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Soir Bleue

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  1. Soir Bleue

    La virgola può sostituire i due punti??

    Non indugio oltre sulla questione dei "colori" e della "tavolozza" per non andare troppo fuori tema (avessi notata prima la tua provenienza, non mi sarei arrischiato a tanto): resta, però, l'altra questione, quella della tua "apparente incongruenza": tu hai scritto: e, da come hai presentato la questione dei due punti, il mio sospetto era che tu registrassi come un fatto acquisito che nell'uso quotidiano del linguaggio il "ragionamento organizzato, strutturato ecc." non dovesse trovare posto: e cioè, che sia ammissibile che il modo ordinario di parlare possa contenere un ragionare involuto, embrionale, confuso, irrispettoso delle distinzioni, una poltiglia di varia roba dalla quale si estraggono con fatica grumi di senso ecc. Ora ne fai una questione di scelte e tecnica dello scrittore. Ma se lo scritto ha da essere, per così dire, la versione "organizzata, strutturata ecc." del linguaggio parlato o "in presa diretta", e che una volta si diceva "popolare", deve esso acconsentire e ammettere come lecita quella "presa diretta"? o non dovrebbe, piuttosto, tenerla ben distante da sé, pena il rischio di scivolare, lentamente e senza accorgersene, verso il basso? Te lo chiedo perché, essendo tu uno scrittore, il tuo orientamento personale mi interessa: stiamo andando, forse, verso la formazione di due lingue diverse per due culture diverse?
  2. Soir Bleue

    La virgola può sostituire i due punti??

    Indubbiamente, @Gualduccig , una delle caratteristiche storiche della nostra lingua è la distanza abissale tra lo scritto e il parlato: temo che con l'estensione macrocosmica delle periferie metropolitane e il loro iperpopolamento, e con la bomba dell'invasione di elementi allogeni non integrabili, se non al prezzo di diventare noi degli allogeni in casa nostra, e linguisticamente omogeni loro, le cose peggioreranno. Questo mi conduce a intravedere nel tuo ragionamento una apparente incongruenza: voglio dire che sembra che tu sostenga la tesi secondo la quale, siccome il pensiero cosciente delle distinzioni non possa trovare mai cittadinanza nel modo allora invece di essere questo modo involuto e poco chiaro a doversi caricare della fatica di adeguare sé stesso a uno strato di pensiero superiore, per forza debba essere il contrario. Sono certo, però, che tu non volessi affermare questo. P.S. - Come si può vedere, la questione si sta facendo "politica": c'è un cerchio che si sta chiudendo, e vedrete che obbligheranno noi a imparare l'arabo o lo swahili, accantonando l'italiano, piuttosto che il contrario.
  3. Soir Bleue

    La virgola può sostituire i due punti??

    @Alessandro1982 Posto che gli autori hanno i loro convincimenti personali, e che il loro orecchio ritmico li conduce a soluzioni altrettanto personali, direi che l'insegnante del tizio, che dovrebbe pur sempre essere una laureata, abbia in questa fattispecie del tutto ragione; credo altresì che, proprio perché laureata, quindi provista di solide basi di pratica della nostra storia letteraria, essa possa avere indicato al tizio una pluralità di casi in cui autori moderni e meno moderni si sono mossi in questo senso, e sarebbe il caso che tu ti informassi da lui sulla questione. Io non capisco questa avversione ai due punti: sarà che fanno molto rétro.
  4. Soir Bleue

    Le parole della Luna

    Una volta, un uomo stava ascoltando alla radio la canzonaccia di un mediocre cantautore della Bassa Padana (o meglio: stava subendo obtorto collo la stessa, per motivi dei quali non è importante qui render conto) e si stupì constatando il particolare che, in quella canzonaccia del grattachitarre, con sospetta frequenza ricorreva il nome “mondo”. Lo stesso uomo, poi, lesse una storia – un vago apologo dall’inclinazione vagamente zen – nella quale quasi tutti i contenuti risultavano vaghi, al punto che gli parve di leggere una narrazione che cercasse di dare forma alla vaghezza; e pareva che la Vaghezza stessa avesse guadagnato personificazione e che, finalmente provvista d’una bocca, cominciasse a narrare una vaga storia, che poi vagamente era la sua (della Vaghezza): e quale caratteristica saliente si sarebbe potuta cavare da una vicenda raccontata dalla Vaghezza in persona, quali contenuti, se non quelli in cui essa stessa si specchiava, come Narciso, non conoscendo altro che sé stessa? Contenuti vaghi, appunto, mezze verità dall’elastica tessitura, una saggezza proteiforme e modellabile a piacere, come la creta nelle mani dei bambini: qualcuno tenta di dar forma di cinghiale a un pezzo di das, e magari qualcun altro ci vede un’oca. Tutti e due, però, son soddisfatti: alla fine, è soltanto un gioco. Ma la Vaghezza commise un errore imperdonabile: era pressoché riuscita nel miracolo di scrivere una fiaba che contenesse tutte le vaghezze che una vaga mente umana – e cioè: una mente di cui la Vaghezza avesse preso possesso – fosse stata in grado di vagamente partorire; e chissà per quale vaga ragione si intestardì col nome “mondo”, che in quella vaga storia, non altrettanto vagamente ricorreva in ben tredici occasioni. L’uomo si ricordò della sgangherata canzonaccia del grattachitarre della Bassa, che un giorno lontano qualcuno indirettamente gli aveva imposto di sciropparsi, e nell’interrogar sé stesso su quella insolita convergenza tra due teste che da nulla sembravano accomunate, se non dalla vaghezza, si domandò se un motivo giacesse al fondo della spinosa questione della dianzi accennata convergenza, o se si trattasse di una mera inclinazione individuale, o un’abitudine ricavata dalla ripetuta frequentazione di libri scritti dalla Vaghezza in persona. Per sciogliere questo arrovellante enigma, che tutto pareva fuorché vago, se ne andò dal saggio monaco Malachia, con fama di vaticinatore del futuro. Udita la relazione dell’uomo, il monaco Malachia riflettè brevemente, ché per predire l’esito futuro di un fenomeno non teneva bisogno di fissare vaghe sfere di cristallo, bastandogli la sublime sfera, assai poco vaga, del pensiero; dopodiché, emise il suo responso: sarebbe comparso in futuro un grand’uomo che avrebbe mostrato come un qualunque contenuto filosofico, per essere intelligibile, debba essere e debba non essere una tautologia: “Ma, nell’attesa che quest’uomo compaia”, aggiunse Malachia, “approfitto per dirlo io”. Indi concluse che, nel caso di specie, la parola “mondo”, così tanto arcigna e poco vaga, era probabilmente servita alla Vaghezza per conferire un tono di profonda saggezza al suo racconto, e che c’era da tener per certo che essa non si fosse neppure accorta di quella sfumatura, ma che un istinto segreto l’avesse a quel trucco guidata, nella appena presagita consapevolezza che in quel suo autoreferenziale autoritratto, in qualche modo un po’ di spazio al suo contrario avrebbe dovuto pur lasciarlo: giacché, sebbene al racconto della Vaghezza non si poteva disconoscere una sapiente costruzione e un truffaldinamente ingegnoso utilizzo del valore filosofico del domandare e del rispondere, trattando esclusivamente di sé e delle sue paturnie, e comparendo puntualmente e nelle domande. e nelle risposte, a guisa d’onnipresente spettro, se la sarebbe rischiata non poco: con pena dell’incorrere nella più tremenda delle inintelligibilità: la noia. “Come il tuo risibile rocker della Bassa” sancì, congedando l'uomo, il monaco Malachia alla fioca luce della candela che consumava il suo ultimo centimetro. mentre le violette ombre della sera già posavano sulle mura di pietra dorata della sua cella. L’uomo accettò il liquore d’erbe che Malachia cerimoniosamente gli offerse e, corroborato dall’ulteriore saggezza proveniente da quell’infuso, salutò il monaco, quindi s'incamminò sulla strada verso casa, ripromettendosi due intenti: il primo, di leggere il prossimo capitolo che la Vaghezza di sicuro avrebbe scritto, perché anche dalla Vaghezza qualcosa di non vago si può sempre imparare: e cioè che parole apparentemente precise e non vaghe, a forza di usarle in modo vago, diventano vaghe il doppio di quelle già vaghe per conto loro; il secondo, che in futuro si sarebbe tenuto ben distante dal grattachitarre della Bassa, e forse pure dal "mondo"...
  5. Soir Bleue

