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edotarg

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  1. edotarg

    Mal d'animo

    Ciao @Exairesi grazie a te per il bel commento, tutto molto azzeccato. Nella strofa che ti appare fredda volevo trasmettere l'emozione dell'invidia nei confronti di chi ce l'ha fatta senza essere particolarmente talentuoso, mi spiace che non è arrivata forte come le altre strofe. Mentre il finale sì, è positivo
  2. edotarg

    I Cacciatori di Calabria

    @TuSìCheVale Ci sono alcune inesattezze in quello che dici, io non ho mai scritto niente che facesse pensare al pentimento dei due anziani 'ndranghetisti, anzi... In questa situazione è plausibile che i due anziani, che avrebbero più di 80 anni, siano come due agnelli indifesi rispetto ai 50 militari armati fino ai denti e addestrati per fare questo tipo di irruzioni. Mica penserai che i due vecchietti si mettano a fare i Rambo della situazione. Questo non vuol dire che dentro di loro siano impauriti, o pronti a confessare, tutt'altro. È solo la fotografia di quella scena. Per il fatto che tu sostieni che a volte le forze dell'ordine sono aggredite dai membri della famiglia del mafioso, sì, è vero, succede, ma sicuramente vedo difficile che una donna un po' agitata possa aggredire e sottomettere 50 militari delle forze speciali. Inoltre non è detto che se un boss fuggisse in pigiama debba avere anche le pantofole ai piedi, e anche se le avesse, non vedo che impedimento gli darebbero nella fuga. Al massimo se le toglierebbe. Detto questo, se tu la vedi in altro modo, va bene così, no problem
  3. edotarg

    I Cacciatori di Calabria

    Ciao Tusichevale, innanzitutto grazie per aver commentato. Forse non è chiaro ma gli "indifesi" in questo caso sono i due anziani. Se hai guardato alcune retate in abitazioni di mafiosi, ti renderai conto che spesso c'è una teatralità da parte della famiglia dell'arrestato, specialmente da parte dei membri femminili (nello specifico non ho visto retate in ville di 'ndranghetisti, ma nelle retate di camorra o contro il clan degli zingari a Roma sono molto evidenti). Quando intendo che i Carabinieri non hanno tempo per giocare con la teatralità, intendo che non hanno tempo (e voglia ovviamente) di lasciare sfogare la sorella del boss, visto che non hanno ancora raggiunto il loro obiettivo. Per il fatto che il boss appare uno sprovveduto, in realtà sono punti di vista, potrebbe apparire così, come no. Io volevo anche ridicolizzare l'immagine del boss, costretto a fuggire in pigiama strisciando su un cunicolo sporco. Sulle bestemmie sì, si mostrano tutti fermamente cattolici, poi bisogna vedere se lo sono anche nella realtà. Saluti
  4. edotarg

    Mal d'animo

    Ciao Gianfranco, qui intendo vittorie passate, nel senso che l’invidia spesso non ti fa cogliere quello che di buono è stato fatto. Anche questa strofa parla dell’invidia verso chi, con poco talento, riesce ad affermarsi in qualcosa, ad es. sul lavoro o in qualsiasi altro campo dove anche il protagonista vorrebbe eccellere. Per il resto la tua analisi è stata impeccabile, anche nel finale. Mi fa piacere se ti è piaciuta. La paura di rimettersi in gioco, dopo avere accusato diverse sconfitte. In un certo senso sì, io l ho intesa come la ragione, il “buon senso” che è dentro di noi e che ci da una visione meno pessimistica delle cose e della nostra vita, insegnandoci a godere di quel poco che si ha. Saluti
  5. edotarg

