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aldesantis

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    desa.alessandro

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    Programmazione
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    Scrittura
    Musica
  1. aldesantis

    L'ultimo guerriero - Capitolo III

    Ciao Neva, ti ringrazio molto. Ho fatto tesoro del tuo consiglio sulla punteggiatura eliminando più o meno il 60% delle virgole (sì, erano davvero troppe!) e unendo alcune frasi. Nei prossimi scritti farò più attenzione. A breve pubblicherò il resto.
  2. aldesantis

    L'ultimo guerriero - Capitolo III

    Lei rise. Perché? Lei rise di ciò (del commento del bambino). Come fa il silenzio a essere assordante? Paradosso. Tra l'altro quello del silenzio assordante è anche un paradosso piuttosto usato. Non è obbligatorio mettere le virgole davanti le "e". A meno che tu non l'abbia fatto per evidenziare un concetto. Però ho notato che le metti sempre. Davvero? Non me n'ero accorto. Ora controllo. Grazie.
  3. aldesantis

    L'ultimo film che avete visto

    Bello e triste, l'ho visto qualche settimana fa.
  4. aldesantis

    Cosa state leggendo?

    Il famosissimo Idi di marzo di Manfredi. Sì, sono un po' troppo ovvio ultimamente.
  5. aldesantis

    Ogni volta che scrivi... un vocabolario muore!

    Ricordo che una volta scrissi un'email a un tale che nella firma aveva "Sperando di essere stato esaudiente porgo distinti saluti". La prima volta pensai fosse un errore di battitura, ma alla quinta email capii che non era così. Allora in fondo ai miei messaggi iniziai a scrivere "Grazie per essere stato tanto esauriente", perché non volevo ferire la sua sensibilità, ma il grammar nazi che c'è in me mi impediva di lasciar correre.
  6. aldesantis

    Personaggio troppo sfortunato?

    Beh, io penso che ognuno abbia il suo modo di affrontare il dolore: quando due anni fa morì mio nonno (e non pensare che non gli fossi legato, perché lo vedevo ogni giorno) piansi solo in occasione del funerale, e mi lasciai presto la cosa alle spalle. Non è che io sia insensibile, altrimenti non mi piacerebbe scrivere: è semplicemente che secondo me è inutile soffrire e struggersi per una simile questione. Ogni tanto penso a lui con affetto e un po' di tristezza, ma è tutto qui. Probabilmente, però, una morte naturale (mio nonno aveva quasi vissuto due guerre ) ha effetti diversi sulle persone care rispetto ad una morte violenta come può esserlo un incidente stradale. Dipende tutto da come caratterizzi il personaggio: magari potresti fargli superare piuttosto facilmente la prima morte, e invece fargli avere un crollo psicotico alla seconda, perché si rende conto che tutti quelli a cui vuole bene stanno morendo. Oppure potrebbe fregarsene di entrambe ma soffrire in silenzio senza darlo a vedere. Oppure fregarsene e basta, facendolo odiare dal lettore.
  7. aldesantis

    Cosa state leggendo?

    Stamattina ho finito Il Signore degli Anelli (il cui finale mi ha stupito e commosso), e ho iniziato e finito La sposa normanna, di Carla Maria Russo. Narra la storia di Costanza d'Altavilla e di suo figlio Federico II, e a parte una curiosa punteggiatura, mi è piaciuto moltissimo: entrambi i personaggi, e quello di Costanza in particolare, sono delineati con impressionante precisione, e la trama è perciò molto coinvolgente.
  8. aldesantis

    L'ultimo guerriero - Capitolo II

    Ti ringrazio, ho corretto tutto, tranne: Eh? Cosa di più semplice di accendere una radio mentre lavori? Non mi riferivo al semplice atto di ascoltare musica, ma a quello di goderne. Per quanto riguarda il binomio aereo/campeggio: non ci avevo pensato. Cercherò di trovare una soluzione.
  9. aldesantis

    Scrittore istintivo o razionale?

    Devi avere almeno un po' del mio DNA, o io del tuo. Insomma, è uguale. Come te non riesco a darmi pace finché non metto nero su bianco quello a cui stavo pensando da settimane, e come te mi vergogno di quello che ho scritto una volta finito (anche dopo averlo corretto!). A parte questo, sono decisamente uno scrittore istintivo, e devo dire che mi viene anche abbastanza bene. Se invece preparo un'idea, il testo viene orrendamente artificiale, illeggibile: una lista della spesa. Chi mi sta vicino mi vede prendere appunti e note in continuazione, perché ho la memoria un tantino corta (del tipo che penso a una scena mozzafiato la sera, e la mattina dopo l'ho dimenticata completamente).
  10. aldesantis

    Vi trasferireste in un altro paese o siete patriottici?

