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Domenico S.

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  1. Domenico S.

    Il campo

    Commento a "Il non detto" di Milarepa Mina nascose le uova di cioccolato nella piccola striscia di terra che la madre chiamava “il campo.” Era recintato e i fili erano spinati, facevano male. Ma Mina fu accorta nel seppellire le uova. Le sue ginocchia e le calze rimasero intonse. Mina era contenta per i suoi amici che le avrebbero trovate. Tornò in casa e la madre aveva preparato la crostata di ribes. I passeri beccarono le uova le uova si rovinarono i passeri morirono Mina pianse. Poi, col padre, fecero uno spaventapasseri. Nel “campo” entrava poco altro ma lo coltivarono a cipolla. I passeri continuarono a salire e scendere.
  2. Domenico S.

    Il non detto

    @Milarepa Ciao la poesia è veramente interessantissima. Proprio stamattina stavo riflettendo sull'argomento della poesia, e ora leggo il tuo pensiero, coincidenza della vita. Mi piacciono i versi quasi prosaici o ottimamente snocciolati, molto limpidi nel significato e nel tentativo (ironico) di farsi capire, di esprimere appunto il non detto, ma con punti di lirismo propriamente poetico molto interessanti. Quoto: "Ma il non detto splende solitario non ama le mani che cercano di afferrarlo poiché odia il rumore dell’ inesperto mendicare." A parte il piccolo refuso (dell'inesperto, senza spazio) è un passaggio veramente buono, un'immagine indovinata che dà grande forza alla tua poesia. Anche il finale è molto bello: "Ma nel nulla in cui affonda la mente esiste una scuola e nella scuola del nulla le mani diventano una preghiera. L’afferrare è scomparso e il non detto apre le porte. Non c’è cosa che non riceva il suo nome nella stanza del non detto dove tutto tace." Nella scuola del nulla le mani diventano preghiera, e l'afferrare e scomparso e il non detto apre le porte... invidio la tua capacità di rendere in immagini a un tempo terse e a un tempo allusive il concetto. Onestamente penso che tu con questa poesia abbia detto davvero qualcosa di definitivo sull'argomento. Lo ripeto, i versi sono chiari, eloquenti, ma anche esteticamente gradevoli. Ti invito a scrivere ancora e a postarne altro perché ritengo tu sia un poeta molto bravo. In questa poesia mi hai dato un che di "presocratico." Complimenti.
  3. Domenico S.

    A volte, di notte

    @AzarRudif Si tratta di settenari? Comunque io sbaglio sempre nel contare le sillabe, ma nel forum, sezione poesia, è presente un contatore di sillabe. In bocca al lupo per tutto.
  4. Domenico S.

