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Freedom Writer

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    Pisa, Italia
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    Scrittura, lettura, fotografia, lingue, storia, cultura generale, geopolitica, giornalismo.

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  1. Freedom Writer

    [N20-1] Presto scoppierà un temporale

    Ciao @Komorebi, ho finito adesso di leggere il tuo racconto e volevo lasciarti un commento flash. Inizialmente non credevo mi avrebbe preso, perché non amo la narrazione introspettiva. Invece non è stato così. Mi è piaciuto molto e non ho particolari appunti da fare; magari potrei indagare più attentamente, ma il sonno sta per avere la meglio. Un bel racconto! A presto, FW
  2. Freedom Writer

    [N20-1] Gelino Ganega e la sete nel mondo

    Buonasera @Poeta Zaza, grazie per aver commentato. Sono molto contento che il racconto ti sia piaciuto. In genere do sempre ai miei personaggi bambini la facoltà di parlare come gli adulti (puoi leggere anche "Per il babbo era solo il capitalismo", che ho pubblicato all'incirca un anno fa). È molto comune nei miei racconti anche l'utilizzo di forme dialettali come quelle che tu puntualmente hai notato (il bensì a far le veci di meno male), provenienti in maggior parte dal dialetto toscano. Grazie per tutti questi suggerimenti che ho trovato molto pertinenti. Grazie in generale per l'attenzione che mi hai rivolto; aspetto un tuo feedback relativo a qualche altro mio racconto! A presto, FW
  3. Freedom Writer

