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Eva___

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  1. Eva___

    Herrare umanum est

    Vero, infatti pensavo di averlo messo in grassetto, ma mi sono dimenticata!
  2. Eva___

    Herrare umanum est

    Ciao @Macleo Molto bello Anche questo Qua faccio il Derossi di turno, l'ittero è dovuto a un eccesso di bilirubina. Secondo me in questi passaggi sei stato troppo "esplicito": l'intento satirico rischia di perdersi e il tono diventa vagamente polemizzante. Tutto il resto del testo è estremamente efficace anche grazie alla presenza di immagini, descrizioni e dialoghi forti ma più sottili, a mio avviso in questo caso è troppo "spiegato". Anche io non ho trovato refusi grammaticali/ortografici. Il racconto è molto bello, mi è piaciuto, giusto grado di verosimiglianza e paradosso, divertente e con un vocabolario adeguato alla situazione e all'intento. Nonostante il periodo storico si legge volentieri. Ottimo lavoro!
  3. Eva___

    La vecchia - parte 1

    Ottimo, allora provvederò. Grazie ancora
  4. Eva___

    La vecchia - parte 1

    Ciao @aladicorvo Innanzitutto grazie per la recensione, molto accurata e ricca di buoni consigli. In teoria lo avevo fatto, probabilmente nel copiarlo qua si è perso. Vero, ho forse buttato un po' troppe idee insieme. A volte funziona meglio tagliare. Interessante! Grazie, è un periodo in cui purtroppo faccio fatica a dedicarmi alla scrittura e già di mio non sono una grande "produttrice", quindi ricevere questo commento mi ha fatto molto piacere.
  5. Eva___

    E' meglio scrivere...(racconti e poesie) [31/08/20]

