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Soir Bleue

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  1. Soir Bleue

    La virgola può sostituire i due punti??

    Non indugio oltre sulla questione dei "colori" e della "tavolozza" per non andare troppo fuori tema (avessi notata prima la tua provenienza, non mi sarei arrischiato a tanto): resta, però, l'altra questione, quella della tua "apparente incongruenza": tu hai scritto: e, da come hai presentato la questione dei due punti, il mio sospetto era che tu registrassi come un fatto acquisito che nell'uso quotidiano del linguaggio il "ragionamento organizzato, strutturato ecc." non dovesse trovare posto: e cioè, che sia ammissibile che il modo ordinario di parlare possa contenere un ragionare involuto, embrionale, confuso, irrispettoso delle distinzioni, una poltiglia di varia roba dalla quale si estraggono con fatica grumi di senso ecc. Ora ne fai una questione di scelte e tecnica dello scrittore. Ma se lo scritto ha da essere, per così dire, la versione "organizzata, strutturata ecc." del linguaggio parlato o "in presa diretta", e che una volta si diceva "popolare", deve esso acconsentire e ammettere come lecita quella "presa diretta"? o non dovrebbe, piuttosto, tenerla ben distante da sé, pena il rischio di scivolare, lentamente e senza accorgersene, verso il basso? Te lo chiedo perché, essendo tu uno scrittore, il tuo orientamento personale mi interessa: stiamo andando, forse, verso la formazione di due lingue diverse per due culture diverse?
  2. Soir Bleue

    La virgola può sostituire i due punti??

    Indubbiamente, @Gualduccig , una delle caratteristiche storiche della nostra lingua è la distanza abissale tra lo scritto e il parlato: temo che con l'estensione macrocosmica delle periferie metropolitane e il loro iperpopolamento, e con la bomba dell'invasione di elementi allogeni non integrabili, se non al prezzo di diventare noi degli allogeni in casa nostra, e linguisticamente omogeni loro, le cose peggioreranno. Questo mi conduce a intravedere nel tuo ragionamento una apparente incongruenza: voglio dire che sembra che tu sostenga la tesi secondo la quale, siccome il pensiero cosciente delle distinzioni non possa trovare mai cittadinanza nel modo allora invece di essere questo modo involuto e poco chiaro a doversi caricare della fatica di adeguare sé stesso a uno strato di pensiero superiore, per forza debba essere il contrario. Sono certo, però, che tu non volessi affermare questo. P.S. - Come si può vedere, la questione si sta facendo "politica": c'è un cerchio che si sta chiudendo, e vedrete che obbligheranno noi a imparare l'arabo o lo swahili, accantonando l'italiano, piuttosto che il contrario.
  3. Soir Bleue

    La virgola può sostituire i due punti??

    @Alessandro1982 Posto che gli autori hanno i loro convincimenti personali, e che il loro orecchio ritmico li conduce a soluzioni altrettanto personali, direi che l'insegnante del tizio, che dovrebbe pur sempre essere una laureata, abbia in questa fattispecie del tutto ragione; credo altresì che, proprio perché laureata, quindi provista di solide basi di pratica della nostra storia letteraria, essa possa avere indicato al tizio una pluralità di casi in cui autori moderni e meno moderni si sono mossi in questo senso, e sarebbe il caso che tu ti informassi da lui sulla questione. Io non capisco questa avversione ai due punti: sarà che fanno molto rétro.
  4. Soir Bleue

    Le parole della Luna

    Una volta, un uomo stava ascoltando alla radio la canzonaccia di un mediocre cantautore della Bassa Padana (o meglio: stava subendo obtorto collo la stessa, per motivi dei quali non è importante qui render conto) e si stupì constatando il particolare che, in quella canzonaccia del grattachitarre, con sospetta frequenza ricorreva il nome “mondo”. Lo stesso uomo, poi, lesse una storia – un vago apologo dall’inclinazione vagamente zen – nella quale quasi tutti i contenuti risultavano vaghi, al punto che gli parve di leggere una narrazione che cercasse di dare forma alla vaghezza; e pareva che la Vaghezza stessa avesse guadagnato personificazione e che, finalmente provvista d’una bocca, cominciasse a narrare una vaga storia, che poi vagamente era la sua (della Vaghezza): e quale caratteristica saliente si sarebbe potuta cavare da una vicenda raccontata dalla Vaghezza in persona, quali contenuti, se non quelli in cui essa stessa si specchiava, come Narciso, non conoscendo altro che sé stessa? Contenuti vaghi, appunto, mezze verità dall’elastica tessitura, una saggezza proteiforme e modellabile a piacere, come la creta nelle mani dei bambini: qualcuno tenta di dar forma di cinghiale a un pezzo di das, e magari qualcun altro ci vede un’oca. Tutti e due, però, son soddisfatti: alla fine, è soltanto un gioco. Ma la Vaghezza commise un errore imperdonabile: era pressoché riuscita nel miracolo di scrivere una fiaba che contenesse tutte le vaghezze che una vaga mente umana – e cioè: una mente di cui la Vaghezza avesse preso possesso – fosse stata in grado di vagamente partorire; e chissà per quale vaga ragione si intestardì col nome “mondo”, che in quella vaga storia, non altrettanto vagamente ricorreva in ben tredici occasioni. L’uomo si ricordò della sgangherata canzonaccia del grattachitarre della Bassa, che un giorno lontano qualcuno indirettamente gli aveva imposto di sciropparsi, e nell’interrogar sé stesso su quella insolita convergenza tra due teste che da nulla sembravano accomunate, se non dalla vaghezza, si domandò se un motivo giacesse al fondo della spinosa questione della dianzi accennata convergenza, o se si trattasse di una mera inclinazione individuale, o un’abitudine ricavata dalla ripetuta frequentazione di libri scritti dalla Vaghezza in persona. Per sciogliere questo arrovellante enigma, che tutto pareva fuorché vago, se ne andò dal saggio monaco Malachia, con fama di vaticinatore del futuro. Udita la relazione dell’uomo, il monaco Malachia riflettè brevemente, ché per predire l’esito futuro di un fenomeno non teneva bisogno di fissare vaghe sfere di cristallo, bastandogli la sublime sfera, assai poco vaga, del pensiero; dopodiché, emise il suo responso: sarebbe comparso in futuro un grand’uomo che avrebbe mostrato come un qualunque contenuto filosofico, per essere intelligibile, debba essere e debba non essere una tautologia: “Ma, nell’attesa che quest’uomo compaia”, aggiunse Malachia, “approfitto per dirlo io”. Indi concluse che, nel caso di specie, la parola “mondo”, così tanto arcigna e poco vaga, era probabilmente servita alla Vaghezza per conferire un tono di profonda saggezza al suo racconto, e che c’era da tener per certo che essa non si fosse neppure accorta di quella sfumatura, ma che un istinto segreto l’avesse a quel trucco guidata, nella appena presagita consapevolezza che in quel suo autoreferenziale autoritratto, in qualche modo un po’ di spazio al suo contrario avrebbe dovuto pur lasciarlo: giacché, sebbene al racconto della Vaghezza non si poteva disconoscere una sapiente costruzione e un truffaldinamente ingegnoso utilizzo del valore filosofico del domandare e del rispondere, trattando esclusivamente di sé e delle sue paturnie, e comparendo puntualmente e nelle domande. e nelle risposte, a guisa d’onnipresente spettro, se la sarebbe rischiata non poco: con pena dell’incorrere nella più tremenda delle inintelligibilità: la noia. “Come il tuo risibile rocker della Bassa” sancì, congedando l'uomo, il monaco Malachia alla fioca luce della candela che consumava il suo ultimo centimetro. mentre le violette ombre della sera già posavano sulle mura di pietra dorata della sua cella. L’uomo accettò il liquore d’erbe che Malachia cerimoniosamente gli offerse e, corroborato dall’ulteriore saggezza proveniente da quell’infuso, salutò il monaco, quindi s'incamminò sulla strada verso casa, ripromettendosi due intenti: il primo, di leggere il prossimo capitolo che la Vaghezza di sicuro avrebbe scritto, perché anche dalla Vaghezza qualcosa di non vago si può sempre imparare: e cioè che parole apparentemente precise e non vaghe, a forza di usarle in modo vago, diventano vaghe il doppio di quelle già vaghe per conto loro; il secondo, che in futuro si sarebbe tenuto ben distante dal grattachitarre della Bassa, e forse pure dal "mondo"...
  5. Soir Bleue

