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Domenico S.

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  1. Domenico S.

    Albicocche

    @Solitèr ciao ti ringrazio per l'approfondito commento. Penserò a come rendere la trama della poesia più chiara ed esplicita. Rifletterò su quanto hai scritto. Grazie.
  2. Domenico S.

    Albicocche

    @Solitèr ciao, sono contento che la poesia ti sia piaciuta. Grazie dell'osservazione sul titolo, ci penserò. Mi spiace averti tratto in inganno! Saluti.
  3. Domenico S.

    Oltre il molo

    È un processo che va per tentativi, ma troverai un equilibrio. Un saluto, @GiuliaShumaniTutanka
  4. Domenico S.

    Aurora (2)

    Commento a "Oltre il molo" di GiuliaShumaniTutanka Francesca era una docente di letteratura francese che si credeva un gatto, mentre Marco era un poeta e sbarcava il lunario come copywriter. Entrambi avevano passato da poco la trentina, erano sposati da cinque anni e non potevano avere figli. Avevano cominciato le pratiche per l’adozione, ma erano molto indietro nelle liste d’attesa. Avevano trovato un equilibrio nella loro esistenza e, in fondo al cuore, avevano rinunciato all’idea di avere una prole. Si dicevano, anzi, che un figlio avrebbe turbato la quiete della loro vita. «Vorrei saper rendere l’ultravioletto a parole.» «Schh…» Francesca porse la tazza di caffè al marito. Lo abbracciò. Erano sul balcone del loro condominio di periferia. Guardavano l’alba. «Dormiamo sempre meno» fece lui. «Stiamo invecchiando.» «Ho solo trentatré anni.» «Età difficile per un cristiano.» Come sempre, nella bocca di Francesca l’aggettivo contenne una lieve sfumatura ironica. La donna andò nel letto per stiracchiarsi. Disse anche «miao», anche se Marco non poteva sentirla. Gli piaceva quando faceva il gatto. Ma lei non lo faceva, lo era. Non dava spettacolo per gli altri, ma solo per l’intrinseca soddisfazione di dare sfogo al proprio essere. Mario finì di bere il caffè. Non era in vena di scrivere. Che fare? Forse la condotta migliore era rimettersi a letto e cercare di regolare il suo respiro su quello regolare di Francesca. «So che avete avuto ottime recensioni su Tripadvisor» mormorò la donna. Stava avendo il suo sogno ricorrente. Dio si presentava a lei e le chiedeva la sua opinione sul mondo da Lui creato. «Avrei messo più gatti» aggiunse, continuando a rigirarsi. Ogni tanto Marco le chiedeva se ne dovessero prendere uno, ma lei diceva che sarebbe stata terribilmente gelosa e che era sufficiente lei per casa. Non si vedevano gatti, né figli in arrivo nel loro ménage. «Le persone perlopiù erano terribili» concluse la donna, mentre Marco decise di costringersi a versificare. Avrebbe poi rimpianto di non aver sfruttato quelle ore fra il risveglio e l’ufficio. Andò nello studio. Quando avevano preso la casa, avevano pensato che sarebbe stata la stanza di loro figlio. Avevano una grande scrivania dove lavoravano in perfetto e silenzioso accordo. Scrivevano, traducevano, sfogliavano libri. In quel periodo, Francesco stava scrivendo poesie sulla tribù nativo-americana dei navajos. Sentiva che l’argomento era fuori dalle corde della sua poesia intimistica, ma una notte un