    [N20-1] Gelino Ganega e la sete nel mondo

    Traccia: Una grande avventura Il vostro protagonista (o i vostri se, ad esempio, saranno due fratelli, una coppia di coniugi ecc.) sarà coinvolto in una "grande avventura". L'avventura potrà essere oggettivamente grande (es. un rappresentante di commercio scambiato per una spia internazionale) oppure potrà esserlo in ragione dell'età o delle condizioni personali del soggetto interessato. Il protagonista potrà essere uomo o donna, adulto o bambino, ma dovrà comunque trattarsi di una persona comune; non dovrà avere capacità o poteri sovrumani (niente supereroi, per intenderci). Gelino Ganega era un uomo di sette anni. Che ci si riferisca a un settenne chiamandolo uomo, verrà naturale indovinarne il motivo man mano che si racconta. Per adesso ci basta sapere che Gelino stava guardando in tralice la maestra, mentre questa raccontava dei circa due terzi della gente del mondo che muore di fame e di sete, soprattutto di sete. E come, si domandava Gelino, con tutto quel che il babbo dice che si spende per il contatore dell’acqua, ora viene fuori che c’è gente che in tutto un intero continente di acqua non ce n’ha per nulla? Sicché domandò alla maestra, che intanto aveva detto che il continente messo peggio di tutti era l’Africa: - Maestra! E noi che ci s’ha l’acqua, che si fa per quelli dell’Africa? Lei lo smicciò torva. Se una domanda di quel tipo la pone un bambino bisogna rispondergli seriamente; ma che risposta dare? - Si fanno le missioni umanitarie. - E cioè? - Si va in Africa e si costruiscono le scuole. - Per la sete? - Quello della sete temo sia un problema complesso, caro Gelino. Ma il caro Gelino non ci dormì la notte col pensiero degli africani che avevano sete. Per risolvere il problema in tutto il mondo bisognava iniziare quantomeno (pensò proprio a questa parola) da loro. E allora gli venne in mente, nottetempo, un’idea malsana, di quelle che vengono solo ai bimbetti nottetempo; di quelle idee che però si dicono malsane solo fin quando non si scoprono essere geniali. Tanto valeva muoversi subito, come diceva sempre il babbo, che infatti ora era di là che si muoveva insieme a mamma. Loro si muovevano sempre. Prese il cappellino da spedizione Route Denver e se lo infilò, poi afferrò lo zainetto Andy Pack e vi ripose i risparmi di una vita, il procione Benny e una cartina dell’Italia strappata dal libro di geografia. Prelevò qualche cosa di cibo confezionato, lasciò un biglietto al babbo e alla mamma e poi prese la via della porta. Siccome il babbo viaggiava sempre e al ritorno ne parlava con la mamma, Gelino aveva carpito tutto quel che gli serviva sapere per muoversi da solo in un contesto come quello. Quindi arrivò facilmente alla stazione. Sul treno lo fermò il controllore: - Di’, dove sono i tuoi genitori? - Nell’altra carrozza, ma a me mi garba stare qui perché lì mi ci viene da ributtare. - E ce l’hanno loro il tuo biglietto? - E bensì che sei controllore!, fece Gelino tutto risentito, io son bimbetto e il biglietto non lo pago! Il controllore si fece una risata e lasciò perdere la questione. L’Italia non è un paese poi tanto serio, che i controllori vanno a controllare se i genitori ci sono per davvero nell’altra carrozza. Ogni tanto Gelino tirava fuori la cartina e ci dava un’occhiata; secondo i suoi calcoli bisognava andare ancora in giù, verso quell’appezzamento di terra grosso come una casa, che ricordava vagamente un triangolo. Dicevano che di tutte le regioni fosse la più grande, ma secondo Gelino si sbagliavano: l’Italia, per lui, era più grossa. E dalla cartina si vedeva anche bene. Non c’era da stupirsi se gente che non sapeva distinguere un pezzo di terra più grande da uno più piccolo non era in grado di risolvere il problema della sete degli africani e del mondo. È naturale che non ci riescano! Poi fu il momento di scendere, e un cartello grande come un tir diceva: Benvenuti a Villa San Giovanni. Da qui potete pigliare la nave o ve la potete fare a nuoto. Ma se ci date i soldi del biglietto è meglio perché così non si licenza la Pina. E Gelino preferì pagare il biglietto, perché Pina non gli aveva fatto niente. Parecchia gente però si tuffava a delfino. La traversata fu breve, e una volta a Messina Gelino si adoperò subito nel trovare chi