    Ora sul sito è possibile leggere finalisti e vincitori
  6. Eva___

    La vecchia - parte 3

    Poi, durante un’elegante serata di beneficenza – non che a Claudio importasse del nobile fine, ma era un modo facile per parlare con belle donne dell’alta società - incontrò Nadia. Non la vedeva dai tempi della maturità. Fu lei ad avvicinarlo per prima, dato che Claudio non l’aveva riconosciuta inizialmente. Nadia era ancora stupenda, forse persino più bella di quando era ragazza. Dopo un breve scambio di battute, Claudio notò l’anello che portava al dito e il suo entusiasmo si spense. Nadia se ne accorse e gli raccontò di essersi sposata giovane, dopo solo qualche mese di fidanzamento, con un uomo fascinoso e benestante. I primi anni erano stati meravigliosi, a suo dire, ma col tempo si era resa conto di aver fatto una scelta troppo avventata. Ormai era tardi per tornare indietro però, concluse. Due giorni dopo cominciarono una relazione clandestina. Frequentarsi era facile: Nadia era spesso sola, dato che il marito lavorava sodo per mantenere la sua ricchezza e preferiva occupare il suo tempo libero tra golf e prostitute. Ben presto, quello che doveva essere solo uno sfizio, un modo facile e terribilmente comune per combattere la noia, divenne qualcosa di più. Nadia era perfetta, tutto con lei funzionava e non era solo sesso. Gli piaceva il modo in cui discuteva con intelligenza e sagacia e quando non poteva vederla le mancava. Claudio per la prima volta dopo quasi quarant'anni di vita riuscì a capire il movente che spinge le persone ad incatenarsi tra loro. Sentiva anche la necessità che quel legame non fosse più solo loro e voleva una cerimonia per celebrarlo, voleva firmare un pezzo di carta che rendesse chiaro a tutto il mondo che Nadia era e sarebbe sempre stata sua. Durò poco. Mentre Nadia fantasticava a voce alta su come sarebbe stata la loro vita quando avrebbe lasciato il marito – era già entrata in contatto con un affermato avvocato divorzista -, Claudio d’un tratto capì che non gliene importava più. E quindi glielo disse. Ne seguì una scenata tremenda, ovviamente, durante la quale Nadia passò dalla rabbia più estrema alla disperazione più profonda, ridicolizzandosi e pregandolo di non lasciarla. Claudio non proferì quasi parola. Non poteva dire altro, non sapeva dare alcuna giustificazione. Alla fine, mentre usciva dall'appartamento, Nadia emise il verdetto: «Tu rimarrai sempre solo». C’era qualcosa di quella situazione che lo aveva lasciato turbato, ma non erano state le sue parole, né il timore di averla perduta per sempre. Nonostante gli sforzi, Claudio non riusciva a capire quale potesse essere la causa di quella sensazione. Per cui riprese la sua vita, esattamente come aveva fatto fino a quel momento, chiedendosi soltanto raramente, nelle notti in cui non riusciva a prendere sonno, se fosse normale non provare alcun rimorso, alcun dispiacere nel suo modo di essere. Qualche mese dopo la fine della sua storia, sua madre cominciò a dargli il tormento per andare a trovare la vecchia. Era dal funerale di suo padre, avvenuto otto anni prima, che non pensava alla nonna. La vecchia – che al tempo era perfettamente lucida e in grado di muoversi autonomamente – non si era nemmeno degnata di presentarsi. La mamma avrebbe voluto che Claudio vedesse la nonna prima che l’inesorabile avanzare della malattia cancellasse ogni memoria del nipote. Claudio avrebbe invece preferito riservare alla vecchia lo stesso trattamento che lei aveva offerto al genero. Perciò declinò le numerose preghiere della madre, la quale una volta si presentò persino a casa sua per provare a convincerlo. Ma Claudio non era più un ragazzino, non poneva più la felicità della madre al primo posto. Anzi, disprezzava il suo essere così stupidamente docile, la sua totale sottomissione nei confronti di una donna che non aveva mai provato amore nei suoi confronti. Glielo disse anche. Ma sua madre non demordeva. Una sera gli arrivò l’ennesima telefonata: «Claudio, non penso rimanga troppo tempo.» «Ma’, come te lo devo dire che non me ne frega un cazzo?» «Stavolta non ti supplicherò di farlo. Speravo solo che in te fosse vivo anche solo un frammento del mio modo di essere. Ma evidentemente non è così». Quella volta fu