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Annibale Bertollo

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  1. Annibale Bertollo

    Carpe Diem

    CARPE DIEM Quando da bambino chiedevo a mio padre di comprarmi qualche ghiacciolo o qualche dolce, lui, che era un uomo saggio,anche se forse un po’ tirchio, mi diceva di risparmiare e di pazientare, di mettere via i soldi che a quattordici anni mi avrebbe comprato lo scooter. Come non dargli ragione? Perché sciupare i soldi in un piacere effimero quando avrei potuto più tardi godermi per sempre il motorino? Già mi vedevo scorazzare liberamente in sella ad una vespetta rossa fiammante con il vento che mi accarezzava, e già vedevo gli amici che mi seguivano con lo sguardo ammirati ed un tantino invidiosi. Così risparmiai volentieri, non mangiai gelati non mangiai ghiaccioli, forse ne guadagnai anche in salute, e diedi tutti i miei risparmi a mio padre per la moto. Non appena compii i fatidici quattordici anni andai subito da mio padre e gli chiesi di mantenere la promessa. Il buon genitore mi disse: “Va bene, come vuoi, ma ti prego di ragionare un momento. A te sembrerà di sentirti più libero con uno scooter, ma non hai pensato che lo potrai usare solo d’estate, e d’inverno che farai? Poi con la moto è facilissimo fare incidenti anche molto gravi, perché vuoi rischiare la vita? Meglio mettere da parte i sodi che a diciotto anni ti comprerò la macchina.” Effettivamente a pensarci bene la macchina era meglio del motorino! Come non dargli ragione? Già mi vedevo a bordo di una spider sportiva velocissima rossa fiammante con a fianco una bellissima ragazza bionda che correvamo liberi e felici ammirati da tutti accompagnati da una melodiosa musica da film. Così andai a piedi fino ai diciotto anni. All’inizio la cosa mi sembrò dura, specialmente quando vedevo qualche amico che sfrecciava col suo motorino, ma pensando sempre alla mia futura automobile assaporavo la mia rivincita ed il tempo passò abbastanza rapidamente. Il giorno del mio diciottesimo compleanno, di mattina presto, svegliai mio padre e gli chiesi ancora una volte di mantenere la promessa. Il vecchio non disse di no ma mi pregò ancora una volta di riflettere. Perché assecondare questa moda deleteria anche se seguita da molti del consumismo? Cos’è poi una macchina sportiva se non un simbolo del consumismo dell’usa e getta, del farsi vedere senza avere nulla di solido in mano. Quanto sarebbe potuta durare una macchina nuova: cinque anni? Dieci anni? E Poi? Poi sarebbe stata demolita ed io avrei gettato al vento tutti quei risparmi di anni ed anni. Meglio allora aspettare ancora, pazientare e risparmiare ancora un po’, che mio padre al momento giusto mi avrebbe comprato la casa. La CASA e non dico altro. Quando tutti gli altri miei amici sarebbero stati stanchi di scorazzare inutilmente in una stupida fiera delle vanità con le loro vetture, ebbene io avrei visto sorgere su mille metri di meraviglioso giardino scoperto, la mia villetta di due piani con garage tre bagni e la mitica tavernetta. Già mi vedevo seduto accanto al caminetto nelle fredde serate invernali con la mia mogliettina al fianco e due meravigliosi bambini che giocherellavano allegramente nei paraggi. Questi erano i veri valori della vita! Queste erano le cose che duravano! Non la macchina! Anche questa volta seguii il consiglio del babbo. Del resto quando diceva che al giorno d’oggi quasi tutti erano consumisti aveva ragione. Infatti dal momento che tutte le belle ragazze la pensavano in quel modo, io non mi trovai nemmeno la fidanzata. Non ero molto bello. Mio padre per risparmiare mi preferiva così e poi non avevo la macchina, andavo a piedi e quelle consumiste di donne non mi filavano. Le donne mi piacevano da impazzire: quando vedevo tutte quelle curve morbide e quei modi