Vai al contenuto

Midgardsormr

Scrittore
  • Numero contenuti

    2.639
  • Iscritto

  • Ultima visita

  • Giorni vinti

    20

Tutti i contenuti di Midgardsormr

  1. Midgardsormr

    Dietro la Porta (parte 1)

    @Nevermind, non preoccuparti per il limite di caratteri, i lettori del WD conoscono bene i limiti della suddivisione e chi passa di qui per leggere è comunque paziente. Prime impressioni: sembra essere un fantasy, o un new-weird. Come incipit è abbastanza "standard", ma sembra ben realizzato e interessante. Un primo appunto tipografico. Quando si usano i trattini per aprire i dialoghi, non bisogna chiuderli con il trattino a meno che il discorso diretto non sia seguito nel paragrafo da altro testo. Quindi non: bensì: Se il testo continua dopo la battuta in discorso diretto, invece, è corretto mettere il trattino come già hai fatto. Tuttavia non andrebbero chiusi con punti fermi, ma con virgole. Infine, in questo spezzone andrebbero i due punti e non la virgola: Comunque si tratta di dettagli. Non è un grosso problema. Vorrei leggere il resto prima di dare ulteriori giudizi. Come hai detto anche tu, c'è ancora poca carne al fuoco qui. A rileggerti.
  2. Midgardsormr

    Drake's Equation: ch.1 Prologo

    @DragonAether Ho lasciato passare un po' di tempo prima di commentare, perché sinceramente pensavo si trattasse di un errore: il pezzo che hai postato è davvero cortissimo. Si può tuttavia effettuare una prima brevissima analisi già qui. Errore grammaticale, mi pare. È possibile omettere il verbo ausiliare in un'enumerazione quando tutti i verbi hanno lo stesso ausiliare del primo verbo utilizzato (in questo caso, "fare"). L'ausiliare di "fare" è "avere", ma "ascendere", nella forma intransitiva usata qui, ha come ausiliare "essere" ("io sono asceso" e non "io ho asceso"). È pertanto scorretto omettere l'ausiliare in questa enumerazione. La forma corretta dovrebbe essere: Altro appunto: non mi risulta che Giasone abbia mai passato le Colonne d'Ercole. I miei studi sulla mitologia greca e romana risalgono a qualche anno fa, quindi potrei aver perso qualcosa per strada, ma mi risulta che Giasone nelle Argonautiche di Apollonio Rodio (e in tutti i miti collegati) non sia mai andato verso ovest e le Colonne d'Ercole, ma verso est e la Colchide (nei pressi del Caucaso, oltre il Mar Nero). Il più famoso esploratore "mitologico" ad aver passato le Colonne d'Ercole è stato Ulisse, come menzionato anche nella Divina Commedia. Altro non posso dire, vista la brevità di questo prologo. Le poche frasi qui presenti sembra siano scorrevoli e piacevoli da leggere, ma vorrei poter aver sotto gli occhi qualcosa di più corposo prima di dare un giudizio in proposito. Alla prossima.
  3. Midgardsormr

    Il divieto

    @cynthia collu Mi è molto difficile commentare lucidamente questo pezzo. Sembra essere la storia di una sconfitta, una di quelle sconfitte che uno poi si porta dietro per tutta la vita. Non mi dilungherò, perché dal punto di vista tecnico sembri sapere il fatto tuo, e dal punto di vista emotivo credo tu abbia saputo dosare con sapienza la giusta quantità di detto-non detto per suscitare nel lettore le sensazioni che volevi trasmettere. Due sole cose. Primo: ho avvertito un certo distacco dai personaggi. E se per alcuni, come Lucia e Gianni, può essere stata una scelta stilistica, diventa un po' strano quando parliamo di Roberto o Francesca. Per Roberto in fondo potrebbe anche starci, dal momento che praticamente viene solo menzionato, o accennato di sfuggita, ma per Francesca... non so, è la protagonista, mi sarebbe piaciuto poter entrare di più nei suoi pensieri. Hai chiaramente assunto il suo punto di vista, ma il più delle volte non traspare nessuna emozione, e il POV sembra più una scusa per descrivere le sue azioni in soggettiva. Può darsi tu abbia coscientemente deciso per questa sorta di "focalizzazione interna limitata", ma forse, visto il tema, Francesca si sarebbe potuta lasciare andare emotivamente in due-tre circostanze: giusto brevi frasi prima di riprendere il controllo. Un'emozione trasmessa direttamente al lettore, non solo la descrizione dei suoi movimenti nella speranza che il lettore colga il suo stato d'animo. Secondo: la trama è abbastanza chiara, essendo un racconto piuttosto semplice, ma ho dovuto rileggere due volte per associare ciascun nome al suo ruolo-volto. Francesca, Lucia, Roberto, Pietro, Gianni, Marina. E perfino Nico e Tina. Sono un sacco di nomi per un racconto così breve, e molti di questi personaggi fungono solo da comparse. L'uso dei nomi aggiunge realismo, ma a mio avviso può confondere il lettore (specie chi, come me, fa fatica a ricordarli). Almeno due, Marina e Pietro, potrebbero essere facilmente eliminati senza che il racconto perda efficacia, secondo me. In ogni caso si tratta di annotazioni minori, puramente stilistiche, e in quanto tali assolutamente personali. Bel lavoro, davvero. A rileggerti.
  4. Midgardsormr

    Banished from Death - Prologo - Secondo paragrafo [4/4]

    E me lo dici così? Io pensavo avessi ancora un paio di capitoli nel cassetto. Certo che sì. Mi farebbe piacere avere un'idea della storia, se hai già una sinossi o anche solo delle idee buttate giù. I presupposti per una trama interessante ci sono tutti. Hai lasciato praticamente tutte le domande senza risposta, in questi primi paragrafi. Nemmeno la prima stagione di Lost... Aspetto un tuo MP allora, quando vorrai!
  5. Midgardsormr

    Banished from Death - Prologo - Secondo paragrafo [4/4]

    Eccomi qui di nuovo, @The_Butcher_of_Blaviken. Dunque. Sembra ci siano alcuni refusi ed errori, ti segnalo quelli che ho trovato: - "adii" > "addii" - "davanti la porta" > "davanti alla porta" (questo tecnicamente non è scorretto, ma è arcaico e stona col registro usato nel resto del pezzo) - "10 anni" > in un testo discorsivo (come un racconto) i numeri andrebbero sempre scritti per esteso > "dieci anni" - ...in realtà ce n'era un altro, ma non riesco più a trovarlo. Per quanto riguarda la scena, mi è piaciuta molto la tua "regia" (anche se la scrittura mi sembra ancora un po' troppo manieristica). Tuttavia la descrizione dell'incendio mi è parsa poco realistica. Parto dicendo che non sono un esperto, quindi non prendere per oro colato quello che dico. La descrizione di quanto accade fino quando il padre apre la porta della stanza di Nathan è perfetta, quella è la dinamica tipica di molti incendi domestici. Quanto accade nella stanza, però, credo sia impreciso. Primo: non hai descritto nessun flashover. Non so se per dimenticanza o per scelta. Quando la temperatura di una stanza aumenta molto a causa di un incendio, specie quando le fiamme hanno già raggiunto il soffitto, in pochi secondi la temperatura sale improvvisamente al punto che molti materiali (tra cui la carta e la stoffa) cominciano a entrare in autocombustione, diventando nuovi focolai, e la pelle si ustiona senza nemmeno entrare in contatto diretto col fuoco. In questa scena suppongo che Nathan indossasse qualcosa, quindi mi aspettavo che i suoi vestiti prendessero fuoco. E la temperatura del flashover può uccidere direttamente, o far perdere quantomeno i sensi. Quello del flashover tuttavia non è un elemento indispensabile nella descrizione, e non sempre accade, quindi ci sta che tu l'abbia ignorato. Per darti un'idea, questo video dimostra gli effetti di un flashover. Se vuoi vedere gli effetti sulle persone, cerca video dell'incendio dello stadio di Bredford del 1985 (occhio, ci sono immagini forti). Secondo, e un po' più rilevante: quando "i due Nathan" rompono la finestra, manca il backdraft (o fiammata di ritorno, in italiano). Cosa che invece avevi descritto abbastanza bene quando la porta della camera si apriva. Quando un incendio avviene in un luogo chiuso, come la stanza di questa scena, il fuoco consuma rapidamente tutto l'ossigeno presente, calando leggermente d'intensità - in gergo tecnico, "combustione asfittica" - ma lasciando molti fumi incombusti. Se si reintroduce ossigeno all'improvviso, per esempio spalancando una porta o, come in questo caso, rompendo la finestra, la combustione riprende istantaneamente con effetti esplosivi perché il fuoco si alimenta anche dei fumi. In questo caso tu hai descritto che il letto aveva già preso fuoco per intero, così come la libreria. Si tratta di molto combustibile per una stanza sola, ovvero un fuoco particolarmente grande, quindi mi aspetto che l'ossigeno presente nell'ambiente sia scarso: una finestra aperta in vasistas non può alimentare tutte quelle fiamme, e anche il resto della casa sta bruciando quindi suppongo che dalla porta della stanza non arrivi ossigeno. Se così fosse, nel momento in cui la finestra è stata rotta l'incendio della stanza sarebbe dovuto esplodere in un backdraft, probabilmente investendo il piccolo Nathan e magari scaraventandolo fuori dalla finestra. L'intensità del backdraft dipende da quanto asfittica era la combustione, e si può comunque immaginare che dalla finestra passasse abbastanza aria, ma un minimo di fiammata di ritorno, in quelle condizioni, dovrebbe esserci comunque. Puoi trovare un esempio di backdraft qui (e capirai cosa intendo quando parlo di "effetti esplosivi" ). Ovviamente quello è un caso particolare, visto che in quel caso il backdraft si origina in un luogo completamente chiuso (il solaio), mentre nel tuo caso c'è comunque un minimo di ossigeno nella stanza quando Nathan rompe la finestra. Terzo e ultimo punto, che dipende direttamente dal secondo: passi per il Nathan adulto (che non mi pare si trovi lì in maniera completamente "fisica"), ma in quelle condizioni come fa il bambino a respirare? Non è tanto una questione di fumo, quanto di mancanza di ossigeno. Il fatto che si rialzi dopo essere stato ustionato dalla coperta di pile può passare. Il fatto che sia ancora cosciente con una simile carenza di ossigeno lo trovo molto difficile da credere. Però ci potrebbero essere dei motivi narrativi dietro questa "super-resistenza" di Nathan, quindi molto dipende da come si svilupperà la storia in seguito. In fondo è sci-fi/fantasy, quindi potrebbe starci. A parte le imprecisioni riguardo l'incendio, la scena mi è piaciuta molto. Estremamente cinematografica, come di consueto. E il finale mi ha catturato... ora voglio sapere come va a finire. A rileggerti.
  6. Midgardsormr

    Uomini a orologeria [parte 8 (finale)]