    Is Arutas

    I tempi sono quelli che sono: per una maledizione la cui origine andrebbe forse ricercata in meandri di realtà dai quali è consigliabile girare alla larga, sembra che la linea di confine del pensabile sia destinata a restare un Invalicabile: un possente agglomerato di pensiero resta confinato di là dalle Colonne d’Ercole dell’immagine a-razionale. Gli è che questa anomala estate, da poco involatasi nel paradiso dei ricordi, ci ha portato in regalo un corollario di nuove (eppure vecchie) associazioni di idee che si legano in modo ora coreografico, ora ribaldo, all’esercizio dello scrivere in versi. Abbiamo infatti osservato all’opera da un lato una solerte orchestrina del Titanic intenta a mellifluire accattivanti e sinuose giravolte verbali, che potremmo compendiare in un generale Breviario di utili consigli per vecchi acchiapponi di provincia o di riviera, altresì seguite da immancabile, giulivo visibilio di sospirose signorine; e dall‘altro, il consolidarsi di una purtroppo inespugnabile linea Maginot, potentemente presidiata da allegre comari che con ostinazione insistono nell’esercizio di abbinare la poesia ai pasticcini e al tè delle cinque. Qui ancora si ragiona come se si fosse in tempo di pace – senza accorgersi che sotto casa, ormai, c’è la guerra. Seguendo il movimento di questa disgraziata linea storica, o per meglio dire: la linea degli epifenomeni generati da crisi capitalistiche in via di accelerazione e intensificazione, furbescamente utilizzate dalla sadica classe dominante mondialista come mezzi coercitivi delle popolazioni autoctone e della poca sostanza che ancora può trovarsi all’interno del loro perimetro psichico – specialmente in ordine al problema più importante: quello di una definizione corretta, epperciò di una corrispondentemente corretta percezione del continuum storico e delle fratture che vi possono intervenire–, muoverò una critica al brano di @Lollowski prendendo le mosse da una domanda ben precisa: quale è l’origine, quale la presente configurazione di sviluppo e infine quale il prevedibile esito di questo volonteroso sostare nella superficie di una dimensione a prima vista atemporale, dove il pensiero non è di casa, anziché in una linea passato-presente-futuro opportunamente logicizzata e coerentizzata? Apparentemente divagando, vorrei cominciare azzardando una ipotesi: e cioè, che il pezzo che @Lollowski ci ha presentato, di livello indubbiamente superiore rispetto alle ultime sue prove (merito che gli va riconosciuto), proprio pel fatto di rappresentare un progresso “tecnico”, finisca col rovesciarsi immediatamente in un regresso “poetico”. In questo pezzo, a mio giudizio, troviamo un abbassamento dell’asticella del grado di difficoltà della costruzione poetica (e del suo rapportarsi al compito storico) che ha determinato una migliore resa: ossia, quella che nell’Officina del WD suole essere definita “scorrevolezza” del testo, concezione esteticamente ingiustificata che ha determinato e determina perniciose tendenze nel modo di scrivere e di percepire la ragione storica della lingua. Tutto questo ha un nome: modificazione percettiva congruente con una apparente sospensione della dialettica storica. Un brano di poesia che non si misuri con quella triplicità sopra menzionata (origine-configurazione attuale-esito), che non dimostri quanto la mente dello scrittore sia attenta alla scansione delle tappe storiche fin nella dimensione molecolare del suo scrivere, è di per sé indice e sintomo di regressione: il suo testo potrà essere “scorrevole” quanto si vuole, ordinato, senza errori: ma invariabilmente si incardinerà nelle facili ricorsività linguistiche dei poteri. In altri lavori di @Lollowski ebbi modo di apprezzare l’apertura di improvvisi squarci di descrizione del “paesaggio” urbano circostante: erano perlopiù degli intercalare, quadri di una periferia metropolitana desolata, degradata e degradante: questa peculiarità riusciva ad ancorare le narrazioni di episodi vissuti, rievocati spesso con dolore esistenziale, a uno stato di cose, a un’epoca. Certo, in dette rievocazioni non sono mai giunto a scorgere la minima consapevolezza dell’origine del degrado, della sua ratio; né la configurazione attuale, come egli ebbe a rappresentarla nelle citate occasioni, è mai riuscita ad avvicinarsi alla superiore cerchia della Critica, restando perciò confitta nel dominio dell’Ineluttabile. Ciò nonostante, si scorgeva un barlume di quella coscienza inquieta che presagisce l’esistenza di uno strato di senso più profondo dello scrivere poesia, e che a quell’arrancare facesse difetto soltanto un più solido accumulo di studio e consapevolezza storica. Purtroppo, @Lollowski ha girato intorno alla Questione, non ha varcato la soglia del tempio: non ha individuato la via di accesso al labirinto della poesia (e parlo solo di questa, ché per quella d’uscita, c’è assai da sudare e faticare!), e non è andato più in là della prima fase del compito imposto dalla storia allo scrivere versi: quello della mera descrizione. Ora, pur dando per assodato il fiato corto del descrizionismo, che può trovare fondatezza solo nel quadro di una prassi compositiva articolata della quale esso è sì parte, ma non totalità, per causa di questi schizzi improvvisi emergeva un abbozzo di insoddisfazione e per l’insolubile sentimento di scacco che sembra essere compagno fisso del vivere del nostro autore, e per il modo ordinario di scrivere poesia: ed ecco che, pur nello squilibrio formale e nelle pecche di "scorrevolezza" la regressione tecnica produceva una progressione poetica. Aggiungerei, inoltre, che da quei testi emergeva una sorta di accoppiata pudore-candore, meglio declinabile come quel buon gusto di non strombazzare l’ego di chi scrive, la sua voglia di occupare il centro della scena, e per giunta con argomenti risibili. In questo brano, invece, il descrizionismo è rientrato in sé e non mostra la benché minima intenzione di adeguarsi, per quanto imperfettamente, a questa funzione. Il gioco delle forze elementali in rivolta, che occupa il centro della scena, sembra quasi acquisire una giustificazione nell’altro gioco, quello di una obliqua e imbarazzata liaison di "seduzione" tra un uomo e una donna. A questo punto cade la fine della divagazione apparente che accennavo sopra: il quadro della descrizione degli elementi si mostra non più quale sintomo di una angoscia determinata dall’epoca e dall’inautenticità da essa imposta, bensì il mezzo strumentale che permette di proseguire una sottaciuta opera di seduzione. La seduzione è una insincerità presentata con fattezze gradevoli: è l’esatto contrario del sì, sì; no, no riportatoci dall’Evangelista. Ecco: alla disarmata sincerità che affiorava dal descrizionismo segno di reazione esistenziale all’inautenticità e bilanciamento delle superfetazioni del soggettivo, si sostituisce quello che vediamo intessersi nell’armamentario del seduttore; al principio del pudore-candore emerso in altri brani, stavolta è subentrato un diverso discorrere, tale da rendere il complesso del componimento privo di giusitificazione sia esistenziale, sia letteraria. E il compito che la presenza di una certa occasione impone, che nel caso di specie prende le sembianze di una figura femminile, non è più quella di raschiare un po’ la superficie della configurazione presente per indagarla alla luce della sua provenienza, e in direzione dell’esito da pronosticare. Il quale, al contrario, in questa atemporalità viene lasciato indeterminato e sospeso. Sul fronte delle scelte retoriche va segnalato, peraltro, un uso un filino sconsiderato del descrizionismo: C'è questo tramonto su questo scoglio di questa luce di questo mare su questa roccia in questa gloria: un elenco insistito e prolisso che sembra ricamare un testo nel testo, quasi dotato di un suo significato autonomo e la cui ragione va senz’altro rinvenuta in un automatismo dovuto a un metodo da revisionare. Allo scopo di concludere queste osservazioni, e a risposta alla domanda da cui questa critica è scaturita, considerato per giiunta che si è appena sfiorata la questione del metodo, tornerei sulla prassi compositiva di questo pezzo di @Lollowski e sulla sensazione di tempo sospeso che ha determinato: ora, dal momento che ogni tempo sospeso è un artefatto, il risultato che se ne ricava è di straniamento: ciò che accade – non essendovi tra le maglie della scrittura nessuna considerazione, neppure frammentaria, o abbozzata, della triade citata in apertura – sembra scendere dall’alto come una forza teologica; ma, dal momento che abbiamo convenuto trattarsi di un escamotage parte di una strategia retorica “seduttiva”, l’impressione che da questo pezzo si trae ci conduce troppo, troppo lontano da un pur incompleto allineamento all'alto compito che la storia presente sta affidando al mezzo letterario.
  6. Soir Bleue

