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ElegantStork

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  1. ElegantStork

    Mi presento

    Bellissima gif! Te la rubo... Grazie per l'accoglienza
  2. ElegantStork

    Mi presento

    Grazie mille a tutti per l'accoglienza
  3. ElegantStork

    Mi presento

    Buonasera. Mi presento, sono ElegantStork. Non ho molto da dire su di me, sono un ragazzo molto giovane che ama scrivere storie dal gusto molto personale. Non sono ancora stato pubblicato da nessuna parte, e non ho chissà che gran seguito, ma nel frattempo scrivo nel più spensierato dei modi, per sgombrare la mente e vivere le storie che mi piace raccontare. Gran parte delle mie "pubblicazioni" sta su Wattpad, ma come social davvero non è pane per i miei denti, quindi sto cercando un'alternativa più interessante. Spero di essere il benvenuto nella comunità
  4. ElegantStork

    Danza Acida

    DANZA ACIDA ATTO 1 Nadia espirò piano lo sbuffo di fumo dal becco, e fissò la sigaretta che teneva tra le dita con malinconia. Cercò di rilassare i muscoli, che sentiva vibrare armonicamente sotto la pelle, e di espellere tutto il nervosismo mediante la mistura di tabacco e catrame che le saturava i delicati polmoni. Nella sua mente fece capolino il ricordo della sera precedente, e lei cercò di scacciarlo, e di non comporre con i tendini del viso l'espressione che il cervello le consigliava di imprimere. Si strofinò la ruvida mano sulla schiena, quasi come se quel gesto potesse accontentare la fame insaziabile di rimorsi della sua mente, e sospirò profondamente, continuando a fissare la sigaretta. Cercò di eclissare il molesto ricordo concentrandosi su quell'arancione sporco, quasi nella speranza che la sua mente potesse distrarsi in fumosi dubbi, oscurando il mellifluo orgasmo della sera precedente. "Fanculo" sussurrò dentro di sé, quindi gettò sul finto parquet la sigaretta con rabbia. Non fece tempo a calpestarla con il nero piede palmato, che una delicata scarpa la precedette nell'atto. Nadia alzò la testa, e vide davanti a lei il torvo viso di Melissa, tondo e fanciullesco. Le sorrideva di un sorriso genuino e spensierato, quasi sfumato di materno rimprovero. "Chi è che ti ha truccata oggi? Stai benissimo" mormorò la ragazza. Si allontanò di qualche centimetro, forse perché leggermente intimorita. "Mi ha truccato David. Come sempre" rispose Nadia, spostando rapidamente lo sguardo dal mozzicone appena spento ai grandi occhi da cerbiatta della ragazza. In effetti, in balìa del buonumore per l'amplesso della sera precedente, quel gracile ometto le aveva riferito che quella mattina avrebbe "sperimentato". Come se dipingere un paio di cerchi colorati attorno agli occhi e sulle ciglia fosse chissà quale geniale arte. Ma lei lo aveva lasciato fare, contento com'era nell'appiccare col pennellino sgargianti colori sul suo volto delicato. In ogni caso era una pessima idea sperimentare trucchi su di lei. Ben sapeva quanto costassero una fortuna i trucchi per piume. "Non sei eccitata?" continuò la ragazza, dondolando il busto sulle muscolose gambe da danzatrice affermata. Era difficile non guardarle le nerissime pupille, con quegli occhi enormi che si ritrovava. Il trucco che le avevano steso sul volto li risaltava ancora di più, in un contrasto di colori freddo ma bellissimo. Il nuovo regista aveva richiesto di utilizzare esclusivamente il verde ed il blu per il trucco, nonché per i nastri per capelli. "A dir la verità, mi sento piuttosto stanca." rispose Nadia, carezzandosi il braccio con la mano "Non muoio dalla voglia di conoscere quel tizio, credimi..." Melissa inspirò profondamente, poi abbassò il capo, mantenendo il contatto visivo con la compagna. "Avanti! Era ora che arrivasse un regista almeno un pochino famoso qui da noi. Mi sono stufata ormai di fare balletti vecchi di due secoli" disse infine, mordendosi il labbro con il capo chinato. Nadia scosse le spalle, continuando a passare la secca mano sul braccio scoperto "Ormai non faccio più caso a queste cose" rispose, abbozzando un triste sorriso "Ma va a prepararti, tesoro, su. David ci presenta tra dieci minuti". La ragazza continuò a sorridere, quindi si voltò e si allontanò dal terrazzo, camminando in modo naturale. Nadia gettò un'ultima occhiata all'orribile paesaggio industriale che circondava il teatro, reso ancor più plumbeo dal cielo polveroso d'inquinamento. Il sole era quasi soffocato dallo smog, che aleggiava come grigia nebbia sotto il terrazzo, vaporoso e lercio. Si voltò quindi per tornare nello spogliatoio femminile. Come al solito, in mezzo a tutte le ragazze della compagnia, era ancora l'unico cigno, e nessuna di loro dimostrava reazioni accoglienti o cordiali. Si sistemò i nastri intorno alle sottili caviglie, controllò che il trucco sulle piume fosse perfetto, e sprimacciò il vestito che puzzava di plastica. Di lì a poco il nuovo regista si sarebbe riempito gli occhi della fisicità delle ballerine, ed era già pronta a ricevere come un pugno il suo sguardo di terrore e ammirazione. Se le ballerine si abituavano al suo aspetto fisico in poco tempo, i registi ed i maestri ci mettevano sempre molto di più, e a lungo dimostravano imbarazzo al solo rivolgerle la parola, o distoglievano lo sguardo non appena lei si accorgeva che la stavano fissando. Ma era meglio così. In questo modo era una figura da rispettare, quasi da temere, intrisa di professionalità e leggiadria indiscutibili. La faccia piatta di David fece timidamente capolino da dietro la porta "Ok, ragazze. È arrivato" sussurrò con il suo classico accento che sempre la innervosiva. Tutte si voltarono verso di lui, ed ogni bisbiglio ammutolì. "Eleganti, mi raccomando. Vi voglio eleganti. Salite sul palco con gentilezza" mormorò il maestro, guardando Nadia negli occhi annoiati. Tra fremiti di eccitazione e tremolii sottocutanei, le ragazze pian piano cominciarono ad uscire dallo spogliatoio, guidate dalle rudi mani di David, che sceglieva chi spedire sul palco per prima, e chi per ultima. "Piano. Piano. Come gazzelle" insistette, accompagnando le delicate spine dorsali delle pallide ballerine con le mani frettolose "Tu in fondo, eh!" disse poi, rivolto a Nadia. La donna non rispose, e si limitò a seguire l'ultima delle ragazze che stava uscendo. David le accarezzò le piume della schiena con più grazia rispetto alle spinte che stava affibbiando alle altre ballerine "Sii naturale" sussurrò, mentre lei proseguiva, percependo l'ultimo tocco del tiepido dito che la sfiorava. Quasi le venne da ridere, guardando l'attenzione meticolosa che le ragazzine davanti a lei mettevano in ogni passo. Come se anche la camminata fuori dagli spogliatoi fosse un complesso passo di danza da limare e perfezionare. Lei aveva un dono naturale che nessun'altra aveva, eppure ogni volta che sentiva una di quelle ragazzine sostenere che lei non facesse nulla per risultare così aggraziata e leggiadra le ribolliva il sangue nelle vene. Come se non avesse speso la gran parte della propria vita ad affinare un dono che aveva ricevuto. Come se a lei bastasse camminare come avrebbe camminato entrando in un bar per danzare a livello professionale. La fila di eccitate ragazze salì sul palco, distendendo la gamba per oltrepassare il gradino con grazia ricercata. Si disposero quindi tutte in un'imbarazzata fila davanti alla platea vuota, come timidi soldati di fronte ad un plotone d'esecuzione. Nadia attraversò la soglia che dal corridoio portava al palco, e subito rivolse lo sguardo alle poltrone del pubblico. John Boyle troneggiava lì, le gambe incrociate e lo sguardo concentrato ed accigliato, accerchiato da segretarie affannate dagli occhi sgranati. Appena la vide entrare il suo sguardo mutò, ed ogni senso di impazienza svanì dai suoi occhi. Lei si lasciò squadrare, camminando verso il centro del palco, e lo esaminò a sua volta. Aveva lo sguardo meravigliato, come di qualcuno che ha visto un monumento famoso solo sulle cartoline ed ora finalmente lo può ammirare di persona, e la sua postura comunicava sicurezza. I capelli erano lisci e ordinati, non fastidiosamente ricci come quelli di David, ed era vestito con indumenti a metà tra l'ordinario e l'elegante, al limite del kitsch. La seguì con lo sguardo man mano che si spostava, fino a fermarsi ad ammirarla non appena ella fu arrivata al centro del palco. Ammiccò quindi lievemente, sollevando le sottili pieghe della fronte con ammirazione matura. Terminata la silenziosa marcia delle ballerine, John Boyle si alzò finalmente in piedi, continuando a fissare Nadia, che ricambiava con fierezza. "Ecco il nostro cigno" mormorò ad alta voce, ammiccando con il capo. Lei continuò a sostenere il suo sguardo ammaliato, deformando il lungo collo piumato con una deglutizione. "È una delle nostre ballerine migliori. Alcuni vengono addirittura dall'America per vedere una sua performance dal vivo" lo interruppe David, sbucato da dietro le quinte con in mano il suo inseparabile bloc-notes. Il regista si voltò finalmente per fissare lui, distogliendo lo sguardo strabuzzato dalle piume candide di Nadia. "Lo so bene chi è. Sono qui prevalentemente per lei" rispose quindi, ritornando a volgersi verso il cigno. "Sono lusingata" lo interruppe Nadia, cercando di soffocare nella gola il disprezzo, che stava cominciando a gorgogliarle nelle viscere. Quelle movenze e quelle parole erano un pessimo inizio. Provò a calmarsi e a distendere i nervi. Dopotutto gli pareva una figura più lavorativa di David, e l'unica relazione che avrebbe avuto con quell'uomo sarebbe stata professionale. Almeno così sperava. "Però per il nostro spettacolo serviranno tutte le ballerine, amico" rispose sorridendo il regista. Si schiarì quindi la gola, s'infilò le mani in tasca, e cominciò a camminare a destra e a manca davanti al palco. "Per chi ancora non mi conoscesse sono John Boyle." incominciò, fissando negli occhi le ragazze una ad una "Dirigo spettacoli e coreografie in tutta l'Europa. Tra le mie opere più importanti posso citare la famosa trasposizione di Pasto Nudo a Parigi, la Pioggia di Ceneri, ed altre coreografie minori di poco rilievo. Sono qui con la vostra compagnia di danza perché ho in mente un progetto molto ambizioso. Avanguardistico. Faremo uno spettacolo di danza come nessuno ha mai visto prima. Qualcosa di completamente innovativo e sperimentale. Cinematografico. Perciò vi chiedo oggi di dimenticare tutti i bei termini francesi che usate nei vostri balletti classici ogni giorno. Vi chiedo