    Telepatia

    Commento a "Renacido" di SantiagoN La stanza era stata preparata con cura quasi amorevole. Un letto con lenzuola bianche e un cuscino nuovo preso dall’Ikea. Il comodino, la lampada, l’acqua e un bicchiere. Immaginava che le avrebbero portato i pasti a intervalli regolari. Si chiese come avrebbe dovuto fare quando sarebbe dovuta andare al bagno. Chiedere? Aspettare che loro provvedessero? Per quanto si stessero comportando in un modo che le sembrava molto professionale, i rapitori si erano già traditi. Aveva intravisto un tatuaggio, nella parte del polso scoperta dal guanto nero del più forte di loro. Era un ragazzo che lavorava nel suo giardino. Una volta, in uno slancio di entusiasmo, aveva preparato la limonata per lui e gliela aveva portata. Ricordava benissimo quel tatuaggio. A quanto pare, il giardiniere stava già pianificando il suo rapimento. Non ci si dovrebbe troppo fare prendere dall’entusiasmo. Seduta al letto, pensava a questa informazione. Lì per lì non era inutile, perché non avrebbe saputo come comunicarla. Si tolse le scarpe, massaggiò i piedi, si stese. Essere rapiti è stancante. Si chiese se sarebbe successo qualcosa di davvero horror, come la mutilazione di una parte del suo corpo. Carezzò il lobo destro. Dopo un lasso di tempo indefinito (le avevano preso l’orologio, che era prezioso, e il cellulare) uno dei rapitori, con tanto di calza sul volto, aprì la porta per lasciare un vassoio. Uova al tegamino, bruciacchiate. Due fette di pane raffermo. Una mela bacata. Beh, non aveva mai mangiato molto. In passato era stata una ballerina, e da allora era abituata a tenere la linea. Mentre mangiava stancamente le uova gommose, pensò al quel ragazzo, col tatuaggio. Il giardiniere. Dagli occhi non le era sembrata una persona cattiva. Non bisogna mai fidarsi delle apparenze. Pensò a suo fratello minore. Era sempre stato molto sensibile. Chissà come stava prendendo tutta quella faccenda. Probabilmente molto male. O forse no, stava facendo il bravo ometto, responsabile. Quando erano più piccoli giocavano alla telepatia. Non aveva mai funzionato, ma, in quel momento, cos’altro poteva fare? Non avevano neppure avuto il garbo di lasciarle una rivista, un libro. Si sedette sul letto a gambe incrociate, puntò gli indici sulle tempie e cominciò a mormorare “om,” come quando faceva yoga. Si concentrò sull’immagine del tatuaggio e cercò di inviarla al fratello. Certo, con un cellulare sarebbe stato tutto più semplice. Quando dovette andare al bagno, provò a bussare alla porta. Aprirono molto dopo, senza che lei potesse capire se era perché aveva bussato, o perché avevo deciso così. La scortarono al bagno, in fondo al corridoio. Le sembrava un appartamento straordinariamente pulito e ordinato. Una pensa sempre di essere condotta in un tugurio, quando è rapita. Fece un altro po’ di pratica con la telepatia, quando fu di nuovo nella sua stanza. Il mattino dopo la condussero di nuovo al bagno. Cercò di lavarsi, alla bell’e meglio, ma non aveva molto con cui lavorare, a parte il sapone per mani. Poi, di nuovo in stanza, presero una sua foto col giornale del giorno. C’era una sua immagine in prima pagina, di trequarti. Così adesso tutti conoscevano il suo volto. Carina com’era, di sicuro avrebbe fatto sensazione. Quando studiava danza sognava di diventare famosa, come prima ballerina della Scala. Adesso era molto celebre, anche più di un’etoile, e non aveva ancora venta anni. Se non fosse morta (come era probabile) sarebbe andata in televisione. Di certo avrebbe pianto un po’, pensando alla sua esperienza, anche se ora non si sentiva giù. Comunque, le sembrava la cosa appropriata da fare. La mamma dedicava molto tempo a insegnarle cosa era appropriato fare o meno quando sei con gli altri. Però non aveva mai previsto quello scenario. Quando pensò alla mamma, in effetti, si commosse un poco. Trascorse il resto della mattina fra noia e depressione. Non le avevano lasciato neppure qual giornale, e la telepatia l’aveva stancata. Poi le portarono in pranzo (pennette con panna e piselli) e lo fece durare, poiché, a quanto pare, era la parte più divertente della giornata. Nel pomeriggio, decise di approfittare della lampada da comodino generosamente concessa per imparare a fare le ombre cinesi, ma dopo quattro figure non seppe più come andare avanti. Poi uno dei rapitori venne con un termometro e aspettò lei si misurasse la febbre. Le diedero delle pillole, che dovette ingurgitare di fronte a loro. Era influenzata? O forse si trattava di sedativi? A lei sembrava di non dare alcun problema. Pensava che si stesse comportando nel modo appropriato per una persona rapita. Però, insomma, si trattava di persone che pensano di diventare ricchi sequestrando un’innocente. Non dovevano ragionare molto bene. Pensò che avrebbero fatto un errore e che lei sarebbe stata presto liberata. Oppure, chissà, i suoi genitori avrebbero pagato il riscatto. L’esito della faccenda, finché non fosse morta, non le importava. Quella sera s’addormentò subito. Forse, effettivamente, si trattava di sedativi, o magari era la sua immaginazione. Non si sentiva influenzata. Quella notte sognò pressapoco quello che era successo durante il giorno. Che delusione. Al terzo giorno decise di parlare ai rapitori, per chiedere un libro. Non osava scoprirsi con quello di cui conosceva l’identità, perché l’avrebbe senz’altro uccisa. A pranzo, ne lasciarono uno sul vassoio. Un romanzo giallo, già letto. Di solito non le interessavano, ma non aveva tante alternative. La storia la prese, comunque. Era scritto bene. Alla fine, il detective scopriva l’assassino. Peccato che nel mentre, ormai, c’era stato un cadavere. Le diedero altre pillole e dormì sodo, e il giorno dopo un altro romanzo giallo. Pensò uno dei rapitori dovesse essere patito. Chissà, forse proprio quello che faceva il giardiniere nella loro villa. Il secondo era meno buono del primo, ma la catturò comunque. Pensò che, alla fine del rapimento, si sarebbe fatta venire un’autentica passione per quel genere letterario. Il giorno dopo, nessun romanzo, ma un manuale su come si gioca a scacchi. Che strana scelta. Probabilmente li prendevano a caso. D’altra parte, lei non era mai stata nemmeno molto regolare nelle sue letture. I libri non erano una parte centrale della sua esistenza. Le piaceva stare in giro con le amiche, andare in bici, ballare e ascoltare musica. Ma, cos’altro puoi fare, una volta che sei stata rapita? Provò qualche passo di danza, una piroetta. Si sentì stupida, senza la musica, e subito indolenzita. Due giorni dopo la lasciarono a un’angolo della strada, illesa. Si chiese il perché di tanto fortuna. Cominciò a camminare, alla ricerca di un posto dove avrebbe potuto telefonare. Non ricordava nessun numero di telefono. Il centotredici, le pareva, fosse quello della polizia. Pensò andasse bene. Sperò non la prendessero per una mitomane. Furono tutti molto commossi, nel rivederla. Erano pronti al peggio (come lei) e il fatto che fosse viva, senza alcuna percossa o altro, era una fortuna insperata. La madre fece preparare la sua cena preferita. La lasciarono solo col fratello. «Perciò» disse lei, spalmando di burro la tartina «avete pagato subito il riscatto?» «No.» «No?» «No. Io so perché ti hanno rilasciata, ma non posso dirlo.» «Credo di avere il diritto di saperlo.» «Non dovrai dirlo a nessuno, eccetto me.» «Giuro.» «Ho capito chi era uno dei tuoi rapitori.» «Sì?» «Il ragazzo che lavorava in giardino.» «Come hai fatto a scoprirlo?» «Dalle foto. Era presente in alcune delle ultime foto che ti abbiamo fatto.» «Perché mi hanno liberato?» «Abbiamo promesso di non denunciarli.» «Avete pagato un riscatto, però.» Il fratello si grattò la testa. Lei capì che, per qualche motivo, non glielo volevano dire. «Il ragazzo del giardino» disse lei. «Sei stato bravo.» «Fortunato.» «Sei stato bravo» disse, carezzandogli l’avambraccio.
  5. Domenico S.

    Telepatia

    @nemesis74 Ciao, ti ringrazio per le annotazioni molto utili. Avevo l'impressione che il racconto fosse un po' debole, e i vostri commenti me lo confermano. Io tendo a scrivere periodi brevi. Ad alcuni piace, non so, non so mai decidermi. Ci penserò su. Un saluto.
  6. Domenico S.