    Al di là dei giorni

    Nell’accingermi a considerare criticamente questo tuo brano, @Dark Smile , ti anticiperò che considero scontato che tu l’abbia scritto genuinamente, e che poi non te n’esca fuori sostenendo che in realtà si tratta d’una celia, d’un pezzo scritto con intento umoristico o d’una canzonella buttata giù in un giro di noia dettato dalla stagione. Ciò premesso, esordirò affermando che questo pezzo non mi colpisce tanto per la reiterata, e direi quasi pervicace ricerca di estendere errori da principiante per tutta la sua lunghezza, quanto per la peculiarità di manifestare, con inusitata ossessività, un oscuro e poco determinato sentimento di angosciosa depressione dalla prima all’ultima parola. Si vede che le strutture più importanti di un sistema di egemonia – quelle pedagogiche ed educative in senso lato dapprima, e quelle informative a seguire – stanno svolgendo un ottimo e proficuo lavoro. E questi, tra altri, sono i velenosi risultati del nichilismo. Ma, per tornare a bomba al tuo brano, vorrei soffermarmi su delle peculiarità che lo mettono in correlazione, direi quasi in dialogo, con quello di @Monica, che ho prima di questo criticato. Ho scritto: “dialogo”, ma la dimensione solipstica che traspare da entrambi i pezzi mi spinge a considerarlo un dialogo senza relazione dialogica, ossia un dialogo tra sordi. La prima di queste peculiarità è la netta prevalenza dell’uso di immagini e descrizioni: ora, la genesi di un tale crescente intuizionismo, che perfino l’Officina del WD ripetutamente ci presenta, non può che spiegarsi con la suddetta, violenta manipolazione delle coscienze perpetrata a mezzo di ininterrotte psy-op da coloro che, in un celebre libro, vennero chiamati i “persuasori occulti” ma che oggi, avendoli meglio identificati, comprendiamo sotto il nome di Cabala. Ponendo uno sguardo complessivo a questo tuo lavoro, salta all’occhio una seconda peculiarità che l’accomuna a quello di @Monica: l’irregolarità delle varie strofi, frutto di un notevole arbitrio costruttivo il quale non aiuta se non si ha una chiara cognizione di come dosare il gioco delle intensità crescenti e decrescenti; del resto, ragionare di dinamica in questo brano ha poco senso, visto che siamo al cospetto di un flusso d’intensità omogenea e pressoché ininterrotto, fatto di immagini e descrizioni, tutte assai malinconiche. Com’è di prammatica in ogni intuizionismo che si rispetti, le pressioni e coercizioni sullo stato d’animo individuale esercitate dagli agenti che ne sono responsabili non vengono mai sollecitate, né chiamate in causa: vengono accettate per quello che sono. Quale atteggiamento potrebbe essere detto “nichilistico” con maggior fondatezza di quello che passivamente accetta quel che accade finanche nel pensiero? Bisogna precisare, infatti, che qui non siamo in presenza di pensiero, ma di una vita mentale che è regredita al di sotto di esso e delle severe condizioni che esso pone affinché la mente ne risulti illuminata. Risalire al pensiero significherebbe riscoprire l’effettualità dei processi logici, riconsiderare con occhio critico la catena delle cause e degli effetti, e salendo ancor di più considerarne l'interazione sincronica, abbandonando definitivamente il “paesaggio” rinsecchito e mestamente rachitico della mera giustificazione dell’esistente. Già in un’occasione precedente scrissi di poesia che tende alle sembianze di una scrittura automatica: quasi che la penna (e con la tastiera del pc temo che i processi dell’irriflessione sappiano imporsi con maggiore potenza) si lasci guidare dallo scorrere di una sequenza mentale quale che sia, e la causa efficiente della scrittura sia non già la consapevolezza di quanto accade, mediata dagli oggetti della retorica acconci a tale consapevolezza, ma l’irriflesso moto dell’emotività che da paziente, si elegge agente della composizione poetica. Arbitrio significa anche mancanza di selettività, o per tagliare corto: mancanza di gusto: e questa è la terza peculiarità in comune. E, dal momento che il gusto è facoltà intuitiva, ci ritroviamo di fronte allo strano fenomeno che, al crescere dell’intuizionismo, decresce perfino l’intuizione: a sentenza che non percorrere la via del pensiero significa percorrere quella di automatismi che s’impadroniscono delle nostre facoltà intellettive e ci riducono a fantocci di ùbbìe e capricci i più disparati. A compensare il difetto di una solida consapevolezza del peso e del ruolo dei mezzi retorici e della loro funzionalità, ci pensa però la mirabolante escogitazione di iperboli disseminate un po’ ovunque: da davvero una partenza col botto, a per poi proseguire con (forse quel “salpare” è una svista, e volevi scrivere “saltare”), e che dire di e giustappunto per terminare con: L’unico passo che mi ha convinto e che denota stoffa è: Quantunque pure questo avrebbe a sua volta bisogno di una registrata, riconosco che qui hai offerto buona prova: guarda caso, in corrispondenza di un paio di enjambement (sul che dovresti riflettere). Il tono generale, però, è quello di un pesante copione le cui parti si susseguono monòtone, in un quadro generale di invarianza, dall’inizio alla fine; dal momento che non vi sono sufficienti elementi formali a conferire coerenza al testo, questa deve necessariamente sortire dal suo stesso principio costruttivo, il fluire delle capricciose immagini di una fantasia bizzarra: ma questo è per definizione il non-costruttivo. Nessuno stupore, perciò, se l’effetto che il tuo brano suscita è quello del chiacchiericcio, del solipsistico brusìo di fondo dei luoghi affollati: dove ciascuno ha da dire mille cose sparpagliandole all'aria, e nessuna da ascoltare e ritenere nella coscienza.
  7. Soir Bleue

    Graffi

    Benvenuta nell’Officina del WD, @@Monica : mi sono accostato a questo pezzo dopo aver letto con attenzione il tuo commento a Solitèr, che mi ha alquanto incuriosito. Da tale commento si percepisce che sei persona attenta e che cerca di schiarirsi le idee il più che sia possibile sulla poesia: ciò nonostante, ho intravisto alcuni punti non convincenti del tuo argomentare, l’effetto dei quali m’è parso di successivamente rinvenire in questo tuo lavoro. Ora, se compendiare tali punti critici in una sola parola abbia un senso e un’utilità è questione di convincimenti personali; a mio giudizio, le sintesi conservano sempre una importanza che non si saprebbe come esagerare, a patto che scaturiscano da una analisi genuina e non facilona, come invece accade il più delle volte. Nel tuo caso (ma posso sempre prendere una cantonata, beninteso), la parola-sintesi che dopo un po’ di arrovellamento mi è salita alla mente è “immaturità”. E questa parola, man mano che andavo avanti con il mio commento a questo tuo lavoro, mi è sempre più apparsa come il filo rosso che ne avrebbe guidato il dipanarsi. Per entrare subito nel vivo della mia argomentazione, e giustificare questo mio giudizio, ho trovato degna di approfondimento la tua riflessione sulla punteggiatura, purtroppo solo accennata (ho sempre sott’occhio il tuo commento all’ultimo lavoro di Solitèr), là dove scrivi: “Anche l’utilizzo della punteggiatura è complessivamente abbondante. I due punti e il punto e virgola sono rari anche in prosa. In poesia non aiutano a mio avviso”. Già qui mi pare di individuare un primo punto di “immaturità”: che a taluni simboli della punteggiatura, come i due punti e il punto e virgola, si ricorra di rado non vuol necessariamente significare che essi abbiano smarrito la loro funzionalità o che, peggio ancora, gli attuali sviluppi della nostra lingua li abbiano deprivati di giustificazione razionale. Dal momento che sono convinto proprio del contrario, e non abbraccio mai le tesi di chi voglia “giustificare l’esistente”, nella pazza, circolare pretensione che l’esistente si giustifichi da sé, e nella certezza che l’unico metro oggettivo che può dar conto della razionale conformazione della nostra punteggiatura è quella sorta di depositum fidei della nostra tradizione linguistica e letteraria, ultimo baluardo rimasto ad arginare le pseudo-razionalizzazioni politicamente orientate dall’industria culturale, contestare il punto e virgola o i due punti in poesia non già in ragione di un uso errato o poco funzionale (come io stesso, in varie occasioni, ho contestato al nostro Solitèr), ma in ragione di un modo di fare invalso ai nostri giorni, lo trovo fuorviante del pensiero: e ciò che fuorvia il pensiero non può non fuorviare tutto il resto, incluse le prassi letterarie. Perché delle due l’una: o il tuo singolare giudizio sulla punteggiatura trova giustificazione nel recepimento un po’ pigro e decisamente acritico della nostra lingua, così come ce la rimanda il complesso della criminale industria culturale italiota; oppure, esso affiora da una pretesa vagamente statistica: siccome, a occhio e croce, sono poco utilizzati, finiamola lì e cassiamoli dalla lista. Estendendo questo tuo giudizio alle singole lettere, per esempio, visto che la lettera z o la lettera b ricorrono con molta minor frequenza della e o della r, non usiamole più e anzi, potremmo sbrigarcela eliminandole dall’alfabeto e tanti saluti. Quelli della punteggiatura sono segni grafici aventi la funzione di contribuire a ordinare e regolare l’agogica e la dinamica della comunicazione linguistica, in modo tale da assicurare la corrispondenza tra pensiero e rappresentazione del pensiero. Se volessimo istituire un parallelo con la musica, la punteggiatura svolge, nelle lettere, l’ufficio che pause e legature di frase svolgono nel fraseggio musicale. Ciò attiene a condizioni originarie del linguaggio. Questo lungo cappello introduttivo, oltre a proporsi l’obiettivo di farti riflettere sullo stato attuale delle tue idee, onde riconoscere quanto appartiene a te, e quanto, in esse, è stato indotto dalla dominante industria culturale, adempie anche all’obbligo di mostrarti come tu stessa, in questo tuo pezzo, a tua volta abbia usato la punteggiatura, pur senza scriverla: perché quando vado a leggermi a voce alta: è come se la vedessi scritta così: Graffi, (o . – dal momento che la parola successiva ha l’iniziale maiuscola) Ferite leggere, sottili striature che penetrano nella sostanza dell’anima. Né gli a capo sono da soli in grado di fare le veci della punteggiatura; della quale, nel tuo pezzo, ne difetteranno pure i segni; non per questo ne difettano le funzioni. Ritengo che nella tua concezione ristagni un po’ di confusione e anche qui temo che si possa ravvedere un altro segnale di quella “immaturità” dalla quale ho preso le mosse.. Proseguendo con l’esame del tuo brano, mi vedo costretto ad aprire un inciso: la relativa “che penetrano” mi suona, messa in quel modo, davvero male, quasi strozzata, o forse meglio dire: snaturata, dacché più che raffigurare un’azione che il soggetto compie, e cioè quella di penetrare nella “sostanza dell’anima”, sembra quasi svolgere la parte di una “apposizione” del soggetto : come se la coscienza del poeta, percorsa in ogni dove da queste “sottili striature”, sia l’incontrastata protagonista del brano, e la sua presenza “sostanziale” rappresentasse la sola e unica giustificazione del brano; ma è l’intero componimento percorso da questa convinzione, e tutta la tua costruzione sembra desiderare soltanto lo sciorinamento di statiche immagini, non aventi altro obiettivo retorico all’infuori del mostrare la condizione lacerata della coscienza del poeta. Esaminando il blocco di questa prima strofa, ma soprattutto l’ultimo verso, trovo ambedue assai squilibrati: la strofa nel suo complesso, perché l’azione espressa dal verbo, il penetrare, malgrado la potente espressività che gli è intrinseca, è di molto compressa dai due blocchi del soggetto e del complemento, come già evidenziato; l’ultimo verso, invece, immediatamente susseguente all’asmatico predicato, da par suo scomoda, con sintassi poco fluente, il filosoficamente ingombrantissimo concetto di "sostanza", calato d’improvviso sul tavolo come l’asso di briscola, idea che non mi è parsa centrata. Mi sono poi domandato, inoltre: per quale ragione dilatare l’impalcatura concettuale del complemento ricorrendo alla perifrasi “che penetrano/nella sostanza dell’anima”, anziché limitarsi al basso profilo di: “che penetrano/nell’anima”? forse, il tuo istinto e il tuo “orecchio linguistico”, dei quali a sprazzi vedo la presenza, devono averti suggerito che i riferimenti all’interiorità e all’intimità individuale sono delle sabbie mobili di superficiale banalità, dalle quali è molto facile venire risucchiati, e hai ritenuto opportuno utilizzare un poderoso concetto sovraccarico di storia – quello di “sostanza”, appunto – che deviasse su di sé l’attenzione del lettore, confidando nell’illusorio guadagno di sanare il vizio dell’ormai nulla espressività di una parola trita e ritrita, abusata al punto da risultare irritante, qual si è fatta anima. E sia nel tuo ragionamento intorno all’uso della punteggiatura, che in questa decisione di ingenua “strategia” letteraria, io intravvedo quella che sopra ho definito "immaturità". La quale, però, si estende lungo tutto il tuo lavoro. Il secondo blocco di versi, tra tutti, mi sembra il più riuscito: epperò, quella sosta, quel “fiato” che nitido si avverte dopo “appare”, quale altra funzione svolge se non quella di una punteggiatura non scritta e segnalata dagli a capo? Il terzo miniblocco: ci presenta una ulteriore declinazione di questa immaturità, giacché è staccato dal precedente, ma comincia, diversamente da quello, con l’iniziale minuscola: come deve mettere in rapporto, il lettore, questo inizio del terzo blocco alla conclusione del secondo? Se l’uso della minuscola non è una svista, sono portato a immaginare, dopo “felicità”, dei puntini di sospensione, o magari uno di quegli stucchevoli punto e virgola che, a tua detta, “non aiutano”, forse perché ti appaiono come degli elementi apportatori di un eccesso di regolarità e razionalità che disturberebbe il flusso della lirica, trasformandola in una sorta di prosa poetica. Ma, se un lettore leggesse a voce alta questo terzo blocco, il secondo verso non lo renderebbe incline a far sentire due virgole, dopo “dubbio” e “scavare”, cosa che ci restituirebbe l’effetto – assai poco lirico, almeno nella concezione che sembri sostenere – di un comune inciso rinvenibile un po’ ovunque, dalla prosa dei romanzi storici a quella degli atti amministrativi? Questo terzo blocco, inoltre, se considerato contestualmente agli altri due che lo seguono, inaugura la lista delle ininterrotte, semplici descrizioni, e qui ritorniamo a quanto sopra ho scritto in merito all’altra forma di immaturità consistente nella mancanza, già in sede di “progettazione” del brano, di un obiettivo retorico che non fosse la lamentazione delle ferite che ledono la bistrattata coscienza del poeta. Se leggiamo questi blocchi assieme: emergono altre sfumature dell’immaturità; stavolta, la scorgiamo mentre assume la comunissima fattispecie di una scrittura poco controllata. Per esempio, il prolungarsi delle mere descrizioni ti forza all’uso di una quantità smodata di preposizioni, che ti ho evidenziato in grassetto: sono ben tredici, in tutto il brano ce ne sono, salvo errori, sedici. I verbi veri e propri, che predicano un'azione, salvo errori di conta o sviste, sono all'incirca la metà. Trovo, in questo dato, uno squilibrio sul quale dovresti sostare e riflettere. Procedendo nell’analisi, poi, mi sono domandato per quale ragione “dubbio” ha l’iniziale minuscola e “Illusione”, invece la maiuscola. È il dubbio, forse, una potenza meno distruttiva dell’illusione, una volta che la si perda? Quell’“affonda” con l’iniziale maiuscola, staccato dai blocchi, richiamando su di sé l’attenzione anche dal punto di vista grafico (e già qui ci sarebbe da discutere per ore: ma come, facciamo gli snob con la punteggiatura, poi affidiamo quella parte di significati che solo con difficoltà possono essere veicolati da morfologia e sintassi ai giochi di prestigio degli spazi e degli interlinea?), ci mostra una ricorsività: ho come l’impressione (ma mi esprimo in forma dubitativa, perché un solo testo non è sufficiente all’enunciazione di giudizi generali) che la tua tendenza, coerentemente con la pervasiva superfetazione dell’“ego fluttuante” che hai nominato in fine di penultimo blocco, sia quella di insistere molto sulle descrizioni dello stato pietoso in cui versa l’interiorità del poeta, e di ridurre la presenza dell’azione al minimo compatibile con questa tua primaria esigenza espressiva. Credo che anche qui il tuo istinto ti sia venuto in soccorso, e che tu abbia compreso che – dopo il “che penetra” del primo blocco, e gli smilzi “appare”, “incrina”, “erode”, “scavare” ecc. a seguire – costretta tra i vasi di ferro dell’illusione “aggredita dalla ruggine” da un lato, e dal “torbido liquame dei desideri spezzati” dall’altro, l’azione dell’affondare non avrebbe potuto che rivestire l’unica parte rimasta, quella del vaso di coccio: di conseguenza, con scelta corretta, l’hai posta in buona evidenza. Tuttavia, questo stratagemma non ha disperso il fastidioso andamento di elenco di descrizioni che percorre da cima a fondo il tuo pezzo. Sul finire, la mente mi è volata a quei menù dei ristoranti che vogliono scimmiottare la haute cuisine, nei quali sembra troppo terra terra scrivere il nome del piatto e a seguire gli ingredienti: e così, trasformano una pietanza nella descrizione di un quadro: “capesante al profumo di timo con una spolverata di zenzero su letto di patate al rosmarino e pancetta croccante con salsa al brandy e crema di fagioli” ecc. Ciò detto, ti auguro di trovare una espressività che sia il più lontana possibile dai condizionamenti economici e politici ai quali, con modi sotterranei di coercizione, la presente, infausta epoca ci sottopone: è questa la sola via maestra che conosco capace di favorire la “maturazione” di quella “immaturità” della coscienza che sembra percorrere questo tuo pezzo.
  8. Soir Bleue

