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Soir Bleue

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  1. Soir Bleue

    Il contesto. Una trascrizione. Capitolo 1. Parte prima.

    Grazie del passaggio, caro "scrittore" @lapillo .
  2. Soir Bleue

    Tutta la supremazia che cerchi

    Nel momento in cui un autore sostanzialmente affida un brano poetico all’aspetto grafico del testo sulla pagina, ai giochetti stucchevoli della formattazione, si comincia a essere rosi dal tarlo di un ben preciso sospetto: che forse l’autore non abbia molto da dire. A me pare che a @Elisa Audino questa tecnica del collage, che in principio mi aveva un po’ incuriosito, stia sfuggendo di mano: la transizione del testo dal minimalismo di qualche tempo addietro a dimensioni maggiori (ma neppur tanto), la ricerca di una forma più complessa e di largo respiro (ma non di molto), se trovano alla loro base solo l’aumento della quantità dei frammenti di senso collazionati nel disegno complessivo e poco altro, non potranno che generare, come esito, la disgregazione dell’unitarietà di quel barlume di principio costruttivo che l’autore si è imposto da sé: il quale, già pericolante per via d’una concezione ideologica indotta dall’inavvertita pressione del mondo delle merci, non può che in breve tempo collassare: dopo di che non si riesce più a rimetterla in piedi. Mi trovo, perciò, in totale disaccordo con @Anglares : questo modo di scrivere si fonda su di una pervicacemente ricercata assenza di un principio costruttivo raccordato all'esperienza storica , l’analogia essendo il più esteriore, vago e incerto dei legami rinvenibili tra due oggetti che non siano in rapporto di identità. Persino la tecnica del collage ne dovrebbe poter vantare uno senza ridursi allo stato di una franca contea ove domina la prassi di assegnare senso a casaccio, ma mi augurerei qualcosa di meno banale di questo tedioso filo di indignazione borghese, questo ostinato lasciar riflettere, nell’orditura inerte di un testo montato a ghiribizzo (o “a orecchio”, o ancor meglio: “a occhio”, che nel nostro caso è lo stesso), del cicaleccio di fondo dell’attualità. Sì, voglio dire proprio quella, l’attualità ricavata dai notiziari della comunicazione mainstream e calata di peso inaccortamente nel testo, appena riverniciata dagli arbitrari schemi della dislocazione a destra e a manca di spezzoni scritti: ormai, anche l’indignazione (sentimento moralistico che si compone di individualismo borghese e spia, veritiera quant’altre mai, dello sfascio ontologico dell’epoca) è diventata merce. Qui, di femminismo – inteso nel senso della apparizione storica di questo fenomeno (deteriore, certo, ma che cercava altresì di plasmare una identità collettiva) –, c’è ben poco: intravvedo, in questo brano, nel volontario allontanarsi dell’autore dalla sfera del linguaggio della tradizione (e non intendo il metro, la rima, l’assonanza e quant’altro: no, intendo proprio la originaria natura discorsiva del linguaggio, del linguaggio dotato di senso), una chiusura a qualsivoglia forma di mediazione tra il soggetto e la storia. L’esito non può che essere l’indignazione moralistica dei soggetti atomizzati che riproducono la loro esistenza dibattendosi impotenti all’interno degli avvelenati miasmi della regressione della lingua alla sua infanzia: al suo non poter dire giacché non più in grado di pensare. Perché questo è quel che accade quando si decide di fare a meno del vero motore della lingua, il concetto. Il linguaggio non si inventa. Il linguaggio non è un codice, ma una eredità. Esso non è nella disponibilità del soggetto inteso come una monade divenuta autoreferenziale. Non nego che possa esistere una prassi “sperimentale”, in poesia o in letteratura, genericamente considerata, ma a che servirebbe la critica, se questa non sottoponesse i risultati delle sperimentazioni alla verifica delle severe regole che custodiscono l’autentica espressività? Per quale motivo dovremmo accettare la trasformazione di un bene da custodire, come il linguaggio, in una sorta di Lego. o un incastro di moduli come quelli serialmente prodotti dalle multinazionali del bricolage? In linea con la definizione di tecnica del collage, mi era venuto in mente il paragone col costume di Arlecchino, ma quello un principio compositivo ce l’ha eccome: questo brano, invece, mi sembra come uno di quei carrelli della spesa al supermercato dell’individuo-consumatore medio, dove ci trovi lo yogurt greco, le ciabatte cinesi, il prosciutto olandese, la salsa messicana e l’olio ispano-tunisino. A mio personalissimo giudizio, qui si imporrebbero una bella sosta e una sostanziosa revisione di metodo..
  3. Soir Bleue

