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Elisabeth

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  1. Elisabeth

    Mezzogiorno d’inchiostro 140 – Topic ufficiale

    Belle tracce vediamo se mi ispiro e vien fuori qualcosa ;-)
  2. Elisabeth

    Mezzogiorno d'inchiostro 140 — Off topic

    Abbiamo un nuovo contest domani?!? Gioia e tripudio
  3. Elisabeth

    Stand by me

    Se avessero chiesto e avessero saputo già tutto prima non ci sarebbe stata la storia ;-). Grazie del tuo.commento preciso
  4. Elisabeth

    La storia che ancora non conosci

    Grazie a te.
  5. Ho pubblicato il mio secondo racconto. Ne esiste una versione più lunga ma vediamo se funziona anche così. Incrociamo le dita 😉

  6. Elisabeth

    Stand by me

    Stamattina pioveva ed io non sono riuscita a smettere di fissare quella pioggia sottile che scendeva cantilenante e dolce. Ora ha smesso. Apro la finestra e mi arriva alle narici l’odore unico della terra bagnata. E d’improvviso mi assale il ricordo di un’altra terra bagnata e di un tempo andato. D’estate io e Marie, appena smetteva di piovere, correvamo fuori e andavamo a caccia di lumache. Non so perché ci fossimo fissate con le lumache. Probabilmente il fascino di un animaletto che si porta la casa appresso era per noi irresistibile. Ci tuffavamo nell’erba alta del giardino che correva lungo tutta la casa e la prima che ne trovava una guadagnava dieci punti. Una volta ne trovammo una ventina, una colonia. Le battezzammo una per una e a turno la sera ci eravamo date l’ingrato compito di contarle. Ne mancava sempre qualcuna all’appello. E noi restavamo lì a chiederci per quale ragione fossero l’emblema della lentezza quando invece a noi sfuggivano con una regolarità inspiegabile. E fu nel cercare di recuperarne una che successe. Il giardino nel quale le nostre scorribande prendevano vita finiva su un terreno incolto, una proprietà contesa da anni tra eredi mi pare e per questo abbandonata a se stessa. In effetti non c’era nulla che ne segnasse i reali confini, per cui talvolta capitava che correndo ci finivamo in mezzo anche se sapevamo che oltre un certo albero, abbattuto da un fulmine chissà quanto tempo prima, ci era stato vietato di inoltrarci. Ci avevano raccontato che al centro del terreno incolto sorgeva dal nulla una casa a cui mai e poi mai dovevamo avvicinarci. Noi più di una volta ci avevamo fantasticato sopra. A seconda dell’umore di una delle due si trasformava in un castello o in un antro dove sicuramente viveva una strega. L’influenza delle nostre letture infantili giocava anche il suo ruolo devo ammettere. Ma quando accadde non ci stavamo pensando da molti giorni alla casa, eravamo state costrette dalla pioggia a riversare la nostra fantasia su altri obiettivi. Perciò ancora adesso sono convinta che se non fosse stata per la lumaca non ci saremmo avventurate oltre l’albero caduto. Ma era diventata una questione di principio recuperarla ormai. Senza avvedercene ci ritrovammo così di fronte alla “casa”. Era una semplice costruzione su due piani, con un balconcino rotondo sorretto da due colonnine con un arco che introduceva alla porta d’ingresso. L’edera, infestante, ne disegnava i contorni e i tratti, e piccole rose bianche ne puntellavano gli angoli addolcendoli. Non era un castello, ma nemmeno un antro buio dove potesse trovarsi a suo agio