    Riunione di condominio

    Toh, ignoravo che i santoni dell'Himalaya prendessero parte a riunioni condominiali... Ti sollecito un chiarimento @Elisa Audino : l'informazione che ci dai mi ha mandato in tilt. Si riferisce a un elemento negroide o cos'altro? Ammetto di non essere riuscito a decodificarla, perciò ti ringrazio fin da ora se vorrai rispondermi.
  9. Soir Bleue

    indelebile ricordo

    Eh lo avevo messo in conto che Damasco alludesse a Paolo: e il paragone con la sua conversione dà la misura della difficoltà nell'esprimere un tale sentimento. Ad maiora @Solitèr
  10. Soir Bleue

    indelebile ricordo

    Purtroppo, @Solitèr , noto un certo impaccio in taluni passaggi, cosa che mi induce a ritenere non molto convincente questo tuo brano. Lo eri stato con maggiore efficacia in una tua prova precedente, ora non me ne ricordo il titolo, mentre qui la piena sentimentale alla quale hai voluto dar voce mi risulta, come dicevo, estremamente impacciata da immagini un filo troppo scontate e svigorite (come quelle del sole che sorge e scalda il cuore), mentre invece le immagini che chiudono il brano, quella della pellicola e quella dei colori sull'intonaco mi suonano molto forzate, complice il fatto che la loro resa poetica mi appare poco meditata, come se ti fossi accontentato della prima (o di una tra le prime) versioni buttate sulla carta. Se isoli dal resto del componimento i seguenti versi: credo che anche a te non suoni gran che bene all'orecchio. Purtroppo, per riuscire a rendere con pregnanza la piena dei sentimenti in poesia - e questo mi pare un argomento di riflessione estetica alquanto importante - un minimo di distacco e di elaborazione sono necessari: bisognerebbe essere un fenomeno per riuscire a imprimere di getto una forma poetica meritevole all'erompere degli affetti e dei sentimenti. Anche qui mi resta di fronte, insoluto, l'imperscrutabile mistero degli a capo, e di come tu li abbia decisi così come ce li hai presentati, mentre mi piacerebbe sapere qualcosa di più preciso su quel riferimento a Damasco, che mi ha molto incuriosito: e cioè, se sia da intendersi in senso letterale o metaforico.
  11. Soir Bleue

    Naufrago per 43 giorni cap. 6

    Bentornato eccellente @flambar . Come al solito il tuo brano è un gustoso aperitivo totalmente incentrato sui fatti, sulla cronaca, sulla vita vissuta. Par di leggere un romanzo picaresco, ma ho come l'impressione che quella vena selvaggia di pochi mesi fa si stia un po' troppo piegando alle spinte civilizzatrici della normale sintassi. Da pirata stai facendoti corsaro. Confesso di provare un po' di nostalgia del vecchio Cosimino, ma (almeno a quanto sembra) meno di quanta tu ne abbia di quello spassosissimo carcere nel quale molti vorrebbero essere rinchiusi. Ad maiora Cosimino.
  12. Soir Bleue