    Resurrectio Christi

    La rima fiore/amore è un pugno nello stomaco...
  4. Soir Bleue

    Utopia Rivoluzionaria

    Mi ha fatto molto piacere questa tua risposta lievemente disincantata, @Mara Sverdrup , giacché un elemento di ironia presente nel tuo testo non mi era sfuggito: sia l’ululato col quale hai aperto il brano, sia il curioso ricorso a “zozzato”, aggettivo tipico dei dialetti dell’Italia centrale, come pure quella rima diverrò/bordò (e perché trascurare il gaglioffesco omaggio all’attualità di “assembrati”?), poco sarebbero risultati calzanti in una invettiva che avesse preteso da sé stessa l’obiettivo di coscienziosamente auto-rappresentarsi nella sua purezza: mi era perciò chiaro che, nelle tue intenzioni, dovesse agitarsi dell’altro. Ma di questo altro non avevo alcuna volontà di discutere, dal momento che l’interpretazione di un testo affida, a colui che si incarica dell’onere di cavarne un senso, un obbligo preliminare: quello di andare oltre la cosiddetta intenzione dell’autore. Ho sempre detestato il volontarismo dei significati: il significato, per quanto possa apparire banale ricordarlo (ma un autore, quando elabora un testo, non dovrebbe mai tralasciare di porvi mente), agisce combinando dei significanti e i significanti, presi in sé e in questo loro combinarsi, sono ben volentieri manipolati dai padroni del discorso: nelle loro mani diventano binari morti, e i binari morti sono un efficace metodo di governo. Ora, il critico a mio giudizio somiglia – mi si conceda l’irriverente paragone, che spero non offenderà i cieli del Paradiso – agli Apostoli ai quali il Divin Maestro concesse la potestà di scacciare i demoni dai corpi in nome Suo: ecco, l'obiettivo è scacciare, attraverso la critica, i “demoni” delle manipolazioni linguistiche dei padroni del discorso dal "corpo" del linguaggio. Fuor di metafora: chi critica un testo ha (o dovrebbe avere) quale obiettivo primo e ultimo quello di estrarne tutti i possibili strati di senso, non dimenticando mai che la lingua nella quale questi strati di senso sono sedimentati non è una invenzione dell’autore, ma una eredità storica calata in un processo altresì storico di mutazione e riconfigurazione, ed è soprattutto oggetto di scontro politico. Un testo letterario, quando ha un suo senso e non è una scemenza, voglio dire: è genuinamente espressivo e non un mero soddisfacimento dell’ego dell’autore, ai miei occhi prende la sostanzialità di una massa oggettiva contenente determinati rapporti di potere, ed è in quanto tale che va criticato, non certo mettendo l'autore sul lettino dell'analista. Diciamo che il commento che ti ho proposto era una sorta di monito, e devo dire che il seguito di ciò che hai scritto mi lascia pensare di non aver mancato di molto l’obiettivo. Non era mia intenzione fare le pulci al tuo credo politico perché: 1) non sono un sostenitore della finzione democratica, considero il “pluralismo” il veleno che ci sta intossicando a morte e, quindi, non credo che uno scontro politico possa essere ricomposto dal chiacchierare; 2) non rispetterebbe i propositi insiti nell’Officina del WD e quasi certamente annoierebbe i partecipanti. Consentimi però di dirti che hai evidenziato, nella tua risposta, una indubbia contraddizione tra la prima parte, nella quale non sei stata fedele alla tua opera (voglio dire: l’importante tema che hai scelto di affrontare non è di quelli liquidabili con una risata – con tutto il rispetto che nutro per l’augusto @flambar – tanto meno ciarlieri voli d’uccello da padrona del salotto di casa), e la seconda. E infatti, in questa seconda parte della tua risposta, descrivi i veri proponimenti del tuo brano: E ti par poco? Roba da regolare con risate o peripezie pettegole alla Madame Du Deffand? Al posto tuo, l'avrei trovato quasi offensivo ma, come dicevano gli antichi, a ciascuno il suo. Però, proprio perché ci troviamo ospiti dell’Officina del WD, voglio far appuntare la tua attenzione su un particolare: e cioè che io, contestualmente alla critica delle tue posizioni