una strega degna di questo appellativo. “Vai avanti tu” mi disse Marie. Circospette e guardinghe ci avvicinammo all’arco di edera e pietra. “Non credi che dovremmo tornare indietro invece?” Le risposi sussurrando. Ma in risposta ottenni solo uno spintone che mi fece inciampare in un gradino nascosto dalle erbacce. Il risultato fu che per evitare di rimetterci l’arcata superiore appena spuntata mi aggrappai ad una maniglia che spuntava dalla porta a cui a furia di spintoni ci eravamo approssimate. E la porta si aprì senza sforzo. L’interno ci sorprese molto più dell’esterno ormai preda sconfitta dell’edera. Un camino scoppiettante – sebbene non avessimo visto fumo né avvertito l’odore avvicinandoci – con davanti un tavolino ci si presentò davanti gli occhi. Delle piccole poltroncine basse, una libreria e delle lampade completavano l’arredamento. “Andiamo via” mi disse Marie, ma io non le risposi assurdamente affascinata da quello spettacolo insolito e del tutto fuori da ogni logica. La casa doveva essere un rudere abbandonato, così mio padre lo aveva sempre descritto. Invece sembrava non solo essere abitata ma era anche arredata di tutto punto. Su una delle poltrone giaceva abbandonata una veste bianca punteggiata di fiorellini rosa. Senza alcuna coscienza, tipica dei bambini, iniziammo a gironzolare per quella stanza toccando i libri, fingendo di prendere il tè nelle tazzine di porcellana finissima conservate nella credenza, indossando dei cappelli con delle piume lunghissime che giacevano abbandonati su un divanetto, senza pensare nemmeno per un attimo all’eventuale proprietaria di tutte quelle cose. Ridevamo e ci rotolavamo sul tappeto persiano che copriva parte del pavimento in legno levigato. Finché non sentimmo un rumore provenire dal piano di sopra. La risata ci si bloccò in gola. Guardandoci con gli occhi sgranati e con i cuori che battevano all’impazzata, ci liberammo dei cappelli e iniziammo a correre inciampando nel tappeto, urtando il tavolino che rovinò a terra, e guadagnammo la porta. La corsa verso casa fu talmente furiosa che chiunque ci avesse scorto avrebbe visto solo un groviglio di gambe e braccia, una macchia indistinta sullo sfondo verde degli alberi. Avevamo fatto tardi e trovammo i nostri rispettivi genitori furenti, neanche ci salutammo con Marie e a capo chino rientrammo ognuna nella sua casa pronte alle sgridate. Più tardi, durante la cena, quando cercai di raccontare le cause del nostro ritardo a mio padre ricordo che lui prima mi guardò stranito e poi mi rispose laconico “ci sono passato ieri, non ci abita nessuno in quella casa, perché non è nemmeno una casa, sono rimaste solo le fondamenta. Un incendio la distrusse tanto tempo fa”. Presumo che la stessa risposta fu data anche a Marie. Quando ci rincontrammo l’indomani ci aspettava il mare azzurro e la promessa di cento bagni, le lumache erano ormai partite ognuna con la sua casupola per nuove avventure, e noi non ne parlammo mai di quel pomeriggio. Ogni tanto però ci fissavamo negli occhi e un sorriso complice si allargava sulle nostre bocche con le finestrelle. Non rividi più Marie, quella fu l’ultima estate che andammo in quella casa dal giardino scomposto a racchiuderne i lati. E fu l’ultima estate di un tempo ancora inconsapevole. Sta ricominciando a piovere. L’aria si è fatta gelida. Meglio chiudere la finestra.
  7. Elisabeth