    Intuizione

    Io, invece, trovo alcuni difetti in questo brano, che costituisce un passo indietro rispetto ad altri precedenti tuoi, caro @Lollowski , ed è un vero peccato, giacché l’idea che sta alla base di esso è interessante: in alcuni momenti mi è parso di vederci un Notturno, se volessimo adoperare una metafora musicale, e per come sei fatto tu, potresti anche completare una raccolta con questo titolo. Di buono, in esso, c’è la puntuale emersione della tua caratteristica poetica basilare, che è quella di suggerire a chi legge un filo di ritrosia esistenziale, quasi che i tuoi personaggi maggiori siano afflitti dall’incapacità di abbandonarsi ingenuamente al flusso della vita, così come ordinariamente tutti fanno. La concezione del poeta quale “occhio” che vede vivere, anziché vivere, ti riesce bene, anche se il risultato, qui, l’ho trovato assai di maniera, mentre in altre tue prove sei stato più convincente. Tuttavia, questa tematica esistenzialista del vedersi vivere anziché vivere comincia pure a mostrare la corda, specialmente se trattata in questo modo. Utilizzo questa espressione un po’ tranchant perché le tematiche esistenzialistiche, le cronache minimalistiche dei “sottili moti dell’anima” – come amano celiare i critici a gettone delle terze pagine mainstream – siano chiarissimamente al di fuori del tempo storico, e la poesia, oggi, dovrebbe orientarsi, come quella del Risorgimento, verso la militanza e la ricerca e il raggiungimento delle condizioni atte a descrivere e definire le tappe di un traguardo politico. (Detto in termini più chiari: la poesia dovrebbe servire a fare i conti con qualcuno "sulla carta", nella speranza di farli, da qui a non troppo tempo, “sulla carne”). Ma, per tornare al tuo pezzo, credo che il rischio che perennemente corri, considerato il tuo modo di scrivere, consista nell’effetto sedativo determinato dalla monotonia della dinamica: non vedo l’uso tecnicamente accorto di quei mezzi espressivi che nella musica si chiamano crescendo, diminuendo, accelerando ecc., che però appartengono anche alle lettere. Nei tuoi brani non ci sono né agogica, né dinamica, se volessimo restare all’interno della sopra richiamata metafora musicale. E questo, nel momento in cui si aderisce, in un modo che definirei “programmatico” al minimalismo del contenuto, e “programmaticamente” si decide di esprimerlo senza un barlume di formalizzazione, può determinare un qualche problema di ordine poetico nel risultato che si ottiene. Credo di averti scritto in una precedente occasione che quel che mi piace dei tuoi testi è l’indubbia onestà che da essi traspare: sei uno dei pochi che non se la tirano, e quindi uno dei pochi meritevoli di commento. Passando a una considerazione maggiormente di dettaglio, ti dirò che già l’inizio non mi ha ben disposto nei confronti di questo pezzo: A chi, leggendo questo attacco, non è venuta in mente la notte buia e tempestosa di Snoopy? Personalmente, non ho mai avuto molta consonanza con lo scrivere per immagini, però posso accettare che, anche a considerare il titolo che hai scelto per il tuo brano, un parco uso del lato descrittivo della lingua ci possa stare: ti dico onestamente, però, che in questa prova sei andato ben oltre la misura massima posta dalla razionalità dell’equilibrio poetico: le immagini si susseguono senza sosta per i primi venti versi, attraverso asserzioni isolate dal punto fermo, e dobbiamo attendere i due successivi affinché un tale andamento cantilenante venga interrotto dalla domanda fedifraga posta da uno dei personaggi. L’intervento drammatico, che produce movimento, contenuto in questi due versi mi appare molto tardivo, dal momento che, prima di arrivare a questo punto di svolta, chi legge si è dovuto sorbire la manfrina di una introduzione menata per le lunghe, ossia quella pappardella sulla convivialità di seconda mano che l’attuale, perversa forma di potere, sola, ci concede (andare a fare la scorta di cibo spazzatura a risparmio in quegli schifosi e degradanti supermercati, e mestamente riunirsi in casa di qualche amico, la sera – ma, beninteso, non dico che sia stato questo il tuo caso ): ciò mal dispone il lettore alla pur bella ed efficace immagine dell’insetto che urta contro il lume. Su questa sorta di spleen di periferia, che mi sembra essere la tua inclinazione irrinunciabile, ti invito però anche a riflettere: in presenza di un uso dell’armamentario tecnico sempre uguale a sé stesso, alla lunga mostra la corda; pare quasi che la tua vena compositiva (ma giudico a partire da quel poco che ho letto di tuo) possa essere suscitata solo dalla contemplazione di una specie di inadeguatezza esistenziale, magari un piccolo, trascurabile tarlo, tale però da impedire, come già detto sopra, che l’istante che il tuo personaggio sta vivendo possa ospitare l’intero suo essere. Qualcuno direbbe che quel minuscolo tarlo, quel puntino trascurabile che impedisce ai tuoi personaggi di calarsi per intero in ciò che accade è, appunto, lo spazio della poesia. In questo c’è del vero, è fuor di dubbio. Come recitava, però, un vecchio testo di grammatica a uso liceale, bisogna sempre saper variare le strutture sintattiche e retoriche, altrimenti il testo non regge, e questo mi sembra il tuo punto debole. Una annotazione a parte la dedicherei alla spinosa questione degli a capo. Il tuo è, mi par chiaro, un testo di poesia narrata: ciò nonostante, questo particolare non ti dispensa dall’obbligo di fornire i tuoi brani di almeno un briciolo di veste poetica. Non trovo nessuna motivazione razionale nello spezzare un verso come: o addirittura: Se uno che, leggendoti ad alta voce, ponesse attenzione a questi dettagli, rischieresti di fargli sortire un effetto comico, quasi di balbuzie, effetto molto distante dai tuoi intendimenti, credo. Sembrerebbe che l’amministrazione cervellotica degli a capo stia lì a compensare l’ordinarietà minimale e direi quasi il grigiore del lessico e della sintassi, ma l’impressione che se ne trae è unicamente quella di una casualità dovuta al non sapere (o non volere) controllare la propria scrittura.
  13. Mentre ciò accadeva, di Corinto si andava spergiurando quanto fosse stato, insieme con pochi altri, attento interprete delle aspettative prove­nienti dal “mondo del lavoro”; quanto sovente egli avesse esposto questa sua idea nelle assisi che, con regolare cadenza, ogni anno, l’associazio­ne sindacale dei magistrati teneva, a che si discutesse la linea politica da adottare nei confronti del governo. Inoltre, adoprandosi fattivamente per la Chiesa del popolo mondiale pel tramite di diverse contiguità, anche inter­nazionali, era riuscito a guadagnare l’integrazione di questa compagine nel novero di quelle finanziate dal fondo privato di Magyar Rosso, il celebre speculatore di borsa, che devolveva una consistente aliquota percentuale dei proventi del suo fondo d’investimento, il Quanta Fund, alle organizzazioni disposte a propalare il suo messaggio mondialista nei sistemi politici delle nazioni industrializzate. Dopo il frastuono delle prime settimane, ne seguirono altre due nelle quali nulla accadde; ma quando le polemiche già si andavano sopendo per lasciare il posto al concentrato silenzio delle autorità giudiziarie e di polizia, che nel riserbo e nella discrezione anelavano rinserrarsi onde gettare l’intero corpo della sicurezza nazionale a capofitto nelle indagini, cadde vittima dell’ennesimo agguato il giudice Crittus, in carica al tribunale civile. Funzionari del ministero degli Affari interni convinsero il ministro – e il ministro convinse il suo immediato superiore, il primo ministro, ormai nel panico – a istituire un secondo canale d’indagine, molto “discreto”, da affidare in custodia a un investigatore altrettanto discreto e non privo di agudeza. A questo scopo, il direttore del SIS (Servizio per le informazioni segrete e riservate), cioè il servizio segreto civile, ritenendo che in quella terribile faccenda vi fossero coinvolte fazioni estremistiche, suggerí un nome: quello dell’ispet­tore Valdo.
  14. Soir Bleue

    Il contesto. Una trascrizione. Capitolo 1. Parte seconda.