politiche, dalle quali mi divide tutto, criticavo anche il tuo brano: e questo è un metodo. Per esempio (e forse non sarò stato chiaro io, e me ne scuso), quando ho scritto quell’appunto all'immagine del fiore di loto, non intendevo spendermi in una interpretazione di questo simbolo, ma mostrare che il brano non riesce a rappresentare la base materiale di cui si sostanzierebbe questa nuova umanità: e nel caso non fossero le nanoparticelle gigatossiche della produzione, che la nuova umanità si sarebbe, come dici tu, e chissà come, lasciata alle spalle, da dove verrebbero fuori questi nuovi uomini che chiami “fratelli miei”? Per restare nella metafora: se il fiore di loto nasce in fangosi acquitrini, è evidente che è lì che trova l’habitat favorevole alla sua riproduzione; e allora, quali condizioni consentirebbero alla nuova umanità di riprodursi oltre questo brodo primordiale della produzione termonucleare ex abrupto spedito nel passato? Brodo primordiale che, tra l'altro, se devo credere al pessimismo che affermi in ordine alla sua intrascendibilità, come può essere così allegramente scavalcato? Abbiamo dimostrazione che, se è vero che la natura non fa salti, anche la storia trova difficoltà nel saltare. Magari non l’ho visto io, e nel testo ci sarà disseminato qualche altro simbolo, ma qui trovo una certa manchevolezza, tant’è vero che ho scritto che in quel punto sembravi in preda a una trance, a un sognare a occhi aperti, e io stavo segnalando non solo e non tanto un problema politico, quanto un problema di costruzione poetica, risultata in quel punto di transizione al secondo segmento di testo un po' sghemba. Quando poi affermi: trovo che tu stia cercando di cavartela un po' troppo a buon mercato: sia perché le incapacità dei singoli avrebbero meritato severe frustate, sia perché da quello che scrivi deduco confusione di pensiero: tra il singolo e l'umanità esistono molte istanze mediatrici, delle quali il potere è accortamente cosciente, tanto da sfruttarle con grande astuzia a proprio vantaggio. Ma anche il potere è un pezzo di "umanità" (a meno che non si creda alla teoria dei rettiliani), e qui trovo che l'autocoscienza del tuo lessico sia insufficiente e ancora largamente al di sotto, vista la tua giovane età, dell'altezza del compito. A riprova delle tue incertezze sulla padronanza riflessiva del tuo lessico, particolare con cui il potere va a nozze, vorrei chiudere con un invito a soffermarti su un dettaglio a mio avviso non da poco: il tuo testo si intitola Utopia rivoluzionaria, qui invece hai scritto "rivoluzione utopica", rovesciando i termini: il sostantivo è diventato aggettivo, e viceversa. Sembra una questione irrilevante, ma è invece degna di nota, vuoi della tua scrittura (e quindi del tuo pensiero) ancora ondeggiante e poco sorvegliata, e non mi stupisco perciò degli esiti nichilistici che rappresenti, vuoi perché affibbiare questo aggettivo "utopica", troppo spesso usato ad mentula canis, al sostantivo rivoluzione ci riconduce circolarmente all'esito nichilistico or ora accennato, e vuoi soprattutto perché "utopia rivoluzionaria" lascia intravvedere una connotazione energica di un carattere (espresso dall'aggettivo) del sostantivo, mentre col suo rovesciamento ci ritroviamo nel pieno di uno scoramento e un senso di sconfitta storici. Su questo punto troviamo però un accordo: la rivoluzione, come tutti i fenomeni della razionalità storica, non scaturisce dal nulla, ma si compone di passaggi logici. Nessuna utopia sarà mai rivoluzionaria, e non lo è già nel suo significato originario: al contrario, ci porterà nelle secche dello scoraggiamento per l’ennesimo fallimento. L’esito dell’utopia è il nichilismo, e questo tu lo hai congruamente e con onestà rappresentato nel terzo e più breve segmento. Ecco perché i padroni del discorso non combattono l'inane dibattersi in questo equivoco concetto, ma al contrario esigono che l’industria culturale al loro servizio la promuova massicciamente nella dimensione irrazionale del linguaggio.
  5. Soir Bleue