lei a chiudere la conversazione. E nei mesi successivi non lo richiamò più. Claudio non riusciva a capacitarsi del perché sua madre ritenesse il suo comportamento inadeguato. Ripensava continuamente alle visite in quella casa, ma ogni suo ricordo consolidava ancora di più la sua idea: la vecchia se lo meritava. Un giorno, mentre usciva dal lavoro, scorse Nadia che camminava frettolosamente sul marciapiede sul lato opposto della strada. Era incinta. Erano due anni che non la vedeva più, lei aveva fatto di tutto per cercare di evitarlo. Claudio sapeva solo che aveva accantonato il divorzio ed era rimasta con il marito. Non aveva idea che desiderasse anche un bambino. Nadia alzò gli occhi per un attimo, solo un istante, non sufficiente per mettere a fuoco. E all'improvviso tutto gli fu chiaro. Era stato lo sguardo di Nadia, l’espressione che aveva sul volto prima che se ne andasse. Era la stessa che aveva sempre la mamma quando era con la nonna. La stessa rassegnata accettazione. Claudio era sconvolto. Si appoggiò con la schiena al muro del palazzo, chiudendo gli occhi nel tentativo di calmarsi. Quando il battito tornò nella norma, Claudio aveva già preso una decisione. Non c’era altra soluzione: rientrò nel suo appartamento, cacciò un paio di vestiti in un borsone e si diresse in Toscana. Quando sua madre gli aprì la porta, sembrava non riuscisse a credere ai suoi occhi. Dopo averlo salutato commossa, lo guidò nella camera della vecchia e lo lasciò lì con lei. Claudio si sedette sulla poltrona, fissando a lungo la nonna che ricambiava lo sguardo. Infine, esordì: «Ciao, nonna.» «E tu chi sei?» In fondo erano passati tanti anni. Per quanto il tempo fosse stato clemente sull'aspetto di Claudio, non poteva pretendere di corrispondere all'immagine che – forse – le era rimasta di lui. «Sono Claudio, tuo nipote.» «Non conosco nessun Claudio. Ora se ne vada immediatamente da casa mia, oppure chiamo i carabinieri. Giovanni! Giovanni chiama i carabinieri! Giovanni! Dove sei Giovanni, razza di inutile scansafatiche, sei sempre stato un’incapace, me lo diceva papà che non dovevo sposare uno così...» Pure nei suoi deliri da demenza riusciva a restare crudele. Claudio si alzò per andarsene. Era stato tutto inutile, ormai non ci stava più con la testa. Mentre imprecava sottovoce per i soldi buttati via tra benzina e costo dell’autostrada, però, la vecchia smise di insultare il marito ormai defunto da più di sessant'anni: «La fotografia… dove si trova la mia fotografia…» «Sono mesi ormai che ne parla. Non si ricorda dove le ha messe». Sua madre era sulla soglia: «Non mi ha mai detto dove le tenesse, sono anni che non le vedo. Ho provato a cercarle, nel tempo libero, ma non ho trovato nulla.» Claudio sapeva dove fossero. Si diresse a passi rapidi verso la mansarda. Il mobile era decisamente più piccolo di quel che ricordasse e sembrava trovarsi lì per caso, per questo la mamma non aveva pensato che contenesse oggetti di valore affettivo. Aprì lo scialle: erano ancora lì. Le prese tutte e tre e ignorando gli avvertimenti di sua madre – “Claudio, fermo, magari si è già scordata di volerle!” - le mise in mano alla nonna. La vecchia scartò malamente quelle del marito e della figlia e prese la sua. La contemplò, in estasi, per vari minuti. «Lo sai, l’unico ad aver preso questi occhi è mio nipote Claudio» disse la vecchia in tono complice. La mamma, intuendo che la conversazione dovesse rimanere privata, prese le fotografie gettate a terra e li lasciò nuovamente soli. «Sì, nonna, sono io.» «È proprio un bel bambino. Bello come la nonna. Da grande riuscirà a fare conquiste tanto quanto lei. Grazie a dio non ha preso dalla madre, è sempre stata brutta, poverina. Anche quando è nata, i dottori non riuscivano a credere che quella creatura potesse essere mia. A volte me lo chiedo anche io come sia possibile, ma poi ripenso a Giovanni...» Fece questo discorso in tono lucido, pragmatico. Quello era il momento giusto. Claudio doveva sapere. Aveva bisogno di avere una risposta dall'unica persona che era esattamente come lui. «Nonna, tu ti sei mai sentita sola?» La vecchia lo guardò, accorgendosi per la prima volta della sua presenza in quanto Claudio, suo nipote. Sorrise come nella fotografia. «Mai». (fine)
  7. Eva___

