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Marco L.

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Su Marco L.

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  • Compleanno 30/08/1982

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    Milano
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    Ho passato i migliori anni della mia vita a suonare e scrivere musica. Penso che continuerò a farlo!

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  1. Marco L.

    PlaceBook Publishing

    @TinaM Grazie per il feedback!
  2. Marco L.

    PlaceBook Publishing

    Buongiorno a tutti, ho recentemente ricevuto una proposta da questa casa editrice. Telefonicamente mi hanno fatto un'ottima impressione; a questo punto mi piacerebbe sentire l'opinione di qualcuno che ha già pubblicato qualcosa con loro. Qualcuno ha esperienze da condividere?
  3. Marco L.

    Morte di una Musa - Capitolo 1 - Parte 1/2

    @Poeta Zaza Grazie mille per le preziose correzioni! A domani con la seconda parte.
  4. Marco L.

    Morte di una Musa - Capitolo 1 - Parte 1/2

    Mitico! Grazie mille per i consigli! Soprattutto sull'illuminazione!
  5. Marco L.

    Morte di una Musa - Capitolo 1 - Parte 1/2

    Ho rinunciato da tempo a dare una spiegazione razionale ai fatti che mi hanno portato a vivere questa realtà; sempre che, di realtà, si possa parlare. Ma che si tratti di eventi reali, fantasie o allucinazioni, per me, ora non ha più alcuna importanza. Elena, è l’unica realtà che riconosco come tale. I Avevo trascorso la notte ciondolando per le viuzze del centro fra un pub e l’altro; in cerca di ispirazione o, per essere più sinceri, cercando di stordirmi il più possibile ingollando birre su birre e alcolici vari. Le vie della città vecchia, coi loro ciottoli sempre umidicci (anche quando non pioveva da giorni) e le feci di cane perennemente in attesa del piede di qualche turista distratto, mi avevano sempre dato, con la loro incuria e sciatteria, un senso di sollievo dalla mia misera situazione. Come se cercassero di contribuire, col loro lerciume, a rendere meno opprimente il lerciume che da tempo sentivo avvolgermi l’anima. Almeno da quando Elena se ne era andata. Elena se ne era andata da mesi, e da mesi non riuscivo più a scrivere nemmeno una pagina. Aveva preso tutte le sue cose e in cambio aveva lasciato solo una lunga lettera piena di nulla: sei pagine in corsivo per darmi del fallito senza cercare di ferirmi, sei pagine di ridondante pateticità che mi ferirono ancora di più, facendomi sentire persino più fallito di quanto non fossi prima disposto ad ammettere. Stavo pisciando al riparo di una colonna nel portico della biblioteca della piazza vecchia quando mi resi conto che un barbone dormiva a meno di un metro dal mio getto. Era ricoperto di vestiti nonostante fosse estate (mi sono sempre chiesto perché i barboni girino coperti da strati e strati di vestiti anche in piena estate). Fu grazie a quel barbone, assopito tra i mozziconi di sigaretta e le cacche di piccione, che rivalutai le mie lenzuola luride e la sporcizia generale che arredava da mesi la mia casa. Mi diressi verso il mio appartamento, inconsapevole che da lì a pochi minuti, la mia vita, per quanto potesse sembrarmi miserabile, era destinata a raggiungere nuovi baratri di folle degrado. Il fido corrimano, come ogni notte, mi sosteneva leale lungo l’interminabile scalinata che, piano dopo piano, mi separava dalla porta di casa e dal bramato giaciglio. Mi sentii sollevato nell’essere riuscito, per una volta, a evitare la mia solita litigata con la serratura; alcolizzati, drogati e oppiomani sono nemici delle serrature sin dall’alba dei tempi o, per lo meno, dall’invenzione delle serrature. Entrai nella penombra. Nel silenzio del mio appartamento trovai subito conforto nella mia poltrona e ripresi fiato; i miei polmoni, logorati da anni di sigarette e totale assenza di attività sportiva, rendevano quei quattro piani di scale un’impresa paragonabile a quella di un canottiere agonista. Non accesi la luce in quanto il chiaro di luna non solo era più che sufficiente a guidarmi indenne tra il mobilio, ma era talmente generoso da risparmiarmi la vista dei miei piccoli coinquilini che, all’accendersi della luce elettrica, sarebbero corsi per ogni dove in cerca d’oscurità, rintanandosi nei loro sporchi nascondigli. Accesi una sigaretta. Il minuscolo bagliore del lampo di un accendino, un evento della durata di qualche frazione di secondo, che squarcia l’oscurità a un palmo dal naso, ma a mala pena riesce a scaldarne la punta, bastò per farmi crollare il mondo addosso, per poi scuotermi e sbattermi come uno strofinaccio per pavimenti. Incredulo, dapprima pensai a un brutto scherzo dovuto ai fumi dell’alcol, o a un sogno; ma quella lucidità improvvisa che ti pervade dopo un evento scioccante mi riportò subito alla realtà. Lei era lì, sul mio divano. Lei era lì, era tornata e ora mi fissava in silenzio nella penombra; comodamente seduta sul mio cazzo di divano. Elena era tornata. In genere ci metto tre minuti a fumare una sigaretta, cinque se sono appena sveglio e sei o sette se sono in pausa al lavoro. Quella sigaretta durò abbastanza da farmi riaffiorare alla mente ogni motivo per il quale Elena avrebbe dovuto trovarsi ovunque tranne che sul mio divano, in casa mia, in quell’esatto momento. Per tutta la durata della stessa non proferì parola, limitandosi a fissarmi immersa nel chiaro di luna. I suoi capelli biondi riflettevano la luce azzurrognola dei lampioni in strada mentre i suoi occhi blu sembravano due finestre sull’abisso; ma la sua bocca, la sua bocca era sempre rosa, morbida e lucente. Il frutto che tanto avevo amato avidamente era sempre lì, quelle labbra come pesche. Ciò che avvenne nell’arco dei circa venti, forse trenta, secondi più importanti della mia vita è ora impresso indelebilmente nel retro della camera oscura del mio cervello. L’unica cosa, ora, davvero rilevante riguardo i fatti di quella notte, è che in realtà la mia visione era già netta e definita nonostante, all’epoca, non fui in grado di comprenderne subito la grandezza e la bellezza intrinseca; da qualche parte nella spugna immonda che chiamo cervello, sapevo benissimo cosa stessi facendo. Nel tetro silenzio del mio appartamento trovai ancora conforto nella mia vecchia poltrona logora e ripresi fiato, di nuovo. Nelle mie mani brandivo ancore il grosso posacenere di cristallo col quale sfondai l’osso parietale del cranio di Elena. Un suono nuovo riecheggiava nella mia testa, come un disco rotto; il suono di un cranio umano che si spezza, il suono di una vita che si interrompe. Un suono nuovo in quanto mai udito prima! Nuovo in quanto prodotto di un atto divino, di un sublime esercizio di espressione di volontà. Una strana sensazione di sorpresa colse mia madre quando, mettendomi al mondo, udì per la prima volta il mio vagito. Una strana sensazione di sorpresa colse Dio quando sentì per la prima volta il grido di dolore di suo figlio morente sulla croce. La stessa sensazione di sorpresa colpì me nell’udire il suo cranio frantumarsi. Nel movimento cinetico del mio braccio che portava un banale posacenere di cristallo contro il viso dell’unica donna che avessi mai amato, compresi la profondità di un gesto che, nella distruzione come nella creazione, avvicina l’uomo a dio, rimpiazzandone spiritualmente quest’ultimo. Aimè, il gaudio di una simile esperienza spirituale durò davvero poco. Avevo oltrepassato il confine che terrorizza inconsciamente qualunque essere umano. Tutto il costrutto sociale che grava sulle nostre teste con la sua leviatanica stazza cadde improvvisamente su di me. Ero diventato un assassino; con un cadavere sul tappeto di casa, un movente e un’arma del delitto. In poche parole, ero riuscito a fottermi da solo per il resto dei miei giorni. Il tutto in venti, forse trenta, secondi di divina e ispirata follia.
  6. Marco L.