    Is Arutas

    I tempi sono quelli che sono: per una maledizione la cui origine andrebbe forse ricercata in meandri di realtà dai quali è consigliabile girare alla larga, sembra che la linea di confine del pensabile sia destinata a restare un Invalicabile: un possente agglomerato di pensiero resta confinato di là dalle Colonne d’Ercole dell’immagine a-razionale. Gli è che questa anomala estate, da poco involatasi nel paradiso dei ricordi, ci ha portato in regalo un corollario di nuove (eppure vecchie) associazioni di idee che si legano in modo ora coreografico, ora ribaldo, all’esercizio dello scrivere in versi. Abbiamo infatti osservato all’opera da un lato una solerte orchestrina del Titanic intenta a mellifluire accattivanti e sinuose giravolte verbali, che potremmo compendiare in un generale Breviario di utili consigli per vecchi acchiapponi di provincia o di riviera, altresì seguite da immancabile, giulivo visibilio di sospirose signorine; e dall‘altro, il consolidarsi di una purtroppo inespugnabile linea Maginot, potentemente presidiata da allegre comari che con ostinazione insistono nell’esercizio di abbinare la poesia ai pasticcini e al tè delle cinque. Qui ancora si ragiona come se si fosse in tempo di pace – senza accorgersi che sotto casa, ormai, c’è la guerra. Seguendo il movimento di questa disgraziata linea storica, o per meglio dire: la linea degli epifenomeni generati da crisi capitalistiche in via di accelerazione e intensificazione, furbescamente utilizzate dalla sadica classe dominante mondialista come mezzi coercitivi delle popolazioni autoctone e della poca sostanza che ancora può trovarsi all’interno del loro perimetro psichico – specialmente in ordine al problema più importante: quello di una definizione corretta, epperciò di una corrispondentemente corretta percezione del continuum storico e delle fratture che vi possono intervenire–, muoverò una critica al brano di @Lollowski prendendo le mosse da una domanda ben precisa: quale è l’origine, quale la presente configurazione di sviluppo e infine quale il prevedibile esito di questo volonteroso sostare nella superficie di una dimensione a prima vista atemporale, dove il pensiero non è di casa, anziché in una linea passato-presente-futuro opportunamente logicizzata e coerentizzata? Apparentemente divagando, vorrei cominciare azzardando una ipotesi: e cioè, che il pezzo che @Lollowski ci ha presentato, di livello indubbiamente superiore rispetto alle ultime sue prove (merito che gli va riconosciuto), proprio pel fatto di rappresentare un progresso “tecnico”, finisca col rovesciarsi immediatamente in un regresso “poetico”. In questo pezzo, a mio giudizio, troviamo un abbassamento dell’asticella del grado di difficoltà della costruzione poetica (e del suo rapportarsi al compito storico) che ha determinato una migliore resa: ossia, quella che nell’Officina del WD suole essere definita “scorrevolezza” del testo, concezione esteticamente ingiustificata che ha determinato e determina perniciose tendenze nel modo di scrivere e di percepire la ragione storica della lingua. Tutto questo ha un nome: modificazione percettiva congruente con una apparente sospensione della dialettica storica. Un brano di poesia che non si misuri con quella triplicità sopra menzionata (origine-configurazione attuale-esito), che non dimostri quanto la mente dello scrittore sia attenta alla scansione delle tappe storiche fin nella dimensione molecolare del suo scrivere, è di per sé indice e sintomo di regressione: il suo testo potrà essere “scorrevole” quanto si vuole, ordinato, senza errori: ma invariabilmente si incardinerà nelle facili ricorsività linguistiche dei poteri. In altri lavori di @Lollowski ebbi modo di apprezzare l’apertura di improvvisi squarci di descrizione del “paesaggio” urbano circostante: erano perlopiù degli intercalare, quadri di una periferia metropolitana desolata, degradata e degradante: questa peculiarità riusciva ad ancorare le narrazioni di episodi vissuti, rievocati spesso con dolore esistenziale, a uno stato di cose, a un’epoca. Certo, in dette rievocazioni non sono mai giunto a scorgere la minima consapevolezza dell’origine del degrado, della sua ratio; né la configurazione attuale, come egli ebbe a rappresentarla nelle citate occasioni, è mai riuscita ad avvicinarsi alla superiore cerchia della Critica, restando perciò confitta nel dominio dell’Ineluttabile. Ciò nonostante, si scorgeva un barlume di quella coscienza inquieta che presagisce l’esistenza di uno strato di senso più profondo dello scrivere poesia, e che a quell’arrancare facesse difetto soltanto un più solido accumulo di studio e consapevolezza storica. Purtroppo, @Lollowski ha girato intorno alla Questione, non ha varcato la soglia del tempio: non ha individuato la via di accesso al labirinto della poesia (e parlo solo di questa, ché per quella d’uscita, c’è assai da sudare e faticare!), e non è andato più in là della prima fase del compito imposto dalla storia allo scrivere versi: quello della mera descrizione. Ora, pur dando per assodato il fiato corto del descrizionismo, che può trovare fondatezza solo nel quadro di una prassi compositiva articolata della quale esso è sì parte, ma non totalità, per causa di questi schizzi improvvisi emergeva un abbozzo di insoddisfazione e per l’insolubile sentimento di scacco che sembra essere compagno fisso del vivere del nostro autore, e per il modo ordinario di scrivere poesia: ed ecco che, pur nello squilibrio formale e nelle pecche di "scorrevolezza" la regressione tecnica produceva una progressione poetica. Aggiungerei, inoltre, che da quei testi emergeva una sorta di accoppiata pudore-candore, meglio declinabile come quel buon gusto di non strombazzare l’ego di chi scrive, la sua voglia di occupare il centro della scena, e per giunta con argomenti risibili. In questo brano, invece, il descrizionismo è rientrato in sé e non mostra la benché minima intenzione di adeguarsi, per quanto imperfettamente, a questa funzione. Il gioco delle forze elementali in rivolta, che occupa il centro della scena, sembra quasi acquisire una giustificazione nell’altro gioco, quello di una obliqua e imbarazzata liaison di "seduzione" tra un uomo e una donna. A questo punto cade la fine della divagazione apparente che accennavo sopra: il quadro della descrizione degli elementi si mostra non più quale sintomo di una angoscia determinata dall’epoca e dall’inautenticità da essa imposta, bensì il mezzo strumentale che permette di proseguire una sottaciuta opera di seduzione. La seduzione è una insincerità presentata con fattezze gradevoli: è l’esatto contrario del sì, sì; no, no riportatoci dall’Evangelista. Ecco: alla disarmata sincerità che affiorava dal descrizionismo segno di reazione esistenziale all’inautenticità e bilanciamento delle superfetazioni del soggettivo, si sostituisce quello che vediamo intessersi nell’armamentario del seduttore; al principio del pudore-candore emerso in altri brani, stavolta è subentrato un diverso discorrere, tale da rendere il complesso del componimento privo di giusitificazione sia esistenziale, sia letteraria. E il compito che la presenza di una certa occasione impone, che nel caso di specie prende le sembianze di una figura femminile, non è più quella di raschiare un po’ la superficie della configurazione presente per indagarla alla luce della sua provenienza, e in direzione dell’esito da pronosticare. Il quale, al contrario, in questa atemporalità viene lasciato indeterminato e sospeso. Sul fronte delle scelte retoriche va segnalato, peraltro, un uso un filino sconsiderato del descrizionismo: C'è questo tramonto su questo scoglio di questa luce di questo mare su questa roccia in questa gloria: un elenco insistito e prolisso che sembra ricamare un testo nel testo, quasi dotato di un suo significato autonomo e la cui ragione va senz’altro rinvenuta in un automatismo dovuto a un metodo da revisionare. Allo scopo di concludere queste osservazioni, e a risposta alla domanda da cui questa critica è scaturita, considerato per giiunta che si è appena sfiorata la questione del metodo, tornerei sulla prassi compositiva di questo pezzo di @Lollowski e sulla sensazione di tempo sospeso che ha determinato: ora, dal momento che ogni tempo sospeso è un artefatto, il risultato che se ne ricava è di straniamento: ciò che accade – non essendovi tra le maglie della scrittura nessuna considerazione, neppure frammentaria, o abbozzata, della triade citata in apertura – sembra scendere dall’alto come una forza teologica; ma, dal momento che abbiamo convenuto trattarsi di un escamotage parte di una strategia retorica “seduttiva”, l’impressione che da questo pezzo si trae ci conduce troppo, troppo lontano da un pur incompleto allineamento all'alto compito che la storia presente sta affidando al mezzo letterario.
  6. Soir Bleue