fosse disposto ad aiutarlo nella messa in atto del suo piano; designò un vecchio pescatore. - Salve, io devo andare qui!, disse, e mostrò un punto sulla carta che aveva strappato dal libro di geografia. - Marsala, eh?, fece l’altro. Non è dietro l’angolo. - Sì, ma io ci devo andare lo stesso. Mi ci porterebbe lei? In cambio le posso dare il mio procione!, e glielo porse. Il pescatore non poté fare a meno di constatare quanto Gelino fosse determinato, proprio come un piccolo commerciante, col visuccio contratto nello sforzo di chi stia per affrontare una lunga e importante trattativa. Il pescatore si rigirò il peluche fra le mani, fingendo di indagarne la validità. - Si chiama Benny, ed è un buon procione, incalzò Gelino nel tentativo di condurre in porto l’affare, secondo me ci starebbe bene lì vicino al timone. Le farebbe compagnia. L’uomo a un certo punto smise di fingere, perché se il piccolo personaggio cui si trovava davanti aveva così a cuore di fare quella traversata, voleva pur dire che si trattava di qualcosa di importante. - Ma di’, domandò a un certo punto, che ci vai a fare a Marsala? - Una cosa che nessuno vuole fare, disse Gelino scrollando le spalle. - Ma i tuoi genitori lo sanno? - Lo sapranno. Proprio in quel momento il babbo e la mamma avevano constatato l’assenza del figlioletto e, preoccupatissimi come solo due genitori cui venga meno la presenza di un figlio, si erano precipitati verso il telefono dabbasso. Ma Gelino era proprio lì che aveva lasciato il suo biglietto, che i due avevano letto di tutta foga: Non vi preoccupate. Io sto andando a portare l’acqua agli africani, dato che nessuno lo vuol fare. Tranquillo babbo per il contatore, la paghiamo un po’ per uno l’acqua. Io c’ho quindici euro, e la mia parte la faccio. A Marsala Gelino salutò il pescatore, che tuttavia non volle saperne di abbandonarlo. Benny, da sopra il timone, guardava intanto verso l’orizzonte. - Allora, cos’è che devi fare? Gelino, di fronte alla cocciutaggine dell’uomo, demorse e gli raccontò il suo piano, confessando a braccia aperte che non sapeva come fare materialmente (e usò proprio questa parola). Ma Ciarlenio, il vecchio pescatore, aveva girato in lungo e in largo il Mediterraneo e conosceva tutti quelli che c’erano da conoscere. Così gli era bastato scendere a terra perché ognuno facesse del suo meglio per dargli una mano, a lui o a chi per lui. In breve l’intera Marsala e i territori vicini si erano attivati per il vecchio Ciarlenio, incalzati da Gelino che intanto dirigeva i lavori, sempre con quella sua espressione impegnata in volto. In quattro e quattr’otto la notizia di questa strana coppia che aveva smosso il popolo e il paese si era diffusa in tutta la Sicilia, in continente e anche da qualche parte verso oltralpe, cosicché cominciarono ad arrivare aiuti da ogni dove; persino da parte della mafia, che per una volta smise di essere cattiva, sotto la severa redarguizione di Gelino, che le impose di non lucrare sulla faccenda. - Va bene, dissero i mafiosi, ma solo per stavolta! Saliti sulla chiatta, Gelino e Ciarlenio partirono alla volta del continente più assetato del mondo e attraccarono a Capo Bon, la punta più estrema del Golfo di Tunisi. Lì Gelino, che sapeva trattare assai diligentemente, prese contatti con le autorità continentali perché a decorrere da subito cessassero tutte le guerre, almeno finché non si fossero installati i dispositivi. Come queste assentirono, Gelino diede il via e mille e più barche attraccarono e cominciarono a svoltolare tubi di gomma a non finire, tanto lunghi da non poter dire dove cominciassero e dove finissero, ma il cui principio era certo a capo di una fontana. Più si veniva a conoscenza di quel che stava avvenendo e più gente accorreva ad aiutare come poteva, tutto sempre sotto la direzione di Gelino, il cui viso era sempre in perenne contrazione dallo sforzo. Alla fine ce la fecero. In capo a qualche giorno non un villaggio era rimasto senz’acqua. Certo, in ogni dove c’erano tubi, e gli ingegneri, i politici e i grandi dotti già dicevano che si sarebbe potuto fare di meglio. Ma Gelino, risentito, rispose: se sapete che si poteva fare di meglio allora sapevate anche che l’acqua in Africa ci si poteva portare, e com’è che non ci avete pensato voi?
  4. Freedom Writer