    Parti precedenti Il buio era sceso sulla città. I lampioni erano quasi oscurati da velari di pioggia fitta, battente. I passanti erano scomparsi: solo le auto si avventuravano tra le pozze sull'asfalto. Mattia aveva freddo. Da due ore era in piedi, sotto il porticato. Aveva provato a suonare al citofono di Ramona, a bussare alla sua porta. Nulla. Aveva anche origliato per cogliere rumori, segni di vita, un indizio che indicasse la presenza di qualcuno, ma l'appartamento sembrava deserto. Gli era balenata l'idea di forzare l'ingresso, ma dopo il primo tentativo si era reso conto che la porta era robusta, e non avrebbe mai ceduto. Allo stesso modo non sarebbe riuscito ad arrampicarsi fino al terzo piano per entrare da una delle finestre. Aveva provato, perché non aveva nulla da perdere. Ma aveva rimediato solo una brutta caduta e vestiti fradici. Così si era limitato a cercare riparo, e ad aspettare che Ramona tornasse. Era già passato un'ultima volta da casa nella speranza di ritrovare la chiave, scivolata magari sotto un mobile o finita in un cassetto. Aveva rivoltato la camera da letto, aperto l'armadio, controllato la scrivania da cima a fondo. Si era spinto persino a smontare la sua fedele macchina da scrivere, per appurare che la chiave non si fosse incastrata tra le meccaniche per qualche assurda ragione. Mattia scosse la testa. No, non avrebbe certo potuto recuperare la chiave così facilmente. Aveva pianto, poco prima. Non piangeva da anni. La morte è ineluttabile per tutti, ma è terribile conoscere l'ora e il giorno della propria senza poter fare nulla. In realtà una probabilità di salvarsi l'aveva ancora. Una piccola, minuscola probabilità, a cui però si stava aggrappando con tutte le sue forze. Era quella che l'aveva spinto a correre sotto il diluvio fin lì, e che lo spingeva ad aspettare, mentre sarebbe stato facile abbandonarsi e lasciarsi morire. Il sospetto nella sua testa, ormai diventato una certezza, era così mostruoso che non poteva essere vero. Deve esserci un errore. Scorse una figura solitaria camminare in fretta sul marciapiede, dall'altro lato della strada, sotto un grosso ombrello che ne celava i lineamenti. Il cuore di Mattia diede un balzo. Rimase deluso nel vederla passare oltre senza neppure sollevare lo sguardo. Si alzò un vento gelido, dapprima debole, poi sempre più pungente. La pioggia iniziò a cadere di traverso, spingendosi anche sotto il portico. Mattia rabbrividì. I vestiti zuppi d'acqua si erano attaccati al corpo e lo intirizzivano. Entrò nell'androne del palazzo, e si sedette sul primo gradino. Ciò che più lo tormentava era l'impossibilità di fare alcunché. La sua vita dipendeva solo dal ritorno di Ramona. In quel caso avrebbe avuto l'occasione di scamparla. Se però non fosse rientrata sarebbe morto lì, su quelle scale, senza neppure sapere se il suo sospetto rispondesse o meno a verità. In quell'istante un individuo si infilò sotto il portico. Era intabarrato in un lungo impermeabile col cappuccio, che gocciolava vistosamente. Mattia si alzò in piedi. L'individuo si accorse di lui, e scoprì il volto. Era Ramona. La sua vita dipendeva dai pochi minuti che sarebbero seguiti. – Ciao. Ramona parve squadrarlo con disprezzo. Brutto segno. – Che ci fai tu, qui? Le stesse parole che lui aveva usato con Flaminia. Altro brutto segno. – Ti ho cercato per tutto il giorno. Dammi la chiave. – Come, scusa? – La mia chiave. L'hai portata via stamattina. Ramona aggrottò le sopracciglia. Mattia decise che era il momento di lanciare il dado. – Forse l'hai presa insieme alla tua biancheria. Seguì un lungo silenzio. O così gli parve. La sua vita era legata alle parole che avrebbe udito. Trattenne il respiro. – Non capisco di cosa tu stia parlando. Il tono era gelido, distaccato. Dunque, la sua vita era finita. Si sedette di nuovo sul gradino. Sentì degli spasmi all'altezza del petto. Non riuscì a controllarsi, e iniziò a ridere istericamente. Ramona indietreggiò. – Hai bevuto? – gli chiese. Mattia faceva fatica a prender fiato. Era quasi piegato in due dalle risate. Si aggrappò al corrimano per non cadere a terra. Gli faceva male lo stomaco. Sentì del liquido caldo bagnare i suoi pantaloni già fradici. Questo lo fece ridere ancora di più. – Ti chiamo un'ambulanza, – disse Ramona, – hai bisogno di farti vedere. Da uno bravo. – L'ambulanza... non serve a niente – riuscì ad articolare, sghignazzando. – Ormai sono morto. – E proruppe nell'ennesima risata. – Sei ubriaco? Ti sei fatto? – Non sono mai stato... così lucido. Gli spasmi si calmarono poco a poco. Sentì le lacrime scorrere, e non capì se fossero dovute all'attacco di riso o se stesse piangendo per la disperazione. Il suo presentimento era diventato una terribile realtà. Si sorprese a tormentarsi di nuovo con le idee che l'avevano accompagnato per tutta la giornata. Aveva sperato che avesse lei la chiave, per errore o distrazione. Non si era sbagliato di molto: Ramona l'aveva davvero presa. Ma di proposito. Per farlo fuori. – Hai usato una giornata di permesso, oggi. Perché non me ne avevi parlato? Dove sei stata? – Sono cazzi miei. Mattia scosse la testa. Non aveva bisogno che glielo riferisse, per sapere dov'era stata. L'appunto trovato sulla sua scrivania parlava chiaro. Era andata in stazione. Per trovare Flaminia. – Tu mi hai ucciso. Vero, Rami? Così come hai ucciso Tito Coloni. Ramona trasalì, come se avesse ricevuto un manrovescio in pieno volto. – Puoi ripetere? Mattia sorrise. Ramona recitava benissimo la parte di chi cade dalle nuvole. C'erano troppe analogie tra quanto stava accadendo, e quanto era accaduto a Coloni. Entrambi si erano recati in stazione, e lì entrambi avevano incontrato una donna che non vedevano da tempo. In entrambi i casi si trattava delle proprie compagne, che abitavano lontano. Erano rimasti entrambi senza chiave. E così come Coloni aveva finito per scaricarsi, anche lui si sarebbe scaricato entro breve. Entrambi si erano scopati una donna sbagliata. La stessa. – Farò di più. Ti racconterò una storia. Inspirò profondamente. Ramona aggrottò le sopracciglia. – C'era una volta la segretaria di uno studio legale, opportunista e piena di sé. Un giorno incontrò un uomo di successo, di nome Tito Coloni, e iniziò a uscire con lui. Ma Coloni frequentava anche altre donne. La segretaria si sentì umiliata, ferita nell'orgoglio. Mattia osservò Ramona. Dal suo sguardo, dai piccoli movimenti nervosi, dai pugni che si contraevano percepì la collera che le stava montando dentro. – Una sera decise di andare da Coloni. Forse i due litigarono. E mentre erano insieme il telefono squillò. Era Rosalia Mesto, che chiedeva al marito di poterlo incontrare. La segretaria colse l'occasione, e sottrasse la chiave a Coloni mentre questi era distratto. Il giorno successivo si recò in stazione, si appostò per spiare l'incontro, dopodiché in qualche modo infilò la chiave nella borsa della moglie, per poi dileguarsi. Ramona lo stava fissando con occhi carichi di odio. Il suo respiro era affannoso, spezzato. – In seguito la segretaria iniziò a uscire con un giornalista. Ma per qualche ragione decise di farla finita. – Mattia la scrutò, rassegnato e deluso. – Il giornalista però capì che la segretaria aveva preso la sua chiave, e grazie a un'annotazione seppe anche che era andata in stazione per intercettare la sua ragazza: probabilmente le aveva infilato la chiave nei bagagli, proprio come aveva fatto con la moglie di Coloni. In questo modo il giornalista sarebbe morto, la ragazza sarebbe stata incriminata e la segretaria l'avrebbe passata liscia un'altra volta. O almeno, queste erano le sue intenzioni. Mattia si prese la soddisfazione di sorridere. Questa volta il teatrino non avrebbe retto. Lui non era disordinato come Coloni. Si era accorto fin da subito dell'assenza della sua chiave. E in mattinata l'aveva riferito anche al capo-redattore: una persona pronta a testimoniare che la chiave mancava già prima dell'incontro con Flam... Inaspettato, arrivò uno schiaffo: Mattia barcollò e cadde a terra, più per la sorpresa che per la forza del colpo. La guardò dal basso in alto. – Te la racconto io una storia, – esordì Ramona, con rabbia. – C'era una volta una giovane e ingenua segretaria di uno studio legale. Era innamorata di un giornalista stronzo, ma era convinta di aver trovato l'uomo giusto. Un giorno la ragazza si prese ferie dal lavoro, per incontrare una vecchia amica che non vedeva da tempo, e per accompagnarla a incontrare il suo ragazzo. Ramona si avvicinò lentamente, il rumore dei tacchi risuonò nell'androne. Mattia arretrò, d'istinto. – Quando arrivò in stazione però la vide in lacrime seduta al tavolo di un bar: il suo ragazzo l'aveva appena lasciata. Le parlò e scoprì che il ragazzo della sua amica era – lo – stronzo! A ogni parola lo colpì con pugni e calci. Mattia si rannicchiò, proteggendosi con le braccia. – Porco! Hai una vaga idea di come mi sento? Mi hai preso per il culo per quasi un anno! Me l'hai tenuto nascosto! E poi ti metti a raccontare storie assurde! – Continuò a percuoterlo, furiosa. – Ora cosa dico a Flaminia? “Scusa, è stata colpa mia se quel bastardo del tuo ragazzo ti ha mollata: me lo scopavo mentre non c'eri.” Mattia rimase raggomitolato, scosso e incapace di proferire parola. Le orecchie gli ronzavano, forse per i colpi, forse per la confusione che aveva in testa. – Ho passato tutto il giorno a cercare di consolarla! E l'ho lasciata in albergo ancora in lacrime! Non mi sono mai sentita così falsa e sporca. Tu mi ci hai fatto sentire, brutto pezzo di merda! I colpi cessarono. Mattia udì Ramona singhiozzare. – Vattene, e non farti più vedere. Corse su per le scale. L'impermeabile gocciolava a ogni passo, il suono ripetuto dei tacchi sui gradini riecheggiò come una mitragliata. Ta-ta-ta-ta-ta. Dopo la prima rampa Mattia la perse di vista. Passarono pochi istanti, e udì la sua voce, dall'alto, che tuonò e rimbombò come le parole di un essere soprannaturale: – Ah, la dannatissima chiave te l'avevo infilata nel taschino della camicia. Prima di scoparti ieri sera, se ben ricordi. I passi si allontanarono, sempre più indistinti. Qualche secondo di silenzio. Infine una porta sbatté, e risuonò nell'intero palazzo. Deve esserci un errore...? In quell'istante Mattia sentì che qualcosa si inceppava dentro di lui. Ta-cloc. Tentò di alzarsi, ma le gambe non risposero, e si ritrovò disteso a terra. Respirare divenne più difficile, come se qualcuno stesse premendo un cuscino sul suo volto. L'androne del palazzo si offuscò, il suono della pioggia si fece ovattato e distante. La testa iniziò a girare, e i pensieri divennero sconnessi, senza senso. Un'unica preoccupazione sembrava occupare i residui della sua lucidità. Non ho tirato fuori i panni dalla lavatrice.
  7. Midgardsormr

    Uomini a orologeria [parte 8 (finale)]

    @The_Butcher_of_Blaviken, grazie per il commento e per aver letto tutto il racconto. Concordo con te su tutte le critiche. Ci sarà un bel lavoro da fare per ri-caratterizzare i personaggi. Ramona ha problemi, me li avete sottolineati per bene. Secondo me anche Mattia meriterebbe una caratterizzazione migliore, perché adesso mi sembra un po' piatto. Ora devo solo trovare la spinta per riprendere in mano il racconto, ho un nuovo prologo ma il resto proprio non viene... Sono contento che ti sia piaciuta la scrittura, visto che la ritengo una delle poche cose da salvare in questo racconto. Cercherò di renderla un po' più graffiante magari, perché mi è sempre parsa un po' debole, eccezion fatta per certi dialoghi di cui sono abbastanza soddisfatto. A rileggerti.
  8. Midgardsormr