    Al di là dei giorni

    Nell’accingermi a considerare criticamente questo tuo brano, @Dark Smile , ti anticiperò che considero scontato che tu l’abbia scritto genuinamente, e che poi non te n’esca fuori sostenendo che in realtà si tratta d’una celia, d’un pezzo scritto con intento umoristico o d’una canzonella buttata giù in un giro di noia dettato dalla stagione. Ciò premesso, esordirò affermando che questo pezzo non mi colpisce tanto per la reiterata, e direi quasi pervicace ricerca di estendere errori da principiante per tutta la sua lunghezza, quanto per la peculiarità di manifestare, con inusitata ossessività, un oscuro e poco determinato sentimento di angosciosa depressione dalla prima all’ultima parola. Si vede che le strutture più importanti di un sistema di egemonia – quelle pedagogiche ed educative in senso lato dapprima, e quelle informative a seguire – stanno svolgendo un ottimo e proficuo lavoro. E questi, tra altri, sono i velenosi risultati del nichilismo. Ma, per tornare a bomba al tuo brano, vorrei soffermarmi su delle peculiarità che lo mettono in correlazione, direi quasi in dialogo, con quello di @Monica, che ho prima di questo criticato. Ho scritto: “dialogo”, ma la dimensione solipstica che traspare da entrambi i pezzi mi spinge a considerarlo un dialogo senza relazione dialogica, ossia un dialogo tra sordi. La prima di queste peculiarità è la netta prevalenza dell’uso di immagini e descrizioni: ora, la genesi di un tale crescente intuizionismo, che perfino l’Officina del WD ripetutamente ci presenta, non può che spiegarsi con la suddetta, violenta manipolazione delle coscienze perpetrata a mezzo di ininterrotte psy-op da coloro che, in un celebre libro, vennero chiamati i “persuasori occulti” ma che oggi, avendoli meglio identificati, comprendiamo sotto il nome di Cabala. Ponendo uno sguardo complessivo a questo tuo lavoro, salta all’occhio una seconda peculiarità che l’accomuna a quello di @Monica: l’irregolarità delle varie strofi, frutto di un notevole arbitrio costruttivo il quale non aiuta se non si ha una chiara cognizione di come dosare il gioco delle intensità crescenti e decrescenti; del resto, ragionare di dinamica in questo brano ha poco senso, visto che siamo al cospetto di un flusso d’intensità omogenea e pressoché ininterrotto, fatto di immagini e descrizioni, tutte assai malinconiche. Com’è di prammatica in ogni intuizionismo che si rispetti, le pressioni e coercizioni sullo stato d’animo individuale esercitate dagli agenti che ne sono responsabili non vengono mai sollecitate, né chiamate in causa: vengono accettate per quello che sono. Quale atteggiamento potrebbe essere detto “nichilistico” con maggior fondatezza di quello che passivamente accetta quel che accade finanche nel pensiero? Bisogna precisare, infatti, che qui non siamo in presenza di pensiero, ma di una vita mentale che è regredita al di sotto di esso e delle severe condizioni che esso pone affinché la mente ne risulti illuminata. Risalire al pensiero significherebbe riscoprire l’effettualità dei processi logici, riconsiderare con occhio critico la catena delle cause e degli effetti, e salendo ancor di più considerarne l'interazione sincronica, abbandonando definitivamente il “paesaggio” rinsecchito e mestamente rachitico della mera giustificazione dell’esistente. Già in un’occasione precedente scrissi di poesia che tende alle sembianze di una scrittura automatica: quasi che la penna (e con la tastiera del pc temo che i processi dell’irriflessione sappiano imporsi con maggiore potenza) si lasci guidare dallo scorrere di una sequenza mentale quale che sia, e la causa efficiente della scrittura sia non già la consapevolezza di quanto accade, mediata dagli oggetti della retorica acconci a tale consapevolezza, ma l’irriflesso moto dell’emotività che da paziente, si elegge agente della composizione poetica. Arbitrio significa anche mancanza di selettività, o per tagliare corto: mancanza di gusto: e questa è la terza peculiarità in comune. E, dal momento che il gusto è facoltà intuitiva, ci ritroviamo di fronte allo strano fenomeno che, al crescere dell’intuizionismo, decresce perfino l’intuizione: a sentenza che non percorrere la via del pensiero significa percorrere quella di automatismi che s’impadroniscono delle nostre facoltà intellettive e ci riducono a fantocci di ùbbìe e capricci i più disparati. A compensare il difetto di una solida consapevolezza del peso e del ruolo dei mezzi retorici e della loro funzionalità, ci pensa però la mirabolante escogitazione di iperboli disseminate un po’ ovunque: da davvero una partenza col botto, a per poi proseguire con (forse quel “salpare” è una svista, e volevi scrivere “saltare”), e che dire di e giustappunto per terminare con: L’unico passo che mi ha convinto e che denota stoffa è: Quantunque pure questo avrebbe a sua volta bisogno di una registrata, riconosco che qui hai offerto buona prova: guarda caso, in corrispondenza di un paio di enjambement (sul che dovresti riflettere). Il tono generale, però, è quello di un pesante copione le cui parti si susseguono monòtone, in un quadro generale di invarianza, dall’inizio alla fine; dal momento che non vi sono sufficienti elementi formali a conferire coerenza al testo, questa deve necessariamente sortire dal suo stesso principio costruttivo, il fluire delle capricciose immagini di una fantasia bizzarra: ma questo è per definizione il non-costruttivo. Nessuno stupore, perciò, se l’effetto che il tuo brano suscita è quello del chiacchiericcio, del solipsistico brusìo di fondo dei luoghi affollati: dove ciascuno ha da dire mille cose sparpagliandole all'aria, e nessuna da ascoltare e ritenere nella coscienza.
  7. Soir Bleue