    Io ho tutta l'intenzione di trasferirmi in un Paese anglosassone appena possibile, probabilmente l'Irlanda. Non sono mai stato un tipo particolarmente patriottico, e penso anzi che la vita sia fatta di problemi più che di valori e disciplina (la bella frase non è mia, ma non ricordo la fonte ). Dunque, se la soluzione ai miei problemi è l'emigrazione, e se tale soluzione non nuoce a nessuno in particolare, non vedo perché non dovrei adottarla.
  11. aldesantis

    L'ultimo guerriero - Capitolo III

    Commento (al racconto "Passare l'aspirapolvere"). Méav non ricordava di essere mai stata così abbattuta. Le sembrava che intorno fosse tutto rigoglioso, e lei fosse l'unica erbaccia arida da estirpare. Quella sera avrebbe dovuto essere con i suoi amici e la sua famiglia, a cantare e danzare alla luce e al calore del fuoco. Invece aveva deciso di allontanarsene, perché non tollerava il modo in cui la trattavano, il modo in cui evitavano di incrociare il suo sguardo. Per loro era una povera disgraziata. Con questi pensieri nella testa, la trentenne passeggiava, lontana da tutto e tutti. L'erba accarezzava le sue caviglie nude, e una brezza muoveva il lungo abito. Osservava il bellissimo cielo scozzese, riconoscendo le costellazioni. Evidentemente poteva solo continuare a sognare, e fantasticare su quel bambino che era venuto a visitare il villaggio. Se ne vergognava, come se fosse una perversa osessione guardare ciò che le era stato negato. Sotto la notte stellata passeggiava. Era ormai passata una settimana dall'inizio del loro viaggio, ed era ora di tornare a casa. Benjamin si faceva sempre più silenzioso e distante. Martha capiva la sua sofferenza, ma cos'altro poteva fare? Si girava e rigirava nel sacco a pelo, senza riuscire a prendere sonno. Era scomparso il ricordo di quanto di bello era accaduto in quei giorni. Le risate, i giochi e la complicità col figlio non c'erano mai stati. Rimaneva solo un grande senso di vuoto, e quella familiare sensazione di inadeguatezza. Sarebbe tornata tra le braccia di Richard, che l'avrebbe fatta sentire un'imbecille. Sarebbero ricominciati i piccoli e insignificanti problemi: le bollette da pagare, il rubinetto che perde... Piangeva. Le tornò in mente anche il suo odio per quella donna che ammiccava al figlio, al villaggio. Si sentì una stupida: cosa aveva fatto di male se non dimostrare affetto a un bambino? Eppure quel gesto le era sembrato così fuori luogo... Era lei a essere fuori luogo. Era lei quella incapace di amare, incapace di godersi i piccoli momenti. “Sono io a vivere per un rubinetto che perde.” Benjamin sgattaiolò fuori dalla tenda, in silenzio. Prima però, diede un'ultima occhiata alla madre; non era sicuro di ciò che stava facendo, e non sapeva come sarebbe andata a finire. Aveva una sola certezza: di non voler tornare a casa. Il cuore gli batteva così forte che temeva qualcuno lo potesse sentire. Nel buio totale attraversò il campo addormentato. Anch'egli aveva sonno. Pensò di lasciar perdere quella follia, tornare nel sacco a pelo, al caldo, abbracciare Martha e sentirsi protetto da ogni male. Cosa ci spinge ad allontanarci dai nostri cari, le persone che più al mondo ci amano? È il desiderio di scoprire nuovi orizzonti, e vedere se possiamo trovare qualcuno che ci faccia star meglio? O lo facciamo perché vogliamo mettere alla prova il loro amore? Sicuramente il bambino non si poneva quelle domande. Tutto ciò che voleva era restare con i Celti, con la bella signora che cantava. Avrebbe voluto portare anche Martha, ma non era possibile: a Benjamin pareva che la madre non appartenesse nemmeno a quel mondo meraviglioso. Il bambino camminava con il naso per aria, pervaso da felicità mista a un certo timore. Non lo preoccupava cosa sarebbe successo se avesse trovato la donna che cercava, ma ciò che sarebbe successo se non l'avesse trovata. Avrebbe saputo riconoscere la strada per tornare indietro? E cosa avrebbe detto Martha? Si sarebbe arrabbiata? I piedi sembravano dotati di volontà propria. Intorno a sé Benjamin vedeva solo la notte e le stelle, lontanissime. La Luna invece era molto vicina, tanto che credeva di poterla toccare senza doversi nemmeno alzare sulle punte. Si era sempre chiesto perché il satellite lo seguisse in continuazione; il padre aveva tentato di spiegarglielo, ma egli si era limitato ad annuire, poco convinto, per paura di deluderlo. Gli parve, all'improvviso, che l'aria si facesse