    Uomini a orologeria [parte 1]

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/41575-un-cuore-da-buttare/ – Davvero conoscevi Coloni? Quel Tito Coloni? – Ci sono uscita insieme per due o tre settimane. Il locale era rischiarato appena da pallidi neon, offuscati da veli di fumo. Il tavolo era appartato, nella penombra accanto al bancone, immerso nel brusio di innumerevoli conversazioni e di un sottofondo musicale cui nessuno pareva interessato. – Quindi ci sei andata a letto? – chiese Mattia. – Ovvio, – ammiccò Ramona. – Non esco con un uomo per parlare di filosofia, per quello bastano le mie amiche. Ci sapeva fare, il porco. Mattia la guardò. Chiunque l'avrebbe desiderata: aveva già intercettato un paio di sguardi concupiscenti dai tavoli vicini. Vestita in quell'abito attillato lasciava poco all'immaginazione. Non era quindi una sorpresa che perfino uno come Coloni si fosse lasciato sedurre. – Che c'è? Sei geloso? – rise. – Figurati. In realtà sapere che si era abbandonata tra le braccia di qualcun altro lo infastidiva. Anche se si trattava di una relazione vecchia di un anno, e con un uomo ormai morto e sepolto. – E allora perché fai quella faccia? – chiese sorseggiando il suo Sex-on-the-beach. – Be'... sai che seguo il caso. Avresti anche potuto parlarmene. – cercò di camuffare i suoi sentimenti, e si finse offeso. – Per finire in prima pagina nel bel mezzo del processo? – rise di nuovo. – No, grazie. Mattia le lanciò un'occhiata divertita. – Credi davvero che ti avrei sputtanata sul giornale? – Chissà, – lo squadrò Ramona. – Una ragazza, la vittima di un omicidio, sesso e tradimenti... a me sembra un'ottima storia. E tu sei un reporter ambizioso. – Sì, ma non scrivo mai nulla su chi conosco bene. Non sarei obiettivo. – Anche se si tratta di me? – Soprattutto se si tratta di te! – stavolta fu Mattia a ridere. Sollevarono insieme i bicchieri, brindarono silenziosamente. Ramona non gli schiodava gli occhi di dosso. – Ti dirò un'altra cosa, – gli disse infine, – ma devi promettermi che non uscirà di qui. Mattia sollevò la mano, a mo' di giuramento, mentre beveva il suo Manhattan. – Ho incontrato Coloni la sera prima che fosse ucciso, – sussurrò. Il drink gli andò di traverso. Tossì con forza, battendosi un pugno sul petto. Quando si riprese la guardò. Non si trattava di uno scherzo: l'espressione di Ramona era seria. – Ma... com'è possibile? E non hai testimoniato? – Sarebbe stata solo una grossa seccatura, – replicò lei, scacciando l'idea con un gesto della mano. – Ero andata a casa sua solo per prendere certa roba piccante che avevo dimenticato... – Abbassò una spallina dell'abito e accennò al reggiseno, accentuando il suo atteggiamento provocante. – Se la difesa della Mesto lo venisse a sapere potrebbe chiedere la revisione del processo. – Non lo saprà nessuno. Gli unici a saperlo siete tu e Coloni. Lui è morto. E se tu lo racconti in giro, ammazzerò anche te. – Terminò d'un fiato il cocktail. Poi lo guardò in faccia, e scoppiò a ridere. Mattia rise a sua volta. Ramona era solita prenderlo in giro in quel modo. I suoi pensieri corsero al giornale, e ai pezzi che avrebbe potuto scrivere con una storia del genere per le mani. Certo, aveva promesso a Ramona che non ne avrebbe parlato. Ma forse avrebbe potuto ripensarci, se le avesse proposto di usare uno pseudonimo. – E quella sera hai combinato qualcosa? – le domandò. – Assolutamente nulla. So a cosa pensi, sei un pervertito. – Lo schiaffeggiò per scherzo sulla spalla. – L'avevo mollato mesi prima. Però effettivamente quella sera a casa sua qualcosa è successo. – Davvero? – Oh, sì, – estrasse una sigaretta dal pacchetto che Mattia aveva sul tavolo, e l'accese. – È squillato il telefono. Mattia strabuzzò gli occhi. – Intendi dire...? – Proprio così. – Espirò, e il fumo si mescolò in breve alla caligine che aleggiava nel locale. – La seconda telefonata? – La prima, credo. Era ancora presto, forse le nove e mezza. – E hai sentito quello che si sono detti? – Certo che no. E comunque, signor Fanti, – simulò un finto sdegno, – ho l'impressione che lei stia esagerando con le domande. Mi aspettavo una serata romantica, non un'intervista. Mattia rise. – Le chiedo scusa, madame, deformazione professionale. Ramona parve apprezzare la risposta. Gli diede un buffetto sulla guancia, e si sistemò l'abito: era incantevole. Rimase per qualche istante ipnotizzato a osservarla mentre fumava. La musica di sottofondo era coperta dalle voci degli avventori. Un gruppo di ragazzi, seduti a un tavolo poco distante, si lanciò in un brindisi osceno e chiassoso. – Senti, Rami, – le chiese infine, – perché uscivi con Tito Coloni? Che ci trovavi in uno come lui? Lei si prese del tempo: levò la sigaretta di bocca, e la picchiettò nel posacenere. – Era brillante. Aveva vent'anni più di me, ma mi attirava. In quel periodo volevo divertirmi, e lui... be', era abbastanza ricco da garantirmi il divertimento. – Gli sorrise. – E perché vi siete lasciati? – Era terribilmente sporco e disordinato. E poi era un porco. Non è sufficiente? – Tirò per l'ultima volta, poi spense la sigaretta. – Avevo scoperto che mentre usciva con me se n'era fatte almeno altre due. E poi non aveva mai dimenticato la moglie. Ne era ossessionato. Roba da caso psichiatrico. Mattia rimase in silenzio. Ramona sembrava divertita dalla conversazione, a giudicare dalla sua espressione compiaciuta. Forse aveva lasciato trasparire troppo la sua gelosia. – In me invece... che ci trovi? Gli occhi le brillarono. Si chinò verso il tavolo, avvicinando il viso al suo. – In te ho trovato l'uomo giusto per me. Gli slacciò il primo bottone della camicia, e infilò una mano sopra il petto. Estrasse la catenella, e rimase a osservare la chiave che vi era legata: nient'altro che una piccola farfalla d'ottone, grande quanto due monete affiancate. Ramona la sganciò, e gli abbassò la camicia per infilarla nel suo attacco. – Rami, per favore. C'è gente... – tentò di svicolarsi. – Quante storie. Ti sto solo ricaricando. Mica ti ho slacciato i pantaloni per farti un... – Rami! – gridò scandalizzato. Gli avventori dei tavoli vicini si voltarono. Sentì il volto avvampare, e Ramona scoppiò a ridere. La vide alzarsi dal tavolo, mettersi alle sue spalle. Lo abbracciò da dietro. In quella posizione abbassò di nuovo la camicia, fino a scoprire l'attacco alla base del collo. Infilò la chiave e girò. Una, due, tre, quattro volte. I meccanismi cigolarono appena. Al quinto giro percepì la resistenza della molla. Lo percepì anche Ramona, che estrasse la chiave. Lo strinse a se e gli mormorò all'orecchio: – Ti amo, Mattia.
  9. Midgardsormr

    Uomini a orologeria [parte 1]

    @angedolc, @Adorabile Becky, grazie a entrambi per i commenti. Terrò conto delle vostre osservazioni (visto che sto riscrivendo il racconto). In realtà ce l'ha appesa al collo. Se non si nota vuol dire che non ho descritto bene la scena, dovrò sistemarla. E con questo siamo a due commenti a riguardo... OK, va riscritta, ho capito. Grazie ancora per le segnalazioni, spero che anche le parti seguenti vi piacciano.
  10. Midgardsormr

    Uomini a orologeria [parte 2]

    – Bacio! Bacio! Bacio! Gli invitati urlavano a squarciagola verso il tavolo degli sposi, che parevano divertiti. E anche un po' brilli, a giudicare dalla risata sguaiata di Carlo. Annarita, raggiante nel suo abito bianco, cercava di schermirsi dietro un finto imbarazzo. La richiesta venne ripetuta più e più volte, in un crescente baccano. Quando infine i due concessero al pubblico un lungo bacio appassionato, tutta la sala esplose in un applauso. Mattia non conosceva nessuno lì dentro, esclusi gli sposi. Era seduto accanto a quelli che si erano presentati come loro amici: rievocavano a turno aneddoti più o meno spassosi. Ascoltarli era divertente, ma Mattia si sentiva in qualche modo escluso. Aveva incontrato Carlo solo un anno prima, e non aveva episodi spiritosi da raccontare. Gli era stato vicino in quella città che conosceva da poco: era come un fratello, per lui, non un compagno di avventure e di bevute. – Ehilà, reporter in carriera! – sentì una mano sulla sua spalla. Mattia sì girò: era proprio Carlo, elegantissimo nel suo abito grigio. Aveva gli occhi un poco lucidi. Al collo, bene in evidenza, portava la catenina con la chiave argentata di Annarita. I suoi amici al tavolo lo accolsero entusiasti. – Sì, sì, – li apostrofò lui, – inutile che fate gli amiconi. So che mi state sputtanando per bene. – Si alzò una risata generale. Poi si rivolse a Mattia: – Non credere a quello che ti dicono questi stronzi. Sono solo invidiosi. – Gli sorrise, e se ne andò a un altro tavolo. In quel momento, poco distante, scattò in piedi uno dei cugini di Carlo. Doveva chiamarsi Antonio. Gridò: – È l'ora della ricarica! In breve tutta la sala gli fece eco: – Ricarica! Ricarica! Ricarica! La gente iniziò a scandire la richiesta battendo le mani. Mattia si aggregò. Annarita tentò di scappare, ma le damigelle l'acciuffarono, e la trascinarono in mezzo alla stanza. Carlo fu colto alla sprovvista: i testimoni in un batter d'occhio lo spinsero accanto a lei. Quando furono l'uno tra le braccia dell'altra, gli invitati proruppero in un fragoroso applauso. – E ora, – proclamò Antonio, mentre in sala tornava il silenzio – è finalmente giunto il momento che tanto aspettavamo. Stamattina, di fronte al Signore, abbiamo assistito allo scambio delle chiavi. Ma due persone non possono dirsi davvero sposate... se non si ricaricano a vicenda! Gli invitati approvarono con clamore. Mattia si alzò, per vedere meglio la scena. – Iniziamo a ricaricare lo sposo! Tutt'intorno la gente riprese a battere le mani, a mo' di incitazione. Annarita arrossì vistosamente, ma continuò a sfoggiare il suo radioso sorriso. Anche Carlo era rosso in volto. Ma probabilmente nel suo caso si trattava del vino. – Avanti! – li sollecitò Antonio, – Non fatevi pregare! Il battito di mani divenne più insistente. Carlo simulò un'espressione rassegnata, e iniziò a levarsi la cravatta. Un vocio soddisfatto percorse la sala. Quando si tolse anche il gilè si udirono i primi fischi di incoraggiamento, provenienti soprattutto dal tavolo di Mattia. Crebbero in numero e intensità non appena cominciò a slacciarsi la camicia, e molte donne gli lanciarono apprezzamenti salaci. Restò a petto nudo: il suo attacco era proprio all'altezza dello sterno. Annarita si sfilò dal collo la chiave, e gli si avvicinò. La infilò con un certo impaccio. Gli invitati accompagnarono il momento con un brusio carico di attesa. Nell'istante in cui la chiave girò, la sala intera esplose in un fragoroso grido liberatorio, cui seguì uno scroscio di applausi. Carlo li raccolse con gesti amichevoli, e ne approfittò per rivestirsi. – Adesso tocca alla sposa! L'annuncio fu accolto da un'ovazione, specialmente dal pubblico maschile. Annarita divenne paonazza. Carlo l'abbracciò, e le sussurrò qualcosa all'orecchio. In tutto quel baccano Mattia non colse cosa le disse. La vide però scuotere la testa e allontanarlo con gentilezza, mantenendo il sorriso. Gli invitati li spronavano: – Ricarica! Ricarica! Ricarica! Carlo si genufletté ai suoi piedi, e si tolse la chiave dal collo. Annarita raccolse la vaporosa gonna del suo abito, e iniziò a sollevarla. Un'acclamazione riempì la sala: dunque l'attacco della sposa doveva trovarsi in un punto piccante. I più giovani si avvicinarono, per soddisfare la loro curiosità. Mattia intuì cosa potesse averle sussurrato Carlo, e riuscì a dare un senso all'imbarazzo di Annarita. Ella poggiò il piede sul ginocchio che le era stato offerto. Lentamente la gonna scivolò lungo la gamba, mostrando dapprima una lucente scarpetta, quindi la caviglia fasciata in una finissima calza bianca. L'abito continuò a sollevarsi, e giunse fino alla coscia. I presenti rumoreggiarono, trepidanti. Un ragazzino esclamò: – Avete capito male, è il buco della chiave che dovete scoprire! Non l'altro! Annarita arrossì violentemente. Carlo parve d'un tratto sobrio: Mattia lo vide fulminare il ragazzino con uno sguardo. Questi se ne accorse, ed ebbe la decenza di apparire contrito. Sotto il nylon si intravide un segno scuro: l'attacco. – Ricarica! Ricarica! Ricarica! – chiedeva a gran voce la sala. Carlo, abbassò la calza, lasciando la gamba nuda. Infilò subito la chiave e girò. Fu rapidissimo: applausi e fischi partirono con qualche secondo di ritardo. Per quel momento Carlo aveva già risistemato la sua sposa, così che l'ovazione li colse in un tenero abbraccio. Mattia tornò al proprio tavolo, insieme agli altri invitati. Vide Carlo separarsi da Annarita, e venirgli incontro a grandi passi. – Allora, – esordì lui, – ti stai divertendo? – Molto. Ti ringrazio di avermi invitato. – Era il minimo che potessi fare! – rise lui. Poi d'un tratto tornò serio, quasi minaccioso. – Non hai guardato le gambe di Anna, vero? – Io? Assolutamente no, – esclamò con finta sorpresa. – ho fissato l'orologio per tutto il tempo. Sto aspettando la torta. Mattia fece atto di sollevare il polsino della camicia per guardare che ore fossero. Carlo eruppe in una sonora risata. – Qualche minuto di pazienza. Tra poco dovrebbero portarla. – Nel frattempo... sai dove posso trovare un telefono, qui? Sono già le cinque, devo fare una chiamata. È importante. – Lavoro? Mattia annuì. – Tu lavori troppo, – gli disse Carlo. – Prova a chiedere a uno degli inservienti. Io di questo posto conosco solo la sala. E il cesso degli uomini. Ma magari più tardi amplio le mie conoscenze, e vado a fare un giro in quello delle donne.
  11. Midgardsormr