    Vento, mare, fontane e Danevio che aveva paura di morire.

    Ciao @m.q.s., grazie per essere passato. Sono contento che tu abbia letto gli ultimi miei due racconti, che sono molto diversi tra loro per forma, stile e contenuto. Grazie per i suggerimenti e, specialmente, per aver notato che sia le ripetizioni chi la costruzione sintattica assolvono a una decisa resa stilistica che, debbo ormai dire, mi è connotante. Quindi sì, mi sei stato utile, come in altre occasioni, ma al di là del limite dell'utilitario mi ha fatto piacere leggere il tuo commento. A presto! Ciao @Adelaide J. Pellitteri, grazie anche a te per essere passata e aver commentato. Sono molto felice che il racconto sia stato di tuo gradimento e mi fa piacere che abbia colto molto di ciò che nel testo avevo a cuore venisse colto. La prosa, che tu prontamente definisci strampalata, lo è davvero, e questo aggettivo mi piace proprio. Non è infatti detto che una prosa inusuale, ironica, cadenzata, cantilenante, non possa esprimere concetti più seri. Sì, Gianetto è senza dubbio il personaggio più sfortunato della storia, e mi dispiace molto per lui. Mi è nato così fra le mani e non avrei voluto dargli quella disgrazia, ma chi scrive (passami il termine) è usualmente anche un po' stronzo, perciò la sua morte è stata più cruda. Però, in compenso, dato che la sofferenza ha un forte potere demiurgico, ho voluto che parlasse. Grazie ancora! A presto, Ciao @Kasimiro, grazie per essere passato ed esserti fermato a commentare. Wow, non ti nascondo di aver copiato e incollato la tua recensione, se non altro per il fatto di esserti fermato ad analizzare il mio testo in maniera così minuziosa e precisa. Ovviamente sono contento che il mio stile ti affascini, ma sono ancora più contento del fatto che il mio testo ti abbia lasciato qualcosa. Come hai puntualmente notato, il mio stile è caratterizzato da una apparente inutilità di alcune delle costruzioni sintattiche e dalla paradossalità delle vicende narrate, cosa che spesso può disorientare e convincere il lettore di star leggendo un prodotto di scarso valore perché ritenuto poco serio. Come hai giustamente notato, gli argomenti che tratto sono tutt'altro che faceti, ed è proprio questo che sadicamente mi attrae: il raccontare qualcosa di terribile, straniante da quanto è terribile, in un modo che terribile non lo è affatto. Il che, ovviamente, non produce nel sentire del lettore la sensazione che produrrebbe una prosa atta a far gravare su di lui il peso della tragedia, tutt'altro. Naturalmente non è un processo del tutto cosciente e molto di ciò che hai espresso nella tua recensione mi ha portato ad analizzare il mio stesso testo perché la spiegazione da te fornita era plausibilissima, ma io non ci avevo pensato. Quindi grazie per questa minuziosa e brillante analisi; credo che tu sia portato per il fantastico, dato il modo in cui lo interpreti. A presto! Ciao @Poldo, Ti ringrazio per essere passato e per aver lasciato questo bel commento flash. A presto! Ciao @Edu, grazie per essere passato e per esserti soffermato a commentare! Sono molto contento che anche questo racconto ti sia piaciuto e sono lusingato per il fatto di averti come fan. E' molto bello sentirselo dire. Ti ringrazio per i preziosi suggerimenti che, come sempre e puntualmente, ti prodighi di darmi. Molto bella la considerazione che hai espresso in chiosa: la sensazione di essersi salvati senza gran merito, laddove altri hanno soccombuto. E' vero, questa sensazione accompagna in fondo un po' tutti, ma cosa deve fare un povero essere umano che, in fondo, non è altro che un povero essere umano in balia del sentire e dell'agire che gli sono dati dalla natura? Può approdare su una riva, farsi largo tra la folla, e vivere per quel che gli rimane. Forse dimenticherà, forse conserverà il ricordo. Poi mi fai pensare a un argomento molto più importante: la sindrome del sopravvissuto, che ha colpito numerosi superstiti dei lager nazisti, e che consisteva in un tremendo senso di colpa per essere, appunto, sopravvissuti senza merito, laddove milioni di altre persone avevano drammaticamente perso la vita. Mi hai fatto pensare Edu, e ti ringrazio molto anche per questo. Spero di leggerti presto. Grazie a tutti e scusate per il ritardo nel rispondere! FW
  5. Freedom Writer

