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Domenico S.

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  1. Domenico S.

    Tempo e destino

    Commento a "Riverbero" di Giangix96 Tua madre lasciò in cortile gli occhi. Per prenderli prima bacio, poi cado. Se penso a ieri quant’eravamo sciocchi ma ho un solo destino, e con quello vado. «Principessa» non t’hanno chiamata mai accade il peggio, e il sogno dirada ciò che tu volevi non accade mai ma è così per tutti, più nessuno bada. Octopus Garden. Ascolto attento. Riporti i capelli al color del vento, riporta tutto al suo posto il tempo. Seduti in poltrona, ma dobbiamo andare ti guardo gli occhi, chiusi come bare tu mescoli sempre limonata e tempo.
  2. Domenico S.

    Riverbero

    Ciao @Giangix96. La poesia m'è piaciuta. Le immagini, il fiume che scorre lento che rappresenta la strada, i ciottoli lungo l'acqua, sono semplici e indovinate e (cosa non banale) concatenate fra loro, perciò non messe a caso. Abbiamo un fiume, poi un ciottolo sull'acqua, poi il viso che trema onda dopo onda... tutto questo senza mollare il filo narrativo della poesia, ovvero la strada colma di sguardi ciechi. Gli sguardi sono ciechi, devo supporre, perché non sono quelli della persona amata; o forse, è una critica alla scostanza delle persone, al loro essere chiuse nel loro mondo. La poesia mi dà un senso di nostalgia, con un retrogusto d'amarezza. Molta poesia d'amore (credo) parlano della distanza fra l'io lirico e la persona amata. Tu hai saputo rendere bene, con nostalgia appunto, e anche con un tocco di malinconia. La chiusa della poesia è interessante, e trasmette il senso di frustrazione. Siamo costretti a cercare fare sguardi ciechi quelli della persona amata. Viene da chiedersi, a questo punto, se essa sia qualcuno di concreto , o forse se la poesia voglia descrivere semplicemete la nostra ricerca di qualcuno che "astrattamente" faccia per me. Ho trovato il linguaggio sufficientemente terso e comprensibile. Non ho particolari critiche da fare. Grazie per l'interessante lettura.
  3. Domenico S.

    Albicocche

    Grazie @Anglares!
  4. Domenico S.

    Occhi blu

    Sentendoci spiritosi, un po’ innamorati ci demmo appuntamento in via Martiri di Kindu poiché pensavamo fosse il posto più brutto di Ostuni ma ci piacevano le scritte sui muri. Una via senza altri perché, la sede di un piccolo sindacato, il profilo della scuola media. Eri venuta da Genova con molti sogni e un po’ di denaro li avresti via via spesi in modo forse frivolo, ma più che altro in libri e fiori. Avevi un’amica di penna di nome Candida che sapeva bene il latino e il greco e passava molto tempo sui classici. A lei ti paragonavi, ma Candida conosceva segreti a noi ignoti. Democraticamente, tutti li avremmo potuti scoprire. Ma al liceo facemmo altro. Leggevamo le scritte sui muri indecisi se fare i benpensanti e biasimarle o deliziarci del genio dello Shakespeare da strada. Shakespeare era un genio perché conservava i sentimenti di un writer quindicenne. Risalimmo fino alla cattedrale, un po’ a fatica e pagammo il cantante da strada per le canzoni di De Gregori. Mi chiedesti, occhi blu, quando uno comprende di non essere De Gregori e si dedica alle cover. Ti risposi che forse dipendeva dall’insistenza del dentista coi suoi conti. Tu ridesti, chiedendoti se non fosse un po’ vero. Poi, nella cattedrale, entrai da solo, riluttante essendo il problema essente non tanto se Dio esiste ma che esiste. Tu fuori, la gonna corta, le gambe accavallate attirando parecchi sguardi pensando alle mie parole o forse you didn’t give a damn.
  5. Domenico S.