    I Cacciatori di Calabria

    I Cacciatori di Calabria Platì, ore 04:00, l’operazione “Cuba 1961” prese vita. Cinquanta Carabinieri, quattro fuoristrada, tre furgoni, due elicotteri, un obiettivo: Carmine Frangio. Come un esercito di ombre, i militari strisciarono decisi nel buio di quel paesino fuori dal tempo. Dentro al furgone l’adrenalina riempiva i silenzi degli sguardi: l’unica voce del corpo che non era protetta dalla divisa e dal passamontagna. Anni di servizio, di sacrificio, di preparazione, vennero incanalati nell’imbuto di quella retata. Non era paura quella che affiorava in superficie, poiché quelli non erano uomini qualunque catapultati in un esame più grande di loro. Quelli erano Cacciatori di Calabria. La chiamerei piuttosto ansia; l’ansia di fallire l’obiettivo, la vergogna di tornarsene alla base a mani vuote, senza la preda. Senso dell’onore, quello è il termine corretto per giustificare quella tensione. “Cinquecento metri all’obiettivo.” La voce metallica del Capitano rimbalzò tra i quattro militari, schiaffeggiando quel mutismo. “Dai! Dai! Dai! Spacchiamogli il culo!” Urlò il Carabiniere Caprarica, imbracciando il fucile mitragliatore. “Dai cazzo!” Risposero gli altri, alzandosi in piedi, pronti a giocare quella partita. I furgoni e i fuoristrada si arrestarono a pochi metri dalla villetta; i militari spalancarono le porte e, come un corpo solo, avanzarono in massa accerchiando l’abitazione. L’elicottero vegliava alto su quella casetta bianca, circondata da svariate lucciole blu. “Carabinieri! Aprite immediatamente! Siete circondati”, esclamò autorevole uno di loro al megafono. Nel frattempo la pace apparente che avvolgeva quelle strade andò scemando, man mano che nuove luci curiose si affacciavano allo spettacolo. Finiti i convenevoli, due militari sfondarono il portone blindato in pochi minuti. Entrarono agguerriti come leoni, ma trovarono due agnelli: gli anziani genitori di Carmine Frangio, i quali li aspettavano con le luci accese e le mani alte. Guardarono i militari con i volti solcati da una guerra vecchia come l’unità d’Italia. Li guardarono indifesi, ma forti delle loro appartenenze, di quella che per loro è religione. Li guardarono, e non dissero mai una sola parola. “Non sparate! Mo arrivo!” D’un tratto sbucò da una porta una donna con le mani alzate, sulla quarantina. Era Maria, la sorella di Carmine. Quello che non dissero i due anziani genitori lo disse lei, inveendo contro tutte le Armi e i Corpi dell’esercito. Ma non c’era tempo per giocare con la teatralità di quelle circostanze, così i militari occuparono in men che non si dica tutta la casa. Del Boss non v’era traccia, eppure tutti percepivano qualcosa, come lupi affamati nel bosco. Alcuni di loro portarono i martelli pneumatici, altri i cani. Costrinsero i padroni di casa a guardare la loro villetta stuprata con tale violenza e sadico piacere, da farli sembrare quasi delle vittime. Quando i Carabinieri arrivarono al bunker, e poi a quel piccolo tunnel, era da poco sorta l’alba, e Carmelo era già lontano, ad alcuni chilometri dalla villa. Il tunnel finiva nel fitto bosco che affiancava il paese. Una volta uscito, Carmelo si scrollò dal pigiama tutte le sporcizie raccolte strisciando dentro quel cunicolo. Pareva un grasso pitbull appena uscito dall’acqua alta. Ferito nell’orgoglio, il boss prese un cellulare dalla tasca per telefonare a qualcuno, ma in quel luogo sperduto non c’era linea. Mentre bestemmiava gli dei, un click metallico catturò tutte le sue attenzioni. Fu in quell’istante che capì di non essere solo.
  6. edotarg

    In un vortice

    Intro colma di significato, intro alla poesia e forse sintesi del senso stesso della poesia Wow, niente da aggiungere, la vita ti spoglia nonostante ci bardiamo di scudi. Altra bella immagine, le increspature intese come i dettagli della nostra vita? Le vette delle montagne amplificano l'imponenza dell'immagine ma, forse, stridono con la scena dove tu sei in balia del mare. Molto delicata come immagine, e quindi molto pertinente. Hai ripetuto lo stesso concetto, arricchendolo ogni verso, ma mai noiosamente. Questa è probabilmente la strofa più filosofica, che da un senso alla poesia. Provo a scrivere il senso che mi ha trasmesso: ti additano come una persona poco intraprendente? Schiava delle fatiche di qualcun altro per arrivare da qualche parte nella vita? Mentre in realtà hai tanta energia e tanta voglia di metterti in gioco? Questo ti provoca rabbia e frustrazione. Ciao, complimenti poesia molto bella.
  7. edotarg

