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Alberto Tosciri

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2.071 Più unico che raro

Su Alberto Tosciri

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  • Compleanno 23/03/1958

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    Sardegna

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  1. Alberto Tosciri

    Aforismi

    @Robert Wilhelm Mi fa piacere trovare un cattolico in questo mondo ormai impazzito. Lo sono anchio, ma non accetto la chiesa attuale, la cui scientifica distruzione è iniziata dal Vaticano II, per quanto i prodromi fossero stati presenti da sempre. Non posso accettare le idolatrie e blasfemie frutto del relativismo e pragmatismo religioso, respinti con mirabile dottrina e immensa fede dai grandi papi del passato, fino a Pio XII. Oggi hanno dato il via libera e si crede e si afferma tutto e il contrario di tutto. Non lo accetto. Chesterton diceva che sarebbe venuto un giorno che sarebbero stati attizzati fuochi per testimoniare che due più due fa quattro e che sarebbero state sguainate le spade per dimostrare che le foglie sono verdi. Quel giorno purtroppo è giunto. Nemmeno io penso che la delusione si addica a Dio. Sono io che nella mia fragilità umana sono amareggiato dal comportamento e dal tradimento verso Dio dei miei simili. Gesù perdona, perdona sempre, anche sulla Croce. Bisogna avere una grande forza interiore per risalire il Carmelo con S.Giovanni della Croce, nella notte dell'anima distratta da troppi "rumori" che conducono all'odio e alla perdizione, una grande forza per trovare il castello interiore di Santa Teresa d'Avila. Ritrovare il contatto con Dio dentro noi stessi per avere la pace. Ma non dispero. Se non in questa vita, in un altra.
  2. Alberto Tosciri

    Catene d'autunno

    commento Le foglie cadono. Ricordano. Anche per te, prigioniero. … E io ti vedo chiuso in quella cella. È insolito vedere un’autentica rassegnazione in un condannato a morte. A noi è dato farlo, nonché comprendere se l’accettazione, il pentimento, sono veri. Qualche volta possiamo aiutare. Può esserci ordinato, ma possiamo intervenire per quel sentimento che gli uomini chiamano pietà. Noi siamo pietosi. O per il giusto corso degli eventi. Interveniamo anche per altri motivi. Raramente ho provato pietà in questo attuale, provvisorio eterno presente di millenni sulla Terra. Ho un buon ricordo di quando liberai dalle catene un certo Cefa… Ma c’erano dei motivi. Che motivi dovrei avere per toglierti le catene e salvarti dal boia, uomo che ti chiami Safferth? Ti hanno accusato di tutto e non meriti nessuna clemenza, nemmeno uno sguardo. È giusto che la mannaia cali su di te. Ho potuto immergermi nella tua vita; in meno di un battito delle tue ciglia nere ho visto tutto, ho capito tutto. Però da bambino guardavi gli alberi, il cielo che si univa al mare, sognavi. Perché non hai continuato a sognare? Anche tu hai creduto che la vita impiegata per inseguire un sospiro fosse una vita persa… Non posso darti torto; talvolta ho provato a sentire il calore del sole come lo sentono gli uomini sulla loro pelle. Posso capire. Ah, ma se gli uomini sapessero davvero che cosa è il sole! Una particella in confronto al vero calore che potrebbero avere! È sufficiente che sentano il sole sulla pelle per sentirsi appagati, per sentirsi creatori! Ma ignorano chi ha riposto il calore nella loro anima; molti non sanno di averlo. Soltanto perché ti ho visto bambino, Safferth, che camminavi nudo sulla riva del mare, soltanto per quella luce che avevi allora negli occhi quando ti chiamava tua madre, solo per quello mi sono fermato un attimo di più a guardarti, dentro la tua cella bianca di calce, mentre aspetti il boia. Sapevo che quella foglia sarebbe entrata da te, volando nell’aria trasportata dal primo vento di autunno, entrando attraverso le sbarre. Non ho fatto niente per fermarla. Volevo vedere la tua reazione. Gli uomini come te, Safferth, fanno molti sbagli e ancora di più gli uomini che devono giudicarli. Vedo la foglia color della ruggine al tramonto volare sopra il tuo sguardo, fisso in alto a guardare le ombre della tua ultima sera. Ti osservo. Se tu sapessi da cosa dipende la tua vita mortale! La foglia cade sul pavimento. Per un po’ rimani immobile, ma l’hai vista. Aspetto. Ti alzi a sedere sulla tua branda. La foglia è ai tuoi piedi, ancora rischiarata dall’ultima luce del pomeriggio che riesce a entrare nella tua prigione. La guardi. Potrebbe essere la scena di uno di quei rari quadri dipinti da un pittore che aveva visto, aveva cominciato a sentire l’eternità… Ma tu cosa vedi? Voglio proprio saperlo e mi concentro su di te. Sospiri. Sorridi. Non è il sorriso di un assassino. Non più. Ma non basta. Non ancora. Insisti. Voglio che insisti. Ti chini a raccogliere la foglia con una delicatezza inusuale in quelle tue mani. La accarezzi. È la cosa più colorata che c’è in quella stanza bianca. Fai scorrere le dita lungo le venature rinsecchite sui diversi confini di colore che la morte da anche alle foglie. Vedo che sollevi con attenzione il capo, aguzzi lo sguardo interessato al colore rosso scuro. Ti ricorda il sangue? No. Ti ricorda il vino che facevi da bambino, assieme alla tua gente. E quel giallo bruciato? Il sole del mare vicino a quella ragazza alla quale non osasti mai chiedere niente. Allora eri innocente. E poi? Cos’altro vedi? Ah certo! Il cortile della tua scuola inondato di foglie d’autunno e tu con altri bambini che ci correvate in mezzo sollevandole con gioia, incuranti delle grida dei maestri. In nome di cosa hai lasciato tutto questo,Safferth, per diventare che cosa? Ah! Vedo bene che ci pensi adesso, all’ombra del boia... E quel verde cupo in cima alla foglia, quasi scuro? Il mare profondo solcato dalla nave che ti portava via dalla tua terra. Ci pensi e… avvicini la foglia sul viso, la metti di traverso a coprirti gli occhi chiusi. Immagini, credi che non ti possa vedere nessuno. Quindi non ti curi di far scorrere le tue lacrime, fino al mento. Fai bene. Hai un sussulto. Respiri con avidità l’odore della foglia, sentore di alberi, boschi, mare, paese, madre e padre. Respiri come a volerti immergere nel mondo che hai ricordato. Ora ti lasci andare sulla tua branda, la faccia in giù sopra la ruvida coperta. Piangi. Ti sei pentito? Gli uomini sanno dare molti nomi ai loro sbagli e noi li conosciamo tutti. Cosa saresti disposto a fare per rimediare alla tua vita sciagurata? Tutto? Sei sicuro? Pochi uomini possono portare un simile fardello. Vuoi davvero portarlo? Io te lo posso far portare. È nelle mie facoltà. Safferth si risvegliò nel corpo di un bambino in riva al mare. Era nudo. Non trovò strano che ai suoi piedi, nell’immensa distesa di sabbia bianca, accecante, ci fosse una foglia morta. La raccolse. Gli ricordava qualcosa. Sorrise. Guardò il mare davanti a lui, era verde scuro, piatto e infinito e si univa al cielo. Qualcuno lo stava chiamando. Una voce di donna. Sua madre.
  3. Alberto Tosciri