    Albicocche

    Scusate ho inserito la poesia nel topic sbagliato, volevo metterla ne "Le migliori poesie del WD". Chiedo ai moderatori della sezione @Anglares se si possa spostare. Chiedo scusa.
  6. Domenico S.

    Albicocche

    Al vederti, al mattino circondata dal giornale e da brioche all’albicocca ero tentato di credere nel disegno intelligente ed era un nuovo giorno con te, un giorno d’amore, promettente e croccante come quella brioche. «Sciocco» rispondesti «in società non si porta più parlare di creazionismo.» Perciò riflettei sugli occhi tondi, la chioma, gli occhi, il naso il tuo vantaggio evolutivo. All’epoca avevamo un terrazzino e il mondo appariva e scompariva.
  7. Domenico S.

    Occhi blu

    @AzarRudif Ciao, ti ringrazio per il bel commento alla mia poesia. Sono contento che la storia t'abbia interessato.
  8. Domenico S.

    Lista, Giuria stagionale e Annunci

    Ciao, grazie per aver scelto la mia poesia, non me l'aspettavo.
  9. Domenico S.

    Tornerà l'acquarillo

    «Chiù-chiu-rì» fece l’acquarillo. Matteo ci pensò su. Che verso era? Stava chiurlando? L’assiolo chiurla. Si chiese se il termine potesse essere debitamente esteso all’acquarillo. Nessuno, prima di allora, aveva scritto alcunché sul piccolo animale anfibio. «Chiù-chiu-rì» ripeté l’animaletto. Matteo provò a carezzargli la testolina, ma l’acquarillo, nonostante l’avesse seguito fino al suo studio, faceva il timido. Il poeta, caso raro nella galassia, componeva ancora a mano. Cominciò a raschiare col pennino sulla carta leggermente porosa del quaderno. Chiu-chiu-rì fa l’acquarillo zampettando vivacemente. Erano ufficialmente i versi più mosci mai concepiti da mente umana. Quando il presidente della galassia centrale lo aveva inviato su quel pianeta, gli aveva chiesto di descrivere con le sue parole un habitat che stava scomparendo, per via della dissennata gestione del governo precedente. Era un pianeta grande e gelido, in tutto e per tutto simile a quello che gli antichi terriani chiamavano “Polo sud.” Perforato fino al nucleo dalle trivelle dell’energia geotermica, stava adesso implodendo. Restavano pochi d’anni di vita all’acquarillo, e agli altri animali che abitavano la gelida landa. Qualcuno sarebbe stato salvato dalla spedizione scientifica di cui faceva parte il poeta. Gli altri sarebbero stati conservati solo nei filmati e nelle parole che Matteo stava componendo. “Zampettando vivacemente.” Il poeta si riscaldò le mani guantate con l’alito e tirò una riga. Scrisse: L’acquarillo, goffa creatura clown di questa bianca terra come un assiuolo chiurla ma il suo richiamo si perde nell’infinita pianura innevata tale alla triste sonata d’un solitario musicista. Rilesse i versi. Aveva fatto una rima. Si chiese il caso se fosse il caso di lasciarla. La tolse. La rimise. La tolse di nuovo, e la rimise. Chi avrebbe letto, poi, le sue poesie? Si diceva che il presidente Moran, l’uomo che aveva portato una ventata di libertà e democrazia nella galassia, fosse un amante del bello. Chissà, lui si sarebbe commosso al pensiero della sorte dell’acquarillo. Certo, se avesse letto poesie ben migliori delle sue. Tracciò una riga su tutti i versi, tranne “come un assiuolo chiurla.” A proposito, dov’era finito l’animale in questione? Lui era seduto alla scrivania da tre ore. Risultato: un verso buono (forse.) S’alzò e si sgranchì, intorpidito dal freddo, nonostante la stufetta elettrica e la coperta sulle gambe. Pensò distrattamente a quanto aveva lasciato per quella missione — un’esistenza tutto sommato