    Il Consulto

    Ah ah ah ah Eh beh, caro Cosimino, mi viene buono dire: chi meglio di @flambar con tutto quello che gli è capitato ci può dire qualcosa di veritiero sulla psicologia femminile? Inoltre ricordati che le migliori informazioni psicologiche sono quelle mostate, non quelle dette. Dalla tua risposta deduco che sei una miniera inesauribile di capitoli di un unico romanzo, e solo tu sei in grado di scriverlo, perciò adelante!, non perdere tempo e scrivi tutto amico mio. Ad maiora, Cosimino!
  6. Soir Bleue

    Il Consulto

    Ma che capra e capra, Cosimino: sei uno scrittore vero, altro che storie! Uno scrittore con il pregio di non annoiare mai, un talento naturale che sta colmando progressivamente il divario tra volontà e capacità. Mi piace e mi convince sempre di più la bravura che dimostri nell'armonizzare velocità e leggerezza delle descrizioni da una parte, e qualche riflessione concentrata sull'interiorità dall'altra. Proprio quest'ultima mi sembra il tuo punto di forza: non perdi mai il senso della misura, questo lo trovo encomiabile. Esilarante l'episodio finale con la consegna del "tait" alla signorina Margherita! Grazie a pochi rapidi schizzi hai saputo illustrare le verità della psicologia femminile. Un consiglio, però: non mi diventare troppo accademico, ho il terrore di perdere per sempre il mio divertente e scapestrato amico-scrittore @flambar . Ad maiora, Cosimino!
  7. Soir Bleue