    La materia dei sogni

    Ciao @Massimiliano Marconi Forse è la prima volta che leggo qualcosa di tuo. Ti faccio i miei complimenti per la storia e per lo stile. Apprezzo anche l’uso dei puntini di sospensione, non sono contrario, io li uso frequentemente perché nel rappresentare taluni punti o parti del discorso non vedo perché non li si debba usare, in quanto nel parlare comune ci sono spesso interruzioni improvvise, troncature, sospiri, sospensioni… e non vedo in quale altro modo possano essere rappresentate queste espressioni. Certo, in tutte le cose non bisogna esagerare. Racconti come i tuoi vorrei trovarne più spesso, leggo molto prima di trovarne uno, non che io sia un genio, beninteso, ma spesso faccio fatica a leggere tanti testi che sembrano provenire tutti da un'unica matrice, sia per quanto riguarda la trama che l’introspezione dei personaggi. Praticamente sono tanti testi diversi che dicono tutti la stessa cosa. Nel tuo testo invece no, si può ancora sognare e addirittura qualcuno può raccogliere anche i sogni. Bellissima storia. Raccogliere i sogni con l’ordito di un tessuto, cercarne l’universalità, l’archetipo universale come direbbe Jung, e al contempo cercare la singolarità di questi sogni, la diversità tipica di ogni essere umano. È un compito che sembra quasi avere del sacro, del divino, come pure il volerli catalogare. Per quale scopo? Non è dato sapere, non lo hai specificato. I motivi potrebbero essere molteplici. Il tuo testo, secondo me, merita molto di essere approfondito, sia nei significati che nell’introspezione dei personaggi, nonché nelle descrizioni ambientali, che potrebbero fondersi magistralmente nella contestualizzazione generale, di per sé suggestiva e misteriosa. Ma sopratutto apprezzo molto la tua originalità, richiamata si dal verso di Shakespeare, ma sviluppata originalmente. E poi io sono molto sensibile quando si fanno riferimenti al passato, che oggi si vuole cancellare, dimenticare. È stato un vero piacere leggerti, grazie per aver scritto e postato questa bella storia.
  4. Alberto Tosciri

    Aforismi

    Forse Dio, rimasto deluso nel constatare che l'uomo avesse preferito estendere il suo pensiero solo nel mondo materiale, ignorando la divinità, rimase ancora più deluso nel rendersi conto che non era bastato nemmeno che Lui assumesse forma umana, di carne e di sangue, per tentare di farsi comprendere nel mondo materiale. E del resto, che senso avrebbe per la divinità tentare di far comprendere l'eterno presente dell'immortalità, del qui e ora, a uomini che si sono autodefiniti sapiens con l'orgogliosa certezza e fierezza di discendere dalle scimmie?
  5. Alberto Tosciri

