Vai al contenuto

Alberto Tosciri

Lettore
  • Numero contenuti

    8.376
  • Iscritto

  • Ultima visita

  • Giorni vinti

    20

Tutti i contenuti di Alberto Tosciri

  1. Alberto Tosciri

    Buon pomeriggio

    Ciao @Undiavoloperlibro e benvenuta. Bellissimo nome Lourdes. Se ti farà piacere potrai sempre postare qualcosa di quello che hai scritto nelle sezioni apposite, così avrai commenti e consigli. Mi raccomando segui il regolamento, quando posti un racconto devi prima commentarne un altro a piacere, mentre nelle altre sezioni varie puoi postare liberamente. Ti lascio qui il link del regolamento. Buona permanenza.
  2. Alberto Tosciri

    Un saluto a tutti voi!

    Ciao @SamLogan291 e benvenuto. Ti lascio un link di benvenuto, molto utile per muoverti a tuo agio nel forum. Buona permanenza.
  3. Alberto Tosciri

    Ciao!

    Ciao @L.V. e benvenuto. Ci siamo già sentiti per esserci commentati a vicenda Ti lascio un link di benvenuto, dove potrai trovare molte informazioni utili per muoverti al meglio nel forum Buona permanenza.
  4. Alberto Tosciri

    [MIXL2] Werwolf

    Commento Racconto 1 Commento Racconto 2 Traccia di mezzogiorno: “Il gruppo” – Dobbiamo separarci! – disse Gustav con la faccia e la giacca sporche di sangue. – Dobbiamo farlo. I nostri compatrioti non ci aiuteranno. Miserabili vigliacchi! Non immaginavo questo! – disse Karl. – Io cosa faccio? – chiese Helmut, il più piccolo. – Cerca di confonderti in mezzo ai civili. Fai la fila davanti alle cucine degli Alleati che gli danno da mangiare… – Ma poi? – Poi torna a casa. – E voi dove andate? – Noi eseguiremo gli ordini – disse Gustav, drizzandosi fiero. – Voglio eseguirli anche io! – Ti ho dato un ordine Helmut – disse Gustav. – Ma a me non è stata data la capsula come a voi! Come faccio? – Abbiamo eseguito la missione. Questo è importante. E altri agiranno dopo di noi. Helmut… Torna indietro. Salvati. E non dimenticare. Mai. I tre ragazzi si abbracciarono. Karl e Gustav corsero in direzione di un viale alberato mentre Helmut, dopo averli visti scomparire nel buio si diresse camminando lento verso la cittadina. Il capitano Erich Weber provava fatica a respirare in quell’angusto corridoio senza nessuna finestra, malamente illuminato da lampadine sfocate. Il sergente della Militar Police che lo accompagnava si fermò davanti a una porta dove stazionava un suo collega. – È qui. – disse. Il capitano annuì. Il sergente sembrò esitare prima di aprire la porta, sembrava farlo malvolentieri. Weber non era entusiasta del suo lavoro; la guerra era finita da sei mesi, lui non vi aveva mai partecipato, era appena giunto dagli Usa in qualità di ufficiale giudice aggiunto al tribunale militare di Norimberga, da poco costituito dagli Alleati, che stava per entrare in funzione in quei giorni. Weber lavorava a Washington D.C. presso un rinomato studio di avvocati, se la passava bene, avrebbe fatto volentieri a meno di indossare l’uniforme dell'esercito americano per venire in Europa, ma la sua presenza era stata ritenuta utile; inoltre, in quanto figlio di immigrati tedeschi parlava perfettamente il tedesco. Gli era stato ordinato di recarsi in quella prigione per interrogare un sabotatore catturato dopo l’assassinio di un borgomastro locale. Era stata un’azione compiuta da membri del Werwolf, i lupi mannari di Hitler, soggetti pericolosi che non avevano accettato la sconfitta e la resa, continuando a uccidere collaborazionisti e soldati Alleati isolati e a compiere atti di sabotaggio nella Germania occupata. Occorreva sapere quanti membri del Werwolf si fossero infiltrati per poterli neutralizzare. Poco prima che Weber entrasse nella cella il sergente gli disse sottovoce: – Non si faccia commuovere. Noi siamo qui. Weber guardò il poliziotto senza capire, varcò la soglia e la porta si chiuse alle sue spalle. La stanza era piccola, con una finestra a bocca di lupo situata in alto dalla quale entrava un fascio di luce debole che sembrava provenire da un altro mondo. A lato un tavolaccio sopra il quale stava seduto un ragazzo con pantaloni corti di velluto marrone, una camicia sporca, ginocchia sbucciate e una coperta militare intorno alle spalle, con la faccia nascosta in mezzo alle ginocchia; si intravedeva solo una nuvola di capelli biondi. A lato uno sgabello e un secchio chiuso da una tavola di legno. Un pesante tanfo di sporcizia, umidità, muffa. Il ragazzo non si mosse sentendo entrare qualcuno. Weber rimase in silenzio. Qualcosa doveva dire. Si raschiò leggermente la gola. – Devo interrogarti – disse semplicemente. Era la prima volta dopo molti anni che riprendeva a parlare tedesco. Il ragazzo alzò immediatamente la testa. Un ciuffo biondo gli calò sugli occhi. Weber immaginava che fosse giovane, gli era stato detto che i membri del Werwolf erano giovani, ma questo era poco più di un bambino. – Quanti anni hai? – gli chiese d’istinto, senza pensare. Il ragazzo non rispondeva. Il suo sguardo era smarrito. Non voleva darlo a vedere ma aveva paura. – Quindici… – rispose con voce rauca. – Quasi…– aggiunse abbassando lo sguardo. Weber doveva procedere a quella sorta di inutile interrogatorio, sapeva che il destino del ragazzo era segnato, ma pensò che avrebbero dovuto informarlo che si trattava di un bambino, non era pronto a questo. Se lo avesse saputo forse non sarebbe venuto. – Ho parlato con gli altri prigionieri… – mentì Weber. – Perché sai parlare tedesco? – Perché… I miei genitori erano tedeschi. – Perché hai quella divisa allora? – Perché sono americano. – Perché sei un traditore! – urlò il ragazzo, indignato. – Non è così. – Invece è così! Non voglio parlare con te! – Invece devi. Non troverai molti altri americani che ti parleranno in tedesco! Il ragazzo sembrò riflettere. – Quanti del Werwolf sono in questa zona? Dove sono? Che compiti hanno? Nessuna risposta. Weber diede uno sguardo a dei fogli dattiloscritti che teneva in una cartella di tela. – Le spie vengono fucilate. Dovresti saperlo. Lo sai? Sì? – Siete voi che dovete essere fucilati! Io sono nella mia patria! Voi no! – Tu non sei un soldato! Chi dovevi contattare? Dimmi i nomi, i posti, i compiti! – Io sono un soldato invece! E non dico niente a un traditore! Weber si accese una sigaretta. Ne offrì una al ragazzo, che fece cenno di no. – Come ti chiami? Questo puoi dirmelo. Il ragazzo si mise seduto sul tavolaccio, mettendo i piedi per terra. Era alto per la sua età. – Helmut. – Stammi a sentire Helmut. Se mi dici dove sono i tuoi compagni… – Non tradirò i miei camerati! – Abbiamo trovato lungo il fiume due ragazzi, più grandi di te. Si sono uccisi con il cianuro. Helmut si morse le labbra. Due lacrime esplosero sulla sua faccia. Si pulì rabbiosamente con la mano. – Li conoscevi? – Non conosco nessuno. – Abbiamo catturato altri ragazzi che non sono di qui. Alcuni sono soldati sbandati, altri no. Tu verrai con me e mi dirai se appartengono al Werwolf. Come te. – Come fai a sapere che io… – Me lo hai detto tu. Adesso. Helmut si lanciò addosso a Weber con una rabbia sovrumana, digrignando i denti e alzando i pugni. Graffiò in faccia il capitano, che lo immobilizzò gettandolo a terra. La porta della cella si aprì, il sergente e un poliziotto irruppero ma il capitano fece cenno di uscire. La situazione era sotto controllo. – Calmati adesso! Helmut! Calmati ti ho detto! Liberò piano il ragazzo dalla morsa delle sue braccia, Helmut si divincolò ansimando. Aveva il fiato che sapeva di febbre. Andò a buttarsi in un angolo del tavolaccio con la faccia rivolta al muro. Piangeva. Weber stette un po’ in silenzio. – Come si chiamavano? – Gustav e Karl – rispose Helmut girandosi e asciugandosi le lacrime, scostandosi il ciuffo che gli cadeva sugli occhi in continuazione. – Va bene Helmut. Perché loro avevano il cianuro e tu no? Helmut non rispondeva, con lo sguardo abbassato. – Perché sei troppo giovane, vero? Non è una colpa. – Volevo morire anche io. – Ti hanno ordinato di non morire quindi? Perché? – Per non… dimenticare. – Cosa? – Voi. – Helmut, ascoltami. Gustav e Karl erano sporchi di sangue, ma non erano feriti. Sono stati loro a uccidere il borgomastro? Il ragazzo non rispondeva. – Sei responsabile come loro