    Ogni giorno ha la sua pena

    Commento a "A volte, di notte" di AzarRudif Mi poggio, comincia un’altra notte sedotto dal pensiero d’obliare ogni ora, speranze più ridotte è bello, più bello che esultare. Ognuno che ritorna dal suo mondo onesto, o uccello da rapina Importa? Siamo tutti sullo sfondo il buio pian piano s’avvicina. E se non sempre ritorni com’eri pensaci, era il tuo obiettivo fare l’adulto, di quelli seri. E poi, cambia la preoccupazione ma il dì è sempre lavorativo e speri, e cadi in tentazione.
  7. Domenico S.

    A volte, di notte

    @AzarRudif Ciao, ho trovato la tua poesia molto suggestiva. Provo a immaginare da chi può essere stata narrata, forse da povere anime del Purgatorio? Molto suggestiva l'immagina di un'anima che dimentica paura e preoccupazioni per seguire la sua vera natura, e questo succede di notte. Bella anche l'immagine della memoria come ponte. Noi, in effetti, usiamo spesso la nostra memoria per andare in parti che normalmente non potremmo visitare. Questo accade anche per la fantasia (citata nel tuoi versi.). In questo viaggio della memoria di quest'anima che io, arbitrariamente, ho attribuito al Purgatorio, si va indietro a un tempo in cui si pensava e si viveva la vita. No, mi sbaglio, non siamo in ambito cristiano, ma pagano. Queste ombre mi ricordano l'Ade della Grecia antica. Il falò richiama di nuovo l'immagine, che per qualche motivo la tua poesia mi trasmette, di anime come fiammelle, in quanto tale facilmente trasportabili dal vento. Tutto ciò può avvenire soltanto di notte: il sole cancella queste ombre che tu hai così efficacemente descritto nella poesia. Un'unica osservazione critica: non sono convinto che usare termini desueti sia vincente. Capisco il tentativo di "antichizzare" la poesia, ma io proverei con un linguaggio più contemporaneo. Comunque, la poesia m'è piaciuta, complimenti.
  8. Domenico S.

    Telepatia

    @Alessiomantelli Ciao, ti ringrazio per le utili correzioni. Il racconto sinceramente non è dei miei migliori, avevo l'impressione andasse un po' a vuoto. Ti ringrazio per avermela confermata!
  9. Domenico S.

    Guermantes

    Commento a "Non danzeremo al solstizio d'estate" di Nightafter Ci sono molti modi di dire addio fra tutti il silenzio lascia un retrogusto di speranza. Ricordo che eri forte a biliardo e la birra ti piaceva un casino. I capelli corti, il rock che ascoltavi correndo, freccia fucsia, mentre io, in riva al fiume cercavo il senso della vita. Poi t’ho riciclata in molte donne, volti, parole e non era male stare insieme a te continuare a parlarti. Dalla parte di Guermantes trovi solo i volti e le parole, pronunciate a fatica.
  10. Domenico S.

    [LP11]- Fuori Contest - Non danzeremo al solstizio d’estate

    @Nightafter Ciao, la poesia è molto suggestiva, mi ha dato un senso come di ricamato, di intessere qualcosa di prezioso, ma forse sono soprattutto influenzato dal terzo verso. Nella poesia c'è un graduale passaggio dalla luce all'ombra, molto bene amministrato. Questa poesia mi fa pensare a qualcosa come un amore estivo presto interrotto. Ha qualcosa di sensuale, ma non è volgare. Per quanto riguarda la mia (limitata) cultura mi ha fatto tornare in mente il Cantico dei cantici della Bibbia. Certo, a differenza che nel testo biblico, che parla dell'incontro fra due sposi, qui abbiamo qualcosa di molto più fugace, di meno eterno. Da qui il passaggio graduale verso l'ombra, da qui quel verso "non danzeremo ancora al solstizio d'estate." Non mi è piaciuta molto l'immagine del "vecchio senza senno che coglie fiori recisi." Non so spiegarti il perché, ma non la trovo particolarmente indovinata. Forse puoi sforzarti di creare un'immagine maggiormente interessante. Forse anche il volo della libellula non è particolarmente interessante, ma nel complesso della poesia ci sta. Spero di esserti stato utile e ti saluto.
  11. Domenico S.

    Frodo Baggins

    Commento a "Dove sono adesso le strilla e le urla?" di Lorenzo G A volte la parete che ho di fronte, quando medito assume una tonalità rosa. Non so se dipenda dalla luce o dal mio sguardo trasformato dalla meditazione. Dopo la pandemia mi sento come Frodo Baggins di ritorno dal monte Fato. Onde d’angoscia salgono e scendono a cadenza regolare come le maree. Mi sento ferito a morte e spero in una guarigione meno drastica dei Rifugi oscuri. Chi ha letto il libro capirà.
  12. Domenico S.

    Frodo Baggins

    @Soir Bleue Comunque non scrivo di getto al computer, ma uso un taccuino. Il riferimento a Tolkien era per comunicare un sentimento che penso di avere in comune con chi possa avere intenso il libro, non era per risultare colto. Era per comunicare. Però ti ringrazio per la tua voce critica e ti invito a commentare le prossime poesie che posterò, se avrai voglia, così che potrò capire se sono migliorato dal punto di vista delle critiche che giustamente mi poni. Grazie ancora, un saluto.
  13. Domenico S.

    Frodo Baggins

    @Soir Bleue Ciao, rifletterò molto seriamente sul tuo commento, soprattutto chiedendomi cosa è e non è poetico. Onestamente scrivo poesia da molto poco, e mi rendo conto di avere molte limitazioni. Comunque sono qui per imparare. Ti ringrazio per avermi dato molto su cui pensare. Un saluto.
  14. Domenico S.

    [MI 137] Imma è di Dio?

    @Ippolita2018 sfondi una porta aperta con questa bellissima storia vocazionale.
  15. Domenico S.