    Tramonto

    Ciao @Floriana grazie per il tuo gradito commento. Domanda: I bambini sono sordomuti? No, non lo sono. Ma forse non hanno bisogno di parlare, si capiscono con il pensiero, sono creature superiori. Non sempre quelli che hanno il dono della parola ne fanno un buon uso. Da bambino conoscevo un coetaneo sordomuto che comunicava a gesti e io andavo molto daccordo con lui, talvolta giocavamo assieme a soldatini, all'aperto davanti alle nostre case e ingaggiavamo lunghe battaglie silenziose e incruente. Ricordo ancora con molta nostalgia e affetto quei momenti. Sono stati giorni felici. Perchè? I due bambini, Lucio e Gabriele, sono due emanazioni di forze soprannaturali nemiche. Forse il male e il bene. Hanno assunto forma umana per imponderabili motivi, giocano assieme, ma stanno combattendo nel cielo, non si amano. I loro sguardi di odio non dovevano essere sguardi normali, forse incutevano uno strano terrore, avvertibile dagli altri bambini, che se ne tenevano alla larga. Sto pensando agli angeli. Sì, centrano anche gli angeli, sia quelli della Luce che quelli delle tenebre... Perchè battaglia? Forse scatenavano la rabbia che avevano dentro? La battaglia sarebbe l'eterna lotta tra il Bene e il Male. Mi rendo conto che ci voleva un testo più lungo e ricco di particolari per poterlo descrivere per bene. Ti ringrazio tanto per i tuoi complimenti e per l'apprezzamento @Floriana Buon fine settimana e a risentirci. Alberto
  6. Alberto Tosciri

    Tramonto

    Grazie @Ale_cassie per la tua lettura e commento. Le tue osservazioni sono molto pertinenti e mi hanno dato da pensare circa l'aggiustamento di alcuni termini. In quanto al problema delle ombre che non sono ombre, in effetti era qualcosa di evocativo, simbolico: potevano sembrare ombre a prima vista, ma in realtà erano qualcos'altro, entità, potenze del cielo e dell'inferno e altro, che potevano assumere varie sembianze, osservabili però solo dai bambini, che non erano bambini ma avevano assunto quella forma. Certamente il tuo commento mi è stato utile e mi ha fatto piacere, come il tuo apprezzamento. A presto.
  7. Alberto Tosciri

    Tramonto

    Ciao @niccat13 e @Mirkos91 Innanzi tutto vi ringrazio all'inizio entrambi per i vostri commenti, e poi vi chiedo scusa per il mio deplorevole ritardo nel rispondervi, perché non è nel mio solito. Ho sempre piacere nel rispondere quasi subito ai commenti, ma ultimamente frequento poco il WD, entrandoci solo di tanto in tanto. @niccat13 Io ti ringrazio per il tuo apprezzamento. Il testo è parte iniziale di un mio progetto che, come tanti altri, è ancora agli inizi e non so se andrà avanti, pur avendo in mente per sommi capi l'andamento della storia. Lo spazio del frammento è in effetti troppo breve, però riconosco che i due bambini manchino di psicologia. La mia idea è che abbiano una decina d'anni e vivano in una periferia di città ancora a misura d'uomo in quanto la ambiento intorno alla metà degli anni Cinquanta del secolo scorso. Perde un po' di pathos: due tipi strani è molto generico. Potresti usare una descrizione più accurata, in linea con l'intensità del resto ddel testo! Sì, vero. Bisogna provvedere. Segnalo due cose: "i primi tempi" rispetto a quando? e poi credo manchi una virgola, dopo "qualcosa". Condivido. I primi tempi vorrebbe essere rispetto a quando i bambini sono venuti ad abitare in quel luogo; in effetti però non ho specificato. Di nuovo utilizzi l'aggettivo "strano". A mio avviso troppo generico! Anche qui condivido. Per descrivere i comportamenti anomali dei bambini avrei dovuto spiegare di più nel dettaglio. Questa frase non regge invece. Nel... nel... : Io la cambierei in "Nel maestoso silenzio della sera, in cielo si scatenava una furiosa battaglia." Indubbiamente la tua riscrittura è corretta. Io volevo dare maggiore enfasi con quel "percepito dagli uomini" e anche con quel "nel" ripetuto volutamente a breve distanza. Ma devo rivedere il tutto perché evidentemente non funziona. Sono daccordo certamente anche con i tuoi consigli di rilettura e ripulitura. Ti ringrazio tanto per i complimenti. A rileggerci. @Mirkos91 Ti ringrazio per il tuo apprezzamento nel leggere qualcosa di mio. Per far comprendere meglio questo passaggio metterei un piccolo antefatto prima di spiegare le reazioni, come: "Davanti a possibili disturbatori la loro reazione era la medesima, per quanto apparentemente innocua...", ovviamente eliminando il "disturbatori" a chiusura. Condivido. La frase come l'ho messa io è davvero tortuosa. Il sapore di questa frase mi sa di consuetudine, ovvero di regolarità nel loro gioco. Se così fosse la imposterei un po' diversa, rivedendo alcuni tempi verbali perché così è un po' confusa. L'ultima frase, inoltre, la metterei in realtà nel primo periodo: "Delle volte Gabriele allungava la mano per levare una pietra incontrando quella di Lucio che chiedeva di aspettare o cambiare idea; in altre stavano immobili a fissare il piccolo mondo che avevano creato e i loro sguardi seri" La frase del "favore reciproco" la rivedrei. Bellissima la tua costruzione. Eccellente consiglio. E son daccordo anche con le tue successive notazioni. Hai sistemato molto meglio la costruzione delle frasi e la descrizione delle azioni. Posso capire anche l'equivoco in cui può essere incorso qualcuno nel riscontrare una vena di omosessualità nei due bambini, forse dettato dai loro sguardi, descritti come "momenti particolari". Ho scritto diversi testi che riguardano l'omosessualità, pur in forma molto velata, talvolta struggente, a tratti drammatica, ma in questo caso non era mia intenzione anche perché i due bambini rappresentano forze soprannaturali tendenzialmente nemiche, che difficilmente si amerebbero e comunque, anche avvenendo, non come è inteso dagli uomini. Chissà che l'equivoco non derivi da reminiscenze letterarie, dalla lettura del bellissimo e struggente romanzo Les Amitiés particulières di R. Peyrefitte, un capolavoro secondo me, da cui fu ricavato un film capolavoro nel 1964 di J. Delannoy, sul quale non posso fare a meno di commuovermi ogni volta che lo vedo avendone pure imparato le battute in francese. Nessuno sarà mai più capace di eguagliare un libro del genere né girare un film così. Se non lo conosci ti consiglio sia il libro che il film, quest'ultimo lo trovi anche su youtube, suddiviso in varie parti. Poi mi dirai. I profumi, sinceramente, non mi fanno pensare molto all'oriente; forse ne avrei citati altri. Hai perfettamente ragione su questo punto, mi sono lasciato andare. L' Oriente che avevo in mente era più mediterraneo, pensavo a Al Andalus, la favolosa Spagna al tempo della dominazione araba, da me personalmente amata e mitizzata, in quanto gli Arabi furono anche in Sardegna. Grazie ancora per i tuoi complimenti. A rileggerci.
  8. Alberto Tosciri

