; cioè, dipende, e forse nemmeno dagli architetti, ma piuttosto dagli urbanisti). Anch'io non capisco bene il senso di quel cioè, letteralmente, la frase è rivolta a Dio e significa "prometti che scaraventerai gli architetti in un abisso di periferia". Se non ho capito bene, o non ho capito tutto, ti prego di farmelo sapere. Ciao
  12. Gianfranco P

    [LP13] Io e Te

    Oddio, sarebbe veramente interessante! Sto leggendo un libro sull'argomento, se ti interessa te lo consiglio: siamo un po' troppo condizionati dalla pochezza di argomenti dei "dibattiti" che ci vengono proposti dai media, e per fortuna che ci sono ancora i libri che "allargano l'orizzonte"! Ciao
  13. Gianfranco P

    [LP13] Orribile e sublime

    Arrivo anche io, @Plata Dico onestamente che non sono mai stato attratto da quell'estetica del sublime, che paradossalmente è poi diventata l'esaltazione del piacere perverso del deforme e dell'orrido. Qui immagino che tu voglia descrivere in cui si prova e in quell'attimo dove intendi che il peso del presente scompare, come se scivolasse nel passato In quel momento hai una sensazione di grande leggerezza: ma subito cioè queste sensazioni passano. Dalla maiuscola immagino che Orribile non si riferisca a "te che ritorni" ma all'"esperienza del ritorno": La conclusione è effettivamente terrificante, e quindi hai dato bene l'idea di che cosa sia la "paura della paura". Ciao
  14. Gianfranco P

    [LP13] Referto

    Ciao @Joyopi la tua poesia rappresenta tre momenti con tre efficaci immagini. Una mano scrive freddamente (mano di ghiaccio) un documento (referto) che nella sua apparente impassibilità amministrativa è una condanna a morte (una bara di carta): La reazione del paziente, che si immagina una croce nel cimitero (un abisso atroce); e il sangue scorre nero (non rosso), cioè come denso, pesante, vischioso (fra l'altro non credo involontaria qui la rima croce / atroce): La fine; che io non immagino sia la morte del paziente, bensì quell'attimo in cui, al ricevere la notizia, al cuore manca un colpo (un battito cade); e qui "si oscura il sole" (momento rappresentato dall'immagine del sole che "viene seppellito" da quell'attimo): E quindi il sole è come se non ci fosse più. E quindi il tema di questa poesia è la paura della morte, o forse si potrebbe dire "l'annuncio della morte", che arriva senza suoni di trombe, cavalieri a cavallo, scheletri vestiti da frate con la falce in mano come nei dipinti medievali, ma con l'asetticità apparente e la precisione formale di un atto amministrativo; come potrebbe averlo raccontato Kafka. Complimenti @Joyopi
  15. Gianfranco P

    [LP13] Io e Te

    Ciao @Alberto Tosciri Secondo me va un po' fuori traccia, perché "paura della paura" è la preoccupazione che la paura ti assalga controvoglia, e qui la citazione mi pare un po' tirata. Molto bello e fresco il resto della prima strofa: La cosa più bella la presenza di nel deserto: come di un mondo spirituale speciale, che abita lì. Bello anche, benché un po' scontato, Nella strofa centrale il fatto: Io credo che nella schiavitù spesso perdiamo di vista quello che è il vero dramma: la negazione della propria dignità, e non in senso generico ("sopporto da schiavo") ma molto concreto: che senza dirlo dice molto di più di quello che potrebbero dire cento versi. C'è dell'odio (oggettivo: cioè attribuito al protagonista) in queste frasi. Ma è un odio "umano-troppo-umano" (*), che non ha per obbiettivo la sopraffazione sopra altri uomini, ma il proprio diritto all'esistenza. E perciò condivisibile. Non voglio esaltare l'Islam, ci mancherebbe; anzi sulle prime questa tua "citazione" mi era sembrata un po' stonata. Ma nella dinamica della tua poesia, devo dire, ci sta tutta. Questi tre versi "duri" mi sembrano, seppure sotto un travestimento ideologico fondamentalmente "arcaico", perfettamente giustificati dal dramma che hai descritto. Sicché è veramente liberatorio l'ultimo verso: che, non so se fosse intenzionale, ma ricordano (provocatoriamente) le parole di Gesù sulla croce (al ladrone pentito). Non so dire onestamente se tutto "quadri" in questa poesia; però mi ha colpito come, con poche robuste pennellate, tu sia riuscito a costruire e a rendere viva un'esperienza drammatica. Ciao (*) mi accorgo che ho inavvertitamente citato Nietzsche, personaggio che solitamente aborro al punto che, dopo averne letto un libro in gioventù e averci riprovato senza successo più recentemente, me ne tengo ben lontano. Sono allora andato a controllare su Wikipedia per scoprire, con una certa sorpresa, che prima della sua fase nichilista (che tanti danni ha provocato; pur facendo le dovute proporzioni, voglio dire: non ha mica fatto tutto lui), costui ebbe anche una fase illuministica (anche se aveva completamente frainteso Darwin), segnata proprio dal libro "Umano troppo umano" e perciò, a parer mio, anche apprezzabile. Mah, non si finisce mai di imparare...
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