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CelesteOrla

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  1. CelesteOrla

    OLTRE IL LIMITE - Capitolo1

    1 Gennaio 2018 "If I could, then I would I'll go wherever you will go Way up high or down low, I'll go wherever you will go And maybe, I'll find out A way to make it back someday To watch you, to guide you through the darkest of your days If a great wave shall fall and fall upon us all Then I hope there's someone out there who can bring me back to you..." Alle mie delicate orecchie arriva la leggera melodia di una canzone, "wherever you will go", canzone dei The Calling, molto probabilmente riprodotta da qualche specie radio-sveglia o che so io, che sta riempiendo la stanza. Non riuscivo ad aprire gli occhi, e avevo un terribile mal di testa, dovevo darci un taglio con la Tequila. Nonostante non avessi la minima idea di dove mi trovassi, e del perché il mio cuscino fosse così duro e perché stesse respirando, la prima domanda che mi sfiorò l'anticamera del cervello fu: "Riproducono ancora questa canzone alla radio?", era un classico nel 2009, bei tempi, quando ancora non capivo un cazzo della vita. Passando a pensieri molto serie, vediamo se in qualche modo si riesco a ricapitolare il tutto e pensai a cosa avevo fatto la notte prima. Era l'ultimo dell'anno, io e i ragazzi eravamo andati a ballare, e fin qui tutto andava bene, anche se andare in discoteca per il 31 dicembre non era il massimo. Un'improvvisa fitta alla testa s'impadronì di me, dovevo smettere davvero con tutta quella tequila. Mi ricordai che avevo conosciuto un ragazzo e che avevamo deciso di andare lungo mare. "Si, perché il primo gennaio le persone normali vanno sul mare, ovvio" disse Lili "Non sono più normale da quando esisti tu nella mia testa." Molto probabilmente quel qualcuno, che in quel momento stava dormendo sopra il mio braccio destro impedendomi di muoverlo, doveva essere quel ragazzo e quel ragazzo stava russando come un trattore. Quando riuscì finalmente ad aprire un occhio, non servì a molto, dato che la stanza era immersa nel buio più totale, però constatai che stavo benissimo sotto al piumone che mi ricopriva in quel momento, c'era quel tepore che era impossibile abbandonare; in qualche modo però dovevo alzarmi. In qualche modo dovevo vestirmi e dovevo fuggire da quella stanza prima che, chiunque ci fosse con me, si svegliasse. Avevo il braccio sinistro libero, per fortuna, e con un po' di fatica riuscì ad accendere la piccola abat-jour, che si trovava vicino al letto, che illuminò di una leggera luce gialla la parte del letto dove mi trovavo io. Era ormai dieci minuti che stavo cercando di togliere tutto quel ben di dio da sopra il mio braccio, ma il tizio proprio non ne voleva sapere di scansarsi. "Sei sicura? È un figo pazzesco" mi sentii dire "Per prima cosa, non mi interessa. Secondo devo andarmene. Terzo nessuno dice più "figo" smettila." "Fai come vuoi, ma io un pensierino di prima mattina ce lo farei" disse Lili "No, è una regola, non scopare mai più di una volta con la solita persona" pensai. Alla fine il tizio con un grugnito più simile ad un animale che ad un essere umano si girò su un fianco e lasciò andare il mio braccio "Finalmente libera!" pensai alzano le braccia al cielo. Mi alzai velocemente dal letto e nel più totale silenzio cercai tutti i miei indumenti. Infilai in modo sbrigativo la brasiliana di pizzo rosso con il reggiseno coordinato, ovviamente regalato da Gabriel per natale, e infine indossai il vestito nero che avevo portato per tutta la sera precedente. Una volta prese le mie converse nere alte, cercai velocemente un foglio e una penna, scarabocchiai un "Grazie per la piacevole nottata Giacomo, baci." lo lasciai accanto al suo cellulare, presi la mia borsetta e uscì dalla camera dell'hotel. Mentre percorrevo il corridoio presi il cellulare dalla borsa e scorsi tutte le numerose notifiche tra Facebook, Instagram, messaggi di auguri del nuovo anno su WhatsApp e tutte le chiamate perse di Alberto. Alzai gli occhi al cielo. Avevo quasi 24 anni, e si preoccupava se passavano una notte fuori. Notai che c'era un messaggio da parte di Gabriel mandato intorno alle 3 di notte. Gabriel: Buon anno bambola! Senti, ho visto che sei andata via con un tizio, appena ti svegli chiama Albe, lo sai. Buona scopata. 03.26 Chiamai il mio amico una volta entrata in ascensore per evitare che si preoccupasse ancora. «Pronto?» disse con voce assonnata «Albe, sto tornando ora a casa. Tra un'ora sono lì» «Dio santo Fleur! ma dove cavolo sei stata??» lo sentì imprecare «Ti racconto quando arrivo. Ora salgo in macchina» e riattaccai Una volta montata sulla mia Mercedes, comprata dopo tanti sacrifici, mi specchiai e constatai che si, ero orribile. La matita e il mascara nero che avevo sugli occhi era tutto sbavato, l'ombretto che mi ero messa la sera prima era praticamente inesistente e avevo delle enormi occhiaie, per non parlare dei miei capelli. "Senti, mi è venuto un dubbio" «Dimmi Lili» "Sei sicura che il tizio di sopra si chiamasse Giacomo?" Mi bloccai con le mani sul volante. Aveva fatto venire il dubbio pure a me. Qualche secondo dopo feci un'alzata di spalle e dissi «chissenefrega, tanto nemmeno lui si ricorderà il mio». Erano appena passate le 8 e ci avrei messo un'ora buona per tornare a casa se avessi preso l'autostrada, misi in moto e con Believer degli Imagine Dragons partì. Erano quasi già passati tre anni da quando quel giorno me ne andai via di casa dopo la discussione con mia madre e vivevo con i ragazzi. All'inizio ero eccitata all'idea di ciò, volevo vedere com'era abitare veramente con loro due, mi ero immaginata una sorta di convivenza come in quei film americani che guardano tutti alla tv, divertimento assoluto, tutti i fini settimane ci sarebbero state delle feste in casa nostra. Mi sarei immaginata noi tre sul divano a mangiare una ciottola di pop corn davanti a un film, tante, tantissime risate. Pensavo già ai nostri turni su chi doveva pulire casa. In sostanza una normale e pacifica convivenza con due ragazzi maturi, intelligenti, con delle responsabilità, che se ci fosse stato qualche problema si sarebbe risolto; pensai che erano più grandi di me di ben quattro anni, avevano già avuto delle esperienze del genere, pensai che mi avrebbero aiutata e invece. Eravamo andati ad abitare nella casa di proprietà del padre di Gabriel, o meglio, in una delle sue tante case. Il signor Leonardo era proprietario di alcuni, diversi, e molti appartamenti in tutta Italia e in più possedeva un maglificio in Cina. Si perché, quello che era il mio migliore amico aveva omesso di dire alla sua migliore amica che era ricco. Certo, non è la prima cosa che si dice quando ci si presenta, non mi aspettavo mica qualcosa tipo "Ciao, piacere mi chiamo Gabriel, ho 24 anni e ho un patrimonio che ammonta a qualche milione di euro", però avrei preferito sapere un qualcosa di simile dal mio amico. Però per fortuna non sbatteva in faccia a nessuno la sua situazione economica, anche perché come ha sempre detto lui "i soldi sono di mio padre, non mia", lui faceva tutto da solo, aveva un lavoro con cui si impegnava a pagare, come me e Albe, le bollette di casa e si impegnava al massimo negli esami universitari per mantenere la borsa di studio, beh era quello che facevamo tutti e tre. Ah, per diversi mesi mi aveva anche omesso l'esistenza di ben sei fratelli più grandi. Gabriel era il più piccolo, precisamente era il settimo fratello. Chiamato Gabriel in onore dell'arcangelo Gabriele. I suoi genitori erano molto credenti e sua madre, la signora Cara Dubois, di origini francesi, da quale maniaca del controllo era aveva deciso, ovviamente senza chiedere nessun parere del marito, di chiamare i propri figli con nomi che richiamassero il cristianesimo. Abraham era il fratello maggiore, poi venivano Benjamin, Caleb, Daniel, Ephraim e Fineas. L'unico con cui avevo legato un po' di più era Caleb, sapevo che si era laureato in Economia con il massimo dei voti all'università che aveva frequentato la madre, ovvero la Sorbona a Parigi. Scoprì che era il fratello maggiore di Gabriel perché, coincidenza, era il nuovo fidanzato di Serena. E come mi pareva giusto infilai tutti i capi neri di Gabriel in lavatrice con un litro di candeggina, così la prossima volta impara a omettermi che ha 6 fratelli più grandi, quella merda e nello stesso tempo la mia migliore amica mi aveva omesso che stesse con una persona di dieci anni più grande di lei. Degli altri sapevo poco o nulla, avevo parlato qualche volta con Benjamin, sapevo che aveva una fidanzata e un bellissimo bambino. Non entravano mai nel particolare delle loro vite e soprattutto dei loro rapporti nel caso avessero una ragazza. Sapevo che abitavano anche lontani rispetto a dove abitavamo noi, so solo che si riunivano una volta al mese tra di loro per stare insieme. Il peggio di tutti e il più strano era Abraham, o come lo chiamavo io "AbraPaloInCulo". Laureato con il massimo dei voti all'università di Harvard e sapevo che poteva esercitare la professione di avvocato sia in America che in Italia. Con Gabriel e Alberto imparai in fretta che la convivenza che mi ero immaginata era tutt'altro, e era meglio se smettevo di leggere libri e di vedere film americani dove ti fa sembrare tutto bello e divertente, perché era tutto tranne che bello e divertente. Il fine settimana non c'era alcuna festa in casa, piuttosto tre studenti universitari con i nervi a pelle per gli esami e per i soldi che scarseggiavano, e se eravamo fortunati andavamo un paio di volte al mese in discoteca. Adesso la nostra situazione economica si era stabilizzata rispetto al primo anno. L'immagine di noi tre pacificamente seduti sul divano a vedere un film era una cosa praticamente impossibile, era più una sorta di corsa di velocità per vedere chi prendeva per primo il telecomando della televisione, ovviamente era Gabriel che vinceva, ma capitemi, alla seconda volta gli tirai una gomitata nello stomaco per prendermi quel telecomando. Da lì avevamo deciso che per la televisione facevamo i turni, il problema veniva la domenica, quando c'erano le partite di calcio. Tre squadre differenti nel solito orario, lì era un vero problema. Scordiamoci il fatto che quei due uomini, o meglio quelle due scimmie, si fossero mai rimboccate le maniche per pulire una volta casa, ma scherziamo? "La donna sei tu, toccano a te queste cose" disse un giorno Gabriel mentre eravamo tutti e tre seduti intorno al tavolo a pranzo. Mentre lui mangiava tranquillamente non si era minimamente accorto che io invece mi ero fermata con la forchetta a metà via tra il piatto e la mia bocca e vicino a lui si trovava Alberto che mi faceva degli strani versi con il viso e con le mani per intimarmi di non fare niente di assurdo, non gli avrei fatto nulla di pericoloso. Mi alzai con tutta tranquillità, andai al lavandino e riempì di acqua gelata la pentola dove avevamo preparato la pasta al ragù e gliela arrovesciai in testa. "Sono stata clemente" gli dissi mentre mi guardava tra l'incazzato e il sorpreso "adesso smettila di fare il maschilista di merda e aiutami a pulire" dissi in tono duro. Mi conoscevano ancora poco, ma impararono in fretta a non farmi arrabbiare, ogni tanto mi facevano qualche scherzo che ovviamente gli contraccambiavo sempre di un paio di livelli in più per puro divertimento. Solo che un giorno esagerarono, dovete capire, avevo il ciclo da quella mattina, a lavoro non mi avevano ancora pagato e avevo fatto un esame che dire pietoso era un complimento. Flashback «non ci credo» sussurrai tra me e me. Ero appena rientrata dall'università e mi ritrovai sulla scrivania di camera il mio manuale di pedagogia completamente bagnato, era andato, non potevo salvarlo, era da buttare. "ahahah non ci credo" mi disse Lili "Ridi?" domandai sarcastica "Certo, perché sono convinta che siano nei guai fino al collo" "oh oh, puoi dirlo forte." "Sono con te sorella!" Lili mi stava incitando. Tanto era inutile provare a calmarmi, quando prendevo la decisione su qualcosa ero come un treno. "Però, vacci piano dai, è solo un manuale" disse Lili "oh puoi stare tranquilla, ci andrò leggera, questo te lo prometto" e mi si formò il solito ghigno cattivo, avevo già le idee chiare su cosa gli avrei fatto. Andai in cucina e trovai Gabriel e Albe a parlottare tra di loro del locale che frequentavano loro il sabato sera, il Black. «okei, se mi dite subito chi è stato e il perché lo ha fatto, vi prometto che ci andrò leggera» li avvisai subito gettando il libro sull'isola davanti alle loro facce. «Sono stato io a farlo» mi fissò Gabriel. Feci un respiro profondo, chiusi gli occhi, mi presi il setto nasale tra il pollice e l'indice. «perché?» chiesi con calma «ho perso una scommessa» «Con chi?» chiesi per sapere a chi altro dovrei farla pagare «Con me» disse Albe. «bene». dissi, girai l'isola e andai verso il frigo per prendere una mela. «Bene? tutto qui?» mi domandò lui con sorpresa «non me la fai pagare? non mi tagli i capelli mentre dormo?» mi guardò ancora più stupito. Era quello che avevo fatto a Albe due settimane prima perché mi aveva messo un lassativo nel bicchiere di latte che prendo di solito la mattina prima dell'università, non vi dico com'è stato l'intero pomeriggio. Mi vendicai, gli misi tre goccioline di sonnifero nel suo bicchiere di camomilla che prendeva prima di dormire e mentre stava facendo i suoi stupendi sogni gli tagliai i capelli con le forbici. Era stato un dramma il giorno dopo considerando è molto geloso dei suoi capelli. Le cose sono molto semplici, non mi fai arrabbiare, non mi crei problemi con i miei esami e i miei corsi universitari e puoi stare tranquillo. «oh no!» risi «non lo farò, perché quello te lo aspetteresti» mi allontanai e lo salutai con la manina e con un sorriso malefico. «ah Albe?» chiamai il mio amico e quando mi girai lo vidi spostare lo sguardo che aveva dal suo cellulare a me, «Ti avviso, sei colpevole quanto Gabriel anche se non me lo hai rovinato tu.» Avevo pagato quel libro ben 50 euro e che fine aveva fatto? nella spazzatura, irrecuperabile! Sono passati dieci giorni da quando mi è stato distrutto il libro, oggi lo vedranno con chi hanno a che fare. «ehi Fleur!!» dissero in coro Gabriel e Alberto quando entrarono in casa. Ero seduta sul divano in sala a vedere A-team alla tv «sii??» gli chiesi senza togliere gli occhi dalla scena finale del film. «Perché hai acceso il camino in pieno luglio?? ci sono 50 gradi fuori lo sai»? domandò Albe ridendo «Certo! 50 gradi come i 50 euro del mio manuale di pedagogia. Comunque volevo fare un po' di carne cotta alla brace per cena, mi era venuta la voglia» lo informai molto seria, non facendo trapelare niente della vendetta che avevo messo in atto... Mi girai verso i ragazzi e li guardai senza trasmettere nessuna emozione. Se lo meritava e loro già sapevano che era successo qualcosa «Fleur» mi chiamò Albe «Albe?» inclinai leggermente la testa verso sinistra con un piccolo sorrisino malefico che mi incorniciava la faccia. «Cosa hai fatto?» mi chiese, ormai conoscevano le mie espressioni del viso e sapevano benissimo quando avevo combinato qualcosa. Io invece notavo sempre di più la sua preoccupazione, riuscivo quasi a vedere le goccioline di sudore provocate dalla paura che gli scendevano lungo la fronte «Credi davvero che sia la domanda giusta? Sei abbastanza intelligente da non pormi la domanda e darti la risposta da solo» risposi tornando a fissare la tv e cambiando canale per vedere se c'era qualcosa di interessante. Albe mi guardò ancora per un po', poi spalancò gli occhi e iniziò a spostare lo sguardo tra me e il camino e subito dopo corse in camera sua. "Tre...due...uno...Eccolo" pensai «Fle!!» urlò Albe «perché cazzo mancano tre dispense di medicina dalla mia libreria?? cosa ci hai fatto??» mi domandò rosso in faccia con la vena del collo che pulsava. «mi sembra ovvio» gli risposi guardandolo «mi sono serviti per preparare la cena» Albe mi guardò in silenzio, forse per assimilare anche cosa era successo. Il suo sguardo alla fine si andò a fermare sul camino e infine li posò su di me «Non me lo dire...» «non te lo dico» dissi alzando le spalle e sorridendo. Gli stava bene! «sono tre dispense» mi disse ancora incredulo. «erano tre dispense» lo corressi «ma...» mi guardò ancora sconvolto. «50 euro per 50 euro» gli dissi e Albe spalanco la bocca, ancora non ci credeva che avevo bruciato i suoi manuali di medicina. Se ne andò verso la cucina, molto probabilmente a bere quanta più acqua potesse contenere la sua vescica per calmare i nervi che aveva. Gabriel stava ancora ridendo, era piegato in due e si teneva la pancia, mi girai verso di lui e lo chiamai «Gabriel?» «s... sì?» parlava con fatica dato che stava ancora ridendo «fossi in te non riderei più di tanto» lo fissai. Lui si mise in posizione eretta in pochi millesimi di secondo «Fleur. Io non sono Alberto, te lo voglio ricordare» mi minaccia con voce dura «Gabriel, devi capire che io con te mi diverto di più perché mi sottovaluti sempre, pensi che io abbia paura di te? ti sbagli. Ti vendicherai? d'accordo, ci divertiremo insieme, ma ricorda che se tu mi togli due io ti tolgo quattro e così via. Io sarò sempre due passi avanti a te» lo avvisai con il viso privo di emozioni. «Fleur, cosa hai fatto?» si avvicinò con passo minaccioso verso di me pensando di spaventarmi e mi sovrastò con il suo corpo. «per cominciare smetti di fare il pavone che cosi ti rendi solo ridicolo e poi...» gli sorrisi dolcemente «voglio darti un piccolo aiuto, mi sento buona oggi, qualcuno sa che ore sono?» domandai «sono quasi le 20» rispose lui «quasi le 20 mhmm...» mi picchietta l'indice sul mento «che giorno della settimana è?» «Martedì» rispose ancora lui, sicuramente stanco dei miei giochetti «arriva al dunque» «mmmh... sono quasi le 20 ed è martedì, hai impegni stasera Gabriel?» gli domandai con voce innocente «ho il turno al pub» mi guardò. "tre secondi e ci arriva" pensai tra me e me "sei stata cattiva con lui Fleur" mi disse Lili "se lo è meritato!" gli risposi Gabriel spalanco gli occhi «Non hai osato...!» mi puntò un dito contro urlando! Nel mentre arrivò Albe dalla cucina e ci guardò «Fleur, cosa gli hai fatto?» domandò mentre si aggiustava gli occhiali da vista che portava ogni tanto in casa «io? io gli ho solo ricordato che aveva il turno al pub» sbuffai. Albe iniziò a guardarmi pensieroso, lo conoscevo bene, stava collegando le cose «Gli hai toccato la macchina?» domandò incredulo e spalancò gli occhi. Li guardai entrambi con un ghigno malefico sul viso, cosi la prossima volta ci penseranno due volte a farmi arrabbiare. «Porca puttana Fleur! quella è una Maserati Levante ultimo modello! l'ha pagata uno stonfo!!» disse Alberto Gabriel non fiatava, secondo me non aveva ancora metabolizzato la cosa. «"L'ha pagata uno stonfo"» scimmiottai Albe. «Possiede abbastanza soldi per comprarsi tutta la ditta Lamborghini, compresi il padre e la figlia, non avrà problemi a risolvere le conseguenze dei suoi errori». Poi mi girai verso il diretto interessato e gli parlai «Bada bene Gabriel, non è solo per il libro, ma sono anche tutte quelle piccole cose che mi fai, come prestare la mia biancheria alle tue puttanelle e per ogni volta che hai cambiato l'ora della mia sveglia facendomi fare tardi a lezione» lo rimbeccai «Fleur, dimmi cosa hai fatto alla mia macchina» disse Gabriel digrignando i denti guardandomi «Miscela di miele, zucchero, limone ed acqua» gli risposi tranquillamente cambiando ancora canale "uh! Indiana Jones" «Non...Non l'avrai mica messa nel serbatoio della benzina, vero?» mi domandò Gabriel «Avrei potuto, ero molto ma molto intenzionata, ma no, non sono stata così cattiva, ci ho solo ricoperto i sedili in pelle» Albe torna in silenzio verso la cucina non mettendo bocca nella nostra discussione perché tra me e Gabriel va così, siamo due caratteri che prendano fuoco facilmente ed esplodiamo ed è sempre meglio non intervenire. Lui nel mentre si era incamminato con passi pesanti verso l'entrata del garage sotto casa dove conteneva le nostre auto. "chissà se si sarà già riempita la macchina di formiche" mi domandai Albe mi richiamo dalla cucina e girandomi lo vidi appoggiato al muro «mmmh?» gli risposi continuando a guardare la tv «l'hai fatta grossa.» «pff!» Fine flashback Parcheggiai l'auto nel nostro garage precisamente alle 9.02 minuti, nonostante in superstrada non ci fosse nessuno e avevo raggiunto i 150km/h mi ci volle ugualmente un'oretta di strada. Stavo salendo le scale che portavano dal garage al nostro appartamento a piedi scalzi, avevo lasciato le scarpe in macchina, non avevo voglia di tenere tutto in mano le sarei andata a prendere più tardi, sempre se me ne ricordavo e sempre se mi veniva la voglia di farlo. Mentre giravo la chiave nella serratura di casa per aprire la porta blindata del nostro appartamento avevo gli occhi incollati sul telefono su alcuni messaggi delle mie amiche, Serena e Laura. Quelle giuste: Serena: Facciamo qualcosa questa settimana? 