    Il Dio interiore emerge per i pori della pelle

    Ciao @m.q.s., e grazie per essere passato. Mi scuso per il ritardo con cui ti rispondo, ma tra il lavoro e i vari impegni non sono riuscito più a scrivere, né a commentare. Le tue considerazioni hanno un risvolto assolutamente inaspettato, e adesso vado a spiegarti il perché: tutti gli estratti che hai quotato e che non hai compreso o per i quali hai suggerito delle migliorie non li ho scritti io, bensì fanno parte dell'incipit scritto dallo scrittore partenopeo Maurizio De Giovanni. Viceversa, tutti quelli per cui ti sei complimentato sono scritti di mano mia. Ora, comprenderai che questo mi lusinga, ma non solo; mi fa anche pensare che tra l'incipit e il suo sviluppo c'è effettivamente una linea di demarcazione percepibile. Grazie per l'attenzione e per le belle cose che hai scritto. Ciao @Almissima, ti ringrazio per aver letto, commentato e, specialmente, per esserti espressa in termini tanto entusiastici. Vado a tentare di risolvere i tuoi dubbi: la transessualità può essere diagnosticata assai precocemente, tramite un percorso di indagine psicologica. Fino a non molti anni fa non era pressoché possibile indovinare questa condizione per vari fattori: stigma sociale, la non accettazione in famiglia, il fatto che corpo e mente fossero visti come un unico indivisibile e non si comprendesse minimamente la condizione provocata dalla disforia di genere. Oggi, fortunatamente, non è più così, quantomeno nella maggior parte dei casi; se, infatti, la scienza ha compiuto passi da gigante in tale ambito, con il riconoscimento della disforia di genere tra le condizioni patologiche della psiche, in società continuano a persistere lo stigma sociale e la discriminazione. Per una persona transessuale o ex transessuale (dato che dal momento in cui l'intervento di riassegnazione di genere ha avuto luogo si parla di uomo o donna e non più di transessuale) è difficile l'inserimento nel mondo del lavoro ecc. Attenzione quando si parla di scelta. Una persona transessuale non sceglie di cambiare sesso biologico, ma è costretta a farlo perché la condizione derivante, appunto, dalla disforia tra il suo genere reale e il sesso biologico diventa letteralmente intollerabile, in certi casi incompatibile con la vita (The Danish Girl, sia il libro che il film, spiegano abbastanza bene questo stato). In sostanza: se una persona nasce biologicamente uomo, ma il suo genere è femminile, la discrepanza tra la sua vera identità di genere e ciò che rappresenta invece la sua fisionomia è il catalizzatore di una sofferenza insormontabile, che in non pochi casi può condurre al suicidio. Idem per quanto riguarda il vestiario. Una persona transessuale non sceglie di indossare quei vestiti per ribellione contro qualcosa, ma per totale e incondizionata coerenza tra quello che è il suo genere di appartenenza e il modo in cui la società è solita rappresentare quel genere: semplicemente, se la società occidentale è abituata a vedere una donna con la gonna o il tailleur, la persona transessuale di sesso biologico maschile (il cui genere però è femminile) si vestirà con quei determinati abiti per esprimere la propria identità. Per questo è importante anche fare attenzione alla scelta dell'articolo. Una persona transessuale di sesso biologico maschile, ma di genere femminile, non sarà IL transessuale, ma LA transessuale. Magari ti ho spiegato cose di cui eri già a conoscenza, e nel caso mi scuso. Spero, ad ogni modo, che queste informazioni possano esserti utili. La tua frase, comunque, è assolutamente vera: Il mio personaggio alla fine sceglie la vita. A presto, e grazie ancora! E scusa per il ritardo nel risponderti. Ciao @Alba360, grazie per essere passata e scusa per il ritardo nel rispondere. La prima parte che hai quotato non è mia, ma è parte dell'incipit scritto da Maurizio De Giovanni. Per il resto, ti ringrazio molto per tutti i suggerimenti che mi hai dato a scapito del tuo tempo. Sono contento che infine, nel complesso ti sia piaciuto. C'è però un'interpretazione errata, il racconto tratta della transessualità e non dell'omosessualità. Forse è per questo che non sei riuscita a cogliere alcuni passi, oltre al fatto che il mio modo di scrivere è spesso reso (consapevolmente) sintatticamente complesso. Il professore è ignaro perché nel momento in cui chiama per l'esame il candidato il nome è maschile, ma chi si alza è una donna. In università durante le lezioni i docenti è raro che conoscano chi tu sia e come ti chiami, e lo scoprono solo durante gli appelli. Immagina il sentire di questa persona che non ha scelto di indossare abiti femminili per ribellione, ma perché di fatto è una donna, e che tuttavia, di fronte a un'intera aula, viene chiamata con il nome maschile (quindi corrispondente al suo sesso biologico e non alla sua identità di genere). Anche per il docente, dato il modo in cui è organizzata la nostra società, anche in termini di pensiero e di accettazione di una realtà altra, non deve essere una situazione particolarmente agevole, ma nulla a che vedere con quello che può provare una persona come Gioacchino. Spero di aver chiarito il tuo dubbio! Grazie ancora e a rileggerci. Grazie a tutti! FW
  6. Freedom Writer