indiano gli era apparso in sogno e gli aveva chiesto di farlo. Marco non credeva nel subconscio e attribuiva molta importanza ai sogni. Francesca lo prendeva in giro per quel motivo. Lei era più moderna. Non riteneva il Novecento fosse stato un errore. Come si fa a scrivere dei navajos senza essere uno di loro? Era convinto che questo popolo avesse già un poeta laureato. Perché proprio lui? Scrisse e riscrisse il primo verso. «Fra un po’ ti uscirà il fumo dalle orecchie» disse Francesca, affacciandosi alla porta. «Vieni di là, ti faccio un toast.» Marco obbedì volentieri. Tanto non stava andando da nessuna parte. Si sedette al tavolo della cucina, mentre Francesca armeggiava col tostapane. «Non ho combinato niente di buono» si lamentò lui, sbadigliando. «Dovresti scrivere d’altro.» «Non ho altre idee.» «Scrivine una su di me. Non lo fai da tanto.» «Continui a servirmi fagiolini lessi.» «È perché ti fanno bene.» «Un pollo colle patate potrebbe ispirarmi maggiormente». «Stiamo invecchiando. Dobbiamo bilanciare la nostra dieta.» «T’amo» disse Marco. Francesca non guidava. Marco la lascio in facoltà, quindi andò al lavoro. Quel giorno avevano un solo cliente, molto grosso e pressante. Non dava loro tempo di riflettere. «Come sta la professoressa?» chiese la solita collega alla macchinetta del caffè. «È una persona molto felice» disse Marco. «La invidio.» «Tu non sei felice?» «Forse quando avremo finito con questo cliente…» Durante la pausa pranzo, provò a scrivere qualche altro verso, ma quel giorno non ne voleva sapere. Probabilmente aveva ragione Francesca. Doveva cambiare argomento. Francesca risalì le scale del dipartimento per tornare in ufficio. Quando fu da sola, si stiracchiò nel suo modo felino. Solo Marco sapeva che era un gatto. Aveva cercato di nasconderlo, ma la sua natura era spontaneamente emersa quando si erano fatti le coccole per la prima volta. «Sei un gatto» aveva detto lui, sorpreso. «Meow» aveva risposto, strusciando il naso contro il suo petto. In quei giorni stava traducendo un saggio. Prese un dizionario consunto e si mise all’opera. Arrivò un messaggio di Marco. Diceva che erano stati contattati dall’assistente sociale. Dovevano recarsi da lei dopo il lavo. Non sapeva il motivo. “Dovremo firmare qualche scartoffia” gli rispose Francesca. Si fece seria. Si chiese se fosse d’umore troppo svagato. Dentro, si sentiva ancora una studentessa. «Avete detto che la vostra casa è adatta a un minore» disse l’assistente sociale, pulendosi gli occhiali col maglione. «Abbiamo una stanza in più» disse Francesca. «Ora c’è il nostro studio» disse Marco. La moglie lo fulminò con lo sguardo. «Abbiamo un lettino in cantina» mentì Francesca. «Possiamo preparare la stanza in un attimo.» «Si tratterebbe solo d’un affido. Sei mesi. Poi tornerà nella famiglia d’origine.» «Va bene» disse Francesca, prima ancora che Marco potesse dire nulla. Nel fine settimana, liberarono lo studio. Portarono nello scantinato scrivania e libri e comprarono una cameretta da bambina. Non parlarono durante tutta l’operazione. Si chiamava Aurora. Aveva cinque anni. «Vieni» disse Francesca, prendendola per mano. «Ti insegno a essere un gatto.»
  5. Domenico S.