Helmut. Anche se non hai ucciso. Capisci cosa significa? Lo capisci vero? Helmut taceva. Poi annuì. Weber sospirò. – Vorrei aiutarti ma non posso. Io non posso… Il capitano si voltò verso la porta, gli bastava dare una voce e si sarebbe aperta, se ne sarebbe andato, non poteva influire sul destino di quel bambino, lui era stato mandato a interrogarlo con la vaga speranza di raccogliere informazioni. Ma Helmut non sapeva davvero niente. Era un bambino. Basta con questa storia assurda, basta con questa guerra, dove la patria dei suoi genitori aveva coinvolto anche i bambini, fino all’ultimo, anche adesso che la guerra era finita da mesi. Chissà quanti ragazzi del Werwolf erano dispersi in Germania, pronti a colpire, chissà per quanto tempo ancora. Helmut non poteva aiutarlo, non poteva sapere o dirgli niente se non in modo generico. Niente di utile. Niente nomi di altri membri di quell’organizzazione, niente luoghi di raccolta, niente piani di attentati. Niente. E se anche avesse fornito informazioni, sarebbe stato fucilato lo stesso. Una goccia cadeva a intervalli da una tubatura posta in alto sulla cella, formando una pozza d’acqua nel pavimento di cemento. Perché quell’acqua non era un lago in mezzo a colline verdi piene di vigne e cipressi, sotto un cielo azzurro, aria pura, senza prigioni, senza tanfo, senza muffa, senza dolore, senza guerra? Senza tutto questo. Weber si voltò verso Helmut. – Hai una madre e un padre che ti aspettano? – Sì. – Vuoi scrivere loro una lettera? Ti prometto che gliela porterò io stesso. Il ragazzo si passò la mano in faccia per asciugarsi le lacrime. Ancora quel ciuffo biondo che gli invadeva la fronte. – La porterai tu a casa? Da mamma e papà? Davvero? Weber pensava che non avrebbe avuto difficoltà a farlo. Almeno un’azione con un senso. Lo avrebbe fatto. – Sì. – Perché? – Perché… Perché… Siamo camerati. Weber si stupì nel sentire queste parole uscire dalla sua bocca. Ma non poteva dire a un ragazzo come Helmut che odiava la guerra, che provava pietà per lui, che non poteva fare niente per salvarlo. Parole che non sarebbero state capite. Ma un camerata che porta ai genitori la lettera del figlio, quello sì. – Ma sei sempre con gli americani – disse Helmut. – Lo so. Sono sempre con gli americani. Fa parte della vita. – Come ti chiami capitano? Weber glielo disse. Poi gli porse un foglio dalla sua cartella e una matita. Helmut si mise a scrivere, chino sul tavolaccio. Sembrava un coscienzioso studente di ginnasio intento a un esercizio. Quando ebbe finito porse il foglio a Weber, come un allievo a un professore. – È in gotico – disse Weber con un sorriso. Anche Helmut sorrise. – Sì. Ero bravo a scuola. Il paese e l’indirizzo sono in stampatello però, così non ti confondi e li trovi subito. – Hai fatto bene. In America non mi hanno insegnato il gotico a scuola. Il capitano mise il foglio dentro la cartella. – Ti farò portare qualcosa di buono da mangiare. Cosa ti piace? – Oh! – Helmut sorrise. Aveva un sorriso bellissimo, velato di tristezza. – Tanto io mangio tutto! – Immagino… – stava per dire “alla tua età” ma si fermò. Perché non si decideva ad andarsene? Stava perdendo tempo. Sapeva che l’indomani ci sarebbero state delle fucilazioni. Voleva andarsene prima. Helmut sarebbe stato fucilato, non poteva farci niente, la sua condanna era stata già firmata. “Chi sono i buoni e chi sono i malvagi? Chi lo afferma? E perché?” Pensò Weber, avviandosi stancamente alla porta. – Capitano Weber! – disse Helmut. Weber si voltò. – Se mangio buono questa sera vuol dire che… È domani. Sì? – Sì Helmut. – Capitano Weber! – Sì Helmut. – Domando un favore. – Dimmi. – Vorrei un paio di pantaloni lunghi, da uomo. Da soldato. Pantaloni della Wehrmacht! – Li avrai. – Prometti? – Prometto. Weber si voltò di nuovo verso la porta. – Capitano Weber! Come Weber si voltò Helmut si irrigidì, batté il piede sinistro a terra, si mise sull’attenti e portò di scatto la mano destra sulla fronte nel saluto militare. Weber esitò. Rispose al saluto irrigidendosi anche lui sull’attenti. Uscì rapidamente dalla cella. L’alba era gialla come un autunno senza foglie in quella collina arida. Weber aveva chiesto di trovarsi in quel luogo d’esecuzione come ufficiale osservatore, nonché avvocato. Si era accorto che l’atteggiamento dei colleghi ufficiali che erano stati in guerra cambiava impercettibilmente nei suoi confronti quando sentivano il suo nome tedesco. Nessuno stava vicino a lui. Oltre al nome, forse qualcosa era cambiato da quando era uscito dalla cella di Helmut, qualcosa era rimasto impresso nel suo sguardo, nel suo atteggiamento? Aveva ripreso a pensare in tedesco, ma questo lo sapeva solo lui. Aveva smesso di pensare nella sua lingua madre fin da bambino. Gli erano tornati in mente ricordi d’infanzia sepolti, musiche di vecchi dischi che i genitori avevano portato in America dalla Germania. E quella struggente canzone… Der Soldat… I camion andavano e venivano, con Militar Police seduti nel cassone che scortavano un condannato alla volta. Ne erano già venuti diversi, accompagnati con lo stesso frettoloso e silenzioso cerimoniale allo sterrato dove venivano eseguite le fucilazioni. Weber guardava ogni condannato, distogliendo poi lo sguardo e lasciando che andasse incolonnato in mezzo ai soldati. Sperava, speranza assurda, di non vedere Helmut. Lo vide invece. La sua figura emerse piegata nella semi oscurità del cassone, circondata da robusti Militar Police. Qualcuno abbassò la sponda posteriore del mezzo ed Helmut saltò giù con un abile balzo, le mani legate dietro la schiena. Aveva la stessa camicia bianca della cella, ma indossava pantaloni lunghi della Wermacht; li stavano molto larghi. Weber provò un’amara felicità. Poco prima di essere attorniato da altri poliziotti che gli controllarono i legacci, Helmut tirò indietro la testa, a ricacciare il suo ciuffo… il suo ciuffo ribelle. Non si guardò intorno, non si aspettava niente. Un militare gli mise una mano sulla spalla e lo guidò a incamminarsi verso lo spiazzo dell’esecuzione. Helmut si avviò spedito, quasi a passo di marcia. Weber si accodò al piccolo drappello. Un tenente che indossava l’elmetto si girò a guardarlo con aria interrogativa. – Devo assistere – disse Weber. – L’ho interrogato ieri sera. Helmut camminava veloce senza voltarsi, attorniato dai soldati. Gli indicarono un palo di legno sbrecciato, scheggiato dai proiettili, spruzzato di sangue. Arrivato davanti si voltò di scatto verso la scorta appoggiandosi di spalle al palo, restando perfettamente dritto, a testa alta. Sembrava non aver notate alcune casse di legno poste poco distanti, a un lato. Un ufficiale gli lesse la sentenza, in un tedesco dal forte accento americano. Un prete in uniforme, con una stola nera bordata d’oro sul collo gli lesse il salmo 23 in tedesco. Il suo accento era buono. Un tenente si avvicinò a Helmut con una benda nera in mano. – Lo faccio io – disse Weber strappando la benda all’ufficiale, che rimase a guardarlo perplesso, ma lo lasciò fare, quello non era posto da discussioni. Weber si avvicinò al ragazzo, che aveva lo sguardo fisso davanti a sé. – Mi dispiace tanto Helmut. Helmut aveva sempre lo sguardo dritto. Si voltò a guardarlo e sorrise, muovendo appena il mento in alto, in cenno di saluto. – Io sono un soldato adesso, vero? – disse con un filo di voce rauca. – Sì. Sei un soldato. Addio Helmut. – Addio Capitano Weber… Grazie di tutto capitano Weber. Lo bendò. Ritornò al gruppo di militari e si diressero a un lato dello sterrato. – Poi mi spiegate… – gli sussurrò il tenente. Weber lo guardò senza rispondere. I soldati del plotone d’esecuzione erano nove, come quelli della canzone Der Soldat dei suoi ricordi di bambino. “E io sono il nono soldato, quello che ti ha sparato al cuore, Helmut…” Gli ordini furono rapidi e secchi, impartiti da un graduato posto a fianco del plotone, sopra una grossa roccia. Helmut stava rigidamente in piedi; appena sentì i primi ordini scattò sull’attenti, l’esile corpo dritto, il viso rivolto al cielo. Risuonarono gli spari. Cadde in avanti all’improvviso, il ciuffo gli sventolò ancora sopra la testa bionda per l’ultima volta mentre cadeva.
  5. Alberto Tosciri

