Vai al contenuto

Andrea Bedo Bedin

Scrittore
  • Numero contenuti

    4
  • Iscritto

  • Ultima visita

Reputazione Forum

0

Su Andrea Bedo Bedin

  • Rank
    Sognatore

Visite recenti

171 visite nel profilo
  1. Andrea Bedo Bedin

    DUE RUOTE LONTANO DA CASA

    Ore 5.30. La sveglia mi chiama. Inchiodo i piedi a terra. La partenza è tra un’ora. Voglio sfruttare le prime ore di una mattina d’agosto per non soffrire l’afa mentre pedalerò, anche se gli ultimi caldi non mi sono sembrati insopportabili. Ne approfitto per liquefare un te verde, tre gallette smaltate con marmellata di mirtilli e una scodella di avena, mandorle e uvetta. Leggerezza per pedalare facile dall’inizio. Proposito? Divorare 150 chilometri, sfruttando la sfida per raggiungere quel pianeta verde sul quale avevo sempre fantasticato, ma che non avevo ancora osato esplorare: il Parco Regionale del Delta del Po. Parto da Bologna, periferia nord, direzione Lidi ferraresi, Valli di Comacchio per capirsi. Nei due borsoni laterali che mi guardano le spalle, aggrappati alla mia Speed, ho caricato giacca a vento, 200grammi di insalata d’orzo come ricetta di mamma insegna, qualche galletta per il pranzo, 6 barrette proteiche da centellinare, un litro di sali minerali, un litro di acqua naturale e un litro di voglia di pedalare. L’avventura parte puntuale alle 6.30. Le prime sgambate a freddo invogliano a mettersi la giacchetta, ma resisto. L’esperienza mi ha insegnato che la pedalata è il miglior sistema di riscaldamento ecologico esistente. La prima parte del tragitto mi è ben chiara, un po’ perché l’ho pianificata la sera prima, un po’ perché pedalo nelle mie zone, quelle in cui abbraccio quei trenta chilometri alla volta quando voglio rilassare corpo e mente. Budrio paese arriva in fretta. Affianco un boschetto con due lunghi filari di alberi che si guardano tra loro, creando una grotta impenetrabile di rami, mentre sulla destra sorpasso una sistola che, nel suo impazzire idraulico, schizza regalandomi brividi di risveglio. Passo Selva Malvezzi col suo affascinante nome d’altri tempi. Tempi di tardo ‘400. Appena uscito dal paese, la Speed inizia a parlarmi con un ticchettio che accompagna la pedalata. Sarà parafango anteriore balbettante? Borsoni che giocano con i raggi? Un mostro invisibile nella scatola del movimento centrale? Scendo, controllo, esamino. Nulla. Allora approfitto per consolarmi con una barretta e una manata di crema solare, protezione 100, per difendermi dal sole che mi sorride in mattinata, ma che a fine giornata, sarà pronto a pugnalarmi alle spalle. Pedalo in mezzo ai campi verdi-gialli, mentre la mia fantasia gioca con le immagini delle regioni del Midwest, tra Iowa, Kansas, Nebraska, gli stati americani dei grandi raccolti in cui credo di navigare. Controllo la mappa digitale per verificarlo. Sono ancora in Italia. Ma la grande area verde si sta avvicinando. Campotto è il mio prossimo traguardo. Un paesino sprofondato nell’immensa macchia naturale che vedo salutarmi dalla cartina. Capisco che il parco sta iniziando ad abbracciarmi quando l’incrocio che calpesto precede un viale alberato da fiabe, accompagnato sulla destra da un corso d’acqua i cui colori si sposano con la bellezza circostante. Incrocio corridori, camminatori e altri ciclisti che mi sorridono, in preda ad uno stato di beatitudine che inizio a respirare quanto più sprofondo nel parco. Specchi d’acqua lunghissimi gareggiano con le strade bianche che mi accompagnano nel grande cuore del polmone verde. Le mie gambe spingono veloci per esplorare vecchi ponti, chiuse maestose, sentieri stretti, morbide salite, argini immensi e folti boschetti, regno di uccelli di ogni tipo. Il cinguettio di certe specie somiglia al ticchettio della mia Speed che ancora non mi ha abbandonato, e di cui ancora non ho capito la provenienza. Non me ne curo e attraverso tutto il parco per sbucare su una statale che vorrebbe portarmi al mare, ma io devo ancora pranzare e capisco che tutta la meraviglia del parco ha cancellato dalla mia testa l’idea necessaria di una pausa. Sono in zona Longastrino. A 10 chilometri dal mare, ma sento che non ho più gambe. Devo trovare un’ombra dove fermarmi e campeggiare. Anche il cuore fatica a pompare. Sono sfinito. Trovo sulla strada per Anita, paesello che affaccia sulle acque delle valli di Magnavacca e Fossa di Porto, uno spiazzo che fugge dal cemento della strada, regalandomi l’ombra di un grande albero affettuoso. Asciugamano appoggiato sulla terra d’erbacce, insalata d’orzo in bocca, schiena stirata a terra e lunghi respiri. Ho già deciso che, non solo non raggiungerò il mare, ma nemmeno Anita, come se mi pentissi di una mancata occasione amorosa. Ma la stanchezza mi sta apostrofando a male parole: ‘Se continui ti lascio qui! Torniamo a casa!’. Mi regalo allora trenta minuti di stretching, respiri profondi, sorsi d’acqua brevi e un po’ di ascolti musicali al limite del sonno. E quando riprendo conoscenza, appoggio le mie terga sulla sella, direzione Bologna. Cambio strada per cambiare cartoline. Raggiungo Argenta. Rientro e riesco fugacemente dal Parco del Delta del Po. Sterzo per Marmorta che, a discapito del nome vagamente lugubre, mi regala un bar di anziani giocatori di carte, dove rapisco due bottigliette di acqua gelata in un frigo che è un monolite di ghiaccio. Mi faccio accompagnare all’uscita dalla battuta della barista che, vedendomi sgusciare sulla porta fradicio di sudore e sgonfio di fatica ironizza: “Sete, eh?”. Già! Mi fermo allo stadio di Molinella per mangiare l’ultima barretta, sedermi su una panchina solitaria e osservare quanto la vita frenetica non appartenga a queste zone. Alla fine, mi sento bene. Nel viaggio di ritorno ho mangiato e bevuto con giudizio e sento d’aver imparato come gestire il segreto del cicloturista da lunghe percorrenze. Così mi mangio pure Mezzolara, San Giovanni in Triario, Lovoleto e Sabbiuno. Sono praticamente sotto casa ma guardo il navigatore. 124 chilometri. Eh no! Cifra tonda o non se ne fa niente. Decido di farmi altri sei chilometri nelle campagne che conosco bene. Mi chiedono un ultimo sforzo e io glielo dedico con tutto il mio cuore spremuto dalle pedalate. 130! Ok. Ora posso tornare a casa davvero. Negli ultimi metri di questa avventura sento che, oltre all’entusiasmo per questa vita su due ruote, qualcos’altro non mi ha ancora abbandonato. Il ticchettio della mia Speed, che fino all’ultimo ritma la mia sgambata senza farsi vedere, che ad oggi non ho ancora localizzato, e che sono sicuro mi accompagnerà anche nella prossima avventura.
  2. Andrea Bedo Bedin