    Oltre il molo

    @GiuliaShumaniTutanka Ah, l'amore. Poche cose (spiritualmente) fanno più male di un amore non corrisposto, di un amore finito, magari a seguito di un tradimento. Non sappiamo perché il protagonista sia in questo stato, quale sia la successione d'eventi che l'ha portato a un tale stato di disperazione. La narratrice ritiene sufficiente risucchiarci nel pieno della sua disperazione, e fa bene, e sceglie uno scenario marino, sicuramente sempre suggestivo. Ti confesso che lì per lì ero un po' perplesso dall'intensità del sentimento descritto, ma solo perché ora sono forse più anziano e (come dice quella bella canzone di Battiato) "mi dispero con ritardo." Immedesimandomi in un uomo più giovane, posso dire di aver avuto le stesse sensazioni, da te così ben descritte, e con la stessa intensità. Ho trovato intelligente la risoluzione del racconto. Il palloncino col nome dell'amato che deve volar via è solo un gesto, in sé poco meno di niente, ma è importante che il protagonista abbia "trovato" una persona che sia lì con lui. L'amicizia lenisce il dolore. La vita, con calma, può riprendere il suo abituale ritmo. Bel racconto. Una sola piccola critica: fornendoci maggiori dettagli, magari con un uso più esteso del dialogo, forse avresti potuto approfondire maggiormente le psicologie dei personaggi. Questo naturalmente non sempre è possibile in così poco spazio. Un saluto!
  6. Domenico S.

    Albicocche

    @Floriana Ciao, sono molto contento la poesia ti sia piaciuta. Ti ringrazio per i complimenti. Quando il narratore parla di "disegno intelligente" si riferisce alla teoria che le natura sia ordinata a un disegno di Dio. Se avessi voluto essere più esplicito, avrei dovuto dire che "Sei così bella che sembra Dio in persona ti abbia disegnata." Lei risponde, scherzosamente, che il creazionismo (la teoria del disegno intelligente) è fuori moda. Ora si creda a Darwin. Che noi, cioè, siamo frutto di un processo evolutivo. Per questo poi il narratore, sempre scherzosamente, dice che la bellezza della donna è un vantaggio evolutivo. Ovvero, qualcosa che è emerso per via della selezione della specie. Tutto il passaggio è volutamente scherzoso. Un saluto, Domenico
  7. Domenico S.

    "Il metodo Winnie" di Domenico Santoro

    @Ippolita2018 Grazie Ippolita sei sempre incoraggiante :-)
  8. Domenico S.

    "Il metodo Winnie" di Domenico Santoro

    Immagine di copertina: Titolo: Il metodo Winnie Autore: Domenico Santoro Casa editrice: Self-publishing ISBN: 1691800708 Data di pubblicazione: 28 maggio 2020 Prezzo: €1 digitale, €8 cartaceo Genere: Romanzo di formazione Pagine: 298 Quarta di copertina: Sisto Tristani, pelandrone cronico, vorrebbe fare il disegnatore di fumetti, ma è mandato all'università. Qui incontra il forbito Claudio Galanti e sua sorella Winnie Malerba, la poetessa lesbica più dispotica di tutti i tempi. Sisto e Winnie cominciano a lavorare a un fumetto. Winnie è piena di mistero: come mai ha un cognome diverso dal fratello? A cosa dobbiamo i suoi frequenti mal di testa? E soprattutto, perché vive nell'indigenza, nonostante provenga da una famiglia ricca? Neanche il tempo di rispondere a queste domande, che Winnie scompare. Sisto parte alla sua ricerca, in un viaggio che porterà il lettore in giro per l'Europa, da una comune hippy in Germania ai meandri di Londra. Link all'acquisto: https://www.amazon.it/s?k=il+metodo+winnie&__mk_it_IT=ÅMÅŽÕÑ&ref=nb_sb_noss
  9. Domenico S.

    Albicocche

    Commento a "Non sono capace di piangere" di Elisa Audino Al vederti, al mattino circondata dal giornale e da brioche all’albicocca ero tentato di credere nel disegno intelligente ed era un nuovo giorno con te, un giorno d’amore, promettente e croccante come quella brioche. «Sciocco» rispondesti «in società non si porta più parlare di creazionismo.» Perciò riflettei sugli occhi tondi, la chioma, gli occhi, il naso il tuo vantaggio evolutivo. All’epoca avevamo un terrazzino e il mondo appariva e scompariva.
  10. Domenico S.