    Non dovevi vedere - Era meglio non vedere

    Questo è chiarissimo. Il problema, come ho detto, è che non è naturale, sembra molto forzato. Nessuna persona parla così a lungo, senza interruzioni, con uno sconosciuto (di cui non si è neppure sicuri sia all'ascolto), dopo un'aggressione, e scendendo così tanto nei dettagli. Voglio dire, a che serve dare nome e cognome a uno sconosciuto? Non è neppure necessario per scagionarsi... Semplicemente non è molto realistico. Quello sembra un discorso fatto davanti alla scrivania di un poliziotto dopo essere stato arrestato. Non un rapido tentativo di giustificarsi.
  12. Midgardsormr

    Uomini a orologeria [parte 6]

    In realtà volevo far passare l'idea che l'Avvocato fosse all'antica, e fosse contrario alle relazioni pre-matrimoniali. Per tutti gli altri appunti, direi che le tue indicazioni mi torneranno utili per riscrivere il pezzo. Tutti i lettori precedenti mi hanno già detto che il racconto sembra essere stato "tagliato male", e che molto si perde per questo motivo. Vorrà dire che proverò a lavorare su una versione più lunga. Probabilmente il "romanzo" avrà anche qualche scena d'azione, in modo da essere ancor più accostabile al noir: mano a mano che postavo qui questa versione, mi sono reso conto che manca completamente di ritmo. Grazie ancora per i consigli.
  13. Midgardsormr

    Uomini a orologeria [parte 6]

    Parti precedenti Erano molti i treni in partenza e in arrivo dopo mezzogiorno. Mattia continuava a muoversi da un binario all'altro, guardandosi intorno nervosamente. Non era mai stato per così tanto tempo senza chiave, e l'ansia iniziava a prendere il sopravvento. Sapeva di avere ancora molte ore davanti a sé, ma l'inaspettata assenza di Ramona lo preoccupava. Per quale motivo non gli aveva detto nulla? E che significava quell'appunto lasciato in ufficio? Aveva provato a chiamare a casa sua, ma non aveva risposto nessuno. Doveva raccogliere le idee. Si diresse verso un bar, ordinò un caffè americano e si sedette a uno dei tavolini esterni, in modo da avere sott'occhio tutte le pensiline. Viaggiatori e pendolari andavano e venivano senza sosta. Piccoli gruppetti si fermavano sotto i tabelloni, altri si attardavano a leggere gli orari esposti, mentre si era formata una breve fila davanti agli sportelli. Gli annunci sonori venivano scanditi regolarmente, e si mescolavano alle voci della gente in attesa. Una giovinetta anonima ingessata in una divisa troppo stretta lo servì. Sorseggiò appena il caffè: aveva timore che qualcosa sfuggisse al suo sguardo mentre beveva. – Ciao amore. Mattia trasalì, e urtò la tazza. Si voltò di scatto. C'era Flaminia lì accanto. Sorrideva con quell'aria malinconica che l'accompagnava sempre. Aveva un berretto di lana calcato in testa, e indossava un pesante cappotto. Reggeva un borsone dall'aspetto logoro. – Che ci fai tu, qui? Il sorriso si dileguò dal volto di Flaminia. – Io... volevo solo farti una sorpresa. – Aveva il tono contrito di una bambina che è stata appena rimproverata. Mattia maledisse la sua lingua. – Scusa, – disse – non mi aspettavo di vederti. Ero qui per... lavoro. Flaminia mollò il borsone e gli corse incontro per abbracciarlo. Teneramente. Mattia percepì mesi e mesi d'amore in quell'abbraccio, e si sentì un verme. Avrebbe voluto andarsene, tornare a cercare la sua chiave, avrebbe voluto che Flaminia prendesse il treno del ritorno, si dimenticasse per sempre di lui, e si facesse una nuova vita. Invece una volta che si furono sciolti la invitò con un cenno a sedersi di fronte a lui. Con un tovagliolo asciugò il tavolino: il caffè s'era rovesciato. – Non sei contento di vedermi? – gli chiese. – Io... sì, certo. Mattia era confuso. In passato la compagnia di Flaminia aveva avuto il potere di rasserenarlo, e di dissipare tutte le sue preoccupazioni. Ma in quel momento la mancanza della chiave lo opprimeva. E provava un gran senso di colpa per il male che le aveva fatto, e che lei ancora non conosceva. Prima o poi l'avrebbe saputo. Notò che portava ancora l'anello che le aveva regalato due anni prima. Il senso di colpa s'ingigantì. – Vieni a stare da me? – Aveva preso un altro tovagliolo per pulire il resto del tavolo. La domanda gli era sfuggita prima che avesse avuto il tempo di riflettere. Flaminia lo fissò. Quello sguardo intenso parve ricordargli che la camera era rimasta sottosopra. Pregò che Ramona avesse raccolto tutte le sue cose, insieme alla dannata chiave. – Vado in albergo, – disse, e abbassò lo sguardo. La risposta lo colpì come un pugno in pieno volto. – Ah... ok. Si erano incontrati dopo molti mesi, ma Flaminia non sembrava interessata alla sua compagnia. Cosa stava succedendo? – Non insisti? – chiese Flaminia, dolcemente. – Io... – Non fa nulla. Un silenzio imbarazzato si era levato come un muro tra di loro. Mattia non sapeva cosa dire. Qualsiasi sua parola sarebbe stata una menzogna. Mentire al telefono era molto più semplice. – Non sei qui per lavoro, vero? No, Flami. Sono qui perché ho perso la mia chiave, e la sto cercando disperatamente. – Sto aspettando una persona. – Ma quella persona non sono io, – Flaminia si aprì in un sorriso triste. I suoi occhi erano lucidi. – Non mi ami più. Mattia ristette. Doveva smentirla, con forza. Doveva giurare e spergiurare che l'amava ancora, che sarebbe stato con lei per sempre. Doveva. Ma tacque. Finché divenne troppo tardi: il silenzio parlò per lui. Flaminia iniziò a piangere sommessamente. L'ultima cosa che Mattia avrebbe voluto. Forse poteva consolarla, ma pensò di non averne più il diritto. Odiò se stesso. Distolse lo sguardo, perché ogni lacrima era una pugnalata. La stazione era animata e rumorosa. L'annunciatore informò che il rapido dodici sessantaquattro sarebbe giunto con trenta minuti di ritardo. Gruppi di ragazzi scherzavano tra loro; una famiglia stava uscendo con il proprio carico di bagagli; vicino al binario otto una coppia si stava baciando attendendo la partenza del treno. Una scena che Mattia avrebbe preferito non vedere. Si voltò di nuovo. – C'è un'altra? – chiese Flaminia, soffocando i singhiozzi. – No, – mentì d'istinto. – Bugiardo. Doveva essere in redazione, in quel momento. Doveva essere dietro a una macchina per stendere l'ennesimo articolo di cronaca, o la trascrizione di qualche conferenza stampa. O per iniziare la stesura del suo approfondimento. Non doveva essere lì. Un sospetto iniziò a prendere forma nella confusione dei suoi pensieri. – Quando hai deciso di venire, Flami? Lei non parve neppure aver sentito. – Dimmelo. Per favore, – insistette. Lo guardò senza capire, gli occhi rossi pieni di lacrime. – Due settimane fa. Forse tre. – Lo sanno altri? – Se anche fosse! – esplose Flaminia. Gli avventori del bar e i viaggiatori nei pressi si voltarono verso il loro tavolino. – Te ne avrei parlato ieri sera, ma tu eri troppo preso col tuo lavoro. Lavoro, lavoro, lavoro! Sempre lavoro! Lavori alle sette del mattino, lavori alle due di notte. Quando io ti chiamo, sei sempre al lavoro! Te lo scopi anche, il tuo lavoro! Tolse dal dito l'anello, glielo gettò addosso. Si accasciò sulle ginocchia e pianse a dirotto. In quel momento un filo dentro di lui si spezzò. Provò una grande amarezza. Per la prima volta in tutta la giornata non gli importò nulla della sua chiave. La gente gli lanciava fugaci occhiate; vi colse del disprezzo, ma lo lasciò cadere. Non aveva più senso restare. Si alzò, posando una banconota accanto alla tazza. – Mi spiace. Si allontanò, dirigendosi verso l'uscita della stazione. Il fischio di un treno in partenza suonò come un urlo disperato.
  14. Midgardsormr

