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Luna L.

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  1. Luna L.

    Pazza estate sulla pazza isola di Tami

    Ciao @Macleo, grazie per tutti i commenti. Concordo sul fatto che la prima parte del racconto ha qualcosa che non fila. Diciamo che ero alla ricerca di uno stile un po' meno immediato e lineare di quello che uso di solito e che in qualche modo questa intenzione deve aver funzionato meglio nella seconda parte. Probabilmente nella prima ho un po' pasticciato.
  2. Luna L.

    Pazza estate sulla pazza isola di Tami

    @niccat13 Ti ringrazio perchè il tuo commento mi ha davvero emozionata. Allora...trovo le tue osservazioni molto ponderate perchè in realtà non sono ancora soddisfatta dello stile in molti punti e ci sono diversi passaggi, oltre a quelli che hai citato tu, in cui toglierei avverbi o spezzerei. Ci sono momenti in cui ancora il racconto non scorre come vorrei e secondo me dovrei ancora alleggerirlo. Credevo si capisse che la ragazza si era liberata del nome "Tamara" facendosi chiamare dalle amiche "Tami" ma evidentemente non si capisce. Come anche altri punti sono forse ancora poco chiari. È anche vero che non so cosa avevo mangiato la sera prima di quel sogno...forse la colpa delle stranezze e di un po' di confusione dipende anche da quello . Comunque grazie mille. (Ma quale rivista letteraria...mi sento ancora parecchio handicappata! ).
  3. Luna L.