    Graffi

    Benvenuta nell’Officina del WD, @@Monica : mi sono accostato a questo pezzo dopo aver letto con attenzione il tuo commento a Solitèr, che mi ha alquanto incuriosito. Da tale commento si percepisce che sei persona attenta e che cerca di schiarirsi le idee il più che sia possibile sulla poesia: ciò nonostante, ho intravisto alcuni punti non convincenti del tuo argomentare, l’effetto dei quali m’è parso di successivamente rinvenire in questo tuo lavoro. Ora, se compendiare tali punti critici in una sola parola abbia un senso e un’utilità è questione di convincimenti personali; a mio giudizio, le sintesi conservano sempre una importanza che non si saprebbe come esagerare, a patto che scaturiscano da una analisi genuina e non facilona, come invece accade il più delle volte. Nel tuo caso (ma posso sempre prendere una cantonata, beninteso), la parola-sintesi che dopo un po’ di arrovellamento mi è salita alla mente è “immaturità”. E questa parola, man mano che andavo avanti con il mio commento a questo tuo lavoro, mi è sempre più apparsa come il filo rosso che ne avrebbe guidato il dipanarsi. Per entrare subito nel vivo della mia argomentazione, e giustificare questo mio giudizio, ho trovato degna di approfondimento la tua riflessione sulla punteggiatura, purtroppo solo accennata (ho sempre sott’occhio il tuo commento all’ultimo lavoro di Solitèr), là dove scrivi: “Anche l’utilizzo della punteggiatura è complessivamente abbondante. I due punti e il punto e virgola sono rari anche in prosa. In poesia non aiutano a mio avviso”. Già qui mi pare di individuare un primo punto di “immaturità”: che a taluni simboli della punteggiatura, come i due punti e il punto e virgola, si ricorra di rado non vuol necessariamente significare che essi abbiano smarrito la loro funzionalità o che, peggio ancora, gli attuali sviluppi della nostra lingua li abbiano deprivati di giustificazione razionale. Dal momento che sono convinto proprio del contrario, e non abbraccio mai le tesi di chi voglia “giustificare l’esistente”, nella pazza, circolare pretensione che l’esistente si giustifichi da sé, e nella certezza che l’unico metro oggettivo che può dar conto della razionale conformazione della nostra punteggiatura è quella sorta di depositum fidei della nostra tradizione linguistica e letteraria, ultimo baluardo rimasto ad arginare le pseudo-razionalizzazioni politicamente orientate dall’industria culturale, contestare il punto e virgola o i due punti in poesia non già in ragione di un uso errato o poco funzionale (come io stesso, in varie occasioni, ho contestato al nostro Solitèr), ma in ragione di un modo di fare invalso ai nostri giorni, lo trovo fuorviante del pensiero: e ciò che fuorvia il pensiero non può non fuorviare tutto il resto, incluse le prassi letterarie. Perché delle due l’una: o il tuo singolare giudizio sulla punteggiatura trova giustificazione nel recepimento un po’ pigro e decisamente acritico della nostra lingua, così come ce la rimanda il complesso della criminale industria culturale italiota; oppure, esso affiora da una pretesa vagamente statistica: siccome, a occhio e croce, sono poco utilizzati, finiamola lì e cassiamoli dalla lista. Estendendo questo tuo giudizio alle singole lettere, per esempio, visto che la lettera z o la lettera b ricorrono con molta minor frequenza della e o della r, non usiamole più e anzi, potremmo sbrigarcela eliminandole dall’alfabeto e tanti saluti. Quelli della punteggiatura sono segni grafici aventi la funzione di contribuire a ordinare e regolare l’agogica e la dinamica della comunicazione linguistica, in modo tale da assicurare la corrispondenza tra pensiero e rappresentazione del pensiero. Se volessimo istituire un parallelo con la musica, la punteggiatura svolge, nelle lettere, l’ufficio che pause e legature di frase svolgono nel fraseggio musicale. Ciò attiene a condizioni originarie del linguaggio. Questo lungo cappello introduttivo, oltre a proporsi l’obiettivo di farti riflettere sullo stato attuale delle tue idee, onde riconoscere quanto appartiene a te, e quanto, in esse, è stato indotto dalla dominante industria culturale, adempie anche all’obbligo di mostrarti come tu stessa, in questo tuo pezzo, a tua volta abbia usato la punteggiatura, pur senza scriverla: perché quando vado a leggermi a voce alta: è come se la vedessi scritta così: Graffi, (o . – dal momento che la parola successiva ha l’iniziale maiuscola) Ferite leggere, sottili striature che penetrano nella sostanza dell’anima. Né gli a capo sono da soli in grado di fare le veci della punteggiatura; della quale, nel tuo pezzo, ne difetteranno pure i segni; non per questo ne difettano le funzioni. Ritengo che nella tua concezione ristagni un po’ di confusione e anche qui temo che si possa ravvedere un altro segnale di quella “immaturità” dalla quale ho preso le mosse.. Proseguendo con l’esame del tuo brano, mi vedo costretto ad aprire un inciso: la relativa “che penetrano” mi suona, messa in quel modo, davvero male, quasi strozzata, o forse meglio dire: snaturata, dacché più che raffigurare un’azione che il soggetto compie, e cioè quella di penetrare nella “sostanza dell’anima”, sembra quasi svolgere la parte di una “apposizione” del soggetto : come se la coscienza del poeta, percorsa in ogni dove da queste “sottili striature”, sia l’incontrastata protagonista del brano, e la sua presenza “sostanziale” rappresentasse la sola e unica giustificazione del brano; ma è l’intero componimento percorso da questa convinzione, e tutta la tua costruzione sembra desiderare soltanto lo sciorinamento di statiche immagini, non aventi altro obiettivo retorico all’infuori del mostrare la condizione lacerata della coscienza del poeta. Esaminando il blocco di questa prima strofa, ma soprattutto l’ultimo verso, trovo ambedue assai squilibrati: la strofa nel suo complesso, perché l’azione espressa dal verbo, il penetrare, malgrado la potente espressività che gli è intrinseca, è di molto compressa dai due blocchi del soggetto e del complemento, come già evidenziato; l’ultimo verso, invece, immediatamente susseguente all’asmatico predicato, da par suo