di dimenticare i Battement Dégagé, i Tour En l'Air, e i Rond de Jambe, perché in questi giorni rivoluzioneremo la danza. Creeremo qualcosa di nuovo e di geniale, e questo spettacolo verrà ricordato nella storia. Ho abbandonato ogni metodo convenzionale nella danza anche nello scrivere l'opera, e voglio che ognuna di voi riceva una copia della sceneggiatura. Dimenticatevi tutto quello che avete imparato, e leggetela. Dentro ho inserito poetismi, trame, ispirazioni senza dettagli. Siete voi che, leggendola, dovete ispirarvi, saturarvi del personaggio, e quindi ideare la danza perfetta. Vi voglio vedere inebriate dell'esotismo della sceneggiatura. Voi non sarete più le danzatrici che eseguono l'opera. Voi sarete l'opera. Domani faremo delle prove, e voglio che leggiate questi fogli e creiate la vostra danza. Che rendiate indimenticabile lo spettacolo per chi lo osserva. Dovete fondervi con l'opera, e non vi chiedo di scegliere dove collocare questo e quel passo per costruire una danza unitaria. Dovete lasciar fluire l'opera nel vostro corpo, e danzare naturalmente, senza restrizioni o limiti teorici. Prendete questi fogli, e domani sceglieremo i personaggi." Nadia cercò di non scoppiare a ridere, mentre fissava il gracile ometto sputare retorica da tutti i pori con entusiasmo infinito. Un milione di affascinanti giri di parole per chiedere a loro di fare un'improvvisazione. Gettò un'occhiata in cagnesco a David, rimproverandolo per aver chiamato quel figuro, "l'esclusivo regista che la critica elogia tanto". Altro che genio. Aveva chiamato un pagliaccio per insegnarle con ampi giri di parole come esibirsi in uno spettacolo improvvisato. Chissà da quale culla era sbucato fuori, con la camicia indosso, invaso di se stesso e della sua credulona, presunta "genialità". Le due segretarie salirono goffamente sul palco, traballando sugli elevati tacchi a spillo, ed iniziarono a consegnare un plico di fogli stampati ad ognuna delle ballerine. Nadia fu l'ultima a ricevere i fogli, essendo in fondo al palco, e quando afferrò la carta con le ruvide mani scagliose, la segretaria sussultò. "Danza Acida" esibiva il copione come titolo cubitale, seguito dalla banale immagine di un ballerino in mezzo a quello che sembrava un Tour en l'Air. "Ci vediamo domani mattina. Stupitemi." Appena rialzò lo sguardo sulla tronfia figura del magro regista, Nadia vide che l'uomo si era inchinato profondamente verso il palco, ed ora si accingeva ad uscire dal teatro, seguito dalle imbarazzate segretarie. "Ok, ragazze. Rientriamo" mormorò David, spingendo piano la schiena della prima ragazza con il bloc notes. Ubbidiente e mansueta, la fila cominciò a rientrare nei camerini, sempre con la consueta eleganza. Quando Nadia fu davanti alla porta, però, David la fermò con rude delicatezza. "Resta qui" disse l'uomo, avvicinando il proprio viso al becco della donna. Lei acconsentì silenziosamente e senza indugi. "So cos'hai pensato. Ho visto l'espressione che hai fatto" le intimò lui, non appena ebbe constatato che l'ultima ragazza era ormai ad una discreta distanza "Lo so che può sembrare strano a primo impatto, ma se è così famoso ed apprezzato un motivo ci sarà". Nadia sbuffò, poi sorrise per la preoccupazione insulsa dell'uomo "È solo un'altra persona con cui devo lavorare. Che sarà mai improvvisare sul palco? L'importante è che porti tanta gente a vedere lo spettacolo. Sono una ballerina professionista da parecchio, per me questo è un lavoro. Però la prossima volta cerca di portare qualcuno di normale" rispose, sistemandosi l'abito, che le stringeva sulla coda da un po'. "Non c'è problema, quindi? Non è stato così terribile?" David ricambiò il sorriso goffamente "In ogni caso, se ti tormenta troppo, basta che me lo dici". "Non andrà male, tranquillo. Stasera mi leggo questo affare e penso a come accontentarlo." David arricciò le labbra irsute, aspettandosi un bacio, e Nadia lo accontentò, sfiorandole con il duro, ma sensibile, becco. "A domani, allora" disse infine lui, continuando a sorridere, quindi si allontanò lungo il corridoio che portava alla segreteria, probabilmente per occuparsi di qualche scartoffia relativa al cambio di regista. Nadia sospirò. Sarebbe stata una notte lunga, dedita a soddisfare le utopistiche aspettative di quel narcisista. Ma dopotutto questo avrebbe potuto portare un po' di cambiamento nel monotono lago di danza classica in cui nuotava abitualmente. Gettò un'ultima occhiata al pacchiano copione prima di rientrare nei camerini, dove Melissa le sorrideva imbarazzata. ATTO 2 Le coperte del letto erano stropicciate e ammucchiate, e disegnavano sinuose linee piatte come uno stagno di seta secca. Non aveva rifatto il letto, e non aveva voglia e intenzione di rifarlo adesso. Sarebbe stato inutile in ogni caso, dato che l'afa estiva, mista al suo denso piumaggio bianco, quasi la soffocava dal caldo durante le notti, e sempre rimpiangeva quella bellissima stagione che era l'inverno. Amava ricoprirsi di indumenti caldi, che le solleticavano la pelle e le inibivano i nervi, recandole quasi piacere a vestirsi come una palombara. Aveva sempre detto che non preferiva né il caldo, né il freddo, bensì il fresco quando c'era caldo e il caldo quando c'era freddo. Nadia si gettò sul letto con fare annoiato, dopo aver scaraventato il pesante borsone sulla sedia di legno bianco accanto al comodino. Sbuffò dal becco, e si girò in modo da essere semiseduta sul cuscino, la schiena appoggiata alla testiera e le gambe stanche stese a riposare sopra il caldo materasso. Era da sola, nella sua stanza, dentro il suo caldo appartamento. Nell'aria viziata si poteva percepire l'impercettibile odore di sesso che ancora non era svanito dalle lenzuola. Avrebbe dovuto aprire i finestroni, invece si era solo limitata ad alzare le veneziane per far trapelare la luce, senza arieggiare la camera. Guardò fuori dalle finestre, e concentrò lo sguardo stanco sulle particelle di polvere che fluttuavano nell'atmosfera afosa, illuminate dai flebili raggi di luce del crepuscolo. Il cielo era rossastro e ferroso, cromato da un pulviscolo nero che rendeva la visione quasi granulosa. Ancora piovigginava a gocce lievi e rade, diverse dallo scroscio temporalesco che tanto le piaceva, come se le acquose nubi stessero lacrimando e singhiozzando. Il dolce ticchettio quella sera non avrebbe coperto i fastidiosi ruggiti della auto sulla plumbea strada sotto di lei, lo strombazzare dei veicoli imbottigliati nel traffico della metropoli, i colpi di tosse del vicino con l'asma da smog, o la sua televisione in statico, che soffiava e gracchiava in attesa di incominciare a strillare slogan pubblicitari e carismatiche frasi di eleganti uomini di spettacolo. Quando fu stufa di fissare le rosse gocce di pioggia scivolare sul vetro della finestra, Nadia spostò lo sguardo sul plico di fogli che sporgeva dal borsone. Emise uno sbuffo dal rigido becco, e stirò le membra prima di alzarsi per dare un'occhiata a quel mucchio di fogli targati narcisismo. Scese dal letto, rimpiangendo di aver abbandonato quella posizione di abbandono a se stessa, e si diresse verso il borsone. I piedi palmati e sudati emettevano uno sporco sciacquettìo contro le piastrelle bianche della camera. Nadia afferrò il copione e lo squadrò con circospezione, facendo scorrere l'indice sul margine per farsi un'idea di quante pagine fossero. Dovevano essere una trentina, o poco meno. Ciò che più si notava quando lo si prendeva in mano era il trionfale titolo pieno di fronzoli, accompagnato dal nome del suo autore poco più sotto. Danza Acida. Che stupido titolo. Non avrebbe attirato uno spettatore nemmeno per sbaglio. Abbassò le veneziane, tirando con calma il lungo nastro madreperlaceo per godersi le ultime silenziose gocce di pioggia, e la luce della stanza mutò da rossastra a bianca e pulita. Accese il ventilatore sopra al letto prima di stendersi a leggere il copione. Si sdraiò sopra le coperte e rizzò la tozza coda piumata, poi umettò l'indice rugoso, pronta per iniziare ad accontentare il nuovo regista. Danza Acida di John Boyle Che stupido titolo. Insopportabile. Aprì il copione con attenzione e svogliatezza, ed espirò profondamente. La prima pagina era scritta in un carattere tipografico, e profumava di macchina da scrivere. Le parole e le frasi erano alternate in corsivo, grassetto ed altre diavolerie, rendendo la lettura quasi ridicola. Sembrava un libro per bambini. Nadia fece roteare le pupille ed iniziò a leggere. Buio La pioggia lercia in sottofondo apre il sipario di carne. Sembrano pozzanghere i riflessi di luce del palco. Movimenti lenti, riflessivi. Come pioggia che danza sul liscio. Scende, si scioglie, fluisce in un fiume. È autunno di pomeriggio lento. Le foglie sono già cadute, e gli acquazzoni levigano il legno. Una casa di mogano, robusta. Le finestre appannate, sembra latte la pioggia che scende. Improvvisamente un tuono riscosse Nadia dalla lettura. La donna trasalì, e gettò un'occhiata alla finestra appena chiusa. Lo scroscio della pioggia ora era finalmente giunto, e, anche se ovattato dalle calde pareti, copriva il chiasso industriale della città come lei aveva sempre amato. Ritornò a fissare il copione aperto sopra il cuscino deforme. Ma che diavolo aveva appena letto? Era un'introduzione? Un preambolo poetico alla descrizione oggettiva della danza, giusto perché Boyle voleva dare sfoggio anche delle sue doti di scrittore? Improvvisamente Nadia iniziò a sentirsi leggermente confusa per quell'incipit vago e inaspettato, e la sua mente iniziò a lavorare febbrilmente per ipotizzare cosa ci facesse quel mucchio di frasi in mezzo ad un copione per danza moderna. Ma mentre una parte di lei era confusa, quasi stizzita per quella narcisistica presa in giro, l'altra metà era stata colpita da quel grumo intenso di parole. Era completamente insensato e fuori contesto, certo, però era oggettivamente piacevole da leggere. Ora doveva solo scrollare le spalle piumate, aspettandosi che le prossime righe descrivessero una specifica danza, e rituffarsi nella lettura. Entra Gisella. Leggiadra e abbandonata. A casa sua non c'è controllo, non c'è freno. Può guardare la pioggia. Respirare umido. Il muschio si sente sul palato. Freme d'eccitazione, dipinge cerchi di estasi. Si sincronizza alle gocce, è sciolta e fluisce. Danza come acqua su un vassoio, fresca e limpida. La pioggia non scema, crepita. Cinguetta il citofono. Nadia inspirò profondamente, cercando di tenere spalancati gli occhi spossati. Percepiva