    Pazza estate sulla pazza isola di Tami

    Questo racconto è frutto del lockdown. Una notte ho fatto uno strano sogno e mi è sembrato troppo assurdo per lasciarmelo sfuggire, perciò ho trovato il modo di metterlo su carta. Siate clementi: il mio campo di solito è quello della scrittura per ragazzi e non questo. E poi per fare sogni del genere devo avere qualche rotella fuori posto. Pazza estate sulla pazza isola di Tami Nessuno era mai gentile con loro. Il massimo era quando avevano fatto bene tutte le faccende e allora la mamma di Tami diceva “Umpf”, come a dire “mi accontento”, ma poi le faceva qualcosa di buono per il pranzo. Niente di che: pane col pomodoro perlopiù, ma lo metteva in tavola senza brontolare e senza dire tutto il tempo “siete dei piccoli ingrati” oppure “dovreste ringraziare vostro padre ogni volta che prendete un boccone”. Le madri di Nadia e di Loredana si limitavano a non picchiarle, se avevano fatto tutto come si deve. Tami in effetti il padre ce lo aveva e pure Nadia, anche se non li vedevano mai perché passavano tutto il tempo sulle barche, di notte specialmente e di mattina presto, e poi al bar. Loredana invece era solo lei, lei e sua madre e non aveva nemmeno tutti quei fratelli sempre in mezzo ai piedi, al contrario delle altre due. “Tami, Tami, neanche lo sforzo di chiamarti per bene, quelle sgallettate delle tue amiche!” le diceva il padre le volte che era abbastanza sveglio da rivolgerle la parola, di solito di primo pomeriggio, quando si alzava dal riposo, dopo la notte e si grattava il ventre sulla canotta sudata. Sì, perché Tami si chiamava Tamara che non è certo un nome adatto a un'isola di pescatori ma come a Nadia, e pure a Loredana, le era stato dato il nome di uno svenevole personaggio di una qualche telenovela perché di Assuntina, Assunta e Maria ce n'erano abbastanza. “E poi di amaro su quest'isola ce n'è fin troppo” aveva sempre pensato lei, che appena raggiunta l'età della ragione si era liberata di quella spiacevole assonanza. Tanto poi chi doveva chiamarla, visto che stava soltanto con le sue amiche? La domenica andavano a messa perché ci dovevano andare tutti e Tami pregava qualche volta, e tutte le volte che lo faceva ringraziava che esistevano Nadia e Loredana, perché per il resto c'erano gli uomini come suo padre che andavano a pesca e a bere e si arrabbiavano con le donne se non avevano fatto tutto a dovere, le donne chiuse nelle case a lustrare i pavimenti e a lavare i panni puzzolenti di pesce e poi c'era “Zio Mario”, che era il capo e lo sapevano tutti. Certo, c'erano la caserma dei carabinieri, Don Luigi, persino l'avvocato e il dottore ma quando c'era un problema era Zio Mario che comandava, era a Zio Mario che dovevi rivolgerti, a lui o a uno dei “suoi”. Tre o quattro erano figli che aveva avuto con una certa moglie, morta non si sa quando, che non doveva essere nominata se non con la massima deferenza, sempre ammesso che fosse esistita. Poi c'era Federico chiamato “Lucertola” perché aveva due grossi segni di coltello alla base dell'indice e del medio, come se qualcuno avesse provato a tagliarglieli via ma Zio Mario diceva che li aveva perduti in un incidente e che poi gli erano ricresciuti, come alle lucertole quando gli ricresce la coda. Lucertola non si sapeva proprio da dove venisse. C'erano anche le ragazze che Zio Mario chiamava “nipoti” e anche loro non si capiva di chi fossero figlie, però appartenevano a lui. I maschi le difendevano come fossero loro sorelle. Non che ce ne fosse bisogno: erano robuste e manesche, sempre ad azzuffarsi, a giocare alla lotta, a mettere “pace” nelle risse in paese a suon di ceffoni. Due di loro a Tamara, Nadia e Loredana facevano più paura: erano alte, coi capelli unti, una biondastri e l'altra di un castano sbiadito e se ne stavano in disparte. Secondo Loredana erano le più cattive di tutti. Questa era la loro pazza isola e queste erano loro tre. Non che a Zio Mario fosse sfuggito che avevano fatto tutta quella comunella, e non gli sfuggiva soprattutto adesso che si erano fatte grandicelle perché per lui fino a tredici, quattordici anni erano tutti “figliocci”, “pupi”, “i miei pupi” diceva scherzando con gli uomini al bar, ogni volta che un ragazzo in paese ne combinava qualcuna. Adesso che ne avevano quindici le cose erano cambiate. Zio Mario le guardava di traverso e le “nipoti” qualche volta, quando passavano per la via, le chiamavano “quelle smorfiose”. Non le due coi capelli unti che, al solito, non parlavano mai. Solo Lucertola faceva loro un sorriso. Un sorriso strano che sembrava promettere qualche altra stranezza. Soprattutto a Loredana ed era lo stesso sorriso che faceva sempre alla piccola