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Alberto Tosciri

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Tutti i contenuti di Alberto Tosciri

  1. Alberto Tosciri

    Ricordi anche così

    Ciao @Adelaide J. Pellitteri grazie per la lettura e il commento, mi ha fatto molto piacere. In effetti anche io ho sempre amato quei cortili della mia infanzia e li rimpiango perché per me, ma anche per te a quanto vedo, erano il mio mondo. Penso che oggi quei cortili non sarebbero più proponibili come modo di vivere per dei bambini. Non per tutti almeno. Concordo con le tue correzioni. Circa l'ultima riguardante il tempo verbale che non concorda con gli altri, quel "me ne frego"... che per fortuna non ha destato scalpore, passando inosservato, mi rendo conto che grammaticalmente stride con gli altri, ma volevo proprio accentuare il parlato, un po' rozzo, riconosco. È forte dire che rimetterò in sesto una bicicletta, ci uscirò a spasso e me ne frego se non ha marce, nel senso che scientemente, al momento in cui parlo e per sempre io non bado assolutamente che non abbia marce, che non sia equiparata a una bicicletta moderna e il me ne frego è riferito anche, in vena se vogliamo polemica, a cosa ne possano pensare gli altri che mi vedranno pedalare e sudare in salita su una bicicletta antidiluviana. Lo so, come spiegazione grammaticale non vale granché ed è scarsamente plausibile e auspicabile che altri possano scrivere così. Mi piaceva come contrasto, ma hai pienamente ragione sulla non concordanza verbale.
  2. Alberto Tosciri

    Ricordi anche così

    Ero molto piccolo, ricordo che abitavamo in un paese di campagna, una casa che mio padre aveva preso in affitto, con un grande cortile circondato da alte mura, con piante di arance in mezzo a grandi aiuole. Ancora non lo sapevo, ma avrei amato sempre luoghi del genere, chiusi, che non mi permettevano di vedere e di farmi vedere. Forse perché già intuivo che non ne valeva la pena, nessuno aveva da darmi quello che cercavo. Il mio mondo era fatto di piccole cose, che per me erano tutto. Possedevo dei soldatini di plastica, una cosa che cominciava ad apparire imbarazzante in un epoca dove il calcio cominciava a trionfare ed era obbligo che tutti i bambini impazzissero dietro un pallone, come oggi impazziscono dietro un cellulare… A me non importava nulla del pallone. Preferivo intavolare lunghi discorsi con i miei soldatini appostati in mezzo al terriccio umido dove crescevano gli aranci, nelle belle giornate di primavera e d’estate. Ma stavo nel cortile praticamente in tutte le stagioni. Ancora non andavo a scuola e dopo un breve periodo passato all’asilo mi ero rifiutato di continuare ad andarci. Non volevo avere a che fare con quella marmaglia puzzolente di mocciosi ignoranti. Mi ero reso animalescamente conto che non potevo contare sui miei coetanei per parlare delle mie fantasie. Loro avevano fame di cibo, io di avventure. Due gusti che non si possono equiparare né avvicinare. Ricordo la suora che ci faceva disegnare con tanto amore stucchevoli scene di favole di cui non m’importava niente. Ricordo il suo sguardo inorridito a mensa, dopo che un bambinetto mi rubò la banana dal mio cestino, mangiandosela davanti ai miei occhi con un sorriso di gioia porcina. Era sicuro che non avrei reagito, lui era il capo dei puzzolenti mocciosi e tutti avevano paura di lui. La suora era sicura che non avrei reagito, ero troppo educato, silenzioso, timido e pulito per reagire. Io presi il mio sgabello di legno e lo scaraventai in faccia al moccioso, causando un panico selvaggio a mensa. Ancora oggi non me ne pento. Mio padre venne a prendermi. Era preoccupato per quello che avevo fatto, lo vedevo parlare sommessamente con la suora, come a scusarsi. Io guardavo da un angolo e mi chiedevo cosa mi avrebbe detto. Mio padre non parlava molto. Era un carabiniere. Tornammo a casa con la sua bicicletta nera, che ancora conservo, pure smontata, Un giorno la rimetterò in sesto e uscirò a spasso e me ne frego se non ha le marce. Durante il tragitto mi fece qualche domanda. Non ricordo bene. So solo che da quel giorno non tornai più all’asilo e ne fui felice. Mi piaceva vedere mio padre quando tornava dal lavoro, sopra la sua inseparabile bicicletta. Scampanellava nella strada sterrata davanti a casa e poi entrava dal portone del cortile che a quei tempi si poteva lasciare aperto durante il giorno. Interrompevo i miei giochi e correvo in strada per vederlo salire pedalando con gioia, nella sua uniforme nera con la bandoliera bianca a tracolla, il berretto, il suo sorriso luminoso e rassicurante sotto i sottili baffetti neri. Mi dava sempre un bacio e poi dava un bacio alla mamma, che usciva dalla cucina in cortile per accoglierlo. Io riprendevo a giocare. C’era un bambino misterioso che si chiamava Michele. Era appena più piccolo di me, pantaloni corti e maglietta a righe, come me. Zoppicava. Anche lui solo e scontroso. Doveva entrare nel nostro cortile per accedere a casa sua. Cosa strana e per me affascinante, saliva una lunga scala di legno poggiata a un muro del cortile, fino ad arrivare in cima e scomparire. Talvolta c’era ad accoglierlo una donna con un fazzoletto nero in testa, sua madre, che gli sorrideva e allungava le braccia per aiutarlo nell’ultimo tratto. Cosa ci fosse oltre quel muro non lo sapevo. Avevo chiesto a mia madre dove abitasse Michele e lei aveva indicato il muro. Ma non aveva una casa? Certo, oltre il muro. Ma non aveva una porta? Ma sì. Perché saliva la scala? Per fare prima, altrimenti doveva fare un lungo giro faticoso in una lunga strada. E lui era zoppo. Avrei voluto parlare con Michele, ma non osai mai farlo, lo consideravo quasi superiore a me perché lui abitava addirittura oltre il muro. Inaudito. Ricordo che una volta gli indicai i miei soldatini, sperando di incuriosirlo, fermarlo e convincerlo a giocare con me. Sentivo che mi era simile. Anche la sua andatura claudicante mi affascinava. Michele aveva guardato i soldatini, poi me e i miei occhi speranzosi. Aveva alzato le spalle e se ne era andato. Però coltivavo speranze di convincerlo a fermarsi, un giorno. Mi piaceva vedere mio padre quando spaccava la legna per il camino. Scendeva dalla sua bicicletta, mi dava il solito bacio, entrava in casa e poi lo vedevo uscire senza giacca e cravatta, con la camicia bianca e i pantaloni neri a bande rosse. Si rimboccava le maniche, prendeva la scure e cominciava a spaccare una montagna di ciocchi. Quando Michele entrava in cortile mio padre si fermava e lo osservava in silenzio mentre saliva lentamente la scala. Sembrava tirare un sospiro di sollievo quando lo vedeva arrivare in cima e se c’era la madre alzava la mano in cenno di saluto, alla quale la donna rispondeva con un timido sorriso, chinando la testa. Se fosse casa mia, diceva mio padre, avrei buttato giù quel muro da un bel po’ per far passare bene Michele. Ma un giorno qualcosa cambiò. Ricordo che stavo in casa, mangiando qualcosa in cucina con mia madre. Sentimmo delle urla venire dal cortile. Mia madre si levò di scatto dicendomi di non muovermi e uscì. Ma io non obbedii. C’erano uomini e donne nel cortile intorno alla scala dove saliva Michele. Una donna inginocchiata urlava. La madre di Michele e ai suoi piedi un corpicino, due gambe sollevate in modo scomposto, due piedi dentro sandali sporchi. Lei chinava la testa e la alzava in continuazione verso quel corpicino, urlando una specie di cantilena. Sentii il rumore di una macchina, cosa inusuale, allora ce n’erano poche. Una camionetta militare entrò in cortile con una nuvola di polvere. Scese mio padre e altri due carabinieri che corsero verso la scala. Altre urla disperate della madre di Michele. Mi spiegarono che Michele era malato, ecco perché zoppicava. Quel giorno stava male, era debole. Quasi arrivato in cima alla scala era caduto, davanti alle braccia tese della madre. Era andato in paradiso, mi dissero. E io ci credetti allora come ci credo oggi. In paradiso non sarebbe mai più caduto. Non c’erano muri e i buoni potevano stare assieme senza doversi affrontare. Senza dover combattere. Come me che non volevo vedere nessuno, come i miei soldatini. Però mi accorsi della mancanza di quel mio sfortunato coetaneo, ma non mi piace dire coetaneo, dico bambino mio. Come amico mio. Amico che non è potuto essere. Non lo avrei salvato, era scontroso e solitario come me, ma avrei voluto condividere un po’ di vita, un po’ di sogni con lui. Mi avrebbe fatto felice e forse lo sarebbe stato anche lui. E mi dispiace ancora oggi. Ma che ricordi che mi son venuti in mente stasera, così uno dietro l’altro. Non aiutano. Non aiutano.
  3. Alberto Tosciri