l'afosa atmosfera della stanza rinfrescarsi, mentre il ventilatore ruotava silenzioso e monotono. Il sudore sotto le piume stava finalmente calando d'intensità e miasma. All'improvviso si sentì bene. Era lì, da sola, nella sua camera da letto. La pioggia copriva gli strepiti del televisore ed il chiocciare della metropoli, e la cullava nella lettura, quasi avesse deciso di scendere per acclimatarla. Il copione continuava ad essere perfettamente inutile, eppure sembrava delinearsi una storia. Si chiese subito se Gisella fosse il ruolo che spettava a lei, dato che era "il suo cigno". Più che la confusione si stava facendo strada in lei la perplessità. Non capiva se quei fogli recassero una storia lineare da studiare, o semplicemente una serie di parole da leggere per assorbire l'atmosfera che Boyle aveva menzionato. Aveva detto di farsi riempire d'ispirazione, di leggere il copione e immergersi nella storia e nel personaggio. Di danzare senza imitare, bensì essere, il personaggio. Quando aveva sentito quelle frasi sul palco, le erano davvero sembrate sconclusionate, pensieri di un uomo che credeva di essere un genio e di avere il diritto di imporre e giudicare l'arte, ma ora che leggeva quel copione iniziavano ad avere un senso. Nadia aveva praticato in passato yoga, e la letteratura l'aveva abbastanza affascinata fin da quando era giovane, nonostante il suo destino da ballerina fosse già segnato nel marmo. Anche la parte recalcitrante di lei, la parte più razionale e professionale, ammise che era piacevole leggere quella specie di poesia. Qualcosa sembrava comunicare. Forse, dopotutto, la storia c'era eccome, come i suggerimenti per i passi da eseguire, e lei stava solo giudicando troppo in fretta. Accompagnata da un altro tuono che non la spaventò, Nadia riprese a far scorrere lo sguardo su quelle nebbiose parole. La carne accarezza il pomello. Vibra nelle vene. La porta di mogano si apre, ed entra Marco. Gli occhi di lei riflettono lui, e i ventricoli sono in tumulto. Galoppa l'estasi, e suona i tendini come arpa. Le sue labbra sembrano calde, pulsano con ardore, e le ciglia fremono. Passi lenti, d'amore. Le fronti congiunte, pelle su pelle. Le perle di pioggia scivolano lisce su lei. L'odore è greve, pulito, brumoso. I due amanti si stringono, e i gesti si amplificano. L'amore attizza il cuore, e fomenta la passione. La pioggia svanisce, sono solo loro due... Cresce, s'accresce, lievita. Sono un corpo solo ed una danza sola, veloce e pura. Le labbra si sfiorano, brividi scaldano i nervi. L'amore li assorbe e li ispira. I cuori galoppano, e si sincronizzano in melodia. Insieme percorrono passi ampi e delicati, peripezie nelle loro meningi. Avventure di tatto e odore, carne e amore. Nulla li ferma, e scivolano come perlacea pioggia. Rivolo di danza nella dimora impudica. Le palpebre chiuse, le membra come steli al vento. Non serve vedersi per amarsi, solo percepire. E fluttuano quasi, libando passione dai pori. Lei cade distesa, si lascia vincere. Sente le sue labbra sul caldo lobo. La passione non li consuma, li avvolge e fagocita. Sono ora fusi, entità di carne trascesa. Stesi sul suolo, la carne bacia la carne. Il calore è solo dei corpi. L'intensità stravolge, ammalia. L'immagine è immobile come una natura morta, ma pulsa di passione. Alcuni secondi per assumere e gustare, e poi il buio cala. Scena prima terminata. Nadia distolse lo sguardo alla lettura di quel lungo brano. Era davvero intenso, certo, e molto bello. Ancora non somigliava alla descrizione di dei passi di danza, però. Certo, rileggendo alcuni passi si intravedeva una vaga indicazioni di come danzare, ma un canovaccio per improvvisazione era ben diverso da quella strana, lunga poesia. E poi sembrava che Boyle avesse cercato di trovare una scusa per scoparsi una delle ballerine sul palco. Quella scena era descritta in modo astratto ed indefinito, ma non ci voleva un genio per capire che questa Gisella e questo Marco stessero facendo sesso sul pavimento, e sembrava che quella poesia fosse appositamente confusa in modo da ingannare le lettrici con questa "passione" che altro non era se non una sveltina sul tappeto nuovo. Si augurò che Boyle non fosse un maniaco sessuale. Dopotutto la gente non sarebbe andata ad una coreografia di danza per vedere un porno spacciato per arte, e l'uomo lo sapeva piuttosto bene secondo lei. Non era la prima volta che le richiedevano di stendersi su uno dei ballerini simulando passione, ma le parole idilliache di quel copione sembravano aver intenzione di spingersi oltre. Ricacciò indietro l'impulso di chiudere quei fogli di carta, e si accinse a girare la prossima pagina. Era inutile farsi tutti quei problemi, avrebbe pensato al criptico messaggio di quelle parole più tardi. Dopotutto non sapeva nemmeno quale fosse il suo ruolo nella coreografia, e forse Boyle aveva altri piani che richiedevano l'aver letto quei pezzi di carta. Anche se il primo incontro con lui era stata una dimostrazione del suo ego sproporzionato e della sua convinzione di essere un artista senza precedenti, i critici lo consideravano un genio per qualche motivo. E quella poesia continuava a frullarle nella testa, insieme al discorso sull'intensità che aveva esposto alle ballerine. Tornò a fissare lo sguardo sul copione. Se prima pensava che quei pezzi di carta l'avrebbero attirata, ora l'avevano definitivamente conquistata. Quella poesia era risuonata così bene dentro la sua testa, complice forse anche l'odore di sesso che ancora pregnava le lenzuola, che l'aveva impressionata per l'intensità. Nella sua mente aveva immaginato le proprie braccia muoversi e danzare senza che lei pensasse, come fosse regista di se stessa. Probabilmente questo strano riflesso dei suoi nervi era dovuto al fatto che lei danzasse ogni giorno per almeno cinque ore, e si era abituata ormai anche a pensare in mosse di danza. Possibile che, oltre le immaginazioni cerebrali e visive, lei potesse anche avere un'immaginazione che trasponesse emozioni e concetti in passi di danza? Forse Boyle aveva predetto questo. Forse era per quello che aveva consegnato a tutte quel copione poetico e anticonvenzionale. Nadia sbadigliò, spalancando il becco, e voltò pagina per continuare a leggere. Divorò avidamente tutte le trenta pagine in mezz'ora scarsa, ma altroché se fu una mezz'ora intensa. I suoi muscoli fremevano e si scaldavano, mentre lei si immergeva nei meandri di quel poetico copione, come se avesse avuto degli arti fantasma irrefrenabili. La sua mente lavorava febbrilmente, assorbendo ogni sillaba, leggendo velocemente per assaporare il suono e il rintocco delle parole tra le meningi. E quei fogli la catturavano sempre di più, affogandola nell'abisso cartaceo di quella coreografia, rendendole impossibile staccare le stanche pupille da quei caratteri ordinati a comporre emozioni. Dimenticò la confusione che prima l'aveva attanagliata, e tutti i pensieri tecnici sulla danza e sulla figura di Boyle. Il copione la rapì, come pure la sua storia. Lesse avidamente di Gisella, donna forte e decisa, che tradiva il marito Golia per la passione. Lui era un borghese, un uomo di freddi principi, mentre Marco era un artista, un uomo fuori dal comune. I giorni di passione si alternavano al rigore dei Golia, preoccupato dei suoi affari, lo sguardo fisso ad accumulare per il futuro incerto, senza godersi il presente. Marco invece la portava in un'altra dimensione, di passione e fugacità. Pensieri filosofici descritti con intensi passi di danza. Ma il gaudio non poteva durare in eterno, e la lungimiranza era poca, tanto era perfetto il presente. Golia li coglie in flagrante, e i cioccolatini fondenti di Marco si tingono di sangue. Il marito usa la sua penna per trafiggerlo al cuore, e lo spensierato artista muore, colpito al cuore, tra le braccia della straziata Gisella. È allora che Golia beve il vino rosso della moglie, avvelenato dall'amica Ortensia, gelosa della bellezza di Gisella, e muore poco dopo. Disperata, Ortensia s'impicca, mentre Gisella si spoglia per il dolore ed esegue un ultimo, straziante ballo, prima che cali il sipario. Le trenta pagine erano pura poesia. Nadia le divorò, assorbendo la storia fin nel midollo, e amandola in cuor suo. Aveva giudicato male John Boyle. Ora aveva davvero capito il significato di quel copione. Come l'aveva ispirata per mezzo di parole ed emozioni. Sapeva che fare ora. Quell'uomo era davvero un genio. Si definiva una donna ferma e con i piedi per terra, ma quelle pagine minuziose l'avevano rapita ed elevata. Si addormentò entusiasta, crollando sulle lenzuola scoperte, con la pioggia che scemava e il ventilatore che ronzava, facendo ruotare la luce e l'ombra per la stanza con monotonia. La serenità l'avvolse e la strinse in un abbraccio di sonnolenza, mentre le palpebre si chiudevano piano, e la stanca mente si abbandonava ad un meritato riposo. ATTO 3 David era piuttosto incazzato quando Nadia si presentò in ritardo alla sala prove del teatro. Mai in quasi dieci anni la donna aveva osato dormire un paio d'ore in più senza avvertire nessuno, ed era piuttosto fastidioso il fatto che il suo primo ritardo fosse capitato la prima mattina delle prove con il più grande regista mai passato di lì. Nadia era entrata barcollando, come se si fosse sbronzata di brutto la sera, gli occhi bruni che riflettevano una profondità ed un barlume allucinatorio che non aveva mai visto prima in lei. Una donna controllata e meticolosa come lei, infatti, era appena entrata come una bambina che vedeva realizzato il suo sogno di diventare ballerina al primo giorno di scuola di danza. Era sicura e controllata come sempre, eppure si guardava intorno in modo differente, e le sue movenze erano più naturali e fluide. E questo senza parlare di passi di danza, ma della normale camminata che adottava di consueto, equilibrata e controllata per non apparire ridicola con quei piedi palmati. David non riuscì a fare a meno di notare il copione stretto tra le sue ruvide mani nere, nonché lo sguardo che lei diresse a John Boyle appena entrata. Solitamente appena arrivata negli spogliatoi preferiva dirigersi da David per parlargli o chiedergli qualcosa, mentre questa volta non aveva nemmeno posato la pupilla su di lui, dirigendosi con sicurezza verso il regista, che subito si era girato a fissarla compiaciuto. Ok, forse lei non aveva come priorità il parlare con lui ogni volta che arrivava, e quel "maggior parte delle volte" significava una o due volte alla settimana per discutere di lavoro, però