    Il contesto. Una trascrizione. Capitolo 1. Parte prima.

    Interessante risposta @Soir Bleue . Non conoscevo quel libro di Sciascia. Naturalmente ravvisavo nel tuo testo delle analogie con situazioni di oggi, non che ne fosse l'esatta rappresentazione. Anche a me interessano le idee, da qualunque parte vengano. Più che ammirare le rivoluzioni, mai spontanee, mai popolari, che poi godono dell'acclamazione generale soltanto per la stupidità e pavidità delle masse, ammiro le controrivoluzioni e i suoi personaggi. Ammiro il disperato tentativo di non cambiare le cose o di ripristinarle. Non condivido il dispotismo, sia quello di Luigi XVI che quello di Hitler o di Stalin o di Mao, ma mi interessano i personaggi, le loro idee. Ho usato il termine pseudo ugualitario in senso lato, riferito anche alle tendenze odierne. Il non voler ammettere che gli uomini non sono tutti uguali, non lo sono mai stati e non lo saranno mai in questa Terra è stata la causa principale della rovina dell'umanità negli ultimi duecento e passa anni. Un'idea precisa che mi son fatto circa la gestione del potere, dei suoi innumerevoli risvolti, mi ha sempre portato a esaminare i detentori del potere, a tutti i livelli. Una costante del potere, da tutte le rivoluzioni in poi, è stata quella di aver messo a governare dapprima i rivoltosi e poi i loro figli e seguaci. Per me è stato assolutamente inutile, oltre che dannoso, questo travaso di responsabilità. Un villano (nel senso di abitatore della villa, lavoratore), per quanto si acculturi lui e la sua discendenza, non avrà mai nel suo DNA il senso del potere, se non per saziare la sua fame ancestrale. I veri detentori del potere, quelli a cui tagliarono la testa o fucilarono, per quanto fossero malvagi, tiranni e quant'altro, così erano nati. Costruirono e favorirono monumenti e istituzioni immani, rimasti come patrimonio dell'umanità, perché avevano il senso del bello, dell'arte, della cultura, di passare ai posteri per aver creato del bello. Certo, tartassando la povera gente, di norma. Ma non volevano arricchirsi personalmente, in quanto lo erano già per nascita. Non avevano bisogno di rubare o di farsi grossolanamente corrompere. Lo so: è un'idea molto retrò. Ma i sostituti dei re, i rivoltosi, per cosa si batterono? Per loro stessi. Cosa costruirono e costruiscono? Privilegi personali, di ogni ordine e grado e quantità. Per saziare la loro atavica fame ancestrale. Per quanto abbiano pluri lauree, la mentalità è sempre quella del villano che ha fame. E il potere sazia questa fame. Come dicevano una volta i contadini: il figlio del notaio può fare il notaio, perché così è cresciuto e ha conosciuto, fin da bambino. E così tutti gli altri. Conoscerai la novella di Verga, Libertà, che racconta quello che successe a Bronte, poco prima che arrivassero i garibaldini. I contadini massacrarono il barone, la sua famiglia, i suoi campieri al grido di libertà e che la terra spettava a chi la lavorava, a loro. Il giorno dopo i rivoltosi si radunarono nella piazza del paese, sotto le finestre del barone, per aspettare le disposizioni della giornata che lui dava personalmente, come erano abituati a fare da generazioni. E così passarono la mattinata, chiacchierando e aspettando. Ecco, da questa interessante novella si evince che quei contadini, nell'amministrare quelle terre, sarebbero stati un disastro.
  9. Alberto Tosciri