    Banished from Death - Prologo - Secondo paragrafo [3/4]

    Entrmbe le strategie possono avere pro e contro. Io personalmente ritengo che se un racconto è ambientato nel periodo X e nella cultura Y, tutti i nomi e riferimenti dovrebbero essere quelli originali di X e Y. Come sai sono pignolo (ma dai... ). Per esempio, posso essere d'accordo a "svecchiare" il linguaggio di un romanzo ambientato nel Rinascimento: se nella storia tutti i dialoghi avessero la lingua del Boccaccio sarebbero pesanti. Ma in un dialogo tra toscani del '500 non mi puoi inserire "Ci vediamo domani, OK?" perché "OK" è un termine nato negli USA e relativamente recente. Se la storia è americana, voglio che i nomi e riferimenti siano americani. Altrimenti dovresti rinominare anche i protagonisti: Natan (versione italiana dall'originale ebraico) e Sara. E comunque sappi che gli adattamenti li ho sempre e cordialmente detestati: ho a casa un Conte di Montecristo, ma faccio fatica a leggerlo per via di "Edmondo Dantes", "Massimiliano Morrel" e "Gerardo Villefort". Se è così, direi che non è affatto male. Le espressioni e il linguaggio sono accettabili, sono gli scambi di battute tra i due a essere un po' forzati, come a voler inserire per forza un "ping pong" di interventi, ognuno legato al precedente. Nei dialoghi quotidiani questo non sempre avviene. Vado a commentare il tuo intervento al mio racconto, allora. Alla prossima.
  15. Midgardsormr

    Non dovevi vedere - Era meglio non vedere

    @angedolc, commento rapidamente questo tuo incipit. Impressioni personali: non male, ma se devo essere sincero non mi ha preso. Ci sono alcuni elementi che hanno lavorato "contro" la mia empatia di lettore. Proverò a spiegarmi parlando delle questioni più tecniche. Dal punto di vista linguistico non c'è molto da dire. La scrittura è scorrevole, e tutto sommato piacevole. Manca forse un po' di personalità: non ci sono immagini "forti" che restano impresse, non riesco a leggere una tua "firma". Diciamo che è una buona prosa, ma molto standard, come se avessi paura di esporti troppo. In ogni caso non ho notato grossi problemi. Un refuso/errore: "fermo immagine" non richiede il trattino. Dal punto di vista tecnico-narrativo c'è qualcosa in più da sottolineare, ed è probabilmente qui che mi hai perso. Primo: il Punto-di-Vista principale di questo episodio, Marco, sembra più una comparsa che il protagonista. Tanto che non si percepisce la minima caratterizzazione: chi è? Che lavoro fa? Qual è il suo carattere? Che ci faceva lì con la macchina fotografica? Perché non ha portato con sé il cellulare? Il secondo personaggio di questo spezzone, Ermes, ha una caratterizzazione migliore... ed è una cosa su cui dovresti riflettere. Forse con il proseguimento della storia acquisisce maggior personalità, ma per ora è davvero troppo piatto. In ogni caso questo è un peccato veniale. Secondo punto, e molto più grave: lo "spiegone" di Ermes nella fabbrica è assolutamente gratuito, e risulta innaturale. OK, ho capito che il suo scopo era quello di discolparsi... ma nessuna persona pronuncerebbe un "sermone" così lungo, senza interruzioni, a un perfetto sconosciuto (e senza nemmeno essere sicuri che lo sconosciuto fosse ancora lì!), dopo aver commesso un reato. Potrei capire qualche frase spezzata e poco coerente, tipo: "Lei non ha idea... quella donna era un mostro... intendo dire, un vero mostro... ho visto le sue braccia da insetto. Insetto! Capisce? E nostro figlio... non ci voglio nemmeno pensare! Ho DOVUTO farlo!" Ma raccontare in quella maniera è innaturale e forzato. Si capisce che tu, da autore, stai cercando di "forzare" queste informazioni al lettore. Tu racconteresti di cosa accade durante gli "orgasmi" a una persona che non conosci? O del fatto che ti fai seguire da uno psichiatra? Soprattutto questo secondo punto mi ha fatto storcere un po' il naso. Se fossi riuscito a trasmettermi le informazioni in maniera più naturale probabilmente il pezzo mi sarebbe piaciuto. Non è necessario a questo punto della storia che il lettore sappia tutti quesi dettagli: basta sapere che Ermes aveva un mostruoso motivo per uccidere sua moglie. Sarebbe stato sufficiente per dare spinta all'episodio. I dettagli li avresti potuti proporre più avanti. Spero di non essere stato troppo duro. L'idea ha del potenziale, e la tua scrittura è buona. Se riuscissi a garantire maggior naturalezza ai tuoi personaggi potrebbe venirne fuori una buona storia. A rileggerti.
  16. Midgardsormr

    Banished from Death - Prologo - Secondo paragrafo [3/4]

    Eccoti qui, finalmente, @The_Butcher_of_Blaviken. Ti aspettavo al varco. Sono un po' di fretta, ma non potevo certo non commentare. Tecnicamente ci sono due punti che non mi convincono. Ricordi quando ti dicevo che era pericoloso scrivere basandosi su una cultura diversa? Ecco, qui abbiamo un esempio. Potrei sbagliarmi, ma mi risulta che l'anime Lady Oscar non sia stato trasmesso negli USA fino agli anni 2000, e comunque non sulle TV commerciali. Come detto potrei sbagliarmi, ma ti converrebbe controllare, se non l'hai già fatto. Se ti riferisci al manga, quello dovrebbe essere stato distribuito negli anni '80 o '90, ma anche quello con bassissima diffusione. In ogni caso il nome "Lady Oscar" è tipico dell'adattamento italiano e sudamericano, non di quello anglosassone, dove l'opera è conosciuta come The Rose of Versailles (dall'originale giapponese) e dove il titolo "lady" non compare mai (nel fumetto e nell'anime viene chiamata al massimo "madamoiselle Oscar", se ricordo bene). Inoltre l'influenza culturale dell'opera è infinitesimale nel mondo anglosassone: mentre in Italia un qualsiasi adulto saprebbe riconoscere quantomeno il nome "Lady Oscar", negli USA la stragrande maggioranza della popolazione non avrebbe la più pallida idea. Inserire un riferimento così esplicito qui, sulla bocca dei due bambini, risulta quantomeno "fuori contesto". Può esserci una spiegazione narrativa per cui questi due bambini americani conoscono così bene il nome "latinizzato" di un'opera quasi sconosciuta negli USA, ma sembrerebbe comunque una forzatura. Non sono sicuro al 100% di questa osservazione, ma quantomeno varrebbe la pena verificare. Passato remoto, poi presente, poi di nuovo passato. Io l'ho interpretato come se il Nate "adulto" non volesse vedere Serah andarsene. Ma stona tantissimo. Se escludi le rotture della quarta parete, non mi pare tu abbia usato il presente narrativo fino a questo momento. E questa non sembra essere una rottura della parete. Per quanto riguarda i personaggi, devo purtroppo ammettere che Nate e Serah risultano poco credibili. Geni precoci ce ne sono, ma "tuttologi" no, specialmente a quell'età. OK, appassionati di Kant, Freud, letteratura e filosofia in genere... ma il bosone di Higgs? Richiede conoscenze di fisica avanzata, e per quanto precoce il cervello umano ha pur sempre dei limiti, se non altro dovuti al tempo impiegato per maturare certe esperienze. Se studi filosofia non puoi specializzarti in fisica. Non nel mondo moderno, almeno. Mozart a 6 anni era un genio dal punto di vista linguistico e musicale, ma culturalmente non era più avanti dei suoi coetanei. Pico della Mirandola era praticamente un "tuttologo", ma le sue conoscenze si limitavano per lo più alle lettere, e quello che conosceva delle "scienze dure" era limitato alla matematica del XV secolo. Poca roba, di certo nemmeno lontanamente paragonabile alla "fisica nucleare" dei nostri giorni. Non voglio sindacare le tue scelte per quanto riguarda la caratterizzazione dei personaggi, ma di sicuro due bambini così rendono molto difficile la "sospensione dell'incredulità" necessaria per andare avanti in un romanzo fantasy/sci-fi come questo. Ciò detto, il passaggio mi è comunque piaciuto. Un po' forzati i dialoghi, ma nessun problema insormontabile, necessitano giusto di qualche colpetto di lima. Attendo di leggere il seguito. Alla prossima.
  17. Midgardsormr

    Uomini a orologeria [parte 8 (finale)]

    @Mattia Alari e @mercy, grazie mille per i vostri commenti e per il tempo che mi avete dedicato. Avevo tanti dubbi su questo racconto, e molte delle vostre annotazioni li hanno confermati. I problemi che avete evidenziato sono problemi che avevo notato anch'io, almeno in parte. L'unica cosa che salverei di questo lavoro, per ora, è lo stile e la scrittura. E anche lì, come avete già notato, c'è ancora da lavorare. Farò tesoro delle vostre segnalazioni. Sono contento tuttavia che sia riuscito a trasmettere alcune idee, come il voler giocare con gli stereotipi. Quando però lo riscriverò in forma di romanzo penso che arricchirò un po' le psicologie dei personaggi. Non ho fiducia che le mie capacità narrative possano reggere il gioco degli stereotipi più a lungo di quanto ho fatto qui (e anche qui, come avete visto, il gioco crolla miseramente nel finale). Grazie ancora.
  18. Midgardsormr

    Uomini a orologeria [parte 7]