    Miraggi

    Ciao @niccat13 Partiamo dal presupposto che il racconto mi è piaciuto molto. Frasi brevi, rendono l'idea di una donna che da una normale giornata frenetica precipita in pochi minuti in una sorta di incubo. Secondo me puoi eliminare "una specie" per rendere meno l'idea del dubbio. A parte questo, l'unico vero "problema" che ho trovato in questo racconto è il finale. Da un lato sorprende, poiché mi aspettavo il cliché della donna che accetta che il marito la tradisca purché in casa si viva bene. Ma non è questo il caso. D'altra parte, però, un finale così lascia l'amaro in bocca. E fa porre anche delle domande. Per quanto il padre possa essere incapace di arrangiarsi, è davvero così necessario che frequenti un'altra donna quando ancora sua moglie è in vita? Ama davvero così poco la moglie da baciare un'altra donna quando è ancora a casa ad aspettarlo con un caffé? Da toglierle delle attenzioni in quel poco che le rimane? Inoltre, posso capire la difficoltà nel parlare di una cosa così complicata con i figli, ma farlo con un biglietto? Il fatto che questo finale in un certo senso mi infastidisca, in realtà, potrebbe non essere dovuto all'inverosimiglianza del racconto, bensì dalla paura che possa essere verosimile. Come mi sentirei al posto della protagonista? Probabilmente doppiamente tradita, la rabbia in aggiunta al dolore di una scoperta così pesante. Forse sarebbe servita qualche battuta in più per caratterizzare la famiglia stessa, dare un'idea che qualche ombra in passato ci fosse già stata, per rendere più graduale l'approdo a questo finale. In ogni caso, ovviamente, questa è solo un'opinione personale. Grazie per la lettura
  8. Eva___