Assunta, quella dell'orto-frutta, quella che poi era scappata per una notte intera e nessuno riusciva a trovarla. L'aveva trovata zio Mario la mattina tardi e lei aveva gli occhi gonfi, tutti viola (soprattutto uno) come se avesse pianto tutta la notte, e poi aveva pianto per un mese intero. Loredana aveva una paura matta. Lucertola si faceva più coraggioso, ogni giorno di più. E certo era facile essere coraggiosi così, perché non era mai solo. Loredana ogni volta che tornava dalla spesa faceva in tutti i modi per non trovarselo intorno, sempre con quei tre o quattro. Mancava poco che girasse tutta l'isola per tornarsene a casa. Una sera che faceva caldo e se ne stavano tutti in piazza, vicino al bar, era successo qualcosa di strano: loro stavano sul muretto vicino agli orti a chiacchierare, tutte e tre e all'improvviso non erano sole. Tutt'intorno c'erano loro: Lucertola con quei tre o quattro fratelli e qualcuna di quelle sorellastre robuste che ridevano, ridevano maligne. “Come sei carina Loredana” aveva detto Lucertola. “Non è carina, fa schifo, è un cesso, un cesso puzzolente”, aveva detto una di quelle sorelle sboccate. “E' vero è un cesso, e fa schifo” aveva detto allora Lucertola. “E è tale e quale alla mamma, una schifosa senza marito. Un giorno ti voglio venire a prendere Loredana. Ti porto a casa mia. Te lo faccio vedere io quello che succede alle schifose come te”. Loredana tremava forte. Lo sentivano perché erano strette, spalla contro spalla (Tamara non ricordava quando si erano messe così) e formavano un muro, un muro di tre corpi e tre facce che guardavano in su, in alto verso la faccia di Lucertola e non dicevano niente. Niente. Le “nipoti” avevano preso a bisticciare tra loro, una aveva chiamato l'altra “cicciabomba” o “cesso” e un paio avevano cominciato a tirarsi i capelli. Zio Mario se ne stava tronfio su una sedia del bar e guardava i suoi figli con la sigaretta in bocca. Ci furono tante di quelle botte e “schifosa” e “cesso” che fecero in tempo ad alzarsi e a sparire sulla strada che passava per gli orti. Nessuno se ne accorse ma Lucertola sì, e buttò un'ultima occhiata, piena di brutte promesse. La strada faceva il giro dell'isola, le riportava a casa ma a quell'ora era buia, umida e strana. Loredana pensava solo alla faccia di Lucertola. Non si era ancora staccata dalle altre due, andavano avanti strette, strette tra loro ed era difficile in mezzo a quelle erbe alte. “Ti proteggiamo noi Loredana, ti proteggiamo noi qualunque cosa succeda!” scappò detto a Tamara, e lo disse con tutto il cuore. Le sarebbe piaciuto vivere in uno di quei posti dove puoi semplicemente cambiare giro, mandare tutti a quel paese e farti la strada tua ma lì, certo, non era così. Non era così nemmeno la sera prima di ferragosto, che faceva un caldo infernale e non riuscivi a startene in casa tua. Quell'anno c'era la novità del “ping-pong”: un bel tavolo che occupava tutto il cortile del bar, un'iniziativa di Zio Mario che ogni tanto voleva mostrare a tutti la sua intraprendenza e la sua magnanimità. I giocatori si avvicendavano in fretta, i più prepotenti occupavano il tavolo la maggior parte del tempo. Alla fine furono invitate pure Tamara, Nadia e Loredana e Tamara e Nadia si trovarono a scontrarsi tra loro perché avevano battuto la “figlia del parrucchiere” e il “figlio del tabaccaio”. Però Nadia non era tranquilla.“Loredana! Dov'è Loredana?” Aveva promesso che non l'avrebbe persa di vista, nemmeno per un momento. “Hanno preso Loredana!”. Nadia ne era certa e Tamara, che stava per dire che stava esagerando, avvertì un tuffo al cuore quando vide una di quelle ragazze, quella che era stata chiamata “cicciabomba”, dare di gomito a un'altra e ridere mentre guardavano verso di loro. Di Lucertola non c'era traccia. Sapevano che Loredana era stata portata via. Bisognava restarsene calme, far finta di niente. Ma tanto era inutile perché a “quelle” non importava proprio: che sapessero pure, tanto, cosa avrebbero potuto fare contro Lucertola? Loredana non c'era, non c'era da nessuna parte: nel bagno del bar, in chiesa, sulla strada degli orti, alle barche, alla spiaggia, ma tanto nessuno la stava cercando. Quella notte c'erano i fuochi e tutti tiravano l'alba. Al massimo avrebbe preso le botte l'indomani mattina per essere tornata tardi, anche se loro sapevano che forse non sarebbe tornata per niente. Tamara sputò qualcosa che doveva essere terra. Avevano dormito lì, in mezzo agli orti o meglio, erano crollate dopo tutto quel tempo a cercare. Ad andare a casa non ci pensavano proprio, non da sole, non senza Loredana. Nadia la scuoteva forte, mancava poco che la prendesse a calci: “alla torre, alla torre, l'hanno portata