    I racconti della Prima Luna - Sesto ciclo

    @Mafra @Ezio Bruno Grazie...
  4. Alberto Tosciri

    I racconti della Prima Luna - Sesto ciclo

    Grazie @Sira gentilissima
  5. Alberto Tosciri

    I racconti della Prima Luna - Sesto ciclo

    Grazie @Adelaide J. Pellitteri
  6. Alberto Tosciri

    I racconti della Prima Luna - Sesto ciclo

    Grazie @Marcello Grazie @Ippolita2018
  7. Alberto Tosciri

    Ricordi anche così

    Ciao @Marcello e tante grazie davvero per aver commentato questi miei pensieri sparsi; so che hai molti impegni. Tra l'altro l'ho scritto direttamente su una cartella Word anziché prima su un quadernone come preferisco fare di solito, avendo una bella calligrafia, anche quella d'antan... che amo stravolgere con notazioni, aggiunte e appunti alla maniera "antica", cosa che al pc non amo fare, pur apprezzando il taglia e incolla... Rompo con piacere il mio piccolo ininfluente "esilio" che mi sono autoimposto, ma che rispetterò al massimo d'ora in poi, spezzandolo solo per discutere con persone che considero amiche, come te, se posso esprimere questo sentimento. Ogni tanto posterò qualcosa. Forse. Ogni tanto. Mi fa piacere che in questo testo hai ritrovato il mio mondo, lo è infatti. Tutto quello che ho scritto è accaduto. Pur avendo girato per l'Italia e all'estero, pur apprezzando altri luoghi e altre situazioni, non riesco a discostarmi dal mio "piccolo mondo antico". Hai ricordato bene un altro testo di anni fa dove c'era sempre un bambino e soldatini di carta... mi ha fatto piacere, ti ringrazio. Mi pare di averlo fatto cancellare, assieme ad altri 150, una dozzina alla volta... Descrivo cose molto semplici, la mia infanzia, la mia giovinezza, cortili di case, cortili di caserme, sprazzi di cielo guardando in alto, sguardi, aspettative e fantasie... Uso poche situazioni e personaggi che ho conosciuto, certo talvolta modificando nomi e luoghi e avvenimenti; li uso come paradigmi per tutte le diverse incombenze della vita. So bene di fare molti errori, non ho una grande cultura né dimestichezza con lo scrivere, scrivere davvero intendo dire. Può darsi che un giorno riguarderò questo testo, lo farò con più piacere ricordando i tuoi graditi e utili consigli. Un caro saluto.
  8. Alberto Tosciri