    [MIXL2] Werwolf

    Ciao @Solitèr Anche io sono appassionato di storia, contemporanea e antica. La parola "antico" poi non dovrebbe esistere se qualcuno dice che il tempo non esiste e viviamo in un eterno presente. Andrò a dare un'occhiata alla poesia di Brecht. La canzone Der Soldat che ho citato nel racconto esiste veramente, risale agli inizi dell'Ottocento, scritta da un poeta tedesco di origini francesi, Adalbert von Chamisso. Molto struggente come musica e come parole, parla di una fucilazione di un soldato alla quale è costretto a partecipare il suo migliore amico e commilitone. La conobbi per caso, faceva parte della colonna sonora aggiunta a un documentario girato appena finita la 2^ Guerra Mondiale che riprendeva la fucilazione di ragazzi del Werwolf da parte degli americani in Germania. Ho avuto l'idea vedendo quel filmato, dove si vedono tre ragazzi del Werwolf , Heinz Petry di 17 anni, Josef Schöner, 17 anni e Franz-Joseph Leutner, di 18 anni condotti alla fucilazione. Naturalmente il canto tedesco fu messo in seguito dai tedeschi. È stato cancellato ed è rimasta un'altra versione del filmato, senza musica. Ho preso ispirazione, se così posso permettermi di dire, da Josef Schöner, 17 anni, che si vede saltare giù dal camion con le mani legate dietro la schiena e dirigersi al palo con il ciuffo che gli cade continuamente sulla fronte, circondato dai militari e poi cadere dopo gli spari. Pochi minuti, ma sembrano un'eternità. Esistono filmati di varia qualità e foto in sequenza dove si vedono svariate angolature della fucilazione, hanno ripreso anche da vicino, hanno ripreso tutto e documentato tutto. Tutto reperibile in rete. Non me la sento di mettere i filmati, perché fanno davvero male ma, come ho detto, basta inserire su youtube: German Spies Executed - 1945 - NO SOUND e nei primi minuti si vede chiaramente Josef saltare dal camion, con il ciuffo... Conosco il suo nome e i nomi degli altri perché nel filmato con musica, cancellato, i nomi comparivano e io registrai anni fa quel filmato. La canzone è questa:
  6. Alberto Tosciri

    akka- pt 1

    Ciao @L.V. Secondo me qui potresti modificare qualcosa in modo da rendere il tutto più “incisivo”, solenne. Tieni però conto che io non sono certo uno storico, né uno scrittore e tantomeno un critico. Do solo dei pareri in base alla mia modesta esperienza e passione di autodidatta, quindi non prendere quello che dico come certezza assoluta, è tutto opinabile. Ti dico come farei io, certo bisogna riflettere bene. Dire: Chiunque sia e qualunque cosa abbia fatto, subito o sia nel frattempo diventato (naturalmente tu saprai già tutta la storia di questo personaggio e degli altri; è molto importante conoscere in anticipo la biografia, sia pure per sommi capi dei personaggi, perché riesci a farli muovere meglio: il discorso può anche estendersi alla trama, luoghi, situazioni…). Chiunque sia il personaggio attingerei alle scritte commemorative e auto celebrative di personaggi dell’epoca, naturalmente rendendo il discorso più fluido, ma non concedendo niente ai modi di dire troppo “moderni”, che si "sentono" e stridono con il contesto. Potrebbe esordire dicendo: “Io sono Akki-Ya l'Hurrita... Come un'epigrafe. Denoterebbe un personaggio forte e fiero che ha combattuto, che si è fatto valere e che ci tiene a farlo sapere .Quel "un po' mi dispiace" mi stona però. Sostituirei affermando che il suo cuore è offeso o rattristato per essere stato dimenticato. Ci sta che voglia affermare la verità, ma più che essere stanco di sentire menzogne, la “stanchezza” intima è una cosa troppo moderna, psicologica, gli farei dire più semplicemente, epicamente, che il suo cuore è rattristato. Cosa intendi per gigante? Che supera gli uomini come potere e forza o, assieme a queste qualità che ha pure un’altezza fisica? Essendo un semidio potrebbe anche essere più alto della media degli uomini. Cosa credibile. Dalle mie parti ci sono innumerevoli Tombe dei Giganti, anche vicino a casa mia e in taluni posti hanno trovato ossa di uomini alti dai due metri e mezzo a tre metri. Ossa fatte sparire ovviamente. Non sia mai si debba riscrivere la storia secondo regole non ortodosse. Secondo me la terminologia, pur essendo corretta ha un linguaggio troppo “moderno”. Io gli farei dire: “È falso. Io conosco la sua storia: è stata anche la mia. Lo conosco da quando era un fanciullo che viveva nei quartieri fatti di mattoni di fango e paglia ai margini delle nostre città… (magari non proprio così, ma per rendere la contestualizzazione. Non userei termini troppo attualicomunque. "Fu la Dea Shaushka a decidere del mio destino." Troppo romantico a mio parere. Non che all’epoca non ci fosse il senso della poesia, della delicatezza, ma era diverso. “Dormivo nell’erba, circondato dalle capre di mio padre che pascolavano.Avvertivo solo il ronzio degli insetti, il frusciare degli alberi mossi da un vento leggero.” Magra consolazione. La primogenitura era praticamente tutto a quei tempi e anche secoli dopo. Se il protagonista non è primogenito non ha motivo di lamentarsi, conosce il suo destino. Gli farei dire: “Questa è la legge. Ma sapevo di essere più forte di Yaqqim. Nel mio cuore nacque l’odio. Più che “rissa” la definirei lotta. “Fuggii sui pascoli di montagna con le capre. Conoscevo solo quella parte di mondo. Sapevo che tornando da mio padre sarei stato punito”. "Ustan il Fabbro venne a trovarmi. Era un altro padre per me. Da fanciullo lo aiutavo al mantice della fucina e lui mi raccontava i segreti del metallo e della pietra. E i segreti degli uomini e degli Dei. “Devi tornare Akki-ya” mi disse con il volto ancora più scuro, segnato dal calore del fuoco e delle cicatrici. Tornai con lui in silenzio. “È ancora vivo” mi disse giunti nella sua casa. Mi portò latte e focacce d’orzo. “Il consiglio degli Anziani si riunirà fra poco. Devi venire” mi disse. Più o meno questi sono i miei pensieri e qualche ritocco circa testo e contestualizzazione. Certo, un esperto farebbe molto meglio, prendili come eventuali ulteriori spunti su cui magari aggiungere o togliere ulteriori tasselli.
  7. Alberto Tosciri

    La cadenza di Tito

    Grazie @flambar grande Comandante! Il tuo giudizio e apprezzamento mi hanno fatto davvero molto piacere e queste tue parole mi hanno fatto ancora più piacere, ancora non me le aveva dette nessuno, ti ringrazio. Anche perché a volte, ridendo e scherzando ci si può avvicinare alla verità più di quanto non ci si immagini... , così, come una piacevole passeggiata... Tante belle e buone cose in questo attuale pazzo mondo
  8. Alberto Tosciri