alla torre” la sentiva gridare. Nadia aveva maledettamente ragione. Lo sapevano tutti che era la torre il covo dei figli di Zio Mario, quel rudere malmesso a picco sul mare, lontano da tutto. Lì ci facevano quello che volevano, Zio Mario lo sapeva bene e nessuno poteva dire niente. Tamara faticava ancora a muoversi che già l'altra stava correndo. Il sole era forte, dannatamente forte per essere prima mattina. Sudavano come matte. “Stiamo andando alla torre, Nadia, stiamo andando alla torre?” “Sì, stiamo andando alla torre.” Le erbe si facevano fitte e c'erano alberi, una specie di bosco in quella zona selvaggia che portava a quel posto dimenticato da Dio, dove nessuno si avventurava. Ancora un poco ed erano vicine, l'ultimo gruppo di alberi, poi si apriva lo stradone che portava sul mare, “fino al centro del mare” pensava Tamara quando era piccolina, le poche volte che lo aveva visto. Nadia correva come una pazza. Tamara aveva paura, tanta paura, se la stava facendo addosso. Non potevano andarci davvero. Loro due sole, dai figli di Zio Mario. Sarebbero successe cose terribili. Alla torre voleva tornarsene indietro dopo i primi quattro, cinque gradini di quella scala a chiocciola puzzolente di piscio e tutta scritta sulle pareti. Avrebbero fatto loro del male. Era sicuro. Immaginò il proprio corpo toccato, violato, come avrebbero fatto a quello di Nadia, come avevano fatto a quello di Loredana. Basta! Erano senza cervello. Bisognava andarsene via. Pensò a quella notte, sul sentiero degli orti. Aveva detto a Loredana “ti proteggiamo noi. Ci siamo noi Loredana, qualunque cosa succeda!”. Allora adesso lo doveva fare davvero. Non poteva farsela sotto. Allora adesso la dovevano proteggere davvero, a Loredana, qualunque cosa ne pensassero quelle sue gambe mosce e quel suo stomaco gelato di paura. La scala si avvolgeva su quel buco nauseante come una bocca d'inferno. Il puzzo toglieva il fiato. Poi si aprì la terrazza. Una strana terrazza rotonda, ampia, profumata di mare. Lì c'era Loredana a un angolo, tutta rannicchiata. Buttò loro le braccia al collo quando le vide. “Sbrigatevi adesso.” Disse pratica Nadia. Non dovevano certo buttar via quella fortuna, di aver trovato la torre vuota, per qualche strana ragione. Magari erano andati tutti a far colazione. Magari Loredana era stata lasciata lì come una preda di caccia, con la promessa che ne avrebbe avuto il doppio, se avesse provato a scappare. I carcerieri non dovevano essere lontani, ma bisognava tentare. Tamara andò avanti per prima. Due giri di quella scala puzzolente e niente, tutto sembrava andar liscio. Ma ecco, delle voci. Loredana annuì di terrore e dopo invertì la corsa, presa dal panico, in direzione della terrazza. Le altre la seguirono, più svelte che poterono. Erano in trappola. Che cosa stupida avevano fatto. Quelle, che avevano le gambe lunghe, le raggiunsero subito senza bisogno di correre. Tamara, Nadia e Loredana se ne stavano con le schiene sulla ringhiera di nuovo strette, di nuovo spalla contro spalla. Tamara riconobbe le due coi capelli unti, quelle che stavano sempre zitte, ma stavolta non aveva tanta paura. Sotto di loro c'era il mare, scintillava forte nella luce della mattina e piccoli schizzi d' acqua e di schiuma arrivavano fino al loro naso. L'acqua di mare era più profumata che mai. Dietro alle due si fece avanti Lucertola, alto, imponente, un piccolo coltello che brillava alla cintola. Poi ne arrivarono altri: due, tre, quattro, come mosche su un vasetto di miele. Le ragazze non si mollarono nemmeno quando saltarono giù. Era pericoloso e da bambine avevano insegnato loro che era una cosa poco sicura. Eppure non si fecero male. Il mare era fresco e selvaggio, non era per niente calmo, quel giorno. Acqua e salsedine entrarono subito in bocca e nel naso, sciacquarono via l'odore di piscio, il chiuso di quelle scale strette. Lungo tutta la costa ammiccavano le piccole barche da pesca, colorate di rosso e di blu. Non si vedeva ma dall'altra parte, sulla riva opposta, c'era la città. Gli ombrelloni, gli stabilimenti con la gente che andava in spiaggia per divertirsi, che ci portava i bambini, figli tirati su a castelli di sabbia e gelati di fragola. Loredana nuotava, nuotava e sapeva bene che non si può nuotare troppo a lungo, che in acqua si può anche morire e Nadia e Tamara nuotavano con lei. Loredana era sfinita e le gambe non se le sentiva più ma a un certo punto li aveva visti gli ombrelloni bianchi con le strisce arancioni, li aveva visti. L'avevano fatta in barba a Lucertola, ai fratelli, a Zio Mario, alle cattive coi capelli unti. Loro, loro tre, le tre piccole “smorfiose”. Quella era un'estate pazza, pazza davvero.
  4. Luna L.