    Assomigliare a un'idea, un'idea dell'Ikea.

    Ciao @Superfrancy, il tuo è un racconto davvero interessante e originale! La trama vede Frida, intenta a sistemare delle foto di famiglia, che si ritrova catapultata a fare body suspension. Questo passaggio: Lo trovo un po' troppo brusco, quasi uno schiaffo al lettore. E' l'unica cosa che non mi convince del racconto, ma sono quasi sicuro che la cosa sia voluta e intenzionale. Marta non viene descritta, e questo è buono. E' la storia di Frida, del suo corpo; del vuoto che ha in sé e del vuoto che ha attorno. Viene descritta splendidamente, e in quel "maledettamente" è racchiuso tutto l'odio che Frida prova per il suo corpo, ed è un'immagine che arriva dritta allo stomaco! Il disordine alimentare, il disordine nella propria mente, il lutto, la solitudine e la liberazione tramite il dolore. Sono tutti temi forti e narrati con sincerità ed eleganza in un linguaggio scorrevole, fluido. Perfetto nella sua chiarezza. In più, il parallelo col film di Almodovar è una vera chicca. Ogni singola scena è precisa e potente: le foto sul tappeto, il corpo di Frida, il ricordo della madre, la ditta inghiottita dal proprio fallimento, lo sgabello troppo piccolo e le sospensioni. Il finale è catartico: ritrovare la propria vera identità nel dolore. Il dolore che stordisce fino a metterci a nudo, spogliandoci di tutto e mettendoci di fronte ai veri noi stessi, al fine di poterci ritrovare. Ancora, i miei complimenti!
  7. Marco L.