    La cadenza di Tito

    commento I commento II Due legionari romani scendevano lungo le scale della fortezza Antonia, entrando da un lato nel piazzale del Tempio di Gerusalemme, gremito di persone per la festività di Pesach. – Cos’hai? Mi sembri debole – diceva Adrio, il più anziano, al giovane Tito che dopo un breve periodo a Cesarea marittima era stato assegnato alla fortezza del procuratore della Palestina. – No, è il caldo. Mi fa male la testa. – Hai messo foglie di cavolo sotto l’elmo? – No. – Te lo avevo di farlo ieri notte. Stavi bevendo come un vecchio ubriacone, scommetto che senti acido in gola e in pancia… – Sì. Adrio si mise a ridere. – La posca è buona appena per togliere la sete e curare una ferita superficiale ma dammi retta: vino greco resinato è il migliore. Ti farò conoscere. Adrio si fermò sugli ultimi scalini, voltandosi verso Tito. – Qui siamo ancora nella fortezza Antonia, non ci può succedere nulla. Per quelli… – e indicò con una smorfia la folla, – questo è territorio impuro, perché ci siamo noi. Non osano entrare per paura di contaminarsi. Dopo l’ultimo scalino siamo nella loro terra consacrata, bisogna stare attenti e guardarsi intorno. – Sorrise. – All’inizio credi che sia impossibile vivere qui, ma ti assicuro che anche a Gerusalemme si può vivere. Strizzò l’occhio a Tito, che si guardava intorno respirando a fatica. Avrebbe preferito continuare a restare a Cesarea, almeno lì c’era il mare, faceva più fresco e sembrava di essere in una città romana, con tutte le comodità. Era stato trasferito alla fortezza Antonia per rinforzare il presidio durante le festività ebraiche. Annuiva senza entusiasmo seguendo Adrio nel grande piazzale immerso nella luce accecante del sole, pieno di uomini barbuti con il capo coperto che non li degnavano di uno sguardo, pur facendo largo al loro passaggio. Usciti dal Tempio si inoltrarono in una strada stretta e in discesa, mentre il sudore scendeva copioso dalla testa rasa di Tito chiusa nell’elmo che si scaldava rapido sotto il sole. – Senti caldo, eh? – diceva Adrio con calma e un mezzo sorriso divertito e crudele, mentre salutava affabile altri commilitoni che incontravano di pattuglia. Inveiva in greco o aramaico contro i passanti che bloccavano la strada: una processione interminabile di persone, talvolta famiglie intere, carri con ceste piene di merci, giare di vino, verdure, gabbie con colombe da vendere per i sacrifici al Tempio, greggi di pecore. La gente andava e veniva da tutte le direzioni, sollevando una coltre di polvere che si infilava dappertutto, toglieva il respiro. Tito guardava il suo commilitone con reverenza e timore; era più anziano di lui, quando parlava aramaico sembrava assumere anche i tratti di quella gente, lo sguardo, le movenze, l’odore. Si era integrato davvero bene, stava da tanti anni in Palestina con la X Legio Fretensis. Sbucarono in una piccola piazza dove c’era un mercato; banchi di legno coperti da tende, alcune con tessuti a strisce chiare e scure. Polvere, fumo, odore penetrante di agnello arrosto, spezie, tanfo di marcio umido che proveniva dagli usci aperti e bui delle case, rigagnoli e pozze d’acqua sporca sopra i quali saltavano i bambini. Un vociare continuo in svariate lingue e dialetti, specialmente in prossimità dei banchi di vendita e delle taverne. E quel sole che non dava tregua. – È sempre così, ma in questi giorni anche di più: siamo a Pèsach – disse Adrio. Molta gente veniva dai paesi intorno, distanti giornate di cammino. – Sembrano buoni, ma certo non ci amano. Guardati sempre intorno, possono esserci zeloti; pugnalano a tradimento chi offende il loro Dio, cioè tutti quelli che non sono zeloti, immagina noi. Se potessero ci ucciderebbero tutti. Sono più scuri di pelle, vivono nel deserto. Ma è da un po’ che non ci sono disordini. Un vecchio di bassa statura, piegato in due dentro una tunica sporca passava seduto sopra un asino carico di ceste, salutando tutti con un sorriso beante e sdentato. Quando vide i due legionari sollevò le braccia ossute prorompendo in un effluvio gioioso di parole incomprensibili rivolto verso Adrio, che gli rispose nella stessa lingua mostrando sempre più familiarità con quell’idioma aspro, confidenza e allegria che a Tito sembrarono eccessivi, se non addirittura inopportuni. Rimase perciò in disparte guardandosi intorno, sentendo la mano madida di sudore scivolare sopra la sua lancia poggiata a terra. – Questo vecchio pazzo vende un buon vino greco, meglio della nostra posca che a te piace tanto… cos’hai, stai male? Tito ansimava reggendosi alla lancia, apriva la bocca, sollevava la testa in alto, come a cercare aria. – È il caldo, lo so. Tranquillo. Vieni qui all’ombra. Si avvicinarono a una tenda sotto la quale erano esposti pani, dolci e frutta sormontati da nugoli di mosche, allontanate con fare indolente da un vecchio con uno straccio in mano. Un uomo con una tunica scura, il capo avvolto in una kefiah chiara e una lunga barba nera camminava verso di loro. La gente si scostava al suo passaggio senza guardarlo. Arrivato vicino ai legionari il suo sguardo si fissò su Tito, separato dall’altro. Si diresse verso di lui, sorrise, alzò un braccio, gridò qualcosa, come stesse chiamando qualcuno oltre il legionario, affrettando al contempo il passo, come a raggiungere un punto che aveva individuato. Urtò Tito, continuando ad andare avanti con passo veloce. Tito si aggrappò alla tenda del banco trascinandola a terra. Il vecchio continuava a scacciare le mosche. – Adrio… guarda… – disse Tito, mostrando con spavento la mano sporca di sangue. Sotto il suo braccio destro una chiazza scura si stava espandendo, fuoriuscendo sopra la lorica segmentata. Lo avevano pugnalato in un punto scoperto sotto l’ascella. Adrio impugnò la sua lancia con la sinistra e sguainò il gladio guardandosi intorno. La gente ostentava indifferenza. In lontananza un uomo si muoveva velocemente, inoltrandosi verso una delle tante stradine laterali che circondavano il mercato. – Zelota! – urlò con rabbia Adrio. Una pattuglia di legionari stava in fondo alla strada. – Zelota! Ha colpito! – urlò di nuovo, attirando la loro attenzione, indicando col gladio la parte dove il sicario stava scappando il quale, vedendosi scoperto si mise a correre inseguito dai soldati. Tito si era nel frattempo inginocchiato, con una mano sulla ferita. Adrio gli tolse l’elmo, tagliò rapido i legacci di cuoio che legavano la lorica al petto, osservò la ferita. Gli stracciò parte della tunica e fece un impacco premendo sotto l’ascella. Tito emise un sospiro di dolore. – Ora ci voleva la posca… – disse Adrio guardandosi intorno. Vide che Tito non poteva muovere il braccio; la pugnalata aveva reciso qualche nervo, il sangue usciva abbondante adesso, il volto del giovane era sbiancato; tossì sputando un rivolo di sangue. Brutto segno, forse il pugnale era arrivato al polmone. – Stringi la ferita, non fare uscire il sangue! Siediti. Ti porto del vino; qui vicino c’e una taverna… – Non lasciarmi… – Non ti lascio. Va bene. Non ti lascio. Adrio lanciò rabbiosamente alcune monete verso un gruppo di ragazzini cenciosi che li stavano osservando. – Andate alla taverna di Efìas! Fatevi dare una brocca di vino! Vi darò altre monete! Correte! Uno dei ragazzi raccattò le monete e corse via, accompagnato da un altro. Adrio sistemò meglio Tito, facendolo sedere appoggiato a una pietra. Si mise davanti a lui a gambe larghe, con la spada sguainata, ma senza puntarla sulla folla che a distanza li fissava in silenzio. Tito sputò ancora sangue, vedeva appannato, perdeva le forze. Aveva sfoderato anche lui il gladio, piantandolo rabbiosamente a terra, in mezzo alle sue gambe. L’aria era calda come un forno, il petto bruciava, il cuore batteva forte, la luce del sole lo accecava picchiando sulla testa come un martello sull’incudine. La folla intorno sbiadiva, sfumava dentro la luce e la polvere che Tito respirava e sputava assieme al sangue. Chiuse gli occhi; aveva l’impressione di galleggiare nel vuoto, di allontanarsi dalla terra. Un ragazzino si staccò dal gruppo di uomini silenziosi che guardavano. Indossava una tunica di lana grezza chiara, stretta ai fianchi da una fune consunta. Una kefiah bianca e azzurra avvolgeva la sua testa; i piedi sporchi di polvere calzavano sandali consumati. Mangiava lentamente un pezzo di carne di agnello arrosto avvolto in foglie di vite. – Vattene! – gli urlò Adrio. Il ragazzino non se ne andava. Continuava a mangiare e guardava. – Vattene! – ripeté Adrio, facendo la mossa di sollevare il gladio. – Quel legionario sta male – disse il ragazzo fissando Adrio negli occhi. Adrio si sentì mancare il fiato dallo stupore. Come faceva quel pezzente di ragazzino ebreo a parlare il latino della Suburra? – E allora? Cosa vuoi? Tra poco qui sarà pieno di soldati! Vattene! Il ragazzino scuoteva la testa, serio, continuando a mangiare, masticando con calma. Si avvicinò ad Adrio, talmente vicino che il soldato sentì il suo alito caldo che odorava di agnello. – Fammi passare legionario – disse il ragazzo accennando un sorriso che illuminò il suo volto abbronzato. Adrio non sapeva cosa fare. Perché quel ragazzo ebreo parlava latino? Guardò la piccola folla che si era formata intorno a loro; un velo di polvere gialla avvolgeva tutti come una nebbia. Sembrava essere calato un silenzio innaturale, nessuno parlava, nessuno si muoveva. Adrio si sentiva a disagio sotto lo sguardo del ragazzo, gli guardò le mani: erano sporche e tagliuzzate, aveva i calli, erano le mani di uno che lavorava, forse con un padrone, oppure a casa sua. Non era certo uno zelota, nemmeno dall’aspetto. Era ancora un bambino. Voleva velocemente frugarlo nelle vesti, per vedere se aveva un pugnale. Allungò una mano verso di lui. – Io non porto armi – disse il ragazzo severo. Non voleva essere toccato. Adrio quasi non osava respirare. Non sapeva perché. – Passa. Ma ti sto guardando. – Sì, lo so. Guardami. Si avvicinò a Tito, che sollevò faticosamente la testa. – Stai male legionario – disse il ragazzo sempre parlando latino, ma con un’inflessione diversa. La cadenza di Tito. Il soldato ferito sorrise debolmente sentendo il suo idioma. Attraverso lo sguardo appannato vedeva un fanciullo vestito di bianco che gli sorrideva. C’era pace, fresco, silenzio. Non c'era odio. – Sei venuto… per portarmi a casa? Chi sei tu? – Non ancora… Non ancora.– Il ragazzo impose una mano sulla sua testa. Il buio e il silenzio calarono su Tito. Tito riaprì gli occhi. La luce all’inizio lo accecò. Il mondo era uguale, ma non era più come prima. Sentiva voci lontane che aumentavano di tono, come stessero avvicinandosi. Poi vide e sentì chiaro. Le caligae calzate dai legionari andavano e venivano davanti alla sua testa sollevando la polvere, lui era sdraiato a terra su un fianco. Cercò di alzarsi puntellandosi sul suo gladio e tutti lo guardarono. Adrio, che stava parlando concitatamente con altri soldati s’interruppe e lo guardò stralunato. Ma cosa avevano tutti da guardare? Non sentiva nessun dolore, per quanto… Si tastò dov’era stato pugnalato. Sangue secco, come di una vecchia ferita rimarginata da tempo. Ma non sanguinava e… con timore si toccò a fondo: nessuna ferita! La sensazione di non sentire più dolore. Non era una sensazione. Non sentiva dolore! In bocca aveva il sapore ferroso del sangue, ma stava svanendo, non lo sputava più. L’aria era fresca, respirava come in un giardino; la folla intorno a lui si muoveva in un turbine silenzioso che risuonava in lontananza, avvicinandosi a tratti con moto gradevole. Adesso la polvere dei loro passi turbinava come una danza. Non era sgradevole: sentiva gli odori del mondo, era una festa, era la vita! Barcollò alzandosi. Vide la sua tunica a pezzi e insanguinata buttata da parte e coperta di mosche; la lorica e l’elmo in un angolo, la sua lancia lontana. Guardò il gladio che teneva in mano come se fosse la prima volta. Ma tutto questo non aveva importanza. Stava morendo e adesso era sano, intatto, soltanto sporco e sudato ma vivo. Vivo! Aveva fame, aveva sete! Cosa era successo? In nome degli Dei, cos’era successo? – Quel ragazzo ti ha salvato! È un mago! – disse Adrio guardando Tito a bocca aperta. Poi, rivolto agli altri soldati – È stato pugnalato da uno zelota. Guardate qui… Questo mi moriva e invece… Un mago! Un mago ebreo lo ha salvato! Un mago ebreo bambino che parla latino! – Ma dov’è il mago? – chiese Tito. – Se ne è andato – Dove? – Da quella parte… Tito corse nella direzione dove avevano visto andare il mago, una viuzza stretta e in salita, incurante dei commilitoni che lo chiamavano, incurante degli sguardi della gente, incuriositi nel vedere un legionario senza elmo e armatura, sporco di sangue che correva come un folle stringendo in mano il gladio. Vide il mago che camminava più avanti. Aumentò il passo per raggiungerlo. Lui si voltò. Sorrise. Tito si fermò ansimante davanti al ragazzo che sorridendo gli offrì con entrambe le mani le foglie di viti con dentro l'agnello arrosto che ancora stava finendo di mangiare. Il sorriso luminoso di quel ragazzo, quegli occhi… Tito gettò il gladio e tremando tese le mani per prendere l’agnello. Toccò le mani del ragazzo, sentì il loro calore, il respiro gli mancò, ebbe l’impressione di vacillare. – Non è niente. Non avere paura. Mangia. È buono. Tito sorrise e poi non riuscì a fermare il pianto. Mangiò con una fame nuova, un piacere mai sentito, un desiderio indefinibile che non sapeva spiegarsi. Mangiava e piangeva, piangeva ed era felice. Felice che il ragazzo lo guardasse, gli sorridesse, gli stesse vicino. Non sapeva perché. – Chi sei tu che mi hai salvato la vita? Stavo morendo. Sei un grande mago. Cosa posso offrirti? O sei un Dio? Ma io non lo so. Voglio ringraziarti chiunque tu sia. Cosa posso fare per ringraziarti? Chiedimi qualunque cosa. Tito si stupiva di parlare in quel modo a un ragazzo ebreo. Ma non gli importava più nulla al mondo in quel momento. Sarebbe morto felice vicino a quel ragazzo. – Vivi. Ti chiedo di vivere. Ma io non sono un mago. – Allora sei un Dio. Vivrò per te. Lo farò, te lo prometto. Ma ti prego: dimmi il tuo nome. – Joshua ben Joseph – disse il ragazzo sorridendo. Tito scosse la testa con un lieve sorriso, come a scusarsi di non capire aramaico. – Ti prego ragazzo: dimmelo in latino. – Mi chiamo Gesù figlio di Giuseppe, legionario.
  9. Alberto Tosciri