    La vecchia - parte 1

    @PRB ci mancherebbe, il forum serve proprio ad avere delle critiche e migliorarsi a partire da quelle
  9. Eva___

    La vecchia - parte 1

    @PRB @@Monica grazie a entrambi. In che senso? Troppe parole?
  10. Eva___

    La vecchia - parte 2

    Quelle sfide a sette e mezzo consentivano a Claudio di muoversi all'interno della casa in relativa tranquillità e in assenza del fiato della vecchia sul collo si arrischiava ad aprire i pesanti cassettoni del mobilio in mogano sparso per la casa, facendo particolare attenzione a non farli cigolare, – la vecchia aveva l’udito di un pipistrello – alla ricerca di una qualsiasi distrazione, o forse di un qualche indizio che spiegasse la natura malvagia della nonna. Quei momenti erano gli unici ricordi vagamente piacevoli che Claudio conservava. Il divertimento stava però solo nel fare qualcosa di proibito, dato che il contenuto dei cassetti era tanto deludente quanto il resto della casa: c’erano solo vestiti, biancheria, set da cucito, qualche raro gioiello. Le uniche tre fotografie presenti nell'abitazione, però, Claudio le aveva trovate in una di queste spedizioni. Si trovavano nella mansarda, all'interno di un vecchio mobile, nascoste dentro uno scialle. Ritraevano rispettivamente il nonno – Claudio lo riconobbe perché la madre ne teneva una versione in miniatura nel portafoglio -, sua mamma da bambina e infine la nonna a vent'anni. Bella come un’attrice del cinema anni ‘60, gli occhi allungati, lo sguardo malizioso, la bocca che accennava un sorriso. Nulla di questa bellezza era passata alla figlia, la quale aveva ereditato il viso del padre, che di certo non si distingueva per il suo aspetto. Per qualche sconosciuto meccanismo genetico, quelle caratteristiche fisiche avevano saltato una generazione ed erano passate a Claudio. Di questo lui se ne accorse crescendo, durante le prime fasi dell’adolescenza: mentre i suoi amici arrancavano e faticavano per riuscire ad approcciare qualche coetanea, lui diventava ogni giorno più bello, ammirato e desiderato, anche da donne decisamente più grandi di lui. Durante una delle sue ultime visite, che trascorreva messaggiando e giocando col cellulare, ormai praticamente immune alla presenza sentenziante della vecchia, si ricordò di una conversazione avuta con una ragazza dell’altra sezione, Nadia. La corteggiava ormai da settimane: era un osso duro, quella, ma forse proprio per questo ancora più intrigante. Claudio stava concludendo un mirabolante monologo che aveva come obiettivo l’adescamento della giovane, quando lei lo fermò chiedendogli: «Da chi hai preso?» «Cosa?» rispose Claudio, sconcertato e a dire il vero anche un po’infastidito dall'interruzione. «Il tuo viso, gli occhi grigi, il modo di sorridere. Sono di tuo padre?» “Della vecchia” pensò Claudio. «Di mia nonna» rispose. «Doveva essere bellissima da giovane.» «Lo era». Mentre ripensava a questo si diresse automaticamente verso il mobile dove erano custodite le fotografie – la mamma e la nonna giocavano a carte - ed estrasse con cura quella desiderata. La incastrò nello spazio tra la cornice e lo specchio appeso alla parete vicina, in modo da poter vedere la fotografia e il suo riflesso contemporaneamente. Provò ad imitare l’accenno di sorriso del ritratto e si rese immediatamente conto che era un’espressione che già gli apparteneva. Scuotendo la testa, stava per rimettere la fotografia al suo posto, quando gli venne un’idea. La appoggiò sul ripiano del mobile e cercò di fare del suo meglio per fare uno scatto decente con il suo Motorola. Inviò il più a fuoco a Nadia tramite MMS, aggiungendo un “che dici, ci assomigliamo?!”. Nadia gli rispose quasi immediatamente e Claudio capì di averla finalmente conquistata. Soddisfatto, richiuse il cellulare con un ghigno, nascose nuovamente la fotografia nello scialle e disse tra sé e sé: “Grazie, vecchia”. Nel corso degli anni, Claudio riuscì sempre più spesso a sottrarsi a quelle visite, accampando scuse riguardanti verifiche e progetti di gruppo inderogabili. Fortunatamente, la madre di Claudio attribuiva grande importanza al rendimento scolastico del figlio e la sua natura ingenua la rendeva incapace di sospettare delle persone che amava. Lo stesso non si poteva dire del padre, che dubitò fin da subito delle ragioni fornite da Claudio. Eppure, non esternò mai queste perplessità alla moglie, il che generò una tacita complicità tra padre e figlio, che non condividevano altro se non l’odio comune per quella vecchia. Il trasferimento di Claudio a Torino sancì la fine definitiva di quel rito tedioso e ipocrita. Claudio si spostò non appena uno studio di commercialisti gli propose uno stage pagato una miseria, ma che prometteva dopo soli sei mesi di prova un contratto a tempo indeterminato a dir poco allettante. A dire la verità di lavori così, con il suo diploma a pieni voti in Ragioneria, ne avrebbe trovati in quantità anche a Milano, ma non spedì neanche un curriculum nelle vicinanze. Voleva ad ogni costo ricominciare da zero, anche se non ne capiva nemmeno lui bene il motivo. I suoi genitori non gli avevano mai fatto mancare nulla, sebbene non navigassero nell'oro, aveva molte amicizie e molte ragazze. Nonostante ciò, Claudio sentiva l’impellente bisogno di tagliare ogni legame. Passati i primi sei mesi di magra, durante i quali fece anche qualche lavoretto part – time in nero per pagare l’affitto, Claudio poté finalmente ricominciare a divertirsi come aveva fatto alle superiori, solo con più soldi in tasca: tra aperitivi, serate in discoteca e qualche vizio Claudio si giostrava abilmente tra diverse relazioni sentimentali, il che comportò in breve tempo la nascita di numerose amicizie da parte di uomini che ammiravano questo suo sprezzo per la stabilità amorosa e vivevano attraverso di lui tutte quelle esperienze legate al mondo del sesso e della seduzione che a loro non erano state concesse. Raccontare delle tresche avute con modelle e fidanzate di calciatori famosi generava un sostegno goliardico da parte di amici e colleghi, ma non era la loro stima il motivo per cui lo faceva. Semplicemente, non sapeva fare in altro modo. Non riusciva a soffermarsi su una relazione per più di qualche mese e mai in maniera esclusiva, passava subito oltre. A dire la verità, anche coloro che si definivano suoi amici non potevano essere realmente considerati tali: le fondamenta di quei legami si basavano sull'ammirazione, la quale però non era che un velo che celava una profonda invidia. Quando la spensieratezza dei vent'anni iniziò a far posto a matrimonio e ai figli, nessuno aveva più tempo o voglia di uscire con Claudio. Ma lui non se ne dispiaceva. Più passavano gli anni, più gli era difficile dedicarsi alla cura di un rapporto di qualsiasi natura. Non sentiva il morboso bisogno di poter contare su qualcuno.
  11. Eva___