    M a r t i n

    Ciao @flambar È da un po' che non commento e non scrivo più niente, in quanto mi sono autoimposto il silenzio. A volte mi succede di andare "fuori rotta" con il mondo, sono un carattere molto, molto difficile da sempre e me la prendo per piccole cose che a taluni invece fanno molto, molto ridere... senza rendersi conto che possono ferire, fare dal male... Quindi mi "isolo" per non averci a che fare e dimenticare. Ma nel tuo caso, nei racconti del tuo memoriale, della tua vita, non me la sentivo di non dire almeno due modeste parole. Innanzi tutto per farti i complimenti. Dai primissimi testi che ricordo mettesti qui, hai migliorato la tua scrittura in una maniera che definisco veramente ammirevole. Una differenza come la notte con il giorno. Certo, ci sono ancora alcune piccole, ma davvero insignificanti imperfezioni, errori di tastiera li definirei, che in sede di revisione ed eventuale pubblicazione spariscono. Ma sono insignificanti. Io poi non mi sono mai messo a considerare la forma grammaticale, a meno che un testo non sia atroce; non è certo il tuo caso secondo me: il tuo è un testo estremamente gradevole, comprensibilissimo e ben scritto nella sua apparente semplicità... Pensa che Herman Melville, il grande scrittore americano che scrisse Moby Dick, la Balena bianca, prima di scrivere questo suo grande romanzo di mare fece diverse prove e alla fine, lui era stato davvero marinaio tra l'altro, gli capitò di leggere il diario di bordo di un capitano e rimase affascinato dallo stile semplice, essenziale di questo capitano, che descriveva le sue traversate e gli avvenimenti che accadevano a bordo, tanto che decise di scrivere come lui e scrisse un capolavoro... Anche in questo tuo stralcio di memoriale si respira, come sempre, aria di mare. Non sono un marinaio, davanti al mare ci vivo però, lo amo, lo rispetto e lo temo, ne avevamo già parlato una volta, e ne sento l'odore, specie con la tempesta, durante la quale amo passeggiare sulla riva respirando la salsedine, l'unica droga che abbia mai preso in vita mia, anche se persone davvero spiritose e rispettabili dicono che mi drogo di altro, perché penso cose opposte ai loro pensieri... Il tuo racconto mi ha fatto sentire, anche nel mio piccolo stanzino pieno di libri, l'odore del mare, la dura vita dei marinai, i loro pensieri, le loro capacità, le loro gioie, paure, speranze... È giusto che uomini che vivono in mezzo al mare, che per me è un Dio molto esigente e duro, nonostante regali le gioie della libertà sconfinata, della bonaccia, dei colori delle albe e dei tramonti, che regali anche il sentimento della nostalgia di casa, dell'amore, che forse è più bello come nostalgia che come realtà, è giusto che uomini che vivono così abbiano le loro "pantere", per usare il tuo notevole e indovinato termine in proposito. Molto vive le scene che hai descritte, quelle degli amori e dei conflitti con gli altri membri dell'equipaggio, scene reali, quasi pittoresche. Scrittori spagnoli del Seicento, che forse non hai ancora letto, e io ho letto solo di sfuggita da ragazzo, avevano inventato un particolare stile per raccontare avventure della vita reale, della gente vera, del popolo che soffriva e rischiava per guadagnarsi la vita e la felicità, in tutti i modi possibili. Questo stile era definito "picaresco" e alcuni tuoi passi di scrittura, in questo e in altri tuoi testi, mi ricordano questo stile colorito e particolare. Questo stile non poteva essere rappresentato meglio da una persona che ha realmente vissuto come te le cose che scrive. Grazie per la lettura. Un carissimo saluto.
  9. Alberto Tosciri