scomoda, con sintassi poco fluente, il filosoficamente ingombrantissimo concetto di "sostanza", calato d’improvviso sul tavolo come l’asso di briscola, idea che non mi è parsa centrata. Mi sono poi domandato, inoltre: per quale ragione dilatare l’impalcatura concettuale del complemento ricorrendo alla perifrasi “che penetrano/nella sostanza dell’anima”, anziché limitarsi al basso profilo di: “che penetrano/nell’anima”? forse, il tuo istinto e il tuo “orecchio linguistico”, dei quali a sprazzi vedo la presenza, devono averti suggerito che i riferimenti all’interiorità e all’intimità individuale sono delle sabbie mobili di superficiale banalità, dalle quali è molto facile venire risucchiati, e hai ritenuto opportuno utilizzare un poderoso concetto sovraccarico di storia – quello di “sostanza”, appunto – che deviasse su di sé l’attenzione del lettore, confidando nell’illusorio guadagno di sanare il vizio dell’ormai nulla espressività di una parola trita e ritrita, abusata al punto da risultare irritante, qual si è fatta anima. E sia nel tuo ragionamento intorno all’uso della punteggiatura, che in questa decisione di ingenua “strategia” letteraria, io intravvedo quella che sopra ho definito "immaturità". La quale, però, si estende lungo tutto il tuo lavoro. Il secondo blocco di versi, tra tutti, mi sembra il più riuscito: epperò, quella sosta, quel “fiato” che nitido si avverte dopo “appare”, quale altra funzione svolge se non quella di una punteggiatura non scritta e segnalata dagli a capo? Il terzo miniblocco: ci presenta una ulteriore declinazione di questa immaturità, giacché è staccato dal precedente, ma comincia, diversamente da quello, con l’iniziale minuscola: come deve mettere in rapporto, il lettore, questo inizio del terzo blocco alla conclusione del secondo? Se l’uso della minuscola non è una svista, sono portato a immaginare, dopo “felicità”, dei puntini di sospensione, o magari uno di quegli stucchevoli punto e virgola che, a tua detta, “non aiutano”, forse perché ti appaiono come degli elementi apportatori di un eccesso di regolarità e razionalità che disturberebbe il flusso della lirica, trasformandola in una sorta di prosa poetica. Ma, se un lettore leggesse a voce alta questo terzo blocco, il secondo verso non lo renderebbe incline a far sentire due virgole, dopo “dubbio” e “scavare”, cosa che ci restituirebbe l’effetto – assai poco lirico, almeno nella concezione che sembri sostenere – di un comune inciso rinvenibile un po’ ovunque, dalla prosa dei romanzi storici a quella degli atti amministrativi? Questo terzo blocco, inoltre, se considerato contestualmente agli altri due che lo seguono, inaugura la lista delle ininterrotte, semplici descrizioni, e qui ritorniamo a quanto sopra ho scritto in merito all’altra forma di immaturità consistente nella mancanza, già in sede di “progettazione” del brano, di un obiettivo retorico che non fosse la lamentazione delle ferite che ledono la bistrattata coscienza del poeta. Se leggiamo questi blocchi assieme: emergono altre sfumature dell’immaturità; stavolta, la scorgiamo mentre assume la comunissima fattispecie di una scrittura poco controllata. Per esempio, il prolungarsi delle mere descrizioni ti forza all’uso di una quantità smodata di preposizioni, che ti ho evidenziato in grassetto: sono ben tredici, in tutto il brano ce ne sono, salvo errori, sedici. I verbi veri e propri, che predicano un'azione, salvo errori di conta o sviste, sono all'incirca la metà. Trovo, in questo dato, uno squilibrio sul quale dovresti sostare e riflettere. Procedendo nell’analisi, poi, mi sono domandato per quale ragione “dubbio” ha l’iniziale minuscola e “Illusione”, invece la maiuscola. È il dubbio, forse, una potenza meno distruttiva dell’illusione, una volta che la si perda? Quell’“affonda” con l’iniziale maiuscola, staccato dai blocchi, richiamando su di sé l’attenzione anche dal punto di vista grafico (e già qui ci sarebbe da discutere per ore: ma come, facciamo gli snob con la punteggiatura, poi affidiamo quella parte di significati che solo con difficoltà possono essere veicolati da morfologia e sintassi ai giochi di prestigio degli spazi e degli interlinea?), ci mostra una ricorsività: ho come l’impressione (ma mi esprimo in forma dubitativa, perché un solo testo non è sufficiente all’enunciazione di giudizi generali) che la tua tendenza, coerentemente con la pervasiva superfetazione dell’“ego fluttuante” che hai nominato in fine di penultimo blocco, sia quella di insistere molto sulle descrizioni dello stato pietoso in cui versa l’interiorità del poeta, e di ridurre la presenza dell’azione al minimo compatibile con questa tua primaria esigenza espressiva. Credo che anche qui il tuo istinto ti sia venuto in soccorso, e che tu abbia compreso che – dopo il “che penetra” del primo blocco, e gli smilzi “appare”, “incrina”, “erode”, “scavare” ecc. a seguire – costretta tra i vasi di ferro dell’illusione “aggredita dalla ruggine” da un lato, e dal “torbido liquame dei desideri spezzati” dall’altro, l’azione dell’affondare non avrebbe potuto che rivestire l’unica parte rimasta, quella del vaso di coccio: di conseguenza, con scelta corretta, l’hai posta in buona evidenza. Tuttavia, questo stratagemma non ha disperso il fastidioso andamento di elenco di descrizioni che percorre da cima a fondo il tuo pezzo. Sul finire, la mente mi è volata a quei menù dei ristoranti che vogliono scimmiottare la haute cuisine, nei quali sembra troppo terra terra scrivere il nome del piatto e a seguire gli ingredienti: e così, trasformano una pietanza nella descrizione di un quadro: “capesante al profumo di timo con una spolverata di zenzero su letto di patate al rosmarino e pancetta croccante con salsa al brandy e crema di fagioli” ecc. Ciò detto, ti auguro di trovare una espressività che sia il più lontana possibile dai condizionamenti economici e politici ai quali, con modi sotterranei di coercizione, la presente, infausta epoca ci sottopone: è questa la sola via maestra che conosco capace di favorire la “maturazione” di quella “immaturità” della coscienza che sembra percorrere questo tuo pezzo.
  8. Soir Bleue