08.55 Laura: È tornato Mattia ieri pomeriggio e va via sabato mattina, voglio stare un po' con lui, ma nel caso sabato sera ci sono per qualcosa. 08.57 Fleur: Salutacelo! Comunque anche per me va bene sabato sera. 09.04 Serena: Aggiudicato per sabato sera. 09.05 Ma vedi di esserci Laura!!! 09.05 Laura: Certo Caporale Maggior! 9.06 Serena e Laura sono entrambe fidanzate, da poco più di un paio di due anni tutte e due, la differenza è che il fidanzato di Serena è Caleb il fratello di Gabriel. So che Mattia e Laura si sono conosciuti durante un mio compleanno in discoteca, anche se io non li avevo mai visti insieme quella sera, ma non ci ricordiamo molto in realtà, eravamo entrambe ubriache e quella sera toccava a Laura fare il turno da "mamma". Caleb, come Gabriel per molti anni ha fatto il ginnasta. Capelli molto corti, su una tonalità di castano scuro e diversi tatuaggi sparsi per il corpo. Aveva degl'occhi color nocciola e delle labbra leggermente carnose, ma non troppo. Era un uomo simpatico quando iniziavi a conoscerlo, era un po' timido. Il fidanzato di Laura invece, appena uscito dalla maturità era entrato nell'esercito italiano nel corpo dei bersaglieri, infatti, come sempre appena tornava la nostra amica spariva per qualche giorno, come dicevo io ai miei amici "È tornato Mattia, ora se lo deve spupazzare tutto". Potevamo capirla, stava mesi senza vederlo perché era molto distante dalla nostra regione. La parte peggiore di tutta quella relazione era il giorno che partiva di nuovo e quello dopo, Laura si trasformava in uno zombie. Mattia era un ragazzo non altissimo, non arrivava nemmeno al metro e settanta, aveva le orecchie a sventola e i capelli cortissimi, quasi a pelle, color neri e gli occhi marroni. Aveva un fisico da militare, ovviamente, tutti gli allenamenti a cui era sottoposto. Nel tempo ero riuscita a circondarmi di persone simpatiche e divertenti, che sapevano prendermi nel modo giusto e non erano mai noiose. Mi annoio molto velocemente della gente, il mio cervello ha bisogno di stimoli continui. Una volta entrata in casa lasciai borsa e chiavi sul mobiletto che rimaneva alla mia sinistra vicino alla porta, mi incamminai verso la cucina per mettere qualcosa nello stomaco e con la coda dell'occhio vidi una scimmia di un metro e novantacinque con le braccia incrociate al petto e le gambe divaricate. La scimmia in questione era Alberto, la maglia rossa con una strana scritta in inglese sul davanti veniva tirata dai muscoli del petto e delle braccia che erano in tensione, e nonostante i pantaloni della tuta grigia che portava gli stessero larghi si poteva notate che anche le sue gambe erano muscolose. «Sai, se non fossi gay ti avrei già scopato da un po'» rifletto ad alta voce mentre i miei occhi lo guardano in tutto il suo metro e novantacinque. Era gay, e lo sapevo benissimo e non ci ho mai provato, però capitemi, sono una ragazza e quando davanti a uno spettacolo del genere le mie ovaie si svegliano. "Sei proprio una ninfomane" dice Lili "Ma chetati" «Sai, se tu non fossi una ragazza ti prenderei a pugni» rispose lui. Per quanto delle volte ci fossero queste battutine tra me e lui o con Gabriel sapevamo che si scherzava e non dicevamo sul serio. Io e Gabriel eravamo troppo uguali, e beh, Alberto aveva altri gusti. «dai, rovineresti questo faccino da angioletto» mi girai verso di lui facendogli un sorriso dolce e battendo le ciglia. «Ogni giorno ho sempre di più la conferma» disse scuotendo la testa mentre si sedeva su uno sgabello intorno all'isola che avevamo in cucina « di cosa? Che sono un angioletto?» «Che sei la figlia del diavolo» disse secco mentre io scoppiai in una risata. Nel mentre avevo già preparato una tazza di latte e cereali per me, non riuscivo più a mangiare i pancake. Quando me ne andai di casa, insieme al tatuaggio mi feci fare anche il piercing alla lingua e ora, come mangiavo i pancake o i miei amatissimi gnocchi mi si appiccicavano tutti intorno alla pallina che avevo sulla lingua. «Allora? Mi spieghi dove sei stata?» disse cambiando discorso «Tu invece mi spieghi perché devi fare il padre?» dissi mentre con un movimento di braccio faccio volare il pancake in aria per riprenderlo subito. «Non ne ho mai avuto uno Albe, non iniziare a farlo tu». Ero nata senza un padre, non che la cosa mi avesse creato dei problemi nella mia adolescenza. Giovanna, quella che era mia madre, era rimasta incinta di me quando aveva venti anni e lui se n'era andato lasciandola con la frase "fai quello che vuoi", non c'è da essere tristi, non c'è da provare pena per nessuno, io sto bene così, non ne ho mai sentito il bisogno di averlo. «Non voglio fare il padre di nessuno Fleur. Però potevi avvisare o degnarti almeno di mandare un misero messaggio sul gruppo» disse con tono duro. Questa volta non potevo dargli torno, aveva ragione, lo so che avevo sbagliato a non avvisare nessuno dei due, sopratutto per il passato, però Gabriel mi aveva notata « Gabriel aveva visto che ero con un ragazzo» dissi cercando una motivazione, non mi sarei mai scusata per il mio comportamento la parola "scusa" non esisteva nel mio dizionario. «Gabriel era talmente ubriaco che mi aveva scambiato per una ragazza» disse. Stavo mettendo i tre pancake nel piatto con un po' di miele, come piacevano a lui che mi blocco e alzo lo sguardo verso di lui « Davvero?» dico trattenendo una risata « Si, davvero. E la cosa era alquanto disgustosa» dice fa una faccia schifata « Peccato, dovevo filmare l'evento, mi sarebbe servito sicuramente.» Mi sedetti difronte a lui per mangiare, che dopo un paio di minuti ci arriva la voce di Gabriel dal corridoio dove sono situate le nostre camere da letto. « buona giornata bellezza.» Guardo l'orologio e noto che sono le 09.45; ci giriamo verso la voce e notiamo uscire dal corridoio il nostro amico, con indosso dei pantaloni della tuta dell'Adidas banchi che gli cascano sul bacino facendo intravedere l'elastico dei boxer firmati Calvin Klein, insieme a una ragazza con dei lunghi capelli biondi vestita con un vestitino striminzito che la copre appena. Alzo spontaneamente un sopracciglio "A Gabriel non piacciono le bionde" mi dico "un'altra sgualdrina." Dice Lili « per te sono tutte sgualdrine tranne me» dico alzando gli occhi al cielo. « non se né mai andata vero? » sussurra Albe al mio orecchio « come? » mi giro di scatto verso di lui notando che era alle mie spalle « hai parlato ad alta voce hai detto " per te sono tutte sgualdrine tranne me " » mi fa notare, lo guardo qualche secondo e sulle mie labbra si forma una linea, le mani formano dei pugni lungo i miei fianchi e conficco con forza le unghie nei palmi, devo stare calma, non mi piace parlare di Lili. « No, non se né mai andata » sussurro dura «ehi» mi si para davanti prendendo le mie mani nelle sue facendole rilassare « devi stare tranquilla con me, non l'ho mai detto a nessuno, ti puoi fidare » mi sorride leggermente e in fondo so che mi posso fidare ciecamente di lui. Quando mi svelò che era gay io gli confessai che fin dall'età di sei anni nella mia testa sentivo una vocina che mi parlava. «Mi chiamerai?» la ragazza sbatte le lunghe ciglia rivolta a Gabriel distraendomi dalla piccola conversazione che avevo con Albe. Sapevo bene che Gabriel non avrebbe mai richiamato nessuna, quindi dato che mi annoiavo a morte, decisi di divertirmi. « ehi, cosa costi» la chiamai. «Fleur, smettila» dice Albe alle mie spalle, ma ovviamente come sempre lo ignoro del tutto. La ragazza piega leggermente la testa verso destra per vedermi meglio « sì? dici a me?» mi domanda alzando un sopracciglio «si, parliamo un attimo da donna a..» la guardo da testa a piedi per pensare a un aggettivo idoneo per la persona che ho davanti «...donna(?) vabbè comunque, volevo semplicemente avvisarti che non ti richiamerà, solo questo. Non è stato un piacere avere questa intensa conversazione con te, ma adesso abbiamo da fare, quella è la porta. Ciao» « ehi!» fa un urlo stridulo. Io mi giro verso di lei con le sopracciglia alzate fino a toccarmi i capelli "ma che... ha ingoiato un tacchino ieri sera?" «chi ti credi di essere per parlarmi cosi? eh? e poi non sai cosa avrebbe fatto lui» continua con quella sua voce stridula. La guardo ancora basita domandandomi come si fa ad avere una voce del genere, ma soprattutto come ha fatto a sopportarla Gabriel, conoscendo il tipo "credo sia brava con i pompini" mi fa sapere Lili "Lo credo anche io! Deve essere proprio brava" rifletto « Hai ragione» ammetto, facendo creare sul suo volto un piccolo sorriso di vincita. Piano piano mi avvicino a lei dicendo «ma dopo aver ascoltato la tua voce sono ancora più sicura che non ti chiamerà, ma chiediamolo a lui, Gabriel?» mi giro verso di lui che era seduto sullo sgabello in cucina aspettando che Albe finisca di cucinare i pancake, alza lo sguardo verso noi due « sì? » mi domanda « Avresti richiamato il tacchino? » indico con il pollice la persona alle mie spalle « ehi! tacchino a chi? » urla ancora con quella sua voce stridula, "dio, è insopportabile" « ssh! non interrompere maleducata » l'avverto. « Gabriel? » incito il mio amico a rispondere « no, non l'avrei richiamata » risponde rivolgendosi a me, subito dopo si gira verso la ragazza sorridendogli « bambolina, scopi a meraviglia davvero, hai un culo che è una favola, ma non è da me fare un secondo giro sulla solita giostra » gli fa un occhiolino e si gira verso Albe chiedendogli a che punto era con i suoi pancake. Mi giro verso la ragazza, sentendo in sottofondo la voce di Albe che risponde al suo amico di non rompergli le palle. Lei mi guarda con la bocca spalancata « non sbattere la porta quando esci, grazie» mi giro verso i ragazzi. Sento chiudere la porta alle mie spalle e capisco che il tacchino se ne è andato. «Notte Stronzo» dice Alberto mentre va verso la sua camera e fa il dito medio al suo migliore amico. «Che gli hai fatto?» chiedo indicando con il pollice il ragazzo appena scomparso alle mie spalle e Gabriel con un sorriso dice «Niente, ho solo scopato come sempre, solamente che stavolta la ragazza aveva degli urli acuti.» Scuoto la testa e ridacchio «Sempre il solito» « a te? Com'è andata?» chiede mentre si versa un bicchiere di latte freddo « Ricordo poco, ma mi fanno male le gambe a camminare» dico alzando le spalle e al mio commento inizia a ridere. «Se vuoi imparare qualcosina...» dice facendomi l'occhiolino « Muori » dico e scoppiamo entrambi a ridere. Anche sì mi fanno ammattire a tutte le ore del giorno quei due li adoro e non riuscirei a vivere senza. Non riuscire a stare senza le preoccupazioni e le raccomandazioni di Alberto, e non riuscirei a stare senza i commenti a sfondo sessuale di Gabriel. Sono due ragazzi stupendi, tranne quando fanno gli stupidi e combinano qualcosa, come quando Gabriel ha incendiato la pentola con la pasta dentro, e ancora oggi mi domando come diavolo abbia fatto. Sono dei ragazzi meravigliosi a loro modo, nonostante i miei quasi 24 anni, ad aprile, e i loro quasi 28 anni, a maggio e giugno, ci prendiamo sempre in giro e ci comportiamo come ragazzini delle elementari che si fanno sempre i dispetti a vicenda.
  2. CelesteOrla

    OLTRE IL LIMITE - Prologo

    Le avete presente le bambole di porcellana? Quelle che la vostra nonna tiene dentro la vetrina di casa al sicuro dalla polvere e dai nipotini che ci vogliono giocare? Quelle bambole vengono costudite segretamente dentro a quelle teche di vetro e non vengono mai toccate perché possono rompersi. Sono state costruite e create con cura e con immenso amore. Possiedono una bocca perfetta con una forma a cuore di un color rosato, disegnato sul loro volto, forse creato con un pennello dalla punta fine, dalla pazienza di una persona e dà una mano ferma. Sono state modellate alla perfezione, per essere perfette. Indossano stupendi vestitini che sono sempre coordinati ai fiocchettini o a quei cappelli che portano. La maggior parte di quelle bambole hanno dei lunghi capelli biondi che formano delle onde perfette e due occhi azzurri, sinonimo di bellezza in una ragazza. Tutte quelle bambole, che avete visto fin da piccoli, tenetele ben presenti. Era lei. Quella bambola perfetta era Fleur. Fino all'età di nove anni era una di quelle bambole. Ma vedete, Fleur non era bionda, Fleur non aveva gli occhi azzurri. Ha sempre portato fin da piccola dei lunghi capelli di un castano molto scuro, che in molti confondevano con un color ebano. I suoi occhi avevano una forma a mandorla, molto leggera ed erano del colore del buio, così scuri che ti perdi dentro a fissarli, così hanno sempre detto, questo è quello che prova lei ogni volta che si specchia. Aveva un viso ovale molto delicato, delle labbra carnose, con un piccolo neo nella parte superiore del labbro a sinistra. Aveva un nasino delicato, non all'insù, non aquilino, non a patata, un piccolo e normale naso. Sempre stata di costituzione magra, ma aveva quelle rotondità nei punti giusti fin da piccola che la rendevano morbida al tatto, e le anche sporgevano in fuori ogni volta che indossava il costume da bagno. Aveva la pelle olivastra. Tutti a scuola la prendevano in giro, dicendogli che sembrava sporca perché era più scura dei suoi compagni e ogni giorno quando tornava a casa, nascondendosi da sua madre andava in bagno, si insaponava tutta e si grattava le braccia, le gambe, la pancia, fino ad arrossarsi tutto il corpo, fino a che non sentiva la sua pelle andar a fuoco, per vedere se riusciva a schiarirne il colore, ma non c'era niente da fare. La nostra Fleur non ha mai indossato un paio di pantaloni fino al suo nono compleanno. Sua madre la vestiva sempre coordinata, con dei vestitini color pastello che erano intonati alle sue scarpette e hai fiocchi che portava in fondo alle sue lunghe trecce. "Le signorine si vestono e si comportano sempre bene" ripeteva sua madre. Lei le credeva. Era sua madre d'altronde, qualcuno potrebbe biasimarla? Ogni mattina trovava il vestitino, ben stirato, steso sulla sedia di legno vicino alla sua scrivania, e lì accanto i fiocchetti da mettere in fondo alle trecce e le scarpette sotto il termosifone vicino alla porta. Giovanna, sua madre, tutte le mattine quando la vedeva uscire dalla sua camera da letto le ripeteva la stessa frase che gli diceva da quando era nata "sembri una principessa, amore mio". Chi non ha mai sognato di essere una principessa? Cenerentola, Ariel, Belle, tutte tranne Biancaneve, perché diciamocelo, a chi piaceva essere Biancaneve? Lei non sognava di essere una principessa. Quando sua madre inseriva la videocassetta nel registratore, Fleur era persa nell'osservare la matrigna cattiva e la strega, non le è mai interessata la principessa. È sempre stata "deviata" fin da piccola. Non prendete con pesantezza la parola "deviata", lei stessa si definisce così. Era il primo marzo del 2001 la nostra Fleur avrebbe compiuto 6 anni quel giorno. Quel giorno si svegliò con un balzo dal letto perché aveva sentito chiamare il suo nome più volte e preoccupata che non fosse suonata la sua piccola sveglia rosa sul suo comodino si vestì di fretta e furia. "Le vere signorine non sono mai in ritardo" gli rimbombavano le parole di sua madre. Per Giovanna avere un appuntamento alle 17.15 e presentarsi alle 17 era già ritardo. Mentre si stava infilando i suoi calzini di cotone con i ricami ai bordi di pizzo notò che la sua piccola sveglia segnava le 06.30 e non sarebbe suonata se non prima di un'ora. "Fleur" sentì chiamare. Si girò subito per vedere chi c'era dietro di sé, ma quando perlustrò tutta la camera constatò che era da sola. "Fleur!" sentì nuovamente. Tremante corse a nascondersi sotto il letto al riparo da chiunque la stessa chiamando "Pensavo che tu fossi più intelligente!" «chi sei?» disse lei con la sua piccola vocina tutta tremante "In realtà, non ho un nome" Piano piano iniziò a uscire da sotto il letto e aprire le sei ante dell'armadio, fatto di legno, che aveva in camera per controllare da dove provenisse la voce. «Dove sei?» chiese, guardando in giro per la stanza per capire chi e da dove, soprattutto, la stessero cercando "Sono dentro la tua testa, stupida!". Quel giorno Fleur scoprì di avere una voce nella sua testa. Aveva dentro di sé una piccola voce che le parlava, come il grillo parlante di Pinocchio, solo che stavolta non era un animale o un essere che esisteva fisicamente. Parlando con questa vocina alla fine nacque, quella che possiamo definire un'amicizia, in realtà gli stava anche simpatica nonostante fosse caratterialmente il suo opposto. In quel giorno sentì dire alla sua nuova amica molte parolacce e ogni volta che la sentiva chiudeva di scatto gli occhi, per paura. Pensava che la madre potesse sentirla e picchiarla. Nella sua testa, tutte le volte sentiva sua madre che gli diceva sempre "Le signorine non sono mai volgari". Dopo un lungo pomeriggio sull'enciclopedia dei nomi ne trovò uno che gli piacque fin da subito da dare alla sua vocina, nonché nuova amica. Fleur la chiamò Lili, ma era solo un diminutivo, il suo vero nome era Lilith. Fleur scoprì che il significato di quel nome era che nella religione mesopotamica Lilith era il demone femminile associato alla tempesta, ritenuta portatrice di disgrazia, malattia e morte e in quel momento alla nostra Fleur gli sembrava perfetto. Fleur adorava sapere il significato dei nomi delle persone e una volta scoperto ne confrontava con il carattere di essa o esso. La domanda che assilla molte persone che hanno conosciuto Fleur da piccola e poi da grande, è "Cosa l'ha fatta cambiata così drasticamente?" È una domanda di una certa importanza. Le persone riscontrano sempre un cambiamento in una persona in qualcosa, magari un qualcosa di traumatico che gli è successo, oppure una qualche specie di ribellione nei confronti dei genitori troppo chiusi mentalmente, e tutti, ovviamente, attribuivano questo suo cambiamento al comportamento della madre, e a tutte le frasi che gli diceva da quando era nata. "Le signorine sono brave a scuola" "Le brave signorine non giocano con i ragazzi e non si sporcano" "Le brave signorine non appoggiano i gomiti sul tavolo mentre pranzano" Era tutto un pretendere, era tutto un "le brave signorine fanno questo..." "le brave signorine fanno quest'altro...". Non ha mai detto niente, nessuno ha mai detto niente. Le urla in casa quando Fleur portava a casa