    Jukebox

  10. Alberto Tosciri

    [MIXL] Il sole non scalda

  11. Alberto Tosciri

    [MIXL] Il sole non scalda

    Poco (Traccia di mezzogiorno) commento – Vai da solo? – Sì. – Non vuoi che ti accompagni? Magari guido la macchina, Gabry… Don Gabriele guardò Saverio sospirando. Cominciava a non sopportarlo più, nonostante… – Hai solo il foglio rosa e so come guidi. Lascia perdere. E poi almeno un prefetto deve rimanere in seminario il fine settimana. Non starò via per molto. – Ma io cosa faccio qui da solo? I ragazzi sono tutti a casa e poi mi annoio… – Parla con la cuoca, vai in lavanderia, hai sempre un mucchio di roba sporca, puzzi; vai in sala giochi, in biblioteca. O mettiti qui nel mio ufficio e ripassa qualcosa di latino… Ma non toccare i miei libri, usa i tuoi… – Ti faccio così schifo allora? Ho notato che guardi di più Sergio, e anche Mattia…li aiuti troppo, sono più giovani di me: è per quello? – No. No. No. – Ma perché devi andare in quel… Come si chiama… – Al convento della Sarmenta… Saverio fece una smorfia di disgusto. – Ma che ci vai a fare? So che è fuori città, un posto abbandonato, vecchio, ci sono dei vecchi… Che ci vai a fare? – Me lo ha chiesto il vescovo. Devo dare l’olio degli infermi a un frate che sta morendo. – E perché tu? – Gli altri sacerdoti della diocesi sono già impegnati. Sono l’unico libero oggi. E poi… – E poi? – Sono sempre un prete… Saverio. Fammi andare, fai il bravo. Se ci fosse qualcosa, chiamami al cellulare. Don Gabriele guidava la macchina quasi con un senso di liberazione. Ultimamente i rapporti con Saverio e con gli altri erano diventati troppo asfissianti, era andato troppo oltre, lo ammetteva anche con sé stesso; non riusciva più a pensare, a concentrarsi su qualcosa. Il vescovo gli aveva fatto capire, con la sua finta bonarietà, che era al corrente della situazione, diciamo così. Le spie non mancavano in seminario, don Gabriele lo sapeva bene e poi non faceva niente per nascondere le sue preferenze. All’inizio il gioco gli era sembrato facile oltre che piacevole, ma non avrebbe mai immaginato di essere assecondato al punto che ora stava diventando un problema. Che prima o poi gli sarebbe sfuggito di mano con conseguenze disastrose, forse. O forse no. Il vescovo non lo aveva trasferito, del resto non gli conveniva, anche lui aveva i suoi scheletri nell’armadio, ben noti in una cerchia clericale e borghese bene, pensò don Gabriele con lo sguardo riflesso nello specchietto retrovisore. Lo spostò in modo da non vederlo. Quello che lo aveva turbato era la sua immagine che riprendeva anche il collare bianco, che metteva ormai di rado. L’immagine di un prete. . Sospirò. Conosceva di sfuggita l’antico convento della Sarmenta. Sapeva che era imminente la sua chiusura e vendita, ci rimanevano ancora una mezza dozzina di frati ultraottantenni, che avevano scritto al vescovo di poter concludere i loro giorni in quelle mura e non ottenendo risposta avevano scritto ai giornali, suscitando un certo scalpore in provincia. Per il momento venivano tollerati. Il vescovo gli aveva telefonato quella mattina prospettandogli la necessità di recarsi alla Sarmenta per amministrare l’olio degli infermi a un vecchio frate morente e lui chiaramente aveva obbedito. Non poteva accampare scuse, nemmeno che non aveva mai amministrato l’olio degli infermi. Dopo un breve periodo come viceparroco in diocesi era stato destinato al seminario minore, uno degli ultimi rimasti, dapprima come insegnante di storia e latino, poi come rettore. Ricopriva quell’incarico da una decina d’anni e ci si trovava bene. Ottimamente a quanto pare. Era la sua vocazione. Il convento si trovava in periferia; in lontananza si intravedeva un’autostrada e una lunga fila di capannoni della zona industriale. Si era nel pomeriggio inoltrato e il sole, che accennava al tramonto assumendo tinte calde, conferiva all’aria una colorazione giallo ocra che sembrava attagliata appositamente per unirsi alle austere mura seicentesche del monastero, conferendogli un’aura antica, solenne, da isolata e decadente cattedrale nel deserto. O in una discarica di rifiuti, pensava don Gabriele parcheggiando la macchina vicino a un distributore di benzina dal piazzale vuoto, con a un lato la strada comunale e dall’altro una sequela di vecchie palazzine popolari dalla pareti annerite dal tempo, con balconi tappezzati di antenne paraboliche e biancheria stesa, circondate da un canneto paludoso dal quale si intravedevano affiorare rifiuti di ogni genere, lavatrici e frigoriferi, come buttati da una civiltà estinta. Don Gabriele vide un cartello dal benzinaio che indicava come orario di chiusura le diciannove. Bene. Erano quasi le diciassette. Si sarebbe sbrigato in meno di due ore certamente e l’auto nel frattempo sarebbe stata sotto l’occhio di qualcuno. Suonò il campanello posto all’angolo di un vecchio portone di legno borchiato. Non sentì nessun rimando, pigiò il bottone diverse volte, godendosi la vista di un geco che lo fissava con lo sguardo allibito da sopra una crepa sul muro. La porta si socchiuse lentamente con un cigolio lamentoso, facendo fuggire il geco. Comparve il viso minuto di un piccolo frate dalla barba bianca, con sandali dalla suola grossa.. – Desidera? – Sono don Gabriele, mi manda il vescovo… – Lei è un sacerdote? La domanda stupì e irritò il prete. Poi ricordò. Vestiva il clergyman, aveva un giubbotto e portava una sciarpa al collo. Allentò la sciarpa per mostrare il colletto bianco. – Sì, sono un sacerdote. – Sì – disse semplicemente il frate facendolo entrare. – Ho telefonato io al vescovo. Venga. Percorsero un corridoio scuro e freddo con delle porte a un lato, poi uscirono su un loggiato quadrato formato da arcate di pietra rossiccia e nera, con al centro un orto. Si intravedevano affreschi parzialmente rovinati sulle pareti interne. Le arcate cominciavano a caricarsi della luce del sole che le inondava al tramonto, facendo risaltare il verde del piccolo cortile centrale, intervallato da siepi, muretti con vari svincoli, uno spazio adibito a orto, qualche albero, un pozzo laterale coperto di edera. – Non riusciamo più a lavorare disse il frate indicando l’orto, come a scusarsi di qualcosa di cui don Gabriele non si era nemmeno accorto, annuendo comprensivo, distratto. – Dove sta il frate che… – Stia attento che le mattonelle si muovono… Frate Giordano si sta spegnendo nella sua cella, sopra il refettorio… Quello che una volta era un grande refettorio… Ha sempre lavorato in cucina. – Quanti anni ha? – 102. – Avete chiamato un medico? – Per cosa? – chiese il frate perplesso. – Mah! – esclamò don Gabriele, senza aggiungere altro. Attraversarono un’arcata laterale che dava in un secondo cortile, più piccolo del primo. Una piazzetta grande come una stanza, lastricata in pietra, aiuole di fiori ben curati ai lati, immersi in una terra nera, umida e odorosa. Alte mura intorno, intervallate da finestre, alcune chiuse da imposte di legno. Un quadrato di cielo rosso del tramonto incombeva in alto. Salirono una scala laterale sconnessa, dai gradini di marmo arcuati al centro. Era buio. – Dov’è la luce? – Oh! Sono due anni che ce l’hanno staccata. Non avevamo soldi per pagare. – L’avete detto al vescovo? – Sì. – Ma come fate con l’acqua calda? La cucina, i bagni… – L’acqua ce l’abbiamo. Ne consumiamo poca e poi si paga una volta all’anno. Ci riusciamo con le offerte e qualche benefattore… – Ma per scaldarla? – Con la legna. – Legna! Come nel… – Nel Medio Evo. Sì padre. Questa è la cella di frate Giordano. Una stanza, sei passi di lunghezza e cinque di larghezza. Un piccolo tavolo con una pila di libri, in alto una finestrella; una sedia, un piccolo lavandino, un attaccapanni appeso al muro, dietro la porta. Un letto alto con la testiera in legno, sopra la quale si ergeva un grande