    Buongiorno a te carissimo @flambar : eh sì, gli avvocati spesso son brutta gente, ma il peggio del peggio del peggio sono i magistrati: come dimostra l'insabbiamento dello scandalo delle chat, questi signori si ritengono legibus soluti, e a tutti gli effetti lo sono. Ciò dovrebbe essere di scandalo a un'intera nazione, ma noi stiamo a sollazzarci con altre amenità. Ti ringrazio dell'apprezzamento, ché tornando sul testo mi sono accorto di un paio di passaggi insoddisfacenti e da revisionare, e ricambio l'augurio di un sereno fine settimana. Ad maiora, Cosimino.
  15. Quando a Palazzo di giustizia venne diffuso l’annuncio dell’as­sassinio del giudice Corda, presidente della prima sezione del tribunale fallimentare, ai membri di quel collegio un brivido corse per la schiena. Era stato freddato nei pressi della sua abitazione, nel quartiere residenziale della elegante periferia nord della nostra capitale, ed era il terzo giudice a cadere sotto i colpi di un carnefice che la polizia riteneva essere lo stesso in tutti e tre i casi, considerando la barocca bizzarria del modo col quale le vittime erano state regolate: due colpi alle gambe, cosí da impedir loro rocambolesche sottrazioni all’ag­guato, infine un colpo di grazia al cuore. S’era trattato di tre esecuzioni. Dapprima era stata la volta del giudice Corinto, della sezione lavoro, quindi toccò al consigliere di corte d’appello Dorico. Il problema che assillava gl’inquirenti era, in primo luogo, quello di stabilire un collegamento tra gli uccisi; e gli uffici della squadra investigativa della polizia criminale già attendevano al vaglio del contenuto d’innumerevoli schedari rigonfi di documenti, notifiche, rapporti di ufficiali di polizia, relazioni confidenziali di informatori e infiltrati – dai quali si intendeva estrarre il sospirato indizio che connettesse quelle tre morti – quando un quarto delitto, compiuto con lo stesso metodo, venne eseguito pochi giorni dopo l’assassinio di Corda, allungando la mortifera serie ben oltre il limite tollerabile da una qualunque macchina istituzionale ancora in grado di decidere lo stato d’eccezione. Una smarrita angoscia andava diffondendosi in tutti i palazzi del potere, fino a insediarsi tra le ovattate stanze della corte suprema. Stavolta, la vittima caduta a cagione della fatale sequenza dei tre colpi non rivestiva ruolo di magistrato, bensí quello di notaio di grido: alludiamo a quel Lefont, titolare dello studio piú stimato dagli istituti di credito cittadini. La questione si trasformò, poi, in un irrisolvibile rompicapo allorché sotto il tiro dello scatenato esecutore cadde anche l’avvocato Lutto, esperto in pratiche di assistenza sindacale nelle controversie riguardanti la disciplina giuridica dei contratti di lavoro. Quest’ultimo delitto suggerí agli investigatori un’altra direzione di ricerca: forse, per qualche calcolo ancora incomprensibile, l’esecutore degli omicidi doveva essere ricercato negli ambienti di estremisti in qualche modo collegati al partito progressista transnazionale; e, una volta data per buona questa ipotesi, la ricostruzione del contesto in cui quel quadro delittuoso era andato maturandosi diventava di colpo problematica. L’omicidio di Corda fu analizzato e commentato a fondo dalle gazzette e dalla radio; molti s’incaricarono di ammonire il popolo dalle tribune della comunicazione satellitare. Sugli schermi televisivi di tutte le case apparvero, solenni e compunte, le figure del primo ministro e del presidente del parlamento nei loro completi di grisaglia, nel mentre che il presidente della repubblica lanciava il suo severo monito “a tutti quei complottardi erroneamente convinti di poter intralciare il cammino della giustizia e di compromettere la saldezza delle istituzioni democratiche”. A questi si aggiunsero il cardinal Rasto, segretario della Congregazione per l’ortodossia conciliare (sic!), con il suo irenismo a buon mercato, e i rappresentanti delle organizzazioni sinda­cali che, dicendosi particolarmente colpiti dall’uc­cisione di Corinto, l’inflessi­bile “difensore dei diritti dei lavoratori nelle vertenze contro il padronato”, compiansero “l’impoverimento subíto dal movimento operaio in conseguenza di questa perdita”. Fu poi la volta del presidente dell’as­sociazione degli industriali: egli lamentò, con la scomparsa di Corda, già consulente del governo in ordine alla riforma del diritto fallimentare, la sopravveniente miseria che li avrebbe percossi non potendo piú disporre di quella indispensabile “guida ideologica” del funzionamento del sistema delle imprese industriali: il giudice Corda, infatti, già da un anno anche con loro collaborava, ed era andato fornendo agli industriali consulenze e pareri lautamente rimunerati (che potevano essere riassunti cosí: di quando in quando, toccava segare i rami seccati dal batterio della crisi economica, a che i sani non s’impestassero); il registro delle doglianze venne chiuso, infine, dagli ordini professionali, in particolare quello dei notai e quello degli avvocati, che si rincrebbero della scarsa attenzione da sempre rivolta dalle autorità di governo nei confronti dei tutori dell’aspetto formale e giuridico della vita pratica della nazione, e poi e poi… Toccò allo stesso cardinal Rasto la recita dell’omelia alle esequie di Corda; Corinto fu invece onorato dal responsabile dell’associazione Chiesa del popolo mondiale, padre Abraham Caviglia, alla presenza del deputato Riccardo Rodan, un influente membro della corrente modernista del partito religioso moderato. Corinto e Rodan avevano contribuito al finanziamento dell’associa­zione di padre Caviglia, e in parlamento le richieste della Chiesa del popolo mondiale trovavano sostegno in una disposizione trasversale, da alcuni politologi ribattezzata “alleanza costituzionale”, che andava dalla sinistra filorivoluzionaria sino alla destra cattolica moderata, con l’esclu­sione del partito del blocco identitario. E proprio al blocco identitario – unica rappresentanza parlamentare a opporsi all’im­portazione massiccia di manodopera straniera, di altri paesi, altre razze e altre religioni, in atto ormai da più di un ventennio – si dovevano vituperate iniziative referendarie, in vista della compilazione di una più incisiva strategia di resistenza al tentativo di favorire il progressivo mutamento della composizione etnica della nazione, intorno alle quali il quadro politico “costituzionale”, pur cosí frammentato e invelenito, recuperava, nell’osteggiarle, le ragioni di una posticcia concordia . Nel discorso d’ufficio commemorativo, Rasto adoperò il consueto armamentario moraleggiante, tenendosi in linea con il nuovo dettato pastorale invalso nella chiesa cattolica “modernizzata” da un recente concilio; e dietro ai banchi riservati alle autorità, tra gli spettatori delle ultime file, lì convenuti senza impersonare alcun ruolo nella commedia delle istituzioni che celebrano sé stesse, montava la marea della deferenza supina all’udire lo scialbo sermoneggiare del cardinale dal pulpito del duomo: quel sottaciuto orgoglio da cadetto, tanto facilmente richiamato, per un riflesso automatico, dal lessico fasullo e insincero via via messo a punto da autorità civili e religiose, era la resultanza materiale del sistema di filtraggio e impedimento di qualunque istanza critica, per quanto accidentalmente potesse configurarsi in quelle menti aduse all’obbedienza, quando non alla devozione. Tra esse trovava corso legale la svilita moneta che regola l’atavico scambio presupposto da qualsiasi forma di potere: il man­tenimento e la sopportazione dell’onusta simbologia delle istituzioni con l’illusione di esserne parte.
  16. Soir Bleue

    Il contesto. Una trascrizione. Capitolo 1. Parte prima.

    Grazie del passaggio, caro "scrittore" @lapillo .
  17. Soir Bleue

    Tutta la supremazia che cerchi

    Nel momento in cui un autore sostanzialmente affida un brano poetico all’aspetto grafico del testo sulla pagina, ai giochetti stucchevoli della formattazione, si comincia a essere rosi dal tarlo di un ben preciso sospetto: che forse l’autore non abbia molto da dire. A me pare che a @Elisa Audino questa tecnica del collage, che in principio mi aveva un po’ incuriosito, stia sfuggendo di mano: la transizione del testo dal minimalismo di qualche tempo addietro a dimensioni maggiori (ma neppur tanto), la ricerca di una forma più complessa e di largo respiro (ma non di molto), se trovano alla loro base solo l’aumento della quantità dei frammenti di senso collazionati nel disegno complessivo e poco altro, non potranno che generare, come esito, la disgregazione dell’unitarietà di quel barlume di principio costruttivo che l’autore si è imposto da sé: il quale, già pericolante per via d’una concezione ideologica indotta dall’inavvertita pressione del mondo delle merci, non può che in breve tempo collassare: dopo di che non si riesce più a rimetterla in piedi. Mi trovo, perciò, in totale disaccordo con @Anglares : questo modo di scrivere si fonda su di una pervicacemente ricercata assenza di un principio costruttivo raccordato all'esperienza storica , l’analogia essendo il più esteriore, vago e incerto dei legami rinvenibili tra due oggetti che non siano in rapporto di identità. Persino la tecnica del collage ne dovrebbe poter vantare uno senza ridursi allo stato di una franca contea ove domina la prassi di assegnare senso a casaccio, ma mi augurerei qualcosa di meno banale di questo tedioso filo di indignazione borghese, questo ostinato lasciar riflettere, nell’orditura inerte di un testo montato a ghiribizzo (o “a orecchio”, o ancor meglio: “a occhio”, che nel nostro caso è lo stesso), del cicaleccio di fondo dell’attualità. Sì, voglio dire proprio quella, l’attualità ricavata dai notiziari della comunicazione mainstream e calata di peso inaccortamente nel testo, appena riverniciata dagli arbitrari schemi della dislocazione a destra e a manca di spezzoni scritti: ormai, anche l’indignazione (sentimento moralistico che si compone di individualismo borghese e spia, veritiera quant’altre mai, dello sfascio ontologico dell’epoca) è diventata merce. Qui, di femminismo – inteso nel senso della apparizione storica di questo fenomeno (deteriore, certo, ma che cercava altresì di plasmare una identità collettiva) –, c’è ben poco: intravvedo, in questo brano, nel volontario allontanarsi dell’autore dalla sfera del linguaggio della tradizione (e non intendo il metro, la rima, l’assonanza e quant’altro: no, intendo proprio la originaria natura discorsiva del linguaggio, del linguaggio dotato di senso), una chiusura a qualsivoglia forma di mediazione tra il soggetto e la storia. L’esito non può che essere l’indignazione moralistica dei soggetti atomizzati che riproducono la loro esistenza dibattendosi impotenti all’interno degli avvelenati miasmi della regressione della lingua alla sua infanzia: al suo non poter dire giacché non più in grado di pensare. Perché questo è quel che accade quando si decide di fare a meno del vero motore della lingua, il concetto. Il linguaggio non si inventa. Il linguaggio non è un codice, ma una eredità. Esso non è nella disponibilità del soggetto inteso come una monade divenuta autoreferenziale. Non nego che possa esistere una prassi “sperimentale”, in poesia o in letteratura, genericamente considerata, ma a che servirebbe la critica, se questa non sottoponesse i risultati delle sperimentazioni alla verifica delle severe regole che custodiscono l’autentica espressività? Per quale motivo dovremmo accettare la trasformazione di un bene da custodire, come il linguaggio, in una sorta di Lego. o un incastro di moduli come quelli serialmente prodotti dalle multinazionali del bricolage? In linea con la definizione di tecnica del collage, mi era venuto in mente il paragone col costume di Arlecchino, ma quello un principio compositivo ce l’ha eccome: questo brano, invece, mi sembra come uno di quei carrelli della spesa al supermercato dell’individuo-consumatore medio, dove ci trovi lo yogurt greco, le ciabatte cinesi, il prosciutto olandese, la salsa messicana e l’olio ispano-tunisino. A mio personalissimo giudizio, qui si imporrebbero una bella sosta e una sostanziosa revisione di metodo..
  18. Soir Bleue