    Utopia Rivoluzionaria

    Finalmente un brano che si misura con altro che non sia il chinarsi sulle paturnie fru fru delle individualità terminali di questa epoca formidabilmente decadente! Faccio i miei complimenti all'autore, ma, nonostante la consonanza d’idee e la familiarità che ho sempre intrattenuto con il genere dell’invettiva, il quale, peraltro, dovrebbe sentirsi a casa sua tra i costruttori d’utopie, non sono riuscito a rinvenire, in questo testo, il raggiungimento della consapevolezza, sia contenutistica che formale, che l’importante materia meriterebbe, e mi sono perciò sentito deluso come chi si sia venuto a trovare davanti a una promessa non mantenuta. La promessa non mantenuta alla quale vado alludendo è, in primo luogo, quella del titolo. Però, se consideriamo il tutto da un altro punto di vista, forse l’unico che veramente conti, ossia quello dei padroni del discorso, il titolo – lungi dal non mantenere ciò che promette – rappresenta invece il manifesto programmatico del testo. Ciò che voglio dire è che, oggi, dovremmo essere tutti abbastanza smaliziati circa il fatto storicamente consolidato che non v’è nulla di più reazionario delle cosiddette “utopie”. Immaginare altri universi, punti di rottura della storia più o meno violenti, palingenesi e nuove incognite della grande equazione umana: tutto ciò è molto caro ai padroni del discorso. Che c’è di meglio dell’immaginazione al potere, visto che l’immaginazione una sola cosa sa fare, e cioè immaginare? Abbinare, quindi, in un titolo dal tono declamatorio e roboante, l’aggettivo “rivoluzionaria” al sostantivo “utopia” è (dal punto di vista dei padroni del discorso, come dicevo poc’anzi) indicazione e misura del capolavoro compiuto, del travisamento divenuto forza materiale. Il testo ha, poi, confermato (almeno a giudizio mio, beninteso) questo rovesciamento dell’angolo d’osservazione che ho utilizzato come chiave interpretativa. Osservandone la segmentazione, mi sono imbattuto nella evidente contraddizione tra la ricerca di una fraseologia molto borderline nella sua intenzionale ricercatezza, da un lato, e dall’altro l’impalcatura alquanto scarna dei passaggi retorici, ai limiti dell’ingenuo (cosa che mi lascia intuire, giacché è tipico, una età non troppo avanzata dell’autore: ma posso sempre prendere una cantonata, non sarebbe la prima volta). È fuori di dubbio che il testo di @Mara Sverdrup illustra l’ambizione dell’autore di misurarsi con eventi importanti, e questa ripulsa del minimalismo, del ripiegamento nella scontatezza dell’intimismo è certo un fatto rimarchevole. In questo brano ho rinvenuto serietà e impegno. Mi sento di poter affermare, però, che il risultato è linguisticamente immaturo, e che presenta tutti i caratteri del procedere a tentoni. La scelta di una serie di vocaboli e immagini presi dal sapere delle scienze naturali (o, più correttamente: dalla semplificazione divulgativa del sapere delle scienze naturali), catapultata nel testo e unita all’enfasi di una persistente declamazione, avrebbe suggerito di imprimere al brano una maggiore uniformità nella lunghezza di ciascun singolo verso, allo scopo di attenuare l’effetto di tensione che si ricava dalla lettura, causato dal sommarsi di svariate irregolarità: una tensione continua e mai risolta, se non nel nichilistico finale. Trovo infelice, inoltre, la scelta di immagini quali quella dei globuli rossi, delle arterie e della pressione sanguigna: messa come è messa, questa articolazione si configura quale lunga e macchinosa perifrasi della vampa della ribellione innescata dal connubio rabbia-volontà. Questo connubio mi pare il punto saliente e più originale del componimento. Il testo, infatti, ci conduce da una prima parte profondamente venata di collera – nella quale l’affetto meno rivoluzionario che esista, e cioè la rabbia, dovrebbe fare da guida e conferire legittimità alla volontà (così interpreto l’aureola fattasi corona) dell’Angelo di giustizia (altra confgurazione ingenua dell'esito rivoluzionario) – a una seconda parte, quella in cui viene descritto il fatto compiuto, la giustizia avvenuta, ma che irrompe ex-abrupto e senza un passaggio logico. È a questo punto che rinveniamo una curiosa concordanza di forma e contenuto: giacché al testo che ci annuncia, così e semplicemente, la rinascita dell’umanità da una catastrofe termonucleare, senza che nulla che sia stato detto prima abbia gettato un po’ di luce sulla istanza che dovrebbe farle da base, fa da contrappeso la brusca e repentina transizione al secondo, grande segmento di cui il testo si compone: la comparsa-visione di una nuova umanità (che, poi, tanto nuova non sembrerebbe, dal momento che, a quel che si capisce, sarebbe composta sempre di una materia ascrivibile a scarti di produzioni tecnologiche di quel potere che “comanda” l’intero muoversi della Tecnica), quella della giustizia fatta, descritta quasi al modo della scrittura automatica indotta da uno stato di trance : Questo curioso fenomeno del coincidere eterodosso di forma e contenuto è probabilmente dovuto al fatto che all’autore andrrebbe lasciato il tempo di soffermarsi su un particolare non da poco: e cioè che la rivoluzione è una scienza. Così come il potere, oggi, ha assunto su di sé la forma della scienza onde poter perpetuare la sua capacità di egemonia sulle coscienze, incessantemente adeguandola alle combinazioni mutevoli dei mutevoli elementi che la storia produce, del pari la rivoluzione deve darsi questo statuto, caricandosi sulle spalle la croce della scienza. Nel caso della rivoluzione, di un discorso rivoluzionario del tutto sottratto al “gioco” linguistico dei significanti non significativi che compongono la ragnatela comunicativa ed egemonica del potere, ebbene questo discorso potremmo lapidariamente definirlo come fissazione concettuale di passaggi unitariamente logici e storici: giacchè la storia, in quanto storia del potere (o del capitale) conserva sempre una sua logica (e, a considerare gli esiti, sembrerebbe che questa logica sia un circolo chiuso, privo di dispersione), mentre per demistificare la logica del potere è necessario mostrarne le determinazioni storiche. Il rinvenimento e lo studio dei passaggi nei quali si articola l’egemonia del potere mostrerà come la rivoluzione non può scaturire né dal nulla, né da detriti residuati dalle pratiche distruttive della signoria del potere sulla Tecnica. A questo movimento della Tecnica, l’onestà dell’autore sa bene di non poter opporre nessuna resistenza: e il piccolo segmento finale, inquadrato in un nichilistico anticlimax, rappresenta l’impotenza in modo calzante: Insomma: molto rumore per nulla. Vorrei, in conclusione, rovesciare la metafora di @Mara Sverdrup : la rivoluzione non è un fiore di loto che nasce dal fango. D’altronde, quando si discorre di critica rivoluzionaria del discorso del potere, il primo accorgimento da tener presente è il sostare lontani le mille miglia dalla paccottiglia simil-orientaleggiante. Bastano pochi di quei ridicoli gargarismi per sviare le più nobili intenzioni dalla retta via.
  8. Soir Bleue

    A ogni giorno la sua pena (Revisionata)