il voto di un compito «Cos'è questo 8 a matematica?? Mi devi sempre mettere in ridicolo davanti agli altri genitori! Mi è nata una figlia stupida! Cos'ho fatto di male?» e mentre la madre si metteva le mani nei capelli chiudendosi in camera dallo sconforto del voto misero della figlia, che frequentava appena la terza elementare, Fleur si guardava le punte delle sue nuove ballerine di un color blu notte domandandosi dove avesse sbagliato. Arresa ormai difronte al fatto che la madre non sarebbe mai uscita dalla camera per preparare la cena andò in camera a studiare più duramente e a stomaco vuoto quella sera. Le persone non devono soffermarsi sul "cosa" l'ha cambiata, si dovrebbero soffermare sul "chi". La domanda che bisogna farsi è "chi ha incontrato?". E questo suo incontro avvenne all'età dei suoi nove anni. Quell'estate, mentre giocava con le sue amiche Sara e Gaia conobbe un ragazzo. Qui potrei dire che è la solita minestra di sempre. Il ragazzo ribelle, che vestiva sempre di nero, odiava quella bambina sempre perfetta, gli faceva tutti i dispetti, ma alla fine di tutto nacque un'amicizia. Ed è proprio così. Si chiamava Vincenzo, ed era più grande della nostra Fleur di un paio di anni. Ovviamente la sera stessa che tornò a casa si mise a sfogliare l'enciclopedia dei nomi nella sua cameretta e ne trovò il significato, alla lettera voleva dire "vincente" e lo era, lo sarebbe stato, in quel momento e per sempre. Vincenzo, o Vince, come lo chiamava lei, portava dei lunghi capelli leggermente sotto la spalla, erano riccioluti, ma non quei riccioli ben definiti, di quelli che non hanno una forma precisa, e il loro colore era stupendo agli occhi della nostra protagonista, erano di un biondo tendente al rosso. Aveva gli occhi di un verde smeraldo che riusciva a incantare ogni ragazza che incontrava. Le labbra fini e quando sorrideva illuminava la giornata di Fleur. Nonostante i suoi undici anni sfiorava quasi il metro e settanta e prometteva che in futuro sarebbe stato un ragazzo molto alto. Aveva un fisico asciutto, come diceva la nostra ragazza nei pomeriggi che passavano a casa della loro amica Sara "Quando è senza maglietta riesco a contargli le costole". Vince, vestiva sempre di nero, nel suo armadio avrà avuto centinaia di jeans tutti uguali e tutti del solito colore, nero. Indossava sempre maglie dello stesso colore dei pantaloni, oppure con dei nomi delle Band, come quella dei Metallica, o degli AC/DC o dei Kiss e ai piedi portava sempre le solite Converse nere. Parliamo di loro adesso. Dopo quel loro incontro ne avvennero subito altri, quasi tutti i pomeriggi si incontravano per giocare tutti insieme e lui gli faceva un sacco di dispetti. Gli tirava le trecce, la prendeva in giro per come si vestiva, le diceva sempre che sembrava la bomboniera del matrimonio dei suoi genitori. La nostra Fleur aveva un segno particolare che la distingueva dai suoi amici, ogni volta che sorrideva gli si formavano due fossette sulle guance, e puntualmente Vince non sprecava tempo per infilarci il dito e dirle che era orrenda. Ma, in realtà, lui non lo pensava. Pensava che era la bambina più bella che avesse mai visto nella sua vita, era solo un po' spenta. La definiva quasi falsa, non ha mai sopportato le persone false fin da piccolo, aveva un "potere" strano, riusciva a sentirle a distanza di metri e lui sapeva benissimo che lei era tra queste, ma non so perché, capì che non voleva farlo con cattiveria, non riusciva ad essere sé stessa. La stuzzicava per questo, gli dava così tanta noia perché voleva vedere dove poteva arrivare, voleva testare la sua pazienza, voleva vedere quando sarebbe scoppiata. Quel giorno arrivò a fine estate, una settimana dopo sarebbe rincominciata la scuola. Fleur stava giocando con i suoi amici nella piazza vicino casa a "Guardie e Ladri" e in quel momento a lei era toccato il ruolo del ladro e a Vince quello della guarda. Tra una corsa e l'altra Vince spinse, forse per sbaglio, forse apposta, la nostra Fleur a terra. Si era sporcata tutto il nuovo vestitino che sua madre gli aveva comprato qualche giorno prima, aveva degli sbucci sulle ginocchia e aveva graffiato i suoi sandali preferiti. "Le signorine non si sporcano mai! Le signorine non corrono come dei selvaggi!" le suonava in testa la voce di sua madre. Quando Vincenzo le si avvicinò per aiutarla a rialzarsi, Fleur con la sua piccola manina gli tirò uno schiaffo sulla sua guancia destra con tutta la forza che aveva e gli disse «mi hai altamente rotto le palle!» Al suono di quelle parole lei si meravigliò di sé stessa perché non si era mai permessa di dire certe cose, non era bello che quelle parole uscissero dalle labbra di una ragazza. Lui invece non era affatto meravigliato di ciò, anzi, era contento che nella maschera che portava la ragazza si era formata una crepa. Si girò molto lentamente e quando i loro occhi si incontrarono lei si occorse che lui le stava sorridendo. «Bene» gli disse Vince «ora si ragiona». Quando la ragazza rincasò quella sera stessa si prese due schiaffi per guancia dalla madre. Era sudata perché aveva giocato e corso con i suoi amici. Era sporca perché era caduta. Aveva rovinato il vestito nuovo. Aveva graffiato le scarpette. «Le signorine per bene non fanno queste cose! Come devo fartelo intendere?? Sei proprio uno sbaglio in tutti i sensi».Sono parole pesanti da dire a una bambina di nove anni, sono parole ancora più pesanti se quella bambina le sente dire dalla propria madre. Una volta andata a letto senza cena si era messa sotto le coperte e rannicchiata su sé stessa. "Fleur, posso fare qualcosa per te?" sentì parlare, ormai quella che era la sua migliore amica. «No, Lili, voglio stare sola. Grazie» disse sottovoce per non farsi sentire dalla madre che era nella stanza accanto. Il pomeriggio dopo non vedendola uscire per giocare Vincenzo andò sotto casa sua e quando notò che sua madre stava andando via con la macchina per andare a lavoro, si avviò al campanello e suonò. Fleur appena lo vide dalla piccola telecamera dello schermo del citofono prese la cornetta del citofono e gli disse «Cosa vuoi Vincenzo?» «Puoi scendere? Volevo dirti una cosa» sospirò lui. Dopo 5 minuti che stava aspettando si era ormai arreso, stava per saltare il cancello e bussargli alla porta ed ecco che uscì Fleur. Parlarono tutto il pomeriggio sdraiati nel prato di casa della ragazza. Lui si scusò per averla spinta a terra e di avergli rovinato il suo vestito. Lei sentendo quelle parole e sapendo che non si era mai scusato con nessuno capì che era sincero e gli sorrise affettuosamente e con un'alzata di spalle disse che non era importante e che ne aveva centinaia di vestiti. Scherzarono tutto il giorno, raccontandosi tante storie. Da lì nacque una stupenda, una forte, un incantevole e una dolorosa amicizia che dura tutt'ora nel cuore della nostra ragazza. Passarono i giorni, i giorni diventarono mesi, e i mesi si trasformarono in anni. Vincenzo e Fleur erano inseparabili, facevano di tutto insieme. Quando sua madre scoprì che aveva un amico del genere andò su tutte le furie. «Vergognati! Le signorine come te non frequentano quella gentaccia! Metallari! Portano solo guai». Era il 2007 e Fleur e Vincenzo avevano rispettivamente 12 e 14 anni. In tre anni che lo aveva conosciuto lei era cambiata tantissimo, lui le aveva insegnato che doveva essere sé stessa, doveva trovare la sé stessa dentro di lei e farla uscire e lo doveva fare al più presto. Doveva smettere di essere la "signorina" che le diceva sempre sua madre. Doveva tirare fuori il carattere che aveva, come aveva fatto quel giorno quando lo schiaffeggiò. Doveva tentare nella vita. Doveva buttarsi a capo fitto nelle cose senza mai pensarci. Doveva crederci nelle cose che faceva e nelle cose che sognava. Doveva credere in sé stessa. Doveva smettere di farsi mettere i piedi in testa dalle persone. Doveva smettere di abbassare la testa difronte a chiunque. Doveva tirare fuori le palle. E doveva ascoltare di più quella voce dentro di lei, quell'opposto che era comparsa il giorno del suo sesto compleanno. Lei si confidò con lui un giorno e gli disse che dentro di lei esisteva questa vocina che si chiamava Lilith, o semplicemente Lili, e lui molto semplicemente gli disse «l'ho sempre pensato che eri deviata» e scoppiarono entrambi a ridere. Vince la faceva saltare dai muretti alti e come sempre tornava a casa con graffi e qualche volta anche con le caviglie slogate. Fleur aveva iniziato a portare i pantaloni, le magliette e le scarpe e dopo tanti urli da parte della madre ogni tanto riusciva a convincerla a fargli lasciare i vestiti nell'armadio. Era passata dal saltare i muretti ad entrare nella vecchia fornace abbandonata e pericolante vicino casa. «Se non rischi nella vita che gusto ci sarebbe?» gli diceva. Dovevate vedere i loro litigi. Quando litigavano venivano giù anche le montagne. Lui riusciva a tirare fuori la parte peggiore di lei e ne era contento. Da quando quel giorno l'aveva fatta cadere mentre giocavano e aveva creato quella crepa nella maschera che portava era riuscito a insinuarsi al suo interno, ogni giorno, sempre di più, e quando litigavano usciva la vera Fleur. Quella cattiva, quella vendicativa, la stronza che sapeva esistere dentro di lei e a cui voleva bene. Si dicevano di tutto, se ne dicevano di tutti i colori e maledicevano sempre il giorno che si erano incontrati, ma al termine di ogni litigio dopo che lei gli lanciava qualsiasi cosa avesse in mano e se ne andava via arrabbiata, dopo due ore esatte lui si presentava sotto casa sua senza chiedergli mai scusa. Si faceva sempre mezz'ora di strada a piedi per andare al supermercato a comprare gli orsetti gommosi e come sempre gli andava a suonare il campanello e si mettevano seduti in giardino a mangiare le caramelle gommose in silenzio e il giorno dopo era come se non fosse successo niente. Avevano camminato per ore intere tutte le volte che perdevano il pullman per tornare a casa dalle medie. Vince era bocciato diverse volte, non era bravo a scuola, non gli piaceva studiare. Al contrario Fleur era una secchiona e lui si stupiva sempre, per quanto ribelle era diventata ai suoi occhi, agli occhi della madre e di tutti gli altri, per quanto riuscisse a rispondere a tono alle persone, a scuola era bravissima, riusciva quasi sempre a prendere il massimo nei compiti e nelle interrogazioni. Era il 15 dicembre del 2007 e il tempo per tutto il pomeriggio era stato sereno, nel cielo era presente quel leggero sole invernale che era piacevole sentirlo sulla pelle in contrasto al freddo del mese. Vince e Fleur avevano deciso di cenare insieme a casa di lui e guardarsi un film, avevano optato per "Codice d'onore". Era stata una serata tranquilla, non erano sorti punti problemi, avevano sorriso e scherzato per tutto il tempo, erano entrambi felici o almeno era quello che credeva lei. Era buio e lui come sempre si preoccupava per lei così, anche se solo per duecento metri, decise di accompagnarla a casa per sicurezza. Una volta arrivati alle scale di casa di Fleur lui gli disse sorridendo «Grazie della compagnia eh!». «Tua madre che ore smette il turno all'ospedale?» chiese lei «Tra poco. Ci vediamo domani va bene?» «Ci vediamo domani» e con un dolce sorriso diede la buonanotte al suo amico e entrò in casa. Il giorno dopo non si videro, né quello successivo e nemmeno quello dopo ancora. Non si videro più. Non riuscirono più a parlarsi. Non riuscirono più a sorridersi e a scherzare insieme. Vince non c'era più. Non era svanito nel nulla, anche se forse era meglio. Vince era morto. Si era tolto la vita impiccandosi con la cintura all'armadio di camera sua. Quando Fleur lo seppe, non pianse, non disse niente, sul suo viso non si creò nessuna smorfia di dolore, di sorpresa o altro; sentì solo spezzarsi una parte del suo cuore. Non andò al funerale il giorno dopo, ma andò a scuola, come se fosse un giorno qualsiasi. Quel giorno iniziò a nevicare mentre lo portavano in chiesa e lui adorava la neve. Fleur non si scorderà mai di Vince, lo porterà sempre dentro di sé, si tatuerà perfino una frase in suo onore, ma non pronuncerà mai più il suo nome davanti a nessuno. Dopo la morte di Vincenzo, Fleur parlava sempre più spesso ad alta voce con Lili senza badare se qualcuno l'ascoltasse, non gli interessava più l'opinione altrui. Aveva smesso di rispondergli mentalmente come faceva quando aveva sei anni. Negli anni Giovanna, sua madre, si era preoccupata, ogni tanto sentiva sua figlia parlare da sola, era cambiata dopo aver conosciuto quel "Metallaro", come lo definiva lei, non indossava più i suoi vestiti e non si comportava più come una signorina, come le aveva insegnato. Alla fine quando sentì parlare per l'ennesima volta Fleur da sola prese seri provvedimenti. «Con chi parli?» gli domandò un giorno in finto tono gentile «Con Lili» rispose Fleur con tutta tranquillità. «Oh Fleur hai 13 anni. Sei grande per avere un'amichetta invisibile sai? » «Mamma, lei non è un'amica invisibile, lei esiste davvero è....» «Adesso basta!» scatto in piedi «Sei una signorina, e sei troppo grande per queste sciocchezze. Comportati da adulta!» detto ciò Giovanna andò in camera e non usci dalla stanza fino all'ora di cena, saltando completamente il pranzo e non lo preparò nemmeno a sua figlia, che si dovette arrangiare da sola con un panino. Il giorno dopo alle 10.30 Giovanna portò sua figlia difronte a un palazzo con grandi finestre di vetro. Il cielo quella mattina era nero e il suo colore veniva riflesso sui vetri del palazzo per cui non si vedeva niente all'interno del grattacielo. Arrivate al sesto piano furono accolte da una giovane ragazza che le accompagnò fino a una grande porta di legno. Quando la madre bussò, Fleur sentì provenire dal suo interno una voce di un uomo che gli diceva che potevano entrare. «Buongiorno Signora» disse lui rivolgendosi alla madre. Fleur lo stava osservando dal basso con il suo metro e cinquantacinque scarso. L'uomo aveva un accento straniero, forse inglese, era molto alto ed era anche giovane forse non arrivava nemmeno ai trentacinque anni, ed era vestito in modo elegante. Aveva i lineamenti del viso duri e ben definiti. Indossava un completo grigio fumo, una camicia bianca e la cravatta che si intonata al completo. Notò un piccolo dettaglio che forse, anzi, quasi sicuramente a sua madre gli era sfuggito, riuscì a notare che dal colletto della camicia spuntava un leggero disegno nero, forse era una parte di un tatuaggio. Era sicura che sua madre non lo avesse visto, non gli piacevano i tizi tatuati, diceva che chi aveva tatuaggi e piercing portavano solo guai. L'uomo aveva dei capelli corti completamente neri, come le piume di un corvo, una leggera barba che teneva curata e si notava perfettamente, ma quello che stupì Fleur furono i suoi occhi quando l'uomo abbasso lo sguardo verso di lei. Erano diversi. Erano completamente contrastanti. Il giorno e la notte. Aveva l'occhio destro dello stesso colore suo. Era di color buio che le persone potevano dire benissimo che era nero. L'occhio sinistro era di un azzurro chiaro, come quello del mare della Sardegna, limpido, senza impurità. Era incantata da quegli occhi. Eterocromia. Aveva letto qualcosa sull'enciclopedia che aveva in casa. Era una ragazza molto curiosa e amava leggere di tutto. L'uomo ovviamente si accorse che Fleur lo fissava negli occhi e si formo un piccolo sorriso sulle sue labbra carnose. Aveva fatto colpo su di lei, ma su chi non lo poteva fare? Un colore del genere di occhi non si poteva scordare così facilmente. Mentre l'uomo parlava con la madre Fleur iniziò a guardarsi intorno. Era decisamente un ufficio, pensò subito. Difronte a lei c'era un enorme scrivania in legno con molti quaderni tutti sparsi sopra "È un insegnante?" pensò. Dietro la scrivania c'era una poltrona di pelle e ancora dietro, una gigantesca libreria che prendeva tutta la parete, piena zeppa di libri, alcuni rovinati e altri nuovi. Curiosò ancora e notò che vicino a lei c'era un'altra poltrona e una specie di lettino dove potersi sdraiare e sul suo viso si formò un cipiglio. Era piccola, non stupida. Alla sua sinistra, sul muro c'erano appesi vari quadri. Assottigliò lo sguardo su uno di loro e riconobbe che erano delle lauree e attestati di merito, come quelli che teneva sua madre in sala. Fu svegliata dai suoi pensieri quando sentì chiudere la porta da dove era entrata e si accorse che era rimasta sola con l'uomo. Erano ancora entrambi in piedi l'uno difronte all'altra e si fissavano. Le labbra di Fleur formavano una linea dura, aveva 13 anni e le cose le capiva. «Ciao» disse lui sorridendogli «Salve, Signore» disse Fleur con gentilezza ed educazione. Poteva avere tutti i difetti del mondo, ma finché qualcuno non gli faceva qualcosa di male lei era educata e gentile. «Oh ti prego. Non chiamarmi Signore e non darmi del lei, mi fai sentire vecchio.» Disse sorridendo. Una volta seduti entrambi, sulle poltrone, l'unica cosa che li separava era la scrivania di legno. «Io sono Seth.» disse l'uomo presentandosi "il Dio del caos." Pensò Fleur «So che ti piace cercare il significato dei nomi» disse lui «Si» rispose fredda. «Hai un nome bellissimo sai?» disse Seth accavallando le gambe «immagino che tu sappia cosa vuol dire» «Ovviamente» rispose con quel tono saccente che aveva e si voltò continuando a guardare il muro. «Sei affetto da eterocromia» disse lei sviando dal discorso dai nomi. Sapeva benissimo cosa voleva dire il suo nome, ma sicuramente lui non lo avrebbe mai sentito dalle sue parole, aveva il suo nome e cognome, poteva cercarlo su internet e scoprirlo da solo, ma sapeva anche benissimo che lui si era accorto che voleva sviare dall'argomento del suo nome, in fondo era parte del suo lavoro. «Si, si nota eh?» domandò retorico lui Fleur aveva letto che in certe culture dei nativi Americani l'eterocromia era nominata come "occhi di spettro", ed era ritenuta dare al suo possessore una doppia vista, sia sull'aldilà che sulla terra, invece le culture pagane dell'Europa occidentale consideravano l'eterocromia un segno che l'occhio del neonato è stato strappato via da una strega, o almeno così aveva letto. L'uomo la fissava sorridendo, e Fleur si domandò cosa diamine stesse pensando "E' inquietante sai?" disse Lili nella sua testa "Io lo trovo bello" pensò sinceramente e sorridendo Fleur "E' bello quanto inquietante" «Allora...» iniziò a dire Fleur fissandolo dritto negli occhi «Lei cos'è? Uno psicologo?» «Sono uno psichiatra» disse lui aprendo un quaderno «Uno psichiatra, sono matta?» disse ironicamente «Credi di essere matta?» chiese lui «Matto era il Cappellaio in Alice» Lui sorrise a quella risposta, sapeva che Fleur non era matta, non aveva niente che non andava, piuttosto era la madre che aveva bisogno delle sedute dallo psichiatra, la figlia non aveva assolutamente niente, ma pensò che magari sfogarsi le poteva far bene. «Tua madre mi ha detto che parli da sola» disse «La tua invece dov'è?» domandò Fleur «A casa» disse lui Parlarono per 45 minuti, di tutto e di niente, alla fine lei gli disse quando nacque Lilith, di cosa parlavano durante il giorno. «Quindi cosa sarebbe?» chiese sicura di se «Hai presente Dottor Jekyll e Mr. Hyde?» Lei annuì sapendo benissimo di cosa stava parlando «Ecco, uguale. E' una sorta di sdoppiamento della personalità». Lei continuò a fissarlo, stava già immaginando che di giorno era Fleur e la sera era un'altra persona. «Ovviamente non ti trasformerai in un essere orripilante» disse il dottore facendo una risatina «Ma davvero? Non lo avrei mai detto» aveva 13 anni e non sapeva frenare la lingua «Fleur, ascoltami, è solo una voce» "E' solo una voce". Passarono anni, i primi mesi frequentava