quell'inconsueto portamento fece contrarre il cespuglioso sopracciglio dell'uomo. "L'hai letto?" domandò John Boyle non appena Nadia fu abbastanza vicina a lui, facendo un cenno al plico di fogli bianchi. David riusciva ad udire bene le loro parole, in piedi di fianco al sipario, il bloc-notes stretto in mano. Quella mattina Boyle aveva richiesto di stampare delle scenografie "artistiche" richieste da lui, e anche se David gli aveva spiegato che questo era compito del teatro e non della compagnia di danza, lui aveva insistito. Aveva inoltre ordinato di vedere il tecnico delle luci per spiegargli la "sua arte", e consegnargli un foglio scarabocchiato con delle istruzioni su come disporre i riflettori ed eseguire i giochi di luce che desiderava nel suo spettacolo. Boyle non sapeva lasciar fare il proprio lavoro alle persone, Nadia aveva ragione. Aveva ripensato alle parole della donna quella sera, e forse sì, aveva sbagliato a chiamare lì quel megalomane regista. D'altronde, quella notte aveva pensato non solo al suo genuino discorso, ma anche al suo corpo perfetto. Gli mancava la dormita della notte precedente, il poterle accarezzare le piume sotto le coperte calde, il percorrerle la schiena nuda fino alle magre ma bollenti cosce, e sentire al tatto la tozza coda vibrante. E quella mattina nemmeno sembrava ricordarsi che lui fosse lì. Sentì un pizzicorìo sulla punta delle dita mentre queste ricordavano il tocco passivo sulle curve arruffate. Vide Nadia sorridere al compiaciuto regista, e si riscosse dai suoi pensieri, cercando di riafferrare le parole che aveva appena perso. "Lo sapevo che saresti stata tu la prima a capire." Boyle fece un'espressione soddisfatta, sollevando elegantemente l'angolo della bocca. Nonostante parlasse ad alta voce, quasi entusiasticamente, David aveva difficoltà a capire bene di cosa stessero discorrendo i due, per cui il ragazzo dovette tendere le orecchie per afferrare il punto della situazione. Lo sguardo con cui lui la stava guardando, però, era chiarissimo anche da quella distanza, e gli stava facendo ribollire il sangue nelle vene. Era lo sguardo di un uomo che fissava la sua preda con bramosia, finalmente scelta dopo minuti interminabili di ricerca, compiaciuto dell'ammirazione che era riuscito ad ottenere. O forse avrebbe dovuto dire seduzione. "È da tutta la mattina che cerco di far comprendere il mio metodo alle tue compagne. Ma non riescono a capirmi. Grazie mille dei complimenti, ma quello è solo il copione. La vera opera memorabile sarà lo spettacolo." rispose Boyle, continuando imperterrito a sorridere alla leggiadra Nadia, quasi imbarazzata dal ritardo e dalle parole che aveva pronunciato (e David non aveva afferrato). "Solo alle mie compagne? E i ballerini?" domandò quindi lei, cercando di apparire meno timida, più controllata e più severa come consueto. Boyle ebbe un fremito alla mano, mentre divorava con gli occhi la donna davanti a lui "Basta solo un ballerino per interpretare Golia. Io interpreterò Marco..." rispose con tono contenuto ma adulatore. In quel momento David vide la postura di Nadia raddrizzarsi, e le piume della coda venire percorse da un tremito. Stava indugiando anche lei, finalmente. Improvvisamente tutta quella sghemba ammirazione che la imbarazzava scomparve, rimpiazzata da una più umana titubanza. Anche David ebbe un momento di esitazione, e si domandò se avesse udito bene quelle parole. Davvero il regista pensava di apparire come ballerino sul palco? Eppure quel sorriso immoto stampato sul volto di Boyle e quell'improvvisa perplessità che aveva colto Nadia non facevano presumere altro... "Ha frequentato la scuola di danza anche lei? Dove?" chiese quindi Nadia, il tono lievemente incrinato, ma subito corretto con un lieve sorriso imbarazzato. Boyle si chinò in avanti "Ho frequentato la scuola al teatro della Scala quando ero giovane. Purtroppo non ho potuto concludere il mio percorso completamente, diciamo per diverbi creativi." mormorò, tentando di allargare il sorriso già ampio "Sono un po' arrugginito, ma scommetto che non appena troverò la partner di ballo giusta non avrò problemi a sciogliermi di nuovo..." Nadia esitò, aprendo lievemente il becco per l'incertezza, poi si riscosse e tentò di controllarsi fermamente come era solita fare. Irrigidì le spalle e lo sguardo, e sfoggiò una smorfia di approvazione artificiosa. "E chi farà Golia?" chiese, soppesando le parole come per bloccare le croste di indiscrezione che le bloccavano la gola. Boyle annuì studiando lo sguardo della donna "Cominci a preoccuparti troppo, Minkova, non ho ancora programmato tutto lo spettacolo." rispose "Prenderemo uno dei ballerini, magari chi avrà compreso meglio il copione come abbiamo fatto io e te. L'arte è anche improvvisazione. È il lampo di genio all'ultimo secondo che sconvolge tutto e crea l'opera perfetta. Intanto vai sul palco, e fammi vedere come Gisella danza sui tappeti di casa. Rileggi pure qualche passo dal copione prima di iniziare. Devo rifarmi gli occhi dopo le prove delle tue compagne..." David riusciva a vedere il conflitto che stava vivendo Nadia anche da quella considerevole distanza. Una parte di lei era ammaliata e stregata da quel bizzarro carisma che il regista sembrava aver studiato per sedurre, mentre la sua natura più profonda e matura era titubante. Il suo essere una donna decisa e con i piedi per terra, che amava ballare ma lo praticava come mestiere, e non come uno svago o uno sfoggio artistico. Il segreto del suo successo, del suo talento, era sempre stato il metodo matematico e rigoroso che lei adottava nella danza, il suo essere consapevole che non erano altro che movimenti del corpo eseguiti in una certa logica, con un certo ritmo, e nulla di più. La danza era una delle poche cose in cui si poteva raggiungere la perfezione, gli aveva detto una volta. Forse durante una delle loro discussioni sfregiate da lunghi silenzi, sdraiati sui divani in pelle del suo solitario appartamento, o sul suo letto matrimoniale che stonava con la ristrettezza della stanza. Lei aveva sempre la frase perfetta, meditata con cautela e detta piano e con riservata decisione... Ora invece le solide pietre che componevano il carattere della sua Nadia stavano vacillando sotto lo sguardo ammaliatore di quel regista megalomane. Seguì con lo sguardo il cigno dirigersi verso i gradini dietro le quinte per salire sul palco, e Boyle sedersi con delicatezza su una delle poltrone del teatro, carezzando i braccioli con le dita affusolate. Nadia camminava in modo differente dal consueto, con meno naturalezza e spontaneità, e ondeggiando la mano che stringeva quei fogli in maniera troppo regolata. Le altre ballerine erano in disparte dietro le quinte, probabilmente tutte intente a sparlare di Boyle e delle sue richieste assurde. Almeno così sembrava dalle loro delicate facce strabuzzate e dai loro sguardi da rettile che sembravano sgridare il pacatissimo regista. Non appena Nadia sparì dietro i teli neri delle quinte, David espirò, e si accorse di aver quasi trattenuto il respiro, immerso com'era nei suoi fugaci e contorti pensieri. Provò a rilassarsi e a tornare a rendersi spettatore. Lui era lì per accontentare Boyle, e preparare uno spettacolo degno di guadagnare abbastanza da far spargere la voce. Se quella giornata fosse stata improduttiva, aveva tutto il diritto di fare un bel discorso a quell'egocentrico regista con cui era stato fin troppo buono. Gli parve di iniziare a calmarsi, finché Nadia non fece capolino da dietro le quinte, recandosi con più leggerezza al centro del palco. Boyle agitò bruscamente il braccio per fare cenno al tecnico di accendere la musica, poi sorrise mellifluo e stese la spina dorsale in modo da sedersi più comodamente. Le casse del teatro iniziarono a vomitare improvvisamente della rancida musica elettronica, e David notò che in quel momento egli non era l'unico personaggio perplesso dentro all'edificio. Le ballerine infatti, radunate in piccole greggi cianciando e sparlando, quasi sobbalzarono per la sorpresa di quell'inconsueta scelta musicale. Era la prima volta che da quelle casse stava fuoriuscendo qualcosa che non fosse musica classica o da balletto moderno, e non appena Nadia udì la traccia che era stata scelta per la prima parte dello spettacolo corrugò la fronte piumata. Come diavolo avrebbe fatto a danzare su un ritmo ripetitivo ed estraneo come quello? Forse i ballerini avanguardistici di danza moderna sarebbero stati preparati nel muovere il corpo secondo quei confusionali e scialbi ritmi. Boyle però era lì, e la fissava dalla sua poltrona rossa con gli occhi che brillavano dall'aspettiva. David sobbalzò non appena qualcosa gli sfiorò la manica. Si voltò allucinato, scombussolato dall'improvviso squarcio nell'aria che quella fastidiosa musica aveva prodotto in quei pochi istanti, e subito si rasserenò vedendo il paffuto viso di Melissa. "Dimmi" esclamò, cercando di sovrastare con la voce quegli esagerati bassi. La ragazza lo fissò con gli occhioni gonfi di stanchezza. "Quel regista ci ha fatto provare una volta e poi ci ha lasciate là sopra senza dirci una parola. Le altre vogliono andare via se non ci spiega cosa dobbiamo fare" rispose lei, timida e seccata. Socchise le palpebre al prorompere di un rumore elettronico piuttosto distorto dalla traccia. "Adesso ci penso io, Melissa" David annuì energicamente alla ragazzina imbarazzata. Non appena si voltò di nuovo verso il palco, però, si trovò di fronte agli occhi Nadia nel bel mezzo della sua coraggiosa danza. Riusciva incredibilmente a seguire il grottesco ritmo della canzone, come se il suo corpo pulsasse a tempo. Danzava percorrendo cerchi sinuosi, come una pattinatrice, e muoveva le braccia in modo inspiegabilmente fluido, quasi le lasciasse libere per inerzia, ma controllandole minuziosamente. Solo allora a David parve di udire la registrazione di delle gocce di pioggia sotto i distorti bassi elettronici, e nemmeno fu sicuro se effettivamente queste fossero state aggiunta dal tecnico del suono o fosse solo una sua impressione ingiustificata. Nadia danzava lentamente, cadenzando i bassi, ora all'uomo parsi più tristi, quasi stessero dipingendo un lento e psichico climax, che solo la danza del cigno poteva svelare e completare. I passi di danza classici erano accompagnati da mosse inattese e improvvisate, che provocavano un brivido lungo la schiena di David, e misti con i cambi di tonalità e volume della traccia elettronica. Le gocce di pioggia erano ora accompagnate da