    [MIXL2] Werwolf

    Ciao @@Monica e grazie per la lettura e per il tuo lusinghiero apprezzamento. Talvolta scrivo anche di racconti ambientati nella seconda guerra Mondiale, dopo essere andato un po' a scavare... A me interessa molto il comportamento degli uomini, senza stare a guardare la bandiera o l'ideologia. L'uomo è un miscuglio di violenza e amore in ogni caso. Per quanto riguarda la violenza alcuni superano volutamente e con piacere il punto di non ritorno e non è più possibile perdonare o dimenticare. Per chi riesce a tornare indietro sulla strada della violenza, ci si può soffermare.
  10. Alberto Tosciri

    [MIXL2] L’odore della pioggia

    Ciao @@Monica Doveroso leggere un tuo testo, credo sia il primo che leggo di tuo, dopo la tua gentile recensione a un mio vecchio racconto, La cadenza di Tito. La protagonista del tuo racconto, Lily, mi ha ricordato Jean-Baptiste Grenouille, il protagonista di Il profumo di Patrick Süskind Solo che la tua protagonista è l’opposto, non sente nessun profumo e per fortuna è anche un’anima buona e gentile e alla fine il ritrovare l’olfatto, grazie al dottor Finnegan, appare come una sorta di premio, qualcosa che fa intravedere tra le righe anche una bella storia d’amore fra la ragazza e il dottore. Trovo la tua scrittura ineccepibile, molto curata, piacevole. Non ci si arriva per caso o per fortuna. Non ho nessuna obiezione da farti al riguardo, mi ha ricordato la lettura di alcuni classici inglesi ottocenteschi, ma qui la scrittura, pur avendo il garbo di quell’epoca, non è datata ma fresca e attuale, pur senza modernismi. Ho trovato molto azzeccato il contrasto con gli odori inenarrabili delle fogne londinesi dell’epoca, un vero inferno, con l’odore “molto buono” della pioggia che Lily sente per la prima volta. Uno sbocciare alla vita, una freschezza che si sente. Molto bello.
  11. Alberto Tosciri