    La Rosa dei Venti - Breve storia di un marinaio

    @Poeta Zaza @Loryzo @Mirkos91 Grazie a tutti per avermi dedicato il vostro tempo e per i bellissimi commenti! Un abbraccio
  8. Marco L.

    Il mio primo passo

    Ciao @SuperSimo e benvenuta! Spero di leggere presto qualcosa di tuo!
  9. Marco L.

    Lo sproloquio di Diego

    Questo frammento è davvero piacevole. Abbiamo un protagonista, mentalmente instabile, che racconta il suo mondo con la lucida chiarezza di chi ci ha veramente vissuto dentro. Si evince la sua alienazione dall'educazione con la quale cerca di mettere il lettore al corrente dei fatti. Non è folle, è solamente distanziato dalla nostra comune percezione della realtà; ed è talmente generoso, dal metterci al corrente delle difficoltà che potremmo avere nel seguire il suo racconto. Ovviamente è solo un incipit, ma si presenta come il prologo a un viaggio che potrebbe essere davvero coinvolgente per il lettore. In poche frasi, lui, che dovrebbe trovarsi a disagio con noi, si spreca per metterci a proprio agio, al fine di raccontarci una storia che, tramite una percezione caleidoscopica del protagonista, noi non potremmo assolutamente intraprendere da soli.
  10. Marco L.

    Mi presento!

    Ci vado subito!
  11. Marco L.

    Mi presento!

    E lo commenterò altrettanto volentieri!
  12. Marco L.

    Mi presento!

    By the way... Mi hanno permesso di pubblicare un mio lavoro. @RobinK @Loryzo @Befana Profana @Mirkos91 @Poeta Zaza Se vi va di dargli un'occhiata, lo trovate nella sezione "Poesie". Si chiama "La Rosa dei Venti". E, sempre se vi fa piacere, postate il link di un vostro lavoro. Lo leggerò molto volentieri!
  13. Marco L.

    Stimolo amaro

    @edotargDeliziosa. "Sorrido, perché è giusto" di fronte "al rito della menzogna". È l'incoerenza della nostra esistenza, un "pazzo gioco controluce". Come nel mito della caverna di Platone, siamo crudelmente condannati a un mondo di significanti senza significati. E nel groviglio dell'umana sofferenza, trovi il tempo per rinfrescarti la testa!
  14. Marco L.

    Mi presento!

    Grazie mille! Ci vado subito
  15. Marco L.

    Il concerto della vita

    Ciao @edotarg Intanto complimenti per il tuo brano! Adesso cercherò di cimentarmi in un commento costruttivo ed esaustivo sul tuo lavoro - cura formale e metrica Ho trovato subito molto piacevole l'economia della pagina e la distribuzione dei vocaboli: Nella prima terzina, e nella quartina seguente, le parole si prendono il loro spazio; il discorso fluisce arioso e libero. Successivamente, la lettura sembra strozzarsi come in un imbuto e le parole si fanno sempre più pesanti (quel "coprono", lento, pesante e cupo sul fondo de "le risate spensierate", che ci porta a "le urla calpestate / e viceversa"). Alla fine nelle ultime tre quartine, il discorso suona spezzettato, come se i versi (nati liberi e leggeri) fossero brutalmente spezzati e infilati uno sotto l'altro, accatastati. - originalità, scelta dei vocaboli Qui mi viene solo da segnalare quel "vitreo", che non mi convince molto. Ma probabilmente sono io che non l'ho capito. - efficacia delle immagini e delle figure retoriche Ecco le immagini che più mi hanno colpito: "Ora che ballo / nel mio metro di arbitrio" è un'immagine lucida e disillusa: danzare in un metro di libero arbitrio, cercare la libertà in quel poco che ci resta di essa. "Le risate spensierate / coprono / le urla calpestate / e viceversa" come in un concerto, le varie sezioni dell'orchestra si accalcano l'una sulle altre in costante rivalità, tra gioia e dolore come tra maggiore e minore (le tonalità). "e quasi fermo tutto / come per fotografarli / per tenerli come giocattoli / in ricordo dei miei anni." la fotografia che trasforma la realtà in un oggetto inanimato, un giocattolo (che tanto ci riporta nel mondo sicuro dell'infanzia) a ricordarci il passato e a tenerci compagnia per la solitudine del futuro - emozioni suscitate. Il concerto della vita suscita emozioni miste. Tra risate e urla è un continuo lasciarci senza fiato tra un mutamento e un altro. Arriviamo su questa terra per lasciare la nostra impronta, ma ci ritroveremo a collezionare giocattoli come ricordi. Rassegnati.
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