suoni meno distorti e piatti, e più vacui ed armonici, e Nadia danzava fluendo e fondendosi con l'atmosfera che ora si respirava. Tutto divenne più confuso, e cresceva, e il ballo era sempre più veloce e leggero, ma con un amaro gusto metallico, e la donna danzò per altri dieci secondi anche dopo che la musica si era interrotta. Alzò il capo con gli occhi straniati e le braccia tremanti. David era a bocca aperta, come Melissa. Il ritorno al mondo di sempre fu un pugno dell'encefalo. Il risveglio da un sogno allucinato. Boyle sorrideva entusiasta, ed applaudiva un applauso offuscato. E fu allora che, nonostante il mondo ballonzolasse ancora distorto, David comprese il bramoso sguardo del regista e partorì l'embrione del suo primo odio. ATTO 4 Il giorno trascorse rapido e monotono, come la gran parte dei giorni in quella scuola di danza. L'eterea esibizione di Nadia aveva sorpreso sia David che Boyle, ma chi era rimasto più ammaliato dalle delicate ed affascinanti piroette era stata Melissa. Aveva difatti seguito tutta la performance con lucidità, fissando e giudicando la sua compagna mentre disegnava quei cerchi perfetti e seguiva quell'impossibile ritmo elettronico, ed era rimasta stupefatta. Sentiva la pelle nuda formicolare per l'emozione, per una strana passione che non riusciva a concepire, come se avesse abbandonato quella realtà per un momento, immergendosi auralmente in un nuovo universo del quale non era altro se non un granello di polvere. Non appena finita l'esibizione, inoltre, si era voltata esterrefatta verso l'istruttore, e lo aveva visto bruciare. Si era dunque allontanata silenziosamente, satura di pensieri vagheggianti e sfilacciati, addentrandosi in una coltre di passione che non concepiva ancora. Percepiva i suoi organi che rifiutavano questo bizzarro momento di rancore, eppure sussurravano orride parole ai fluidi ricordi. La sua mente indugiava, mentre le gambe avanzavano lungo la strada afosa come automi, e lavorava febbrilmente, guardando il giovane e innocente corpo di Melissa dall'alto delle sue nebbie. Anche David era scosso dalla singolare esibizione, ma si accorse appena della ragazzina sgusciata via senza una parola, rimanendo concentrato nel fissare il tronfio Boyle, sdraiato sulle poltrone di velluto rosso del teatro, ed iniziando ad odiarlo. Anche David venne avviluppato in un vorticoso turbinio di pensieri remoti, provenienti dalle sue viscere più profonde e rettiliane del suo ego. Immaginò prima di uccidere Boyle, fomentato da quello sguardo e da quell'improvviso abbandono del mondo concreto per quello astratto, immerso nel suo odio appena sbocciato come un fiore infernale. Poi si rasserenò del fatto che quello fosse solo un pensiero. Cercò di ricordarsi che egli era un maestro di danza, e doveva solo fare il suo lavoro. Ogni rapporto con le ballerine, eccetto quello con Nadia, era un rapporto professionale, e quello con Boyle non avrebbe fatto differenza. Era solo un megalomane regista che li avrebbe abbandonati dopo due settimane, deluso dal flop del suo stupido spettacolo colmo di musica aliena e traboccante egocentrismo. Seguì quindi con lo sguardo Nadia, che, più scioccata di tutti, si allontanava dietro il sipario con passo barcollante. Forse avrebbe dovuto parlarci, o forse doveva solo lasciarla stare. Dopotutto, quella performance aveva turbato ogni persona presente in quella sala, e ora serviva tempo ad entrambi per realizzare quello che era successo. Solo Boyle, a quanto pare, era soddisfatto e compiaciuto. Nadia apparve improvvisamente da dietro i pannelli che reggevano il sipario, e si diresse sulle vibranti gambe verso l'assorto maestro. "David!" esclamò, il rauco tono sfregiato dalle vibrazioni. L'uomo si voltò, sollevando il rude sopracciglio, e cercò di rimuovere dalla faccia quell'inebetita espressione di sonnolenza meditabonda. "Torno a casa, se per te va bene." gli disse infine, parlando velocemente. Non aveva più in mano il copione, e i suoi occhi erano intrisi di perplessità e paura. Raddrizzò quindi la schiena, ed incominciò a camminare verso l'uscita del teatro, quasi barcollando sotto il peso del vago turbinio di emozioni che ora la stava divorando. Non gli aveva mai chiesto qualcosa del genere in quasi dieci anni, ed ora se ne andava dopo avergli porto un avvertimento più che una richiesta. David la seguì con gli occhi socchiusi e la mente scombussolata finché ella non aprì la doppia porta antincendio con mani tremanti e sparì alla vista dell'uomo. Si voltò quindi verso Boyle, che aveva assistito alla scena con un enigmatico sorriso che, tuttavia, sembrava portare cicatrici sbalordite, nonostante ben nascoste. A David sembrava davvero che quell'idiota si volesse atteggiare come un Dio, in modo da sembrare un idolo che conosceva e prevedeva tutto, e mai si scomponeva nella sua altezzosità. Strinse i denti quando notò che le altre ballerine si accingevano a seguire Nadia verso l'uscita del teatro. Non poteva biasimarle: Boyle le aveva appena sminuite in maniera plateale, e dopo quella bizzarra esibizione non avrebbe avuto molto senso rimanere. Le ballerine sfilarono davanti a lui disordinatamente, chiocciando tra loro e mormorando a bassa voce. Alcune già iniziarono a slacciare le code di cavallo mentre si preparavano a struccarsi nei camerini. "Anche noi andiamo." mormorò Melissa con voce flebile e occhi sgranati, e a David non rimase che seguire con lo sguardo le professionali danzatrici che per anni aveva istruito e guidato con fermezza e serietà uscire con irritazione dal teatro. Boyle smise di sorridere allora, e si alzò finalmente dalla poltrona sulla quale era rimasto sdraiato per tutte quelle ore. Si diresse verso il palco, puntando al punto più lontano da David, e, non appena giunto dietro le quinte, afferrò il copione che Nadia aveva abbandonato al suolo, e si mise a rileggerlo con attenzione e noncuranza. All'uomo iniziò a ribollire il sangue nelle vene, e pensò subito di incominciare a pensare al discorso per cacciare via Boyle, ma vedendo il velo di sorpresa dietro lo sguardo seduttore del regista, decise che quella manifestazione di estrema antipatia da parte dell'intera compagnia bastasse e avanzasse. Forse non sarebbero stati necessari formalismi per convincere quel megalomane a levarsi di torno ed evitare una figura di merda con il loro fedele pubblico. Nadia aveva ragione. Perché non si era informato? Perché si era basato su quel nome, senza considerare le capacità delle sue danzatrici e i loro bisogni professionali? Era colpa sua alla fin fine. Tutta quella scenata era colpa sua. Perché ormai aveva capito che quel regista non sapeva stare con i piedi per terra, e a poco sarebbero servite le parole con un narcisista del genere. Potesse morire affogato nel crogiolo delle sue presunzioni egoistiche. David uscì dal teatro senza voltarsi, e non disse una parola alle ballerine, che ancora chiacchieravano svogliatamente nei camerini. Quella era una giornata da dimenticare completamente. Arrivato a casa si preparò un caffè, e a lungo rimuginò se ubriacarsi con il Bellevue fresco di settimana, optando infine per lasciar perdere. Avrebbe passato il resto del giorno a fare qualche altra attività, in modo da cancellare dalla memoria la scenata della mattina. Doveva essere pronto a ricominciare daccapo il giorno dopo. Eppure per quanto corresse sul tapis-roulant con i Nickelback in cuffia, non riusciva ad eliminare l'immagine di Nadia che si allontanava allucinata e vacillante verso la porta per i camerini. Probabilmente lei ora stava peggio di lui, e stava cercando di capire che era successo, in quanto era molto più coinvolta di lui in quella storia, e, se la conosceva bene, avrebbe tenuto un atteggiamento più taciturno per parecchi giorni. Non era abituato a sbalzi di tensione simili, avendola sempre considerata una donna controllata e seria, ma oggi qualcosa era andato più storto del solito, ed aveva mandato in tilt anche la sua mente meticolosa. Mentre si rilassava sotto una doccia fredda, continuò a meditare e a porgere cibo alle meningi, che masticavano senza sosta ogni immagine o previsione su Nadia. Forse avrebbe dovuto consolarla. La verità era che voleva vedere il cigno per assicurarsi che stesse bene, per farle dimenticare quella mattinata con la sua presenza, per farla distendere sul letto con la sua persona, senza l'artificiale seduzione che Boyle credeva potesse funzionare, ma solo con il suo amore. Voleva vedere Nadia e rasserenarla. Farle passare un'altra notte di spensieratezza e sesso lento. Avrebbero pensato al regista l'indomani. Ma ora voleva vederla. Ghermì allora il giubbotto firmato con le unghie rose, indossò in fretta le scarpe da ginnastica, e sbatté la porta di casa con rude decisione. Aveva deciso: l'avrebbe incontrata, volente o nolente, e le avrebbe fatto una piacevole sorpresa. In un modo o nell'altro doveva fare in modo che lei ricordasse quella giornata come un altro intenso pomeriggio con lui, e non come un'allucinatoria figuraccia sul palco del teatro. Percorse il marciapiede lastricato che costeggiava la strada senza mascherina, trattenendo il fiato per non inalare lo smog, e stando attento a non calpestare le fessure tra i sampietrini. Il vento era piuttosto forte, e gli fischiava tra i ricciuti capelli neri, solleticandogli la carne nuda. I passanti come al solito badavano agli affari loro, lo sguardo chino e la schiena ingobbita. I suoi poligonali occhiali si appannarono non appena aprì la porta degli appartamenti a schiera dove resideva la donna. Il giallo sporco dell'atrio gli assalì le pupille, illuminato dalla luce artificiale delle nude lampadine. Salì le strette scale appoggiato al corrimano di legno consumato. Man mano che saliva l'odore di cibo industriale si faceva più intenso, e lo sbatacchiare di forchette sui piatti di ceramica, insieme al gracchiare dei televisori, era più forte, seppur ovattato da quei muri giallastri. Era quasi ora di cena, d'altronde, ed i poveri borghesi di quello squallido complesso avrebbero lavorato in qualche locale alla luce dei neon tutta la sera. Un neonato vagiva qualche piano di sotto quando David suonò al campanello rococò accanto all'unica porta in legno pulito del quartiere. Si sgranchì la gola, provando a tornare a concentrarsi sul discorso che avrebbe dovuto fare a Nadia. Doveva essere sicuro di convincerla a passare la serata con lui e dimenticare tutto. Avrebbero finto di vedere un film, e sarebbero andati a letto, sopra le coperte, sudati ed illuminati dalla luce