    [MIXL2] Werwolf

    Grazie del commento @Ippolita2018 Piace pensare anche a me che il Dio cristiano sia interessato e assuma una sorta di unicità per ogni singolo essere umano. E per tutti gli uomini contemporaneamente, con una formula che nessun matematico, per quanto raccomandato, potrà mai esporre e nemmeno capire. In quanto a Land of Mine ti avverto che ti farà male guardarlo. A me lo ha fatto. Il suo grande pregio è, oltre a non essere stato fatto da Hollywood ma da attori tedeschi e danesi, i veri protagonisti della storia , quello di dire la verità, e infatti non ha circolato e non circola molto. Ci sarebbe molto da dire, ma intuisco sia opportuno limitarsi. Non si deve parlar bene o provare pietà per i "vinti", cosa che va molto di moda negli ultimi tempi e alle mode, si sa, bisogna adeguarsi. Un saluto.
  12. Alberto Tosciri

    [MIXL2] La grande scoperta

    Ciao @Alessandro1982 Ti chiedo scusa in anticipo per questo mio anomalo commento, più un analisi concettuale sui contenuti che sulla storia in particolare. Ho letto con divertimento e interesse questo tuo racconto anche perché, pur essendo un appassionato di fantascienza e fantasy (ma più realismo magico fuso con mistery e studi archeologici oltre i canoni) e pur avendo riscontrato alcuni cliché che già ti hanno fatto notare per quanto riguarda il genere, io guardo queste storie sotto altri punti di vista “poco ortodossi” diciamo così. Parto sempre dalla premessa che non possono esistere alieni o meglio, gli alieni sono sempre sulla terra, se intendiamo esseri sconosciuti provenienti da posti mai visti. Non è detto che bisogna viaggiare anni luce chissà come e dove per trovare altre civiltà, noi non sappiamo molto sulla terra e quel poco che sappiamo e frutto di indottrinamento, oltre il due più due che ci hanno detto non sappiamo molto altro. Perciò quando leggo di razze lucertoliane leggo con l’interesse per una favola, ma non con immedesimazione e nemmeno analizzando recondite probabilità di fantasia che magari possa accadere o sia accaduta una cosa del genere, (tra l'altro gli alieni vanno solo in USA e parlano solo inglese...) presumo che non sia nemmeno l’intento dello scrittore. Questo per dire che se leggi qualcosa in cui non credi nemmeno per assurdo o come remota probabilità, il concetto, l’analisi di quello che leggi è differente. Come favola mi piace, per quanto a un certo punto entrino pure in ballo gli onnipresenti dinosauri, favole per bambini che nonostante le tonnellate di ossa mi fanno venire il dubbio del come mai siano sbucate fuori solo dopo le enunciazioni delle teorie darwiniane, a metà dell'Ottocento. E prima nei millenni della storia non erano mai state notate nemmeno da un viaggiatore di passaggio, mai descritte da nessuno? Ma queste sono mie fissazioni, forse paranoiche, perdonerai. È che mi andava di strimpellare alla tastiera. Avrei analizzato maggiormente la paura degli uomini messi in gabbia, i loro pensieri, su questo sì, un po’ come Ulisse e i suoi uomini davanti a Polifemo, storie ancestrali di esseri mostruosi ma tutti appartenenti alla terra, per quanto incrociati con ipotetici dei alieni, ma alieni nel senso che provenivano da molto oltre le colonne d’Ercole. Abbiamo molta più roba in casa nostra, senza cercare galassie e vie Lattee che a mio parere sono intriganti se siamo indottrinati a quel concetto di universo, ma davanti ai poveri risultati della scienza riguardo altri mondi si rimane ad ogni modo delusi. Ma l’universo infinito, senza limiti, è molto più vicino a noi di quanto si possa sospettare. Scusa ancora questa mia esternazione, pourparler.
  13. Alberto Tosciri

    Akkad - incipit

    Ciao @L.V. Mi piacciono i racconti storici, ho letto qualcosa sulla storia dell’epoca che hai scelto, (leggo molta storia…) fra i quali anche alcuni romanzi credo ambientati all’incirca nella tua contestualizzazione, come L’ Assiro e Ninive di Nicholas Guild, che sicuramente avrai letto. Sono molto belli, li lessi tempo fa ma il tuo scritto me li ha fatti adocchiare nella mia biblioteca e credo proprio che li rileggerò, mi è venuto il desiderio anche grazie alla tua storia, ambientata in quei fantastici tempi. Tornando al tuo incipit, secondo me fai vedere molte cose già all’inizio, tutte concentrate e secondo me può crearti qualche problema, nel senso di “bruciare” molte informazioni che potrai senz’altro inserire mano a mano che vai avanti e con dovizia di particolari e maggior piacere per te e per il lettore. I particolari, specie se messi con naturalezza, sono fattori molto importanti, perché si fondono, devono fondersi nell' l’insieme con verosimiglianza, dando l’impressione di vita vissuta. Io non so cosa vuoi rappresentare nel tuo romanzo, vedo nell’incipit che inizi con il descrivere il paesaggio, ma io inizierei imitando lo stile degli antichi scritti cuneiformi accadici nelle tavolette d’argilla che pur non fornendo una letteratura completa danno un’idea dello stile: erano molto sintetici, quasi uno stile biblico, che è davvero scarno. Non dico di scrivere allo stesso modo, perché sarebbe palloso e nemmeno come Thomas Mann nei suoi libri sulle storie di Giuseppe, che per me è davvero il massimo, ma inizierei facendo “entrare” uno dei tuoi personaggi, come Mesalim ad esempio e circondandolo da tutto il paesaggio che vuoi descrivere, mettendolo intorno a lui. Mesalim (personaggio storico reale, omonimo del re di Kish? Nel qual caso la sua storia personale appare interessante, ho dato un’occhiata a Wiki, ci sono degli scritti antichi incisi in caratteri cuneiformi su ciò che fece, anche dal punto di vista legislativo; poi vedrò se corrisponde a testi di storia che ho da parte…), potrebbe svegliarsi nella sua stuoia, vedere l’alba dalla sua finestra, gli alberi, gli uccelli, il canale, gli schiavi dalla pelle abbronzata con il capo coperto per il sole. Poi la sua camera, il tavolo, il papiro lasciato dalla sera prima… non so, la mia è solo una suggestione. Poi a poco a poco vai avanti, assieme ai pensieri di Mesalim e ti colleghi al vecchio (forse è lui il protagonista, non so) che sta dettando a quanto pare la storia della sua vita se male non ho capito. Come ho un attimo vado a vedere gli altri capitoli.
  14. Alberto Tosciri

    [MIXL2] Werwolf

    Ciao @Edu Grazie della tua lettura e apprezzamento. Sì, umanità e disumanità assieme. Non sempre è possibile scegliere da che parte stare, soprattutto fino alla fine. Ciao @Lo scrittore incolore Grazie del passaggio e dell'apprezzamento. Talvolta il cinismo può essere una maschera, per non affrontare la realtà.
  15. Alberto Tosciri

    [MIXL2] Spy Story

    Ciao @Macleo Alla fine di questa fantastica storia mi è venuto in mente di dire: "Il gruppo più pazzo del mondo", parafrasando la serie cinematografica dell'aereo più pazzo del mondo, perché mi ha davvero fatto ridere allo stesso modo. Sei stato bravissimo nel descrivere con una sorta di serietà e stile direi quasi "formale", "ministeriale", la storia del personaggio, dagli esordi di scuola fino all'età adulta. Io a un certo punto avrei fatto incontrare il protagonista con tutti i compagni della sua infanzia ai quali aveva fatto la spia, magari a parti contrapposte o dalla stessa parte... ne sarebbe nata una sorta di Odissea comico-spionistico dai risvolti pazzeschi... Un mare di esilaranti avventure. Bravissimo, come sempre. Scrittura ineccepibile.
  16. Alberto Tosciri

    [MIXL2] Salad of People

    @Lo scrittore incolore Hai descritto molto bene il degrado totale e imperante oggi, nonché la pochezza di taluni programmi di cosiddetto intrattenimento, di chi li presenta e di chi purtroppo li segue e vive di quel verbo. Sarebbe arduo dire che lo sfacelo morale, spirituale e fisico della società odierna globale dipenda solo da roba simile, perché di compendio bisognerebbe affiancargli parecchia altra robaccia, tipo politica degenerata, chiesa degenerata, arte, cinema, letteratura, scuola eccetera, tutto degenerato. La differenza tra la pittura di Caravaggio e un artista contemporaneo che vendeva i suoi escrementi in scatole sigillate spacciandole per arte moderna. E la società ad applaudire... Qualcuno deve pur rappresentare il degrado, ho apprezzato molto dal mio buen retiro, con mare e gatti davanti a casa...
  17. Alberto Tosciri