crocifisso. Un comodino con un bicchiere d’acqua, altri libri e una candela stearica. Sul letto giaceva un vecchio con la tonaca, la barba candida, la testa rasata, gli occhi chiusi, un rosario fra le mani. Delle coperte ammucchiate alla rinfusa in un angolo. – Fratello Giordano, è arrivato il prete. Lo manda il vescovo! Frate Giordano atteggiò le labbra a un sorriso. – Oh! – disse. Il frate accompagnatore uscì dalla stanza. Don Gabriele rimase in piedi guardando il frate. – Mi hanno messo a letto così, e non avevo voglia di svestirmi. Si sieda pure. Don Gabriele prese la sedia e si sedette. – Come ti senti, fratello? – Dovrei dire bene. Ma non è così, padre. Suonava strano che quel vegliardo chiamasse padre un uomo con meno di quaranta anni. – Avrei un desiderio, padre. – Dimmi… – Sono un peccatore. Vorrei confessarmi. Don Gabriele si tolse il giubbotto e la sciarpa e indossò la stola, posando qualcosa sul comodino. – E poi l’estrema unzione – disse frate Giordano guardando appena di sfuggita. – L’olio degli infermi – corresse il prete. – Oh mi scusi. Sono rimasto al Vetus ordo… Ma non abbia paura a chiamarla estrema unzione… – disse il vecchio con un sorriso. Don Gabriele si fece il segno della croce. – Parla… figliolo. – Accenda la candela padre. Fra poco sarà buio e non c’è luce. Don Gabriele accese la stearica infilata in un portacandele sopra il comodino. – Certamente sono un peccatore. Non so da dove cominciare. – Comincia dall’inizio. – Certamente. Ho 102 anni. – Sì. – Sono in questo convento da quando ne avevo 15. Sono sempre stato un buono a nulla. Ho cercato di correggermi, qualcosa ho fatto, ma molto poco. Avrei dovuto fare di più. – In cosa dovevi correggerti? – La superbia ad esempio. Pensare di essere in grado di impormi una punizione da solo e fare finta che fosse sufficiente. – Punirti per cosa, come? – Feci voto di non uscire mai più da queste mura all’età di 20 anni… Ora la voce di frate Giordano si era fatta più profonda, intensa. – Cioè, per tutti questi anni… non sei mai uscito da qui? – Oh sì. Sono sceso nel cortile qui sotto e i primi anni anche nel cortile grande, dove c’è il pozzo. Era già molto in effetti, troppa aria aperta. Meritavo di essere murato vivo… – Ma per cosa? Per la superbia? Il frate fissava estatico il soffitto, stringendo il rosario sul petto. Due grosse lacrime gli scesero sul viso. – No padre… Concupiscentzia oculos… Concupiscentzia carnis… – Ma… Come… Dimmi come… – Volevo diventare sacerdote. Cominciai a studiare. Qui una volta c’era un seminario minore, molti novizi. Io ero uno di loro. Con un seminarista ero molto… molto amico. Si chiamava Lorenzo. Don Gabriele annuì, stringendo le labbra. – Continua. – All’intervallo passeggiavamo sotto i portici. Mi piaceva parlare con lui. Discutevamo della dottrina, dei passi delle sacre scritture che ci piacevano, dei nostri sogni… – E poi? – Poi sentivo qualcosa… dentro. Stavo male se non lo vedevo, se non udivo la sua voce, se non sorrideva. Lui era debole di salute, tossiva. Gli dicevo di mettersi al sole. Si appoggiava al muro e lasciava che il sole lo riscaldasse. Allora stava bene, era felice, sorrideva. Anche io ero felice. Vivevo per vederlo sorridere. Amavo il sole che lo faceva star bene. Invidiavo il sole. – Perché? – Perché poteva abbracciarlo, come avrei voluto abbracciarlo io. – Poi? – Un giorno che leggevamo assieme mi disse che non vedeva più bene, aveva freddo, e c’era il sole padre. Ma non lo scaldava. Io mi chinai su di lui e gli presi le mani fra le mie. Non dovevo farlo, il contatto fisico era proibito e punito, ma io lo feci per scaldarlo. Aveva così freddo, padre! Lo accompagnai in mezzo al giardino, per prendere tutto il sole, ma non si reggeva in piedi. Chiamai qualcuno, ma Lorenzo era caduto, mi chiamava. Lo esposi con la faccia al sole, gli dissi di pregare che sarebbe stato bene, Dio lo avrebbe aiutato. Lo strinsi a me come un figlio, piangendo e pregando. Ero felice di poterlo finalmente abbracciare, di sentire… la sua carne a contatto con la mia, ma allo stesso tempo ero disperato perché… stava morendo, padre. Sentivo la sua vita che se ne andava. Sentivo che lo avrei perso per sempre. Morì. Me ne accorsi perché nello stesso momento sentii qualcosa staccarsi da dentro me. Mi resi conto che da quel momento sarei sempre stato solo. Non riuscii più a studiare. Non divenni sacerdote, rimasi un semplice frate, ma stavo ingannando tutti. – Come… Frate Giordano ansimava. – I primi tempi oziavo nel cortile grande, facendomi inondare dal sole del mattino e del pomeriggio. C’era un motivo. Un motivo diabolico. Chiudevo gli occhi ricordando quando il sole, in quello stesso punto accarezzava Lorenzo e ora accarezzava me. Era un modo per stargli vicino, per sentire il calore del suo corpo sul mio corpo… per averlo vicino a me, in me, con me, come avevo sempre desiderato e mai avuto. Era una sensazione che mi dava un piacere troppo… Troppo, padre. Vivevo solo per provare quel piacere di giorno e non dormivo la notte ricordandolo, piangendo e contorcendomi nel letto per la disperazione. Mi ammalai. Ero caduto come in estasi, ma era il peccato diabolico che mi aveva preso l’anima e il corpo. Decisi di porvi un rimedio. Non mi uccisi come avrei voluto, perché ho sempre avuto il timore di Dio, non volevo offenderlo ulteriormente, per quanto lo avessi già irrimediabilmente fatto. Decisi di espiare. Misi il cilicio. Da allora non l’ho più tolto. – Quanti anni avevi allora? – Venti. Don Gabriele si mise una mano sulla testa, lo sguardo a terra. – E poi? – Poi giurai di non andare più nel cortile grande, dove il sole aveva baciato inutilmente Lorenzo. Sono ottantadue anni che non ci passo più. Da questa cella sono uscito tutti i giorni solo per andare in chiesa, per lavorare in cucina e per accudire le aiuole nel cortile qui sotto. Il cortile è così piccolo che il sole lo tocca a malapena. – Ma è un cortile piccolo, piccolo come una stanza… – Troppo grande per me, padre. Ha visto che cielo infinito si vede su, in alto? Bello, eh? Mi gira sempre la testa a guardarlo…La mia punizione non è valsa a niente, perché comunque vedevo il cielo e il sole che scendeva sui muri… Lo aspettavo, per sentire ancora il suo calore sulla mia pelle, per ricordare, per immaginare Lorenzo! E poter affondare le mani nella terra, sentirne il profumo, godere della sua bellezza! La gioia del peccato! E non riuscire a dormire per notti intere! Non riuscivo a dimenticare questa indicibile, orribile gioia del peccato, nemmeno prostrato davanti al Santissimo, estate e inverno! Nemmeno con il dolore del cilicio sui fianchi! Nemmeno lavorando come un mulo in refettorio! – Mio Dio! Tutti questi anni… Il cilicio… Questa cella… Quel cortile! Tutti questi anni… Così! – Lo so padre. Il mio peccato è imperdonabile e ho ingannato tutti non confessandolo mai e continuando a vivere e a godere sotto la luce del sole. Ho abbracciato Lorenzo solo una volta quando stava morendo e poi ho vissuto tutta la vita di quel ricordo, di quella gioia e di quel dolore. So che non potete assolvermi, non lo chiedo padre. So che la mia anima è dannata per l’eternità per il mio peccato in questo luogo consacrato, sotto questi abiti benedetti… Merito l’eterna dannazione! – L’eterna dannazione! Tu… Voi! Voi padre! Voi l’eterna dannazione! Don Gabriele piangeva. Si inginocchiò davanti al letto. Sollevò tremante la destra sopra la testa di frate Giordano – Ego te absolvo a peccatis tuis… In nomine Patris, et Filii et Spiritus Sancti… Amen. Frate Giordano spalancò la bocca, come in estasi. – Come! Sono perdonato? Io… Io sono perdonato? – Dio vi ha perdonato, anima santa! Quando vedrete Dio intercedete per me. Vi scongiuro padre! Ditegli di perdonarmi! E anche voi padre, perdonatemi. Perdonatemi! Mio Dio, perdonatemi!
  12. Alberto Tosciri