    Padre Vostro

    Ciao @danfit, ho appena concluso la lettura del tuo racconto e adesso vengi alle mie impressioni. Inizierò, come di consueto, con un parere generale in riferimento alla prima lettura; in secondo luogo andrò a indicare, laddove ve ne saranno, eventuali segnalazioni e in ultimo darò un giudizio finale. A primo impatto il testo si presenta ottimamente, è fruibile, scorrevole, scritto in modo semplice e comprensibile. Cosa importante, non affatto scontata, è l'attenzione che hai rivolto nella scelta dei tags, cosicché il lettore potesse venir orientato. Ho trovato l'impaginazione adeguata al contesto. Ho apprezzato la scelta del tema, così come del titolo, di cui si comprende il significato nel momento stesso in cui è in corso la lettura e in particolare nel finale, con la protagonista che esordisce in un: "a voi e a tutta la razza vostra!". Molto caratteristica la protagonista che, forse per via della nostra tradizione, non è difficile immaginare. Vado a contare i peli sul dorso degli acari: Scritto molto bene. Un inizio degno di un racconto come questo, con una punteggiatura adeguata e un giusto equilibrio tra la narrazione e le pause. Ecco, questo lo avrei unito al periodo precedente. In genere, nel momento in cui si vede uno stacco del genere, ci si immagina che cambi totalmente la situazione; invece tu narri di un unico contesto. Un grande pregio del tuo racconto è il modo in cui rende possibile immaginare la scena come in una sequela di immagini, come se fossero una sequenza cinematografica. Mi piace molto. Come ti ho indicato, toglierei il poi. Forse proverei a trovare qualcosa in sostituzione di tenere il passo, perché, anche se è un'espressione di uso comune che fa capire a cosa ti stia riferendo, appartiene al campo semantico del camminare, il che stride un po' con il contesto. Forse userei qualcosa tipo scandire il ritmo. Insomma, è una sciocchezza, ma magari può esserti utile. Questo dialogo è condotto davvero bene, con una bella serie di botta e risposta. Rosa deve ritenere davvero importante queste modifiche, il che, a dire il vero, aprirebbe tutta un'altra serie di considerazioni (che il tuo racconto è stato in grado di innescare), che non è il caso di enucleare qui e adesso. Brav*. Solo quel "io non devo soldi a nessuno!", mi ha disorientato per un attimo. Rosa dovrebbe avere dei creditori e al massimo, secondo la preghiera, dovrebbe avere un debito nei confronti del Padreterno. Per cui non mi spiego molto bene questa frase. Fortemente ironico, specialmente se immaginando la caparbietà di una signora come Rosa, così attaccata a determinati principi e probabilmente abituata a far quadrare i propri conti. Nessuna discussione, Rosa ha conquistato la sua ragione e non è più il caso di parlare. Davvero, riesco a immaginarla persino nella gestualità. Il parroco terrorizzato è una bella immagine, sai perché? Non so se fosse o meno voluto, ma in genere, stando anche agli studi della psicologia di massa, la costituzione organica del gruppo prevede che il leader sia una figura forte, vigorosa, in grado di guidare l'intero gruppo e fungere da esempio. Questo parroco senza dubbio lo sarà, ma non in questo momento, in cui si verifica una temporanea inversione di ruoli. Finale azzeccato. Confermo quanto aveva suggerito la prima lettura, il tuo racconto è una bella commistione di ironia e tradizione. L'ho trovato molto equilibrato e, in effetti, non cambierei nulla, se non quelle sciocchezzuole che ti ho indicato. Mi complimento per l'attenzione prestata all'ortografia, alla sintassi, e alla scelta dei lessemi. Per quel che mi riguarda, è ciò a cui presto particolarmente attenzione; detesto leggere qualcosa in cui si presentino svariati refusi, o poca attenzione alla costruzione grammaticale. Il tuo testo l'ho trovato molto adeguato anche nella posizione dei segni di interpunzione. Il mio giudizio finale è positivo, ottimo raccontino; non certo impegnativo, ma davvero un ottimo racconto. Complimenti. A presto, FW
  7. Freedom Writer

    Il Dio interiore emerge per i pori della pelle

    Ciao Monica, vorrei taggarti, ma dallo smartphone non riesco a farlo e inoltre ci sono moltissime utenti col tuo nome. Ti ringrazio molto per esserti fermata e per aver analizzato il mio testo. Intendo, con questo messaggio, tentare di risolvere qualche tuo rovello. - Il testo non parla in di ermafroditismo, bensì di transessualità. Ho tentato di far emergere questa condizione da alcuni tratti come il seguente: E ancora, come il successivo: L'orsacchiotto rosa ho voluto far sì che fosse un po' il filo conduttore del tema, cioè del processo di transizione M to F (male to female). - Per rispondere all'altro tuo dubbio, la disforia di genere può essere rilevata sin dai primi anni di vita, ma esistono casi in cui questo avviene soltanto nell'età adulta. - All'ospedale Gioacchino non va a trovare la madre, ma a sottoporsi finalmente all'intervento di riassegnazione di genere. - Le rotelle sono presumibilmente di un trolley, o almeno così ho pensato; quell'estratto è parte dell'incipit. Controllerò il testo perché devo capire se è la sua struttura a rendere difficile la comprensione del tema. Grazie ancora per essere passata! A rileggerci, FW
  8. Freedom Writer