piacevole, fatta di ingialliti tomi delle biblioteche e chiacchiere al bistrot letterario. Per il freddo. Per la gloria, certo. L’acquarillo era stato attirato dal vapore che fuoriusciva dalla fessura della porta del bagno. Matteo aveva capito che l’animale cercava il caldo, quando poteva. Avrebbe dovuto scriverci sopra un verso. La poesia migliore è quasi sempre quella che descrive con esattezza la realtà. Se la doccia era in funzione, comunque, significava che Gertude era rientrata da una delle sue esplorazioni. Era l’unica altra abitante della stazione scientifica e, con lui, completava la missione. S’occupava di raccogliere dati. Era un’asciutta donna di scienza, ma, per fortuna, l’aveva preso in simpatia. Aveva scommesso con lui che non sarebbe riuscito a scrivere ogni giorno una poesia differente sul monotono paesaggio bianco. A proposito, mancava quella quotidiana. Sulla parete della cucina c’era una lavagnetta. Cancellò, con qualche rimpianto, i versi del giorno prima. Gli piacevano. Scrisse: Abbacina questo bianco immenso e la neve cumulandosi tace respinge, ma fa anche più audace il pensiero di trovare il suo senso. Pensò, con un nuovo rimpianto, che quella piccola composizione, scritta a caratteri grossi e rossi su una lavagnetta bianca e destinata al dorso di una mano, era di gran lunga preferibile a quelle ufficiali che periodicamente mandava al suo editor. La verità era che non riusciva a scrivere bene quando era pagato per farlo. D’altra parte, non c’erano molti altri lavori così ben stipendiati per un poeta, e lui era già stato fortunato a trovare quello. L’acquarillo, felice, era steso contro la porta del bagno. Matteo bevve il suo caffè e tornò subito al lavoro. Si chiese se il motivo della sua lentezza era che non padroneggiava sufficientemente bene l’inter-lingua. Provò a scrivere qualcosa nella sua lingua natia. Un po’ meglio, forse. Provò a tradurre in inter-lingua. Niente, si perdeva completamente il tono elegiaco che voleva dare al suo componimento. Diventava qualcosa di freddo, quasi burocratico. Si chiese se il motivo non fosse l’inter-lingua stessa. Un tempo la galassia era stato un posto caotico e vitale. Adesso, dopo che l’avevano saccheggiata della sua energia, componevano versi per rievocarne il glorioso passato. Si domandò se vivesse effettivamente in un’epoca di decadenza, nonostante gli sprazzi di speranza portati del presidente Moran, o se questo non fosse un pensiero che hanno tutte le persone in ogni tempo. C’erano ancora tanti pianeti da esplorare. Invidiò i suoi colleghi che scrivevano sul futuro, anziché sul passato. Il passato entrò di nuovo nella stanza. «Chiù-chiu-rì» fece l’acquarillo. Che avesse fame? A proposito, che mangiava? Avrebbe dovuto saperlo. Gli sembrava importante, per i versi che avrebbe scritto su di lui. Sicuramente Gertrude ne era a conoscenza. Era piena d’informazioni. Lui aveva il dubbio di non aver studiato a sufficienza per quella missione. Come sempre (quando qualcuno lo stava pagando) si sentì un millantatore. Inutile dare la colpa all’idioma che doveva usare. Sentiva che, se avesse saputo di più sull’acquarillo, qualcosa di significativo sarebbe sorto nella sua mente. Peccato che si sapesse così poco su quell’animale. Lui (era l’unico uomo della galassia ad averne il potere) aveva appena decretato che “chiurlava,” e si chiedeva se il verbo fosse appropriato. Si scaldò le mani contro la stufetta. Più tardi, Gertrude lo avrebbe portato fuori. Il selezionatore del governo, quando gli aveva parlato della missione, aveva