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edotarg

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  1. edotarg

    L'ultimo uomo

    L’ultimo uomo Mentre tutto stava collassando, meditava, quell’uomo, nascosto dalle ombre della notte, che se lo contendevano assieme agli sprazzi infuocati del magma. Poggiato su alcune rocce antiche, che lo ergevano ad eroe di quell’apocalisse, continuò la sua preghiera interiore, senza curarsi del mondo esterno. L’uomo era avvolto da un caldo odore minerale, penetrante e appiccicoso come catrame sui polmoni. Non sembrava preoccupato, anzi, pareva volere attingere e assaporare quei momenti con il massimo coinvolgimento, scandendoli con un respiro profondo e regolare. Il vento, impetuoso, fischiava senza tregua, scaraventando ovunque cinerei frammenti di terra. D’un tratto un fulmine si scagliò a pochi metri dall’uomo; entrò deciso sulle bolle di lava, facendole schizzare come farebbe un proiettile nel fango. Una di quelle gocce incandescenti si posò sul suo viso, e scese come una lacrima lungo la guancia. La goccia, ormai secca, si arrestò poco a lato del mento, solcando il proprio tragitto sulla sua pelle. L’uomo aprì finalmente gli occhi, e vide quello che restava della terra: uno sconfinato mare di terra e fuoco, sintomo di un pianeta regredito alla sua forma primordiale, quando la vita era soltanto una lontana ipotesi. Lui che giaceva immobile dalla notte dei tempi, lui che ascoltò le melodie più varie nel corso dei millenni, lui che vide nascere e crescere la civiltà, volle rendere l’estremo saluto al mondo. Un addio di quella portata, pretendeva la connessione di tutti e cinque i sensi, tesi e aperti verso quella mano che fu la madre di tutti nostri sogni, le nostre ambizioni e le nostre paure. Era un’autentica simbiosi empatica, di quelle che si vedono tra un’anziana morente ed un figlio pentito. E tutta l’arte, la bellezza, l’amore, la guerra, saranno svaniti, persi come sabbia nel deserto, inghiottiti in un vuoto buco nero. Noi, orfani dei nostri ricordi, saremo solo una pagina strappata su un eterno e assoluto libro bianco.
  2. edotarg

    Viaggiatrice del tempo in tempo di guerra

    Ciao Roberto, complimenti anche per questa poesia, provo ad analizzartela. Immagine poetica ed efficace, che colpisce (d'altronde una bambina è un simbolo dell'indifeso). Qui ribadisci l'arco compiuto da questa donna, accostando le esperienze eterogenee della vita ad una giostra luminosa (dove quindi c'è spazio anche per il divertimento, per fortuna). Questi tre aggettivi mi individuano la donna come anziana. Questa strofa mi chiarisce chi è la donna (la madre), e il problema della donna: una delle malattie che colpisce numerosi anziani nella fase finale della vita. Una malattia che complica non poco i rapporti, in questo caso con il figlio. Nonostante l'amore e la volontà del figlio di passare bei momenti (magari anche maturi in senso spirituale) con la madre, questa malattia spariglia tutto quanto. Chiaro anche l'accostamento tra la regressione della vecchiaia e il carattere tipico dell'infanzia. Questa strofa è consequenziale a quella prima, ci metti a conoscenza di un rapporto complicato tra madre e figlio. Molto belle le immagini delle gocce di amore che, sgocciolando perpetue, in realtà si tramutano in acredine. Amore e odio insieme. Questi versi mi sembrano volere entrare nella mente di un'anziana che riflette, sempre più alienata dal mondo moderno e dalle sue tecnologie. Tecnologie robotiche che oggi occupano sempre più gli spazi che prima erano della natura (è corretto questo mio accostamento?). Forse in questi versi in realtà la domanda la poni a te stesso? E gli ultimi due versi sono la tua risposta? Questi versi sono aperti a diverse interpretazioni, probabilmente sono legati al rapporto specifico tra il figlio e la madre, se vuoi farmeli presenti ti ringrazio. Versi molto emozionanti, pieni di umiltà. Chi siamo noi per giudicare? Persino se si tratta della nostra stessa madre. Molto toccante il finale, una vera dichiarazione di amore. Fammi sapere se la mia analisi è più o meno corretta, se poi ti va di leggere qualche mia poesia e racconto breve mi farebbe piacere Ciao
  3. edotarg