    Riunione di condominio

    Toh, ignoravo che i santoni dell'Himalaya prendessero parte a riunioni condominiali... Ti sollecito un chiarimento @Elisa Audino : l'informazione che ci dai mi ha mandato in tilt. Si riferisce a un elemento negroide o cos'altro? Ammetto di non essere riuscito a decodificarla, perciò ti ringrazio fin da ora se vorrai rispondermi.
  9. Soir Bleue

    indelebile ricordo

    Eh lo avevo messo in conto che Damasco alludesse a Paolo: e il paragone con la sua conversione dà la misura della difficoltà nell'esprimere un tale sentimento. Ad maiora @Solitèr
  10. Soir Bleue

    indelebile ricordo

    Purtroppo, @Solitèr , noto un certo impaccio in taluni passaggi, cosa che mi induce a ritenere non molto convincente questo tuo brano. Lo eri stato con maggiore efficacia in una tua prova precedente, ora non me ne ricordo il titolo, mentre qui la piena sentimentale alla quale hai voluto dar voce mi risulta, come dicevo, estremamente impacciata da immagini un filo troppo scontate e svigorite (come quelle del sole che sorge e scalda il cuore), mentre invece le immagini che chiudono il brano, quella della pellicola e quella dei colori sull'intonaco mi suonano molto forzate, complice il fatto che la loro resa poetica mi appare poco meditata, come se ti fossi accontentato della prima (o di una tra le prime) versioni buttate sulla carta. Se isoli dal resto del componimento i seguenti versi: credo che anche a te non suoni gran che bene all'orecchio. Purtroppo, per riuscire a rendere con pregnanza la piena dei sentimenti in poesia - e questo mi pare un argomento di riflessione estetica alquanto importante - un minimo di distacco e di elaborazione sono necessari: bisognerebbe essere un fenomeno per riuscire a imprimere di getto una forma poetica meritevole all'erompere degli affetti e dei sentimenti. Anche qui mi resta di fronte, insoluto, l'imperscrutabile mistero degli a capo, e di come tu li abbia decisi così come ce li hai presentati, mentre mi piacerebbe sapere qualcosa di più preciso su quel riferimento a Damasco, che mi ha molto incuriosito: e cioè, se sia da intendersi in senso letterale o metaforico.
  11. Soir Bleue

    Naufrago per 43 giorni cap. 6

    Bentornato eccellente @flambar . Come al solito il tuo brano è un gustoso aperitivo totalmente incentrato sui fatti, sulla cronaca, sulla vita vissuta. Par di leggere un romanzo picaresco, ma ho come l'impressione che quella vena selvaggia di pochi mesi fa si stia un po' troppo piegando alle spinte civilizzatrici della normale sintassi. Da pirata stai facendoti corsaro. Confesso di provare un po' di nostalgia del vecchio Cosimino, ma (almeno a quanto sembra) meno di quanta tu ne abbia di quello spassosissimo carcere nel quale molti vorrebbero essere rinchiusi. Ad maiora Cosimino.
  12. Soir Bleue