    Non sono capace di piangere

    @Soir Bleue @Elisa Audino Ciao provo a dire la mia su questa poesia. Effettivamente sembra che le immagini si alternino a precipizio, anche per la scelta della poetessa di evitare la punteggiatura. Non sono però sicuro che manchi un "principio costruttivo." A mio avviso la poetessa racconta la sua storia, intessuta di sensazioni, in modo sufficientemente limpido. La poesia si apre e si chiude con grande esattezza. Il "presto" con cui è scritta la poesia penso renda bene lo sconvolgimento interiore dell'io lirico per quello che dev'essere un giorno fatale. È facile pensare che la poesia parli di una situazione romantica, ma non è detto. Si potrebbe anche trattare di una separazione familiare, di un'amicizia. Ho apprezzato la capacità della poetessa di descrivere una serie di ambienti con pochi dettagli. Mi è piaciuta la chiusa. Il navigatore che può non essere quello di un'automobile, ma anche quello nostro interiore che ci indica dove andare e come chiudere. Mi è piaciuta questa ambiguità di significato. Concordo però che forse, per diventare poesia veramente "buona", dovrebbe esserci un momento in cui la poetessa si stacchi dalla propria visione soggettiva per diventare veramente universale. Potrebbe anche essere semplicemente un momento (l'aggiunta di uno o due versi) con la poetessa realizza di aver acquisito una nuova consapevolezza dall'esperienza. Sono contento che @Soir Bleue sia su WD, da quanto scrive leggo noto (e invidio) cultura e competenza. Approfitto di questo spazio per dargli il mio benvenuto. Un saluto.
  11. Domenico S.

    La conversazione

    @Floriana Ciao Floriana, "illanguidire" significa diventare deboli. Ti ringrazio per il tuo utile commento. Sono contento il racconto ti sia piaciuto, a presto!
  12. Domenico S.

    Avventure di un uomo dimensionale (fine)

    @Befana ProfanaCiao, innanzitutto ti ringrazio per le utili correzioni. Sono felice che il racconto ti sia piaciuto, anche se, della serie, era quello meno umoristico e più introspettivo. Onestamente penso che le avventure di Vinicio si concludano qui, credo il personaggio abbia detto quello che doveva dire. Però ho lasciato un finale volutamente ambiguo, non è detto che non torni su di lui, ma solo se mi dovesse venire un'idea davvero buona. Grazie ancora, Domenico
  13. Domenico S.

    La conversazione

    Ciao @Poeta Zaza ti ringrazio per le utili correzioni. Sono contento che tu abbia apprezzato il mio piccolo racconto. Sono contento che il messaggio del racconto risulti chiaro. Un saluto!
  14. Domenico S.

    I racconti della Quinta Luna – Sesto ciclo

    @Marcello Ciao, sono contento il racconto ti sia piaciuto. In realtà, si tratta di un racconto che ho sognato di notte, non ho fatto altro che trascriverlo per filo e per segno. Un caro saluto. Grazie anche a @Adelaide J. Pellitteri e a @Ippolita2018
  15. Domenico S.

    Avventure di un uomo dimensionale (fine)