    Il mio fagiolo

    Il mio fagiolo Raccolgo la tempesta mutevole, antica e nutro i miei quattro angoli seminando gocce salate, affinché crescano robuste e un altro Jack scali le proprie paure al di sopra delle nubi per sorridere delle assurdità che regolano questo mondo, e per rimescolare con mani infantili le nostre vite in senso anti orario.
  4. edotarg

    Il dono

    Ciao polvere d'argento, il tuo racconto fantasy si legge bene, i dialoghi scorrono bene. È quasi tutto basato sul dialogo. Il racconto ha una sua piccola struttura (Sed vuole liberarsi dal "fardello" della veggenza, si confronta con il vecchio veggente, infine viene convinto a diventare veggente). La prima parte devo dire che mi ha catturato molto, mi sono immaginato le scene, come quella del tocco tra veggenti, e devo dire che è una bella immagine per farti entrare nel vivo del racconto (forse è già stata scritta? Bo, non non ho idea, comunque se è di tua invenzione mi è piaciuta). Il problema secondo me è nella seconda/terza parte del racconto, manca una risoluzione del conflitto più incisiva. Si capisce che il conflitto di Sed è interiore, ed è quello di avere una dote non richiesta, che lo rende speciale e quindi estraneo alla massa, che è anche il suo mondo di relazioni. Mi sembra che sia bastato un po' troppo poco per convincerlo ad accettare il fatto di diventare un veggente. Cioè, una volta che il vecchio gli dice che "andrà tutto bene" e che il fatto di diventare veggente gli porterà solo dei miglioramenti, senza perdere nulla, mhh... Capisco che è un racconto breve e quindi bisogna sintetizzare, però io avrei preferito inserire una risoluzione più incisiva, che mette alla prova Sed e lo costringe ad una rinuncia importante, per diventare veggente. Una sorta di drammatizzazione del racconto. Questa è solo una mia impressione, ma penso che siano sempre più interessanti i personaggi che devono lottare e sacrificare qualcosa di caro per ottenere quello che vogliono. Un saluto
  5. edotarg