chiesto più volte se soffrisse il freddo. Lui aveva negato, come si fa ai colloqui di lavoro, quando dici di tutto per ottenere il posto. Ahilui. Si chiese, per la milionesima volta, se tutta quella voglia di partire per lo spazio profondo non dipendesse dal suo desiderio di mettere quanti più parsec possibili fra sé e Flavia. Peccato che il suo ricordo fosse sempre presente. «Chiù-chiu-rì» chiurlò Matteo. L’acquarillo, giocosamente, gli rispose. «Andiamo?» disse Gertrude, come sempre divertita quando lo vedeva al lavoro. Lui si girò. La guardò, con occhi vagamente supplicanti. Gertrude era di Teuton-IV, un’inflessibile lavoratrice. Impossibile gli concedesse un giorno al (relativo) tepore della stufetta. «Andiamo» disse Matteo, rassegnato, e cominciò a intabarrarsi di abiti, sotto lo sguardo sempre più divertito di Gertrude. A lei non sembrava importare del freddo. Il gatto delle nevi fendette il solito sentiero, ogni giorno di nuovo parzialmente ricoperto. «Ancora due mesi» disse la donna, come a consolarlo. La verità era che, per quanto avesse voglia di tornare al caldo, Matteo non era felice di partire. Non era contento della qualità del suo lavoro. Una volta di più, si sentì un truffatore. Si chiese perché avesse scelto proprio di fare il poeta, fra tutte le carriere più sicure e meglio retribuite. Ah già, Flavia. Un’immensa distesa bianca. Arrivarono al lago ghiacciato. Matteo stava osservando quei pesci alieni. Sapeva che ce n’erano di mostruosi negli abissi. Gli sarebbe piaciuto vederli, ma non erano sufficientemente attrezzati per quello. Matteo, scivolando un poco sul ghiaccio, raggiunse Gertrude, che stava lanciando la sua sonda. «È sicuro?» chiese una volta di più il ragazzo. «In questa stagione, sì. Non ti preoccupare.» Si sedettero. Gertrude aveva con sé la canna da pesca. Sembrava che quella, per lei, fosse un’amena vacanza. «Cioccolato?» disse la donna. «Oh sì» rispose, sentendosi riempire di gratitudine, per non dire di caldo amore, per la sua compagna d’avventura. Lui aveva già finito la scorta, ma Gertrude era gentile, oltre che meno golosa di lui. Gliene dava sempre un po’. «Come va la poesia?» chiese la donna, senza nascondere la solita inflessione ironica. Matteo ormai era abituato. Certe persone non capiscono l’arte poetica. Tutto qui. A volte, anche lui era convinto di non capirla. «Oggi ho scritto un verso.» «Su cosa?» «Sull’acquarillo.» Gertrude rise. «Quell’animale è buffo.» «Pensi che lo potremo portare via con noi?» «No, mi spiace. Gli animali selezionati per il trasporto sono già stati schedati, vaccinati e marchiati. Sarebbe contro il protocollo.» «E se lo portassi di nascosto?» «Rischieresti diversi anni di carcere, oltre che un bel periodo di quarantena. Fossi in te non lo farei.» Matteo sospirò. I poeti, si sa, sono sentimentali. «Tornerà l’acquarillo» disse. «Cosa?» «Niente, ho appena trovato un po’ d’ispirazione.» «Su quel buffo animale?» «Ti confesso che mi sento come lui. Vedi, è privo di zampe anteriori. È uno scherzo di natura. Si muove avanti e indietro, andando a sbattere contro gli ostacoli, perché non ha una precisa percezione dello spazio. Non so bene come faccia per mangiare. A proposito, che mangia?» «Plancton.» «Esatto. Comunque, ha un piumaggio acceso che lo rende preda di ogni predatore, e due gambette su cui si tiene a malapena in equilibrio. È un buffo animale, quasi uno scherzo dell’evoluzione.» «Si sta estinguendo.» «Sì, ma questo per causa nostra. Comunque, ora che torniamo alla stazione scriverò qualcosa su di lui. Mi sento ispirato.» «Perché