    La storia che ancora non conosci

    Come al solito il testo quotato mi si incolla all'inizio e non riesco a far scendere il cursore 😊 va beh era solo per dirti che io toglierei "questo" e costruirei la frase così "tra tutti i libri del mondo ce n'è uno tra i miei preferiti anche se non l'ho mai letto" . Ma è francamente una quisquilia più dettata dal gusto che da altro. Ognuno ha il proprio stile e come ogni buon editor sa lo stile va sempre rispettato perciò il mio è solo un suggerimento. Il racconto lo trovo molto bello. Io l'ho interpretato come un riferimento al libro della vita, che si arricchisce di capitoli grazie ad ogni esperienza e ad ogni incontro. Non lo possiamo leggere e probabilmente forse non lo leggeremo mai completamente ma resta pur sempre il nostro libro più bello perché ci appartiene. Non ho trovato sbavature nella scrittura ed è scorrevole. Mi è piaciuto. Grazie per avermi fatto pensare al mio libro preferito 😉
  8. Elisabeth

    Il ragazzo dagli occhi di vetro

    Se la voce narrante fosse stata al femminile cosa avremmo pensato? Che era una ragazza che cercava di attirare le attenzioni di un ragazzo su un treno. Niente di più niente di meno. Disturba che la voce sia maschile. E mi fa riflettere si come ancora percepiamo (male) l'omosessualità. Io non ho pensato nemmeno per un momento che fosse uno stalker. È quello che capita a molti di incrociare qualcuno su un autobus o su un treno e di immaginare la vita, i pensieri e i dolori. Mi è piaciuto. È delicato e scritto bene. A presto rileggerti 😊
  9. Oggi pubblico in officina... ho deciso 😊 

  10. Elisabeth

    Anonimato su wd e non solo

    Anche questo è vero. Sfuggire alle attenzioni indesiderate alla fine è solo una pia illusione hai ragione 😁
  11. Ho perso il contest di domenica. Peccato 😤

    1. Mostra commenti precedenti  4 da mostrare
    2. Ippolita2018

      Ippolita2018

      Segui sempre la bacheca! Ti copio dal regolamento dei contest: "Mezzogiorno d'inchiostro [MI] = una Domenica ogni due per tutto l'anno, tranne durante la pausa estiva, pasquale e natalizia". :)

    3. Befana Profana

      Befana Profana

      Partecipa a quello di domenica 14: sarà la prima volta da giudice di @Almissima non puoi mancare! :love:

    4. Elisabeth

      Elisabeth

      Ci sarò 😍😍 grazie a voi @Ippolita2018 e @Befana Profana

  12. Elisabeth

    Anonimato su wd e non solo

    Il mio è un semianonimato ma più che altro per sfuggire chi mi conosce e a cui non voglio far leggere quello che scrivo. Ho racconti disseminati su diverse piattaforme e tutti con lo stesso nome. Certo uno bravo mi trova la foto è reale ed è pure su fb. Ma a chi verrebbe in mente? 😉
  13. Elisabeth

    Addio, pagliaccio.

    Assolutamente devi farlo. 😊
  14. Elisabeth

    Oltre il molo

    Un bel racconto. Probabilmente lo sai ma la tecnica del palloncino è una delle maggiori usate dai coach life ed è anche una delle più efficaci. Mi ha fatto piacere ritrovarla in un racconto. Harry e il dolore per l'amore perduto è descritto molto bene. La sua disperazione prima sofffocata e poi lasciata andare finalmente in quel pianto liberatorio. La descrizione del molo, delle tavole, del vento è accurata, come una fotografia, sembra quasi di vederlo. La rinascita nell'amicizia, dopo il rito liberatorio del palloncino, del "lasciare andare" l'ho trovata molto significativa. Un bel finale. Lo stile è scorrevole e pieno di "grazia". Solo un dettaglio ti sottolineo ma come scrivo sempre è dettato più dal gusto personale che da una reale esigenza di scrittura: "[...] in tasca Harry" non ripeterei Harry. Tutto qua. Grazie per il tuo racconto, suggestivo e carico di significati.
  15. Elisabeth

    Addio, pagliaccio.

    Bellissimo. Denso, triste, drammatico. In poche battute si intuisce il vissuto del protagonista. Il suo dolore è vivido e pare di poterlo toccare. La pioggia, per me protagonista non secondaria del racconto, che lava via il trucco come lava via l'esistenza di questo uomo che se ne va in una macchia di colore. L'indifferenza dei due comprimari fa da sfondo alla storia e alla fine prorompe nel finale tragico. Mi è piaciuto tanto. Poi io adoro certe ambientazioni geografiche quindi non poteva non colpirmi. Solo un dettaglio stilistico che proviene dal gusto personale "Quando la pioggia finì di lavargli il viso, Olly si mosse". Io avrei scritto così ma ripeto è dettato solo dal gusto. Brava! Spero di trovare altri tuoi racconti. Eli
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