    Il contesto. Una trascrizione. Capitolo 1. Parte prima.

    Ciao @Soir Bleue Mi ha fatto davvero piacere leggere questo tuo testo, dove si ravvisano le analogie con situazioni odierne e consecutive reazioni, vista l'impossibilità di un dialogo o eventuali cambiamenti mediante il volere del popolo. Reazioni che nella realtà non avverranno mai, in quanto penso che tutte le energie e animosità della gente si volgeranno di massima verso il calcio e i festival delle pseudo canzoni, con tutto l'indotto di trasmissioni spazzatura annesse. In certe nazioni (non nomino per pietà quali), culla dell' Impero Romano, oggi al massimo si può combattere per il calcio e per un parcheggio. Per spiegare l'attuale follia mondiale io nel passato mi sono addentrato in accalorate e inutili discussioni e commenti, critiche a testi vari, nonché scrivendone di miei, analizzando anche il pensiero pseudo egualitario che sta ai primordi del Capitale; la follia della Riforma protestante: rivolta contro Dio; la follia della Rivoluzione francese: rivolta contro lo stato e contro Dio; la Rivoluzione bolscevica: rivolta contro Dio, contro lo stato e contro l'uomo, in un magistrale compendio delle precedenti, cosa che non si è mai fermata e ne stiamo cogliendo, la maggior parte con inconsapevole e gioiosa felicità, i frutti. La gente applaude. Nel passato mi son dibattuto e commosso per la Vandea e le lotte immani contro Napoleone in Italia, rendendomi conto che parlavo con persone che pensavano fosse fantasy distopico e ho smesso. Purtroppo dalle mie parti vogliono buttare la statua di un re e sostituirla con quella di un tale che cercò di portare le idee giacobine in quei tempi nefasti, venendo cacciato a calci dai contadini, che preferivano il re. Ogni tanto posto ancora qualcosa di forte, ma viviamo in tempi bui, mi limito e ci si limita nei commenti. In confronto il Medio Evo era un'epoca letteralmente felice. Altro che buio. Perlomeno anche i più cattivi uomini di allora avevano il timore di Dio. Oggi si ama e si segue a tutti i livelli il suo rivale, negandone l'esistenza. E la gente applaude. Il tuo testo si discosta dalla norma delle storie d'amore rosa confetto. Mi piace.
  10. Alberto Tosciri

    Quanto è importante per voi il tema?

    Ci penso quasi sempre. Ma temi e significati denotano anche un certo modo di pensare, una particolare visione della vita. Se questi temi collimano con il pensiero comunemente accettato si va avanti alla grande dappertutto, altrimenti sono problemi.
  11. Alberto Tosciri

    [MI 130] Il pianto degli ultimi

    Ti ringrazio carissimo @flambar per le tue belle osservazioni sul mio racconto. Puoi tranquillamente dirmi se trovi errori o frasi che si potrebbero scrivere meglio, io non sono un'autorità nella scrittura e non ho nemmeno fatto studi regolari da ragazzo, cambiando diverse scuole. Il fatto è realmente accaduto purtroppo, tanti anni fa. Ho modificato nomi e circostanze naturalmente. Conosco bene quei fatti. Non auguro a nessuno di passare la notte pensando se usare una Beretta cal, 9 corto rivolgendola contro se stessi per diversi e tragici avvenimenti che possono tutto d'un colpo rendere la vita un vero inferno, senza un domani. E non auguro a nessuno di aver paura di dormire per non rivivere negli incubi i fatti drammatici della sua gioventù. Buon fine settimana anche a te, salute e fortuna.
  12. Alberto Tosciri

    Presentarsi? Di nuovo?

