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MemeM

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  1. I quattro, riuniti, camminarono per una trentina di metri. Zitti, pensando ognuno alla propria sbornia. Finché Toni, come al solito il più pratico: «Se vogliamo andare da qualche parte chi è che guida?». Era la stessa domanda che Meme aveva in testa ma che non avrebbe voluto sentirsi fare: in qualche angolo della sua mente annebbiata c’era scritto che, secondo alcune leggi morali, su come funzionavano le cose all’interno del gruppo e di come si era svolta la serata, l’auto l’avrebbe dovuta prendere Pier. Replicò così stizzito, senza far riferimento a tali leggi morali per non dare a vedere di essere troppo alticcio: «Dai cazzo!...guida te Pier che non hai bevuto niente!»». «Eh sì,…chi sono il più stronzo io? Che devo prendere la macchina?»,» rispose candidamente l’altro, ignorando del tutto le sue leggi ataviche. Così Meme, sempre più convinto che gli altri non potessero esser ignari di certi codici di comportamento, e il rifiuto dell’amico fosse in realtà dovuto alla vigliaccheria: «Guido io allora!» col tono di voler dare una lezione a tutti. Poi tra sé e i fumi dell’alcol: «Sono un vero leader». Se Meme era talmente sbronzo da pensare di poter guidare gli altri lo erano altrettanto da permettere che lo facesse. Dopotutto il Non era il solo a fiutare quell’odore nella brezza leggera di quella notte. Era come il sapore del sangue per gli squali: un misto di vodka, adrenalina, mirtillo, cannella, pelle di donna liscia, morbida, calda, fremente, da baciare fino alla morte. Al diavolo tutto: c’era una notte, una sola ed unica notte da vivere, così Dani: «Prendi la mia di macchina, ho dei bei cd da sentire». «Ok»,» annuì Meme, accompagnando la risposta con un cinque per la fiducia accordatagli: era la loro serata e poco importava se a pagare per tutti fosse stato lui. Sfrecciarono in autostrada in direzione nord: Riccione, la capitale del divertimento. Meme, le braccia tese, immobili sul volante. Lo sguardo stralunato: quasi sul parabrezza proiettassero un film dell’orrore. Le zaffate di stanchezza ed il dolore alla caviglia ogni qual volta sfiorasse la frizione. Nulla importava ora. C’era poi Dani a tenerlo sveglio con gli sbattimenti e le urla che inseguivano moribonde le note del cd. Toni e Pier se ne stavano in silenzio, dietro, annichiliti. Meme lo sguardo fisso, concentrato, sulle due linee bianche dell’asfalto, mentre con la coda dell’occhio misurava l’intensità degli stop di chi stava davanti. A benedirli gli dei del Rock: A-ha, Bon Jovi, Queen. Dani aveva i testi delle canzoni, stampati da internet, sul vano del cruscotto. Li porse agl’altri che rifiutarono. Anche Meme li respinse, per il disappunto dell’amico. Il fatto era che lui non aveva bisogno dei testi per cantare: quelle parole ce le aveva ben impresse in mente, tanto ci credeva e tante volte se le era ripetute come inni, ogni qual volta era sceso in campo. In campo nella vita di tutti i giorni. Prese così ad urlare a squarcia gola: Fiends will be friends when you’re in need of love they give you care and attention [1] Gli amici resteranno amici quando hai bisogno di amore ti prestano cura ed attenzione In uno sforzo sovraumano riuscì a voltarsi per un impagabile sguardo d’intesa con l’amico di fianco. Ma subito avvertì la strada andar via e l’auto a destra verso il guardrail. Dai sedili posteriori gli «ohhh» di spauracchio. Di scatto si voltò in cerca del binario bianco al centro della carreggiata. I riflessi assopiti, impiegò qualche istante per metterlo a fuoco. Con le braccia sempre tese, come bastoni sul volante, che continuarono ad o a oscillare prima di raddrizzare. La macchina sbandò da destra a sinistra con gli «ohhhh»» che non si placavano. Passata la turbolenza attimi di silenzio, finché: «Tutto bene Meme?» domandò Toni. «Mi sa che forse è meglio se ti fermi» suggerì Pier. Ai due era