    Il limbo di Hito

    Ciao Ilion, grazie per il commento. Sì il corridoio è fine a se stesso, in realtà si potrebbe omettere. Ho cercato di inserire qualche elemento nelle righe precedenti, come: "vortice di scalini" ; "l’ultimo raggio di luce naturale si perse tra le strette curve di quella discesa" La storia è un misto fra oriente e medioevo, può sembrare strano ma la mia fantasia ha immaginato quello. in effetti maestoso potrei ometterlo. In realtà non ha molta importanza, perché le due porte sono esattamente identiche e portano esattamente nello stesso luogo, dando a Hito l'illusione della scelta. Me li sono immaginati draghi europei, anche per collegare il tutto alle due porte che hanno al di sopra le due teste di drago ammonitrici. Anche per questo è un misto fra oriente e medioevo. Giusto, sarebbe da aggiungere, ma non penso si possano modificare i propri testi già pubblicati, no? Anche questa è giusta, ho pensato di inserire una prima chiamata di Mara appena Hito scende le scale, in modo da dare un senso maggiore alla sua determinazione nel discendere i piani. Grazie
  8. edotarg

    Il limbo di Hito

    Il limbo di Hito Hito, bagnato fradicio di paura, si apprestò ad aprire quella porta. Al di là vi era un’antico corridoio in pietra medievale, che scendeva fin da subito in un vortice di scalini. Se non fosse stato per le torce fiammanti, appese su di un lato, in quel corridoio ci sarebbe stato il buio più assoluto. Il giovane scese i primi i scalini con passo fermo e sguardo determinato; ne scese ancora, tanto che l’ultimo raggio di luce naturale si perse tra le strette curve di quella discesa; ne scese ancora, con la mano poggiata sulla fredda pietra; e ancora, tanto da non ricordare quanto a fondo stava andando; tanto da dubitare, nel silenzio di quel viaggio, dell’esistenza di una fine. Hito era stremato, perfino le sue giovani caviglie chiedevano pietà. Solo quando il ragazzo si fermò, boccheggiante, alzando lo sguardo, intravide la fine di quella chiocciola infinita. Hito sorrise con amaro sarcasmo, e con fatica scese qualche altro gradino, e vide un lungo corridoio, maestoso e austero, che terminava con due imponenti portoni. La fredda umidità che si respirava veniva a tratti interrotta dal caldo fruscio delle torce, che adornavano entrambi i lati. Il ragazzo si lasciò alle spalle la scalinata, percorrendo il corridoio con lo sguardo spesso all’insù, curioso e rispettoso allo stesso tempo. Dinanzi alle due porte, Hito si fermò per osservarle. Entrambe ad arco, fatte di legno massello bruno, con alcuni dettagli in ferro battuto, lavorati finemente da chissà quale artigiano; ogni anta presentava due magnifiche incisioni di cavalieri: entrambi in piedi, in posizione di guardia, con l’elmo serrato. Il giovane alzò lo sguardo fino alle tenebrose teste di drago, scure e fredde come il metallo che le componeva, minacciose e ammonitrici con chiunque volesse entrare. Hito si domandò perché mai le due porte erano perfettamente uguali, perfino nelle più insignificanti venature di quel legno millenario. «Hito, ti sto aspettando» echeggiò una dolce voce di donna. Il giovane sorrise, quelle parole gli diedero la forza di aprire un portone, senza pensarci su. Una luce chiara lo accolse, tanto da accecare per qualche secondo il suo sguardo, ormai abituato alle oscurità. Quando Hito si tolse la mano a protezione degli occhi, la spiritualità di quel nuovo mondo lo avvolse: il roseo profumo degli alberi di ciliegio, il cinguettio colorato degli usignoli giapponesi, e quel mite sentiero color avorio, mite come i floreali laghetti che lo accompagnavano. Tutto ciò invitava Hito in quel magnifico tempio orientale, che si innalzava, fiero e solenne, davanti ai suoi occhi. Mentre il giovane si incamminava verso il tempio, apparve un monaco paffuto, che simpaticamente lo invitò ad entrare. Prima di entrare il monaco fece segno a Hito di togliersi le scarpe, il quale obbedì senza problemi. Il giovane rimase svariati secondi a contemplare la pace che si respirava