molto più fredda. Era stanco e stava per cadere addormentato, ma quel gelo lo obbligò a spalancare gli occhi. Poi, rapida com'era venuta, la ventata passò. Tonf! Finì a sbattere contro qualcosa, e si trovò con il viso immerso in un cumulo di seta. Indietreggiò, e si rese conto che non si trattava di qualcosa, ma di qualcuno. A due metri da lui, il suo angelo lo guardava con quei profondi occhi azzurri. Ben non aveva previsto di incontrarla così presto. La donna sembrava piuttosto sorpresa di vederlo. Non lo disse esplicitamente, ma il bambino sapeva di essere stato riconosciuto. Lo aveva capito dal suo sguardo. «Che ci fai qui?» chiese. Mentì. Disse che si era perso. Che non riusciva a trovare la strada per tornare dalla madre. Capì immediatamente che non era stata una mossa molto astuta: l'angelo avrebbe potuto portarlo subito indietro. Di certo lei sapeva come arrivare al campo. Ma forse il destino era dalla sua parte. «Allora ascolta, ora andiamo al villaggio, dove potrai riposare. Domattina ti riporterò al campo. D'accordo?» propose sorridendo. Quello annuì energicamente, per timore di lasciarsi sfuggire l'occasione. I due si incamminarono, mano nella mano. Il villaggio era piuttosto distante, così che Benjamin ebbe il tempo di porre alla donna molte domande. La prima era senz'altro la più importante, e anche la più semplice. «Come ti chiami?» «Méav» rispose quella. «E tu?» «Benjamin. Che nome strano Méav» commentò il bambino. Lei ne rise. «Per le mie genti è il tuo nome a essere strano.» Andò avanti così per tutto il tempo, ma lei non diede mai segno di essere seccata. Ben pensò che Martha si sarebbe stufata già da molto, e avrebbe iniziato a dare risposte brevi e secche. Lo faceva sempre quando lui parlava troppo. Mezz'ora — e almeno una ventina di domande — più tardi, giunsero all'agognata destinazione. L'odore di paglia e fumo impregnava l'aria, ma senza dare fastidio. Méav finalmente lasciò la mano del ragazzo. Egli vedeva, nell'oscurità, solo i contorni delle tende. Il silenzio era assordante. Benjamin seguì la donna finché non furono vicino a un fuoco, ormai prossimo a spegnersi. Era quello intorno al quale, fino a poco prima, erano riuniti amici e parenti della principessa, per discutere della sua tremenda situazione. Il bambino le chiedeva solo di tradizioni che non aveva mai seguito, e antiche battaglie che non aveva mai vissuto. Non volendo deluderlo, ella inventava. Gli raccontò le storie che aveva sentito dal nonno, quando era ancora una bambina, e capì cosa trovasse di tanto bello nel raccontarle: la soddisfazione di avere qualcuno che ascolti ciò che si ha da dire, senza interessi né fini nascosti, qualcuno che possieda l'innocenza di cui solo i bambini sono dotati. Per la prima volta dopo molto, troppo tempo, Méav si sentiva libera e completa. Le sembrava che l'Universo intero si concentrasse per carpire ogni dettaglio della sua avventura. Poco dopo Benjamin dormiva, sdraiato per metà per terra, e per metà su una scomoda panca di legno. Passò una notte dolce e senza sogni. Méav, invece, non riusciva a prendere sonno. Troppi pensieri le affollavano la mente e le impedivano di dormire. Aveva portato il bambino nella tenda e si era coricata accanto a lui, iniziando a carezzarlo con dolcezza, come aveva desiderato di fare fin dal primo momento che lo aveva visto. “Diventerà un bell'uomo” pensò. Una ciocca dei folti capelli castani gli copriva la fronte pallida, e lei la scostò sorridendo. Suo padre avrebbe detto che era esile e debole, ma si sbagliava: aveva un animo forte. Lei lo sapeva. Uscì dalla tenda, perché voleva che il freddo della notte la tenesse sveglia, in modo da potersi godere ogni secondo che le restava con Benjamin. Guardando la Luna, pensò per un attimo di tenerlo solo per sé. Avrebbe potuto dirgli che la madre ormai non c'era più, che, non trovandolo, era ripartita. Non sarebbe stato così difficile abituarsi alla nuova vita. Si rese subito conto di quanto fosse ridicola e crudele quell'idea, e si vergognò di se stessa. E, forse per la vergogna, oppure per l'emozione, pianse a lungo. Non era stato infrequente, in quei mesi, che le lacrime rigassero il suo volto. Ma quello era un pianto diverso, che la svuotava di ogni sensazione negativa, e lasciava solo una certa gioia, e con essa l'ispirazione. Era un pianto d'amore per gli amici e i nemici, e per coloro che non aveva mai incontrato. Era un pianto di speranza.
  12. aldesantis