    Ciao@Il Cardinale Richelieu Mi ricordo di te, ti avevo dato il benvenuto anche la prima volta, ho visto nel tuo profilo all'ingresso della prima volta; ora non porto più il nome di Unius ma ho il mio nome e naturalmente rinnovo i saluti e ti auguro una lunga e proficua permanenza. Spero che questa volta rimarrai più a lungo e posterai qualche tuo testo. Hai scelto il nome di un personaggio niente male, spero che quando criticherai gli scritti degli utenti vari che affollano questa piazza sarai più clemente del tuo omonimo. Se male non ricordo diceva: "Datemi da leggere quattro righe scritte dall'uomo più onesto del mondo e vi troverò di che farlo impiccare". Però prima di trovare me dovrai attraversare il mare. E quella è la parte più facile.
  13. Alberto Tosciri

    La cadenza di Tito

    Grazie @bwv582 per aver letto e commentato questo mio racconto molto "apocrifo", ma scritto con rispetto. Hai fatto bene a leggere anche i vangeli Apocrifi, io ne sono un appassionato tra l'altro. L'episodio al quale ti riferisci lo ricordo anche io, Gesù da ragazzino costruiva uccelli di argilla che poi prendevano il volo, mentre quelli di un suo compagno no. Io non sono certo un esperto di storia, solo un semplice appassionato. Fin da ragazzino ho letto montagne di romanzi, biografie di personaggi, libri di storia della Palestina dei tempi di Gesù e dell'Impero Romano, oltre a vedere innumerevoli trasposizioni cinematografiche. Non ti faccio l'elenco perché sarebbe immenso... Al limite se ti interessa potrei consigliarti un romanzo di Taylor Caldwell, Il leone di Dio, una bellissima e struggente biografia romanzata della vita di Saulo di Tarso - S. Paolo, dalla nascita fino a poco prima della deportazione a Roma. Ha influito molto su alcune atmosfere che spero aver messo in piccola parte in questo racconto. Caldwell ha scritto anche altri bellissimi romanzi ambientati in quell'epoca precisa. Alla fine della lettura ti sembra di esserci stato davvero. La X Legio Fretensis fu una legione che prestò servizio per innumerevoli anni tra la Siria e la Palestina, con rinforzi di altre legioni e pare fossero i suoi legionari ad accompagnare Gesù anche sul Calvario. Parte della truppa soggiornava a Cesarea Marittima, ma notevoli distaccamenti andavano al pretorio di Gerusalemme alla fortezza Antonia, specie per le grandi festività ebraiche, occasioni di raduno di molte persone. La maggioranza di quei legionari venivano dall'Italia. I particolari e gli studi su questa Legione sono innumerevoli. Come stemma avevano un toro o un cinghiale, che molti legionari si tatuavano su un braccio. In quanto alle foglie del cavolo sotto l'elmo... Durante il mio lontano periodo di allievo Sottufficiale a Viterbo (nel 1980...) ci facevano fare molte esercitazioni all'aperto in piena estate, giorno e notte, con l'elmetto che non era quello moderno di oggi in kevlar, super leggero, ma quello della 2^ Guerra Mondiale e i nostri ufficiali istruttori ci consigliavano caldamente se non volevamo che la testa rasata bollisse sotto il metallo, di mettere sopra la testa foglie di cavolo, che andavamo a saccheggiare in cucina, dicendoci che era un metodo usato dai legionari romani in Medio Oriente... Non so se sia vero, ma penso di sì, ti assicuro che quelle foglie attenuavano davvero il caldo. Mi è piaciuto metterlo come particolare, chissà... Mi ha fatto molto piacere il tuo apprezzamento e il tuo interesse @bwv582
  14. Alberto Tosciri