    Mortorio 3

    Mamma Adeline fu un fantasma per me. La vidi solo negli occhi di mio padre e in diverse apparizioni notturne che mi lasciarono confuso e secco di lacrime. Come i polpastrelli striscianti di un cieco che cercano di comporre il viso di uno sconosciuto, anch'io potevo solo immaginare i suoi lineamenti. Mio padre, il giorno della sua morte, incenerì ogni foto sulla porta di casa. Bruciò pure la valigia rettangolare di finta pelle che per anni le custodì gelosamente. Nel falò si salvarono a malapena i rinforzi angolari di acciaio che tenevano insieme le facce di quella valigia. Così l'unico volto di cui ebbi davvero bisogno, lo persi in quell'abbraccio di fuoco che si portò via per sempre tutti i lineamenti di mamma e una parte delle mie lacrime. Di quei pianti mio padre ne segnò a migliaia nelle pagine del suo diario di pelle nera, detto da lui il “Libraccio”, in cui annotava tutte le noie e le disgrazie che gli capitavano. Il Libraccio era un mattone pesante, delle dimensioni di due palmi di mano uniti a chiedere la carità, riempito di cartaccia giallognola e tutta ondulata sui tagli per l'umidità che si era bevuto. Si poteva chiudere con un piccolo gancio d'ottone che pacificava la prima di copertina con la quarta, tenendo segrete tutte le frustrazioni che si attorcigliavano in quei fogli. Ogni volta che papà lo apriva, il gracchiare delle pagine succhiate dal tempo sembravano accusare la mia esistenza. «François! Perché hai fatto questo a tuo padre? » sussurrava pagina sette. Pagina quarantacinque rispondeva: «Non se lo meritava! E adesso chi riporterà tua madre in vita?». Pagina ventitré non si sottraeva al processo: «Colpevole di omicidio!» e pagina cento, dall'alto della sua importanza numerica, gridava: «Colpevole di esistere!». 1957, il numero delle pagine del Libraccio. 1957, il mio anno di nascita.
  3. Andrea Bedo Bedin