femminili così dolci ed affascinanti ne provavo quasi un dolore fisico tanto mi piacevano. Purtroppo non conoscevo nessuna donna. Nemmeno con le prostitute potevo andare per prima cosa perché sarebbe stato disdicevole e consumista, quelle mica ti vogliono bene, ma soprattutto perché costava soldi ed io dovevo risparmiare per la mia bella casa. Passarono gli anni e finalmente un giorno decisi di recarmi dal padre per chiedergli di mantenere la promessa. Era giunto il tempo. Il vecchio mi ricevette benevolmente come al solito. Mi spiegò che il costo degli immobili in tutti quelli anni era molto aumentato. Mentre noi risparmiavamo lira su lira, le case aumentavano di valore, raddoppiavano triplicavano. Tuttavia, se avessi voluto, lui si dichiarò disposto a mantenere la parola data; mi esortò solo a ragionare un attimo. Ormai ero vecchio, non avevo una compagna, che ne avrei fatto di una casa? A cosa sarebbe servita? Solo per far vedere agli altri? Solo per apparire? E poi a chi l’avrei lasciata? Ormai ero abituato a vivere da solo in una stanzetta con bagno, una casa mi sarebbe stata solo d’impiccio. La casa mi avrebbe portato tasse, costo del riscaldamento, pericolo di ladri, pericolo di incendio e mille altri problemi dai quali lui mi voleva salvare. I soldi poi non bastavano per una bella casa, ma bastavano per qualcosa di meglio, qualcosa che solo io avrei potuto permettermi, qualcosa di unico che mi avrebbe fatto ricordare anche dopo morto per lunghissimo tempo. Sarei vissuto nel ricordo di molti anche dopo la mia morte perché mio padre con tutti i sodi che avevo risparmiato in una vita di stenti mi avrebbe comprato un funerale meraviglioso, un funerale degno di un re. Tutti ne avrebbero parlato per anni ed anni. Sarei stato accompagnato dalla migliore banda musicale e trainato da quattro cavalli neri purosangue. La cassa poi sarebbe stata di mogano intarsiato ed il posto al cimitero degno di un re. Non solo, mio padre avrebbe contattato il miglior predicatore il miglior prete. Gli avrebbe parlato di tutti i miei meriti di tutta la mia vita, in modo tale che questi potesse fare al mio funerale una predica mozzafiato. Ci pensai a lungo: in fondo ormai non mi importava più avere una casa. Ormai ero vecchio ed assomigliavo sempre di più a mio padre. Ogni giorno andavo a trovarlo e parlavamo del mio funerale. Ridevamo pensando alle facce attonite dei mie cugini al momento della mia dipartita. Quelli stupidi dei miei cugini avevano riso di me per tutta la vita, ma si sarebbero dovuti ricredere al momento del mio funerale. Quando il prete, di fronte ad una chiesa gremita, avrebbe decantato la mia intelligenza, la mia bontà e tutte le altre mie doti, avrebbero dovuto rimangiarsi tutte le loro calunnie e avrebbero capito che alla fine l’avevo vinta io. Io avevo fatto le scelte giuste. Così, sempre parlando di questi argomenti, io e mio padre ci vedevamo ormai quasi tutti i pomeriggi alle quattro, bevevamo il the, fatto con la solita bustina riutilizzata per anni, e parlavamo, ridevamo, discutevamo animatamente. La pensavamo alla stessa maniera su molte cose ed in un certo qual modo eravamo contenti. Le cose continuarono così fino al mese scorso quando dovetti recarmi in Inghilterra per procurarmi certi documenti che mi sarebbero serviti al momento della mia dipartita. Il viaggio non mi piacque: troppa pioggia, troppa burocrazia,troppe carte. Non vedevo l’ora di ritornare a parlare con il mio vecchio. Così al ritorno mi catapultai a casa sua. Purtroppo, mio padre mi aveva fregato ancora una volta, quando arrivai era infatti già morto da due giorni.Tutti furono concordi nell’affermare che non avevano mai assistito ad una cerimonia più grandiosa. Il suo funerale era stato degno di un re. Inizia a scrivere la tua storia...
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