lo studio del dottore dal lunedì al venerdì, poi piano piano i giorni diminuirono fino a essere uno alla settimana, tutti i giovedì alle 17.30 aveva appuntamento nel suo ufficio. Era entrata al liceo e conobbe Laura e Serena, e insieme diventarono presto migliori amiche. Serena era una ragazza dolce, timida, molto permalosa e riservata. Aveva dei lineamenti dolci, gli occhi marroni e dei capelli di un castano chiaro che gli arrivavano a metà schiena, aveva un fisico stupendo, dopotutto era una pallavolista. Aveva delle labbra fini e un nasino, che come diceva lei, era a forma di "culo" perché al centro aveva una sottile linea che glielo divideva. Laura era la pettegola del gruppo, sapeva tutto di tutti, era informata su qualsiasi cosa di qualsiasi persona e a volte Fleur e Serena si domandavano se per caso non avesse messo telecamera nel loro paese e d'intorni. Diversamente dal fisico di Serena e Fleur, Laura era più rotonda, ma aveva quelle rotondità nei punti giusti. Aveva delle guance paffute, labbra carnose e degli occhi grandi color verde. Aveva i capelli che gli toccavano appena le spalle tinti di biondo, anche se in realtà il suo colore naturale sarebbe stato un color cioccolato. Le mani sempre ben curate e ogni tre settimane andava dall'estetista per rifarsi le unghie. Fleur aveva compiuto da qualche mese 15 anni e in quel periodo incontrò quello che sarebbe diventato il suo primo vero ragazzo. Raffaele non era il classico belloccio della scuola, ma era carino, e stupendo agli occhi della nostra protagonista. Capelli neri, corti dalle parti e lasciati più lunghi al centro, occhi marroni, un naso appunta e delle labbra comuni. Arrivava a sfiorare il metro e ottanta. Ad oggi è diventato un ragazzo bellissimo, con i muscoli nei punti giusti e come ogni ragazzo faceva e fa strage di cuori, aveva solo un orribile difetto. Un futuro avvocato, bello, con soldi e violento. Lei per Raffaele perse completamente la testa se ne innamorò perdutamente. Con lui fece tutte le sue prime esperienze, fece l'amore con lui, i primi viaggi di qualche giorno con i genitori, la prima volta che dormi con un ragazzo, ovviamente a insaputa della madre. Aveva donato così tanto il suo cuore in mano a lui che a volte non riusciva a capire cosa c'era di sbagliato in quella relazione. Perché sì, era sbagliata. Era il suo primo amore, credeva che il loro fosse vero amore, almeno, da parte sua lo era sicuramente. All'inizio erano come una qualsiasi coppia, era felice ed entusiasta e il sentimento che provava le sembrava anche ricambiato, ma la situazione cambiò molto velocemente. Dopo un anno di relazione iniziarono le brutte parole quando litigavano, la chiamava 'troia', le diceva che non valeva niente, ma poi come da copione tornava da lei e le diceva che tutte quelle cose non le pensava che erano parole dette solamente in un momento di rabbia, perché lo aveva ferito. Il dottore si era reso conto di qualcosa quando lei andava da lui e si sfogava, ma lei ci girava solo intorno al problema, non glielo aveva mai detto apertamente. Delle volte ci aveva provato a toglierle le parole e i fatti dalle sue labbra, con delle domande in cui erano presenti dei tranelli, ma Fleur era una ragazza intelligente e oltre a capire che cosa stava facendo il suo psichiatra, deviava il discorso su altro, come i problemi a scuola e con la madre troppo insistente. Rabbia. Questo era il problema di Raffaele. Era stato sempre un ragazzo intelligente, veniva da una famiglia di brave persone rispettate da tutti. Aveva ottimi voti al Liceo e tutti sapevano già che si sarebbe diplomato con il massimo. L'anno della maturità Raffaele aveva già ottenuto una borsa di studio per la Bocconi, una delle più famose università italiane per studiare legge. Aveva già un futuro scritto. La situazione è degenerata quando stavano insieme da quasi due anni. Durante una discussione Raffaele colpì Fleur sulla guancia con uno schiaffo, secco e duro. In quel momento per lei si bloccò il mondo, non sentì nemmeno il dolore che si espandeva silenzioso sulla guancia, non gli vennero nemmeno le lacrime agli occhi, fu come quando la mamma ti toglie il cerotto con uno strappo così veloce che tu non te ne accorgi nemmeno e quello schiaffo fu identico. Mai, mai avrebbe dovuto perdonarlo o capirlo. Sarebbe dovuta andarsene nello stesso momento in cui la mano era entrata in collisione con la sua faccia e invece... Nella loro relazione c'erano momenti molti belli, davvero bellissimi, la trattava come vorrebbe essere trattata ogni ragazza. La riempiva di complimenti e di attenzioni, faceva quei piccoli gesti che le ricordavano del perché lo amasse. Poi si ripeteva tutto come un film visto e rivisto fino a quando non le tirava dei pugni nei fianchi. Imparò molto velocemente a colpirla in posti che teneva sempre coperti per non far suscitare nella madre o nelle persone che la circondavano domande del perché poteva avere lividi sul volto. Lui tornava dopo poche ore con il cuore in mano e sulla sua faccia un'espressione veramente dispiaciuta e iniziava a scusarsi, dicendo che non lo aveva fatto apposta, ma che era stata lei a portarlo a fare quell'azione, perché lo aveva ferito, perché lo stava facendo star male e lei, come da copione, gli diceva sempre che stava bene. La situazione esplose poco prima del suo ventesimo compleanno quando Fleur lo scopri a letto con un'altra ragazza. Lui aveva lasciato la porta dietro casa aperta e lei era entrata tranquillamente e li aveva sentiti. Era delusa, arrabbiata, ferita, provava così tanti sentimenti nello stesso momento che non era in grado neanche lei stessa a distinguerli. Se ne andò via e nel primo pomeriggio gli inviò un messaggio domandandogli se potevano vedersi. Lo lasciò, gli spiegò il perché della sua decisione e lui come al solito si arrabbiò la trascinò a casa sua dove sapeva benissimo che erano soli. Quando chiuse la porta iniziò a schiaffeggiarla con forza, gli schiaffi se l'aspettava, ma il pugno che arrivò dopo no e cascò a terra. Picchiò la testa sul pavimento di marmo e un dolore lancinante si espanse dentro di lei, le tirò un calcio nelle costole, ma ormai non sentiva più niente. Era abituata a certe cose. Il peggio venne quando iniziò a sbottonarle i pantaloni e li calò insieme alle sue mutandine e con due dita entrò dentro di lei in modo rude, Fleur non si oppose, era peggio se cercava di scappare così lo lasciò fare. Quando finì la lasciò lì, da sola. Piano piano si alzò e andò a casa. A sua madre gli disse che era cascata e lei ci credete subito. Come fa una madre a non accorgersi che la propria figlia viene picchiata e peggio ancora. Un giorno in passato riuscì a sfogarsi con il suo dottore e lui aveva cercato di convincerla a denunciarlo, ma lei non lo fece, mai. Era arrivato il suo primo anno di università e iniziò a prendere i treni la mattina presto per andare via di casa, iniziò a seguire tutti i corsi extra che poteva per rimanere via dal suo paese il più a lungo possibile, per rimanere via da lui il più possibile, perché nonostante lei gli avesse detto che era tutto finito tra loro due lui si ostentava a seguirla. Quando chiedeva di lei a sua madre lei le diceva la verità che era l'università o che ero rimasta in aula studio per prepararsi a degli esami. Era fortunata in un senso, per sua madre lo studio veniva prima di tutto e quindi quando gli diceva che ritardava perché doveva preparare gli esami era contentissima. Giovanna era una donna molto all'antica e anche se era convinta che la purezza di sua figlia era sempre intatta non lasciava mai lei e Raffaele da soli in una stanza e non voleva che lui salisse in camera sua. La situazione andò avanti così per un paio di mesi poi smise di cercarla è finì il tutto. Si erano lasciati senza dirselo, solo scomparendo un po' alla volta. In questi anni Fleur era cresciuta bene, era diventata bellissima come le dicevano in molti, aveva una quarta di seno, la pancia piatta e un culo sodo e tondo. Aveva la fila di ragazzi che gli facevano la corte, ma non riusciva ancora a fidarsi di nessuno dopo Raffaele. Il suo comportamento era diventato quello di una sorte di "bulla", rispondeva male a tutti, tirava frecciatine a chiunque gli capitava. Si ricordò finalmente tutto quello che una volta il suo migliore amico gli disse e così fece. Era capitato un paio di volte che fosse finita in questura perché aveva picchiato una ragazza, ma nonostante questo i suoi voti all'università erano alti, era una delle migliori studentesse di psicologia di tutta l'università. Dopo mesi che tutti i giorni prendeva il treno per andare a lezione all'università una mattina fece amicizia con due ragazzi più grandi di lei. Tutto era iniziato perché uno di loro, Gabriel per la precisione, fece notare al suo migliore amico Alberto che la vecchietta accanto a loro si stava infilando le dita nel naso e successivamente in bocca. Una scena divertente, per Gabriel. Una scena disgustosa, per Alberto. Una scena tranquilla per chi aveva visto di peggio, per Fleur. Però la nostra Fleur non seppe trattenere una risatina a tale vista e tra un commento e l'altro i tre ragazzi fecero conoscenza, i giorni successivi sono serviti sempre di più per rinforzare tale conoscenza che poi si trasformò in amicizia. Fleur scopri che Gabriel era il solito donnaiolo. Aveva dei capelli castani scuri e portava un piercing alla lingua, aveva dei lineamenti ben definiti del viso, i suoi occhi verdi erano una calamita per le donne, aveva gli zigomi alti e come la nostra protagonista ogni volta che sorrideva gli si formava una fossetta sulla guancia sinistra, anziché due. Era molto più alto di Fleur superava il metro e novanta, mentre lei si era fermata al metro e sessantatré scarso. Aveva un fisico muscoloso, per gli anni di ginnastica artistica. Era un ragazzo irascibile, scontroso con tutti perfino con il suo migliore amico, ma faceva parte del suo carattere, ma sotto sotto era un bravo ragazzo, aveva 24 anni e voleva goderseli e basta. Per quello che si poteva vedere al di fuori non sembrava un ragazzo dedito allo studio, ma in realtà era molto intelligente e i voti degli esami alla facoltà di lettere lo dimostravano. Il problema nasceva quando un carattere come il suo andava a scontrarsi con la nostra Fleur, in quei casi volavano le pentole, e non sto scherzando, e come da rito Alberto usciva di casa per non beccarsi un mestolo dritto in fronte. Alberto era l'opposto di Gabriel. Era il più maturo dei tre. Un ragazzo molto socievole e rideva spesso. Aveva i capelli di un biondo scuro, corti, ma abbastanza lunghi da riuscire a prendere alcune ciocche e tirarle. Le punte erano tinte di un blu, ma che dopo tanti lavaggi si erano schiarite diventando un azzurro e da lì venne fuori il soprannome di "Puffo". Gli occhi erano di un marrone come la corteccia di un ulivo. Quando sorrideva si potevano notare le due palline di un blu scuro che spuntavano dal labbro superiore, aveva uno "smile" e portava qualche orecchino sull'orecchio sinistro. Alberto superava Gabriel di cinque centimetri buoni, sfiorava il metro e novantacinque e tutti potevano ammirare il suo fisico da nuotatore. Alberto abitava da ormai nove anni con sua nonna Vera, da quando aveva 15 anni, perché i suoi genitori lo buttarono fuori di casa quando gli confessò che era omosessuale. In quel periodo si stava frequentando con un certo Marco da qualche mese e ne era innamorato perso. Dopo mesi di su e giù con i treni ai tre amici venne l'idea di prendere un appartamento vicino alle loro università piuttosto che di farsi quasi due ore di treno al giorno per arrivare fin laggiù. Tutto questo portò Fleur ad andarsene di casa. Quando quella sera tornò a casa disse a sua madre ciò che aveva deciso. «Mamma sono arrivata» urlò Fleur dalla porta per farsi sentire «sono in cucina» disse Giovanna di rimando. Oltrepassò l'entrata e girò verso destra per recarsi in cucina. «Com'è andata oggi?» domandò la madre e Fleur alzò gli occhi al cielo. Non le è mai piaciuto che la gente le chiedesse come stava, oppure come le era andato un esame o la sua giornata e la madre lo sapeva benissimo che non doveva domandarlo, glielo disse anche un tempo il dottor Seth che la seguiva ormai da diversi anni, ma si ostinava ad agire di testa sua. «è andata in treno con i bimbi» rispose addentando una mela rossa e pensò "mm buona cazzo!" «Come sei spiritosa. I tuoi amici come stanno?» domandò la madre cercando di fare conversazione con sua figlia anche se la cosa la faceva ridere dato che non gli stavano molto simpatici i suoi amici; ma lei non voleva raccontargli i suoi fatti e non aveva la voglia di parlare, se non per chiedergli dell'appartamento. «Stanno tutti bene» rispose secca. «bene» disse Giovanna, ormai arresa all'idea di cercare di sapere di più sugli amici della figlia. «senti, a proposito dei bimbi...» iniziò Fleur introducendo l'argomento di prendere un appartamento vicino alle loro università «si?» si girò la madre verso la figlia guardandola nel viso e mettendosi le braccia incrociate sotto il seno. «diciamo che ci è venuta l'idea di andare a vivere tutti e tre insieme perché...» Giovanna alzò una mano e fermò subito la figlia dal continuare la frase, si schiarì la voce "ci siamo ora la vecchiaccia sclera" disse Lili. "ragazza... calma" pensò Fleur "non capisci un cazzo! questa ora sclera e mi farà venire un'emicrania" continuò Lili Sua madre alza gli occhi e punta su di lei uno sguardo assassino. «Mamm...» «Cosa diamine ti passa per la testa Fleur??» urlò lei quel giorno. Fleur chiuse gli occhi, premette due dita sul setto nasale per calmarsi e face un bel respiro. «mi spieghi cosa ti passa per quella testa? perché ti devi comportare in modo cosi immaturo? andare a vivere con due ragazzi in una casa da sola! ma cosa dico dei ragazzi, quelli sono dei teppisti, dei criminali! tutti colorati e bucherellati! che vergogna! provo pietà per i loro genitori che devono vederli in quella maniera tutti i giorni...» «mamma...» cercò di fermarla prima che esagerasse. «e tu? cosa vuoi fare? vivere con loro. Ovvio. Devi andare sempre conto corrente! ma dove sono finiti tutti i miei insegnamenti in questi anni è?» continuò ad urlare, se continuava ad urlare in quella maniera Fleur era convinta che gli sarebbe scoppiata la vena che aveva sul collo. «ho 20 anni...» «non mi interessa quanti anni hai, sei troppo piccola, finirai come loro, ti drogherai e finirai sotto un ponte. Si parla del tuo futuro! chi ti può mantenere? sarà una cosa umiliante per me quando in paese sapranno che mia figlia abita in un appartamento con dei teppisti!» «adesso basta» disse Fleur con tono calmo ma duro. Si alzò e battendo un pugno sul tavolo di legno e sentì scricchiolare qualcosa, molto probabilmente la sua mano, ma non gli interessa, era successo talmente tante volte che era abituata al dolore, anzi, ormai non lo sentiva più. «hai ragione ne va del mio futuro, hai detto bene. Il MIO futuro, non il tuo, ho 20 anni voglio iniziare ad essere un minimo indipendente, sono i miei amici, ci passo sei giorni su sette quasi 24 ore insieme so chi sono, e so con chi vado ad abitare. Sono abbastanza grande da prendermi questa responsabilità. Non ce la facciamo più a tenere questi ritmi con i treni e i pullman, se siamo fortunati dormiamo 5/6 ore a notte, non sappiamo mai quando studiare perché non ci siamo mai a casa se non per dormire. Quindi abbiamo pensato di facilitarci il tutto prendendo un appartamento vicino all'università. Nemmeno lo compriamo, è di proprietà del padre di Gabriel e ce l'ha donato molto volentieri, dovremmo pagare solo le bollette e fare la spesa, siamo in tre e i ragazzi lavorano già e io posso dare una mano in casa e/o trovarmi un lavoretto part-time. Credi sia immatura per affrontare questo? sono troppo piccola? quando lo potrò fare allora? eh? è uno sbaglio ciò che sto facendo? non ne ho idea, ma voglio scoprirlo da sola» Detto ciò Fleur si girò e salì le scale che portavano alla sua camera, aprì la porta e si chiuse dentro come faceva sempre. Sfilò il telefono dalla tasca posteriore dei suoi attillati jeans bianchi e scrisse un messaggio. Fleur: Puoi venire a prendermi per favore? 18.45 Nel mentre che stava aspettando una risposta dal suo amico tirò giù dall'armadio le sue due valigie, le aprì e iniziò a mettere al loro interno tutte le maglie e felpe che possedeva. Aprì i cassetti e tiro fuori jeans, tute, pantaloncini e infilò tutto in valigia; tutta la sua biancheria intima, i suoi giacchetti. Aprì lo zaino e inserì tutti i suoi libri e quaderni. Prese tutto l'occorrente e le cose a lei care. Si inginocchiò difronte al piccolo divano che aveva in camera per prendere tutti quei risparmi che aveva racimolato tra paghette, feste e compleanni, "sono quasi 5 mila euro mi basteranno per un po'" pensò. Era passata mezz'ora da quando aveva scritto ad Alberto e di lui ancora nessuna traccia. Quando prese il telefono per chiamarlo, arrivò un suo messaggio. Alberto: Sono giù. 19.18 Fleur: Arrivo! 19.19 Uscì da camera sua le valigie e zaino in spalla e si avviò giù per le scale dritta verso la porta d'uscita. «dove pensi di andare??» urlò la madre «mi pare di averlo già detto. Non mi piace ripetere le cose due volte, lo sai.» la guardò. Fissò i suoi occhi su di lei e la madre fece un passo indietro come se fosse impaurita «se esci da quella porta non credere di poter tornare!» l'avverti minacciandola. «Allora puoi stare tranquilla» e detto questo chiuse la porta alle sue spalle. Una volta uscita da casa fece un respiro profondo e si sentì finalmente libera. Davanti a lei c'era l'Audi a3 bianca di Alberto. Il ragazzo scese dalla macchina e aiutò la sua amica a caricare i bagagli che aveva. Una volta saliti entrambi e partiti, Fleur volse lo sguardo verso il suo amico e sussurrò solo un «grazie». Alberto con tutta confidenza appoggiò una mano sulla coscia di Fleur e la lisciò con tenerezza dicendole semplicemente. «tranquilla pastrocchia, adesso ci pensiamo noi a te» facendole un sorriso a 32 denti. Da quel giorno la vita di Fleur sarebbe cambiata, sarebbe andata a vivere con i suoi due migliori amici in un appartamento in una città nuova, ed era curiosa ed eccitata per questa nuova esperienza. Non vedeva l'ora di scoprirlo. Era ricapitato di dover stare un paio di giorni tutti e tre insieme soprattutto se avevano esami importanti da dare e ogni volta che lei usciva per andare a comprare qualcosa, quando tornava a casa del suo amico i ragazzi avevano rotto sempre qualcosa. A volte aveva la paura che potessero dare fuoco a qualcosa, oppure non trovare più la casa. «che ne dici?» chiese Albe richiamando Fleur dai suoi pensieri. «Come scusa?» lo fissò domandandosi di cosa stava parlando. «un po' di tempo fa mi dicesti che volevi farti un piercing e un tatuaggio dedicato al tuo amico, volevo sapere se ti andava bene se ci passiamo ora in negozio» la informò. Vincenzo. Le si formò una smorfia di dolore sul viso. Erano 8 anni era morto. Il suo migliore amico. Non voleva mai pensarci, non le piaceva rievocare quel ricordo. Però le mancava, tantissimo, così tanto che a volte era faticoso persino respirare. Le mancavano i suoi capelli riccioluti e rossi lunghi fino alla spalla, le mancavano la sua voce mentre cantava le canzoni dei Metallica, le mancava guardarlo suonare la chitarra, le mancava perfino litigarci. Ma non poteva piangere, lui non avrebbe mai voluto, le aveva insegnato ad essere forte e di non abbattersi mai per nulla. "No Fleur! devi essere forte" ricacciò indietro le lacrime, fece un bel sospiro e guardo il suo amico «Ma sì, andiamo a fare questa pazzia!» disse sorridendo e lui sorridendole si diresse verso lo studio del suo tatuatore di fiducia.