    Frammenti di un sogno

    Frammenti di un sogno Camminavo tra le zampe di un grande sauro, sotto ad un sole cocente che macchiava di terra rossa la vegetazione. Controllai l’ora, ormai incisa da tempo sul mio polso. Soffiai la polvere da quella cicatrice e venni catturato da quel flusso di sabbia che inondava il paesaggio. Lo inglobò, assorbendone la vita ed i colori, tramutandosi in pulviscolo fluorescente. E in pochi secondi mi ritrovai a galleggiare nello spazio oscuro, ormai lontano anni luce dalla terra più arcaica. Si respirava una strana tensione magnetica, una sorta di connessione con l’universo; dove la paura abbracciava la vita, e l’oscurità abbracciava l’infinito. Una dopo l’altra le milioni di lucciole, un tempo dormienti, si posarono vive come neve sugli abissi. Rimasi a contemplare quel paesaggio, con uno stupore infantile, conscio del fatto che mai più mi sarebbe capitato. D’un tratto comparvero dal nulla grandi pesci primordiali, pregni di luci mutevoli. Mi volarono attorno, muovendosi nel vuoto, decorando il cielo di stelle animate; e li vidi vivere, uccidere, morire, e rinascere sotto nuove forme. Tutto scorreva così in fretta, da mutarsi in entità sconosciute, che si evolvevano e si combattevano, scatenando fuochi pirotecnici sempre più grandi, sempre più luminosi, sempre più avvolgenti. Un muro di luce bianca mi abbagliò e penetrò in me, a tal punto da dovermi parare gli occhi con la mano. Mentre rimanevo con gli occhi chiusi, udii una malinconica melodia provenire da un pianoforte. Riaprii gli occhi e fui catapultato in una grande sala da ballo d’altri tempi, di un’eleganza che si potevano permettere solo i viaggiatori di prima classe, che migravano dal vecchio al nuovo. Un pianista nero, sgargiante nel suo completo bianco, stava suonando con sguardo fiero. La sala era vuota, le luci erano soffuse, eppure quell'uomo stava dando tutto se stesso su quelle note. La musica era una questione importante per lui, lo si percepiva chiaramente. Entrarono una donna ed un uomo, lei vestita di nero con guanti lunghi ed una collana di perle, lui elegante nel suo completo scuro; lei bruna di capelli, con la pelle candida e gli occhi verde acqua; lui con il viso squamoso di una grossa lucertola. Iniziarono a ballare a pochi metri da me, al centro della sala, portandosi con loro una luce che li seguiva dall’alto mentre ondeggiavano all’interno della pista. Il pianista terminò la sua canzone proprio quando la coppia era al centro del salone. I due ballerini si fermarono anch’essi, e si guardarono negli occhi con rispetto e passione. Lui si sfilò di dosso il viso squamoso per mostrarle il suo vero volto. Gettò la maschera sul pavimento e la guardò nervoso, senza dire una parola, in attesa di una sua reazione. Lui era un bell’uomo, con la mascella robusta e la brillantina nei capelli. La donna rimase con gli occhi lucidi per diversi lunghi secondi, accennando un sorriso teso. Poi si sfilò di dosso anch’essa il volto, mostrandogli un viso squamoso. Non riuscivo più a cogliere le emozioni sul nuovo volto della donna, ma evidentemente quell’uomo riusciva a leggere quegli occhi freddi e primordiali, infatti si strinse a lei e la baciò, nel più assoluto silenzio. Un bacio potente, che innescò nuovamente il pianista, il quale accompagnò quei momenti accarezzando il pianoforte con toni delicati e mesti. Mi sentivo spettatore di un momento troppo intimo, così mi voltai, in cerca di un’uscita. Ma non vidi ne porte, ne uscite, solo il nero buio; così mi librai in aria, lentamente, e quando alzai lo sguardo, il soffitto della sala sparì, lasciando spazio ad un cielo notturno di mezza estate. L’ultima cosa che ricordai, quando tornai a posare i piedi a terra, fu il fruscio dell’erba accarezzata dal vento.
  6. edotarg

    In trappola

    Ciao Mondo di Ombre, nella tua breve poesia vedo anche una critica all'attuale situazione geopolitica legata alla pandemia, ma forse è solo una mia impressione ed interpretazione delle tue parole. Interessante l'utilizzo che hai fatto della casa come metafora dei tuoi pensieri, ribaltando un po' la sua accezione di luogo sicuro e intimo. Mi è piaciuta nella sua semplicità.
  7. edotarg

    L'elettricità che attraversa il mondo e anima i nostri corpi

    Sì la poesia alla fine ha una chiusura positiva! per quanto riguarda quello che ho scritto dopo i saluti, in realtà avrei dovuto cancellarlo, ma non so come si fa! :) sono appunti che utilizzo per analizzare le strofe che leggo. Svelato l’arcano :). alla prossima
  8. edotarg