bluastra della TV mentre facevano l'amore. L'odore del sesso doveva coprire il fetore di quello speziato cibo orientale. Suonò di nuovo, sorpreso che la donna impiegasse così tanto ad aprire la porta, ed un brutto presentimento iniziò a sgusciare tra le sue meningi come un parassita. Questo presentimento si rivelò reale nel momento in cui udì dei passi avvicinarsi alla porta da dentro l'appartamento. Passi diversi dai leggeri piedi palmati della danzatrice. Passi di un uomo barbaro e narcisista. La porta si aprì, e la faccia arrossata di Boyle si contorse dalla sorpresa, fallendo nel trattenere lo sguardo di paura del ladro appena colto in fallo. Fu allora che le nocche si strinsero fino a tingersi di un bianco perlaceo, e il sudore iniziò a grondare sulle guance cadaveriche. Il viso era impallidito, ma sotto la cute ardeva l'inferno. La vista si offuscò mentre le giunture delle gambe si fiaccavano per far affluire ogni energia nell'odio. "Come mai qui, Lince?" balbettò Boyle, cercando in tutti i modi di soffocare il suo imbarazzo ed i suoi brividi sotto il sorriso di marmo ed il sopracciglio semisollevato. A David la frase arrivò remota e appannata, sfiorandogli le orecchie con violento fastidio, e costringendolo a respirare più a fondo. Le narici gli vibravano come mai prima d'ora, scuotendogli i bollenti nervi delle guance. Nadia si allarmò, sentendo le parole melliflue di Boyle, ed accorse alla porta dalla camera da letto, con sul viso stampata un'espressione di profondo turbamento. Appena vide David in piedi davanti alla porta, il calmo viso e l'espressione neutrale che coprivano l'odio e il rancore ardenti nelle viscere, mutò l'espressione in mille fuse emozioni. Era sconvolta, dispiaciuta, innocente, ansiosa e mortificata, e negli occhi non s'intravedeva l'eco dell'amore viperino, ma David vide solo l'innocenza tra tutte. Un'innocenza falsa e femminile, che separava il cuore e la mente come domatore e bestia, l'innocenza che derivava dal lasciar decidere alle emozioni. E nel frattempo la faccia da culo di Boyle gli copriva la visuale, stando davanti alla porta con una finta espressione da babbeo snob, quasi a volerlo sfidare. "Non farlo..." lo scongiuravano gli occhi sgranati di Nadia "Non farlo, posso spiegarti.". "E invece lo farò." rispose lo sguardo di David, dalle rughe neutrali ma dalle iridi bollenti, i riccioli neri che proiettavano la loro ombra sulle orbite come una corona di spine. "Mi conosci. Non è come sembra... Ti spiegherò tutto... Devi solo ascoltarmi..." rispose Nadia con le pupille, sfiorata dal pensiero di aprire il delicato becco, poi scartato dall'imbarazzo. "Non sono arrabbiato con te" replicò con le sue vibrazioni David, poi le sue pupille scivolarono a puntare la sagoma atletica di Boyle "Risolverò io la questione. Io l'ho chiamato e io lo restituirò al proprietario.". "No!" esclamò il cigno, impregnando gli occhi di spavento e rammarico. Ma David aveva ormai già sbattuto la porta in faccia a Boyle. Lo sentì esclamare tronfio qualcosa a cui Nadia non rispose, mentre scendeva i gradini smussati. L'odio lo aveva ormai assorbito ed ingravidato di pensieri. Pensieri che pian piano lievitavano dalla violenza alla morte secondo climax squisitamente ordinati. Sarebbe toccata a lui la decisione di abortirli a forza di coltellate alle viscere o partorire una vendetta degna, e mandare a dormire il pargolo per riuscire a dormire sereno egli stesso. Uscì dal complesso sbattendo la porta con decisione e macinando spirali di odio e rancore con avidità e gusto. Arrotolò la lingua per assaporare meglio i pensieri di punizione e annichilimento che sarebbero spettati al fottuto regista. Sentiva l'odio galoppare nelle vene, e sussurrargli cose nelle orecchie. Cose di cui si gonfiava e di cui rideva sguaiatamente nel suo cranio cocente. Contava i passi come contava le coltellate alla schiena che la sua mente immaginava nei dettagli. Avrebbe dovuto storpiare quella faccia da pretenzioso in una faccia di dolore indescrivibile. D'altronde l'odio era un ottimo pittore tra i meandri del suo encefalo. David entrò in un bar di cui non sapeva il nome, dopo aver percorso un indefinito numero di passi. Era partito al tramonto, ed ora era già notte. Le ore erano passate rapide, rapendolo mentre il suo animo si dibatteva tra odio e razionalità. Ordinò dell'alcool. Non ricordava cosa avesse ordinato, sapeva solo che era roba potente, che lo avrebbe fatto dimenticare. Che avrebbe affogato i suoi pensieri ed il suo dolore in un mare di sudore sotto a delle coperte pesanti in un letto solitario. Passò un tempo incalcolabile, tra un bicchiere ed un altro, rimpiangendo la lucidità che andava via via perdendosi nei contorti intrecci di emozioni tese come la tela di un ragno. "Vorrei uno dei vostri androidi da sesso." ordinò al barista, il tono storpiato dai fumi dell'alcool. "Ne abbiamo di tutti i tipi per i feticismi peggiori, amico," rispose quello, pulendo un bicchiere con il lercio straccio "basta che abbia da pagare e mi dica cosa vuoi.". David si leccò le labbra, scrutando annoiato le illeggibili scritte sulla bottiglia semivuota "Voglio un cigno." esclamò infine, fissando il barista con la coda dell'occhio. Buona parte del locale scoppiò rudemente a ridere, rovesciando whisky a terra e spalancando la mascella in preda agli spasmi dal lurido tavolo. "Abbiamo roba per tutte le perversioni possibili, ma tu chiedi troppo, amico." rispose quindi il grasso barista, accennando un sorriso consolatorio. "Non sono il tuo fottuto amico.". Il barista continuò a sorridere senza convinzione, mormorando degli insulti a bassa voce. Come si permetteva di sorridere in modo falso e sparlare di lui sotto i baffi? Gli ricordava Boyle. Boyle faceva sempre così, e teneva un sorriso da rompere col martello tutto il giorno credendo di sembrare cordiale, quel puttaniere. Forse quel barista meritava di fare la fine che avrebbe fatto anche Boyle. "Ehi, ehi..." mormorò un tizio, mentre si avvicinava al suo tavolo. Nonostante avesse la vista offuscata dall'alcool, David riuscì a distinguere un figuro con una camicia nera a fiori gialli e degli occhiali rotondi arancioni che camminava goffamente verso di lui. "Giornataccia?" domandò, alzando la testa per scrutarlo con le sfuggenti pupille, che saettavano come quelle di un rettile di qua e di là, mentre la sua faccia si contorceva teatralmente. Scostò una sedia e si sedette al suo tavolo. David non disse una parola, e si limitò a fissarlo. Ormai non aveva più voglia neanche di pensare. "Oh, Dio. Hai scelto un pessimo nettare per ubriacarti." continuò, strappandogli dalle mani la vaga bottiglia che aveva ordinato "Barista, mi porti una bottiglia di Chartreuse!". "Chi sei?" biascicò David, infastidito dalle movenze repentine dello sconosciuto. L'uomo sgranò gli occhi e fece roteare la testa, poi improvvisamente afferrò il tavolo con entrambe le mani e si protese in avanti per mormorare. "Sono uno qualunque, di quelli che conosci e poi non ti ricordi più, anche se li rivedi tra il pubblico" sorrise grottescamente "ho delle cosine che vorrei condividere con un depresso di merda come te.". David fece dondolare il capo a destra e sinistra, squadrando il bizzarro individuo. All'inizio pensò si trattasse di un'allucinazione, ma mai gli era capitato che il vecchio alcool gli provocasse simili sintomi, per quanto lo scombussolasse. L'uomo estrasse con cura dalla tasca sulla camicia una grossa capsula rigida, poi, fissandola con occhi sgranati, la spezzò sotto le narici, inalandone il contenuto con avidità. Tirò infine un lungo sospiro di estasi, e contorse la faccia in strane espressioni per l'acidità della sostanza. "Prendine una. Devo liberarmi di questa merda prima di arrivare al capolinea." disse quindi il figuro, porgendo con le ossute mani un'altra capsula allo straniato David. L'uomo esitò un istante prima di accettare il dono, ma l'alcool rombava nelle vene, e la disperazione era burattinaia dei suoi atti quella sera. "Capolinea?" biascicò, mentre portava la pillola sotto le narici, cercando di imitare lo sconosciuto. "Capolinea, sì. Tutti prima o poi bisogna arrivare al capolinea, è inevitabile, mica sono diverso dagli altri, io. E devo spogliarmi di un paio di cose, lavarmi sotto le ascelle con il sapone, pulire questi sporchi occhiali..." rispose quello. David spezzò la pillola e inalò con un respiro profondo tutta la polvere che v'era contenuta. Fu come se dei fuochi artificiali gli fossero schizzati su per il naso, trapassandogli le meningi ed eccitandogli i neuroni. Mille fuochi si sparsero sotto la cute, e l'euforia s'impadronì del corpo di David, sprizzando scintille che bruciavano i ricordi, ed il dolore, e nulla importava più. "Non fa male, tranquillo. Fa più male quando finisce. Ti aiuta a dimenticare, a non pensare alle cose. Ti aiuta ad uscire dalla realtà, cazzo. La sai una cosa buffa? La sai? Una volta la gente per uscire dalla realtà usava altre cose. C'erano i fantasy, i romanzi rosa, i libri sui vampiri e i lupi mannari che si inculavano a pecorina, e c'erano pure i classici se proprio la libreria era a secco. Il che era anche un bene, perché non costavano trenta dobloni a porzione, e li potevi anche riutilizzare. Ma cazzo, amico, quegli affari non li potevi tirare su con il naso. Che gusto c'è? Ehh, ogni volta che l'uomo s'inventa qualcosa, quella cosa diventa la salvezza per qualcuno e il vizio per qualcun'altro. Ma è così che gira il mondo, amico. Le persone nascono, imbrattano questo mondo e muoiono. E c'è chi muore ancora immerso nel suo mare di merda, e chi invece prende il primo tram per il capolinea, e riguarda indietro a quello che ha fatto. Però devi solo curare i dettagli della rete che hai tessuto, mica la puoi ricominciare da zero, cazzo! La smussi un po', la pulisci in qualche pezzo e ti accontenti. Una volta che hai preso il tram non torni più indietro. Solo alla fine la vedi dall'alto la tela, e può essere bellissima, piena di dettagli e sghiribizzi psichedelici, oppure può essere una merda, tutta storta. Le mie preferite, però, sono quelle con un unico soggetto, di chi non si è dedicato ad altro se non quello. Sono così pulite, dettagliate, estetiche, tipo la copertina di un vinile. Mancherebbe solo il titolo ed il codice a barre, ecco. Sì, avrei voluto una tela così, cazzo. Mica è una metafora, eh, idiota! Le metafore sono per i vecchi, i vecchi che leggono i libri. Noi siamo qui per sballarci, anzi tu, perché io sono qui per tagliarmi le unghie dei piedi e