    Parti precedenti Lunghe colonne d'auto avanzavano, tra i fumi di scarico. Mattia camminava meccanicamente, senza una vera meta. Avrebbe dovuto cercare la chiave, ma si sentiva svuotato e senza forze. La sua mente era tormentata da mille pensieri. Il cielo era coperto, e incombeva sulla città con una coltre compatta. Di tanto in tanto giungeva l'eco di un tuono, in lontananza. Camminò a lungo. I palazzi grigi e anonimi nei pressi della stazione divennero piazzette, parchi, condomini e cortili. Il centro della metropoli aveva lasciato il posto a un quartiere tranquillo, senza traffico. Tre donne uscirono da un supermercato poco più avanti, con le sporte cariche di spesa; chiacchieravano. Una dozzina di bambini, tutti con zaini e cartelle in spalla, giocava a rimpiattino. Mattia scorse due persone che tentavano di stipare un gran numero di borse e valigie nel bagagliaio di una piccola berlina. Solo in un secondo momento si accorse che si trattava di Carlo e Annarita. Si fermò, indeciso se tagliare per il parco ed evitarli. Non aveva molta voglia di parlare. In quel momento Carlo sollevò lo sguardo: si accorse di lui e lo salutò con ampi gesti. Mattia avanzò, suo malgrado. Sperò di potersela cavare in pochi minuti. – Viaggio di nozze? – chiese quando fu a portata di voce. – Partiamo alle quattro. – Carlo sembrava elettrizzato. – Buon divertimento, allora. E ancora congratulazioni. Annarita caricò tre scatole di scarpe, quindi lo salutò con un cenno. Mattia ricambiò. Non l'aveva mai vista così raggiante. Si sentì fuori posto tra loro, come un lebbroso tra persone sane. Notò che entrambi portavano ancora al collo le catenelle con le chiavi scambiate. – Tutto bene, Mat? Hai l'aria sconvolta, – disse Carlo. Tutto bene. Ho appena perso la mia ragazza, e tra otto ore mi scaricherò definitivamente. Tutto bene. – Sarà lo stress. – Dovresti prendere anche tu una vacanza. Lavori troppo. “Sempre lavoro! Te lo scopi anche, il tuo lavoro!” Mattia cercò di levarsi dalla testa l'immagine di Flaminia in lacrime. – Senti, – Carlo gli cinse le spalle, e lo portò un poco più distante, – Sei sicuro che sia tutto ok? Hai la faccia di un bambino a cui hanno detto che Babbo Natale non esiste. Non rispose. – Guarda che se hai bisogno di qualcosa posso anche rimandare la partenza. Mattia incrociò il suo sguardo. Era sincero, glielo lesse in volto. Avrebbe davvero rinunciato al viaggio di nozze. Fu sul punto di cedere, di scoppiare a piangere, di sfogarsi, di chiedere aiuto. Ma che aiuto? Se pure gli avesse raccontato tutto il rapporto con Flaminia era già compromesso. E solo una persona poteva restituirgli la sua chiave. – Non ti preoccupare. È tutto a posto. Carlo lo esaminò, come per capire se stesse mentendo. Poi gli strinse la mano. – Non fare cazzate, e pensa a te stesso. Pensa a te stesso. Mattia sentì una scintilla accendersi dentro di lui, la prima dopo tante ore. Non era il momento di abbattersi. Doveva reagire. – Sulle cazzate non posso garantire, mi conosci, – sorrise. – Però cercherò di badare a me. Promesso. – Bene. – Gli diede un'affettuosa pacca sulla spalla. – Perché se poi mi fai tornare dal viaggio per salvarti il culo, giuro che ti infilo le palle su uno stuzzicadenti e me le mangio come aperitivo. Si girò e si rivolse ad Annarita. – Moglie! Smettila di caricare scarpe. Andremo in crociera, non a una sfilata! Dalla cornetta del telefono pubblico proveniva una melodia gracchiante e nervosa. Mattia era in attesa ormai da cinque minuti. Stava pensando di riagganciare quando udì la melodia interrompersi. – Ministero delle Chiavi e dei Meccanismi, buon pomeriggio. In cosa posso aiutarla? Era una voce femminile. – Buongiorno. Sono Mattia Fanti. Avrei bisogno di una chiave di riserva. – Conosce già la procedura? – Non esattamente. – Le devo chiedere alcuni dati necessari per produrre il duplicato. Dopodiché mi potrà comunicare in quale distaccamento preferisce ritirarlo. Al momento del ritiro dovrà compilare il modulo, e potrà decidere la modalità di pagamento che preferisce. – D'accordo. – Per cominciare mi serve il suo codice fiscale. Mattia si frugò in tasca, estrasse una piccola nota dal portafoglio e la lesse ad alta voce. – Grazie, – disse l'operatrice. – Si ricorda qual è il suo modello? – Sì, sono un MT. – Molto bene. Passerò i suoi dati a un tecnico per avere una stima, dopodiché la contatterò di nuovo. – Avrei una certa urgenza... – Può restare in linea, se preferisce. Ma dovrà aspettare qualche minuto. – Va bene. Mattia udì un breve rumore sordo, poi di nuovo la melodia gracchiante e nervosa. Sbuffò, impaziente. Aveva sempre detestato le attese. Estrasse dal portafoglio tutte le monete che aveva e le infilò nella gettoniera: non voleva che la comunicazione si interrompesse proprio nel momento più importante. In quell'istante iniziò a piovere. Una, due, dieci gocce bagnarono il vetro, e in breve tempo il mondo fuori dalla cabina divenne indefinito e sfocato come un dipinto impressionista guardato troppo da vicino. Il cielo si incupì e un tuono sovrastò il rumore del traffico. Mattia pregò che la linea reggesse. Doveva assicurarsi il duplicato della sua chiave. Fin dall'incontro con Flaminia l'ombra di un sospetto si era annidata in un angolo del cervello e lo tormentava, accrescendo l'ansia. Eppure non voleva crederci: c'era di sicuro un'altra spiegazione. Anche se ancora non era riuscito a trovarla. La melodia si interruppe. – Pronto, Ministero delle Chiavi e dei Meccanismi – annunciò l'operatrice. – Si, pronto. Sono sempre io. – Bene, signor Fanti. In quale distaccamento vuole ritirare la chiave? Mattia ci pensò. – Quello in corso Garibaldi – decise infine. Era poco distante da lì e abbastanza vicino a casa. – Dato che non è necessario trasferire la chiave in un'altra città, direi che potrà ritirarla verso le ventitré. A Mattia venne meno il respiro. – Ma... è troppo tardi! – Niente affatto, signor Fanti. I nostri uffici sono aperti ventiquattr'ore su ventiquattro. – Non si potrebbe preparare in anticipo? Verso le diciannove? Le venti? – Mattia sentiva il cuore battere all'altezza del collo. – Impossibile, – replicò l'operatrice, – ci sono delle procedure da rispettare. La sua richiesta è stata messa in coda, non appena un nostro tecnico sarà disponibile provvederà a... – Andate a fare in culo! Lei, il suo tecnico e le procedure da rispettare! Sbatté la cornetta contro l'apparecchio telefonico, poi la riattaccò con violenza; calciò la porta della cabina e uscì. Uno scroscio d'acqua lo investì mentre si allontanava infuriato. Udì le monete di resto tintinnare nella gettoniera e cadere a terra. Alle sue orecchie avevano il suono sordo delle ossa.
  19. Midgardsormr

    Uomini a orologeria [parte 5]

    Parti precedenti – Pronto? – Pronto, capo? Buongiorno, sono Fanti. – Oh, Mattia. Buongiorno. Stamattina è sulla bocca di tutti, lo sa? Abbiamo appena comunicato ai suoi colleghi che si occuperà del progetto su... – Scusi se la interrompo. Mattia udì un mugugno dall'altra parte della cornetta, come temeva. – Stamattina non riuscirò a presentarmi in tempo per il meeting, – continuò. – E per quale motivo, se è lecito? – Ho smarrito la mia chiave. Per qualche secondo il capo non rispose. Mattia riusciva a percepire in sottofondo i rumori della redazione. Dalla finestra si scorgeva un cielo grigio e cupo, che minacciava pioggia. Un ronzio sordo e insistente proveniente dal bagno suggeriva che la lavatrice stava centrifugando. – D'accordo, – sospirò Forzella. – Appena riesce a recuperarla si presenti, le organizzerò un incontro privato. – Certamente. – Qual è il termine della sua carica, se posso permettermi? – Questa sera intorno alle ventuno. – Allora le consiglio di chiamare subito il Ministero. Per farsi preparare una chiave di riserva, in via del tutto preventiva. Mattia rabbrividì. Non aveva neppure preso in considerazione l'idea di non riuscire a trovarla. Ma una chiave di riserva gli sarebbe costata diversi stipendi. – Grazie del suggerimento. – Si figuri. Non dimentichi di presentarsi, oggi. – e riattaccò. Mattia chiuse la cornetta e posò il telefono sulla scrivania. Aveva già rovistato tutta la casa in lungo e in largo. Il letto era completamente disfatto, lenzuola e cuscini giacevano a terra, il materasso era fuori posto. I giornali sotto la scrivania erano tutti sparpagliati sul pavimento. In cucina aveva controllato nella credenza e perfino nei cassetti. Con ogni probabilità Ramona aveva inavvertitamente preso la chiave quando era uscita. L'aveva sentita alzarsi e rassettarsi di corsa, come suo solito. Forse l'aveva infilata nella borsa col ricambio di biancheria. Mattia afferrò il telefono e compose il numero dello studio legale. Squillò a vuoto, ripetutamente. È presto, non c'è ancora nessuno. E Ramona sarà bloccata in qualche ingorgo. Riagganciò, e decise di uscire per andare di persona. Si vestì velocemente, lasciando la stanza in disordine. Sentì la mancanza della catenella quando si abbottonò la camicia sul petto. Una sgradevole sensazione. – Come sarebbe a dire “non c'è”? – Sarebbe a dire che non c'è. Settimana scorsa la signorina Risi aveva chiesto un permesso per l'intera giornata di oggi. Gastone Sberleffi strinse il nodo della cravatta e si sistemò i capelli impomatati, specchiandosi in una delle vetrinette dell'ingresso. Mattia avrebbe volentieri stretto quella cravatta fino a strozzarlo. Era turbato. Ramona non gliene aveva parlato. – Le ha spiegato il motivo? L'Avvocato lo squadrò inarcando il sopracciglio. – Se pur fosse, non sarei tenuto a riferirglielo. Si avvicinò e aggiunse: – Posso tollerare la sua sconveniente relazione con la signorina, ma non le permetto di venire qui a farmi perdere tempo. Ora, se non le dispiace, ho un appuntamento con il commendatore Orsini. Con permesso. Raccolse la sua cartella in pelle, e raggiunse l'uscita a grandi falcate. – Arrivederci, – salutò senza neppure guardarlo. La porta sbatté alle sue spalle. Mattia restò lì, muto e interdetto. Fissò per qualche istante la porta, incapace di riflettere, con la testa che ronzava. Poi si voltò verso la scrivania dove si era aspettato di trovare Ramona. Era seduto un giovane che non conosceva, concentrato e visibilmente impacciato. Sembrava non avere la minima idea di come fossero organizzati fogli, agende e cassetti: osservava la posta con aria smarrita. Nello scorrere le buste urtò inavvertitamente una pila di fascicoli, che caddero a terra e si sparpagliarono sul pavimento. – Oh, porca... – imprecò il giovane, diventando rosso in viso. Mollò la corrispondenza sulla scrivania e si precipitò sui fogli sparsi. Per Mattia fu come una sveglia: si riebbe, e si chinò a sua volta per dargli una mano. – Grazie, signore. Si trattava per lo più di documenti ufficiali, o di schede compilate. Alcuni moduli erano redatti in una grafia illeggibile e contratta. Di certo quella dell'avvocato Sberleffi. Li passò uno a uno al giovane, che li esaminava rapidamente e li riordinava come meglio poteva. D'improvviso scorse, seminascosto sotto un fascicolo, un foglietto vergato a mano che non aveva l'aspetto di un documento. Riconobbe la calligrafia di Ramona, e lo raccolse. Si trattava di un semplice appunto. Recava in calce la data odierna, e recitava: “Stazione centrale, ore 12:30”.
  20. Midgardsormr

    Uomini a orologeria [parte 4]