    [MIXL2] Riconoscere non è conoscere

    Ciao @Poeta Zaza Un’idea molto intrigante quella di far palesare lo sconosciuto dai personaggi che via via incontra negli episodi; chiaramente ognuno ne avrà una visione diversa. Un’idea quasi teatrale, sicuramente se ne potrebbe ricavare un film o un romanzo, si presterebbe molto bene. Il compendio finale poi è davvero ben messo e appropriato, serve a riassumere le idee, i vari fili che in apparenza erano intrecciati e che invece sono ben dipanati, ognuno con un suo senso e una sua caratteristica specifici. Ottima costruzione e una scrittura che scivola liscia e senza intoppi, ben calibrata, senza troppi aggettivi o avverbi o refusi che appesantiscono, tutto al posto giusto. Gli episodi che mi sono piaciuti di più sono Il Laccio e Asterix, per una mia questione di gusti, mentre quella del Semaforo, pur essendo carina l’ho apprezzata di meno ma perché sono io il tipo che non ama fare questi scherzi e pur divertendomi molto a vedere il film Amici miei non me la sentirei di ripeterli. Forse rivedrei la questione del fazzolettone da scout del personaggio, ho poi capito alla fine che necessariamente doveva portarlo in tutti gli episodi, essendo una sua caratteristica peculiare, ma non risultava così evidente senza specificarlo e ci si può confondere. Per il resto un racconto molto originale, c'è inventiva, novità, e ci vedo anche una nota di freschezza, un mondo "pulito", ideale pur nelle sue quotidiane miserie che però non sono feroci, cosa che non guasta in questo mondo piatto ... Complimenti.
  18. Alberto Tosciri

    La cadenza di Tito

    Ciao@Silverwillow e grazie per aver letto e commentato e soprattutto apprezzato questo racconto. Mi ha fatto molto piacere, perché questo è un racconto sul quale ho lavorato molto (e ancora devo lavorarci, indubbiamente), derivato dalla mia passione per quell'epoca storica. Hai ragione sul fatto che uso molti gerundi, come pure ho la tendenza a mettere qualche avverbio in più anche se poi di solito, in fase di rilettura e riscrittura, taglio. Amo moltissimo anche le parole che finiscono in ...mente, certo anche lì non bisogna esagerare ma non seguo pedissequamente certi manuali che dicono siano da usare con il contagocce... insomma: un disastro come esempio. Per me la scrittura è esprimere innanzitutto sensazioni, poi desiderio, poi passione, certo non disgiunta da una certa praticaccia... di vita e di scrittura. Ti saluto e grazie ai tuoi complimenti per quest'oggi posso davvero vivere beatamente di rendita Grazie ancora e ciao.
  19. Alberto Tosciri

    La cadenza di Tito

    @L.V. Grazie per aver commentato e per l'apprezzamento. In effetti è da parecchio che scrivo, ma non ho fortuna. Mi son piaciute le tue correzioni, le ho trovate appropriate e più funzionali e ne terrò conto nel caso dovessi riscrivere, tanto più che questo testo mi è particolarmente caro. Darò un'occhiata al tuo Akkad quanto prima. Ora sono impegnato a leggere i racconti dell'ultimo contest MI (Messaggi Inchiostro) al quale ho avuto l'idea di partecipare anche io... Se trovo un ritaglio di tempo ci vado anche prima al tuo testo...
  20. Alberto Tosciri

    [MIXL2] Werwolf

    Ciao @Befana Profana confesso che non mi aspettavo un tuo commento e apprezzamento, ne sono felice e ti ringrazio. Hai ragione sul fatto delle virgole, grammaticalmente ho commesso diversi errori e ci ho anche pensato molto prima di postare. Ho poi lasciato così per alcune ragioni. Un attore di teatro ha presente le virgole del testo che deve recitare ma, qui consiste la difficoltà e la bravura della recitazione, lui ha la possibilità con la parola, gesti, sguardi e movenze di far "sentire" quelle virgole, quelle infinitesimali pause pur senza pronunciarle. Una pausa, per quanto infinitamente piccola può sentirsi, può dare l'impressione di essere artefatta e rovinare il tutto. Cos'è una pausa nel parlato? Un attimo, uno sguardo. Naturalmente non ho le competenze per aspirare a tanto ma nel dialogo fra Helmut e Weber io li "vedevo" e quel breve botta e risposta fra i due mi sembrava di sentirlo fluire da dentro i loro esseri. Non volevo spezzarlo con una virgola, ne avrei dovuto mettere davvero molte, come hai giustamente rilevato. (Mi sembra di aver scritto una pietosa scusa tragico-barocca per giustificare che non ho messo le virgole. Tendo alla teatralità...) Ciao @Poeta Zaza con i tuoi graditi complimenti mi metti un pochino in imbarazzo... Son contento che hai distinto sia il gruppo "cattivo", il Werwolf al quale appartiene Helmut, sia quello "buono" di Weber. Tutti gli uomini appartengono a "gruppi" in fondo, solo che alcuni ne sono consapevoli, altri no. Talvolta, quelli più "consapevoli" compiono azioni inaspettate, che mai sarebbero approvate dal loro "gruppo". Può essere la prova che l'uomo è soltanto un uomo e tutte le classificazioni e strutture artificiali nelle quali è costretto a vivere e pensare sono costruzioni artificiali, malvagie. Alla fine l'uomo si comporta istintivamente nei confronti dei suoi simili. L'istinto primario non deve essere quello di uccidere, ma di amare.
  21. Alberto Tosciri

    La cadenza di Tito

    Grazie @@Monica e benvenuta. Le tue parole e il tuo apprezzamento per questo mio racconto mi hanno fatto davvero piacere, hai colto in modo sorprendente molti piccoli particolari. In effetti, fra le varie epoche storiche delle quali sono appassionato, quella dei tempi del racconto è una delle mie preferite; a mio parere e anche secondo taluni storici è stata una delle più perfette, appropriate per la venuta in terra di un Dio. Era raro allora che per svariati decenni guerre di vasta portata, invasioni disastrose e conquiste si acquietassero, essendo l'impero romano già perfettamente consolidato e pur costretto a interventi militari, erano azioni di mero controllo e stabilità dei territori. Non sarebbe stata possibile una qualsiasi predicazione e le sue successive e immediate conseguenze in terre in balia di guerre e disordini. Benché l'evangelista Giovanni abbia scritto, a compendio del suo vangelo, di essersi limitato a riferire solo pochi avvenimenti altrimenti non sarebbe bastata tutta la terra a contenere i libri dei fatti che si svolsero, e io ne sono metafisicamente convinto, nonostante gli innumerevoli e alcuni davvero bellissimi vangeli apocrifi, quelli conosciuti e quelli ancora nascosti, devo confessare che i fatti narrati in questo episodio li ho immaginati, come ho detto in un commento precedente. Ma mi piace credere che tutto quello che il pensiero imperfetto e provvisoriamente limitato di un uomo possa immaginare o sognare sulla divinità in realtà possa essere accaduto, negli infiniti piani dell'esistenza. Ancora grazie dei complimenti.
  22. Alberto Tosciri

    Mi unisco a voi con grande piacere

    Salute @Marco Buttu e benvenuto da un altro sardo. Dai un'occhiata al regolamento per muoverti a tuo agio nel forum. Clicca qui e buona permanenza
  23. Alberto Tosciri

    Mezzogiorno d'Inchiostro EXTRA LARGE 2 [Topic ufficiale]