    Commento a "Il Corsaro Ucci Alì" di Flambar La consegna era chiara. Entrare, colpire, uscire. Di solito l’Uomo dimensionale non aveva armi. La Lega lo aveva fornito con una sciabola laser, perfetta per lo scopo della sua missione. Nonostante fosse, in teoria, l’uomo giusto al posto giusto, Vinicio Squadri (alias: Uomo dimensionale. Potere: spostarsi fra le dimensioni) non si sentiva particolarmente suo agio con quella missione. In teoria, l’avversario non era di quelli che facessero intenerire: era un enorme lucertolone capitato chissà come al largo della baia, che minacciava di devastare la città. Proprio una missione per la Lega dei supereroi, in cui Vinicio era stato finalmente ammesso dopo anni di tentativi. «Tutto chiaro?» chiese ancora una volta Capitan Ganassa, il capo della Lega. «Certo» disse Vinicio. «Andare, colpire, tornare.» «Devi recidere l’aorta e andare via prima che il sangue ti anneghi. Non esiste altro modo.» Guardò il resto della Lega. I loro sguardi erano accigliati. Non avrebbero mai affidato al missione a un pivello come lui, e temevano potesse venire meno alle loro aspettative, ma non avevano altra soluzione. Chiese di nuovo alla Ragazza venusiana come funzionasse la sciabola. «È facile, vedi» disse lei, mostrando il pulsante. «Va bene» disse Vinicio. «Vado e torno.» «Andare, colpire…» «E tornare, certo.» Attraversò varie dimensioni collaterali alla ricerca di quella che portava al cuore del mostro. Il tempo scorreva diversamente a seconda delle dimensioni. In una, si fermò da un barbiere. Felicia (la sua eterna fidanzata) sosteneva che avesse sempre i capelli un po’ troppo lunghi. Lui li faceva tagliare una volta ogni tre mesi, per fare economia, ma in quella dimensione costava di meno. Inoltre, pettini e forbici erano agitati da simpatici tentacoli. «Vinicio» gli disse il barbiere «è vero che ti hanno accettato nella Lega?» L’uomo dimensionale mostrò l’anello, con comprensibile orgoglio. «Non farli troppo corti…» «No, no. Un eroe della lega, che onore.» «Che onore, già…» disse lui, guardando la sciabola spenta, legata alla cintura del costume. Dopo che si fu guardato allo specchio (si giudicò mica male) decise di smettere di tergiversare. Arrivò al cuore delle bestia. Era grande, pulsante, gravido di sangue verdastro. Individuò subito l’aorta. Un colpo preciso, e… Peccato che non avesse il cuore di farlo. Non aveva mai ucciso, nella sua carriera, e sperava di non doverlo mai fare. Da quando aveva cominciato le sue avventure, Vinicio aveva sempre adottato un approccio empatico, per sconfiggere i nemici. Cercava di comprenderli, per trovare la causa delle loro azioni malvagie. Col tempo, s’era accorto che la sua capacità di comprendere i sentimenti degli avversari non era altro che un’estensione dei suoi poteri. Poteva penetrare anche in quella particolare dimensione. Sì, ma qui si parlava di un lucertolone gigante, non di un essere umano con una sua vita interiore! Ad ogni modo, tolse un guanto e sfiorò il cuore della bestia. In un attimo, gli fu chiaro cosa doveva fare. Non aveva mai provato qualcosa del genere, ma gli sembrava l’unica soluzione praticabile. Lasciò la sciabola al suo posto, tolse anche l’altro guanto, si concentrò e affondò le mani nel cuore del gigantesco animale. «Andare, colpire, tornare» disse Capitan Ganassa, percuotendo con un pugno il tavolo della sala riunioni della lega. «Il piano più semplice di questo mondo. Si può capire cosa è andato storto?» «Mi è venuto in mente un piano migliore, tutto qui» disse Vinicio. S’era sempre sentito intimorito da quell’uomo, ma adesso non era più così. «Dovevi ucciderlo.» «Ora non è più un problema.» «Dovevi ucciderlo, e non teletrasportarlo.» «Ho evitato un inutile spargimento di sangue.» «Potrebbe tornare.» «Non lo farà.» «Potrebbe tornare. E, inoltre, hai sovvertito un mio preciso