    Renacido

    E' un pensiero molto bello, mi è piaciuto. Bravo. Racconto breve e sensuale. Hai proprio voluto "mostrarci" questa donna e insieme il sentimento del protagonista, qualcosa fra l'amore (ma, viene da domandarci, è un amore reale? Platone ci invitava a diffidarci per l'amore per i corpi... detto ciò, io non sono mai riuscito ad accogliere il suo suggerimento!) e la passione, il desiderio. Hai correttamente e pudicamente mostrato molto, ma altrettanto hai nascosto. Verrebbe da chiedersi: ma chi è questa donna-romanzo di cui il protagonista è tanto innamorato? E' solo un corpo, o c'è di più? Nel momento in cui facciamo muovere i nostri personaggi, tramite l'azione e il dialogo, scopriamo sempre di più sul mistero che contengono. Se posso permettermi una critica a questo bel racconto, direi che forse avrei fatto parlare, anche per poche battute, la protagonista. Per avere anche un'idea della sua anima. Ma questa è solo una piccola critica senza importanza... il racconto è sicuramente riuscito, saporito, pieno di immagini indovinate e concetti interessanti, come quello che ho riportato nella citazione. Interessante il verbo "rinascere" associato al bacio, al contatto d'amore. Mi chiedo però cosa succederà nel dopo di questo amore che forse è soltanto all'inizio. L'amore è sempre bello all'inizio, ma poi va vissuto giorno nel giorno, come si affievolisce la passione. Un saluto.
  16. Domenico S.

    La controfigura

    Commento a "La puntura" di Kasimiro Era quasi uguale, ma gli mancava il neo. Altrimenti, sarebbe stato identico. Guardandosi allo specchio del camerino, la controfigura studiò quei lineamenti che gli davano da vivere. Per lui il viso era una parte del corpo importante. Se qualcuno, per caso, lo avesse sfregiato, sarebbe rimasto disoccupato. Non sapeva fare nient’altro, a parte essere uguale a quell’attore famoso. La controfigura della protagonista gli lanciò un asciugamano. Lui la giudicava perfino più carina dell’attrice. Era più giovane. Avevano una scena di sesso. Un tempo ne era imbarazzato, ma ormai aveva fatto l’abitudine. La controfigura asciugò i capelli neri, tinti di grigio per somigliare di più all’attore. Se avesse avuto il suo neo, sarebbe stato lui. Avrebbe potuto recitare al suo posto? Aveva il talento? La controfigura dell’attrice si spogliò. Rimase in lingerie. Poi, indossò un accappatoio bianco. L’aiuto-regista entrò in camerino: «Tocca a voi.» Quel giorno gli attori principali erano via. Solo controfigure e comparse. Una scena rapida, un un po’ spinta, come ne erano state girate a decine da quella casa di produzione. Qualcosa da mettere in mezzo al film per non far addormentare gli spettatori. La controfigura finì di truccarsi, anche se il suo volto non sarebbe apparso nella scena. Solo la nuca, la schiena muscolosa, i glutei. «Sei nervoso?» gli chiese la partner. «Perché dovrei?» Fecero la loro scena. La provarono due volte. Fece un’altra doccia, salutò i colleghi e andò a prendere il suo motorino. «Ma tu, sei… ?» Le persone fuori dagli studi cinematografici si aspettavano sempre di imbattersi in un attore famoso. Di solito chiariva l’equivoco, ma quel giorno non volle deluderli. Autografi. Una paio di foto. Forse si accorsero che non era l’originale, ma finsero di niente. Infilò il casco. Doveva prendere il pane e le pappette del piccolo. La moglie gli scrisse anche di comprare l’aglio. Voleva fare gli spaghetti con l’olio e il peperoncino. Dopo la spesa, si fermò a un bar di attori per bere qualcosa di fretta. Aveva lavorato tutto il giorno, pensava di meritarlo. «Gay» gli disse mettendogli una mano sulla nuca. Si sedette al suo fianco. Per uno scherzo del destino, erano entrambi vestiti con jeans e giacca di pelle marrone. Praticamente indistinguibili, a parte il neo. «Com’è andata?» chiese l’attore famoso, afferrando la sua bottiglia di birra. «Ho fatto del mio meglio.» «Com’era lei?» Fecero cin. «Sexy.» «L’ho sentito dire.» «Offro io» disse la controfigura. «Non essere ridicolo» rispose l’attore famoso. Ogni volta lo trattava così. Dall’alto in basso. E, offriva sempre lui, per puntualizzare che guadagnava di più. La controfigura glielo lasciava fare. Non era particolarmente orgogliosa. Le pappette costano. «Se vuoi ho una parte per te» disse l’attore. «Per il prossimo film?» «È una sit-com. Non hanno bisogno esattamente dell’attore famoso, ma di un suo sosia. In pratica, dovresti recitare la parte del mio sosia.» «Sembra fico» disse lui. «Dico al mio agente di sentire il tuo.» «Fico. Una sit-com» disse, finendo la sua birra. Tornò in sella alla moto, con la borsa della spesa fra le gambe. Poiché era un attore, ed era sempre coinvolto in quelle scene un po’ hot, gli amici pensavano che andasse a letto con un sacco di attrici. A lui questo dava fastidio, perché non era vero. Si guardò nello specchietto. Passò una mano dove mancava il neo. «La mia vita sarebbe stata diversa, se non ti avessi incontrata.» «Sì, come sarebbe stata?» «Migliore.» La controfigura e la protagonista della sit-com rimasero in silenzio. Gli autori avevano inserito nel copione, fra parentesi quadre: “risate, applausi.” Sarebbero state aggiunte in seguito. In teoria, era la battuta migliore dell’episodio. Guardò la donna di fronte a lei. Recitava una single nevrotica, che cambiava un fidanzato diverso in ogni puntata e non riusciva a tenersene uno. Era il leitmotiv della serie. In quell’episodio, coronava il sogno a lungo serbato di amare l’attore famoso, quello col neo, con un suo sosia. Però lo costringeva a rifare tutte le battute e le scene più famose dei film, portandolo all’esasperazione. Come alla fine di ogni puntata, era piantata in asso. Nel nuovo episodio, un nuovo amore. Finita la scena, andarono al catering. «Dubito che ci sarà una seconda stagione» disse la ragazza. Era carina. Bassina, con grandi occhi azzurri. Al contrario del suo personaggio sembrava calma, posata, sicura di sé. «A mia moglie la serie piace. Era molto contenta quando ha saputo che avevo una parte.» «Dev’essere una dei pochi che la guarda.» «Questa puntata non è male.» «No, è una delle migliori. Peccato che gli autori non siano sempre così ispirati. Com’è recitare con Martin?» «Non è che recito propriamente…» disse la controfigura. «Non ti dovresti svilire. Il cinema è un’impresa corale. Ognuno è importante.» «È un po’ burbero. Non gli piace perdere tempo.» «Credo che i grandi siano tutti così. Darei un occhio per recitare con lui.» «Magari accadrà.» La ragazza sorrise. Era chiaro come non volesse svelarlo, ma in fondo al cuore era convinta che avrebbe avuto una grande carriera, che avrebbe girato con Martin e tanti altri. «Penso sia meglio vivere alla giornata» disse lei. Ancora un paio di scene, un paio di battute che in teoria provocavano scrosci di risa, e l’attore fu congedato. Gli diedero come regalo un cestino. Spumante, datteri, biscotti, cioccolatini. La foto del cast al gran completo, firmata. Sua moglie la avrebbe incorniciata. «Secondo me sei meglio dell’originale» disse la moglie, abbracciandolo, baciandolo. «Come sta il pupo?» «Sta dormendo.» «Mi hanno dato questo.» «Uao. Datteri, ne vanno matta. Questi sono boeri?» «Credo di sì.» Lasciò il cesto sul tavolo della cucina. Si specchiò nella finestra. Si chiese se non fosse ossessionato dal suo aspetto fisico. In fondo, era quello a dargli da vivere. «Cosa ti va per cena?» «Detesto quando mi fai questa domanda. Che ne so, che c’è in frigo?» «Posso scongelare le bistecche.» Bistecche e birra gelata. Non male. Aveva lavorato tutto il giorno, si meritava un premio «Le bistecche vanno bene.» Andò dal pupo. Dormiva, beato. Tutti dicevano che aveva gli occhi della madre e il naso del padre, ma a suo parere era ancora troppo presto per stabilire a chi somigliava. Le sigarette erano nel cassetto del comodino della stanza da letto. Ne fumava un paio, di sera, per rilassarsi. Si diceva (senza riuscire a convincersi del tutto) che due al giorno non potevano creare un gran danno. A cena parlarono con la moglie del suo ultimo ruolo. «Credo sia stato l’apice della mia carriera» disse lui, sorridendo. La moglie rise. «Sai cosa mi piace di te?» «Tutto, spero.» «No. Mi piace che sei umile. Gli attori non sono così. Vogliono il loro nome scritto in grande sulle locandine. Tu invece fai la tua parte e torni a casa a goderti il tepore domestico. Sei umile, saggio.» «Non l’ho mai vista in questo modo.» «Alla fine è lavoro, no? Che importa se sei famosissimo o meno. Torni a casa, dalla tua amata moglie che ti prepara le bistecche, dài un bacio al pupo. Mi piacerebbe tu smettessi di fumare, però. Non ti dovrebbe essere tanto difficile.» L’attore sospirò. «A te com’è andata la giornata?» «Solito tran-tran.» «Perciò è questo il senso della vita? È tutto qui?» «Grossomodo.» «Vorrei vedere un film. Di quelli buoni.» «Bravo. Va’ a cercarlo, nel frattempo faccio mangiare il pupo.» Mentre scorreva i titoli sul computer, evitando quelli in cui aveva recitato lui, pensò a quella volta che aveva lavorato col grande Martin. Era stato qualcosa di speciale? Aveva detto all’attrice che era un po’ burbero, ma in verità trattava gli attori malissimo. Dopo una scena aveva inveito contro di lui per un quarto d’ora, fin quasi a portarlo a piangere. Anche lui era un artista. Era sensibile. Certo, i film di Martin erano magnifici. Si chiedeva se ne valesse la pena, dopo tutto. Scelse una commedia brillante. Voleva ridere. Qualcosa lo preoccupava, ma non sapeva cosa. Qualcosa gli sfuggiva. Si passò la mano sul solito punto del volto.
  17. Domenico S.