    La grande onda

    La grande onda Passarono quasi ventiquattro ore dall’ultima grande onda. Dall’alto della maestosa diga, che tutto comandava, un governo di uomini e macchine, riversava su di noi fiumi di pece rossastra, che trascinava tutto quanto a valle. Una valle che accumulava le ipocrisie della società. Una discarica di ruggine ed ossa che si arrampicava sulla battigia, fino a nascondere le più lontane increspature del mare. Uno stormo di gabbiani spennacchiati e sporchi volteggiavano attorno alle tante carcasse. Fino a che, uno dopo l’altro, si fiondarono affamati come mosche sulla merda. L’olezzo era così intenso da attirare persino neri avvoltoi di altri mondi. Imponenti, brutti e famelici; erano più simili a dei piccoli draghi che a dei grossi uccellacci. Alzai lo sguardo per assistere alla diatriba. Persino in quell’abbondanza di metalli putrefatti, non c’era spazio per la condivisione. Così i gabbiani urlanti si fecero prede, e infine carogne, impastandosi in quella montagna diabolica. Mi voltai impotente, colpito da un braccio mozzato che scendeva inesorabile, trasportato dalla corrente. Ero spinto da un enorme fiume scuro, gelido e penetrante, che alternava chiazze tiepide e rossastre. E come me tanti altri: uomini e donne, impregnati fino alle ginocchia. Ognuno con la pelle del proprio colore, e con il vestito che pensava di avere scelto. Ci guardammo persi, come vecchi cuccioli stanchi della vita. “Ehi!” Gridò una donna, con un bimbo per mano, mentre lo aiutava a non scivolare via. Mi voltai verso di lei, e forse fui l’unico a farlo. “Me lo tenete un po’? Che non ce la faccio più” disse la donna, rivolta verso due giovani, vestiti alla moda. I ragazzi si girarono, quasi scocciati. “In cambio cosa ci dai? Puttana!” Esclamò uno dei due, ridacchiando con l’amico. La donna si fermò per un attimo. “È solo un bambino, e tra poco ci sarà un’altra onda” disse ai giovani, con voce rabbiosa. “Se ci succhi il cazzo te lo teniamo il bamboccio” ribadirono i giovani, con un ghigno animale stampato sul volto. “Vaffanculo!” Gli urlò con le poche forze che le rimasero. Poi si voltò, e fissò i suoi profondi occhi blu su di me. Vidi un viso solcato dalle fatiche, per restare a galla in quel posto crudele. Poggiai lo sguardo sulla sua camicia unta e sgualcita, che le copriva i pantaloni fino a metà coscia. Infine notai i nervi della sua mano, tesi ad avvolgere la manina del piccolo. “Ehi!” Mi urlò, “non ce la faccio più, me lo tieni prima che arriva la prossima onda?” Proprio in quel momento, in lontananza, abbassarono ancora una volta la maestosa diga. Il frastuono della melma che si frangeva a terra con violenza catturò l’attenzione di tutti. Un’altra onda nera stava per abbattersi su di noi. Tutti iniziarono a prepararsi all’impatto: i più forti si accaparrarono le postazioni migliori, agli altri quello che restava. In quei momenti ognuno era schiavo del proprio istinto. In quei momenti tutto era così frenetico, a tal punto che, chiudendo gli occhi, mi sembrava di cogliere tutte le paure di quella gente, racchiuse in ogni schizzo d’acqua, che fluttuava, dolcemente, attorno a me, fino a congelarsi in un attimo eterno. “Ehi! Non c’è più tempo!” Mi implorò la donna, mentre si avvicinava sempre più. Aprìì gli occhi e per un attimo mi mancò il fiato; l’adrenalina mi riportò subito nel caos della realtà. Così mi avvicinai di fretta a lei, e al bambino. La grande onda iniziava a rovinare sulla valle, portandosi dietro una scia di terrore e distruzione. “Tieni!” Mi disse la donna, porgendomi il piccolo. Io afferrai quella manina con tutto me stesso, e per un istante noi tre fummo una cosa sola. Quando la grande onda stava per abbattersi su di noi, la donna, sfinita, lasciò il piccolo nelle mie mani. Il bimbo mi guardò per la prima volta dritto negli occhi. Anche se non so spiegarmi il motivo, rimasi deluso. Una delusione arcaica, profonda. “Cazzo, ma è cinese! Non è tuo figlio!” Urlai alla donna, irritato dalla scoperta. La donna non aveva più la forza di parlare, ma mi lanciò un’occhiata furibonda che valeva più di mille parole. Poi successe tutto così in fretta: fummo travolti dall’onda, e mentre la donna si tuffò verso il piccolo, io lasciai la sua mano. Il bimbo venne inghiottito dalla grande onda nera, e la donna, disperata, capì che oramai non c’era più nulla da fare. Gridò talmente forte, che le sue urla echeggiarono fredde in quell’apocalisse, come tagli sulla pelle. Poi la donna si calmò, prese aria profondamente, e mi guardò, senza proferire parola. Io non le dissi nulla, e in fondo non mi vergognai di quello che feci. Infine ognuno riprese a fare quello che faceva da sempre: sopravvivere. Da quel giorno non la vidi più. Se oggi avessi quella donna di fronte a me, gli direi soltanto che: “non me la sono sentita”.
  9. edotarg