    Mortorio 2

    A distinguersi dalle grottesche convulsioni edilizie del grumo, come io nominavo il mio paese, c'era l'obitorio, un cubo di cemento bianco armato, tutto spigoli vivi, con due finestroni che scrutavano gli astanti della piazza decidendo se entravano per restarci, ed un portone di ferro leggero che apriva la sua bocca per inghiottire noi bifolchi. Fu piazzato al centro del nostro mondo nemmeno fosse stata la cattedrale di Notre-Dame, ma nella sua bruttura cementizia ci rammentava ogni giorno che saremmo potuti diventare tutti suoi visitatori stabili in qualsiasi momento. Così, nei giorni migliori, poteva tramutarsi da cattedrale di morte a chiesa di vita. Il tempo ed io avevamo l'obitorio come comune compagno. Quel monolite di cemento ci inghiottiva tutti i giorni, con la stessa voracità con cui si mangiava le vite dei paesani. Ma comprensione che io fossi un bimbo allacciato senza attenzioni alla vita di mio padre si accese all'età di cinque anni, quando proprio entrando e uscendo dall'obitorio, cominciai a credere che quel mostro comprendesse il mio disagio e mi rigurgitasse dal suo stomaco con benevolenza. «Francois! Ti ho detto mille volte di togliere le mani da quella faccia!». «Scusa Papà. Lui non odora affatto di buono però...». «Eh, certo. È morto. Ma l'ho appena incipriato. Se ci metti sopra le mani, poi devo rifare tutto, devo rifare!». Papà mi trascinava sempre con sé, non avrebbe potuto fare altrimenti visto che perse mamma dopo che lei mi lasciò il suo posto sulla terra. Da quel momento, e per ogni attimo restante, lessi in quegli occhi poco paterni le pagine del suo intimo libro intitolato: Che diavolo sei venuto a fare al mondo?. Ma io ormai ero lì, io con lui, io con lui tutti i giorni, io con lui affamato di vita, io con lui abbracciato alla morte.
  4. Andrea Bedo Bedin

    Mortorio

    Pratico cadaveri da che ne ho memoria. Mio padre gestiva i servizi funebri di un paesello alle pendici del Ballon d'Alsace, un monte stritolato tra i dipartimenti dell'Alto Reno, del Vosgi e il territorio di Belfort. La mia infanzia scelse subito sotto quale ombra coltivare i propri passatempi. Bare, cripte, campisanti e processioni diventarono il mio paese delle meraviglie, come un ragazzino tra le rutilanti attrazioni di un luna park. Il mio primo giro di giostra lo feci a cinque anni, durante una tanatoprassi operata da mio padre ad un contadino delle secche campagne di Lepuil, il nostro disordinato cumulo di case che gareggiavano per il grigiume delle facciate, la decadenza dei legni crudi delle finestre, la confusione delle tegole dei tetti e le spastiche geometrie dei mattoni sputati sui muri. Chi mi raccontò che gli abitanti del paese, dopo la seconda grande guerra, decisero di costruire le case più spaventose mai concepite per allontanare quelle che consideravano visite indesiderate, morti ambulanti, cani malarici, notturne presenze rumorose, fu il dottor Robert. Medico legale, architetto, vivaista, cuoco eccellente e buon amico di famiglia, il dottor Robert fu come un secondo padre. Un primo dovrei dire, considerando che Lazare avrebbe voluto declassarsi in silenzio. Si, Lazare, mio padre. È curioso come la sua famiglia avesse già visto in lui una certa affinità con le sventure. La storia del suo nome infatti regalò i natali ad altre parole che avrebbero definito posti macabri e sinistri come i lazzaretti, pezzenti e disagiati chiamati in Spagna lazzari, furbi e furbetti che in Italia avrebbero chiamato lazzaroni.
×