    La controfigura

    @Pincopalla Ciao, sono contento il racconto ti sia piaciuto e ti ringrazio per le utili correzioni. Il passaggio da "controfigura" a "marito/padre" non è del tutto conscio, ma in effetti è un aspetto interessante del racconto. Onestamente non prevedo un seguito per questa storia, ma non si può mai dire. Grazie del passaggio, un saluto.
  18. Domenico S.

    Frodo Baggins

    @AzarRudif Ti ringrazio per il commento e per gli utili suggerimenti, ci penserò su. Forse l'immagine della parete, in effetti, andrebbe esplorata meglio. Un saluto! @Floriana Ciao, grazie per il commento. Sono felice la poesia ti sia piaciuta. Il riferimento è proprio al protagonista del libro di Tolkien "Il signore degli anelli." Un saluto!
  19. Domenico S.

    Dove sono adesso le strilla e le urla?

    @LorenzoG Ciao Lorenzo, il componimento mi è piaciuto molto. Intanto si parla di un capovolgimento che prima è fisico, ma poi diventa concettuale: il figlio che si rende conto come il padre ha attraversato gli stessi momenti di dolore. Ho trovato l'efficace la struttura, con versi liberi che tendono all'endecasillabo, e nell'ultimo verso, al settenario. Molto bello il verso "le strilla e le urla? Ho perduto tempo" che è diviso esattamente in due tronconi e introduce la parte finale della poesia. Il linguaggio è semplice, asciutto, e lascia intravedere un'abitudine alla lettura che è sempre necessaria per un poeta. Non sono del tutto convinto da quel "sbriciolarmi" nel pianto. Capisco che hai voluto trovare un'immagine non abituale, però qualcosa come "sciogliermi" nel pianto, anche se effettivamente più banale, secondo me sarebbe stato più appropriato. Infatti la poesia ha un andamento originale, riuscito, non ha bisogno di stupire perché è già di per sé efficace. Molto bello il passaggio del padre dal sorriso e lo strazio. Essendo più grande, un uomo che ha visto e conosciuto il dolore, immagino ponga una maschera di gioia al figlio, ma che nasconde un velo di malinconia. Davvero un bel componimento, complimenti, continua così!
  20. Domenico S.