    Il Dio interiore emerge per i pori della pelle

    Commento Racconto scritto su incipit di Maurizio De Giovanni, che costituisce il primo capoverso. Dedicato a una grande donna, la più grande delle donne. A colei che mi ha insegnato il valore dell'accettazione. A una piccola crisalide evoluta in farfalla. A Giulietta, e al modo in cui mi ha reso un uomo migliore. Affrontò l’ultima parte della leggera salita a occhi bassi, ascoltando il rumore delle rotelle sulla ghiaia. Faceva caldo, e d’altra parte c’era da aspettarselo. Sentì un rivolo di sudore lungo la schiena e provò il tipico disagio di chi non avrebbe potuto mettersi sotto una doccia fino a sera. Il viaggio, pensò. Un lungo viaggio, portando un sacco di cose con sé. Non indumenti e scarpe. Non guide turistiche, o libri da leggere. Il carico era quello dei ricordi, e delle speranze. I ricordi di quello che aveva fatto, che era successo; le speranze, quelle che riponeva nello sguardo e nell’espressione di chi avrebbe incontrato al suo arrivo. Sospirò, e svoltò l’angolo del viale. Gioacchino Gavetta sapeva perfettamente cosa lo aveva guidato in quel posto. Bardy, l’orsacchiotto rosa che diversi anni prima era capitolato sotto le fauci affilate della forbice materna, avrebbe guardato con sincera riconoscenza alla direzione che aveva intrapreso. Gioacchino ricordava quel giorno perfettamente: la pioggia fuori sembrava voler soggiogare il mondo e lui era rimasto a giocare nella stanza dei bimbetti mentre il papà e la mamma parlavano con i dottori. Ricordava le loro facce grigie e lunghe, mente reggevano insieme quel pezzo di carta quasi a volerlo strappare; somigliavano vagamente a quelle strane maschere africane bislunghe e tenebrose. “Bisogna accettarlo”, aveva detto il dottore, “il Dio interiore non si può confinare; troverà sempre una via d’uscita, fosse anche attraverso i pori della pelle”. Ma quali pori? La madre era andata su tutte le furie, era il caso di finirla con quelle castronerie! Il figlio era suo e ogni madre sa cosa fare col proprio. Quella volta, a pagare il prezzo per quanto riportava il documento era stato Bardy. L’azione di reconquista che la madre aveva intrapreso negli anni seguenti, poi, era stata incomparabile; non certo per cattiveria, ma aveva represso ferocemente ogni insurrezione identitaria del figlio, dominando il suo ‘Dio interiore’ con l’ausilio del proprio. Il diavolo avrebbe invece fatto la sua comparsa qualche anno dopo, in pompa magna, sotto forma di morbida peluria. Adesso ricordava la violenza dei compagni che, pur non facendo niente, erano in grado di spiegare ogni cosa nei gesti, nello sguardo, nelle stupide asserzioni rubate ai genitori o nella forma più consueta dell’emarginazione Poi gli anni della pubertà, i più recenti, segnati dalla strana e pungente voglia di non esistere quando un ignaro professore universitario invitava il "signor Gavetta" ad accomodarsi, e ad alzarsi era invece un’ombra di persona di cui cento paia d’occhi indagavano l’identità sotto gli abiti da donna. Facile comprendere come la decapitazione di Bardy avesse assunto un valore quasi profetico negli anni a venire e come tutto ciò fosse valso un biglietto di sola andata per Gioacchino, che in un freddo mattino di gennaio aveva buttato le gambe al di là di un cornicione e visto la gente in strada farsi piccina piccina. Ma se il biglietto non fosse stato per quel viaggio? Per la morte, si sa, non ci sono rimborsi; ed ecco che aveva ritratto le gambe e deciso di camminare su un’altra strada, quella di ghiaia su cui adesso si trovava. Ora non bramava che una doccia, un letto, un sonno lieto; pregustava il momento in cui avrebbe parlato col medico incrociando il suo sguardo rassicurante, indossato il camice celeste, sentito scorrere in sé l’anestetico e, soprattutto, quello in cui, finalmente, non avrebbe più dovuto rispondere al nome di Gioacchino Gavetta. Se mai qualcuno disse cosa vera, era che il Dio interiore emerge sempre, fosse anche attraverso i pori della pelle. Gioacchino guardò verso l’edificio e sorrise. Era giunto il tempo di un atto di fede.
  9. Freedom Writer