    L'elettricità che attraversa il mondo e anima i nostri corpi

    Ciao Roberto, mi piace sempre leggere quello che scrivi. Provo a interpretare quello che la poesia vuole trasmettere. Il punto di vista è di lui, e il tema è, sì, "L'elettricità che attraversa il mondo e anima i nostri corpi", ma nello specifico rapportato a quella coppia. Dove lei è probabilmente la sua compagna di vita, ma potrebbe anche essere sua figlia. Nella prima strofa capisco chi sono i due protagonisti e di chi è il punto di vista. Lei se ne va, forse metaforicamente, forse anche nella realtà. Nella seconda strofa c'è uno scambio di vedute tra i due, lei lo invita a vivere appieno la realtà, e lui si domanda e le domanda (criticamente) quale sia questa realtà, se una realtà condivisa, oppure imposta dall'altro. Poi attraverso una serie di efficaci immagini rappresenti quelle che tu chiami le frequenze della solitudine, che si uniscono in una sorta di ragnatela luminosa. Lui prova ad immaginare lei, presa a captare, forse, le stesse frequenze di lui, oppure la vita della gente e del mondo che le gira attorno. Lui la vorrebbe conoscere davvero, ammettendo quindi di non conoscerla a fondo. Perché: La penultima strofa è dolce amara. Dolce per l'ottimismo che scaturisce da una frase letta in un libro (interessante che i libri diano ancora speranza): Amara perché il protagonista ha ormai perso la fiducia nell'uomo. Nell'ultima strofa c'è il ritorno di lei. Un ritorno silenzioso, nel pieno della notte. Questo è un ritorno fuori dal tempo e dallo spazio reale? Oppure a seguito di una concreta separazione che non colgo, se non nei primi versi della poesia? Bellissima l'immagine dove lei, come se nulla fosse successo, ritorna a comportarsi come aveva sempre fatto, ritornando a illuminare la casa con il suo passaggio, in una sorta di fusione energetica tra l'anima e la materia di entrambi. L'ultimo verso: da probabilmente un senso ancora più profondo a tutta la poesia, e ne racchiude l'essenza. Alla prossima Lei deve pensare ad altro, troppo stressata. Lui dorme ancora, forse fino a sera. I due sono una coppia quindi. Lei gli dice di vivere di piu la vita. Lui le risponde. Quale realtà la tua che mi vuoi imporre? la nostra, magari ce l avessimo. O quella degli altri? metafore e immagini, questa è una considerazione di lui Le frequenze sono l'immagine di prima. Altra considerazione di lui: forse mi riesci a captare (lei) o forse è già distratta dalla sua vita e dal suo mondo (quindi non dal mio) Altro desiderio di lui: la vorrebbe concentrata a guardare le vite della gente, la vorrebbe conoscere davvero, anche se non la conosce a fondo, perché dopo un po di tempo passato assieme, si cambia. Altra considerazione di lui: se in lei si spegne la passione, si dice che poi si riaccenda per qualcosa di nuovo. A lui piacerebbe che sia così, ma ha una visione purtroppo pessimista del mondo. Lei ritorna nel mezzo della notte (dopo una separazione?) e poi quatta rifà le stesse cose come se nulla fosse? Bella ultima immagine, lei che torna e s crea questa sorta di energia biochimica tra lui e leu che riempie la stanza, ultima considerazione: è normale avere paura-
  10. edotarg

    Mal d'animo

    Ciao @Exairesi grazie a te per il bel commento, tutto molto azzeccato. Nella strofa che ti appare fredda volevo trasmettere l'emozione dell'invidia nei confronti di chi ce l'ha fatta senza essere particolarmente talentuoso, mi spiace che non è arrivata forte come le altre strofe. Mentre il finale sì, è positivo
  11. edotarg