    La conversazione

    Commento a "Arija" di Ljuset Prese dal cassetto della scrivania la bottiglia di vodka e tre bicchieri. Li versò senza chiedere se ne avessimo voglia. Ci sembrava che uno stato di sbronza pressoché costante fosse parte essenziale del nostro lavoro, se non dell’etica del lavoro, perciò non facemmo una piega. Il mio bicchiere era macchiato di rossetto sul bordo. Facemmo cin, lo girai e bevvi dalla parte (grossomodo) pulita. «Vi piacciono le barzellette?» chiese il vice-questore. «Stai per raccontarne una?» risposi. Era inteso, fra me e il fotografo, che io facessi le domande. «Se vi piacciono le barzellette…» continuò l’uomo, col suo accento pesante quanto i baffi e un inglese formalmente corretto, per quanto elementare «allora questa vi farà impazzire.» Vuotò di colpo il bicchiere, quindi ne versò un altro. Rabboccò anche i nostri, sempre senza chiedere. Aveva il volto gonfio e gli occhi iniettati di rosso dell’alcolizzato. «Che paese, l’America» continuò. «Ci sono stato vent’anni fa. Viaggiavo come un uomo d’affari, ma in realtà ero una spia. Sapete cosa mi ha colpito?» «Cosa?» «Le librerie. Tutti quei libri in bella vista, a portata di mano, pieni di ogni sorta di idee. Autori che da noi era censurati e letti sottobanco potevano essere comprati per pochi dollari, o addirittura letti gratuitamente nelle biblioteche. Incredibile. Non vi rendete conto della vostra fortuna.» «Le persone non danno tanto importanza ai libri.» «Sbagliano» disse l’uomo, agitando l’indice di fronte al nostro viso. «Comunque, non stavo divagando. Sono vecchio, ma non ho ancora cominciato a blaterare» ci disse, come se la vodka e i baffoni grigi potessero farci pensare il contrario. «Siamo qui per parlare di uno scrittore» risposi, per venire subito in suo soccorso. Per dire che aveva conquistato la nostra attenzione, se non la nostra stima. «Esatto. Uno scrittore. Se chiedete a me, non uno di prima grandezza. Sapete come distinguo quelli bravi dal resto della massa?» «No, ma vorrei saperlo.» Anch’io, come ogni giornalista, ho un romanzo nel cassetto. «La fretta. Vedete, dalle informazioni che ho raccolto su di lui, e sono esatte, perché so fare il mio lavoro…» Entrambi annuimmo. Nessuno pensò per un attimo che quel funzionario di quella sperduta dittatura post-sovietica fosse meno che competente, nonostante l’alito pesante, gli occhi rossi, la parlata trascinata. «Dalle informazioni che ho su di lui, ho capito che aveva molta fretta di arrivare. Sapete, vendere tante copie. Avere il mondo ai suoi piedi. Donne, soprattutto. Gloria, onori, soldi. E donne.» Ci guardò, come a dire. Sappiamo tutti come gira il mondo. Sospirò. «Forse aveva anche talento. Non so. Ho letto tutto quello che ha scritto, su quel maledetto blog. Probabilmente neanche lui prevedeva che avrebbe avuto tanto successo. Ci sperava, sì. Ma come faceva a saperlo? Se lo avesse previsto….» Il funzionario picchiò sulla scrivania col bicchiere. «Forse non l’avrebbe fatto. Si sarebbe limitato a insegnare. A condurre la sua piccola vita. O forse no, alcune persone hanno le vocazione per diventare santi. Martiri. Eroi. È per quello che siete qui, giusto? Volete la storia di un santo.» «Siamo qui soltanto per scrivere la verità» dissi io, cercando di mettere insieme tutta la professionalità che mi permetteva il secondo bicchiere di vodka. «La verità…» disse lui, sorridendo mestamente. «Che cos’è la verità?» Nessuno di noi rispose. «Però aveva un tocco, questo lo devo riconoscere. Sapeva rendere bene le piccole situazioni d’assurdo che le politiche dello stato creavano nel quotidiano. Penso che in fondo la gente lo leggesse per questo tocco, per queste sue piccole divagazioni, rispetto alle lunghe invettive contro il nostro regime. Ma anche voi avete letto i suoi articoli. Sapete di cosa sto parlando.» Né io, né il fotografo conoscevamo la lingua di quella piccola repubblica post-sovietica, e in realtà non avevamo letto una riga del soggetto in questione. Anziché ammetterlo, dissi: «Ci faresti un esempio?» I suoi occhi s’illanguidirono. «Sapete, prima di fare lo scrittore era un insegnante di scuola. Raccontava di come un giorno spiegava un episodio ai suoi studenti, e il giorno dopo doveva rimangiarsi tutto. Perché nel frattempo la storia era cambiata. Il regime aveva deciso di cambiare la storie e aveva mandato a tutti gli istituti dei piccoli ritagli da attaccare sui libri, e lui era stato costretto a passare la notte con la colla ad appiccicarli.» «Orwell.». «Orwell era inglese. Scriveva favole. Questi sono fatti» rispose l’uomo. «Però, se chiedete a me, fu più il desiderio di fama a spingerlo a scrivere. Per questo, quando nella vostra storia direte che era un santo, un martire, un eroe, non dimenticate che quanto lo spingeva era questo: era un maestro di scuola squattrinato e le donne non se lo filavano.» Presi un appunto. Era un’angolazione che avrei messo nel mio reportage. A pochi ormai piacciono le storie della luce contro le tenebre. Un po’ di chiaroscuro è necessario. «Ma voi, lo so, non siete qui per questo.» «Siamo qui perché lei ci ha convocati» dissi. In effetti, era stata un’autentica sorpresa. Ed era spiazzante vedere un funzionario del regime che parlava in modo così schietto con dei giornalisti stranieri. Prima di partire, ci avevano avvisato che saremmo stati visti e trattati alla stregua di spie. Che ci avrebbero controllati, sorvegliati, pedinati. Che ci saremmo imbattuti in una fitta coltre di menzogne prima di arrivare alla… verità. Se mai ci saremmo giunti. Invece, quel funzionario stava dicendo tutto quello che noi volevamo sapere, e anche di più. Perché? Si stropicciò gli occhi. Dopo un attimo di indecisione, versò un altro sorso di vodka, meno generoso del precedente. «Continuo