    Va bene, va bene

    Ciao. Intanto vorrei dire che sono rimasta colpita da alcuni aspetti del racconto. In alcuni punti (a partire dal titolo) noto un ritmo e uno stile narrativo veramente accattivanti, quasi magnetici. In particolare trovo irresistibile la parte iniziale del racconto con questa interessantissima introspezione, resa ancora più forte da rimandi all'ambiente esterno. Trovo particolarmente efficaci questi "passaggi" dai sentimenti della ragazza ad alcune descrizioni che in qualche maniera completano la resa di questa interiorità. Ad esempio quel bel quadretto bucolico in cui descrivi la campagna, le mucche, di cui alcune appartate (quasi un rimando al senso di solitudine della ragazza). Molto bella l'assonanza "ruminanti ragionamenti". All'improvviso però, leggendo, sono stata sopraffatta dall'impressione che avessi ceduto la penna ad un tuo amico che scrive meno bene di quanto avevi fatto tu fino a quel punto. Il punto in cui si rompe la magia trovo che sia più o meno quello in cui riporti il dialogo di saluto con il ragazzo/uomo/compagno o chi per lui e si continua ad inciampare anche in tutta la parte in cui spieghi i motivi del viaggio etc. Da lì in poi succede un po' un pasticcio e quel bellissimo magnetismo si spezza. Forse perchè utilizzi un ritmo troppo diverso da quello usato in precedenza? In qualche modo il racconto rallenta. In particolare poi, secondo me, inizi ad utilizzare forme verbali e frasali troppo esplicite e il tutto diventa un po' troppo una "spiegazione". (Peccato, perchè le righe sopra facevano venir voglia di non smettere mai di leggere). Un po', secondo me, ti riprendi nella parte finale: il focus torna sulle sensazioni della ragazza e lì la scrittura è più agile. Forse arrivati a quel punto del racconto si poteva evitare di ripetersi in un' eccessiva descrizione dell'ambiente (ma è solo un'ipotesi). Secondo me potresti facilmente rimetterci mano e trovare un modo di mitigare questo stacco di stile, trovando delle forme meno esplicite e ritmicamente più gradevoli anche nelle parti in cui è necessario dare informazioni. Occhio anche all'incipit che forse si alleggerirebbe e funzionerebbe un po' meglio togliendo un paio di aggettivi. Dopo un titolo che attira subito l'attenzione e prima di una serie di periodi così accattivanti è un peccato un incipit che non fila proprio liscio. Comunque complimenti.
  5. Luna L.

    Il gomito di Franco

    Grazie mille @Alberto Tosciri e @Marissa1204 per i vostri commenti. Mi farebbe piacere riuscire ad inserire a breve un altro frammento della storia, magari un po' più ampio e contestualizzato ma purtroppo con lo scombussolamento di questa benedetta quarantena mi sono arenata. Spero davvero di riprendere presto in mano questa storia e portarla un po' avanti...
  6. Luna L.