passata la sbornia. «No-no, tutto bene, andate tranquilli» rispose Meme boccheggiando. In realtà gli sembrava di guidare un disco volante al posto della Renault Clio dell’amico, tanto gli girava il mondo. Avrebbe voluto una corda da poter legare al camion davanti. Lasciare il volante e lasciarsi andare sul sedile. La risposta data da Meme ai due dietro rivitalizzò Dani, che di nuovo alzò lo stereo a tutto volume. La festa poteva riprendere. Scandendo nuovi inni Meme non osò più voltarsi ma a tentoni cercò la mano dell’amico. L’energia sgorgò tra i loro corpi: Don’t stop me now I’m having such a good time, I’m having a ball Don’t stop me now if you wanna have a good time just give me a call [2] Non fermatemi proprio ora Sto passando un così bel momento, sono in palla Non fermatemi proprio ora Se volete divertirvi chiamatemi intonarono Freddy Mercury, Brian May, Roger Taylor, John Deacon, Matteo Memetti e Daniele Maggioli. Presero l’uscita di Riccione, poi la statale verso nord, diretti alla discoteca Marajà. D’un tratto il volume della musica si abbassò. Un abbaglio. Un luccichio in fondo alla via. All’altezza di un distributore di benzina il giubbotto catarifrangente di un agente di polizia, sporto sul ciglio della strada. All’interno del piazzale, nella penombra, la gazzella: un’Alfa 156 con lo sportello aperto. Il collega pronto con il taccuino dei verbali sopra il tetto. Sembravano attenderli da ore. Come superlatitanti. E già che troppe volte l’avevano scampata bella. Troppe notti da suicidio imboccando, fradici di liquore, la statale come una roulette russa. Svegliandosi la mattina nella speranza di non udire al tg locale di qualche poveraccio, finito sotto le ruote di un’auto impazzita, guidata da quattro vampiri con le bocche ancora sporche di sangue. Vogliosi di rientrare nella bara prima che facesse giorno. Mancano duecento metri al distributore. Nessun’auto davanti a loro. Meme scruta lo specchietto: sabato sera, sulla statale che porta alla discoteca più affollata di Riccione neanche una vettura. Quasi ci sia stata una soffiata. Potrebbero esserci viuzze a destra o a sinistra per evitare l’alt ma lui non è nelle condizioni d’imboccare una portaerei. La paura lo fa rinsavire abbastanza da ridurre la velocità non troppo bruscamente e da chiedere una gomma da masticare agl’amici, sicuro l’alito l’avrebbe tradito. Ormai ad una ventina di metri si vede esibire la paletta. La Clio si adagia dolcemente sul ciglio della strada, come avesse terminato il carburante. «Patente e libretto!» sente domandarsi dal finestrino aperto, mentre una ventata d’aria fresca lo aiuta a riprendersi. Lui svelto sradica via la patente dal portafoglio mentre Dani è già pronto con il libretto in mano. Meme porge entrambi all’agente, che li esamina. «Chi è il proprietario della vettura?». «Sono io!» risponde di rimando Dani, come un attore al debutto con un’unica battuta. Abbassa poi la testa per farsi riconoscere. «Allora mi favorisca anche un suo documento»». «Subito!» si tasta con una mano il sedere mentre, con piccoli scatti di reni, cerca di sollevarlo dal sedile. Trascorre mezzo minuto buono che riesca ad ea estrarre il portafoglio da una tasca. E di lì la patente, che porge direttamente all’agente, andando con il braccio a dare una botta in faccia a Meme. Il quale cerca di rimanere calmo. Il tizio in uniforme consegna il tutto all’altro sulla volante, in collegamento con la centrale per i dovuti controlli. Trascorrono cinque minuti. Trecento attimi di silenzio. Dentro la Clio nessuno, non solo non è in grado di profferir parola, ma neanche di baluginare un qualsiasi minimo pensiero. Tutti con la sola ed unica domanda a pendere dal mento: «Perché ci mettono tanto?». Poco dopo l’agente torna e restituisce tutti i documenti a Meme. «Voi due uscite dalla macchina» fa segno con la testa l’agente. «Oh cazzo nooo!......ecco ci siamo, ci siamo cazzo: addio patente» si sente dire dalla sua mente