in quella sala, una pace al profumo d’incensi. Hito non fece in tempo ad ammirare gli antichi disegni sulle pareti di seta, che il monaco, con fare buffo, lo invitò a salire fino in cima al tempio. Il giovane, sorridente, si affrettò a seguire il monaco, il quale stava già salendo le scale. Una volta in cima al tempio, il monaco si fermò con lo sguardo basso, rivolto verso Hito, e, come un giocattolo a cui tolsero le batterie, rimase in quella posizione, senza muoversi più. Il giovane rimase sorpreso. «Benvenuto Hito, ti stavo aspettando» disse la donna con la voce dolce, in posizione di Vajrasana, dando le spalle al giovane. I suoi lunghi e lisci capelli neri scendevano regali su un kimono di seta bianca, decorato con alcuni ricami floreali. La donna si alzò in piedi e si voltò verso Hito, mostrandogli tutta la sua bellezza. «Sei felice di conoscermi?» gli chiese. «Beh… sì, con tutte le volte che mi hai chiamato, oggi mi sono deciso» disse Hito, imbarazzato. La donna sorrise, come se sapesse già tutto. «Posso sapere come ti chiami?» Le chiese. «Mara.» «Mi piace il tuo nome. Sai… Mara, non ti immaginavo così bella.» «Come mi immaginavi?» «Mah, non brutta, sicuramente. Ma non così… perfetta!» «Grazie», rispose amabilmente la donna. «Ti fidi di me, Hito?» Aggiunse, dopo un breve silenzio. «Sì, perché? non dovrei?» Le disse, sorridente. «Certo che dovresti.» Nel frattempo due piccoli draghi rossi comparvero dal cielo, come macchie di vino in una tovaglia candida. Librarono in aria attorno al tetto del tempio, sgraziati come due avvoltoi; infine entrarono nella sala, e si posarono rumorosi, a fianco di Mara. Il giovane guardò i due mostri con disprezzo. «Hito, è giunto il momento di partire. Sali su un drago, e ti accompagnerò nel viaggio» disse con voce calma la donna. «Salire su quei mostri? Per andare dove?» Domandò il giovane, cambiando espressione. «Questa non è fiducia, Hito», rispose, un po’ delusa. «Ora sono cambiate un po’ le cose, non vedi quanto sono brutti?” Disse indicando i draghi, i quali sbuffarono dal naso. «Forse mi sono sbagliata su di te, probabilmente non sei ancora pronto.» «Speravo in qualcosa di più bello, come questo posto. Ecco! questo posto va benissimo.» «Ma questo posto non è reale, Hito.» «Invece i draghi sono reali?» «Niente è reale, se vive solo nella tua mente.» Hito si corrucciò in volto. «Quindi è un sogno?» Le chiese. «Un sogno per essere tale, necessità di un risveglio.» «Quindi è un sogno» concluse il giovane, dopo un breve ragionamento. «No, Hito, non ci sarà mai più un risveglio.» Il ragazzo prese fiato, guardandosi attorno, poi esclamo: «Basta! Voglio tornare a casa, fammi uscire, Mara.» «L’unica via di uscita è con i draghi», rispose calma. «Se non mi vuoi aiutare, faccio da solo, strega!» Così il giovane, agitato, discese spedito i piani del tempio. Quando giunse nella sala della preghiera, all’ingresso del tempio, Hito la ritrovò sfigurata, come fossero passati secoli: di quei disegni su seta rimasero soltanto degli sporchi brandelli di carta invecchiata; alcune travi giacevano conficcate a terra, bucherellate dai tarli, e la sporcizia si mescolava al freddo odore del muschio, il quale cercava di coprire tutta la bellezza che un tempo fu. Hito, con il cuore in gola, iniziò a correre verso l’uscita, mentre il cielo si chiuse in tinte fosche. Appena fuori dal tempio, Hito sobbalzò per il boato di un tuono, a cui seguirono tante gocce di pioggia, taglienti come aghi controvento. Corse talmente affannosamente verso il portone, che non fece caso a quanto desolato e spettrale era diventato quel vecchio giardino zen. «Ti piace la realtà, Hito?» Rimbalzò, fino alle orecchie del giovane, la voce autorevole di Mara. «Perché mi fai questo? Cosa ti ho fatto di male?» Urlò Hito. «Tu volevi la realtà, io te l’ho mostrata, Hito. Da quanto tempo galleggi in questo mondo?» «Non voglio morire, Mara!» esclamò il giovane, alla fine del suo sentiero. Hito, bagnato fradicio di paura, si apprestò ad aprire quella porta.
  9. edotarg