  3. CelesteOrla

    OLTRE IL LIMITE - Capitolo 1

    1 Gennaio 2018 "If I could, then I would I'll go wherever you will go Way up high or down low, I'll go wherever you will go And maybe, I'll find out A way to make it back someday To watch you, to guide you through the darkest of your days If a great wave shall fall and fall upon us all Then I hope there's someone out there who can bring me back to you..." Alle mie delicate orecchie arriva la leggera melodia di una canzone, "wherever you will go", canzone dei The Calling, molto probabilmente riprodotta da qualche specie radio-sveglia o che so io, che sta riempiendo la stanza. Non riuscivo ad aprire gli occhi, e avevo un terribile mal di testa, dovevo darci un taglio con la Tequila. Nonostante non avessi la minima idea di dove mi trovassi, e del perché il mio cuscino fosse così duro e perché stesse respirando, la prima domanda che mi sfiorò l'anticamera del cervello fu: "Riproducono ancora questa canzone alla radio?", era un classico nel 2009, bei tempi, quando ancora non capivo un cazzo della vita. Passando a pensieri molto serie, vediamo se in qualche modo si riesco a ricapitolare il tutto e pensai a cosa avevo fatto la notte prima. Era l'ultimo dell'anno, io e i ragazzi eravamo andati a ballare, e fin qui tutto andava bene, anche se andare in discoteca per il 31 dicembre non era il massimo. Un'improvvisa fitta alla testa s'impadronì di me, dovevo smettere davvero con tutta quella tequila. Mi ricordai che avevo conosciuto un ragazzo e che avevamo deciso di andare lungo mare. "Si, perché il primo gennaio le persone normali vanno sul mare, ovvio" disse Lili "Non sono più normale da quando esisti tu nella mia testa." Molto probabilmente quel qualcuno, che in quel momento stava dormendo sopra il mio braccio destro impedendomi di muoverlo, doveva essere quel ragazzo e quel ragazzo stava russando come un trattore. Quando riuscì finalmente ad aprire un occhio, non servì a molto, dato che la stanza era immersa nel buio più totale, però constatai che stavo benissimo sotto al piumone che mi ricopriva in quel momento, c'era quel tepore che era impossibile abbandonare; in qualche modo però dovevo alzarmi. In qualche modo dovevo vestirmi e dovevo fuggire da quella stanza prima che, chiunque ci fosse con me, si svegliasse. Avevo il braccio sinistro libero, per fortuna, e con un po' di fatica riuscì ad accendere la piccola abat-jour, che si trovava vicino al letto, che illuminò di una leggera luce gialla la parte del letto dove mi trovavo io. Era ormai dieci minuti che stavo cercando di togliere tutto quel ben di dio da sopra il mio braccio, ma il tizio proprio non ne voleva sapere di scansarsi. "Sei sicura? È un figo pazzesco" mi sentii dire "Per prima cosa, non mi interessa. Secondo devo andarmene. Terzo nessuno dice più "figo" smettila." "Fai come vuoi, ma io un pensierino di prima mattina ce lo farei" disse Lili "No, è una regola, non scopare mai più di una volta con la solita persona" pensai. Alla fine il tizio con un grugnito più simile ad un animale che ad un essere umano si girò su un fianco e lasciò andare il mio braccio "Finalmente libera!" pensai alzano le braccia al cielo. Mi alzai velocemente dal letto e nel più totale silenzio cercai tutti i miei indumenti. Infilai in modo sbrigativo la brasiliana di pizzo rosso con il reggiseno coordinato, ovviamente regalato da Gabriel per natale, e infine indossai il vestito nero che avevo portato per tutta la sera precedente. Una volta prese le mie converse nere alte, cercai velocemente un foglio e una penna, scarabocchiai un "Grazie per la piacevole nottata Giacomo, baci." lo lasciai accanto al suo cellulare, presi la mia borsetta e uscì dalla camera dell'hotel. Mentre percorrevo il corridoio presi il cellulare dalla borsa e scorsi tutte le numerose notifiche tra Facebook, Instagram, messaggi di auguri del nuovo anno su WhatsApp e tutte le chiamate perse di Alberto. Alzai gli occhi al cielo. Avevo quasi 24 anni, e si preoccupava se passavano una notte fuori. Notai che c'era un messaggio da parte di Gabriel mandato intorno alle 3 di notte. Gabriel: Buon anno bambola! Senti, ho visto che sei andata via con un tizio, appena ti svegli chiama Albe, lo sai. Buona scopata. 03.26 Chiamai il mio amico una volta entrata in ascensore per evitare che si preoccupasse ancora. «Pronto?» disse con voce assonnata «Albe, sto tornando ora a casa. Tra un'ora sono lì» «Dio santo Fleur! ma dove cavolo sei stata??» lo sentì imprecare «Ti racconto quando arrivo. Ora salgo in macchina» e riattaccai Una volta montata sulla mia Mercedes, comprata dopo tanti sacrifici, mi specchiai e constatai che si, ero orribile. La matita e il mascara nero che avevo sugli occhi era tutto sbavato, l'ombretto che mi ero messa la sera prima era praticamente inesistente e avevo delle enormi occhiaie, per non parlare dei miei capelli. "Senti, mi è venuto un dubbio" «Dimmi Lili» "Sei sicura che il tizio di sopra si chiamasse Giacomo?" Mi bloccai con le mani sul volante. Aveva fatto venire il dubbio pure a me. Qualche secondo dopo feci un'alzata di spalle e dissi «chissenefrega, tanto nemmeno lui si ricorderà il mio». Erano appena passate le 8 e ci avrei messo un'ora buona per tornare a casa se avessi preso l'autostrada, misi in moto e con Believer degli Imagine Dragons partì. Erano quasi già passati tre anni da quando quel giorno me ne andai via di casa dopo la discussione con mia madre e vivevo con i ragazzi. All'inizio ero eccitata all'idea di ciò, volevo vedere com'era abitare veramente con loro due, mi ero immaginata una sorta di convivenza come in quei film americani che guardano tutti alla tv, divertimento assoluto, tutti i fini settimane ci sarebbero state delle feste in casa nostra. Mi sarei immaginata noi tre sul divano a mangiare una ciottola di pop corn davanti a un film, tante, tantissime risate. Pensavo già ai nostri turni su chi doveva pulire casa. In sostanza una normale e pacifica convivenza con due ragazzi maturi, intelligenti, con delle responsabilità, che se ci fosse stato qualche problema si sarebbe risolto; pensai che erano più grandi di me di ben quattro anni, avevano già avuto delle esperienze del genere, pensai che mi avrebbero aiutata e invece. Eravamo andati ad abitare nella casa di proprietà del padre di Gabriel, o meglio, in una delle sue tante case. Il signor Leonardo era proprietario di alcuni, diversi, e molti appartamenti in tutta Italia e in più possedeva un maglificio in Cina. Si perché, quello che era il mio migliore amico aveva omesso di dire alla sua migliore amica che era ricco. Certo, non è la prima cosa che si dice quando ci si presenta, non mi aspettavo mica qualcosa tipo "Ciao, piacere mi chiamo Gabriel, ho 24 anni e ho un patrimonio che ammonta a qualche milione di euro", però avrei preferito sapere un qualcosa di simile dal mio amico. Però per fortuna non sbatteva in faccia a nessuno la sua situazione economica, anche perché come ha sempre detto lui "i soldi sono di mio padre, non mia", lui faceva tutto da solo, aveva un lavoro con cui si impegnava a pagare, come me e Albe, le bollette di casa e si impegnava al massimo negli esami universitari per mantenere la borsa di studio, beh era quello che facevamo tutti e tre. Ah, per diversi mesi mi aveva anche omesso l'esistenza di ben sei fratelli più grandi. Gabriel era il più piccolo, precisamente era il settimo fratello. Chiamato Gabriel in onore dell'arcangelo Gabriele. I suoi genitori erano molto credenti e sua madre, la signora Cara Dubois, di origini francesi, da quale maniaca del controllo era aveva deciso, ovviamente senza chiedere nessun parere del marito, di chiamare i propri figli con nomi che richiamassero il cristianesimo. Abraham era il fratello maggiore, poi venivano Benjamin, Caleb, Daniel, Ephraim e Fineas. L'unico con cui avevo legato un po' di più era Caleb, sapevo che si era laureato in Economia con il massimo dei voti all'università che aveva frequentato la madre, ovvero la Sorbona a Parigi. Scoprì che era il fratello maggiore di Gabriel perché, coincidenza, era il nuovo fidanzato di Serena. E come mi pareva giusto infilai tutti i capi neri di Gabriel in lavatrice con un litro di candeggina, così la prossima volta impara a omettermi che ha 6 fratelli più grandi, quella merda e nello stesso tempo la mia migliore amica mi aveva omesso che stesse con una persona di dieci anni più grande di lei. Degli altri sapevo poco o nulla, avevo parlato qualche volta con Benjamin, sapevo che aveva una fidanzata e un bellissimo bambino. Non entravano mai nel particolare delle loro vite e soprattutto dei loro rapporti nel caso avessero una ragazza. Sapevo che abitavano anche lontani rispetto a dove abitavamo noi, so solo che si riunivano una volta al mese tra di loro per stare insieme. Il peggio di tutti e il più strano era Abraham, o come lo chiamavo io "AbraPaloInCulo". Laureato con il massimo dei voti all'università di Harvard e sapevo che poteva esercitare la professione di avvocato sia in America che in Italia. Con Gabriel e Alberto imparai in fretta che la convivenza che mi ero immaginata era tutt'altro, e era meglio se smettevo di leggere libri e di vedere film americani dove ti fa sembrare tutto bello e divertente, perché era tutto tranne che bello e divertente. Il fine settimana non c'era alcuna festa in casa, piuttosto tre studenti universitari con i nervi a pelle per gli esami e per i soldi che scarseggiavano, e se eravamo fortunati andavamo un paio di volte al mese in discoteca. Adesso la nostra situazione economica si era stabilizzata rispetto al primo anno. L'immagine di noi tre pacificamente seduti sul divano a vedere un film era una cosa praticamente impossibile, era più una sorta di corsa di velocità per vedere chi prendeva per primo il telecomando della televisione, ovviamente era Gabriel che vinceva, ma capitemi, alla seconda volta gli tirai una gomitata nello stomaco per prendermi quel telecomando. Da lì avevamo deciso che per la televisione facevamo i turni, il problema veniva la domenica, quando c'erano le partite di calcio. Tre squadre differenti nel solito orario, lì era un vero problema. Scordiamoci il fatto che quei due uomini, o meglio quelle due scimmie, si fossero mai rimboccate le maniche per pulire una volta casa, ma scherziamo? "La donna sei tu, toccano a te queste cose" disse un giorno Gabriel mentre eravamo tutti e tre seduti intorno al tavolo a pranzo. Mentre lui mangiava tranquillamente non si era minimamente accorto che io invece mi ero fermata con la forchetta a metà via tra il piatto e la mia bocca e vicino a lui si trovava Alberto che mi faceva degli strani versi con il viso e con le mani per intimarmi di non fare niente di assurdo, non gli avrei fatto nulla di pericoloso. Mi alzai con tutta tranquillità, andai al lavandino e riempì di acqua gelata la pentola dove avevamo preparato la pasta al ragù e gliela arrovesciai in testa. "Sono stata clemente" gli dissi mentre mi guardava tra l'incazzato e il sorpreso "adesso smettila di fare il maschilista di merda e aiutami a pulire" dissi in tono duro. Mi conoscevano ancora poco, ma impararono in fretta a non farmi arrabbiare, ogni tanto mi facevano qualche scherzo che ovviamente gli contraccambiavo sempre di un paio di livelli in più per puro divertimento. Solo che un giorno esagerarono, dovete capire, avevo il ciclo da quella mattina, a lavoro non mi avevano ancora pagato e avevo fatto un esame che dire pietoso era un complimento. Flashback «non ci credo» sussurrai tra me e me. Ero appena rientrata dall'università e mi ritrovai sulla scrivania di camera il mio manuale di pedagogia completamente bagnato, era andato, non potevo salvarlo, era da buttare. "ahahah non ci credo" mi disse Lili "Ridi?" domandai sarcastica "Certo, perché sono convinta che siano nei guai fino al collo" "oh oh, puoi dirlo forte." "Sono con te sorella!" Lili mi stava incitando. Tanto era inutile provare a calmarmi, quando prendevo la decisione su qualcosa ero come un treno. "Però, vacci piano dai, è solo un manuale" disse Lili "oh puoi stare tranquilla, ci andrò leggera, questo te lo prometto" e mi si formò il solito ghigno cattivo, avevo già le idee chiare su cosa gli avrei fatto. Andai in cucina e trovai Gabriel e Albe a parlottare tra di loro del locale che frequentavano loro il sabato sera, il Black. «okei, se mi dite subito chi è stato e il perché lo ha fatto, vi prometto che ci andrò leggera» li avvisai subito gettando il libro sull'isola davanti alle loro facce. «Sono stato io a farlo» mi fissò Gabriel. Feci un respiro profondo, chiusi gli occhi, mi presi il setto nasale tra il pollice e l'indice. «perché?» chiesi con calma «ho perso una scommessa» «Con chi?» chiesi per sapere a chi altro dovrei farla pagare «Con me» disse Albe. «bene». dissi, girai l'isola e andai verso il frigo per prendere una mela. «Bene? tutto qui?» mi domandò lui con sorpresa «non me la fai pagare? non mi tagli i capelli mentre dormo?» mi guardò ancora più stupito. Era quello che avevo fatto a Albe due settimane prima perché mi aveva messo un lassativo nel bicchiere di latte che prendo di solito la mattina prima dell'università, non vi dico com'è stato l'intero pomeriggio. Mi vendicai, gli misi tre goccioline di sonnifero nel suo bicchiere di camomilla che prendeva prima di dormire e mentre stava facendo i suoi stupendi sogni gli tagliai i capelli con le forbici. Era stato un dramma il giorno dopo considerando è molto geloso dei suoi capelli. Le cose sono molto semplici, non mi fai arrabbiare, non mi crei problemi con i miei esami e i miei corsi universitari e puoi stare tranquillo. «oh no!» risi «non lo farò, perché quello te lo aspetteresti» mi allontanai e lo salutai con la manina e con un sorriso malefico. «ah Albe?» chiamai il mio amico e quando mi girai lo vidi spostare lo sguardo che aveva dal suo cellulare a me, «Ti avviso, sei colpevole quanto Gabriel anche se non me lo hai rovinato tu.» Avevo pagato quel libro ben 50 euro e che fine aveva fatto? nella spazzatura, irrecuperabile! Sono passati dieci giorni da quando mi è stato distrutto il libro, oggi lo vedranno con chi hanno a che fare. «ehi Fleur!!» dissero in coro Gabriel e Alberto quando entrarono in casa. Ero seduta sul divano in sala a vedere A-team alla tv «sii??» gli chiesi senza togliere gli occhi dalla scena finale del film. «Perché hai acceso il camino in pieno luglio?? ci sono 50 gradi fuori lo sai»? domandò Albe ridendo «Certo! 50 gradi come i 50 euro del mio manuale di pedagogia. Comunque volevo fare un po' di carne cotta alla brace per cena, mi era venuta la voglia» lo informai molto seria, non facendo trapelare niente della vendetta che avevo messo in atto... Mi girai verso i ragazzi e li guardai senza trasmettere nessuna emozione. Se lo meritava e loro già sapevano che era successo qualcosa «Fleur» mi chiamò Albe «Albe?» inclinai leggermente la testa verso sinistra con un piccolo sorrisino malefico che mi incorniciava la faccia. «Cosa hai fatto?» mi chiese, ormai conoscevano le mie espressioni del viso e sapevano benissimo quando avevo combinato qualcosa. Io invece notavo sempre di più la sua preoccupazione, riuscivo quasi a vedere le goccioline di sudore provocate dalla paura che gli scendevano lungo la fronte «Credi davvero che sia la domanda giusta? Sei abbastanza intelligente da non pormi la domanda e darti la risposta da solo» risposi tornando a fissare la tv e cambiando canale per vedere se c'era qualcosa di interessante. Albe mi guardò ancora per un po', poi spalancò gli occhi e iniziò a spostare lo sguardo tra me e il camino e subito dopo corse in camera sua. "Tre...due...uno...Eccolo" pensai «Fle!!» urlò Albe «perché cazzo mancano tre dispense di medicina dalla mia libreria?? cosa ci hai fatto??» mi domandò rosso in faccia con la vena del collo che pulsava. «mi sembra ovvio» gli risposi guardandolo «mi sono serviti per preparare la cena» Albe mi guardò in silenzio, forse per assimilare anche cosa era successo. Il suo sguardo alla fine si andò a fermare sul camino e infine li posò su di me «Non me lo dire...» «non te lo dico» dissi alzando le spalle e sorridendo. Gli stava bene! «sono tre dispense» mi disse ancora incredulo. «erano tre dispense» lo corressi «ma...» mi guardò ancora sconvolto. «50 euro per 50 euro» gli dissi e Albe spalanco la bocca, ancora non ci credeva che avevo bruciato i suoi manuali di medicina. Se ne andò verso la cucina, molto probabilmente a bere quanta più acqua potesse contenere la sua vescica per calmare i nervi che aveva. Gabriel stava ancora ridendo, era piegato in due e si teneva la pancia, mi girai verso di lui e lo chiamai «Gabriel?» «s... sì?» parlava con fatica dato che stava ancora ridendo «fossi in te non riderei più di tanto» lo fissai. Lui si mise in posizione eretta in pochi millesimi di secondo «Fleur. Io non sono Alberto, te lo voglio ricordare» mi minaccia con voce dura «Gabriel, devi capire che io con te mi diverto di più perché mi sottovaluti sempre, pensi che io abbia paura di te? ti sbagli. Ti vendicherai? d'accordo, ci divertiremo insieme, ma ricorda che se tu mi togli due io ti tolgo quattro e così via. Io sarò sempre due passi avanti a te» lo avvisai con il viso privo di emozioni. «Fleur, cosa hai fatto?» si avvicinò con passo minaccioso verso di me pensando di spaventarmi e mi sovrastò con il suo corpo. «per cominciare smetti di fare il pavone che cosi ti rendi solo ridicolo e poi...» gli sorrisi dolcemente «voglio darti un piccolo aiuto, mi sento buona oggi, qualcuno sa che ore sono?» domandai «sono quasi le 20» rispose lui «quasi le 20 mhmm...» mi picchietta l'indice sul mento «che giorno della settimana è?» «Martedì» rispose ancora lui, sicuramente stanco dei miei giochetti «arriva al dunque» «mmmh... sono quasi le 20 ed è martedì, hai impegni stasera Gabriel?» gli domandai con voce innocente «ho il turno al pub» mi guardò. "tre secondi e ci arriva" pensai tra me e me "sei stata cattiva con lui Fleur" mi disse Lili "se lo è meritato!" gli risposi Gabriel spalanco gli occhi «Non hai osato...!» mi puntò un dito contro urlando! Nel mentre arrivò Albe dalla cucina e ci guardò «Fleur, cosa gli hai fatto?» domandò mentre si aggiustava gli occhiali da vista che portava ogni tanto in casa «io? io gli ho solo ricordato che aveva il turno al pub» sbuffai. Albe iniziò a guardarmi pensieroso, lo conoscevo bene, stava collegando le cose «Gli hai toccato la macchina?» domandò incredulo e spalancò gli occhi. Li guardai entrambi con un ghigno malefico sul viso, cosi la prossima volta ci penseranno due volte a farmi arrabbiare. «Porca puttana Fleur! quella è una Maserati Levante ultimo modello! l'ha pagata uno stonfo!!» disse Alberto Gabriel non fiatava, secondo me non aveva ancora metabolizzato la cosa. «"L'ha pagata uno stonfo"» scimmiottai Albe. «Possiede abbastanza soldi per comprarsi tutta la ditta Lamborghini, compresi il padre e la figlia, non avrà problemi a risolvere le conseguenze dei suoi errori». Poi mi girai verso il diretto interessato e gli parlai «Bada bene Gabriel, non è solo per il libro, ma sono anche tutte quelle piccole cose che mi fai, come prestare la mia biancheria alle tue puttanelle e per ogni volta che hai cambiato l'ora della mia sveglia facendomi fare tardi a lezione» lo rimbeccai «Fleur, dimmi cosa hai fatto alla mia macchina» disse Gabriel digrignando i denti guardandomi «Miscela di miele, zucchero, limone ed acqua» gli risposi tranquillamente cambiando ancora canale "uh! Indiana Jones" «Non...Non l'avrai mica messa nel serbatoio della benzina, vero?» mi domandò Gabriel «Avrei potuto, ero molto ma molto intenzionata, ma no, non sono stata così cattiva, ci ho solo ricoperto i sedili in pelle» Albe torna in silenzio verso la cucina non mettendo bocca nella nostra discussione perché tra me e Gabriel va così, siamo due caratteri che prendano fuoco facilmente ed esplodiamo ed è sempre meglio non intervenire. Lui nel mentre si era incamminato con passi pesanti verso l'entrata del garage sotto casa dove conteneva le nostre auto. "chissà se si sarà già riempita la macchina di formiche" mi domandai Albe mi richiamo dalla cucina e girandomi lo vidi appoggiato al muro «mmmh?» gli risposi continuando a guardare la tv «l'hai fatta grossa.» «pff!» Fine flashback Parcheggiai l'auto nel nostro garage precisamente alle 9.02 minuti, nonostante in superstrada non ci fosse nessuno e avevo raggiunto i 150km/h mi ci volle ugualmente un'oretta di strada. Stavo salendo le scale che portavano dal garage al nostro appartamento a piedi scalzi, avevo lasciato le scarpe in macchina, non avevo voglia di tenere tutto in mano le sarei andata a prendere più tardi, sempre se me ne ricordavo e sempre se mi veniva la voglia di farlo. Mentre giravo la chiave nella serratura di casa per aprire la porta blindata del nostro appartamento avevo gli occhi incollati sul telefono su alcuni messaggi delle mie amiche, Serena e Laura. Quelle giuste: Serena: Facciamo qualcosa questa settimana? 