    Ciao @Domenico S. , premesso che siamo nell'Officina del WD, importante strumento al quale si accede allo scopo di migliorarsi, non a quello di srotolare la ruota di pavone che tutti abbiamo sulla coda (e che cos'è lo scrivere se non una ininterrotta battaglia contro le ruote di pavone, nostra e altrui?), io davvero non mi capacito della tua fissazione maniacale di voler scrivere dei brani con metriche formalizzate. L'uso di metri quadrati, oggi come oggi, può avere solo due motivazioni: 1) scrivere delle amene imbecillaggini prive di senso, ché il loro senso lo ricavano, appunto, dal virtuosismo tecnico esibito dal metro (ruota del pavone, appunto) e non da un inesistente "contenuto" - cosa valevole per il 99% dei casi; e 2) tentativo di non scrivere amene imbecillaggini, come quelle di chi si lambicca il cervello allo scopo di diffondere nell'etere cibernetico - con versi cosiddetti "liberi", ma che gli dovrebbero valere il carcere - contenuti che sembrano genuini, e invece sono allegramente assorbiti da quelle fogne dei cosiddetti "social" (e questa, invece, è la lotta contro la ruota del pavone, che riguarda il restante 1% dei casi). Non ci sono terze vie. La prima stesura di questo tuo brano, per quanto insufficiente, era a mio giudizio migliore di questa, che pare risciacquata nell'acido cloridrico di una mentalità e di una pratica che non ti appartengono, e che quindi è stata elaborata in modo approssimativo. Mentre nella prima versione del testo si capiva che era roba tua, questa revisione pare una ingenua scimmiottatura, come quando traduciamo un testo dall'italiano al latino seguendo una sintassi ancora italiana. Il risultato che hai ottenuto è squilibrato e informe, e io tornerei ben presto alla prima versione, modificandola senza cercare corrispondenze numeriche spericolate e precarie. Questa seconda versione sì che si merita il giudizio di: "artificiosa e retorica"! Sorvolo, come di consueto, sui contenuti, perché mi sembrano di un minimalismo sconcertante; ma riconosco che i contenuti, quando ci sono, sono affari ai quali deve badare l'autore.
  9. Soir Bleue

    I l P a l e r m i t a n o

    Caro Cosimino, contrariamente a una certa e assai diffusa opinione del tutto appiattita sulla linea trincerata del cosiddetto editing, al punto che neppure si accorge che si tratta soltanto di idées reçues , e niente farina del proprio sacco, volevo chiarire che - stando a come la vedo io, naturalmente - la letteratura, per essere buona e valida, non ha bisogno né di essere "scorrevole", né di essere "ben sviluppata". Se tu ti mettessi a scimmiottare l'esperienza dei mestieranti, vale a dire: ripetere a pappagallo delle mere convinzioni che non godono di nessuna oggettività all'infuori di quella dettata ex-cathedra dalla forma di merce, in tal modo non saresti più @flambar , ma uno dei milioni di incapaci di immaginare soluzioni alternative per una letteratura che non sia necessariamente un prodotto di mercato. A me sembri non già un semplice descrittore di cose accadute, ma un demiurgo che sa plasmare la materia narrativa in modo originale e potenzialmente non conformista. La tua naturale propensione allo schizzo veloce, alla trasformazione agile e grottesca dei personaggi, che tanto mi rimanda al Candido voltairiano, miseramente si perderebbe in un cimitero di elefanti. Ciò nonostante, anch'io ti auguro un "profiquo impagno". Ciao Cosimino e stammi bene. Ad maiora.
  10. Soir Bleue

    I l P a l e r m i t a n o

    Ciao @flambar , finalmente rieccoti! Un altro godibilissimo episodio della tua sterminata carriera marinara mi ha deliziato l'afosa giornata (e anche l'insonne nottata precedente, lo ammetto). Se non ho capito male, tutto quello che scrivi è realmente accaduto, e per questo motivo potremmo dire che stai componendo, frammento dopo frammento, una tua autobiografia in pubblico. Gradirei sapere qualche dettaglio in più a proposito del tuo modo di preparare il materiale dei frammenti che via via proponi: ti muovi da bozze di testo già preparate che rielabori, oppure vai a braccio? Mi pare ormai una certezza che la tua vena narrativa sia tra le più genuine del WD: che ci sia un vero talento è patente e si percepisce anche il divertimento a posteriori che ti procura la rievocazione delle turbolenze che la dura vita di mare sa "regalare" a chi la sceglie. In questo brano, ho avuto in più punti la sensazione di trovarmi davanti alla sceneggiatura di un film poliziesco degli anni settanta, con quelle accelerazioni improvvise e fulminanti le quali, pur se immancabili e ripetute a iosa, un vero marchio di fabbrica, non stancano mai, tant'è che, ancora oggi, ce li rivediamo volentieri ogni qualvolta se ne presenti l'occasione (o almeno lo faccio io). Questo personaggio da te descritto, il Palermitano, risulta così plasticamente tipico di quella città, che un po' conosco, che non si fa alcuna fatica a tenerlo per verosimile, e ti voglio fare i miei complimenti per la capacità che hai di conquistare il lettore sin dalla prima parola che scrivi, dote assai rara. Una tale capacità affabulatoria prevale di molto sulle imprecisioni che, di tanto in tanto, ricorrono. Però, dal momento che ho dato un'occhiata ai tuoi testi più vecchi, ti riconosco anche la capacità e la dedizione che hai profuso nel voler migliorare il tuo modo di scrivere, e fortunatamente la tua naturale propensione al bel narrare non ne ha risentito (particolare, questo, che dovrebbe inorgoglirti). Ad maiora, Casimino! P.S.- Ma proprio non è previsto un ultimo capitoletto di Naufrago per 43 giorni? Tanto per sapere come il naufrago farà ritorno a casa.
  11. Soir Bleue