    Anna del bar - Pt.1

    Ciao@Nightafter Il racconto mi è piaciuto parecchio. Trovo che ci sia molta abilità nelle descrizioni che fai, che non sono mai pesanti né banali: è come se riuscissi a cogliere dei particolari che non sono subito evidenti, ma che una volta letti ti fanno precipitare immediatamente nell'atmosfera giusta. L'esempio più evidente per me è questo: mi è piaciuto molto. Ora qualche appunto che mi è saltato all'occhio: stanze Questo periodo lo trovo un po' macchinoso, a differenza del resto del racconto: troppi cambi di soggetto (la famiglia, Anna, i genitori di lei). Già solo con un punto dopo il "lei infatti era nata lì" sarebbe molto più scorrevole. Toglierei il primo ma e la virgola dopo locale. Qui non ho proprio capito se sia una svista o se sia io a non conoscere quest'espressione. In quest'ultimo caso chiedo venia. Detto questo sono molto curiosa del seguito!
  12. Eva___

    Il sogno di Allison

    Se si limassero gli altri a capo sicuramente sì! Così sarebbe ancora più evidente il distacco.
  13. Eva___

    La vecchia - parte 1

    La vecchia Erano seduti l’uno di fronte all'altro. Lei sul suo letto, coi cuscini che le facevano da sostegno per il busto e per la testa, le gambe rinsecchite dignitosamente nascoste dalla trapunta floreale che aveva almeno quarant'anni; lui su una logora poltrona di velluto marrone altrettanto datata. Si squadravano. Come due protagonisti del più tremendo Spaghetti – Western, i loro sguardi erano fissi l’uno sul viso dell’altro. In silenzio. “Manca solo la fottuta musichetta” pensò Claudio. Dopo quasi due anni di insistenza, aveva ceduto alle preghiere di sua madre e si era faticosamente – faticosamente, sì, quella maledetta vecchia viveva a trecentoquarantatré chilometri da Torino – recato a casa di sua nonna. Erano passati ventitré anni dall'ultima volta che l’aveva fatto. Lei non si era mai mossa da lì. E sua madre, che non aveva mai avuto il carattere per contrastarla, si era trasferita da Milano in quello sperduto paesino della Toscana per starle vicino, perché la vecchia di badanti non ne voleva. Claudio non si sarebbe neanche posto il problema. Non vuoi la badante? Arrangiati da sola, se ci riesci. Certo, forse per sua madre la villetta immersa nella natura, tra le morbide colline toscane, rappresentava un salto di qualità rispetto allo squallido monolocale dove viveva prima e che pagava con i pochi spiccioli che le erano dovuti come indennizzo per la morte del marito. Inoltre, in quella casa ci era cresciuta e forse ne conservava anche qualche bel ricordo. Claudio invece si sentiva a disagio in quel posto. Era sempre stato così. L’aveva sempre odiata, la vecchia. Da bambino non gli aveva mai permesso di giocare all'aperto, in quell'enorme giardino che circondava l’intero perimetro della villetta e che in maniera così invitante sembrava essere stato progettato appositamente per accogliere le corse più sfrenate, pericolose arrampicate sugli alberi, capriole nell'erba… insomma tutti quei giochi che a un bambino cresciuto nella periferia industriale milanese non erano consentiti. Ma niente. Anche quando la visita ricorreva nei mesi primaverili, il che significava sole e temperatura mite, la vecchia obbligava tutti a rimanere dentro casa. Anzi, quando si rese conto che Claudio bramava intensamente quel giardino cominciò a chiudere tutte le tende. Ben presto Claudio si ritrovò a invidiare suo padre, al quale questa tortura veniva evitata. Perché non poteva rimanere a casa con lui a guardare il calcio alla televisione? Perché si doveva sorbire più di otto ore di viaggio, tra andata e ritorno, sulla malconcia Fiat Punto che non aveva nemmeno la radio? Perché doveva passare dei giorni di festa rinchiuso in quella casa? <<Tuo padre e la nonna non vanno molto d’accordo>> rispondeva sempre la madre pazientemente. <<Neanche io vado d’accordo con la nonna.>> <<So che è fatta a suo modo, ma senza di noi la nonna sarebbe sola.>> << Chissà come mai.>> borbottava allora sottovoce Claudio. <<Noi siamo la sua famiglia, è nostro dovere starle vicino, anche quando lei sembra allontanarci.>> Il dialogo si svolgeva più o meno nello stesso modo non appena la mamma gli annunciava che nel finesettimana sarebbero passati a trovare la nonna. Lo faceva con la sua tipica pacatezza e non si arrabbiò mai con Claudio, neanche quando strillava e si dimenava nel tentativo di evitare quel supplizio. Col tempo, Claudio imparò a dosare i toni, ad argomentare il suo punto di vista in maniera coerente, ma la sostanza del discorso rimaneva sempre la stessa e sua madre lo capiva. Perciò rispondeva allo stesso modo. Lei è sola. Noi siamo la sua famiglia. Era una donna troppo buona la mamma. Talmente buona da rendere quasi comico, al limite della parodia, il contrasto tra lei e la vecchia. Ma questa sua bontà era anche il motivo per cui Claudio alla fine cedeva sempre. L’idea di provocarle un dispiacere era peggiore di quella di passare un paio di giorni rinchiuso con la nonna. Quindi, alla fine, gliela dava vinta e si sedeva accanto a lei, sui sedili sfondati della Fiat. Claudio trascorreva ore interminabili tra quelle stanze impregnate dal puzzo di chiuso e polvere, che avevano cancellato ogni traccia della passata presenza di una bambina: quella che era stata la camera da letto di sua madre era stata riarredata a camera per gli ospiti, il cui solo utilizzo era di accogliere Claudio e la mamma per una manciata di notti all'anno; i vecchi giochi erano stati nel corso degli anni regalati, venduti o buttati via; come se la sua unica abitante, vedova da quando era incinta di tre mesi, avesse voluto dimenticare di essere madre. Claudio vagava per i corridoi, contando le piastrelle, le ragnatele, le crepe sul soffitto. La nonna lo seguiva, in silenzio e in attesa: aspettava che facesse un passo falso, un errore, uno qualunque. Se Claudio strusciava i piedi sul pavimento, se si sedeva scomposto, addirittura se respirava troppo rumorosamente a quel punto la vecchia attaccava. Non lo sgridava, per quello sarebbe stato necessario che in qualche modo ci tenesse a lui. Rigurgitava semplicemente l’odio che provava nei suoi confronti. A volte bastavano solo una o due parole. Ma non sbagliava mai un colpo. La mamma non diceva nulla. Non diceva mai nulla, quando era al cospetto della vecchia. Non prendeva mai le difese del figlio, né cercava di difendere se stessa dai suoi insulti, totalmente succube della prepotenza dell’anziana. La mamma sopportava in silenzio, senza mai provare a fare nulla per cambiare le cose, come se una sua parola fuori luogo potesse rovinare il delicato equilibrio del loro rapporto, che alla fine consisteva nell'ascoltare le sue cattiverie e al più in qualche partita a carte. Una volta, quando Claudio aveva sei o sette anni, la mamma in uno slancio di coraggio propose alla nonna di insegnare anche a lui a giocare, in modo che potesse unirsi a loro. La vecchia disse solo di no. Non doveva dire altro, non doveva dare alcuna giustificazione. Sua madre, d’altro canto, non ne richiese una. Pescò una carta e continuò la partita.
  14. Eva___