    Parti precedenti: Dai vetri delle finestre penetravano le luci artificiali della strada. Mattia gettò senza troppi riguardi i vestiti in lavatrice. L'avrebbe fatta partire l'indomani mattina: già troppe volte i vicini s'erano lamentati delle rumorose centrifughe notturne. Tornò nella stanza, con indosso solo i boxer. Si sedette alla scrivania, dando una rapida scorsa al foglio accanto alla macchina da scrivere: un articolo di routine, si rammaricò. Ben diverso dal pezzo del mese precedente, quando la sentenza era appena stata pronunciata: una condanna a morte non è cosa di tutti i giorni. Ramona dormiva nuda nel letto, coricata su un fianco. Il lenzuolo le copriva appena le gambe, così Mattia poteva osservare il seducente profilo della schiena e dei fianchi. Tornò a rileggere il testo, sebbene l'avesse già spedito via fax in redazione. Poi lo posò, e prese uno dei giornali dalla pila sotto la scrivania. Iniziò a leggere l'articolo cerchiato di rosso, in apertura della sezione di cronaca. Era accompagnato da una foto di Rosalia Mesto, seduta al banco degli imputati. Il progetto che il capo redattore gli aveva affidato era la sua grande opportunità. Non capitava spesso che affidassero un approfondimento a una delle nuove leve. Ma Mattia sapeva di aver lavorato bene, e nessun altro in redazione avrebbe potuto scrivere sul caso Coloni meglio di lui. C'era qualcosa in tutta quella vicenda che non quadrava. La sentenza era definitiva, eppure non poteva fare a meno di pensare che ci fosse un errore da qualche parte, come un pezzo di puzzle premuto a forza dentro un posto non suo. Il telefono squillò, Mattia rispose immediatamente: – Pronto? – Ciao amore. Flaminia. Istintivamente Mattia prese il telefono in mano e si allontanò fin quanto il filo glielo consentì, dando le spalle al letto. – Ciao. Come mai a quest'ora? È successo qualcosa? – No, amore. Avevo solo bisogno di sentirti. Mi manchi. Flaminia era una ragazza dolcissima. Ma quando l'anno precedente Mattia s'era trasferito per cercare lavoro lei non l'aveva seguito, e la loro relazione proseguiva a distanza. I suoi genitori erano all'antica: non le avrebbero mai permesso di convivere fuori dal matrimonio. – Anche tu manchi, – mentì Mattia, voltandosi verso Ramona. – Stavi ancora lavorando? Mi hai risposto subito... C'era uno strano brusio di sottofondo, come se stesse chiamando da un luogo affollato. – Sì, devo correggere delle bozze per l'edizione di domani, – mentì ancora. – Allora non ti tengo al telefono. Avrei una cosa da dirti... te la dirò alla prossima occasione. Non stancarti troppo, amore. – Stai tranquilla. – A... a presto. Ti amo. Mattia stava per rispondere “anch'io” ma non riuscì a mentire per la terza volta. Perciò disse: – Buonanotte, – e agganciò. Ripose il telefono sulla scrivania. Le chiamate di Flaminia facevano sempre male. Aveva un bel dire a se stesso che probabilmente anche lei aveva qualcuno a scaldarle il letto di tanto in tanto, ma non riusciva a immaginarla mentre adescava un uomo, lei che era così timida. – Chi era? – chiese Ramona con la voce impastata dal sonno. – Nessuno. – Allora era una donna. – Si voltò, stropicciandosi gli occhi. Mattia poté osservare quel corpo nudo che aveva appena posseduto e che avrebbe voluto possedere ancora. Flaminia era dolcissima, ma per il momento c'era Ramona al suo fianco. – Stai rileggendo il tuo capolavoro? – gli chiese. – Domani prima pagina? – Macché, – disse Mattia afferrando il dattiloscritto. – questo è buono al massimo per una colonna nascosta in qualche pagina centrale. – Lo accartocciò e lo gettò nel cestino sotto la scrivania. – Sembri strano. A cosa stai pensando? A Flaminia. – Al caso Coloni, – disse. – Non mi convince. So che ormai è chiuso, però c'è qualcosa che non torna. – E cosa? – Ramona sollevò il capo sostenendolo col braccio, mostrando interesse. In quella posa era ancora più seducente. Mattia sospirò. Era difficile spiegarlo. – Tu credi davvero che sia stata la moglie a ucciderlo? – chiese. – Be', così hanno detto al processo. – Voglio sapere cosa pensi tu. Ramona rimase in silenzio un attimo, i suoi occhi grandi e scintillanti fissi su di lui. – Non lo so, – disse infine. – Non ci ho mai riflettuto, per me era solo lavoro. Mattia prese una sigaretta dal pacchetto sulla scrivania, e l'accese. Inspirò a fondo, mentre cercava di riordinare le idee. – Mettiamo che tu sia la moglie di Coloni. Ti sei separata per le sue continue scappatelle. Sei tornata a vivere nel tuo paese, a mille chilometri di distanza, dai tuoi genitori che sono stati sempre contrari al matrimonio, pur di non avere più a che fare con lui. Mi segui? Ramona annui. – Parlando al telefono con vecchi amici scopri che lui ha ancora in piedi tutte le sue tresche e fa la bella vita, mentre tu non riesci nemmeno a trovarti un lavoro. Decidi che non è giusto, che te ne ha fatte passare troppe e che devi fargliela pagare. Ucciderlo. Mattia si fermò per raccogliere i pensieri. – Ti fai ricaricare da tua madre, perché da sola non hai mai potuto farlo. Dopodiché dici ai tuoi genitori che hai bisogno di un paio di giorni per svagarti. Invece chiedi a un'amica di coprirti, e prendi un treno per raggiungere tuo marito. Dodici ore di viaggio. Sai bene che la durata della tua ricarica non va oltre le ventisei, ventisette ore. Quindi se vuoi ucciderlo e tornare a casa per non destare sospetti hai poco margine: due ore al massimo, e poi devi riprendere di corsa il treno. – Non capisco dove vuoi arrivare. Conosco la storia, non c'è bisogno di ripeterla. – Un attimo di pazienza, – Mattia scosse via la cenere dalla sigaretta. – Decidi di chiamare tuo marito da un telefono pubblico, e fissi un incontro. Al processo la moglie ha ammesso di averlo fatto per potergli parlare faccia a faccia. – Sì, me lo ricordo. Probabilmente la telefonata a cui ho assistito io. – Esatto, – confermò Mattia. – Però non fila tutto liscio: per un guasto sulla linea il treno accumula tre ore di ritardo. A una stazione intermedia sei costretta a richiamare per posticipare l'appuntamento. Ma adesso sai che non riuscirai a tornare a casa senza farti ricaricare. È facile passare inosservati su un treno e in città, ma se sei costretta a spogliare la camicetta davanti a qualcuno per farti ricaricare, di sicuro il tuo interlocutore si ricorderà di te. Avrai un testimone in grado di collocarti presso la scena del delitto. A meno che... – A meno che io non approfitti dell'incontro, e mi faccia ricaricare da mio marito. – concluse Ramona. Si alzò, avanzando nuda verso di lui. – Mi fingo ancora innamorata di lui, e interessata a tornare insieme. Nel frattempo rubo la sua chiave e la infilo in borsa. Alla stazione mi faccio ricaricare, e parto senza che lui sospetti nulla. Dopo quattro ore si accorge di non avere più la chiave. Dopo sei ore è morto per scaricamento. – Questa è stata la tesi dell'accusa. – E cosa non ti convince? Mattia tirò per l'ultima volta, poi spense la sigaretta nel posacenere. – Almeno tre elementi. Il primo: se davvero è stata la moglie, perché tenere la chiave in borsa? Equivale a una confessione. Se l'avesse gettata via probabilmente nessuno l'avrebbe trovata. – Un trofeo – disse Ramona. – Il magistrato aveva parlato di una cosa simile, no? – Può darsi. Però c'è altro. Ramona lo osservò incuriosita. – Cosa? – Il modo di uccidere. La morte per scaricamento non è peggiore di altre: semplicemente il corpo si spegne dopo qualche ora. Se io mi volessi vendicare di una persona sceglierei un metodo più doloroso. E immediato, per godermi lo spettacolo. – Non voleva lasciare tracce. O non voleva sporcarsi col sangue. – E infatti, grazie anche alla faccenda della ricarica, l'accusa è riuscita a far passare l'aggravante della premeditazione. Ma se davvero la moglie ha pianificato tutto, perché non si è sbarazzata della chiave? Ramona prese una sigaretta dal pacchetto, e l'accese. Sensuali volute di fumo le fluirono dalla bocca. – Manca ancora un elemento. Erano tre. – L'ultimo... è più una sensazione. Aveva quasi timore a pronunciare quel pensiero ad alta voce. Si alzò dalla scrivania, e percorse qualche passo nella stanza. Poi si voltò nuovamente verso di lei. – Tu... affideresti la tua chiave a una persona che stai per uccidere? Ramona inspirò una boccata, poi sorrise maliziosa e aprì sfacciatamente le gambe. – Sono pochi gli uomini che possono vantarsi di aver tenuto in mano la mia chiave. – Accennò al suo attacco, piccolo e sensuale come un neo, proprio sopra il sesso. – Parlo seriamente, – farfugliò Mattia, imbarazzato. Lei richiuse le gambe, continuando a sorridere. – Intendo dire... se hai davvero intenzione di ammazzare un uomo rubando la sua chiave, riusciresti a dargli la tua? A farti ricaricare? Ramona rimase in silenzio. Si guardarono negli occhi per qualche secondo. Fu Mattia a distogliere lo sguardo. – Io non riuscirei, – ammise. – Forse è per questo che credo alla versione di Rosalia Mesto. Forse era davvero innamorata, e voleva solo tornare insieme a lui. Ramona gettò la sigaretta ancora accesa nel posacenere, scese dalla scrivania e gli andò incontro. Lo baciò con passione. – Sei un credulone, mio giovane reporter. Lo prese per le braccia, e lo trascinò verso il letto. Mattia per un istante ricordò Flaminia, e quanto era impacciata tra le lenzuola. Poi si ritrovò disteso, e si lasciò travolgere dal desiderio. Fuori dalle finestre la città rischiarava la notte con le sue luci artificiali.
  21. Midgardsormr

    Uomini a orologeria [parte 4]

    @The_Butcher_of_Blaviken Grazie per il commento approfondito. Purtroppo hai ragione quasi su tutto. Questo segmento è, insieme all'incipit e al finale, quello che mi convince meno. Devo andarci pesante con la lima. Rispondo solo a questo: Mattia non è il tipo di persona che lascia la sua chiave a qualcun altro, tutto lì. Paranoia, come sottolinea Ramona più avanti. Anche qui, il problema è che ho tagliato un po' l'idea originale. Nella versione "lunga" Mattia aveva una lunga conversazione in carcere con la Mesto, e la sentiva molto affine a sé (e a Flaminia). Da qui l'analogia: se Mattia non se la sente, sarebbe stato difficile anche per la Mesto. Ovviamente questa analogia si perde molto in questa versione, al punto che forse dovrei rivedere questa frase. @Mattia Alari Grazie mille per tutti i tuoi commenti. Ho visto che ci stai dando dentro, e non voglio interromperti. Ti risponderò per bene una volta che avrai finito i tuoi interventi.
  22. Midgardsormr

    Uomini a orologeria [parte 3]