    Ogni giorno ha la sua pena

    Ciao @Stefano Verrengia gradirei dei chiarimenti sulle parti del tuo commento che ti ho segnato in grassetto. Anch'io vedo qualche zoppia nel testo di @Domenico S. , però mi piacerebbe ricevere da te delle precisazioni circa le immaginose e forbite espressioni da te impiegate per criticarlo. Grazie e a rileggerti.
  12. Soir Bleue

    Naufrago per 43 giorni cap 5

    Accidenti, @flambar , che brutta notizia che mi hai dato, già sono passati 43 giorni? Rispetto la tua decisione, e non so se sia di cattivo gusto andare avanti con una vicenda come la tua; di certo so che la tua narrazione è spassosa, ricca, dinamica: ma credo che ci delizierai con qualcos'altro. Non sapevo che esistessero le delfiniere, mai avrei immaginato che si potesse dare la caccia a questi meravigliosi animali. In attesa della prossima avventura, volevo chiederti: ma il tuo scritto sul conte de la Gironde sono qui sul WD?
  13. Soir Bleue

    Naufrago per 43 giorni cap 5

    E anche questo quinto capitolo mantiene le attese: bravissimo @flambar , quando cominci a tratteggiare i tuoi personaggi, ti bastano un paio di schizzi a matita, ed eccoli d'improvviso animarsi davanti al lettore e acquistare quella fisionomia spiccata e godibile, tipica dell'elemento narrativo collocato nel posto giusto, al momento giusto. Mi sembrava d'averla sotto gli occhi, la famiglia del direttore pazzoide e bulemico; l'episodio del penalty tube, poi, non poteva che concludersi con l'esito ai limiti del folle che hai così sapidamente descritto. Ho notato che i punti in cui il tuo racconto si appesantisce sono quelli dove ti vedi costretto a fornire ragguagli tecnici al lettore (nel secondo capitolo, se non sbaglio, o forse era il terzo, riguardavano il navigare sottocosta; in questo, il cavo per pescare gli squali), ma ci sta: è capitato anche a un mostro sacro come Thomas Mann quando dovette ripetere a pappagallo, nel suo Faustus, le lezioni sulla dodecafonia che gli aveva impartito Schönberg. Se posso umilmente consigliarti una dritta, poi, è quella di ricorrere il meno possibile ai dialoghi diretti, che sono sempre di difficile trattamento; ma, stavolta, te la sei cavata alla meglio, limitandoli a brevi ed efficaci battute. Chissà come verrebbe uno squalo cucinato alla livornese! E allora, @flambar, dagli sotto con il sesto capitolo! Ad maiora.
  14. Soir Bleue

    Il contesto. Una trascrizione. Capitolo 1. Parte prima.