08.55 Laura: È tornato Mattia ieri pomeriggio e va via sabato mattina, voglio stare un po' con lui, ma nel caso sabato sera ci sono per qualcosa. 08.57 Fleur: Salutacelo! Comunque anche per me va bene sabato sera. 09.04 Serena: Aggiudicato per sabato sera. 09.05 Ma vedi di esserci Laura!!! 09.05 Laura: Certo Caporale Maggior! 9.06 Serena e Laura sono entrambe fidanzate, da poco più di un paio di due anni tutte e due, la differenza è che il fidanzato di Serena è Caleb il fratello di Gabriel. So che Mattia e Laura si sono conosciuti durante un mio compleanno in discoteca, anche se io non li avevo mai visti insieme quella sera, ma non ci ricordiamo molto in realtà, eravamo entrambe ubriache e quella sera toccava a Laura fare il turno da "mamma". Caleb, come Gabriel per molti anni ha fatto il ginnasta. Capelli molto corti, su una tonalità di castano scuro e diversi tatuaggi sparsi per il corpo. Aveva degl'occhi color nocciola e delle labbra leggermente carnose, ma non troppo. Era un uomo simpatico quando iniziavi a conoscerlo, era un po' timido. Il fidanzato di Laura invece, appena uscito dalla maturità era entrato nell'esercito italiano nel corpo dei bersaglieri, infatti, come sempre appena tornava la nostra amica spariva per qualche giorno, come dicevo io ai miei amici "È tornato Mattia, ora se lo deve spupazzare tutto". Potevamo capirla, stava mesi senza vederlo perché era molto distante dalla nostra regione. La parte peggiore di tutta quella relazione era il giorno che partiva di nuovo e quello dopo, Laura si trasformava in uno zombie. Mattia era un ragazzo non altissimo, non arrivava nemmeno al metro e settanta, aveva le orecchie a sventola e i capelli cortissimi, quasi a pelle, color neri e gli occhi marroni. Aveva un fisico da militare, ovviamente, tutti gli allenamenti a cui era sottoposto. Nel tempo ero riuscita a circondarmi di persone simpatiche e divertenti, che sapevano prendermi nel modo giusto e non erano mai noiose. Mi annoio molto velocemente della gente, il mio cervello ha bisogno di stimoli continui. Una volta entrata in casa lasciai borsa e chiavi sul mobiletto che rimaneva alla mia sinistra vicino alla porta, mi incamminai verso la cucina per mettere qualcosa nello stomaco e con la coda dell'occhio vidi una scimmia di un metro e novantacinque con le braccia incrociate al petto e le gambe divaricate. La scimmia in questione era Alberto, la maglia rossa con una strana scritta in inglese sul davanti veniva tirata dai muscoli del petto e delle braccia che erano in tensione, e nonostante i pantaloni della tuta grigia che portava gli stessero larghi si poteva notate che anche le sue gambe erano muscolose. «Sai, se non fossi gay ti avrei già scopato da un po'» rifletto ad alta voce mentre i miei occhi lo guardano in tutto il suo metro e novantacinque. Era gay, e lo sapevo benissimo e non ci ho mai provato, però capitemi, sono una ragazza e quando davanti a uno spettacolo del genere le mie ovaie si svegliano. "Sei proprio una ninfomane" dice Lili "Ma chetati" «Sai, se tu non fossi una ragazza ti prenderei a pugni» rispose lui. Per quanto delle volte ci fossero queste battutine tra me e lui o con Gabriel sapevamo che si scherzava e non dicevamo sul serio. Io e Gabriel eravamo troppo uguali, e beh, Alberto aveva altri gusti. «dai, rovineresti questo faccino da angioletto» mi girai verso di lui facendogli un sorriso dolce e battendo le ciglia. «Ogni giorno ho sempre di più la conferma» disse scuotendo la testa mentre si sedeva su uno sgabello intorno all'isola che avevamo in cucina « di cosa? Che sono un angioletto?» «Che sei la figlia del diavolo» disse secco mentre io scoppiai in una risata. Nel mentre avevo già preparato una tazza di latte e cereali per me, non riuscivo più a mangiare i pancake. Quando me ne andai di casa, insieme al tatuaggio mi feci fare anche il piercing alla lingua e ora, come mangiavo i pancake o i miei amatissimi gnocchi mi si appiccicavano tutti intorno alla pallina che avevo sulla lingua. «Allora? Mi spieghi dove sei stata?» disse cambiando discorso «Tu invece mi spieghi perché devi fare il padre?» dissi mentre con un movimento di braccio faccio volare il pancake in aria per riprenderlo subito. «Non ne ho mai avuto uno Albe, non iniziare a farlo tu». Ero nata senza un padre, non che la cosa mi avesse creato dei problemi nella mia adolescenza. Giovanna, quella che era mia madre, era rimasta incinta di me quando aveva venti anni e lui se n'era andato lasciandola con la frase "fai quello che vuoi", non c'è da essere tristi, non c'è da provare pena per nessuno, io sto bene così, non ne ho mai sentito il bisogno di averlo. «Non voglio fare il padre di nessuno Fleur. Però potevi avvisare o degnarti almeno di mandare un misero messaggio sul gruppo» disse con tono duro. Questa volta non potevo dargli torno, aveva ragione, lo so che avevo sbagliato a non avvisare nessuno dei due, sopratutto per il passato, però Gabriel mi aveva notata « Gabriel aveva visto che ero con un ragazzo» dissi cercando una motivazione, non mi sarei mai scusata per il mio comportamento la parola "scusa" non esisteva nel mio dizionario. «Gabriel era talmente ubriaco che mi aveva scambiato per una ragazza» disse. Stavo mettendo i tre pancake nel piatto con un po' di miele, come piacevano a lui che mi blocco e alzo lo sguardo verso di lui « Davvero?» dico trattenendo una risata « Si, davvero. E la cosa era alquanto disgustosa» dice fa una faccia schifata « Peccato, dovevo filmare l'evento, mi sarebbe servito sicuramente.» Mi sedetti difronte a lui per mangiare, che dopo un paio di minuti ci arriva la voce di Gabriel dal corridoio dove sono situate le nostre camere da letto. « buona giornata bellezza.» Guardo l'orologio e noto che sono le 09.45; ci giriamo verso la voce e notiamo uscire dal corridoio il nostro amico, con indosso dei pantaloni della tuta dell'Adidas banchi che gli cascano sul bacino facendo intravedere l'elastico dei boxer firmati Calvin Klein, insieme a una ragazza con dei lunghi capelli biondi vestita con un vestitino striminzito che la copre appena. Alzo spontaneamente un sopracciglio "A Gabriel non piacciono le bionde" mi dico "un'altra sgualdrina." Dice Lili « per te sono tutte sgualdrine tranne me» dico alzando gli occhi al cielo. « non se né mai andata vero? » sussurra Albe al mio orecchio « come? » mi giro di scatto verso di lui notando che era alle mie spalle « hai parlato ad alta voce hai detto " per te sono tutte sgualdrine tranne me " » mi fa notare, lo guardo qualche secondo e sulle mie labbra si forma una linea, le mani formano dei pugni lungo i miei fianchi e conficco con forza le unghie nei palmi, devo stare calma, non mi piace parlare di Lili. « No, non se né mai andata » sussurro dura «ehi» mi si para davanti prendendo le mie mani nelle sue facendole rilassare « devi stare tranquilla con me, non l'ho mai detto a nessuno, ti puoi fidare » mi sorride leggermente e in fondo so che mi posso fidare ciecamente di lui. Quando mi svelò che era gay io gli confessai che fin dall'età di sei anni nella mia testa sentivo una vocina che mi parlava. «Mi chiamerai?» la ragazza sbatte le lunghe ciglia rivolta a Gabriel distraendomi dalla piccola conversazione che avevo con Albe. Sapevo bene che Gabriel non avrebbe mai richiamato nessuna, quindi dato che mi annoiavo a morte, decisi di divertirmi. « ehi, cosa costi» la chiamai. «Fleur, smettila» dice Albe alle mie spalle, ma ovviamente come sempre lo ignoro del tutto. La ragazza piega leggermente la testa verso destra per vedermi meglio « sì? dici a me?» mi domanda alzando un sopracciglio «si, parliamo un attimo da donna a..» la guardo da testa a piedi per pensare a un aggettivo idoneo per la persona che ho davanti «...donna(?) vabbè comunque, volevo semplicemente avvisarti che non ti richiamerà, solo questo. Non è stato un piacere avere questa intensa conversazione con te, ma adesso abbiamo da fare, quella è la porta. Ciao» « ehi!» fa un urlo stridulo. Io mi giro verso di lei con le sopracciglia alzate fino a toccarmi i capelli "ma che... ha ingoiato un tacchino ieri sera?" «chi ti credi di essere per parlarmi cosi? eh? e poi non sai cosa avrebbe fatto lui» continua con quella sua voce stridula. La guardo ancora basita domandandomi come si fa ad avere una voce del genere, ma soprattutto come ha fatto a sopportarla Gabriel, conoscendo il tipo "credo sia brava con i pompini" mi fa sapere Lili "Lo credo anche io! Deve essere proprio brava" rifletto « Hai ragione» ammetto, facendo creare sul suo volto un piccolo sorriso di vincita. Piano piano mi avvicino a lei dicendo «ma dopo aver ascoltato la tua voce sono ancora più sicura che non ti chiamerà, ma chiediamolo a lui, Gabriel?» mi giro verso di lui che era seduto sullo sgabello in cucina aspettando che Albe finisca di cucinare i pancake, alza lo sguardo verso noi due « sì? » mi domanda « Avresti richiamato il tacchino? » indico con il pollice la persona alle mie spalle « ehi! tacchino a chi? » urla ancora con quella sua voce stridula, "dio, è insopportabile" « ssh! non interrompere maleducata » l'avverto. « Gabriel? » incito il mio amico a rispondere « no, non l'avrei richiamata » risponde rivolgendosi a me, subito dopo si gira verso la ragazza sorridendogli « bambolina, scopi a meraviglia davvero, hai un culo che è una favola, ma non è da me fare un secondo giro sulla solita giostra » gli fa un occhiolino e si gira verso Albe chiedendogli a che punto era con i suoi pancake. Mi giro verso la ragazza, sentendo in sottofondo la voce di Albe che risponde al suo amico di non rompergli le palle. Lei mi guarda con la bocca spalancata « non sbattere la porta quando esci, grazie» mi giro verso i ragazzi. Sento chiudere la porta alle mie spalle e capisco che il tacchino se ne è andato. «Notte Stronzo» dice Alberto mentre va verso la sua camera e fa il dito medio al suo migliore amico. «Che gli hai fatto?» chiedo indicando con il pollice il ragazzo appena scomparso alle mie spalle e Gabriel con un sorriso dice «Niente, ho solo scopato come sempre, solamente che stavolta la ragazza aveva degli urli acuti.» Scuoto la testa e ridacchio «Sempre il solito» « a te? Com'è andata?» chiede mentre si versa un bicchiere di latte freddo « Ricordo poco, ma mi fanno male le gambe a camminare» dico alzando le spalle e al mio commento inizia a ridere. «Se vuoi imparare qualcosina...» dice facendomi l'occhiolino « Muori » dico e scoppiamo entrambi a ridere. Anche sì mi fanno ammattire a tutte le ore del giorno quei due li adoro e non riuscirei a vivere senza. Non riuscire a stare senza le preoccupazioni e le raccomandazioni di Alberto, e non riuscirei a stare senza i commenti a sfondo sessuale di Gabriel. Sono due ragazzi stupendi, tranne quando fanno gli stupidi e combinano qualcosa, come quando Gabriel ha incendiato la pentola con la pasta dentro, e ancora oggi mi domando come diavolo abbia fatto. Sono dei ragazzi meravigliosi a loro modo, nonostante i miei quasi 24 anni, ad aprile, e i loro quasi 28 anni, a maggio e giugno, ci prendiamo sempre in giro e ci comportiamo come ragazzini delle elementari che si fanno sempre i dispetti a vicenda.
  4. CelesteOrla

    OLTRE IL LIMITE - Prologo

    Le avete presente le bambole di porcellana? Quelle che la vostra nonna tiene dentro la vetrina di casa al sicuro dalla polvere e dai nipotini che ci vogliono giocare? Quelle bambole vengono costudite segretamente dentro a quelle teche di vetro e non vengono mai toccate perché possono rompersi. Sono state costruite e create con cura e con immenso amore. Possiedono una bocca perfetta con una forma a cuore di un color rosato, disegnato sul loro volto, forse creato con un pennello dalla punta fine, dalla pazienza di una persona e dà una mano ferma. Sono state modellate alla perfezione, per essere perfette. Indossano stupendi vestitini che sono sempre coordinati ai fiocchettini o a quei cappelli che portano. La maggior parte di quelle bambole hanno dei lunghi capelli biondi che formano delle onde perfette e due occhi azzurri, sinonimo di bellezza in una ragazza. Tutte quelle bambole, che avete visto fin da piccoli, tenetele ben presenti. Era lei. Quella bambola perfetta era Fleur. Fino all'età di nove anni era una di quelle bambole. Ma vedete, Fleur non era bionda, Fleur non aveva gli occhi azzurri. Ha sempre portato fin da piccola dei lunghi capelli di un castano molto scuro, che in molti confondevano con un color ebano. I suoi occhi avevano una forma a mandorla, molto leggera ed erano del colore del buio, così scuri che ti perdi dentro a fissarli, così hanno sempre detto, questo è quello che prova lei ogni volta che si specchia. Aveva un viso ovale molto delicato, delle labbra carnose, con un piccolo neo nella parte superiore del labbro a sinistra. Aveva un nasino delicato, non all'insù, non aquilino, non a patata, un piccolo e normale naso. Sempre stata di costituzione magra, ma aveva quelle rotondità nei punti giusti fin da piccola che la rendevano morbida al tatto, e le anche sporgevano in fuori ogni volta che indossava il costume da bagno. Aveva la pelle olivastra. Tutti a scuola la prendevano in giro, dicendogli che sembrava sporca perché era più scura dei suoi compagni e ogni giorno quando tornava a casa, nascondendosi da sua madre andava in bagno, si insaponava tutta e si grattava le braccia, le gambe, la pancia, fino ad arrossarsi tutto il corpo, fino a che non sentiva la sua pelle andar a fuoco, per vedere se riusciva a schiarirne il colore, ma non c'era niente da fare. La nostra Fleur non ha mai indossato un paio di pantaloni fino al suo nono compleanno. Sua madre la vestiva sempre coordinata, con dei vestitini color pastello che erano intonati alle sue scarpette e hai fiocchi che portava in fondo alle sue lunghe trecce. "Le signorine si vestono e si comportano sempre bene" ripeteva sua madre. Lei le credeva. Era sua madre d'altronde, qualcuno potrebbe biasimarla? Ogni mattina trovava il vestitino, ben stirato, steso sulla sedia di legno vicino alla sua scrivania, e lì accanto i fiocchetti da mettere in fondo alle trecce e le scarpette sotto il termosifone vicino alla porta. Giovanna, sua madre, tutte le mattine quando la vedeva uscire dalla sua camera da letto le ripeteva la stessa frase che gli diceva da quando era nata "sembri una principessa, amore mio". Chi non ha mai sognato di essere una principessa? Cenerentola, Ariel, Belle, tutte tranne Biancaneve, perché diciamocelo, a chi piaceva essere Biancaneve? Lei non sognava di essere una principessa. Quando sua madre inseriva la videocassetta nel registratore, Fleur era persa nell'osservare la matrigna cattiva e la strega, non le è mai interessata la principessa. È sempre stata "deviata" fin da piccola. Non prendete con pesantezza la parola "deviata", lei stessa si definisce così. Era il primo marzo del 2001 la nostra Fleur avrebbe compiuto 6 anni quel giorno. Quel giorno si svegliò con un balzo dal letto perché aveva sentito chiamare il suo nome più volte e preoccupata che non fosse suonata la sua piccola sveglia rosa sul suo comodino si vestì di fretta e furia. "Le vere signorine non sono mai in ritardo" gli rimbombavano le parole di sua madre. Per Giovanna avere un appuntamento alle 17.15 e presentarsi alle 17 era già ritardo. Mentre si stava infilando i suoi calzini di cotone con i ricami ai bordi di pizzo notò che la sua piccola sveglia segnava le 06.30 e non sarebbe suonata se non prima di un'ora. "Fleur" sentì chiamare. Si girò subito per vedere chi c'era dietro di sé, ma quando perlustrò tutta la camera constatò che era da sola. "Fleur!" sentì nuovamente. Tremante corse a nascondersi sotto il letto al riparo da chiunque la stessa chiamando "Pensavo che tu fossi più intelligente!" «chi sei?» disse lei con la sua piccola vocina tutta tremante "In realtà, non ho un nome" Piano piano iniziò a uscire da sotto il letto e aprire le sei ante dell'armadio, fatto di legno, che aveva in camera per controllare da dove provenisse la voce. «Dove sei?» chiese, guardando in giro per la stanza per capire chi e da dove, soprattutto, la stessero cercando "Sono dentro la tua testa, stupida!". Quel giorno Fleur scoprì di avere una voce nella sua testa. Aveva dentro di sé una piccola voce che le parlava, come il grillo parlante di Pinocchio, solo che stavolta non era un animale o un essere che esisteva fisicamente. Parlando con questa vocina alla fine nacque, quella che possiamo definire un'amicizia, in realtà gli stava anche simpatica nonostante fosse caratterialmente il suo opposto. In quel giorno sentì dire alla sua nuova amica molte parolacce e ogni volta che la sentiva chiudeva di scatto gli occhi, per paura. Pensava che la madre potesse sentirla e picchiarla. Nella sua testa, tutte le volte sentiva sua madre che gli diceva sempre "Le signorine non sono mai volgari". Dopo un lungo pomeriggio sull'enciclopedia dei nomi ne trovò uno che gli piacque fin da subito da dare alla sua vocina, nonché nuova amica. Fleur la chiamò Lili, ma era solo un diminutivo, il suo vero nome era Lilith. Fleur scoprì che il significato di quel nome era che nella religione mesopotamica Lilith era il demone femminile associato alla tempesta, ritenuta portatrice di disgrazia, malattia e morte e in quel momento alla nostra Fleur gli sembrava perfetto. Fleur adorava sapere il significato dei nomi delle persone e una volta scoperto ne confrontava con il carattere di essa o esso. La domanda che assilla molte persone che hanno conosciuto Fleur da piccola e poi da grande, è "Cosa l'ha fatta cambiata così drasticamente?" È una domanda di una certa importanza. Le persone riscontrano sempre un cambiamento in una persona in qualcosa, magari un qualcosa di traumatico che gli è successo, oppure una qualche specie di ribellione nei confronti dei genitori troppo chiusi mentalmente, e tutti, ovviamente, attribuivano questo suo cambiamento al comportamento della madre, e a tutte le frasi che gli diceva da quando era nata. "Le signorine sono brave a scuola" "Le brave signorine non giocano con i ragazzi e non si sporcano" "Le brave signorine non appoggiano i gomiti sul tavolo mentre pranzano" Era tutto un pretendere, era tutto un "le brave signorine fanno questo..." "le brave signorine fanno quest'altro...". Non ha mai detto niente, nessuno ha mai detto niente. Le urla in casa quando Fleur portava a casa il voto di un compito «Cos'è questo 8 a matematica?? Mi devi sempre mettere in ridicolo davanti agli altri genitori! Mi è nata una figlia stupida! Cos'ho fatto di male?» e mentre la madre si metteva le mani nei capelli chiudendosi in camera dallo sconforto del voto misero della figlia, che frequentava appena la terza elementare, Fleur si guardava le punte delle sue nuove ballerine di un color blu notte