togliere il fango dagli scarponi. Ricorda di prendere il tram, amico. Al momento giusto devi ricordarti di prenderlo.". Detto questo, il figuro si alzò ed uscì dal bar. Quella fu l'ultima cosa che David si ricordò prima che la droga facesse definitivamente effetto, ed una spirale di pensieri ancora più intensi gli avviluppasse le membra in estasi. Turbe di psichedelici demoni iniziarono a ruotare intorno al suo cranio, e mentre la mente trascendeva quello schifoso mondo i ricordi di David si fusero e liquefarono in vortici di nettarea estasi ed amaro piacere. ATTO 5 Ecco fatto. Il gran giorno era arrivato. La notizia che John Boyle, il visionario regista del secolo, avrebbe collaborato con la grande Minkova, la cui leggendaria grazia era troppo ardua da descrivere con umane parole, si era sparsa in tutti e cinque i continenti. Era già tutto pronto, così aveva detto il regista. Normalmente passavano anche quindici giorni di prove prima dell'esibizione, per curare ogni minimo dettaglio con l'attenzione dell'incisore, ma il prodigioso Boyle aveva avuto bisogno solo di un giorno. Un miracolo agli occhi del pubblico e della critica. La notizia che lo spettacolo sarebbe stato anticipato al giorno successivo era comparsa ufficialmente solo alle otto di sera sul profilo di John Boyle, ed il pubblico si era strappato i capelli e le unghie pur di accaparrarsi uno dei biglietti per lo spettacolo. Ancora una volta il regista aveva stupito tutti con il suo genio, ed il valore di quella futura performance era salito a livelli stellari. Chiunque avrebbe assistito all'opera non sarebbe stato capace di raccontarlo, e sarebbe stato inevitabilmente coinvolto in prima persona in uno degli eventi più importanti nella storia della danza. Questo non aveva prezzo per il pubblico. Si vociferò che la Minkova e il regista avessero passato la notte insieme, mentre l'équipe del teatro veniva contattata a sorpresa la sera per allestire il palco all'oscuro di tutti. Chi erano loro per dire di no al visionario Boyle? Erano le dieci della mattina quando il teatro finalmente aprì. Gli addetti girovagavano confusamente in cerca di informazioni su dove fossero Boyle e la Minkova, su quanto costasse il biglietto dell'entrata, e su quanti spettatori potessero entrare senza avere la prenotazione. E mentre i bigliettai si scervellavano a domandare e ad inventarsi soluzioni per inesistenti problemi che nessuno aveva posto loro, la fila di impazienti spettatori lievitava alle porte del teatro. Fu alle dieci e venti circa che Nadia Minkova e John Boyle emersero dai vicoli che accerchiavano l'edificio, e si diressero verso l'entrata del backstage senza degnare di uno sguardo gli eccitati spettatori, che subito iniziarono a schiamazzare. Una marea di domande da parte dell'incerta équipe del teatro sommerse il regista non appena egli stese la caviglia oltre la porta d'ingresso. Boyle scostò infastidito i frenetici addetti, rispondendo con bruschi cenni e monosillabi ai più impazienti. "Gratis! Fateli entrare tutti gratis!" strillò Boyle, alzando gli occhi al cielo e dirigendosi verso i camerini. Nessuno può descrivere l'espressione di sbigottimento che si dipinse allora sulle facce degli addetti del teatro, che si guardarono l'un l'altro negli occhi pensando la stessa cosa. Confusamente, ognuno di loro si accordò con l'altro: avrebbero gestito lo spettacolo con o senza i suggerimenti del regista, come se lo avessero organizzato loro stessi, dato che egli non sembrava disposto a collaborare. Fissarono il prezzo d'ingresso a trentacinque crediti, e s'infilarono in tasca i soldi con noncuranza mentre i primi famelici spettatori entravano chiocciando a prendere posto. "Vai a cambiarti. Iniziamo tra un quarto d'ora." sbottò Boyle alla compagna, trascinandola amorevolmente nei camerini. Lei non rispose, fissandolo negli occhi con sguardo vago, ed obbedì al consiglio, inarcando il piumato sopracciglio. Lui la accompagnò ancora per qualche metro, ghermendole il fianco con dolcezza mentre la scortava nei camerini femminili. Soffiò dalle narici quando vide Melissa, in piedi in mezzo alla stanza, che si stendeva da sola l'ombretto violaceo sul viso delicato. "Che ci fai tu qui? Qualcuno ti ha detto che dovevi venire?" sbraitò il regista, stringendo la presa più forte sui fianchi tremanti di Nadia. La ragazza si voltò sgranando gli occhi, ed ebbe un sussulto non appena vide il regista che la squadrava torvo. "Puoi anche tornare a casa, tu. Non abbiamo bisogno di ballerine mediocri per fare il nostro spettacolo." continuò lui con sguardo sprezzante, mentre la ragazzina lo fissava sbigottita. Boyle lasciò allora il fianco di Nadia, e sparì alla vista delle due donne con la velocità di un fulmine. La ragazzina rimase in piedi in mezzo alla stanza, gli enormi e dolcissimi occhi da cerbiatta coperti da una patina di lacrime, solitaria ginestra bambina in mezzo ad un brullo terreno sanguinante allucinazioni. Non aveva la forza di alzare il delicato braccio a pulirsi le iridi gonfie, come se questo si fosse trasformato nello stelo di un girasole ormai appassito per il voler troppo ergersi. Fissò Nadia, con il trucco che ormai iniziava a sciogliersi sui polsi, colando impietoso sulla monolitica carne rosea, ma non trovò nessun conforto nella sua rassegnazione. Il cigno non posò lo sguardo sulla compagna, allontanandosi. Sapeva di volerla consolare, ma era rimasta impassibile, strozzata dai confusi brividi. Fu allora che Melissa reagì. Scagliò a terra il trucco con tutta la violenza possibile, ed emise un rauco strillo di rabbia che assordò e stupì tutti i ballerini del camerino di fianco. Tutti tranne l'impassibile Nadia, che dopo un forte tremito serrò le palpebre piumate. Mentre le lacrime iniziavano ad erompere dagli occhi, facendo colare il trucco come uno sbiadito acquerello, Melissa afferrò il phon, e con un altro grido disperato lo schiantò contro lo specchio dinanzi a lei. Il vetro si ruppe in mille pezzi, mentre l'immagine della ragazzina si annichiliva con esso, e l'innocenza precipitava dentro il lavandino, saturando con i propri cocci il sifone senza più pietà, senza più pazienza. Melissa uscì dai camerini scalza, il volto ormai impiastrato di lacrime, come un livido arcobaleno di dolore, contratto in una smorfia che mai avrebbero potuto credere possibile su un viso tanto delicato e floreale. Tutto era finalmente eruttato fuori, facendosi strada sotto la sua carne con le unghie e con i denti fino alla superficie. Era stufa di quella competizione. Era stufa di fare la parte della bambina paziente e stupida. Era stufa della sua ingenua innocenza. Il pubblico intento a fluire nel teatro notò la ragazza uscire sull'asfalto con il trucco colato, scalza ed infuriata, e subito fu assalito da una spasmodica perplessità. Che era successo? Era forse tutta una tecnica del maestro Boyle per rendere ancor più indimenticabile quell'esibizione? Arte scalza e su due gambe perfette che faceva da antipasto allo spettacolo, pronta ad essere interpretata da ingordi critici? Qualche impietosa foto fu scattata, e qualche piccolo dibattito scaturì, prima di morire sepolto dalle dicerie sulla serata precedente in casa Minkova. I posti a sedere erano molti e comodi, ma non abbastanza per l'agguerrita plebe, bramosa di assistere a ciò che il genio di Boyle aveva da offrire loro. Qualcuno si sedette a terra, ma con galanteria. Qualcuno decise invece di restare in piedi. Pian piano il teatro si stava riempiendo di smanioso e irrequieto materiale organico, e già i critici gorgogliavano mentre estraevano le mont-blanc dal taschino per annotare argute considerazioni, ed il brusio si faceva modesto e pacato in attesa che le luci calassero. Boyle scostò lievemente il sipario per scrutare come fosse la situazione là fuori. L'impazienza si palpava densa. Squadrò il pubblico per esaminare chi fossero gli eletti scelti per vedere la sua arte. Un uomo di mezza età, grasso e dal naso schiacciato, con un monocolo al seguito ed un cappello a cilindro sulla zucca pelata... Una donna vestita con un abito grazioso, un sorriso mielato di rimorsi ed una borsa che sembrava accudire sul grembo... Una cicogna elegante che non la smetteva di digitare su un portatile e non sembrava prestare attenzione all'atmosfera di tensione... "John, io non lo voglio fare questo spettacolo" sussurrò una voce femminile dietro di lui, facendolo sussultare e voltare. Era Nadia, in piedi dietro di lui, innocente e timida come una bambina. Si era già truccata perfettamente, ed aveva già indossato l'abito aderente che Boyle le aveva consegnato, acquistato con i propri soldi in mancanza del manager. Quel manager che era venuto ad importunarli la sera prima. Lui le sorrise dolcemente, e le strinse il braccio "Non avere paura" mormorò, fissandola negli occhi dall'alto al basso "Noi abbiamo creato qualcosa di nostro. Abbiamo la tecnica e l'ispirazione, ed è ciò che compone l'arte. Neanche il terzo elemento disdegnamo, ovvero l'amore. È l'amore che fa e che crea, che ammalia il pubblico per la sua realtà fisica e interiore. Non devi fare altro che lasciarti andare. Devi solo lasciarti andare...". Detto ciò la spinse dolcemente contro la colonna che sosteneva il sipario, e le carezzò il clitoride mentre lei espirava aria fredda. "Siamo al completo" li interruppe uno degli addetti del teatro con espressione perplessa "Quando incominciamo?". Boyle si voltò e fulminò l'uomo con lo sguardo, lasciando la morsa sul braccio di Nadia. Fece due passi in avanti quasi ad alitare sul volto dell'imbarazzato ragazzo. "Cominciamo ora" rispose quindi seccato "Avverti il tecnico delle luci che se sbaglia anche solo un dettaglio provvederò io personalmente a sollevarlo dall'incarico e rovinargli la carriera. E di' al tecnico del suono che la mia playlist è nella chiavetta sulla sua scrivania e che non faccia storie". L'addetto schizzò via scuotendo la testa, e Boyle tornò a voltarsi verso Nadia. "Devi solo lasciarti andare". David si svegliò di soprassalto, ed ululò dal dolore quando sbatté il cranio sulla ceramica del lercio cesso. Torse il collo per scrutare l'ambiente intorno a lui, ansimando con violenza mentre la sua vista smetteva di annebbiarsi in turbinii psichedelici. Si alzò sulle gambe vacillanti, e vide che aveva le maniche della giacca zuppe di quello che sembrava essere sudore. Che era successo? Perché si trovava in una specie di lurido bagno pubblico? Mentre la sua mente si schiariva cupamente, David si sforzò di immobilizzare le membra tremanti