ordine esecutivo. Alla tua prima missione.» «Non c’era bisogno di uccidere nessuno.» «Era il mio ordine.» Vinicio sospirò. Guardò i piccoli occhi di quell’uomo, quanto era lasciato scoperto dalla sua maschera mimetica. Perché aveva voluto tanto lavorare con lui? Si tolse l’anello. Lo poggiò sul tavolo. «Prima e ultima missione, immagino.» «Immagini bene.» «Beh, almeno non dovrò mai usare una di queste» disse Vinicio, poggiando sul tavolo anche la sciabola. A quel punto, avrebbe voluto volatilizzarsi via, ma lo pregarono di andare prima all’ufficio delle risorse umane per firmare le dimissioni. La vita scorse tranquilla per qualche mese. Frequentava le lezioni dell’università e lavorava part-time in un ufficio. La sera prendeva sempre una birra e un sandwich alla tavola calda di sotto. Felicia si era trasferita da lui, ma il suo lavoro era stancante e la sera non aveva mai voglia di cucinare. Guardavano un po’ di tv e andavano a dormire. Una coppia come tante. «Posso farti compagnia?» Vinicio alzò lo sguardo. La ragazza venusiana, con la pelle verde e gli inconfondibili occhi blu cobalto. «Siedi.» Il cameriere arrivò a prendere gli ordini. Per lei una coca e un’insalata. «Non vengo davvero da Venere, lo sai?» «Da dove vieni?» «Una stella lontana lontana. L’atmosfera di Venere non può ospitare la vita.» «Perché ti chiamano così?» «Decisione dell’ufficio marketing. Credo avessero un nome nuovo in serbo anche per te.» «Non ci tengo a scoprirlo.» «Sei stato coraggioso.» «Sì?» «Coraggioso e stupido. Perché hai contravvenuto agli ordini del Capitano?» «Non volevo uccidere nessuno.» «Hai appena ammazzato un tacchino, mangiando il tuo sandwich. Cosa cambia? Avrei potuto capire si fosse trattato di un umano…» «Aveva figli. Nipoti, anche. Inoltre, era lì per colpa mia.» «Cosa intendi?» «Veniva da un’altra dimensione. Un mondo molto affascinante, credo ricordi il nostro giurassico. È finito qui per sbaglio. Era incolpevole.» «Però hai dovuto rinunciare alla Lega.» Vinicio fece spallucce. «La Lega paga bene» disse la Ragazza venusiana, quasi a giustificarsi. «Sì, lo stipendio non era male.» «Ora cosa fai?» «Lavoro in un ufficio. Finisco l’università.» «Non ti si vede più in giro.» «Ho smesso.» «La delusione è stata tanto cocente? Insomma, avere a che fare con noi.» «Non è per quello» disse Vinicio. «Mi piaceva la vita del supereroe. Mi piace tuttora. Credo facessi del bene.» «Perché hai smesso?» «Come ti dicevo, quel lucertolone era capitato da noi per sbaglio, ma non è stato un caso. A quanto pare, a forza di teletrasportarmi lascio aperti dei varchi fra le dimensioni. Varchi nei quali quegli esseri possono cadere. Fra cui, quell’animale.» «Sei sicuro di questa teoria?» «Sì.» «Mi spiace.» «Ho promesso al capitano che nulla del genere sarebbe mai accaduto di nuovo, e intendo mantenere quella promessa. Non mi teletrasporterò più.» La Ragazza venusiana lo guardò. Vinicio si domandò se, dandole quell’informazione, fosse riuscito a ottenere il suo rispetto. Per qualche motivo, ci teneva ancora all’opinione di quelli della Lega. «È nobile da parte tua.» «Siamo supereroi» disse Vinicio. «Dovremmo essere nobili.» «Conosco una persona che potrebbe aiutarti a chiudere i varchi che lasci dietro di te. Si tratta di un telepate con cui mi sono addestrata. È molto potente, ma preferisce insegnare che agire. Un saggio, uno di quelli così.» «Uno saggio.» La Ragazza venusiana scrisse un nome e un numero di telefono sulla tovaglietta della tavola calda. «Pensaci. Era bello vederti in giro. Mi piaceva quella sfumatura blu quando ti teletrasportavi.» Lo lasciò solo e andò a pagare il conto. Vinicio guardò quel numero di telefono. Strappò il lembo della tovaglietta, poi fece per appallottolarlo, poi ci pensò su. Era l’ultimo cliente rimasto nel locale.
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