    Intuizione

    Io, invece, trovo alcuni difetti in questo brano, che costituisce un passo indietro rispetto ad altri precedenti tuoi, caro @Lollowski , ed è un vero peccato, giacché l’idea che sta alla base di esso è interessante: in alcuni momenti mi è parso di vederci un Notturno, se volessimo adoperare una metafora musicale, e per come sei fatto tu, potresti anche completare una raccolta con questo titolo. Di buono, in esso, c’è la puntuale emersione della tua caratteristica poetica basilare, che è quella di suggerire a chi legge un filo di ritrosia esistenziale, quasi che i tuoi personaggi maggiori siano afflitti dall’incapacità di abbandonarsi ingenuamente al flusso della vita, così come ordinariamente tutti fanno. La concezione del poeta quale “occhio” che vede vivere, anziché vivere, ti riesce bene, anche se il risultato, qui, l’ho trovato assai di maniera, mentre in altre tue prove sei stato più convincente. Tuttavia, questa tematica esistenzialista del vedersi vivere anziché vivere comincia pure a mostrare la corda, specialmente se trattata in questo modo. Utilizzo questa espressione un po’ tranchant perché le tematiche esistenzialistiche, le cronache minimalistiche dei “sottili moti dell’anima” – come amano celiare i critici a gettone delle terze pagine mainstream – siano chiarissimamente al di fuori del tempo storico, e la poesia, oggi, dovrebbe orientarsi, come quella del Risorgimento, verso la militanza e la ricerca e il raggiungimento delle condizioni atte a descrivere e definire le tappe di un traguardo politico. (Detto in termini più chiari: la poesia dovrebbe servire a fare i conti con qualcuno "sulla carta", nella speranza di farli, da qui a non troppo tempo, “sulla carne”). Ma, per tornare al tuo pezzo, credo che il rischio che perennemente corri, considerato il tuo modo di scrivere, consista nell’effetto sedativo determinato dalla monotonia della dinamica: non vedo l’uso tecnicamente accorto di quei mezzi espressivi che nella musica si chiamano crescendo, diminuendo, accelerando ecc., che però appartengono anche alle lettere. Nei tuoi brani non ci sono né agogica, né dinamica, se volessimo restare all’interno della sopra richiamata metafora musicale. E questo, nel momento in cui si aderisce, in un modo che definirei “programmatico” al minimalismo del contenuto, e “programmaticamente” si decide di esprimerlo senza un barlume di formalizzazione, può determinare un qualche problema di ordine poetico nel risultato che si ottiene. Credo di averti scritto in una precedente occasione che quel che mi piace dei tuoi testi è l’indubbia onestà che da essi traspare: sei uno dei pochi che non se la tirano, e quindi uno dei pochi meritevoli di commento. Passando a una considerazione maggiormente di dettaglio, ti dirò che già l’inizio non mi ha ben disposto nei confronti di questo pezzo: A chi, leggendo questo attacco, non è venuta in mente la notte buia e tempestosa di Snoopy? Personalmente, non ho mai avuto molta consonanza con lo scrivere per immagini, però posso accettare che, anche a considerare il titolo che hai scelto per il tuo brano, un parco uso del lato descrittivo della lingua ci possa stare: ti dico onestamente, però, che in questa prova sei andato ben oltre la misura massima posta dalla razionalità dell’equilibrio poetico: le immagini si susseguono senza sosta per i primi venti versi, attraverso asserzioni isolate dal punto fermo, e dobbiamo attendere i due successivi affinché un tale andamento cantilenante venga interrotto dalla domanda fedifraga posta da uno dei personaggi. L’intervento drammatico, che produce movimento, contenuto in questi due versi mi appare molto tardivo, dal momento che, prima di arrivare a questo punto di svolta, chi legge si è dovuto sorbire la manfrina di una introduzione menata per le lunghe, ossia quella pappardella sulla convivialità di seconda mano che l’attuale, perversa forma di potere, sola, ci concede (andare a fare la scorta di cibo spazzatura a risparmio in quegli schifosi e degradanti supermercati, e mestamente riunirsi in casa di qualche amico, la sera – ma, beninteso, non dico che sia stato questo il tuo caso ): ciò mal dispone il lettore alla pur bella ed efficace immagine dell’insetto che urta contro il lume. Su questa sorta di spleen di periferia, che mi sembra essere la tua inclinazione irrinunciabile, ti invito però anche a riflettere: in presenza di un uso dell’armamentario tecnico sempre uguale a sé stesso, alla lunga mostra la corda; pare quasi che la tua vena compositiva (ma giudico a partire da quel poco che ho letto di tuo) possa essere suscitata solo dalla contemplazione di una specie di inadeguatezza esistenziale, magari un piccolo, trascurabile tarlo, tale però da impedire, come già detto sopra, che l’istante che il tuo personaggio sta vivendo possa ospitare l’intero suo essere. Qualcuno direbbe che quel minuscolo tarlo, quel puntino trascurabile che impedisce ai tuoi personaggi di calarsi per intero in ciò che accade è, appunto, lo spazio della poesia. In questo c’è del vero, è fuor di dubbio. Come recitava, però, un vecchio testo di grammatica a uso liceale, bisogna sempre saper variare le strutture sintattiche e retoriche, altrimenti il testo non regge, e questo mi sembra il tuo punto debole. Una annotazione a parte la dedicherei alla spinosa questione degli a capo. Il tuo è, mi par chiaro, un testo di poesia narrata: ciò nonostante, questo particolare non ti dispensa dall’obbligo di fornire i tuoi brani di almeno un briciolo di veste poetica. Non trovo nessuna motivazione razionale nello spezzare un verso come: o addirittura: Se uno che, leggendoti ad alta voce, ponesse attenzione a questi dettagli, rischieresti di fargli sortire un effetto comico, quasi di balbuzie, effetto molto distante dai tuoi intendimenti, credo. Sembrerebbe che l’amministrazione cervellotica degli a capo stia lì a compensare l’ordinarietà minimale e direi quasi il grigiore del lessico e della sintassi, ma l’impressione che se ne trae è unicamente quella di una casualità dovuta al non sapere (o non volere) controllare la propria scrittura.
  13. Soir Bleue

    Il contesto. Una trascrizione. Capitolo 1. Parte seconda.