domandandosi dove avesse sbagliato. Arresa ormai difronte al fatto che la madre non sarebbe mai uscita dalla camera per preparare la cena andò in camera a studiare più duramente e a stomaco vuoto quella sera. Le persone non devono soffermarsi sul "cosa" l'ha cambiata, si dovrebbero soffermare sul "chi". La domanda che bisogna farsi è "chi ha incontrato?". E questo suo incontro avvenne all'età dei suoi nove anni. Quell'estate, mentre giocava con le sue amiche Sara e Gaia conobbe un ragazzo. Qui potrei dire che è la solita minestra di sempre. Il ragazzo ribelle, che vestiva sempre di nero, odiava quella bambina sempre perfetta, gli faceva tutti i dispetti, ma alla fine di tutto nacque un'amicizia. Ed è proprio così. Si chiamava Vincenzo, ed era più grande della nostra Fleur di un paio di anni. Ovviamente la sera stessa che tornò a casa si mise a sfogliare l'enciclopedia dei nomi nella sua cameretta e ne trovò il significato, alla lettera voleva dire "vincente" e lo era, lo sarebbe stato, in quel momento e per sempre. Vincenzo, o Vince, come lo chiamava lei, portava dei lunghi capelli leggermente sotto la spalla, erano riccioluti, ma non quei riccioli ben definiti, di quelli che non hanno una forma precisa, e il loro colore era stupendo agli occhi della nostra protagonista, erano di un biondo tendente al rosso. Aveva gli occhi di un verde smeraldo che riusciva a incantare ogni ragazza che incontrava. Le labbra fini e quando sorrideva illuminava la giornata di Fleur. Nonostante i suoi undici anni sfiorava quasi il metro e settanta e prometteva che in futuro sarebbe stato un ragazzo molto alto. Aveva un fisico asciutto, come diceva la nostra ragazza nei pomeriggi che passavano a casa della loro amica Sara "Quando è senza maglietta riesco a contargli le costole". Vince, vestiva sempre di nero, nel suo armadio avrà avuto centinaia di jeans tutti uguali e tutti del solito colore, nero. Indossava sempre maglie dello stesso colore dei pantaloni, oppure con dei nomi delle Band, come quella dei Metallica, o degli AC/DC o dei Kiss e ai piedi portava sempre le solite Converse nere. Parliamo di loro adesso. Dopo quel loro incontro ne avvennero subito altri, quasi tutti i pomeriggi si incontravano per giocare tutti insieme e lui gli faceva un sacco di dispetti. Gli tirava le trecce, la prendeva in giro per come si vestiva, le diceva sempre che sembrava la bomboniera del matrimonio dei suoi genitori. La nostra Fleur aveva un segno particolare che la distingueva dai suoi amici, ogni volta che sorrideva gli si formavano due fossette sulle guance, e puntualmente Vince non sprecava tempo per infilarci il dito e dirle che era orrenda. Ma, in realtà, lui non lo pensava. Pensava che era la bambina più bella che avesse mai visto nella sua vita, era solo un po' spenta. La definiva quasi falsa, non ha mai sopportato le persone false fin da piccolo, aveva un "potere" strano, riusciva a sentirle a distanza di metri e lui sapeva benissimo che lei era tra queste, ma non so perché, capì che non voleva farlo con cattiveria, non riusciva ad essere sé stessa. La stuzzicava per questo, gli dava così tanta noia perché voleva vedere dove poteva arrivare, voleva testare la sua pazienza, voleva vedere quando sarebbe scoppiata. Quel giorno arrivò a fine estate, una settimana dopo sarebbe rincominciata la scuola. Fleur stava giocando con i suoi amici nella piazza vicino casa a "Guardie e Ladri" e in quel momento a lei era toccato il ruolo del ladro e a Vince quello della guarda. Tra una corsa e l'altra Vince spinse, forse per sbaglio, forse apposta, la nostra Fleur a terra. Si era sporcata tutto il nuovo vestitino che sua madre gli aveva comprato qualche giorno prima, aveva degli sbucci sulle ginocchia e aveva graffiato i suoi sandali preferiti. "Le signorine non si sporcano mai! Le signorine non corrono come dei selvaggi!" le suonava in testa la voce di sua madre. Quando Vincenzo le si avvicinò per aiutarla a rialzarsi, Fleur con la sua piccola manina gli tirò uno schiaffo sulla sua guancia destra con tutta la forza che aveva e gli disse «mi hai altamente rotto le palle!» Al suono di quelle parole lei si meravigliò di sé stessa perché non si era mai permessa di dire certe cose, non era bello che quelle parole uscissero dalle labbra di una ragazza. Lui invece non era affatto meravigliato di ciò, anzi, era contento che nella maschera che portava la ragazza si era formata una crepa. Si girò molto lentamente e quando i loro occhi si incontrarono lei si occorse che lui le stava sorridendo. «Bene» gli disse Vince «ora si ragiona». Quando la ragazza rincasò quella sera stessa si prese due schiaffi per guancia dalla madre. Era sudata perché aveva giocato e corso con i suoi amici. Era sporca perché era caduta. Aveva rovinato il vestito nuovo. Aveva graffiato le scarpette. «Le signorine per bene non fanno queste cose! Come devo fartelo intendere?? Sei proprio uno sbaglio in tutti i sensi».Sono parole pesanti da dire a una bambina di nove anni, sono parole ancora più pesanti se quella bambina le sente dire dalla propria madre. Una volta andata a letto senza cena si era messa sotto le coperte e rannicchiata su sé stessa. "Fleur, posso fare qualcosa per te?" sentì parlare, ormai quella che era la sua migliore amica. «No, Lili, voglio stare sola. Grazie» disse sottovoce per non farsi sentire dalla madre che era nella stanza accanto. Il pomeriggio dopo non vedendola uscire per giocare Vincenzo andò sotto casa sua e quando notò che sua madre stava andando via con la macchina per andare a lavoro, si avviò al campanello e suonò. Fleur appena lo vide dalla piccola telecamera dello schermo del citofono prese la cornetta del citofono e gli disse «Cosa vuoi Vincenzo?» «Puoi scendere? Volevo dirti una cosa» sospirò lui. Dopo 5 minuti che stava aspettando si era ormai arreso, stava per saltare il cancello e bussargli alla porta ed ecco che uscì Fleur. Parlarono tutto il pomeriggio sdraiati nel prato di casa della ragazza. Lui si scusò per averla spinta a terra e di avergli rovinato il suo vestito. Lei sentendo quelle parole e sapendo che non si era mai scusato con nessuno capì che era sincero e gli sorrise affettuosamente e con un'alzata di spalle disse che non era importante e che ne aveva centinaia di vestiti. Scherzarono tutto il giorno, raccontandosi tante storie. Da lì nacque una stupenda, una forte, un incantevole e una dolorosa amicizia che dura tutt'ora nel cuore della nostra ragazza. Passarono i giorni, i giorni diventarono mesi, e i mesi si trasformarono in anni. Vincenzo e Fleur erano inseparabili, facevano di tutto insieme. Quando sua madre scoprì che aveva un amico del genere andò su tutte le furie. «Vergognati! Le signorine come te non frequentano quella gentaccia! Metallari! Portano solo guai». Era il 2007 e Fleur e Vincenzo avevano rispettivamente 12 e 14 anni. In tre anni che lo aveva conosciuto lei era cambiata tantissimo, lui le aveva insegnato che doveva essere sé stessa, doveva trovare la sé stessa dentro di lei e farla uscire e lo doveva fare al più presto. Doveva smettere di essere la "signorina" che le diceva sempre sua madre. Doveva tirare fuori il carattere che aveva, come aveva fatto quel giorno quando lo schiaffeggiò. Doveva tentare nella vita. Doveva buttarsi a capo fitto nelle cose senza mai pensarci. Doveva crederci nelle cose che faceva e nelle cose che sognava. Doveva credere in sé stessa. Doveva smettere di farsi mettere i piedi in testa dalle persone. Doveva smettere di abbassare la testa difronte a chiunque. Doveva tirare fuori le palle. E doveva ascoltare di più quella voce dentro di lei, quell'opposto che era comparsa il giorno del suo sesto compleanno. Lei si confidò con lui un giorno e gli disse che dentro di lei esisteva questa vocina che si chiamava Lilith, o semplicemente Lili, e lui molto semplicemente gli disse «l'ho sempre pensato che eri deviata» e scoppiarono entrambi a ridere. Vince la faceva saltare dai muretti alti e come sempre tornava a casa con graffi e qualche volta anche con le caviglie slogate. Fleur aveva iniziato a portare i pantaloni, le magliette e le scarpe e dopo tanti urli da parte della madre ogni tanto riusciva a convincerla a fargli lasciare i vestiti nell'armadio. Era passata dal saltare i muretti ad entrare nella vecchia fornace abbandonata e pericolante vicino casa. «Se non rischi nella vita che gusto ci sarebbe?» gli diceva. Dovevate vedere i loro litigi. Quando litigavano venivano giù anche le montagne. Lui riusciva a tirare fuori la parte peggiore di lei e ne era contento. Da quando quel giorno l'aveva fatta cadere mentre giocavano e aveva creato quella crepa nella maschera che portava era riuscito a insinuarsi al suo interno, ogni giorno, sempre di più, e quando litigavano usciva la vera Fleur. Quella cattiva, quella vendicativa, la stronza che sapeva esistere dentro di lei e a cui voleva bene. Si dicevano di tutto, se ne dicevano di tutti i colori e maledicevano sempre il giorno che si erano incontrati, ma al termine di ogni litigio dopo che lei gli lanciava qualsiasi cosa avesse in mano e se ne andava via arrabbiata, dopo due ore esatte lui si presentava sotto casa sua senza chiedergli mai scusa. Si faceva sempre mezz'ora di strada a piedi per andare al supermercato a comprare gli orsetti gommosi e come sempre gli andava a suonare il campanello e si mettevano seduti in giardino a mangiare le caramelle gommose in silenzio e il giorno dopo era come se non fosse successo niente. Avevano camminato per ore intere tutte le volte che perdevano il pullman per tornare a casa dalle medie. Vince era bocciato diverse volte, non era bravo a scuola, non gli piaceva studiare. Al contrario Fleur era una secchiona e lui si stupiva sempre, per quanto ribelle era diventata ai suoi occhi, agli occhi della madre e di tutti gli altri, per quanto riuscisse a rispondere a tono alle persone, a scuola era bravissima, riusciva quasi sempre a prendere il massimo nei compiti e nelle interrogazioni. Era il 15 dicembre del 2007 e il tempo per tutto il pomeriggio era stato sereno, nel cielo era presente quel leggero sole invernale che era piacevole sentirlo sulla pelle in contrasto al freddo del mese. Vince e Fleur avevano deciso di cenare insieme a casa di lui e guardarsi un film, avevano optato per "Codice d'onore". Era stata una serata tranquilla, non erano sorti punti problemi, avevano sorriso e scherzato per tutto il tempo, erano entrambi felici o almeno era quello che credeva lei. Era buio e lui come sempre si preoccupava per lei così, anche se solo per duecento metri, decise di accompagnarla a casa per sicurezza. Una volta arrivati alle scale di casa di Fleur lui gli disse sorridendo «Grazie della compagnia eh!». «Tua madre che ore smette il turno all'ospedale?» chiese lei «Tra poco. Ci vediamo domani va bene?» «Ci vediamo domani» e con un dolce sorriso diede la buonanotte al suo amico e entrò in casa. Il giorno dopo non si videro, né quello successivo e nemmeno quello dopo ancora. Non si videro più. Non riuscirono più a parlarsi. Non riuscirono più a sorridersi e a scherzare insieme. Vince non c'era più. Non era svanito nel nulla, anche se forse era meglio. Vince era morto. Si era tolto la vita impiccandosi con la cintura all'armadio di camera sua. Quando Fleur lo seppe, non pianse, non disse niente, sul suo viso non si creò nessuna smorfia di dolore, di sorpresa o altro; sentì solo spezzarsi una parte del suo cuore. Non andò al funerale il giorno dopo, ma andò a scuola, come se fosse un giorno qualsiasi. Quel giorno iniziò a nevicare mentre lo portavano in chiesa e lui adorava la neve. Fleur non si scorderà mai di Vince, lo porterà sempre dentro di sé, si tatuerà perfino una frase in suo onore, ma non pronuncerà mai più il suo nome davanti a nessuno. Dopo la morte di Vincenzo, Fleur parlava sempre più spesso ad alta voce con Lili senza badare se qualcuno l'ascoltasse, non gli interessava più l'opinione altrui. Aveva smesso di rispondergli mentalmente come faceva quando aveva sei anni. Negli anni Giovanna, sua madre, si era preoccupata, ogni tanto sentiva sua figlia parlare da sola, era cambiata dopo aver conosciuto quel "Metallaro", come lo definiva lei, non indossava più i suoi vestiti e non si comportava più come una signorina, come le aveva insegnato. Alla fine quando sentì parlare per l'ennesima volta Fleur da sola prese seri provvedimenti. «Con chi parli?» gli domandò un giorno in finto tono gentile «Con Lili» rispose Fleur con tutta tranquillità. «Oh Fleur hai 13 anni. Sei grande per avere un'amichetta invisibile sai? » «Mamma, lei non è un'amica invisibile, lei esiste davvero è....» «Adesso basta!» scatto in piedi «Sei una signorina, e sei troppo grande per queste sciocchezze. Comportati da adulta!» detto ciò Giovanna andò in camera e non usci dalla stanza fino all'ora di cena, saltando completamente il pranzo e non lo preparò nemmeno a sua figlia, che si dovette arrangiare da sola con un panino. Il giorno dopo alle 10.30 Giovanna portò sua figlia difronte a un palazzo con grandi finestre di vetro. Il cielo quella mattina era nero e il suo colore veniva riflesso sui vetri del palazzo per cui non si vedeva niente all'interno del grattacielo. Arrivate al sesto piano furono accolte da una giovane ragazza che le accompagnò fino a una grande porta di legno. Quando la madre bussò, Fleur sentì provenire dal suo interno una voce di un uomo che gli diceva che potevano entrare. «Buongiorno Signora» disse lui rivolgendosi alla madre. Fleur lo stava osservando dal basso con il suo metro e cinquantacinque scarso. L'uomo aveva un accento straniero, forse inglese, era molto alto ed era anche giovane forse non arrivava nemmeno ai trentacinque anni, ed era vestito in modo elegante. Aveva i lineamenti del viso duri e ben definiti. Indossava un completo grigio fumo, una camicia bianca e la cravatta che si intonata al completo. Notò un piccolo dettaglio che forse, anzi, quasi sicuramente a sua madre gli era sfuggito, riuscì a notare che dal colletto della camicia spuntava un leggero disegno nero, forse era una parte di un tatuaggio. Era sicura che sua madre non lo avesse visto, non gli piacevano i tizi tatuati, diceva che chi aveva tatuaggi e piercing portavano solo guai. L'uomo aveva dei capelli corti completamente neri, come le piume di un corvo, una leggera barba che teneva curata e si notava perfettamente, ma quello che stupì Fleur furono i suoi occhi quando l'uomo abbasso lo sguardo verso di lei. Erano diversi. Erano completamente contrastanti. Il giorno e la notte. Aveva l'occhio destro dello stesso colore suo. Era di color buio che le persone potevano dire benissimo che era nero. L'occhio sinistro era di un azzurro chiaro, come quello del mare della Sardegna, limpido, senza impurità. Era incantata da quegli occhi. Eterocromia. Aveva letto qualcosa sull'enciclopedia che aveva in casa. Era una ragazza molto curiosa e amava leggere di tutto. L'uomo ovviamente si accorse che Fleur lo fissava negli occhi e si formo un piccolo sorriso sulle sue labbra carnose. Aveva fatto colpo su di lei, ma su chi non lo poteva fare? Un colore del genere di occhi non si poteva scordare così facilmente. Mentre l'uomo parlava con la madre Fleur iniziò a guardarsi intorno. Era decisamente un ufficio, pensò subito. Difronte a lei c'era un enorme scrivania in legno con molti quaderni tutti sparsi sopra "È un insegnante?" pensò. Dietro la scrivania c'era una poltrona di pelle e ancora dietro, una gigantesca libreria che prendeva tutta la parete, piena zeppa di libri, alcuni rovinati e altri nuovi. Curiosò ancora e notò che vicino a lei c'era un'altra poltrona e una specie di lettino dove potersi sdraiare e sul suo viso si formò un cipiglio. Era piccola, non stupida. Alla sua sinistra, sul muro c'erano appesi vari quadri. Assottigliò lo sguardo su uno di loro e riconobbe che erano delle lauree e attestati di merito, come quelli che teneva sua madre in sala. Fu svegliata dai suoi pensieri quando sentì chiudere la porta da dove era entrata e si accorse che era rimasta sola con l'uomo. Erano ancora entrambi in piedi l'uno difronte all'altra e si fissavano. Le labbra di Fleur formavano una linea dura, aveva 13 anni e le cose le capiva. «Ciao» disse lui sorridendogli «Salve, Signore» disse Fleur con gentilezza ed educazione. Poteva avere tutti i difetti del mondo, ma finché qualcuno non gli faceva qualcosa di male lei era educata e gentile. «Oh ti prego. Non chiamarmi Signore e non darmi del lei, mi fai sentire vecchio.» Disse sorridendo. Una volta seduti entrambi, sulle poltrone, l'unica cosa che li separava era la scrivania di legno. «Io sono Seth.» disse l'uomo presentandosi "il Dio del caos." Pensò Fleur «So che ti piace cercare il significato dei nomi» disse lui «Si» rispose fredda. «Hai un nome bellissimo sai?» disse Seth accavallando le gambe «immagino che tu sappia cosa vuol dire» «Ovviamente» rispose con quel tono saccente che aveva e si voltò continuando a guardare il muro. «Sei affetto da eterocromia» disse lei sviando dal discorso dai nomi. Sapeva benissimo cosa voleva dire il suo nome, ma sicuramente lui non lo avrebbe mai sentito dalle sue parole, aveva il suo nome e cognome, poteva cercarlo su internet e scoprirlo da solo, ma sapeva anche benissimo che lui si era accorto che voleva sviare dall'argomento del suo nome, in fondo era parte del suo lavoro. «Si, si nota eh?» domandò retorico lui Fleur aveva letto che in certe culture dei nativi Americani l'eterocromia era nominata come "occhi di spettro", ed era ritenuta dare al suo possessore una doppia vista, sia sull'aldilà che sulla terra, invece le culture pagane dell'Europa occidentale consideravano l'eterocromia un segno che l'occhio del neonato è stato strappato via da una strega, o almeno così aveva letto. L'uomo la fissava sorridendo, e Fleur si domandò cosa diamine stesse pensando "E' inquietante sai?" disse Lili nella sua testa "Io lo trovo bello" pensò sinceramente e sorridendo Fleur "E' bello quanto inquietante" «Allora...» iniziò a dire Fleur fissandolo dritto negli occhi «Lei cos'è? Uno psicologo?» «Sono uno psichiatra» disse lui aprendo un quaderno «Uno psichiatra, sono matta?» disse ironicamente «Credi di essere matta?» chiese lui «Matto era il Cappellaio in Alice» Lui sorrise a quella risposta, sapeva che Fleur non era matta, non aveva niente che non andava, piuttosto era la madre che aveva bisogno delle sedute dallo psichiatra, la figlia non aveva assolutamente niente, ma pensò che magari sfogarsi le poteva far bene. «Tua madre mi ha detto che parli da sola» disse «La tua invece dov'è?» domandò Fleur «A casa» disse lui Parlarono per 45 minuti, di tutto e di niente, alla fine lei gli disse quando nacque Lilith, di cosa parlavano durante il giorno. «Quindi cosa sarebbe?» chiese sicura di se «Hai presente Dottor Jekyll e Mr. Hyde?» Lei annuì sapendo benissimo di cosa stava parlando «Ecco, uguale. E' una sorta di sdoppiamento della personalità». Lei continuò a fissarlo, stava già immaginando che di giorno era Fleur e la sera era un'altra persona. «Ovviamente non ti trasformerai in un essere orripilante» disse il dottore facendo una risatina «Ma davvero? Non lo avrei mai detto» aveva 13 anni e non sapeva frenare la lingua «Fleur, ascoltami, è solo una voce» "E' solo una voce". Passarono anni, i primi mesi frequentava lo studio del dottore dal lunedì al venerdì, poi piano piano i giorni diminuirono fino a essere uno alla settimana, tutti i giovedì alle 17.30 aveva appuntamento nel suo ufficio. Era entrata al liceo e conobbe Laura e Serena, e insieme diventarono presto migliori amiche. Serena era una ragazza dolce, timida, molto permalosa e riservata. Aveva dei lineamenti dolci, gli occhi marroni e dei capelli di un castano chiaro che gli arrivavano a metà schiena, aveva un fisico stupendo, dopotutto era una pallavolista. Aveva delle labbra fini e un