dici che ti senti come l’acquarillo?» «Non lo so, forse è perché lo osservo da un po’. Mi sento come lui. Vorrei fare… dire tanto, ma è come se anch’io fossi destinato dalla mia natura ad essere un goffo animaletto vittima di predatori. Inoltre, come l’acquarillo, non riesco ad afferrare ciò di cui avrei più bisogno.» «Come una migliore espressione poetica?» «Quello» disse Matteo, e arrossì, sotto la sciarpa e gli occhiali da neve. “Amore” aveva pensato. Perché è tanto difficile afferrarlo? «Sarei tentata di darti dell’altro cioccolato» disse la scienziata, per consolarlo. «No, va bene così.» Un paio d’ore dopo, con i loro pesci e le loro osservazioni, ritornarono sul gatto delle nevi. La grande distesa di neve a perdita d’occhio. «Fra un paio di giorni ci sarà un’aurora boreale» disse Gertrude. «Uao. Perché non me l’hai detto prima?» «Sarà di notte.» «Svegliami.» «Farà freddo come non mai.» «Non importa» disse Matteo. Tornarono alla stazione. Gertrude si dedicò a pulire il pesce per la cena. Matteo tornò alla sua stufa, ancora accesa. L’acquarillo stava dormendo, beato, vicino alla stufa. Finalmente, riuscì a carezzargli il capo. «Chiù-chiu…» fece, stancamente, ma poi tornò a dormire. Il poeta si sedette al tavolo. Sfogliò il dizionario. Vide il piccolo animale riposare. Scrisse: Tornerà l’acquarillo quando sarò lontano sembrerà di sentirlo di tenerlo in mano. Il suo verso è chiù-chiu come fa l’assiuolo lo sentirò da solo soltanto io e niente più. Dorme, beatamente ama molto il caldo piccolo, divertente se lo chiamo non sente vorrei tenerlo saldo cullarlo dolcemente. Il poeta sospirò. Non era sicuro d’aver colto l’animo dell’acquarillo, con quel sonetto. Riprese a scrivere, questa volta di buona lena. Qualcosa di ispirato, di evocativo. Un poema su un mondo di ghiaccio che stava morendo. Un mondo che nessuno avrebbe visto o vissuto, se non nei documentari, e sì, nei suoi versi. Gertrude bussò alla porta, due tazze di tè bollente in mano. Si sedettero in cucina. «Che ne pensi dell’immortalità?» chiese il poeta. «Non ci penso. Penso a quello che ho da fare oggi» disse la donna, sorseggiando dalla sua tazza. «Io a volte ci penso. I poeti — insomma, sì, quelli più bravi di me — saranno sempre ricordati per i loro versi.» «Tu vuoi essere ricordato per sempre?» «Appartengo una categoria, una classe. Quando leggo — sai, uno dei grandi — quello sono io. Quella per me, è immortalità. Appartenere alla stessa classe di persone che nei millenni hanno cantato le sorti umane.» «La poesia ti fa sentire immortale?» «Mi chiedo… quel buffo animaletto, l’acquarillo. Sto scrivendo per ricordare che io esisto, o che lui esiste, o che, per un piccolo periodo della storia dell’uomo, noi due siamo esistiti? Qual è la relazione fra me e l’animale? Lo so, insomma, l’acquarillo è un simbolo di qualcosa che ha a che fare con noi. Ma di cosa? Cosa simboleggia l’acquarillo? Non riesco a coglierlo. Vorrei capirlo prima di partire.» «È buffo» disse la donna. «Sta morendo. Tutto questo pianeta morirà.» «Ma sarà ricordato nei tuoi versi.» «E poi, tutto finirà. Chi ci sarà per ricordare tutto?» «Vuoi lo zucchero, nel tuo tè?» «Magari una zolletta. Lascia stare, la prendo io.» Il poeta si alzò. Vide il componimento alla lavagna. Fece per cancellarlo. «Aspetta» disse Gertrude. «La fotografo.» «Ti piace?» «La voglio fotografare.» «Pensavo la poesia non t’interessasse.» Gertrude sorrise. «Nessuno aveva mai scritto poesie per me.» «Chiù-chiu-rì» fece l’acquarillo. «Certo» disse il poeta, «capisco.»
  10. Domenico S.