    Le masse non sono in grado di costruire una rivoluzione, perché non sono in grado di sottrarre al potere la fonte del potere stesso: e questa fonte è il discorso. La fonte del potere è il linguaggio, e questo un Pasolini lo sapeva, e molto bene. I padroni sono tali perché sono i padroni del discorso. La messa in opera di una rivoluzione deve per forza essere cominciata da una "avanguardia depositaria e proprietaria esclusiva di un discorso sul potere": ricorro a questa ostica perifrasi per evitare l'uso di aggettivi come "illuminata" (assai pericoloso, non ho nulla da spartire con il massonismo demoplutocratico e i suoi travestimenti, anzi...), o "acculturata" o "modernizzata" (francamente orribili, e comunque sempre nella disponibilità "proprietaria" del potere). Questo problema, a quanto ne so io, è stato tematizzato una sola volta, in un libro francese degli anni settanta, nel quale, tra le altre cose, si esaminavano gli esiti della Rivoluzione culturale, ma capirai da te che, con tutto il rispetto che nutro per l'Officina del WD, non è questo il luogo per discettarne. La diabolicità della lotta politica risiede proprio nel fatto che dispone di una sua inerzia, di una sua gravità, inerzia e gravità dalle quali il singolo attore viene irretito e costretto a giocare un gioco che, per sua natura, sospinge verso esiti estremi. Non liquiderei troppo facilmente la questione della rivoluzione come sembri fare tu. In un certo senso, sei più tu sulle disincantate posizioni sciasciane di me, ironia (o beffa) della sorte. Epperò, dietro il linguaggio c'è il pensiero: cioè a dire, c'è la filosofia (quella vera, non talune scipite scimmiottature di moda). Bisogna pensare la realtà, giungere con la potenza del concetto alle sue molecole più riposte, osservare come tutti i fili si tengono insieme in un intreccio solo apparentemente caotico. La genialità di Marx è consistita proprio in ciò: che smise di farsi domande sulla legittimità della rivoluzione, o del potere (ché se prendi questa strada, va a finire che cominci giacobino e finisci ultramontano, o viceversa), e inquadrò il problema politico come riflesso di un meccanismo oggettivo (almeno è questa l'interpretazione per la quale propendo io). Quando si entra in questo ordine di idee, le compilazioni variabili di variabili, alle quali ho accennato sopra e nelle quali ancora sembri dibatterti, spariranno da sole, come gli incubi al risveglio mattutino.
  15. Soir Bleue

    Il contesto. Una trascrizione. Capitolo 1. Parte prima.

    Ciao @Alberto Tosciri , questo testo è molto meno legato all'attualità di quanto sembri ritenere: non voglio sbrodolarmi col pistolotto dell'autore che parla del suo testo come un papà orgoglioso parlerebbe del figlio, quindi mi limiterò a dire che la genesi dell'idea risale a circa venti anni fa e che il sottotitolo "Una trascrizione" non è buttato lì a caso (non butto mai le cose lì, come viene, viene: la letteratura è affare maledettamente serio, per persone maledettamente serie): Il contesto (1971) è uno dei migliori libri di Sciascia e io ne cominciai a tentare, per l'appunto, una "trascrizione" perché quel libro mi fulminò per tre ragioni: 1) la dottrina politica (intesa come scienza del mentire del potere) che trasudava; 2) per i mille rivoli di senso in esso stratificati e che vedevo addentellarsi, come tante piccole chiavi, alle tante serrature dei corridoi del Palazzo; e infine 3) perché in questo libro formidabile la testa pensante di uno scrittore è diventata e pensiero filosofico-politico , e criterio estetico di formazione-strutturazione di un testo letterario. Bè no, ce n'è una quarta: l'impareggiabile bravura di Sciascia. Come ripagare questo debito di un discepolo verso il maestro? Con una "trascrizione", appunto, che fosse sia commento sia interpretazione dell'opera del maestro. Una interpretazione che andasse a caccia delle apparenti modificazioni da Proteo intervenute nel corso degli anni nelle strategie del Potere, che sono invece solo pura facciata. Il Potere è mille facce, ma una identità. Quello che mi interessa, dal punto di vista politico come dal punto di vista estetico, sono quelle che potremmo definire linee di continuità storica. Ho letto il tuo commento, e ti ringrazio per l'apprezzamento che contiene; ritengo, però, che i voli pindarici di sintesi frettolose non mettano punto paura al Potere, proprio perché assumono la struttura di composizioni variabili di variabili, mentre la caccia al Potere deve incentrarsi esclusivamente sul rintracciamento-elaborazione delle sue costanti. A questo proposito, mi spiace che tu abbia liquidato tanto frettolosasmente Il capitale come perché questo è un testo dell'identità, ma anche della differenza (penso al capitolo geniale sul feticismo della merce, e quando l'hai letto vai a farti un giro per i supermercati a osservare come si comportano "i consumatori"): solo che è nascosta tra le pieghe. E' un testo straordinario, sia per quello che dice, sia per i significati che non hanno potuto accedere alle soglie dell'analisi manifesta: ci sarebbero volute tre vite per completarlo (e infatti non l'ha completato!). Però uno studioso del calibro di Lukács ha cercato di compiere questa operazione di integrazione del testo. Così come non sono in sintonia con la preparazione illuministica di Sciascia, non sono neppure un ammiratore della controrivoluzione vandeana: comunque, in ambedue vi sono delle idee, e a me interessano le idee, non già i contorcimenti della bêtise umanoide dell'attualità. Le idee hanno il vantaggio di essere molto più precise degli umanoidi, e soprattutto possono essere giudicate attraverso la scrittura (il che non è poco).
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