    Resurrectio Christi

    La rima fiore/amore è un pugno nello stomaco...
  19. Soir Bleue

    Utopia Rivoluzionaria

    Mi ha fatto molto piacere questa tua risposta lievemente disincantata, @Mara Sverdrup , giacché un elemento di ironia presente nel tuo testo non mi era sfuggito: sia l’ululato col quale hai aperto il brano, sia il curioso ricorso a “zozzato”, aggettivo tipico dei dialetti dell’Italia centrale, come pure quella rima diverrò/bordò (e perché trascurare il gaglioffesco omaggio all’attualità di “assembrati”?), poco sarebbero risultati calzanti in una invettiva che avesse preteso da sé stessa l’obiettivo di coscienziosamente auto-rappresentarsi nella sua purezza: mi era perciò chiaro che, nelle tue intenzioni, dovesse agitarsi dell’altro. Ma di questo altro non avevo alcuna volontà di discutere, dal momento che l’interpretazione di un testo affida, a colui che si incarica dell’onere di cavarne un senso, un obbligo preliminare: quello di andare oltre la cosiddetta intenzione dell’autore. Ho sempre detestato il volontarismo dei significati: il significato, per quanto possa apparire banale ricordarlo (ma un autore, quando elabora un testo, non dovrebbe mai tralasciare di porvi mente), agisce combinando dei significanti e i significanti, presi in sé e in questo loro combinarsi, sono ben volentieri manipolati dai padroni del discorso: nelle loro mani diventano binari morti, e i binari morti sono un efficace metodo di governo. Ora, il critico a mio giudizio somiglia – mi si conceda l’irriverente paragone, che spero non offenderà i cieli del Paradiso – agli Apostoli ai quali il Divin Maestro concesse la potestà di scacciare i demoni dai corpi in nome Suo: ecco, l'obiettivo è scacciare, attraverso la critica, i “demoni” delle manipolazioni linguistiche dei padroni del discorso dal "corpo" del linguaggio. Fuor di metafora: chi critica un testo ha (o dovrebbe avere) quale obiettivo primo e ultimo quello di estrarne tutti i possibili strati di senso, non dimenticando mai che la lingua nella quale questi strati di senso sono sedimentati non è una invenzione dell’autore, ma una eredità storica calata in un processo altresì storico di mutazione e riconfigurazione, ed è soprattutto oggetto di scontro politico. Un testo letterario, quando ha un suo senso e non è una scemenza, voglio dire: è genuinamente espressivo e non un mero soddisfacimento dell’ego dell’autore, ai miei occhi prende la sostanzialità di una massa oggettiva contenente determinati rapporti di potere, ed è in quanto tale che va criticato, non certo mettendo l'autore sul lettino dell'analista. Diciamo che il commento che ti ho proposto era una sorta di monito, e devo dire che il seguito di ciò che hai scritto mi lascia pensare di non aver mancato di molto l’obiettivo. Non era mia intenzione fare le pulci al tuo credo politico perché: 1) non sono un sostenitore della finzione democratica, considero il “pluralismo” il veleno che ci sta intossicando a morte e, quindi, non credo che uno scontro politico possa essere ricomposto dal chiacchierare; 2) non rispetterebbe i propositi insiti nell’Officina del WD e quasi certamente annoierebbe i partecipanti. Consentimi però di dirti che hai evidenziato, nella tua risposta, una indubbia contraddizione tra la prima parte, nella quale non sei stata fedele alla tua opera (voglio dire: l’importante tema che hai scelto di affrontare non è di quelli liquidabili con una risata – con tutto il rispetto che nutro per l’augusto @flambar – tanto meno ciarlieri voli d’uccello da padrona del salotto di casa), e la seconda. E infatti, in questa seconda parte della tua risposta, descrivi i veri proponimenti del tuo brano: E ti par poco? Roba da regolare con risate o peripezie pettegole alla Madame Du Deffand? Al posto tuo, l'avrei trovato quasi offensivo ma, come dicevano gli antichi, a ciascuno il suo. Però, proprio perché ci troviamo ospiti dell’Officina del WD, voglio far appuntare la tua attenzione su un particolare: e cioè che io, contestualmente alla critica delle tue posizioni politiche, dalle quali mi divide tutto, criticavo anche il tuo brano: e questo è un metodo. Per esempio (e forse non sarò stato chiaro io, e me ne scuso), quando ho scritto quell’appunto all'immagine del fiore di loto, non intendevo spendermi in una interpretazione di questo simbolo, ma mostrare che il brano non riesce a rappresentare la base materiale di cui si sostanzierebbe questa nuova umanità: e nel caso non fossero le nanoparticelle gigatossiche della produzione, che la nuova umanità si sarebbe, come dici tu, e chissà come, lasciata alle spalle, da dove verrebbero fuori questi nuovi uomini che chiami “fratelli miei”? Per restare nella metafora: se il fiore di loto nasce in fangosi acquitrini, è evidente che è lì che trova l’habitat favorevole alla sua riproduzione; e allora, quali condizioni consentirebbero alla nuova umanità di riprodursi oltre questo brodo primordiale della produzione termonucleare ex abrupto spedito nel passato? Brodo primordiale che, tra l'altro, se devo credere al pessimismo che affermi in ordine alla sua intrascendibilità, come può essere così allegramente scavalcato? Abbiamo dimostrazione che, se è vero che la natura non fa salti, anche la storia trova difficoltà nel saltare. Magari non l’ho visto io, e nel testo ci sarà disseminato qualche altro simbolo, ma qui trovo una certa manchevolezza, tant’è vero che ho scritto che in quel punto sembravi in preda a una trance, a un sognare a occhi aperti, e io stavo segnalando non solo e non tanto un problema politico, quanto un problema di costruzione poetica, risultata in quel punto di transizione al secondo segmento di testo un po' sghemba. Quando poi affermi: trovo che tu stia cercando di cavartela un po' troppo a buon mercato: sia perché le incapacità dei singoli avrebbero meritato severe frustate, sia perché da quello che scrivi deduco confusione di pensiero: tra il singolo e l'umanità esistono molte istanze mediatrici, delle quali il potere è accortamente cosciente, tanto da sfruttarle con grande astuzia a proprio vantaggio. Ma anche il potere è un pezzo di "umanità" (a meno che non si creda alla teoria dei rettiliani), e qui trovo che l'autocoscienza del tuo lessico sia insufficiente e ancora largamente al di sotto, vista la tua giovane età, dell'altezza del compito. A riprova delle tue incertezze sulla padronanza riflessiva del tuo lessico, particolare con cui il potere va a nozze, vorrei chiudere con un invito a soffermarti su un dettaglio a mio avviso non da poco: il tuo testo si intitola Utopia rivoluzionaria, qui invece hai scritto "rivoluzione utopica", rovesciando i termini: il sostantivo è diventato aggettivo, e viceversa. Sembra una questione irrilevante, ma è invece degna di nota, vuoi della tua scrittura (e quindi del tuo pensiero) ancora ondeggiante e poco sorvegliata, e non mi stupisco perciò degli esiti nichilistici che rappresenti, vuoi perché affibbiare questo aggettivo "utopica", troppo spesso usato ad mentula canis, al sostantivo rivoluzione ci riconduce circolarmente all'esito nichilistico or ora accennato, e vuoi soprattutto perché "utopia rivoluzionaria" lascia intravvedere una connotazione energica di un carattere (espresso dall'aggettivo) del sostantivo, mentre col suo rovesciamento ci ritroviamo nel pieno di uno scoramento e un senso di sconfitta storici. Su questo punto troviamo però un accordo: la rivoluzione, come tutti i fenomeni della razionalità storica, non scaturisce dal nulla, ma si compone di passaggi logici. Nessuna utopia sarà mai rivoluzionaria, e non lo è già nel suo significato originario: al contrario, ci porterà nelle secche dello scoraggiamento per l’ennesimo fallimento. L’esito dell’utopia è il nichilismo, e questo tu lo hai congruamente e con onestà rappresentato nel terzo e più breve segmento. Ecco perché i padroni del discorso non combattono l'inane dibattersi in questo equivoco concetto, ma al contrario esigono che l’industria culturale al loro servizio la promuova massicciamente nella dimensione irrazionale del linguaggio.
  20. Soir Bleue

    Il Consulto

    Ah ah ah ah Eh beh, caro Cosimino, mi viene buono dire: chi meglio di @flambar con tutto quello che gli è capitato ci può dire qualcosa di veritiero sulla psicologia femminile? Inoltre ricordati che le migliori informazioni psicologiche sono quelle mostate, non quelle dette. Dalla tua risposta deduco che sei una miniera inesauribile di capitoli di un unico romanzo, e solo tu sei in grado di scriverlo, perciò adelante!, non perdere tempo e scrivi tutto amico mio. Ad maiora, Cosimino!
  21. Soir Bleue

    Il Consulto

    Ma che capra e capra, Cosimino: sei uno scrittore vero, altro che storie! Uno scrittore con il pregio di non annoiare mai, un talento naturale che sta colmando progressivamente il divario tra volontà e capacità. Mi piace e mi convince sempre di più la bravura che dimostri nell'armonizzare velocità e leggerezza delle descrizioni da una parte, e qualche riflessione concentrata sull'interiorità dall'altra. Proprio quest'ultima mi sembra il tuo punto di forza: non perdi mai il senso della misura, questo lo trovo encomiabile. Esilarante l'episodio finale con la consegna del "tait" alla signorina Margherita! Grazie a pochi rapidi schizzi hai saputo illustrare le verità della psicologia femminile. Un consiglio, però: non mi diventare troppo accademico, ho il terrore di perdere per sempre il mio divertente e scapestrato amico-scrittore @flambar . Ad maiora, Cosimino!
  22. Soir Bleue