Meme, mentre come un automa, indugiando su ogni movimento, esce dall’auto. L’altro è già fuori che si tira su i pantaloni, calati nei suoi goffi tentativi di sfilarsi il portafoglio dal culo. L’agente non fa troppo caso a Dani, nervoso duro. Aspetta con impazienza Meme. Poi una volta davanti a lui gli ordina: «Cammina avanti e indietro lungo la linea». «Questa?» chiede ossequioso Meme, indicando l’unica riga presente ai bordi della carreggiata. Un piede avanti all’altro intraprende il percorso: «Cacchio! Se sapevo che la prova era questa facevo altri due bicchieri» scherza tra sé riacquistando colorito. Tagliato il traguardo non trattiene un sorriso beffardo. Così l’agente, la cui figura smilza ed il volto appuntito, si distinguono ora nitidamente sotto la luce gialla del lampione, si rivolge a Dani: «Ora tu!» accompagnando l’ordine con un gesto poco spontaneo del capo, quasi gli mancasse qualcosa: un’arma, un fucile in mano per indicare. Dani proprio non riesce a contenersi, la sua agitazione deborda come la camicia scura dai jeans bianchi. In un ultimo tentativo prima di iniziare prova ad infilarsela dentro con le mani: senza risultato. Parte svelto. Tanta la tensione si è calato completamente nella parte: è quasi convinto di essere davvero su un filo appeso in aria. Per non precipitare allarga le braccia, come gli equilibristi. Solo poi, sul punto di cadere, in un gesto istintivo, appoggia un piede di lato. «Sì, va beh, è arrivato il circo» pensa ad alta voce l’agente, pur mantenendo il suo fare asettico da caserma. Quella battuta ha l’effetto di sdrammatizzare il tutto. Gli altri tre (anche Toni e Pier sono usciti dall’auto) irrompono in una risata soffocata. Giunto al traguardo Dani fissa l’agente. Pallido non riesce a chiudere la mandibola, che si muove a spasmi, mentre un rivolo di saliva gli cola sul mento. Il poliziotto lo guarda con insofferenza, tirando la bocca di lato in un’espressione più di rassegnazione che di disprezzo. Come un professore con un alunno irrecuperabile. Poi girandogli le spalle: «Ti è andata bene che non guidavi». «Ho fatto guidare lui apposta» risponde Dani d’un fiato, con il sangue tornato a circolare. «Sì, lui, con quell’alito» sbuffa, indicando col braccio la direzione ai Nostri, l’agente. I quattro guizzano in auto. Meme si accerta di aver allacciato la cintura ed aver messo la freccia. Poi, visto che passare per di lì le auto non vogliono proprio saperne, lentamente guadagna il centro della carreggiata, come una tartaruga che prende il mare. Solo dopo una cinquantina di metri, animata di vita propria, la musica torna a rimbombare. Più forte, più cattiva. Anche Toni e Pier sono nel pieno della bolgia. Dani può ridistribuire gli spartiti, che nessuno osa rifiutare. Per la sorpresa di Meme anche Pier prende a cantare a squarcia gola, come probabilmente non ha mai fatto in vita sua. Lui, dal canto suo, dopo quella prova di self-control, si sente ancora più leader. Alza la mano in cerca delle altre tre, che non si fanno attendere, raggiungendo la sua in una stretta salda come l’acciaio. This ain a song for the broken hearted… It’s my life, it’s now or never, I ain’t gonna live forever I just wanna live while I’m alive It’s my live, my heart is like an open highway Like Frankie said, I did it my way I just wanna live while I’m alive It’s - my - life! Questa non è una canzone per cuori infranti… È la mia vita, è ora o mai più, non vivrò per sempre Voglio vivere solamentefin quando sarò vivo È la mia vita, il mio cuore è come un’autostrada aperta Come disse Frankie, ho fatto a modo mio Voglio vivere solamente fin quando sarò vivo È la mia vita![3] c’era scritto in uno di quei fogliacci sporchi e spiegazzati. Poi in fondo tre parole. Ma un solo nome: Jon Bon Jovi. [1] Dal brano dei Queen Friends Will Be Friends [2] Dal brano dei Queen Don’t Stop Me Now [3] Dal brano dei Bon Jovi It’s My Life
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