    Il sogno di Allison

    Ciao, @Deborah Zan. Il racconto è bello, si legge volentieri, uno stile che fonde in maniera piacevole la semplicità della costruzione delle frasi e la ricercatezza dei termini. Un consiglio che mi sento di darti, visto che è qualcosa che ho anche io la tendenza a fare, è di evitare di dosare meglio l'"andare a capo". Facendolo così spesso si toglie forza ai momenti in cui staccare graficamente il paragrafo diventa parte integrante del racconto. Molto bello, rende l'idea. A gusto personale, trovo che la parola smartphone sia fuori posto in un racconto come il tuo. Forse mi suonava meglio cellulare, anche se così si rende meno evidente l'ambientazione contemporanea del racconto. Questo "a seguire" sa più di ricetta che di racconto, lo taglierei proprio. Trovo poco realistica come risposta in un discorso diretto, piuttosto queste informazioni aggiuntive le avrei messe a posteriori. Mi spiego meglio: avrei trovato come risposta più plausibile un "sei in ospedale, al Golden Gate" e che la protagonista successivamente pensasse alla precisa localizzazione. Idem come sopra. In generale penso che la prima parte del racconto, durante il sogno le immagini da te evocate siano piene, d'impatto. La seconda parte è invece molto più "naturale". Renderei questo distacco stilistico ancora più marcato ed evidente, per non indurre il lettore a credere che si sia persa un po' di forza nel racconto, bensì sia una scelta voluta dall'autore. Spero di essermi spiegata in modo chiaro, ho qualche dubbio a riguardo. Grazie per la lettura, Eva
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