    Il gomito di Franco

    Devo dire che, rileggendo, mi rendo conto che c'è un punto in particolare che può risultare abbastanza "oscuro", l'ho capito meglio anche grazie al tuo riferimento, molto sentito, al fatto che Franco si sia comportato come un "maiale". Ecco, forse l'"impiccio" maggiore è qui, perché do un po' per scontate alcune sensazioni che magari, da ragazzina (o da più grande) ho provato soltanto io (?). Mi chiedo se qualcun'altra di voi donne riconosce certi vissuti o se sono solo nella mia testa...forse questo confronto può essere utile a fare chiarezza. Diciamo che non era affatto mia intenzione di far comportare 'sto Franco come un maiale . L'idea mi ha fatto un po' sorridere, ma mi sta anche facendo rendere conto di quanto sia difficile trasmettere alcune sfumature. Il punto è questo: una ragazza timida, goffa, impacciata, un ragazzo "figo", disinvolto e abituato a far colpo su tutte, sono in qualche maniera agli antipodi. Il ragazzo ha un rapporto disinvolto col proprio corpo, col contatto con le ragazze, è il classico che fa un po'il "piacione" e inoltre è uno un po' menefreghista in generale (certo non va a notare se chi è accanto a lui si sente imbarazzato, e certo non modula i propri comportamenti in modo da non mettere a disagio gli altri). La ragazza è insicura, non abituata né ad atteggiamenti più disinvolti (dove per "disinvolti" intendo semplicemente l'essere meno impacciati) né al contatto ma d'altra parte, non avendone mai avuto esperienza, si rende conto che questo contatto non è affatto spiacevole, oltre a trovare gradevole il fatto di essere, anche solo indirettamente, oggetto di una certa attenzione. Detto questo e lasciando perdere per un attimo le ragazzine impacciate, da donne a donne, a voi non è mai capitato che il classico "figo" facesse un po' "lo spiritoso", e di sentire dentro di voi sentimenti in qualche modo contrastanti (lo chiedo perché forse, a questo punto, mi rendo conto di essere pazza io). Tipo che da un lato dici "ma guarda questo che cretino!" e dall'altro un po', sotto sotto, ti senti invece lusingata, oggetto in qualche modo di attenzione etc.? In ogni caso siamo ben lontani dal discorso del "maiale", per capirci. Tornando su un piano più "unisex", a qualcuno un po' timido e riservato non è mai capitato di avere a che fare con quelle persone abbastanza invadenti che tendono a toccare tutto e tutti, ad "allargarsi", ad invadere lo spazio e di sentirsene infastiditi? In particolare, in questo passaggio, volevo far intendere questo aspetto dell'invadenza come collegato ad altri aspetti del personaggio, che vorrei far uscir fuori come egocentrico e arrogante oltre che figo e piacione. Rileggendomi però mi sta venendo l'atroce dubbio che forse sono io ad essere strana .
  7. Luna L.

    Il gomito di Franco

    Ciao @Floriana, ti ringrazio per i tuoi commenti molto specifici e diretti. Ho notato che tuoi suggerimenti vanno soprattutto in direzione della necessità di una maggiore chiarezza. Che dirti? È un problema di scarso contesto rispetto al brano? È un brano che di per sé, proprio per il tipo di sentimenti confusi che vuole esprimere trasmette una certa confusione? (Vedi sopra). Non saprei. Diciamo che forse era un tentativo un po' goffo di "dialogo interiore", di una ragazza che cerca di prendere contatto con una matassa di sensazioni, appunto, abbastanza confuse. Magari invece è solo poco chiaro? Non mancherò di rifletterci. Un saluto.
  8. Luna L.

    La voglia di scrivere

    Grazie per le condivisioni ragazzi...davvero, non cambiano le situazioni e non fanno miracoli ma servono tanto. @Alberto Tosciri mi ritrovo molto in questo tuo non aver mai amato le occasioni sociali "convenzionali". Non rende la vita facile, ma quando uno è fatto così non può farci niente.
  9. Luna L.