    I Cacciatori di Calabria

    @TuSìCheVale Ci sono alcune inesattezze in quello che dici, io non ho mai scritto niente che facesse pensare al pentimento dei due anziani 'ndranghetisti, anzi... In questa situazione è plausibile che i due anziani, che avrebbero più di 80 anni, siano come due agnelli indifesi rispetto ai 50 militari armati fino ai denti e addestrati per fare questo tipo di irruzioni. Mica penserai che i due vecchietti si mettano a fare i Rambo della situazione. Questo non vuol dire che dentro di loro siano impauriti, o pronti a confessare, tutt'altro. È solo la fotografia di quella scena. Per il fatto che tu sostieni che a volte le forze dell'ordine sono aggredite dai membri della famiglia del mafioso, sì, è vero, succede, ma sicuramente vedo difficile che una donna un po' agitata possa aggredire e sottomettere 50 militari delle forze speciali. Inoltre non è detto che se un boss fuggisse in pigiama debba avere anche le pantofole ai piedi, e anche se le avesse, non vedo che impedimento gli darebbero nella fuga. Al massimo se le toglierebbe. Detto questo, se tu la vedi in altro modo, va bene così, no problem
  12. edotarg

    I Cacciatori di Calabria

    Ciao Tusichevale, innanzitutto grazie per aver commentato. Forse non è chiaro ma gli "indifesi" in questo caso sono i due anziani. Se hai guardato alcune retate in abitazioni di mafiosi, ti renderai conto che spesso c'è una teatralità da parte della famiglia dell'arrestato, specialmente da parte dei membri femminili (nello specifico non ho visto retate in ville di 'ndranghetisti, ma nelle retate di camorra o contro il clan degli zingari a Roma sono molto evidenti). Quando intendo che i Carabinieri non hanno tempo per giocare con la teatralità, intendo che non hanno tempo (e voglia ovviamente) di lasciare sfogare la sorella del boss, visto che non hanno ancora raggiunto il loro obiettivo. Per il fatto che il boss appare uno sprovveduto, in realtà sono punti di vista, potrebbe apparire così, come no. Io volevo anche ridicolizzare l'immagine del boss, costretto a fuggire in pigiama strisciando su un cunicolo sporco. Sulle bestemmie sì, si mostrano tutti fermamente cattolici, poi bisogna vedere se lo sono anche nella realtà. Saluti
  13. edotarg

    Mal d'animo

    Ciao Gianfranco, qui intendo vittorie passate, nel senso che l’invidia spesso non ti fa cogliere quello che di buono è stato fatto. Anche questa strofa parla dell’invidia verso chi, con poco talento, riesce ad affermarsi in qualcosa, ad es. sul lavoro o in qualsiasi altro campo dove anche il protagonista vorrebbe eccellere. Per il resto la tua analisi è stata impeccabile, anche nel finale. Mi fa piacere se ti è piaciuta. La paura di rimettersi in gioco, dopo avere accusato diverse sconfitte. In un certo senso sì, io l ho intesa come la ragione, il “buon senso” che è dentro di noi e che ci da una visione meno pessimistica delle cose e della nostra vita, insegnandoci a godere di quel poco che si ha. Saluti
  14. edotarg