    Anarchja-A666

    commento Era stato facile per l’Unione del Nord far calare come una nebbia il gas Fiesta-A666, chiamato anche Anarchja per infierire sull’orgoglio delle poche fortezze confederate del Sud che ancora resistevano nella valle. Il sergente dell’Unione Domhedd, nella sua bella divisa blu con stelle d’oro, non aveva mai visto niente di più bello e mortale ed era ben contento di aver scelto di stare dalla parte dei più ricchi e dei più forti, anche se non era in grado di comprenderne appieno l’ideologia. Era insensibile al fatto che nell’Unione avessero squartato i pochi pazzi, uomini e donne che si ostinavano a voler procreare alla vecchia maniera e addirittura tenersi i figli a casa, educandoli con concetti assurdi, insegnandogli a leggere su libri di carta e scrivere con penne piene di inchiostro. In quell’epoca ormai lanciata verso altri mondi, dove le donne potevano vestirsi e comportarsi da uomini e gli uomini vestirsi e comportarsi da donne si sentiva il bisogno, tra le altre Libertà che ancora non si conoscevano ma che certo esistevano, di conquistare altri mondi, eventualmente da liberare, se non erano già liberi. O meglio armati. A giudicare dai calcoli degli astronomi, non si poteva continuare a vivere come ai tempi del mitico piatto letame religioso. Se nello spazio la luce si interrompeva in alcuni punti, era segno che quel vuoto poteva essere occupato da un corpo, un pianeta volante come la Terra, e c’erano miliardi di punti interrotti, miliardi di possibili pianeti, ma più logico di così… Questo aveva capito il sergente Domhedd e sognava il giorno in cui sarebbe andato a colonizzare quei lontani e sconosciuti pianeti. Ma per il momento bisognava far piazza pulita sulla Terra dei pochi oppositori che si ostinavano a rifiutare la bellezza della Nuova Vita Libera. Ma perché alcuni insistevano e persistevano a non volere la Libertà e tutte le sue innumerevoli possibilità sulla terra e sul cielo? Questi erano i confederati dalla divisa grigia. E dire che per poco non si era arruolato nei confederati. Rabbrividiva al solo pensarci. Conosceva gli ordini. Svaniti gli effetti del gas Fiesta-A666, studiato apposta per umiliare i confederati e la loro concezione di vivere, bisognava entrare nelle fortezze e prelevare i morti, suddividendoli per sesso ed età, dopodiché effettuare i prelievi biologici, su indicazione dei medici in uniforme. Con il DNA degli elementi migliori si sarebbe proceduto a clonare esseri umani più confacenti al sistema. Si concedeva alla soldataglia unionista la giusta libertà di saccheggio e d’istinto represso nello spostare i cadaveri ancora caldi. Veramente il sergente Domhedd aveva da un po’ il sospetto che i morti non fossero veramente morti e anche molti suoi commilitoni avevano avuto la stessa impressione, mentre violavano i corpi di donne e fanciulli prima di sgozzarli definitivamente. Non che lui si sottraesse alla Fiesta-A666, ci voleva per rilassare i nervi, ma l’impressione era di violare dei corpi ancora vivi, solo addormentati. La cosa non dispiaceva ad ogni modo, tanto erano confederati. Sapeva che qualcuno aveva fatto rapporto su questa curiosa osservazione. Era stato sempre trasferito. Non si era più visto da nessuna parte. Meglio non porsi troppe domande. Quello che accadeva dopo dei corpi non era affar suo. Un’altra Fiesta-A666 stava per cominciare e poteva fare tutto quello che voleva. Fiesta, Fiesta, Fiesta… Vedeva i suoi compagni molto eccitati all’idea e alcuni medici pasionari, commissari del popolo che nel nome della scienza dell’Unione li pregavano di mettere i morti migliori da una parte, per evitare perdite di tempo. Entrarono nella fortezza addormentata dalla morte. I cortili, i corridoi, le stanze erano pieni di corpi di uomini e donne di tutte le età. Molti erano in uniforme grigia; sul petto avevano uno strano simbolo, un cuore rosso sormontato da una croce, retaggio delle loro primitive credenze, che tanto danno avevano causato per millenni all’umanità, facendola vivere nel lavoro, nella speranza, nella preghiera e nell’unione soltanto fra uomini e donne. Il sergente Domhedd assisteva divertito agli assalti dei suoi colleghi verso i corpi più belli di donne e fanciulli che venivano trascinati senza danneggiarli, spogliati e violati. Ben presto la fortezza si trasformò in una bolgia. Anche molti medici pasionari si unirono alla Fiesta-A666 già che erano comandati di servizio; erano pervasi dal sacro furore delle idee che avevano portato la Libertà nel mondo. Il sergente Domhedd passò vicino a due soldati che sgozzavano una donna, venendo investito da un fiotto di sangue. Risero molto divertiti e continuarono a fare il loro dovere, mentre lui seguitò a girovagare nella fortezza. Voleva trovarsi un cantuccio con un bel corpo da godere dove stare da solo e in pace, ma preferiva non palesare troppo questo suo desiderio di raccoglimento, per paura che potesse essere travisato da qualche pasionario della Libertà. Lo abbiamo già detto: a lui non importava da quale parte stare, purché fosse quella del più forte. Si addentrò in un dedalo di corridoi deserti con pochi corpi, non ancora raggiunti dai suoi compagni. Aprì diverse porte di legno pesante, sbirciando l’interno, ma non era mai soddisfatto. In una di questa stanze vide uno scaffale pieno di libri. Un corpo in uniforme grigia giaceva a pancia in giù ai lati di un tavolo, libri sparsi a terra. Depose il fucile mitragliatore sul tavolo, rigirò il corpo con il piede. Era un ragazzo. Probabilmente stava leggendo quando era stato raggiunto dal gas. Rimase a guardarlo, colpito dalla sua bellezza. Tempo addietro il sergente Domhedd aveva avuto l’onore di distruggere l’affresco di una chiesa che raffigurava angeli in paradiso, ripreso dalle telecamere di tutto il mondo civile Unionista. In fondo quei dipinti rappresentavano angeli molto belli, come quel ragazzo. Si chinò a osservarlo da vicino, non aveva fretta. Di nuovo quell’impressione di avere a che fare con un corpo vivo. Ma adesso era più di un’impressione. Il ragazzo aprì la bocca, tossì alcune volte, spalancò gli occhi. Lo fissò. Domhedd rimase fermo. Pensò. Qualcosa non andava. L’Unione aveva detto che il gas Fiesta-A666 uccideva e non era vero. L’Unione aveva detto che si potevano violare i corpi caldi dei morti, che non erano morti, e questo poteva andare. E poteva andare anche che alcuni bevessero il sangue di quei morti. Ma perché mentire? L’Unione diceva di essere l’unica a dire la verità su tutto e che i mentitori erano i confederati non Unionisti. Ma che importanza aveva, pensò Domhedd. Lui doveva stare con i più forti e basta. Per rimanere vivo. Il ragazzo gli prese una mano. La sua pelle era calda, come avesse la febbre. – Uccidimi per piacere – gli disse in un soffio caldo che lo colpì al viso. Odorava di paura. Domhedd continuava a guardarlo. – Non mi fare del male. Prima uccidimi. Il ragazzo gli strinse la mano con forza. Era madida di sudore. – Ti prego! In nome di Dio, uccidimi! Lacrime scesero sulle guance del ragazzo. Domhedd gli strinse la mano nella sua. Il ragazzo sorrise sofferente, il sorriso di un angelo, prendendogli a sua volta la mano e portandosela con gentilezza sullo stemma del cuore con la croce che aveva sul petto. Dei passi risuonarono nella stanza. Due soldati erano entrati e guardavano. – È vivo – disse Dhomedd alzandosi. – Noi non sappiamo niente. Lo prendi tu o lo lasci a noi? È un bel bocconcino… Dhomedd guardò il ragazzo. Si era messo entrambe le mani sulla croce che aveva sul petto e guardava in alto, come se vedesse oltre la soffitta, oltre il mondo. Mormorava qualcosa, pregava. Piangeva. Era pronto al martirio. I due soldati ridevano, mentre uno si leccava le labbra. Dhomedd rise pure lui. Il suo gesto fu inaspettato: prese il fucile mitragliatore sopra il tavolo e sparò a raffica sui due soldati.
  15. Alberto Tosciri