    La voglia di scrivere

    Ok, un po' mi dispiace angustiare dei perfetti sconosciuti con questo sproloquio, ma sugli altri miei social mi conoscono troppo . (Scusate). Mettiamo che già uno sta un po' così. Così come? Boh. Dove tutto è un po' ingarbugliato, diciamo, è tutto bloccato e niente decolla. Sì, come gli aerei di questi giorni. Vuoi chiamare gli amici? Non possono. Non ci sono. Sono emigrati. Sono partiti. Sono in qualche strana realtà aliena. Parlano un'altra lingua. Vuoi uscire? Si ferma la macchina, perdi le chiavi, si rompe il frigo...ti muore il gatto...boh. Appunto. Ma questa non è che un'illusione, una stranezza, perché dentro di te succede lo stesso. Niente vuole saperne di prendere una dannatissima direzione. Poi ti fai forza, provi a mettere comunque il naso fuori, ed è semplicemente scoppiata l'apocalisse: scuole chiuse, città deserte, tutto fermo, tutto bloccato, tutto che va a rilento, tutto strano, tutto impastoiato in ostacoli e divieti (sì vabbè, c'è il coronavirus, ma io così ci posso morire...). È uno scherzo? Perché? Perché fuori ti devi vedere l'esatta fotocopia, pari pari, di quel piccolo inferno che vedi in te? Lo hanno fatto apposta? Qualcuno ci si è divertito? E la voglia di scrivere? Di cose da finire, mi pare di ricordare, ne avrei. Da correggere, da completare, persino un sacco di idee. Ma quando non sei te stesso c'è poco da fare, ti sfugge tutto dalle mani e tante cose le dimentichi. Figuriamoci se ti ricordi di saper scrivere, o persino di volerlo. Pure lì trovi il blocco, l'ostacolo, il divieto. Che? Che facevo poco tempo fa? Scrivevo il libro tal de' tali? Ma quando? In quale vita? Per ora sono soltanto quella che arriva alla fine della giornata (in un modo o nell'altro). È tutto sparito, tutto dimenticato, pure quella febbre che provavi nel pestare i tasti è un ricordo molto, molto sfocato. Un fantasma. Ma forse prima...bah. Qualcosa mi ha come brillato dentro. Forse frutto della rabbia, o del voler ricominciare da qualche parte, in qualche direzione, in qualche modo: riversarsi di nuovo all'esterno, sulla "carta", una specie di bandolo della matassa. Mi chiedo timidamente se acchiappandolo mi può tirare fuori, se può sbrogliare un po' il tutto. A volte è stato così. È la voglia di scrivere. Non si sa proprio da dove viene, almeno per me. Forse è un modo per urlare, un qualcosa di noi che dice: "ehi...che cavolo ti sei messo in testa? Smettila di cincischiare e vieni via di lì, qua non abbiamo tempo da perdere!" "Baggianate!", come direbbe il vecchio Ebenezer Scrooge... A me fa sentire libera. Sulle mie pagine può succedere di tutto: anche assembramenti di mille, diecimila, centomila persone. Tanto lo decido solo io. Io spero che la voglia di scrivere mi salverà (anche) questa volta.
  10. Luna L.

    Nomina nuda tenemus: nomi e storie

    Carino questo topic. Il mio sarebbe Luna Lovegood, ragazzina della saga di Harry Potter svampita, considerata da tutti matta e con una sensibilità particolare, anche detta "Lunatica Lovegood". Era vittima di bruttissimi scherzi: una volta qualcuno appese con un incantesimo le sue scarpe da tennis a una trave del soffitto, e lei se ne andava in giro coi pedalini, non potendo fare diversamente.
  11. Luna L.

    Il gomito di Franco

    Grazie @Nena77. Sì, sicuramente c'è l'aspetto del voler piacere e non sentirsi all'altezza. L'ambientazione purtroppo si capisce un po' poco da questo frammento e in effetti è fondamentale per capire meglio quello che succede. La ragazza protagonista è sì un'adolescente, ma vissuta parecchio tempo fa, piuttosto goffa e timida, piuttosto "indietro" rispetto al contatto con l'altro sesso e con la socializzazione in generale. Questo si capisce dal resto del libro ma purtroppo, certo, non da questo frammento ed è abbastanza significativo anche rispetto alla scelta dei termini usati. Niente a che vedere con l'immagine che possiamo avere di una quindicenne di adesso, insomma. Credo però che dovrò fare comunque una riflessione sul linguaggio che sto utilizzando in riflessione alle età. Grazie per lo spunto.
  12. Luna L.