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  13. Alberto Tosciri

    Unpopular opinion

    Gli edifici forse no, non lo so, ma ti assicuro che alcuni ponti importanti, specie ferroviari e viadotti sì. Cioè, non è che tutti i ponti ferroviari e viadotti vengono costruiti con delle cariche esplosive inglobate, ma i ponti, quasi tutti i ponti moderni posti in determinati luoghi che possono assumere un'importanza strategica hanno delle "camere", cioè delle cavità poste nei piloni di sostegno, in punti cruciali, matematicamente calcolati dagli architetti e ingegneri. Camere che sono chiuse da sportelli. In caso di guerra con invasione del territorio da parte del nemico, il Genio militare ha il compito di accedere a quei ponti e, senza perdere tempo, aprire le "camere" e piazzare il giusto numero di mine che esplodendo nei punti cruciali fanno crollare tutto perfettamente, rendendo il transito impossibile alle forze nemiche. Ero nel Genio quando ero in Friuli e per esercitazione ci mandavano a pattugliare ponti ferroviari e ponti su snodi stradali al confine con la Jugoslavia (degli anni Ottanta) che avevano queste "camere". Le aprivamo per ordinaria manutenzione e pulizia e talvolta, per esercitazione, si minavano con cariche finte, inerti, vuote, ma con micce e detonatori veri, che producevano solo un innocuo scoppio e fuoriuscita di fumo, per appurare che l'esercitazione era riuscita. Ti parlo degli anni Ottanta, c'era ancora la guerra fredda e tutto il resto. Oggi forse non avrebbe senso, ma all'epoca taluni ponti civili, stradali e ferroviari, per poter essere approvati e costruiti dovevano avere queste caratteristiche. In quanto alle torri gemelle, ho visto dei filmati che dopo l'impatto degli aerei a una certa altezza mostrano una sequela di esplosioni dall'alto in basso, fino al suolo, che non hanno senso in caso d'impatti del genere. Ma può anche passare, penso. Ma non può passare che oltre alle torri gemelle sia crollato anche un altro palazzo vicino a loro, più piccolo, che non aveva subito nessun impatto. È crollato per "simpatia" come si dice in gergo militare, colluso con le esplosioni vicine ma senza essere stato toccato dagli aerei, con una sequenza di esplosioni dall'alto in basso, come si attuano quando si minano e demoliscono vecchie costruzioni. E poi c'è l'aereo che si è schiantato atterrando radente terra davanti al Pentagono, sfondando una palazzina. Ogni tanto fanno vedere filmati dove si vede la voragine causata dall'aereo che però, stranamente, è più piccola dell'apertura d'ali dell'aereo, cioè troppo piccola perché quel tipo d'aereo possa esserci entrato. Misteri del complottismo. A questo punto dovremmo credere che gli americani sapevano dell'attacco a Pearl Harbor, in quanto il giorno prima fecero allontanare le loro portaerei lasciando che il resto della flotta venisse bombardato, perché ci voleva un valido motivo per entrare in guerra? Ma no, non credo che sia possibile... queste cose non accadono...
  14. Alberto Tosciri