a vederlo» disse. «Cosa intende?» «Su quella scalinata del tribunale. Afflosciato per terra. Crivellato di colpi. Continuo a vederlo. Nella mia carriera non sono mancati i cadaveri. Alcuni in condizioni orribili. Ma nessuno mi ha fatto impressione come lui. Era giovane… molto giovane. Ventitré anni. Ed è stato ucciso sul sagrato del luogo di giustizia. Questo mi ha colpito, più di tutto. Fucilato sui gradini del tribunale.» «Lei crede nella giustizia?» Cominciò a ridere sommessamente. «Giustizia. Verità.» Non riuscimmo a capire se stesse liquidando queste grandi parole come sciocchezze infantili, o se forse rimpiangesse un tempo in cui ci aveva creduto. «Affidarono a me l’indagine» continuò. «Il mio capo mi convocò nell’ufficio. Sapete, lui è un uomo serio. Dotato di un forte senso di autodisciplina. Qui tutto fila liscio e preciso, come un orologio.» «C’è un senso d’ordine da queste parti.» «Ordine. Esatto. Finalmente hai detto la parola giusta. Vedete, l’ordine è qualcosa di tangibile. Qualcosa che uno può vedere, toccare, respirare. Verità, giustizia…» Un altro sorso di vodka. «Comunque, affidarono l’indagine a me. Io ormai sono quasi in pensione. Sono un vecchio arnese, un uomo stanco, che aspetta solo il momento in cui potrà passare le sue giornata al divano davanti alla televisione, in compagnia di una di queste» disse, carezzando la bottiglia. «Perché pensate me la diedero proprio a me?» chiese. «Perché a nessuno interessava trovare il colpevole» m’azzardai a rispondere. Lui sorrise. «Questa, come vi dicevo dall’inizio, è una barzelletta. Beh, se quelle erano le intenzioni del mio capo, devo dire che si sbagliava. Il blog di questo scrittore… vedete, io lo seguivo. Lo leggevo. Da molto tempo, da ben prima che venisse ucciso.» «Credeva nelle sue idee?» «Lei crede nella verità e nella giustizia?» Il mio fotografo sembrò per un attimo voler dire qualcosa, ma poi rimase in silenzio. «Ci credo» dissi, deglutendo. Forse stavo mentendo a me stesso. Nel mio mestiere non facevo altro che incontrare falsità e soprusi. «Beh, io un tempo ci credevo. All’inizio. Quando tutto quello che qui abbiamo messo in piedi… sembrava avesse un senso. Che davvero avremmo creato un paese migliore. Per noi, per i nostri figli. Invece, come sempre succede, ha prevalso soltanto il bisogno dell’ordine.» Tutti sapevamo cosa succedeva da quelle parti. Era la parte sottaciuta, eppure più importante della nostra conversazione. Quel parlare di giustizia e verità, comunque, mi aveva dato coraggio. O forse era stata la vodka. «Lei ha detto d’aver visto cadaveri di ogni tipo.» «Sì.» «Ha mai visto uno dei campi di concentramento?» «Prigioni. Tutti i paesi ne hanno. Anche in America, vero?» Capii che non voleva affrontare quel discorso. Decisi di tornare all’argomento principale. «Lei perciò conosceva già questo scrittore, prima che morisse.» «Leggevo i suoi articoli.» «E le piacevano?» «Il fatto» disse il vice-questore, stropicciandosi gli occhi «che anch’io ho un forte senso di disciplina. Un forte senso del dovere. E, invecchiando, amo sempre più l’ordine.» «Cosa sta cercando di dirmi?» «Fui io a segnalarli al mio capo. Feci un bel dossier cartaceo, lui non ha mai amato troppo il computer.» «Perché ci sta dicendo tutto questo?» «Abbiamo grandi boschi di betulle, nel nostro paese» continuò l’uomo, stropicciandosi di nuovo gli occhi. «Maestosi. Luminosi. Prima che voi partiate, vi consiglio di chiedere ai vostri accompagnatori di visitarli. Non potete partire senza aver visto questa meraviglia nazionale.» Sia io che il mio fotografo capimmo che non stava divagando. Presto sarebbe arrivato al punto. «Pieni di selvaggina. Magnifica selvaggina. Sapete, non sono mai stato appassionato di caccia, ma ho dovuto cominciare per motivi di carriera. Il mio capo va ogni fine settimana.» «E lei va con lui?» «Esatto.» «Ogni settimana.» «L’ultima volta proprio questa domenica. È andata molto bene. Tante lepri. Abbiamo risparmiato un cerbiatto. Abbiamo il cuore tenero, in fondo.» «Eravate solo lei e il suo capo?» «Sì. È stata una fortuna, perché ho potuto svolgere inosservato la mia indagine.» «La sua indagine?» L’uomo sbatté con una certa forza il pugno sul tavolo. «Sono un buon detective. Forse non appariscente come quello dei vostri film, ma so fare il mio lavoro. So fare due più due. In questo caso, poi è stato facile. Mi è bastato raccogliere due bossoli.» «Quelli del fucile da caccia del suo capo.» «Esatto. Lei è un uomo intelligente. Sono contento che racconterà la storia.» «Immagino che i bossoli combaciassero.» «Racconterà la storia? Dirà la verità?» disse, con occhi supplicanti, quasi in lacrime. «La sua storia sarà letta da metà del pianeta.» «Bene» disse, rincuorato. Mise nel cassetto la bottiglia di vodka. «Perché ce l’ha raccontata?» «Ormai sono quasi in pensione. Cosa volete che cambi?» «Anche qui avete le prigioni.» «Non andrò in nessuno di quei luoghi, non si preoccupi» disse. Finalmente intervenne il mio fotografo. «Vorrei farle un ritratto» disse. «Certo» fece lui. «Non sono un uomo privo di vanità, non mi spiace che la mia foto sia vista da metà del pianeta.» Si alzò. Si lisciò l’abito e i baffi. Poi disse: «Aspettate.» Andò a un alto armadietto metallico, lo aprì e prese il fucile. «Una bella foto da macho, come va di moda da queste parti.» Il fotografo scattò il ritratto, col fucile in mano. L’uomo sorrideva. «Bene, bene» disse, sedendosi di nuovo alla scrivania. Poggiò il fucile al suo fianco. «Ho risolto qualcuno dei vostri dubbi?» «Ho molto da scrivere» dissi, guardando i miei appunti. «Mi metterò subito all’opera.» «Che paese, l’America» disse. «Quelle magnifiche librerie…» Lasciammo l’ufficio. Dopo pochi passi in corridoio, sentimmo partire il colpo.
  21. Domenico S.