    Traccia di mezzogiorno: "Il gruppo". Werwolf
  24. Alberto Tosciri

    Un solo colpo

    Ciao @Massimiliano Marconi Mi è piaciuto questo testo breve. Inoltre non sono contrario all’uso di parolacce, per quanto io personalmente non sia abituato a usarne, sia nella scrittura che nella vita. Certo, dicono che in certi momenti quando ci vuole ci vuole. È innegabile. Da ragazzo leggevo, tra gli altri, Calvino e Fenoglio. I loro magistrali racconti di azioni partigiane sono di una crudezza, realismo e sintesi senza eguali, mi hanno sempre impressionato. Per dirti che nella loro crudezza e realismo descrittivo di personaggi e situazioni che giungevano spesso ai limiti estremi, non facevano uso di parolacce. Per chi non crede nel noir e nel giallo italiano consiglierei i romanzi di Giorgio Scerbanenco e Franco Enna, un po’ datati, negli anni Sessanta del secolo scorso, ambientati a Milano e in Sicilia. Per approfondire anche romanzi e saggi più “impegnati” come ad esempio Luciano Bianciardi. A mio parere sono dei piccoli classici nostrani nel loro genere, misconosciuti, vere lezioni di sintesi descrittiva, eppure ricchissimi di particolari suggestivi. Nel caso di Bianciardi anche analisi e disillusioni di quell’epoca. O per citare un americano, Donald E.E. Westlake, anche noto come Richard Stark, uno dei tanti pseudonimi con i quali scrisse dei gialli e noir incomparabili. Il suo ineguagliabile ciclo su un antieroe solitario della malavita, Parker, stile scarno, asciutto, essenziale, per me non ha eguali con altri, nell’ottima traduzione italiana di Mondadori del 1987. Perdonami la bibliografia, (solo quella che mi è venuta in mente ora) ma una volta che leggi determinati autori ti rendi conto, in sintesi, che puoi descrivere qualunque cosa efficacemente anche senza usare parolacce. Secondo me sono superflue, qualcuno dice che coloriscono e rendono reale la vita. Opinioni che rispetto. Venendo, o tornando al tuo testo, leggo che era destinato a una pubblicazione che richiedeva un ristrettissimo numero di caratteri e che è stato pubblicato, pertanto ti faccio i miei complimenti. Io non sono certo un critico mi limito a dire, quando vedo un testo che mi interessa, le cose che mi piacciono e quelle che non mi convincono del tutto, ma naturalmente la mia è solo un’opinione personale, dettata da esperienze diverse. Per esempio, il protagonista che spara all’uomo in uniforme, che tipo di pistola sta usando? Dici che tirò via il caricatore per contare i colpi, presumo sia un’automatica, se fosse una Colt avrebbe il tamburo già pieno a sei colpi, per quanto ne esistano con tamburi da nove e anche più colpi, basta aprirlo di lato e con uno sguardo si contano i proiettili. Se è un’automatica, mettiamo una cal. 9 parabellum di quelle in dotazione alle forze di polizia ed esercito, ma in vendita in versioni simili anche nel mercato, per non parlare di quello clandestino, avrebbe a pieno carico 15 colpi; 16 inserendo prima in canna un ulteriore colpo. Quando spari con pistola automatica a ogni colpo la molla elevatrice del caricatore va in alto inserendo un proiettile in canna. Quando i colpi del caricatore finiscono il carrello rimane aperto e bisogna inserire un altro caricatore. Se estrai il caricatore senza avere ancora esaurito i colpi, non puoi contarli a colpo d’occhio, (come faresti con la Colt) semplicemente perché la molla elevatrice spinge i colpi sempre in alto e tu vedi solo l’ultimo colpo nella cima del caricatore. Per sapere quanti colpi ci sono sotto, devi estrarli uno a uno (operazione che si fa velocemente spingendo ogni colpo in fuori con il pollice mano a mano che la molla elevatrice spinge il successivo). Questo per dirti che ho trovato un po’ fantasioso che il protagonista si renda conto immediatamente di quanti colpi gli sono rimasti. (Rimarrebbe valido, nel caso, il discorso della Colt, però bisognerebbe specificare il tipo di arma). Più che altro per una questione di tempi. Se sei sotto il fuoco di un avversario non puoi perdere tempo a snocciolare materialmente quanti colpi ti sono rimasti in canna. Poi devi inserire di nuovo i colpi uno a uno nel caricatore, premendo sull'ultimo... Spari fino alla fine e basta, disperato, pur di uscire dalla situazione. Mi rendo conto che se avevi un determinato numero di caratteri non potevi rendere altri particolari che avrebbero immerso, come dire, maggiormente nella scena. Bisogna anche vedere in che luogo viene effettuata questa rapina, se in pieno centro cittadino, in periferia. Nel luogo ci sono altre case, quindi sono nell’ambito di una città. Bisognerebbe anche giustificare il perché della presenza di un cecchino, presumo della polizia, presumo esterno al furgone, appostato nelle vicinanze. Solitamente i portavalori hanno il loro personale, bene armato. Il socio del protagonista era l’altro passeggero del portavalori, ucciso e riverso sul volante, da come scrivi in un commento sotto il racconto. Dunque il protagonista aveva come complice un portavalori? Perché per essere su quel furgone doveva essere anche lui una guardia giurata, a questo punto, non un semplice passeggero. Peccato per il poco numero di caratteri a disposizione. Beninteso che non si richiedeva un romanzo, ma qualche digressione deve pure essere consentita per poter descrivere; riandando con i ricordi a Fenoglio e Calvino, le impressioni di uomini in pericolo nascosti nella nebbia, una nebbia che ha un odore indubbiamente, o acquattati dietro la ruota di una macchina, anche questa con un suo odore di gomma. Crea un'atmosfera. Quando si è coscienti di correre il rischio di morire le sensazioni che si hanno, i movimenti anche minimi, sono elementi preziosi nella vita di un uomo, subliminali, interessanti da descrivere, oltre che suggestivi. Anche io sono rimasto impantanato alla descrizione del bambino paffuto che ride dalla finestra, forse un ricordo del protagonista, visto che estrae una foto dal portafoglio. In ogni caso, pessima mossa del protagonista quella di uscire allo scoperto nella nebbia sparando. La nebbia lo avvolgeva, lo nascondeva, lo amava. Le fiammate dei suoi spari hanno diretto il colpo del cecchino, che altrimenti avrebbe avuto difficoltà a individuarlo. Chiunque fosse quel cecchino e a qualunque titolo fosse presente in quel luogo preciso. Rivedendo il tutto con maggiore abbondanza di caratteri ne uscirebbe un notevole thriller, un noir fosco e pieno di misteri.
  25. Alberto Tosciri

    Il frate

    Ciao @Gianfranco P Il titolo mi ha attirato, per molteplici motivi. Ho scritto qualche racconto con frati, tanti anni fa avevo addirittura come avatar l’effigie di Adso da Melk, più che altro un desiderio e un rimpianto… Io amo i periodi lunghi nella scrittura, per me sono una sorta di ricerca proustiana. Metterei i punti solo arrivato a metà pagina e mi disturberebbe l’interruzione. Le domande che il tuo personaggio, Ettore, si pone all’incontro casuale, davvero casuale, con questo frate sono interessanti, logiche, curiose. Viene anche voglia di sapere se avesse usato lo stesso criterio incontrando un’altra persona, che so, un soldato, un pasticciere, una venditrice di fiori. Qual è il criterio di Ettore, il suo modo, il suo piacere nel confrontarsi con i suoi simili? Per criterio intendo oltre alla pura curiosità visiva, a pelle, anche una sorta di pur velata empatia, che non mi pare di riscontrare. Non che debba esserci, ma è pure un elemento di valutazione, di immedesimazione, di giudizio. Ettore lo trovo molto asettico, sia nel guardare, ma senza vedere veramente, sia nel porsi domande. Anche io immagino sempre il frate con il saio, aggiungere che sia un saio “regolamentare” mi sembra una forzatura, per quanto il termine e l’idea siano esatti e rendano bene. Ma è regolamentare l’uniforme di un poliziotto, il termine si sposa con una uniforme, lo è anche la tonaca di un frate, che obbedisce a una regola ma, a mio parere, in questo caso il termine stride, contribuisce a una sorta di appiattimento generale. A questo punto siamo tutti regolamentari senza dubbio, al di là di una sorta di recondito ideale che metterebbe in secondo piano l’abito. Inoltre, quel cordone che gli “penzola” alla vita, mi fa mettere subito in cattiva luce questo religioso, complice anche tanta cattiva filmografia italiana degli anni Settanta e alcuni libelli dove i frati col cordone rimandano a ben altre situazioni… Ho intravisto un frate come personaggio laido, disinteressato, inaffidabile, non conforme fisicamente e spiritualmente a quello che dovrebbe pur rappresentare. Intendiamoci che non voglio certo affermare che nel vedere un abito religioso ci si debba genuflettere e invocare la santità in terra, l’abito non fa certo il monaco, ma un approccio idealizzato diverso. Mi rendo conto che l’intenzione non era certo quella di rappresentare la santità di un frate di passaggio, però si tratta pur sempre di una nicchia dove questo frate ha la parte del protagonista, un frate fa un “mestiere” un po’ diverso dagli altri in fondo. Bisogna anche vedere l’epoca di ambientazione, della quale mi pare di ravvisare qualche sentore di primi del Novecento, ma non ne sono certo. L’epoca è importante, risalta l’atteggiamento dei personaggi. Già dopo la rivoluzione francese e i decenni successivi la mentalità liberale ha via via demolito la sacralità negli uomini e con la fine della prima guerra mondiale ha definitivamente distrutto l’ultimo impero cristiano che bene o male resisteva in Europa (l’Impero austro ungarigo), preparando il mondo, dopo una seconda botta di guerra allo stato in cui versa oggi. Ma ho divagato troppo ora. È nella mia natura. Peraltro hai un’ottima scrittura.
×