e di ricordare. Ricordava che un uomo con degli occhiali da sole gialli ed una camicia a fiori gli aveva infilato della droga su per le narici la sera prima. Il sole trapelava dalle inferriate della finestra, e faceva luccicare l'untuoso strato di escrementi oleosi che chiazzava le sudice piastrelle. Ricordava che si trovava nel bar in centro città e che aveva bevuto troppo. La testa smise di girare, e le vene si stagliarono cariche di adrenalina sotto le unte maniche. Ricordava che doveva andare ad uccidere Boyle. Fece un passo in avanti, e scivolò gridando sui liquami che insozzavano il pavimento. La rabbia iniziò a stringergli le meningi, la furia gli avvinghiò le viscere senza torpori. Doveva uccidere quel fottutissimo megalomane, e doveva farlo ora, imbrattato di merda e sudore come un dannato dell'Inferno. Frugò con la mano lercia nella tasca dei pantaloni, alla ricerca del suo telefono, e l'incendio d'odio che ardeva nei suoi polmoni ebbe una vampata non appena l'uomo lo trovò. Con le unghie nere lo accese, ed aspettò imprecando che l'aggeggio si scaldasse. Lo sforzo di non gettarlo nel gabinetto per la furia fu immane, e David dovette controllare tutte le sue membra per impedire all'odio di assorbire del tutto la sua carne e le sue ossa. Finalmente il trabiccolo si accese, e fu allora che l'uomo impallidì. Una sola notifica bastò. Una notifica che recava scritto che al teatro era in corso lo spettacolo "Danza Acida" di John Boyle e Nadia Minkova. Questo bastò perché l'odio lo impregnasse fino all'ultimo capillare, e gli desse la forza di sfondare la lurida porta con un calcio di dolore e vendetta. Le luci calarono sullo scalpitante pubblico, che emise un flebile coro di suggestione prima di acquietarsi. L'aspettativa era palpabile. Una luce sola si illuminò, livida e verdastra dietro il sipario. Le tende color vermiglio si scostarono piano, rivelando finalmente il palco. Era lo scrosciare della pioggia che fuoriusciva dalle potenti casse del teatro? Nadia Minkova era lì, illuminata dal verde riflettore, il lungo collo bianco reclinato a fissare il suolo. La musica iniziò a saturare l'aria fredda. Si poteva udire un violino, forse un piano, ma erano percussioni quelle che si sentivano in sottofondo? Boyle aveva forse tenuto tutti all'oscuro del fatto che si trattasse di un'esibizione di danza moderna? Che aveva in mente? Il pubblico sussultò quando Nadia si mosse, rapida e leggerissima, e subito rimase ammaliato. Lo spettacolo era finalmente iniziato, senza preludi e spiegazioni, e già sembrava aver catturato l'attenzione di chiunque fosse in quel teatro. I movimenti fluidi di Nadia come lo scrosciare della pioggia sembravano sedurre gli spettatori, e il suo disegnare ampi cerchi quasi perfetti con grazia ed eleganza eteree rapì anche i cuori più scettici. Il ritmo vomitato dalle casse, che ora era evidente fosse un pezzo di musica elettronica, riempì il teatro con le sue vibrazioni lucide e geometriche. E Nadia danzava, seguendo quei pacati tumulti elettronici come se le scorressero nelle vene, perfetta in ogni movenza, leggiadra ed insonne. Gli spettatori si sciolsero, mentre la loro mente veniva stregata da quei gesti. Ad ognuno pareva sbocciarsi qualcosa nel cuore. Un familiare, caldo tepore di pura ispirazione. La pioggia cullava tutto, fluida come lacrime, e i cerchi delineati dai delicatissimi piedi palmati della danzatrice s'ampliavano finché lievitava il sapore della musica. E l'intensità cresceva, cresceva, e s'abbarbicava liscia nelle viscere degli attoniti spettatori. Nessuno osava sbattere più le palpebre, ed una sinfonia di singulti dolcemente saturò l'aria umida non appena Boyle sbucò da dietro le quinte. La luce cambiò, calda e gialla come le fiamme di un camino in pieno inverno, e il regista si diresse verso la sfrenata danzatrice, completamente in estasi. Fu allora che la musica precipitò lievemente, e lei fermò la sua danza, ma non la sua grazia. Si diressero l'uno verso l'altra, Marco e Gisella, dimentichi di chi fossero e cosa stessero facendo. Scivolarono lievi sul legno, mimi di loro stessi, e si guardarono negli occhi. La passione scaturiva dalle nere pupille di Boyle come un fiume in piena, scalpitante di assorbire l'amore e marcirvi dentro dolcissimamente. Il respiro degli spettatori non aveva il coraggio di interrompere il silenzio che quello sguardo avvolgeva, ma da quella distanza non poterono scorgere l'ombra di incertezza che velava le cornee di Nadia. Il suo io era ancora lì? O era troppo ormai intensamente avviluppata nel carnale sarcofago della sua danza? I due danzatori si avvinghiarono, ed insieme fluirono con le proprie membra in un'esibizione di pura passione, mentre la musica tornava a crescere, più impetuosa e travolgente di prima. Un turbine leggiadro di carne e piume sgorgava dalla passione che i due amanti avevano abbracciato. Un oggettivo critico avrebbe subito scatenato gossip sul fatto che Boyle fosse sul palco a danzare, ma tanto era rapito il pubblico dall'allucinata danza che nessuno fiatò, immerso nel diafano scivolare dei corpi. Nadia si arrestò mentre il fiato degli spettatori si condensava. Boyle la carezzò e la sedusse con le membra, mentre questa si stendeva sul pavimento, in un profilo perfetto. La passione ormai divampava, e il palco era divenuto un barlume di fulgida vita, un allucinato piacere voyeuristico che scaldava i midolli degli spettatori. La musica era scemò quindi per dare spazio a loro due. Il sognatore Marco e l'innocente Gisella. Le labbra ed il becco si sfiorarono pregustando il momento, e poi fu un leggerissimo vortice di membra che si annodavano e toccavano calde. L'estasi allora esplose in tutto il teatro, e le menti degli spettatori lambirono la purezza e la bellezza. Niente di tutto ciò era mai avvenuto. Mai l'uomo si era spinto così oltre nell'arte della passione. Era tutto troppo perfetto, troppo intenso. Tutto era immerso, e nulla esisteva al di fuori della carne e della passione. All'improvviso l'incantesimo svanì, e le palpebre ricominciano a baciare le cornee. La porta del teatro si spalancò, ed una folata di vento travolse i cappelli delle signore sugli spalti. David era in piedi sulla soglia, e si stagliava contro la forte luce del giorno. Avanzò tra le file di spettatori, spettinato e ricoperto di merda e sozzura, noncurante della musica e degli sguardi sgomenti del pubblico. Man mano che proseguiva eradicava le menti dei presenti dall'allucinato stato di immersione in cui si stavano crogiolando, e metro dopo metro si avvicinava al palco. Gli occhi erano sgranati, la musica era più tonante che mai. David salì sul palco allungando la gamba lercia. Fissò i due figuri avvinghiati sul parquet. Da una parte la carne del bastardo seduttore che in pochi giorni aveva distrutto la sua fottuta psiche. Dall'altra le piume di Nadia, dolcissima e corrotta come uno specchio infranto. L'abbandono alla libidine l'aveva trasportata in un'estasi orribile, in una prigionia sottocutanea che le divorava la mente. La sua Nadia aveva rotto l'equilibrio, rovinandosi, abdicando la materia per l'energia. La compassione si fondeva al rimorso, all'ira e al sentimento di chi era stato tradito dal proprio credo. Ma non si poteva tirarsi indietro. David portò la tremula mano alla cintura, ed estrasse un coltello di rilucente acciaio, forse arraffato da uno dei tavoli del bar. Il pubblico ebbe un sussulto. Era questo parte dello spettacolo? C'era da allarmarsi dopo quell'incredibile esibizione o Boyle aveva in mente altra materia con cui stupirli? David scostò Boyle con un calcio gonfio d'odio, e gli occhi sgranati di Nadia si videro strappare via il bollente volto del regista da davanti. David alzò il braccio, e gridò mentre assestava la prima, violenta coltellata. Non gli importava dove colpire, l'importante era che il sangue macchiasse il parquet sul quale avevano camminato insieme quei due. Un'altra coltellata colpì Boyle dritto nel petto, e poi un'altra dritta alle viscere. David strillò la sua furia e il suo dolore, infierendo sul corpo ancora caldo del regista, che aveva contratto il volto in un'espressione in bilico tra la totale estasi e il più profondo terrore. La musica cresceva e cresceva, ed il sangue scorreva. Non un muscolo di Nadia riusciva a muoversi, pietrificato dall'orrore e dalla confusione per l'improvvisa velocità degli avvenimenti. David finì le coltellate solo quando il suo braccio fu esausto, e si accasciò a terra con un sospiro di gioia. L'odio era finalmente sfociato, incarnandosi in quegli squarci nel petto. Un peccato per purificare un altro peccato. Con il petto che pulsava violentemente, David si alzò in piedi a fatica, e tese la ruvida mano verso Nadia, accasciata a terra con il becco semiaperto. Il sangue caldo aveva lavato via il sudiciume dalla pelle dell'uomo. Il cigno non afferrò la mano, e fissò David negli occhi un'ultima volta, mentre egli si girava a dare la schiena all'attonito pubblico. Nessuno sa come una bambina avesse potuto procurarsi una pistola in quello stato, se l'aveva comprata o se l'avesse custodita da molto, in attesa del momento propizio. Melissa stava in piedi davanti all'entrata della sala del teatro. Un colpo partì in direzione del palco. David ebbe un singulto ed un tremito mentre la schiena iniziava a cedere, colpita dal piombo. Il sangue dell'uomo schizzò sul candido vestito di Nadia, e spruzzò di macchie vermiglie le sue piume bianchissime. David sorrise, finalmente libero, mentre si accasciava a terra accanto al corpo massacrato del regista. Solo Nadia era rimasta al centro del palco, lo sguardo perso nel vuoto, il cuore troppo allucinato per comprendere. Altre calde lacrime lavarono il trucco sulla faccia di Melissa prima che si sparasse un colpo in testa, sfigurando quel viso di bellezza unica che tanto era stato caro a David. Allora la musica si fermò, e Nadia mosse qualche passo avanti, fissando il palco. Il sangue ricopriva ogni cosa, anche lei, e la luce della porta la abbagliava infastidendole i delicati occhi. Si spostò fino al lato del sipario, con le gambe che crollavano, e sparì dietro la rossa tenda. Seguitò un breve momento di silenzio prima che il pubblico erompesse in estasiati applausi, e le tende venissero finalmente chiuse. L'arte aveva versato il suo sangue, quel giorno, per il loro piacere. I critici avrebbero certamente scritto un'ottima recensione... Copyright © Elegantstork 24/10/2018 Tutti i diritti riservati
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