    MI16 Passare l'aspirapolvere.

    Iniziamo dai refusi, ché io sono cattivo. Non "a loro stessi"? Forse volevi scrivere "apro gli occhi e in questa casa non c'è niente da fare". E "una specie". Qui non ho capito se hai dimenticato il verbo oppure ti avvali di quello del periodo precedente. Eccolo il verbo per la frase precedente! Qui è più una questione di gusto personale: secondo me il fatto di non essere predisposto implica già una difficoltà a sopravvivere, quindi avrei scritto "alla vita fuori dall'azienda". Metterei la virgola dopo "dipendente" e "ossessivo", e il punto dopo "interesse". Manca la virgola dopo "dilata" e l'accento di "né". Manca la virgola dopo "cassetto". A parte queste piccole cose, mi è piaciuto moltissimo. Sembra che in questo forum abbiamo tutti (me compreso) una particolare passione per l'apatia. Alcune frasi sono veramente delle perle rare: credo che le aggiungerò al mio libro delle citazioni non autorizzate. Lo ammetto, all'inizio stavo cadendo nell'ovvietà, pensando che a parlare fosse una donna. Scoprire che si trattava di un uomo è stata una bella sorpresa. Le sue parole, anche grazie allo stile coinvolgente adottato, mettono angoscia, la stessa che prova lui quando arriva il venerdì e si prepara a passare l'aspirapolvere per un weekend intero. Spero di leggerti ancora, e presto!
  13. aldesantis

    [MI 16] La fata dei lillà

    Di certo non potrò usarlo come commento per pubblicare qualcosa, dato che c'è poco da dire. Molto bello, il personaggio di Margherita riesce a trasmettere la propria apatia al lettore, anche se non si capiscono i motivi che vi sono dietro. Mi piace molto anche lo stile: moderno, deciso, sicuro, che tuttavia non disdegna la riflessione ma, al contrario, la incoraggia. In particolare: Qui si capisce perfettamente come a "Marghe" non importi nulla di ciò che accade. Che altro dire? Brava!
  14. aldesantis

    L'ultimo guerriero - Capitolo I

    Ciao Emanuele, ti ringrazio per il commento. Sì, hai visto giusto: sono due storie raccontate in parallelo, finché poi i protagonisti non si incontrano. Mi piace molto il concetto di show, don't tell, e ho apportato le correzioni che mi hai proposto (tranne "La porta di casa sbatté", su cui voglio pensare un po'). Dei contenuti cosa pensi? Che ti aspetti dal racconto? Com'è sviluppato?
  15. aldesantis

    Cosa state scrivendo?

    Sto sistemando gli ultimi dettagli di un racconto che ho finito da poco, e nel frattempo ne ho iniziato un altro, che ha come tema centrale quello del viaggio alla scoperta di sé. In breve: il protagonista incontra una persona meravigliosa, e decide di cambiare vita. In poco tempo però scoprirà che non esiste luce senza oscurità, e che per raggiungere nobili fini bisogna sporadicamente ricorrere a volgari mezzi. Uau, detto così suona davvero figo.
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