    Buongiorno a te carissimo @flambar : eh sì, gli avvocati spesso son brutta gente, ma il peggio del peggio del peggio sono i magistrati: come dimostra l'insabbiamento dello scandalo delle chat, questi signori si ritengono legibus soluti, e a tutti gli effetti lo sono. Ciò dovrebbe essere di scandalo a un'intera nazione, ma noi stiamo a sollazzarci con altre amenità. Ti ringrazio dell'apprezzamento, ché tornando sul testo mi sono accorto di un paio di passaggi insoddisfacenti e da revisionare, e ricambio l'augurio di un sereno fine settimana. Ad maiora, Cosimino.
  14. Soir Bleue

    Un tipo normale

    Ah, i bei vecchi tempi, mi verrebbe da dire, nel corso dei quali il concetto di militanza veniva riguardato con tutti gli onori e se ne stava sugli scudi! Questo brano, che pure riposa su di una buona intuizione e poteva essere sviluppato in modi più convincenti, alla fine della lettura, pure di una lettura ripetuta, suggerisce l’impressione di una qual certa casualità: parrebbe che l’autrice si sia accontentata, in diversi punti, della immediata soluzione venutale in mente. Buona la prima, insomma. E già questo è un iniziale discrimine che un poeta che si rispetti dovrebbe sempre tener presente. Dal testo, che purtroppo è affetto, proprio in forza di questo vizio originario, di una struttura irregolare e singhiozzante, e ripeterei: una irregolarità del tutto casuale, guidata esclusivamente dalla malìa delle immagini al cui potere di seduzione @(Irene70) non ha saputo opporre resistenza, ho ricavato l’impressione netta di una concezione minimalistica della vocazione poetica. Tornerò in seguito su questo punto. Già, perché esiste anche un diverso tipo di irregolarità, una irregolarità ricercata, e che si definisce tale solo in relazione a quelle forme di quadratura tradizionalmente consolidate le quali, a quanto pare, sono cadute in insuperabile discredito. Questo secondo tipo di irregolarità si alimenta di questa tensione che la mette a contrasto delle forme consolidate, e il segnale della sua presenza, e della sua efficacia, risiede e nel suo incedere accidentato, che costringe il pensiero a un ininterrotto e concentrato vegliare, e nella denunzia della illegittimità estetica di qualunque ipotesi di “scorrevolezza” del testo. Si tratta, però, di un faticoso lavoro di cesello, alla ricerca di un equilibrio tanto personale quanto sempre instabile: tant’è vero che le grandi conquiste dell’avanguardia, pure innegabili, quasi per una specie di contrappasso invecchiano (e decedono) assai più rapidamente dei colossi della tradizione. Gli idilli leopardiani ancora (forse) si leggono: ma chi avrebbe tempo e voglia di faticare sulle pagine del Laborintus? In questo brano, invece, vediamo l’anima-farfalla dell’autrice librarsi e indugiare, come uno di questi multicolori insetti, nel giardino d’infanzia delle rappresentazioni: purtroppo, sono rappresentazioni alquanto trite e di poco vigore. Per l’intanto mi preme sottolineare quanto i vv. 4-5, mi duole scriverlo, contengano immagini accecanti nella loro banalità – e par quasi che si stia leggendo una di quelle pubblicazioni edificanti in uso nella letteratura per l’infanzia, tant’è che mi sono venute in mente delle raffigurazioni possibili, di bimbi in calzoncini corti e bimbe con le trecce al vento all’inseguimento di bolle di sapone, aquiloni… ma i fiori? Che può voler dire questa immagine dell'inseguire i fiori nel vento? A me pare un che di buttato lì a caso, una immagine un po’ raffazzonata nella quale le parole “fiori” e “vento” vengono inserite a forza in una azione, affidata al verbo “inseguire”, che però, anziché porre in risalto, distrugge con la sua insensatezza il contenuto malióso di quei due sostantivi che l’autrice avrebbe voluto invece (almeno credo) valorizzare. Il resto del brano assomiglia a una determinazione della vita privata del poeta che par quasi acquisire, a un certo punto, la cadenza di una introspezione, un elenco di cenni autobiografici. La soluzione del mistero è alquanto elementare: un poeta non cessa di esser tale perché in un certo istante non scrive poesia: la poesia è dapprima sacro fuoco, poi militanza. O il poeta si configura come un militante del concetto, o non è. L’interezza dell’ente è materia poetica; quel determinato assetto giuridico è materia poetica; il colore rosso carminio del nostro campari serale è materia poetica. La società borghese, impiantata sulla produzione di merci e sulla separazione dei produttori dal prodotto del loro lavoro, ha dato forma a questa mostruosità del salariato che impersona il suo ruolo produttivo fintanto che la produzione di merci ha bisogno della sua opera; poi, terminato l’orario di lavoro, può dismettere l’uniforme imposta dal suo ruolo sociale (oppure diventare un disoccupato gettato nella miseria più nera), e tornare ai suoi svaghi, al “tempo libero”, del quale la poesia e la letteratura dovrebbero essere parte. E gli svaghi di questo tempo libero andrebbero poi a lor volta accantonati a causa del sopraggiungere di altri obblighi (la cura della famiglia, il “privato” genericamente inteso). Abbiamo esempio di molti borghesi che concepivano in tal modo la loro attività poetica, e perfino più di un esponente della classe dei rentiers. È, pertanto, l’interezza dell’ente che si riflette (o dovrebbe riflettersi) nella mente del poeta prima, quindi nel suo peculiare modo di intendere e usare il linguaggio, poi. Ne discende, per deduzione, che se l’interezza dell’ente è oggetto della poesia, e la poesia è la riflessione dell’ente in sé stesso, il poeta, ossia quel soggetto nel quale la riflessione dell’ente è di casa, non potrà certo decidere di smettere di esser tale a piacimento, come quando si chiude il rubinetto dell’acqua. Da tali condizioni, alquanto severe, non può che discendere che di veri poeti, nella lunga storia delle arti letterarie, se ne contino assai pochi; il ripiego non può che essere il salottiero ciarlare di chi si accontenta di restare - per usare una celeberrima metafora - per un tempo indefinito nel vestibolo del tempio. Il minimalismo della domanda: cosa farà mai il poeta quando non scrive poesie? sta proprio nel considerare la vocazione poetica come un che di accidentale, di fortuito, un elemento che non appartiene all'essere necessario, ma qualcosa che potrebbe essere, ma anche non essere. Del resto, di questo brano il minimalismo è cifra estetica totale, e lo percorre tutto, da cima a fondo: a partire da una forma appena abbozzata per giungere infine al minimalismo del contenuto: per quale motivo un poeta dovrebbe rifuggire dal potere offensivo della parola (il "ferire") se la storia, l’ente, in una parola: la realtà altro non sono che una guerra? C’è un partito da prendere: la poesia non può restarsene al di sopra di questo compito. La poesia, come tutta l’arte, può ben configurarsi come un’arma spendibile per questa guerra, e il resto è solo un cupio dissolvi della vigliaccheria. O, come ebbe a dire una volta Thomas Mann: intimismo all'ombra del potere.
  15. Soir Bleue

    Il contesto. Una trascrizione. Capitolo 1. Parte prima.

    Grazie del passaggio, caro "scrittore" @lapillo .
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