nasino, che come diceva lei, era a forma di "culo" perché al centro aveva una sottile linea che glielo divideva. Laura era la pettegola del gruppo, sapeva tutto di tutti, era informata su qualsiasi cosa di qualsiasi persona e a volte Fleur e Serena si domandavano se per caso non avesse messo telecamera nel loro paese e d'intorni. Diversamente dal fisico di Serena e Fleur, Laura era più rotonda, ma aveva quelle rotondità nei punti giusti. Aveva delle guance paffute, labbra carnose e degli occhi grandi color verde. Aveva i capelli che gli toccavano appena le spalle tinti di biondo, anche se in realtà il suo colore naturale sarebbe stato un color cioccolato. Le mani sempre ben curate e ogni tre settimane andava dall'estetista per rifarsi le unghie. Fleur aveva compiuto da qualche mese 15 anni e in quel periodo incontrò quello che sarebbe diventato il suo primo vero ragazzo. Raffaele non era il classico belloccio della scuola, ma era carino, e stupendo agli occhi della nostra protagonista. Capelli neri, corti dalle parti e lasciati più lunghi al centro, occhi marroni, un naso appunta e delle labbra comuni. Arrivava a sfiorare il metro e ottanta. Ad oggi è diventato un ragazzo bellissimo, con i muscoli nei punti giusti e come ogni ragazzo faceva e fa strage di cuori, aveva solo un orribile difetto. Un futuro avvocato, bello, con soldi e violento. Lei per Raffaele perse completamente la testa se ne innamorò perdutamente. Con lui fece tutte le sue prime esperienze, fece l'amore con lui, i primi viaggi di qualche giorno con i genitori, la prima volta che dormi con un ragazzo, ovviamente a insaputa della madre. Aveva donato così tanto il suo cuore in mano a lui che a volte non riusciva a capire cosa c'era di sbagliato in quella relazione. Perché sì, era sbagliata. Era il suo primo amore, credeva che il loro fosse vero amore, almeno, da parte sua lo era sicuramente. All'inizio erano come una qualsiasi coppia, era felice ed entusiasta e il sentimento che provava le sembrava anche ricambiato, ma la situazione cambiò molto velocemente. Dopo un anno di relazione iniziarono le brutte parole quando litigavano, la chiamava 'troia', le diceva che non valeva niente, ma poi come da copione tornava da lei e le diceva che tutte quelle cose non le pensava che erano parole dette solamente in un momento di rabbia, perché lo aveva ferito. Il dottore si era reso conto di qualcosa quando lei andava da lui e si sfogava, ma lei ci girava solo intorno al problema, non glielo aveva mai detto apertamente. Delle volte ci aveva provato a toglierle le parole e i fatti dalle sue labbra, con delle domande in cui erano presenti dei tranelli, ma Fleur era una ragazza intelligente e oltre a capire che cosa stava facendo il suo psichiatra, deviava il discorso su altro, come i problemi a scuola e con la madre troppo insistente. Rabbia. Questo era il problema di Raffaele. Era stato sempre un ragazzo intelligente, veniva da una famiglia di brave persone rispettate da tutti. Aveva ottimi voti al Liceo e tutti sapevano già che si sarebbe diplomato con il massimo. L'anno della maturità Raffaele aveva già ottenuto una borsa di studio per la Bocconi, una delle più famose università italiane per studiare legge. Aveva già un futuro scritto. La situazione è degenerata quando stavano insieme da quasi due anni. Durante una discussione Raffaele colpì Fleur sulla guancia con uno schiaffo, secco e duro. In quel momento per lei si bloccò il mondo, non sentì nemmeno il dolore che si espandeva silenzioso sulla guancia, non gli vennero nemmeno le lacrime agli occhi, fu come quando la mamma ti toglie il cerotto con uno strappo così veloce che tu non te ne accorgi nemmeno e quello schiaffo fu identico. Mai, mai avrebbe dovuto perdonarlo o capirlo. Sarebbe dovuta andarsene nello stesso momento in cui la mano era entrata in collisione con la sua faccia e invece... Nella loro relazione c'erano momenti molti belli, davvero bellissimi, la trattava come vorrebbe essere trattata ogni ragazza. La riempiva di complimenti e di attenzioni, faceva quei piccoli gesti che le ricordavano del perché lo amasse. Poi si ripeteva tutto come un film visto e rivisto fino a quando non le tirava dei pugni nei fianchi. Imparò molto velocemente a colpirla in posti che teneva sempre coperti per non far suscitare nella madre o nelle persone che la circondavano domande del perché poteva avere lividi sul volto. Lui tornava dopo poche ore con il cuore in mano e sulla sua faccia un'espressione veramente dispiaciuta e iniziava a scusarsi, dicendo che non lo aveva fatto apposta, ma che era stata lei a portarlo a fare quell'azione, perché lo aveva ferito, perché lo stava facendo star male e lei, come da copione, gli diceva sempre che stava bene. La situazione esplose poco prima del suo ventesimo compleanno quando Fleur lo scopri a letto con un'altra ragazza. Lui aveva lasciato la porta dietro casa aperta e lei era entrata tranquillamente e li aveva sentiti. Era delusa, arrabbiata, ferita, provava così tanti sentimenti nello stesso momento che non era in grado neanche lei stessa a distinguerli. Se ne andò via e nel primo pomeriggio gli inviò un messaggio domandandogli se potevano vedersi. Lo lasciò, gli spiegò il perché della sua decisione e lui come al solito si arrabbiò la trascinò a casa sua dove sapeva benissimo che erano soli. Quando chiuse la porta iniziò a schiaffeggiarla con forza, gli schiaffi se l'aspettava, ma il pugno che arrivò dopo no e cascò a terra. Picchiò la testa sul pavimento di marmo e un dolore lancinante si espanse dentro di lei, le tirò un calcio nelle costole, ma ormai non sentiva più niente. Era abituata a certe cose. Il peggio venne quando iniziò a sbottonarle i pantaloni e li calò insieme alle sue mutandine e con due dita entrò dentro di lei in modo rude, Fleur non si oppose, era peggio se cercava di scappare così lo lasciò fare. Quando finì la lasciò lì, da sola. Piano piano si alzò e andò a casa. A sua madre gli disse che era cascata e lei ci credete subito. Come fa una madre a non accorgersi che la propria figlia viene picchiata e peggio ancora. Un giorno in passato riuscì a sfogarsi con il suo dottore e lui aveva cercato di convincerla a denunciarlo, ma lei non lo fece, mai. Era arrivato il suo primo anno di università e iniziò a prendere i treni la mattina presto per andare via di casa, iniziò a seguire tutti i corsi extra che poteva per rimanere via dal suo paese il più a lungo possibile, per rimanere via da lui il più possibile, perché nonostante lei gli avesse detto che era tutto finito tra loro due lui si ostentava a seguirla. Quando chiedeva di lei a sua madre lei le diceva la verità che era l'università o che ero rimasta in aula studio per prepararsi a degli esami. Era fortunata in un senso, per sua madre lo studio veniva prima di tutto e quindi quando gli diceva che ritardava perché doveva preparare gli esami era contentissima. Giovanna era una donna molto all'antica e anche se era convinta che la purezza di sua figlia era sempre intatta non lasciava mai lei e Raffaele da soli in una stanza e non voleva che lui salisse in camera sua. La situazione andò avanti così per un paio di mesi poi smise di cercarla è finì il tutto. Si erano lasciati senza dirselo, solo scomparendo un po' alla volta. In questi anni Fleur era cresciuta bene, era diventata bellissima come le dicevano in molti, aveva una quarta di seno, la pancia piatta e un culo sodo e tondo. Aveva la fila di ragazzi che gli facevano la corte, ma non riusciva ancora a fidarsi di nessuno dopo Raffaele. Il suo comportamento era diventato quello di una sorte di "bulla", rispondeva male a tutti, tirava frecciatine a chiunque gli capitava. Si ricordò finalmente tutto quello che una volta il suo migliore amico gli disse e così fece. Era capitato un paio di volte che fosse finita in questura perché aveva picchiato una ragazza, ma nonostante questo i suoi voti all'università erano alti, era una delle migliori studentesse di psicologia di tutta l'università. Dopo mesi che tutti i giorni prendeva il treno per andare a lezione all'università una mattina fece amicizia con due ragazzi più grandi di lei. Tutto era iniziato perché uno di loro, Gabriel per la precisione, fece notare al suo migliore amico Alberto che la vecchietta accanto a loro si stava infilando le dita nel naso e successivamente in bocca. Una scena divertente, per Gabriel. Una scena disgustosa, per Alberto. Una scena tranquilla per chi aveva visto di peggio, per Fleur. Però la nostra Fleur non seppe trattenere una risatina a tale vista e tra un commento e l'altro i tre ragazzi fecero conoscenza, i giorni successivi sono serviti sempre di più per rinforzare tale conoscenza che poi si trasformò in amicizia. Fleur scopri che Gabriel era il solito donnaiolo. Aveva dei capelli castani scuri e portava un piercing alla lingua, aveva dei lineamenti ben definiti del viso, i suoi occhi verdi erano una calamita per le donne, aveva gli zigomi alti e come la nostra protagonista ogni volta che sorrideva gli si formava una fossetta sulla guancia sinistra, anziché due. Era molto più alto di Fleur superava il metro e novanta, mentre lei si era fermata al metro e sessantatré scarso. Aveva un fisico muscoloso, per gli anni di ginnastica artistica. Era un ragazzo irascibile, scontroso con tutti perfino con il suo migliore amico, ma faceva parte del suo carattere, ma sotto sotto era un bravo ragazzo, aveva 24 anni e voleva goderseli e basta. Per quello che si poteva vedere al di fuori non sembrava un ragazzo dedito allo studio, ma in realtà era molto intelligente e i voti degli esami alla facoltà di lettere lo dimostravano. Il problema nasceva quando un carattere come il suo andava a scontrarsi con la nostra Fleur, in quei casi volavano le pentole, e non sto scherzando, e come da rito Alberto usciva di casa per non beccarsi un mestolo dritto in fronte. Alberto era l'opposto di Gabriel. Era il più maturo dei tre. Un ragazzo molto socievole e rideva spesso. Aveva i capelli di un biondo scuro, corti, ma abbastanza lunghi da riuscire a prendere alcune ciocche e tirarle. Le punte erano tinte di un blu, ma che dopo tanti lavaggi si erano schiarite diventando un azzurro e da lì venne fuori il soprannome di "Puffo". Gli occhi erano di un marrone come la corteccia di un ulivo. Quando sorrideva si potevano notare le due palline di un blu scuro che spuntavano dal labbro superiore, aveva uno "smile" e portava qualche orecchino sull'orecchio sinistro. Alberto superava Gabriel di cinque centimetri buoni, sfiorava il metro e novantacinque e tutti potevano ammirare il suo fisico da nuotatore. Alberto abitava da ormai nove anni con sua nonna Vera, da quando aveva 15 anni, perché i suoi genitori lo buttarono fuori di casa quando gli confessò che era omosessuale. In quel periodo si stava frequentando con un certo Marco da qualche mese e ne era innamorato perso. Dopo mesi di su e giù con i treni ai tre amici venne l'idea di prendere un appartamento vicino alle loro università piuttosto che di farsi quasi due ore di treno al giorno per arrivare fin laggiù. Tutto questo portò Fleur ad andarsene di casa. Quando quella sera tornò a casa disse a sua madre ciò che aveva deciso. «Mamma sono arrivata» urlò Fleur dalla porta per farsi sentire «sono in cucina» disse Giovanna di rimando. Oltrepassò l'entrata e girò verso destra per recarsi in cucina. «Com'è andata oggi?» domandò la madre e Fleur alzò gli occhi al cielo. Non le è mai piaciuto che la gente le chiedesse come stava, oppure come le era andato un esame o la sua giornata e la madre lo sapeva benissimo che non doveva domandarlo, glielo disse anche un tempo il dottor Seth che la seguiva ormai da diversi anni, ma si ostinava ad agire di testa sua. «è andata in treno con i bimbi» rispose addentando una mela rossa e pensò "mm buona cazzo!" «Come sei spiritosa. I tuoi amici come stanno?» domandò la madre cercando di fare conversazione con sua figlia anche se la cosa la faceva ridere dato che non gli stavano molto simpatici i suoi amici; ma lei non voleva raccontargli i suoi fatti e non aveva la voglia di parlare, se non per chiedergli dell'appartamento. «Stanno tutti bene» rispose secca. «bene» disse Giovanna, ormai arresa all'idea di cercare di sapere di più sugli amici della figlia. «senti, a proposito dei bimbi...» iniziò Fleur introducendo l'argomento di prendere un appartamento vicino alle loro università «si?» si girò la madre verso la figlia guardandola nel viso e mettendosi le braccia incrociate sotto il seno. «diciamo che ci è venuta l'idea di andare a vivere tutti e tre insieme perché...» Giovanna alzò una mano e fermò subito la figlia dal continuare la frase, si schiarì la voce "ci siamo ora la vecchiaccia sclera" disse Lili. "ragazza... calma" pensò Fleur "non capisci un cazzo! questa ora sclera e mi farà venire un'emicrania" continuò Lili Sua madre alza gli occhi e punta su di lei uno sguardo assassino. «Mamm...» «Cosa diamine ti passa per la testa Fleur??» urlò lei quel giorno. Fleur chiuse gli occhi, premette due dita sul setto nasale per calmarsi e face un bel respiro. «mi spieghi cosa ti passa per quella testa? perché ti devi comportare in modo cosi immaturo? andare a vivere con due ragazzi in una casa da sola! ma cosa dico dei ragazzi, quelli sono dei teppisti, dei criminali! tutti colorati e bucherellati! che vergogna! provo pietà per i loro genitori che devono vederli in quella maniera tutti i giorni...» «mamma...» cercò di fermarla prima che esagerasse. «e tu? cosa vuoi fare? vivere con loro. Ovvio. Devi andare sempre conto corrente! ma dove sono finiti tutti i miei insegnamenti in questi anni è?» continuò ad urlare, se continuava ad urlare in quella maniera Fleur era convinta che gli sarebbe scoppiata la vena che aveva sul collo. «ho 20 anni...» «non mi interessa quanti anni hai, sei troppo piccola, finirai come loro, ti drogherai e finirai sotto un ponte. Si parla del tuo futuro! chi ti può mantenere? sarà una cosa umiliante per me quando in paese sapranno che mia figlia abita in un appartamento con dei teppisti!» «adesso basta» disse Fleur con tono calmo ma duro. Si alzò e battendo un pugno sul tavolo di legno e sentì scricchiolare qualcosa, molto probabilmente la sua mano, ma non gli interessa, era successo talmente tante volte che era abituata al dolore, anzi, ormai non lo sentiva più. «hai ragione ne va del mio futuro, hai detto bene. Il MIO futuro, non il tuo, ho 20 anni voglio iniziare ad essere un minimo indipendente, sono i miei amici, ci passo sei giorni su sette quasi 24 ore insieme so chi sono, e so con chi vado ad abitare. Sono abbastanza grande da prendermi questa responsabilità. Non ce la facciamo più a tenere questi ritmi con i treni e i pullman, se siamo fortunati dormiamo 5/6 ore a notte, non sappiamo mai quando studiare perché non ci siamo mai a casa se non per dormire. Quindi abbiamo pensato di facilitarci il tutto prendendo un appartamento vicino all'università. Nemmeno lo compriamo, è di proprietà del padre di Gabriel e ce l'ha donato molto volentieri, dovremmo pagare solo le bollette e fare la spesa, siamo in tre e i ragazzi lavorano già e io posso dare una mano in casa e/o trovarmi un lavoretto part-time. Credi sia immatura per affrontare questo? sono troppo piccola? quando lo potrò fare allora? eh? è uno sbaglio ciò che sto facendo? non ne ho idea, ma voglio scoprirlo da sola» Detto ciò Fleur si girò e salì le scale che portavano alla sua camera, aprì la porta e si chiuse dentro come faceva sempre. Sfilò il telefono dalla tasca posteriore dei suoi attillati jeans bianchi e scrisse un messaggio. Fleur: Puoi venire a prendermi per favore? 18.45 Nel mentre che stava aspettando una risposta dal suo amico tirò giù dall'armadio le sue due valigie, le aprì e iniziò a mettere al loro interno tutte le maglie e felpe che possedeva. Aprì i cassetti e tiro fuori jeans, tute, pantaloncini e infilò tutto in valigia; tutta la sua biancheria intima, i suoi giacchetti. Aprì lo zaino e inserì tutti i suoi libri e quaderni. Prese tutto l'occorrente e le cose a lei care. Si inginocchiò difronte al piccolo divano che aveva in camera per prendere tutti quei risparmi che aveva racimolato tra paghette, feste e compleanni, "sono quasi 5 mila euro mi basteranno per un po'" pensò. Era passata mezz'ora da quando aveva scritto ad Alberto e di lui ancora nessuna traccia. Quando prese il telefono per chiamarlo, arrivò un suo messaggio. Alberto: Sono giù. 19.18 Fleur: Arrivo! 19.19 Uscì da camera sua le valigie e zaino in spalla e si avviò giù per le scale dritta verso la porta d'uscita. «dove pensi di andare??» urlò la madre «mi pare di averlo già detto. Non mi piace ripetere le cose due volte, lo sai.» la guardò. Fissò i suoi occhi su di lei e la madre fece un passo indietro come se fosse impaurita «se esci da quella porta non credere di poter tornare!» l'avverti minacciandola. «Allora puoi stare tranquilla» e detto questo chiuse la porta alle sue spalle. Una volta uscita da casa fece un respiro profondo e si sentì finalmente libera. Davanti a lei c'era l'Audi a3 bianca di Alberto. Il ragazzo scese dalla macchina e aiutò la sua amica a caricare i bagagli che aveva. Una volta saliti entrambi e partiti, Fleur volse lo sguardo verso il suo amico e sussurrò solo un «grazie». Alberto con tutta confidenza appoggiò una mano sulla coscia di Fleur e la lisciò con tenerezza dicendole semplicemente. «tranquilla pastrocchia, adesso ci pensiamo noi a te» facendole un sorriso a 32 denti. Da quel giorno la vita di Fleur sarebbe cambiata, sarebbe andata a vivere con i suoi due migliori amici in un appartamento in una città nuova, ed era curiosa ed eccitata per questa nuova esperienza. Non vedeva l'ora di scoprirlo. Era ricapitato di dover stare un paio di giorni tutti e tre insieme soprattutto se avevano esami importanti da dare e ogni volta che lei usciva per andare a comprare qualcosa, quando tornava a casa del suo amico i ragazzi avevano rotto sempre qualcosa. A volte aveva la paura che potessero dare fuoco a qualcosa, oppure non trovare più la casa. «che ne dici?» chiese Albe richiamando Fleur dai suoi pensieri. «Come scusa?» lo fissò domandandosi di cosa stava parlando. «un po' di tempo fa mi dicesti che volevi farti un piercing e un tatuaggio dedicato al tuo amico, volevo sapere se ti andava bene se ci passiamo ora in negozio» la informò. Vincenzo. Le si formò una smorfia di dolore sul viso. Erano 8 anni era morto. Il suo migliore amico. Non voleva mai pensarci, non le piaceva rievocare quel ricordo. Però le mancava, tantissimo, così tanto che a volte era faticoso persino respirare. Le mancavano i suoi capelli riccioluti e rossi lunghi fino alla spalla, le mancavano la sua voce mentre cantava le canzoni dei Metallica, le mancava guardarlo suonare la chitarra, le mancava perfino litigarci. Ma non poteva piangere, lui non avrebbe mai voluto, le aveva insegnato ad essere forte e di non abbattersi mai per nulla. "No Fleur! devi essere forte" ricacciò indietro le lacrime, fece un bel sospiro e guardo il suo amico «Ma sì, andiamo a fare questa pazzia!» disse sorridendo e lui sorridendole si diresse verso lo studio del suo tatuatore di fiducia
  5. CelesteOrla

    OLTRE IL LIMITE - Principio

    Vi racconterò una storia. La storia di una ragazza che per fortuna o per sfortuna esiste veramente. È inutile cercare di conoscerla fino in fondo, è inutile imparare a conviverci, perché non è affatto una passeggiata, ed è ancora più inutile cercare di capirla. Capire i suoi atteggiamenti, capire determinate scelte che faceva e che fa nella sua vita, è tutto inutile, come ti immagini che faccia una determinata azione, lei all'ultimo farà tutt'altro. Ma adesso veniamo a noi e da qui inizia la nostra storia. P.s Conversazioni e vicende raccontate e descritte sono realmente accadute.
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