    Adele in ascensore

    Ciao @Fraudolente, ho letto proprio oggi pomeriggio la versione che hai riportato sopra. Devo dire che mi è piaciuta di più la prima. Forse era espressa con una forma più spontanea che rendeva meglio le sensazioni e i pensieri dei personaggi. Questa versione più recente la trovo più macchinosa e ho l'impressione che perda un po' (mio semplice parere personale). Come se ci avessi messo troppa testa...
  13. Luna L.

    Il gomito di Franco

    Grazie di cuore per i commenti @Kikki. Per me era importante accertarmi a che alcuni aspetti della faccenda, in particolare i sentimenti della ragazza, fossero appunto realistici. A volte, come in questo caso, ho il timore che l'idea sia un po' tutta nella mia testa e non venga molto fuori in quello che scrivo. Terrò d'occhio le altre parti della storia che dovrebbero rinforzare e consolidare questi aspetti.
  14. Luna L.

    Il gomito di Franco

    Ciao @Kikki, mi permetto di disturbarti di nuovo visto l'interesse che hai mostrato per questo frammento. Ho avuto modo di rileggerlo e di rileggere anche i tuoi commenti, dato che mi trovo in una fase di revisione e correzione di tutta questa parte. Vorrei chiederti un aiuto specifico proprio sull'ultima parte del brano, che hai commentato alla fine del tuo post perché non sono sicura di essere riuscita a rendere quello che vorrei. Quello che mi piacerebbe far passare è un insieme di sensazioni piuttosto complesso. La ragazza odia quel tipo, bullo e prepotente ma in un certo qual modo ne è attratta. È imbarazzata e spaventata da quel contatto ravvicinato, poi però ammette che, in ogni caso, l'aspetto fisico della faccenda è piacevole. Fino a qui ok, ci siamo più o meno capiti. La seconda realtà che vorrei esprimere è ancora più ingarbugliata: da un lato c'è il ragazzo un po' grezzo e cafone, poco o per nulla attento ai sentimenti e alle necessità altrui, che semplicemente si siede allargandosi e sbragandosi senza farsi troppi pensieri. Dall'altro c'è la reazione della ragazza che invece è molto più sensibile a quello che sta succedendo e si fa, in pochi istanti, mille domande: perché mi si avvicina? È solo perché è cafone come sempre o, in fondo in fondo, desidera un contatto con me? O magari è un insieme delle due cose? Con una parte di lei osa sperare: magari non gli fa poi così schifo, magari quel contatto non è del tutto casuale. Con l'altra, più razionale e motivata da anni di dispetti, rinuncia subito all'illusione e dà quasi per scontato che il ragazzo sia stato semplicemente maleducato, forse anche soltanto per non illudersi. In un modo o nell'altro la sua conclusione, molto arrabbiata, è la stessa: è comunque una persona poco attenta a sentimenti ed esigenze altrui, sia nel caso volesse solo mettersi comodo, sia in quello in cui volesse "provarci", in maniera un po' prepotente e senza comunque curarsi delle sue possibili reazioni. E il ragazzo? Quali erano le sue reali intenzioni? Non lo sapremo mai e non lo saprà mai nemmeno lui, essendo appunto uno che non si interroga e non si fa problemi su quello che succede quando interagisce con gli altri. Il punto è che non sono per niente sicura che tutta questa roba si sia capita. Ho esplicitato poco? Manca un filo logico? Come potrei esplicitarla meglio? È anche vero che mi piacerebbe lasciare proprio quest'impressione di sentimenti un po'ingarbugliati e non del tutto chiari nemmeno agli stessi protagonisti. Mi piacerebbe insomma che chi legge abbia la possibilità di farsi delle domande, magari riconducendo al proprio vissuto personale. Mi sono imbarcata in una roba piuttosto complicata. Oddio...perdonami per il lungo post.
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