    I Cacciatori di Calabria

    I Cacciatori di Calabria Platì, ore 04:00, l’operazione “Cuba 1961” prese vita. Cinquanta Carabinieri, quattro fuoristrada, tre furgoni, due elicotteri, un obiettivo: Carmine Frangio. Come un esercito di ombre, i militari strisciarono decisi nel buio di quel paesino fuori dal tempo. Dentro al furgone l’adrenalina riempiva i silenzi degli sguardi: l’unica voce del corpo che non era protetta dalla divisa e dal passamontagna. Anni di servizio, di sacrificio, di preparazione, vennero incanalati nell’imbuto di quella retata. Non era paura quella che affiorava in superficie, poiché quelli non erano uomini qualunque catapultati in un esame più grande di loro. Quelli erano Cacciatori di Calabria. La chiamerei piuttosto ansia; l’ansia di fallire l’obiettivo, la vergogna di tornarsene alla base a mani vuote, senza la preda. Senso dell’onore, quello è il termine corretto per giustificare quella tensione. “Cinquecento metri all’obiettivo.” La voce metallica del Capitano rimbalzò tra i quattro militari, schiaffeggiando quel mutismo. “Dai! Dai! Dai! Spacchiamogli il culo!” Urlò il Carabiniere Caprarica, imbracciando il fucile mitragliatore. “Dai cazzo!” Risposero gli altri, alzandosi in piedi, pronti a giocare quella partita. I furgoni e i fuoristrada si arrestarono a pochi metri dalla villetta; i militari spalancarono le porte e, come un corpo solo, avanzarono in massa accerchiando l’abitazione. L’elicottero vegliava alto su quella casetta bianca, circondata da svariate lucciole blu. “Carabinieri! Aprite immediatamente! Siete circondati”, esclamò autorevole uno di loro al megafono. Nel frattempo la pace apparente che avvolgeva quelle strade andò scemando, man mano che nuove luci curiose si affacciavano allo spettacolo. Finiti i convenevoli, due militari sfondarono il portone blindato in pochi minuti. Entrarono agguerriti come leoni, ma trovarono due agnelli: gli anziani genitori di Carmine Frangio, i quali li aspettavano con le luci accese e le mani alte. Guardarono i militari con i volti solcati da una guerra vecchia come l’unità d’Italia. Li guardarono indifesi, ma forti delle loro appartenenze, di quella che per loro è religione. Li guardarono, e non dissero mai una sola parola. “Non sparate! Mo arrivo!” D’un tratto sbucò da una porta una donna con le mani alzate, sulla quarantina. Era Maria, la sorella di Carmine. Quello che non dissero i due anziani genitori lo disse lei, inveendo contro tutte le Armi e i Corpi dell’esercito. Ma non c’era tempo per giocare con la teatralità di quelle circostanze, così i militari occuparono in men che non si dica tutta la casa. Del Boss non v’era traccia, eppure tutti percepivano qualcosa, come lupi affamati nel bosco. Alcuni di loro portarono i martelli pneumatici, altri i cani. Costrinsero i padroni di casa a guardare la loro villetta stuprata con tale violenza e sadico piacere, da farli sembrare quasi delle vittime. Quando i Carabinieri arrivarono al bunker, e poi a quel piccolo tunnel, era da poco sorta l’alba, e Carmelo era già lontano, ad alcuni chilometri dalla villa. Il tunnel finiva nel fitto bosco che affiancava il paese. Una volta uscito, Carmelo si scrollò dal pigiama tutte le sporcizie raccolte strisciando dentro quel cunicolo. Pareva un grasso pitbull appena uscito dall’acqua alta. Ferito nell’orgoglio, il boss prese un cellulare dalla tasca per telefonare a qualcuno, ma in quel luogo sperduto non c’era linea. Mentre bestemmiava gli dei, un click metallico catturò tutte le sue attenzioni. Fu in quell’istante che capì di non essere solo.
  15. edotarg

    In un vortice

    Intro colma di significato, intro alla poesia e forse sintesi del senso stesso della poesia Wow, niente da aggiungere, la vita ti spoglia nonostante ci bardiamo di scudi. Altra bella immagine, le increspature intese come i dettagli della nostra vita? Le vette delle montagne amplificano l'imponenza dell'immagine ma, forse, stridono con la scena dove tu sei in balia del mare. Molto delicata come immagine, e quindi molto pertinente. Hai ripetuto lo stesso concetto, arricchendolo ogni verso, ma mai noiosamente. Questa è probabilmente la strofa più filosofica, che da un senso alla poesia. Provo a scrivere il senso che mi ha trasmesso: ti additano come una persona poco intraprendente? Schiava delle fatiche di qualcun altro per arrivare da qualche parte nella vita? Mentre in realtà hai tanta energia e tanta voglia di metterti in gioco? Questo ti provoca rabbia e frustrazione. Ciao, complimenti poesia molto bella.
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