    Capanne

    @Massimiliano Marconi Mi piacciono molto i racconti d’infanzia, specialmente quelli ambientati all’epoca della tua storia. Io nel 1967 avevo nove anni, ricordo molto bene quei tempi e quelle atmosfere, vissute poi in un’isola come la mia rimasta, ieri come oggi, a concezioni ancora più antiche e perciò quasi perse nella favola ai miei occhi. Ho pure tentato di scrivere qualche racconto della mia infanzia in Narrativa. Hai una scrittura molto pacata, precisa; non certo “moderna” ma questo per me è un pregio in quanto la modernità intesa come negli anni Duemila, salvo lodevoli eccezioni, non mi piace molto, non mi dice e non mi insegna le profondità che vorrei sapere. Non ho avuto difficoltà ad ambientarmi nel posto dove vive Capanne; da piccolo ho visto e frequentato luoghi del genere e conosciuto anche bambini taciturni e malvestiti, perché più poveri di me, vestiti con poco ma felici di vivere nel loro mondo, dal quale pure loro sono stati sradicati da cause di forza maggiore, vuoi per espropri, per il lavoro dei genitori, per emigrazione. I due bambini che descrivi, il “benestante” diciamo così, quello con i vestiti sempre pulitini e il “povero” vestito come capita, non badano certo alle convenzioni e amano la compagnia reciproca, si cercano, hanno interessi in comune pur non scambiandosi forse molte parole. Amano costruirsi poveri e bellissimi giocattoli e la lettura dei fumetti. I momenti più belli e nostalgici dell’infanzia per questi bambini oltre ai giochi sono incontrarsi, vedere il lavoro del padre di Capanne, lunghi silenzi fra di loro. Per fortuna, aggiungo io, non sentono l’irrefrenabile bisogno di tirare calci a un pallone, accontentandosi delle figurine Panini, altrimenti il racconto avrebbe perso phatos e struggimento. Poi è anche vero che sono stati scritti romanzi ambientati nel mondo del calcio che per me sono appassionanti come leggere un libretto d’istruzioni di una lavatrice… L’atmosfera che permea la storia finisce quasi di colpo per via di quella tavola con chiodo sulla quale mette il piede il protagonista. Mi sono chiesto però come mai Capanne non abbia reagito, non si sa, perlomeno chiamando i suoi genitori che certo lo avrebbero fasciato e accompagnato a casa. Ma sono i casi della vita, non esistono comportamenti codificati. Anche io da piccolo quando mi facevo male giocando non volevo vedere nessuno intorno a me e mi allontanavo per tornare a casa. Penso sia istintivo, non saprei. Quella ferita fa da spartiacque, dopo niente sarà come prima. Struggente. Demolito il vecchio e povero quartiere di lamiera, andati via tutti, il bambino protagonista non trova più nessuno. L’infanzia è finita, giungono le prime consapevolezze, i primi dolori, i primi rimpianti. Molto tenero, commovente il finale dove il protagonista immagina e spera che Capanne non si sia offeso non vedendolo più, ma che abbia capito, con un ultimo sorriso, sembra di vederlo, che era impossibilitato ad andare da lui. Oggi storie e pensieri così è raro che possano accadere. La consapevolezza che sia esistito un mondo come quello che hai descritto per me è stato un piacevole tuffo nel passato. Rincuorante.
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