    Unpopular opinion

    Interessanti queste impopolari opinioni... Ho letto anchio e visto una caterva di filmati sulla terra piatta... che poi ci credevano assolutamente fino al XVI secolo, secondo la descrizione della Bibbia. Ho visto una mappa di un tempio giapponese di mille anni fa dove sono disegnate altre terre oltre i ghiacci dell'Antardide, ipotesi affascinante, anche perché non è permesso a nessuno andare a indagare da quelle parti, oltre Antardide, solo missioni ufficiali e controllate, chissà perchè... Una terra piatta infinita, in espansione infinita, da sempre, popolata da moltitudini di esseri, spero umani. I famigerati UFO verrebbero da quelle parti perché, a quanto pare, i pianeti rotondi sospesi nel vuoto come la terra non esisterebbero. Le stelle sarebbero altre terre, in teoria raggiungibili a piedi, dopo milioni e milioni di chilometri... Che ci vengono a fare gli Ufo? Immaginate che la terra infinita sia una portaerei gigantesca, con migliaia di stanze e compartimenti abitate da tanti esseri. Se in una di questa stanze (il nostro mondo) dei pazzi si divertono a mettere fuoco con l'atomica, gli abitanti delle altre stanze si preoccupano e vengono a vedere che intenzioni hanno, se non altro per impedire disastri... Il materiale in italiano è molto scarso, gli italiani preferiscono la pizza, il calcio e le canzonette e fanno bene, oltre a dedicarsi alle corse con la biga... Ci sono siti della Nasa dove si vedono le uniche foto della terra, prese solo da loro. Confrontando le foto odierne con quelle degli anni Sessanta, Settanta, si vedono delle strane differenze, gli Usa e l'America Latina si restringono e si allargano curiosamente... Tra l'altro le foto Nasa della terra sono fatte tutte con lenti fish-eye, che arrotondano i margini. Hanno fotografato l'orizzonte da sopra i grattacieli e l'orizzonte appariva curvo; hanno fotografato l'orizzonte, sempre dagli stessi grattacieli, con lenti normali e l'orizzonte era piatto. Qual'è la verità? Quella che abbiamo sempre visto da bambini fin dall'asilo: il Mappamondo, gira gira il mondo... Ah e poi c'è l'arcobaleno. Quello non lo possono nascondere. Perché è curvo? Cosa riflette? i terrapiattisti dicono che la terra è avvolta da una cupola, perché l'arcobaleno ha la forma di una cupola? Na favola dai... ci saranno millemila teorie scientifiche che spiegano tutto a crederci come la teoria di Darwin. Se a qualcuno pungesse vaghezza potrei anche mettere qualche link delle gustosità di cui sopra, ora non mi viene bene, per quanto in rete si trovi tutto e il contrario di tutto. Allora ci si divide in quelli che credono a tutto, al mappamondo che ti fanno vedere fin dall'asilo e non riesci più a pensare diverso, alle lenti fish-eye, fingendo di non vedere che altre lenti non curvano l'orizzonte... e così via e quelli che credono al contrario di tutto, quando non sono fake messe da quelli che hanno il mappamondo Pace e dollari a tutti... e guardate l'arcobaleno
  15. Alberto Tosciri

    Il San Valentino di Adolf Hitler

    Ciao @Adelaide J. Pellitteri Interessante esperimento. Mi è piaciuto. Hai avuto un’ottima idea, un’ottima pensata. Perché no, voglio dire: ma perché no? Fa venire voglia di commentare, di dissertare. Siamo in un forum di scrittura, mica dobbiamo limitarci a dire: Wow! Qualcuno più in gamba di me potrebbe fare l’eziologia di ogni frase e avvenimento e ricavarne un saggio interessante, pur argomentando nel campo dell’immaginazione frammista a eventi reali. In passato mi sono cimentato anche io in qualche racconto con il Führer, termine innocuo che vuol dire conduttore, tanto è vero che in tedesco la patente di guida si chiama Führerschein, suscitando reazioni altalenanti, quasi fossi pericoloso e si dovesse levare il mitico e obbligatorio “no pasarán” della grande Dolores Ibárruri, che poi morì riavvicinandosi alla fede cattolica, alla faccia della rabbia con alito cattivo che circola oggi verso quella religione. Ho letto parecchie biografie di Hitler (e anche di Stalin e di Mao). Sicuramente non avrebbe mai perdonato alla fantastica Marlene Dietrich quello che fece quando fuggì dalla Germania, e soprattutto quando tornò in Germania con gli Americani e indossando la divisa americana, come non la perdonarono molti tedeschi, anche gente semplice, non erano tutti guardiani di lager. Nel tuo breve testo descrivi Hitler come uno con il chiodo fisso sull’epurazione degli ebrei, tanto da pensarci anche mentre va a questo appuntamento mancato con Marlene, compiacendosi che non sia ebrea. Gli avrei lasciato un po’ di respiro sotto questo aspetto, nel senso che non è che non avesse questo pensiero anzi, era il pensiero dominante suo e di una certa borghesia tedesca, fin dai primi anni Venti, pensiero che poi fu attuato in pieno da esecutori fra i quali il più attivo e potente fu Himmler, che segnava in inchiostro verde i suoi appunti inerenti lo sterminio pianificato. In questa occasione avrei descritto Hitler come in effetti era, preso come uomo: un piccolo, insignificante innocuo uomo, con un grande carisma e un ideale di riscossa dopo Weimar e milioni di individui che la pensavano come lui. Non so se San Valentino si festeggiasse in quei tempi in Germania, probabilmente lo portarono gli americani, come è stato detto in un commento più sopra, come altre cose belle che ci deliziano la vita da sempre e non so se avesse potuto accennare all’atomica, per quanto scienziati tedeschi ci stessero studiando, le famosi “armi invincibili” alle quali Hitler credette fino all’ultimo giorno della sua vita. Avrei descritto un piccolo mediocre uomo in abiti borghesi, con un lungo spolverino chiaro, la cinghia stretta alla vita esile e un cappello floscio sulla testa, tipico di quegli anni, che magari mentre aspettava Marlene ricordava i suoi giorni bui da giovane studente respinto all’Accademia della Arti di Vienna, costretto a dipingere in strada paesaggi per ricavare qualche soldo e andando a dormire al dormitorio pubblico, in compagnia di molti disoccupati come lui, molti fra i quali erano ebrei. Penso che non si sarebbe comunque mosso senza scorta, qualcuno in borghese, qualche disperato come lui ce lo avrei messo per colorire, magari in lontananza, poco appariscente ma presente, come un’ombra malvagia sullo sfondo di un tramonto, come un presagio dei suoi micidiali soldati delle SS. E alla delusione subentrata al mancato appuntamento una reazione di dolore, sì, ma tipica di lui; molto formale, magari avvicinandosi ai suoi uomini, chiedendo di essere accompagnato in cancelleria dove aveva sul tavolo appunti e relazioni di Himmler e di altri che pianificavano lo sterminio. Ecco, la sua “consolazione” poteva essere il pensiero di andare a leggere o rileggere quei diabolici appunti, immaginare l’apparato di morte e di dolore che si stava costituendo e allargando fin dagli anni Trenta, facendo intuire, senza nominarlo in maniera troppo esplicita, l’orrore assoluto che stava per avvenire.
  16. Alberto Tosciri