    Utopia Rivoluzionaria

    Finalmente un brano che si misura con altro che non sia il chinarsi sulle paturnie fru fru delle individualità terminali di questa epoca formidabilmente decadente! Faccio i miei complimenti all'autore, ma, nonostante la consonanza d’idee e la familiarità che ho sempre intrattenuto con il genere dell’invettiva, il quale, peraltro, dovrebbe sentirsi a casa sua tra i costruttori d’utopie, non sono riuscito a rinvenire, in questo testo, il raggiungimento della consapevolezza, sia contenutistica che formale, che l’importante materia meriterebbe, e mi sono perciò sentito deluso come chi si sia venuto a trovare davanti a una promessa non mantenuta. La promessa non mantenuta alla quale vado alludendo è, in primo luogo, quella del titolo. Però, se consideriamo il tutto da un altro punto di vista, forse l’unico che veramente conti, ossia quello dei padroni del discorso, il titolo – lungi dal non mantenere ciò che promette – rappresenta invece il manifesto programmatico del testo. Ciò che voglio dire è che, oggi, dovremmo essere tutti abbastanza smaliziati circa il fatto storicamente consolidato che non v’è nulla di più reazionario delle cosiddette “utopie”. Immaginare altri universi, punti di rottura della storia più o meno violenti, palingenesi e nuove incognite della grande equazione umana: tutto ciò è molto caro ai padroni del discorso. Che c’è di meglio dell’immaginazione al potere, visto che l’immaginazione una sola cosa sa fare, e cioè immaginare? Abbinare, quindi, in un titolo dal tono declamatorio e roboante, l’aggettivo “rivoluzionaria” al sostantivo “utopia” è (dal punto di vista dei padroni del discorso, come dicevo poc’anzi) indicazione e misura del capolavoro compiuto, del travisamento divenuto forza materiale. Il testo ha, poi, confermato (almeno a giudizio mio, beninteso) questo rovesciamento dell’angolo d’osservazione che ho utilizzato come chiave interpretativa. Osservandone la segmentazione, mi sono imbattuto nella evidente contraddizione tra la ricerca di una fraseologia molto borderline nella sua intenzionale ricercatezza, da un lato, e dall’altro l’impalcatura alquanto scarna dei passaggi retorici, ai limiti dell’ingenuo (cosa che mi lascia intuire, giacché è tipico, una età non troppo avanzata dell’autore: ma posso sempre prendere una cantonata, non sarebbe la prima volta). È fuori di dubbio che il testo di @Mara Sverdrup illustra l’ambizione dell’autore di misurarsi con eventi importanti, e questa ripulsa del minimalismo, del ripiegamento nella scontatezza dell’intimismo è certo un fatto rimarchevole. In questo brano ho rinvenuto serietà e impegno. Mi sento di poter affermare, però, che il risultato è linguisticamente immaturo, e che presenta tutti i caratteri del procedere a tentoni. La scelta di una serie di vocaboli e immagini presi dal sapere delle scienze naturali (o, più correttamente: dalla semplificazione divulgativa del sapere delle scienze naturali), catapultata nel testo e unita all’enfasi di una persistente declamazione, avrebbe suggerito di imprimere al brano una maggiore uniformità nella lunghezza di ciascun singolo verso, allo scopo di attenuare l’effetto di tensione che si ricava dalla lettura, causato dal sommarsi di svariate irregolarità: una tensione continua e mai risolta, se non nel nichilistico finale. Trovo infelice, inoltre, la scelta di immagini quali quella dei globuli rossi, delle arterie e della pressione sanguigna: messa come è messa, questa articolazione si configura quale lunga e macchinosa perifrasi della vampa della ribellione innescata dal connubio rabbia-volontà. Questo connubio mi pare il punto saliente e più originale del componimento. Il testo, infatti, ci conduce da una prima parte profondamente venata di collera – nella quale l’affetto meno rivoluzionario che esista, e cioè la rabbia, dovrebbe fare da guida e conferire legittimità alla volontà (così interpreto l’aureola fattasi corona) dell’Angelo di giustizia (altra confgurazione ingenua dell'esito rivoluzionario) – a una seconda parte, quella in cui viene descritto il fatto compiuto, la giustizia avvenuta, ma che irrompe ex-abrupto e senza un passaggio logico. È a questo punto che rinveniamo una curiosa concordanza di forma e contenuto: giacché al testo che ci annuncia, così e semplicemente, la rinascita dell’umanità da una catastrofe termonucleare, senza che nulla che sia stato detto prima abbia gettato un po’ di luce sulla istanza che dovrebbe farle da base, fa da contrappeso la brusca e repentina transizione al secondo, grande segmento di cui il testo si compone: la comparsa-visione di una nuova umanità (che, poi, tanto nuova non sembrerebbe, dal momento che, a quel che si capisce, sarebbe composta sempre di una materia ascrivibile a scarti di produzioni tecnologiche di quel potere che “comanda” l’intero muoversi della Tecnica), quella della giustizia fatta, descritta quasi al modo della scrittura automatica indotta da uno stato di trance : Questo curioso fenomeno del coincidere eterodosso di forma e contenuto è probabilmente dovuto al fatto che all’autore andrrebbe lasciato il tempo di soffermarsi su un particolare non da poco: e cioè che la rivoluzione è una scienza. Così come il potere, oggi, ha assunto su di sé la forma della scienza onde poter perpetuare la sua capacità di egemonia sulle coscienze, incessantemente adeguandola alle combinazioni mutevoli dei mutevoli elementi che la storia produce, del pari la rivoluzione deve darsi questo statuto, caricandosi sulle spalle la croce della scienza. Nel caso della rivoluzione, di un discorso rivoluzionario del tutto sottratto al “gioco” linguistico dei significanti non significativi che compongono la ragnatela comunicativa ed egemonica del potere, ebbene questo discorso potremmo lapidariamente definirlo come fissazione concettuale di passaggi unitariamente logici e storici: giacchè la storia, in quanto storia del potere (o del capitale) conserva sempre una sua logica (e, a considerare gli esiti, sembrerebbe che questa logica sia un circolo chiuso, privo di dispersione), mentre per demistificare la logica del potere è necessario mostrarne le determinazioni storiche. Il rinvenimento e lo studio dei passaggi nei quali si articola l’egemonia del potere mostrerà come la rivoluzione non può scaturire né dal nulla, né da detriti residuati dalle pratiche distruttive della signoria del potere sulla Tecnica. A questo movimento della Tecnica, l’onestà dell’autore sa bene di non poter opporre nessuna resistenza: e il piccolo segmento finale, inquadrato in un nichilistico anticlimax, rappresenta l’impotenza in modo calzante: Insomma: molto rumore per nulla. Vorrei, in conclusione, rovesciare la metafora di @Mara Sverdrup : la rivoluzione non è un fiore di loto che nasce dal fango. D’altronde, quando si discorre di critica rivoluzionaria del discorso del potere, il primo accorgimento da tener presente è il sostare lontani le mille miglia dalla paccottiglia simil-orientaleggiante. Bastano pochi di quei ridicoli gargarismi per sviare le più nobili intenzioni dalla retta via.
  23. Soir Bleue

    I l P a l e r m i t a n o

    Caro Cosimino, contrariamente a una certa e assai diffusa opinione del tutto appiattita sulla linea trincerata del cosiddetto editing, al punto che neppure si accorge che si tratta soltanto di idées reçues , e niente farina del proprio sacco, volevo chiarire che - stando a come la vedo io, naturalmente - la letteratura, per essere buona e valida, non ha bisogno né di essere "scorrevole", né di essere "ben sviluppata". Se tu ti mettessi a scimmiottare l'esperienza dei mestieranti, vale a dire: ripetere a pappagallo delle mere convinzioni che non godono di nessuna oggettività all'infuori di quella dettata ex-cathedra dalla forma di merce, in tal modo non saresti più @flambar , ma uno dei milioni di incapaci di immaginare soluzioni alternative per una letteratura che non sia necessariamente un prodotto di mercato. A me sembri non già un semplice descrittore di cose accadute, ma un demiurgo che sa plasmare la materia narrativa in modo originale e potenzialmente non conformista. La tua naturale propensione allo schizzo veloce, alla trasformazione agile e grottesca dei personaggi, che tanto mi rimanda al Candido voltairiano, miseramente si perderebbe in un cimitero di elefanti. Ciò nonostante, anch'io ti auguro un "profiquo impagno". Ciao Cosimino e stammi bene. Ad maiora.
  24. Soir Bleue

    I l P a l e r m i t a n o

    Ciao @flambar , finalmente rieccoti! Un altro godibilissimo episodio della tua sterminata carriera marinara mi ha deliziato l'afosa giornata (e anche l'insonne nottata precedente, lo ammetto). Se non ho capito male, tutto quello che scrivi è realmente accaduto, e per questo motivo potremmo dire che stai componendo, frammento dopo frammento, una tua autobiografia in pubblico. Gradirei sapere qualche dettaglio in più a proposito del tuo modo di preparare il materiale dei frammenti che via via proponi: ti muovi da bozze di testo già preparate che rielabori, oppure vai a braccio? Mi pare ormai una certezza che la tua vena narrativa sia tra le più genuine del WD: che ci sia un vero talento è patente e si percepisce anche il divertimento a posteriori che ti procura la rievocazione delle turbolenze che la dura vita di mare sa "regalare" a chi la sceglie. In questo brano, ho avuto in più punti la sensazione di trovarmi davanti alla sceneggiatura di un film poliziesco degli anni settanta, con quelle accelerazioni improvvise e fulminanti le quali, pur se immancabili e ripetute a iosa, un vero marchio di fabbrica, non stancano mai, tant'è che, ancora oggi, ce li rivediamo volentieri ogni qualvolta se ne presenti l'occasione (o almeno lo faccio io). Questo personaggio da te descritto, il Palermitano, risulta così plasticamente tipico di quella città, che un po' conosco, che non si fa alcuna fatica a tenerlo per verosimile, e ti voglio fare i miei complimenti per la capacità che hai di conquistare il lettore sin dalla prima parola che scrivi, dote assai rara. Una tale capacità affabulatoria prevale di molto sulle imprecisioni che, di tanto in tanto, ricorrono. Però, dal momento che ho dato un'occhiata ai tuoi testi più vecchi, ti riconosco anche la capacità e la dedizione che hai profuso nel voler migliorare il tuo modo di scrivere, e fortunatamente la tua naturale propensione al bel narrare non ne ha risentito (particolare, questo, che dovrebbe inorgoglirti). Ad maiora, Casimino! P.S.- Ma proprio non è previsto un ultimo capitoletto di Naufrago per 43 giorni? Tanto per sapere come il naufrago farà ritorno a casa.
  25. Soir Bleue

    Naufrago per 43 giorni cap 5

    Accidenti, @flambar , che brutta notizia che mi hai dato, già sono passati 43 giorni? Rispetto la tua decisione, e non so se sia di cattivo gusto andare avanti con una vicenda come la tua; di certo so che la tua narrazione è spassosa, ricca, dinamica: ma credo che ci delizierai con qualcos'altro. Non sapevo che esistessero le delfiniere, mai avrei immaginato che si potesse dare la caccia a questi meravigliosi animali. In attesa della prossima avventura, volevo chiederti: ma il tuo scritto sul conte de la Gironde sono qui sul WD?
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