    La conversazione

    @Robert Wilhelm Ciao, ti ringrazio per la tua analisi, molto tecnica è precisa. Sicuramente alle mie storie manca il "quid" di cui parli, ma cerco di fare del mio meglio date le mie limitazioni... sono contento che tu abbia notato come il mio stile sia tendenzialmente parattatico. E' qualcosa di cui sono (vanitosamente) orgoglioso. Sarebbe carino un giorno vedere un film tratto da quanto scrivo! Ahimè, temo sia molto difficile. Comunque ti ringrazio davvero per il commento, è stato utile. Vedo che sei nuovo sul forum. Ti do il benvenuto e ti invito a commentare molto spesso, farai felici tanti utenti con la tua ottima capacità d'analisi. A presto!
  22. Domenico S.

    La controfigura

    @Josef K. Ciao, ti ringrazio per il commento. Penserò se togliere lo "spiegone," in effetti forse è esagerato. Sono contento che il racconto ti sia sembrato carino. Un saluto, alla prossima!
  23. Domenico S.

    La puntura

    @Kasimiro Ciao, racconto molto arguto e divertente. Intanto, hai una buona padronanza dell'arte di scrivere dialoghi, che a mio avviso è sempre una dota importante per uno scrittore. La tua scrittura ha un gusto molto contemporaneo, che si rifà, per il gusto delle divagazioni, credo a Sterne. Ma la modalità di pensiero "random" è tipico della mente dei nostri giorni. Non ho particolari critiche da fare al racconto, mi sembra che la personalità dei protagonisti sia ben delineata tramite il loro modo di parlare e trovo vincente l'idea di evitare una noiosa cornice descrittiva. Ho trovato delizioso il fatto che tutto questo dialogo si sviluppi su qualcosa così piccolo, eppure importante, come la puntura. Qualcosa che in effetti teniamo tutti e da cui possono scaturire esisti irresistibilmente umoristici, come nel tuo racconto. Ti invito a continuare così, con questa verve molto fresca e attuale. Un saluto.
  24. Domenico S.

    Fughe

    Commento a "Il concerto della vita" di Edotarg Inseguire una maggiore sensibilità va da sé, porta dolore. Quando arrivi al traguardo la ricompensa è il pianto. E la vita è sempre più breve se ti volti perdi ma camminando perdoni. E se non segui la strada che porti alla fine vai verso punti cardinali ignoti. Ricordo molto bene quando insieme abbiamo riso e trasmettendoci amore per il fatto che eravamo insieme aprivamo vino bianco. Eri bravo a cucinare il pesce, così ti regalai un coltello per sfilettare. Ridendo, dicesti che era un regalo da casalinga. Mi spiacque deluderti. Poi ho camminato coi fantasmi anziché gli enti reali e sentivo l’amore affievolirsi. Solo la realtà lo rianima. Comprare i biglietti d’aereo per tornare a stare vicini. Ma fa anche male, perché insieme andiamo alla valle del pianto. Ridendo e piangendo.
  25. Domenico S.

    Fughe

    @Solitèr Ciao Soliter, sono contento che la vita ti sia piaciuta. Se il pensiero ti sembra in alcuni punti poco chiaro, è perché alcune cose sono ancora poco chiare a me stesso. Sono un uomo relativamente giovane, ho ancora tanto da capire sulla vita! La poesia comunque (e i vostri commenti) mi aiutano a riflettere. In effetti la poesia è divisa in due parti, una filosofica e l'altre che riguarda esperienze di vita. Nella mia idea, le due parti dovevano collegarsi nella terza strofa, ma tu mi segnali che non è avvenuto. Penserò a come rivederla in seguito al tuo utile commento. Ti ringrazio. @Floriana Ciao Floriana, sono contento che nel complesso la poesia ti sia piaciuta. Effettivamente, forse gli ultimi quattro versi sono un po' pesanti, la poesia potrebbe fermarsi tranquillamente ai biglietti d'aereo e probabilmente sarebbe meglio. Rifletterò su quanto mi hai detto, anche sulla scansione delle strofe. Un caro saluto.
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