    [MIXL] Il sole non scalda

    Ciao@Kuno Ti ringrazio molto per il tuo intervento e apprezzamento. Hai visto che per non sbagliare ho messo tutte le "dimensioni" possibili? Poteva bastarne una, ma ne ho messe tre, nel caso qualcuna non si vedesse troppo; mi fa piacere che hai colto ed apprezzato. In quanto ai puntini di sospensione ti do completamente ragione: tendo a metterne troppi e troppe volte. Devo controllarmi meglio. Il fatto è che talvolta amo rappresentare personaggi che hanno dubbi, che si interrompono, che non sanno come finire la frase. In questo caso c'è un vecchio frate moribondo che se ansima o ha difficoltà a parlare ha le sue ragioni, del resto ho anche messo che a un certo punto ansimava, ma poi, anziché mettere diversi "s'interruppe ansimando" ho messo i puntini di sospensione. Però in effetti hai davvero ragione, sono comunque troppi. In quanto alla messa in secondo piano di don Gabriele hai ragione. Ho inserito brevi interventi come si faceva una volta in confessione per incoraggiare ad andare avanti. Nella stesura originaria ci avevo anche messo qualche pensiero, e pensa che nella prima stesura c'erano più di 25000 caratteri, eppure non mi bastava ancora e c'erano più puntini di sospensione, perché alla fine facevo uscire don Gabriele dal convento completamente disfatto e barcollante, con il frate portinaio che gli chiedeva se stava male e se voleva un bicchiere d''acqua... mentre don Gabriele aveva tutt'altri pensieri. Ancora grazie per la tua lettura e per le notazioni, mi hanno fatto piacere.
  17. Alberto Tosciri

    Jukebox

  18. Alberto Tosciri

    [MIXL] Il sole non scalda

    Grazie per il tuo passaggio e osservazioni @Lo scrittore incolore Mi hanno fatto piacere.
  19. Alberto Tosciri

    [MIXL] Dodici minuti, sei secondi e quattro decimi.

    Ciao @Lo scrittore incolore Questo Armando mi è piaciuto. Gli sono capitate diverse sfortune, oltre al licenziamento, oltre alla mania della velocità nel fare tutte le cose, anche non avere nessun consiglio davvero convinto e affidabile su come fare per rimediare. Il medico sembra un curioso qualsiasi che fa domande e propone diversivi che potrebbero avere diverse varianti mentre secondo me, che non ne capisco un acca, dovrebbe per lo meno dare l'impressione di conoscere tutte le angolazioni del comportamento umano, giusto per stare più tranquilli. Si seguono i consigli di chi si immagina conosca tutte le risposte, anche se si sa che è impossibile averle. Comunque hai rappresentato molto bene il tipo, mi è piaciuto Armando e anche il medico, in certi episodi si raggiungono attimi di grottesca, comica drammaticità fantozziana, non ultimo il fallito suicidio per troppa velocità nell'attraversare la strada, mancando il camion. Una buona scrittura e dialoghi ben gestiti.
  20. Alberto Tosciri

    [MIXL] Il naso d'Alice

    Ciao @Befana Profana Ho apprezzato anche io questo racconto, che fa risaltare le insoddisfazioni per il proprio aspetto, tipiche di questo secolo. Il finale mi ha colto di sorpresa, intervento riuscitissimo, ma metteva in risalto un altro difetto, boccuccia piccola... presumo ci sarà un altro intervento, da qui fino a chissà quando per la povera protagonista, che finirà trasformata in uno dei tanti "mostri" che affollano i salotti televisivi e altri luoghi della società. Purtroppo non è solo la mania dei vip a rifarsi il viso, anche la gente comune ci sta dietro, pagando fior di quattrini a medici che potrebbero impiegare la loro opera per qualcosa di più necessario, ad esempio nei paesi in via di sviluppo. Ma lì non percepirebbero le loro laute parcelle, seppure ci sono dei medici che lavorano per poco o niente, solo per lenire le sofferenze, per quanto non se parli troppo, specialmente nel loro stesso ambiente... e ci credo. Quando vedo alla tv certe facce davvero impresentabili, rifatte, di gente anche famosa e poi rivedo repliche di trasmissioni degli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta e Ottanta dove le persone erano ancora normali, mi viene una grande tristezza. Io rimpiango questa normalità, questa bellezza, se vuoi anche questa ingenuità. E gira e rigira quello strano sono io alla fine.
  21. Alberto Tosciri

    [MIXL] Edometro

    Ciao @ITG Hai uno stile di scrittura moderno, mi è piaciuto leggerlo, così come ho apprezzato l’ottima idea dello spazio racchiuso nell’anello. Il personaggio femminile protagonista è molto introspettivo, confesso che per le mie abitudini e tendenze di scrittura trovo difficoltoso rappresentare le concatenazioni di pensieri di un personaggio del genere, senza inframezzare con altri personaggio e descrizioni ambientali. Tu però te la sei cavata in maniera egregia a mio parere; mi ha incuriosito la prospettiva della protagonista, il suo rapportarsi all’uomo che amava e agli altri personaggi, i suoi pensieri. C’è sempre da imparare dalla scrittura degli altri, specie quando scrivono in maniera differente dalla nostra. Vi ho trovato molta elaborazione e profondità e poiché hai detto di aver scritto pure di fretta e senza rileggere trovo che te la sei cavata molto bene. Se proprio dovessi fare un appunto, ma più che altro è una questione di gusti personali, avrei scritto la storia in maniera più “discorsiva” o meglio “romanzata”, con azioni, pensieri e descrizioni ambientali quasi visive, pittoriche. Ma è solo una mia preferenza di scrittura e ognuno, giustamente, ha il suo stile.
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