    Parti precedenti – Pronto? – Pronto, capo? Buonasera, sono Fanti. – Mattia, giusto a lei stavo pensando. Si è goduto il matrimonio? – Certamente. – Ne sono lieto. Il ricevimento è già terminato, dunque? – In verità... no, ancora no. Mattia era nervoso. Detestava tutti quei salamelecchi, ma Gaetano Forzella, redattore capo, era un uomo cerimonioso. Si sarebbe infastidito se gli avesse chiesto subito ciò che gli premeva. – Oh... dev'essere proprio impaziente per lasciarlo sul più bello. Verrò al punto. Non aspettava altro. Si sentivano le voci della redazione, in sottofondo. – Il direttore ha approvato il progetto. Il cuore di Mattia iniziò a battere all'impazzata. – Ovviamente lo curerà lei. Dovrà essere pronto per il giorno dell'esecuzione. L'idea è di pubblicarlo come speciale da affiancare al giornale. Pensa di farcela? Mattia si sentì invadere dall'euforia. In quel momento sarebbe riuscito a scalare l'Everest a mani nude. Ovviamente! – Certo, capo. Mi metterò subito al lavoro. – In realtà aveva già molte bozze pronte, a casa. Da mesi. – Molto bene. Ci vediamo domattina. Ah, un'ultima cosa. – Sì? Non poté fare a meno di assumere un tono sospettoso. Quando il capo aveva “ultime cose” da dire, raramente erano piacevoli. – L'avvocato Sberleffi ha indetto una conferenza stampa per domani pomeriggio, insieme ai suoi assistiti. Per commentare le motivazioni della sentenza. L'ho assegnata a lei, ovviamente. Ovviamente. Mattia era lì da pochi minuti e ne aveva già abbastanza. Ripose il suo taccuino, e prima che Sberleffi avesse terminato di rispondere all'ennesima domanda si ritrovò in strada a fumare. Detestava cordialmente Gastone Sberleffi. Si atteggiava a Principe del Foro, ma era solo un pallone gonfiato. Il suo unico pregio era la capacità di lanciarsi in sermoni così articolati che di rado qualcuno osava ribattere: in genere i suoi interlocutori restavano storditi. La sala stampa era gremita, molta gente si accalcava perfino lì fuori. L'omicidio Coloni aveva morbosamente incuriosito l'opinione pubblica per molto tempo. La condanna prevedeva di lì a tre mesi il ritiro della chiave fino al sopraggiungere della morte per scaricamento, come più volte richiesto dai genitori Coloni di cui Sberleffi era legale di parte civile. Quel giorno l'Avvocato stava commentando le motivazioni della sentenza. Uno strazio. Mattia estrasse da sotto la camicia la catenella con la chiave. L'infilò nell'attacco sopra la spalla, e cominciò a girare con decisione: una, due, tre, quattro volte. Poteva bastare. La ripose sotto la camicia. Il freddo metallo a contatto col suo petto lo rendeva tranquillo. Non capiva come certe persone potessero separarsi dalla propria chiave, lasciandola magari a casa in un cassetto. O, peggio ancora, potessero affidarla a qualcun altro. Pensò a Carlo e Annarita: se il matrimonio imponeva lo scambio delle chiavi, be', Mattia non si sarebbe mai sposato. Tutto sommato poteva ritenersi fortunato: modelli come il suo non erano forse i migliori sulla piazza, ma almeno poteva ricaricarsi da solo. Il meccanismo del suo collega Roberto opponeva una tale resistenza che per girare la chiave doveva farsi aiutare almeno da un'altra persona. Per non parlare di Rosalia Mesto, vedova Coloni, che in tribunale aveva dichiarato di avere l'attacco nel bel mezzo delle scapole, fuori dalla portata delle proprie braccia com'era stato attestato anche da un'apposita commissione medica. – Hai deciso di prenderti ferie, oggi? La conferenza stampa non è finita. Mattia si voltò e vide Ramona. Conturbante perfino nel suo tailleur castigato. – Potrei dirti la stessa cosa. Di sicuro il tuo capo avrà bisogno di te, in quella bolgia. – L'Avvocato sa badare a se stesso, – Ramona estrasse una sigaretta che Mattia si premurò di accendere. Avere una relazione con la segretaria di un grosso studio legale aveva i suoi vantaggi. Oltre al personale piacere di portarsi a letto una delle più ambite ragazze in città, Mattia aveva accesso per primo a molte indiscrezioni sul caso Coloni. Una manna. – Quindi nessun articolo? Ti stai perdendo un sacco di materiale – disse Ramona. – Conosco qualcuno che stasera mi porterà l'intera registrazione. Il pezzo sarà pronto per l'edizione del mattino. Non è forse così? Mattia le fece l'occhiolino, e Ramona rise. – Non ti ci abituare, però. Casa tua, alla solita ora? – Un po' prima, se riesci. Questa sera ho fame. – Mattia si avvicinò, e finse di morderla sul collo scoperto. Ramona lo respinse debolmente, ma gli occhi le brillavano. – Sei un pessimo soggetto, lo sai? – Solo quando ho appetito – ammiccò Mattia. Ramona si avvicinò, e gli sussurrò in un orecchio: – Allora stasera vediamo di soddisfarlo. – Gettò la sigaretta, e tornò dentro ancheggiando vistosamente.
  23. Midgardsormr

    Uomini a orologeria [parte 8 (finale)]

    Come anticipato ad alcuni dei miei lettori, scriverò qui le "spiegazioni" che non sono state inserite nella versione attuale del racconto. La storia è ucronica, ambientata in un parallelo dell'Italia fine anni '80, in cui un gruppo di persone (il "Partito") detiene il potere da una quarantina d'anni in una sorta di dittatura "soft". Il Partito impone, per i cittadini e tutti i residenti, l'installazione di un "meccanismo a orologeria" al raggiungimento della maggiore età, al fine di "responsabilizzare" gli individui e di far loro apprezzare appieno il valore del tempo che vivono. I modelli installati dipendono per lo più dall'allineamento di una determinata famiglia o gruppo agli ideali del Partito (es. ai figli di oppositori al partito vengono installati modelli scomodi o addirittura invalidanti, mentre i modelli migliori e meno invadenti sono riservati agli appartenenti al Partito stesso), o dal loro grado di "responsabilità". La "responsabilità" garantisce migliori posizioni di lavoro e una serie di altri vantaggi nella vita quotidiana. Dal momento che la "responsabilizzazione" è uno degli obiettivi del Programma "Uomini a Orologeria", perdere la chiave o chiederne duplicati diventa un problema: non solo economico (le chiavi vengono rilasciate a costi esorbitanti), ma anche sociale, dal momento che chi chiede duplicati perde "punti responsabilità". Questo il contesto. Come potrete immaginare, visto il finale, ho voluto evitare di costruire tutta questa architettura per tenere in piedi quello che era solo una sorta di "scherzo" letterario. Motivo per cui ho anche deciso che la forma "romanzo" non sarebbe stata adatta: credo che qualsiasi lettore, dopo essere arrivato al finale sorbendosi centinaia di pagine, potrebbe sentirsi preso in giro. Discorso diverso per la forma "racconto lungo", dove il finale diventa più accettabile perché il lettore non ha investito troppo tempo. Nella versione lunga sarebbero dovuti comparire altri personaggi: i genitori di Rosalia Mesto (con il padre esponente del Partito che ha ripudiato la figlia perché fuggita con Coloni prima del matrimonio, a 17 anni; motivo per cui la Mesto si ritrova con uno dei peggiori modelli di "meccanismi" in circolazione); altri colleghi di Mattia; una serie di personaggi coinvolti nel caso Coloni, che Mattia passa al setaccio durante la sua inchiesta; alcuni amici di Ramona, tra cui un funzionario del Ministero delle Chiavi e dei Meccanismi; e infine i genitori di Flaminia. --- Spero che i lettori del WD sappiano darmi un'indicazione. Ho pubblicato qui questo racconto nella speranza di capire se effettivamente può funzionare in questa forma, o se è necessario ampliarlo e farlo diventare un romanzo. Oppure se sarebbe meglio lasciar perdere del tutto. Grazie a tutti coloro che si prenderanno la briga di rispondere.
  24. Midgardsormr

    Biglietto sola andata

    @Ila_396 Eccomi di nuovo qui a rileggerti, con piacere. Parto dalle impressioni personali... e devo dire che questo racconto, nella sua semplicità, mi ha colpito. Come al solito tocchi temi che sono molto importanti per me, e da emigrato all'estero non ho potuto far altro che immedesimarmi nella protagonista, sebbene le motivazioni che mi hanno spinto lontano dall'Italia non siano esattamente le stesse. Certo, l'insofferenza per un Paese di pregiudizi e ipocrisia è stato uno dei motivi fondamentali, ma per fortuna non ho avuto genitori che mi hanno imposto fidanzamenti forzati... Passiamo a un'analisi più tecnica. Dal punto di vista linguistico, niente da dire. Pezzo scorrevole, come di consueto. Segnalo un paio di refusi che ho trovato: "un Paese retrograde" > "retrogrado", "obló" > "oblò" (in italiano l'accento finale sulla "o" è sempre grave, cfr. grammatica Treccani). Dal punto di vista stilistico, non mi piace molto l'uso contemporaneo di punto interrogativo ed esclamativo a fine frase (es. "Dove credi di andare da sola!? Come fai a essere così irresponsabile!?"). D'altra parte è un uso accettato, ed essendo usato in un dialogo può starci tranquillamente. In questo caso il punto esclamativo mi sembra superfluo perché il tono stesso della conversazione implica che gli interlocutori stiano "gridando", il punto interrogativo dovrebbe essere sufficiente a rendere il tono della frase. Ma è un'annotazione minore. L'unica scelta stilistica con cui non riesco davvero a trovarmi d'accordo riguarda il passaggio seguente: Il racconto è narrato in prima persona, dal punto di vista della figlia, e nel dialogo il punto di vista non cambia: perché inserire la frase che ho evidenziato? Crea un distacco improvviso e inaspettato, perché la figlia parla di sé stessa come "figlia di suo padre". Quasi come se per un attimo il lettore venisse "trascinato fuori" dal punto di vista naturale, e guardasse l'ultima parte della scena dall'esterno. Mi ha lasciato stranito, non è stata una bella sensazione. A mio avviso la frase evidenziata è completamente superflua. Non aggiunge nulla, sta semplicemente descrivendo quanto al lettore era già chiaro dallo scambio di battute precedenti (ovvero che la figlia è irremovibile nella sa decisione). In quanto tale, quella frase potrebbe benissimo essere eliminata, evitando così la confusione dovuta all'improvviso cambio di punto di vista. Per quanto riguarda il ritmo ho molto apprezzato la suddivisione che hai voluto dare: narrazione-dialogo-narrazione-dialogo-narrazione. Sembra una costruzione basata su schemi musicali neoclassici, e dà al pezzo un equilibrio quasi poetico. Se devo essere sincero, anche qui come in alcuni dei tuoi lavori precedenti manca forse un po' do mordente. Non c'è un colpo di scena, non c'è un elemento che focalizzi l'attenzione del lettore. Sembra essere una caratteristica di molti dei tuoi racconti, come se fossero pagine di diario, o riflessioni in forma di racconto, piuttosto che racconti veri e propri. Niente di male, questione di scelte. Devo dire che però non mi entusiasma. Se si trattasse di una raccolta, potrei forse riuscire a tener duro per 3-4 racconti, ma se fossero tutti così finirei probabilmente per non terminare il libro. Sono un drogato-di-trama, se manca quella faccio fatica ad andare avanti... ma è un problema mio, non tuo. In ogni caso, un bel pezzo. È sempre piacevole leggere ciò che scrivi. Alla prossima.
  25. Midgardsormr

    Uomini a orologeria [parte 6]

    Non sei la prima a farmelo notare. La questione è: nella versione "lunga" del racconto avevo una spiegazione per questo genere di domande. In questa versione "breve", no. Ho voluto lasciare tutto senza spiegazioni approfondite. Volevo evitare di appesantire il testo con elementi di "contesto" che, alla fine, non aggiungono nulla alla storia (e il motivo lo capirai probabilmente nel finale). Alcuni punti di riferimento per questo racconto sono stati Dino Buzzati e, più alla lontana, Kafka. Non so quanta familiarità tu abbia con Buzzati, ma volevo ricreare un qualcosa di simile a Sette piani: così come in quel racconto non c'è nessun riferimento esplicito alla malattia del protagonista, e spesso non viene data un'indicazione tecnicamente valida del motivo per cui il protagonista viene trasferito da un piano all'altro, così io volevo trattare i "meccanismi" e tutta la burocrazia che ci sta dietro. Ho una spiegazione per tutto, ma non ho ritenuto che valesse la pena menzionare i dettagli perché non volevo che il lettore si focalizzasse su questi. Volevo dare al lettore un noir vagamente "buzzatiano", non una "distopia new-weird". In ogni caso, lascerò un commento nel finale inserendo anche le spiegazioni "tecniche" che mancano. In questo modo, se avrai voglia di leggere, potrai farti un'idea di come funziona l'universo del racconto, e magari consigliarmi se funziona in questa forma o se è necessario svilupparlo e farlo diventare un romanzo breve, per inserire tutto il contesto.
×