    Ogni attimo è di guerra

    @Cristina Einhver Ciao, grazie per aver commentato il mio componimento. Devo dire che le tue parole mi hanno fatto molto piacere, perché credo tu abbia colto le intenzioni che avevo quando l'ho scritto. Naturalmente l'accostamento a Leopardi è oltremodo lusinghiero. Non ho molto altro da aggiungere, se non che sono molto contento la poesia ti sia "arrivata" e ti sia piaciuta. A rileggersi!
  11. Domenico S.

    Lista, Giuria e Annunci

    Ciao grazie mille per la preferenza sono molto felice. Grazie anche a @Poeta Zaza e a @Ippolita2018 che ha colto lo spirito del racconto. A presto!
  12. Domenico S.

    Tempo

    @Ospite Rica Ciao, ti ringrazio per le utili correzioni. Questo incipit non è piaciuto proprio a nessuno, è tutto da rivedere ! Sono contento che, al di là dei suoi tanti difetti, il pezzo ti sia piaciuto. Grazie per il passaggio, preziossisimo. A rileggerci.
  13. Domenico S.

    Tempo

    @Eva___ Ciao, sono contento tu abbia apprezzato questo piccolo scritto. Inoltre, mi hai confermato che l'incipit non funziona. Pensavo di fare qualcosa del genere nella prossima versione: "Siamo tutti invitati al ballo del tempo: ma ognuno interpreta lo spartito secondo il proprio ritmo." A presto, grazie.
  14. Domenico S.

    Tempo

    @@Monica Ciao, grazie del tuo parere. Ero indeciso anch'io sull'incipit, diciamo che hai fugato i miei dubbi. Grazie per il passaggio e buon lavoro anche a te.
  15. Domenico S.

    Tempo

    Commento a "L'ultimo infinito" di Angeliquebeatsall Siamo tutti invitati al ballo del tempo, ma a volte è un metal! Naturalmente una musica più ambient permette di contemplarvi con maggiore cura: ma ognuno interpreta lo spartito secondo il proprio ritmo. Tuo papà era proprietario di una discarica. Lo dicevi sempre per far ridere, col tuo minuetto di brevi frasi spezzate (perché volevi goderti le risate nelle pause.) Ricordo che ti sfiorai un ginocchio chinandomi per poggiare il bicchiere di sangria: non è esatto dire che non lo feci di proposito. Diciamo che fu un gesto molto spontaneo. Il ginocchio, le calze rosse, la sensazione porosa. Tu mi tirasti uno schiaffo per nulla debole. Però mi sembrasti in parte lusingata. «Scusa» dissi, rosso. Facesti una smorfia, e rispondesti: «Okay, so che non sei uno di quelli.» Un po’ avrei voluto esserlo, ma uno fa forza alla propria natura fino a un certo punto. «Come va con Lucrezio?» mi chiedesti. «Penso a lui incessantemente.» «Perché?» «Temo avesse ragione. Forse la vita è solo un breve ballo che vediamo spegnersi.» «Certo. Tutti gli adulti lo sanno. È un po’ come per Babbo Natale, solo che lo capisci verso i ventitré anni.» «Mi piaci.» «Ti sbagli» rispondesti, portando il bicchiere alle labbra. Mi guardasti. Ridesti. «Se continui a fissarmi, ti tiro un’altra sberla». Carezzai la guancia. «Ne varrebbe la pena.» Pensavo fosse un’uscita mica male, ma tu t’alzasti esasperata e andasti a parlare con le altre; però, ogni tanto, mi guardavi in tralice. La danza è incessante, solo di notte gli esseri riposano; e io sono sveglio e ancora t’attendo.
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