    Is Arutas

    Ciao, complimenti per la poesia. Si legge bene, non è troppo complicata, e ha delle belle figure. Rende molto l'idea, ma forse contrasta un po' con la bellezza romantica di un tramonto sul mare. Molto efficace nel fare capire lo stato del mare. Immagine poetica e malinconica allo stesso tempo. Bella anche questa, rende bene l'idea delle ultime luci del sole che si riflettono sul mare La bellezza della natura millenaria Metaforicamente immagino La chiusa è molto bella ed efficace, quei silenzi che "dicono molto". Alla prossima.
  10. edotarg

    Mal d'animo

    Mal d'animo Tutto danza nel grande palco dell’esistenza: balli sgangherati, schiavi delle luci, e famelici sorrisi, mascheranti la cruda essenza. Vigile e malinconico il tuo sguardo, spettatore di spettacoli infiniti, nasconde la paura di rifarlo. Seduto ai margini delle tue ombre ribolli fiumi di lava che piovono sulle tue vittorie, come bombe. Ti arrovelli il cervello, come possono quei burattini senza dote, compiere un gesto così bello? Finché una mano amica ti invita ad alzarti, e gioire di tutto questo, e mentre tu lo fissi, così, da una vita, noti nello specchio che è possibile il compromesso.
  11. edotarg

    Ottobre (il tiglio)

    Ciao Gianfranco, la tua poesia mi è piaciuta. La metafora con il tiglio è molto azzeccata. questa è l'immagine che mi piace di più, mi da l'idea di un cartoncino nero a forma di albero, ritagliato spigolosamente su uno sfondo grigio. Ti sei lasciato un finale ottimista, speranzoso, ed è giusto che sia così. La mia poesia che avevi commentato in realtà non è sul tema della vecchiaia, anche perché io non ho ancora trent'anni, ma posso immaginare cosa si può provare quando il tempo scorre inesorabile, e ci si ritrova oltre il giro di boa. Rimanendo su questo tema ho da poco visto un film molto particolare: Sto Pensando di Finirla Qui (I'm Thinking of Ending Things) di Charlie Kaufman. Su Netflix. Te lo consiglio se non lo hai ancora visto.
  12. edotarg

    Rancori e rimorsi

    Ciao Gianfranco, giuste le tue correzioni, e le tue considerazioni. Ho usato un linguaggio poco poetico perché l'ho scritta abbastanza di getto, una sorta di riflessioni e considerazioni sul tema del rimorso e del rancore. Se vuoi leggere altre mie poesie probabilmente troverai uno stile più astratto. Lo scagliare l'ultima freccia a terra significa per me rinunciare definitivamente ai propri sogni, e accontentarsi (si fa per dire) di una vita più tranquilla e sicura. Saluti
  13. edotarg

    Rancori e rimorsi

    Rancori e rimorsi Voltati indietro e osserva quello che lasciasti, quello che vivesti. Tu che sfiorasti l’equilibrio invidi chi gode della sua vita, dei suoi risultati, ottenuti senza sudore, senza talento. Tu che perdesti tanto sangue, e continui a faticare contro la corrente, non vai oltre. Eppure il talento lo senti, eppure la fame è tanta… la fede è uno stimolo forte, ma non ti garantisce risposte. Questo tuo diavolo troverà mai pace? Forse non stai perseguendo la giusta meta, forse dovresti spogliarti di tutti quegli orologi sgargianti per immergerti nudo nell’oceano. Peccato che non hai la forza e l’umiltà di lasciarti trasportare, anche se la vita è una come un goccia nel mare. Troppe volte dimentichi i pochi gioielli autentici che ti sostengono, nonostante tutto. Le tante battaglie ti hanno insegnato, per lo meno, ad essere un guerriero astuto, hai riposto l’ascia, per imparare l’arte dell’arco e dello scudo. Ma la sabbia scende, inesorabile, dalla clessidra. Ora che nella tua faretra hai rimasto poche frecce scoccane ancora due mirando l’orizzonte, poi, eventualmente, l’ultima mirando terra.
  14. edotarg

    Polvere

    Mi piace l'immagine e l'accostamento tra i ricordi e il vento che risolleva la polvere depositata Anche questo verso mi piace, poche parole ma piene di significato. Immagino siano ricordi legati all'adolescenza/gioventù forse volevi scrivere "di cui non riuscivi a non invidiare"? Significa che ci vogliono anni per rimanere impressi nei ricordi di qualcuno? Io l'ho colta così Questa per me è la strofa più interessante, perché enigmatica e soprannaturale. Mi immagino questa polvere magica che fluttua e si mescola nell'aria. Se letta insieme all'ultimo verso, riesco cogliere un senso, anche se non di facile interpretazione, quindi ti chiedo perché hai separato l'ultimo verso dall'ultima strofa? Poesia interessante, complimenti.
  15. edotarg

    Regina del mio mondo

    Ciao AzarRudif, grazie per i consigli, a livello grammaticale raccoglimi per mano in effetti stride, si potrebbe sostituire con "prendimi per mano". Inoltre si potrebbero accorpare le prime tre strofe, e le ultime tre, formando due sole strofe, per rendere il tutto più fluido nella lettura.
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