    Sperlonga

    Ciao @Marcocr, ho appena finito di leggere il tuo breve racconto e passo dunque ad analizzarlo. Inizio con un breve commento preliminare dicendo che, anche se non apprezzo particolarmente una forma tanto striminzita (oserei dire troppo per i miei gusti), nel complesso mi è piaciuto. Paradossalmente ciò che mi è piaciuto meno è la menzione della pandemia, ma ci sta, date le contingenze. Non credo questo racconto, data appunto la sua concisione, possa far emergere il tuo stile, per cui non potrò passare in rassegna questo aspetto per un'analisi critica. Passo però a contare i peli sul dorso degli acari, prima delle considerazioni finali. A naso non mi ha convinto la disposizione. Capisco che l'andare a capo enfatizzi il periodo, ma troppo disorienta. Si tratta però di gusto personale, in realtà va benissimo anche così. Tra il virgolettato e il proclitico sarebbe forse meglio collocare una virgola. A orecchio mi sarebbe suonato meglio qualcosa tipo: "Ma Giancarlo aveva poi scoperto". Comunque ho sentito la mancanza del nome, qua. Userei un sinonimo di capacità. Il non aver paura non la vedo esattamente come una capacità; il coraggio è una dote, non una capacità. Refuso, cioè spazio tra virgola e parola. Io l'ho trovata molto bella questa frase. Compresa la spiegazione di chi fosse Seiano. Non credo qui fosse necessario il maiuscolo. E infatti... Ecco, qua sarei andato a capo. Cambia completamente l'argomento. Immagine triste e molto evocativa. Avrei messo una virgola, come prima, tra il virgolettato e la parola; e comunque ti sei dimenticato lo spazio. Avrei scritto LA pistola. Qui l'aggettivo non mi convince, ci inciampo. Bella immagine. Il punto va fuori dal virgolettato. A me anche il finale convince; io ce lo vedo Giancarlo rintontito da quello che è appena successo e che pensa: "ma che cazzo sto facendo?". Per me ci sta. Forse non mi convince il fatto che riprenda a camminare così come se nulla fosse, sebbene l'immagine di lui che si rinfila le mani in tasca, si rattrappisce nel colletto del chiodo che mi immagino abbia, e procede a testa bassa nella notte, quasi umiliandosi per quel che ha appena tentato di fare, mi piace moltissimo. Magari avrei scritto, anziché "Giancarlo sospirò": "Giancarlo ebbe un capogiro, sgranò gli occhi e prese coscienza di quel che stava per fare", o una cosa simile. Scusa se ho ritoccato. Comunque, nonostante la brevità, questo raccontino mi è piaciuto. Trovo che la tua scrittura, eccezion fatta per qualche errore nella punteggiatura e qualche refuso, abbia del buon potenziale e questo lo deduco anche dalla capacità di spiegare determinate sensazioni in poche parole. Non ho ricevuto nulla di meno da quel che mi aspettassi dal tuo racconto e anzi, proprio il fatto che un testo tanto breve sia riuscito a trasmettermi delle immagini così vivide non può che essere un punto su cui lavorare. L'unico vero appunto che ti faccio è proprio la brevità. Sarei curioso di leggere qualche tuo lavoro più elaborato. Ti suggerisco solo di riguardare qualche regola di punteggiatura (per quanto poi sia libera). A rileggerci, FW
  10. Freedom Writer

    nel pomeriggio

    Ciao @m.q.s., sì, credo che per gran parte si tratti di gusti personali. Mi sono trovato altre volte a leggere tuoi lavori, e non ricordo di aver avuto le stesse impressioni. Grazie per esserti spiegato così bene a presto, FW
  11. Freedom Writer

    Vento, mare, fontane e Danevio che aveva paura di morire.

    Ciao @Marcocr, e grazie per essere passato. Ti ringrazio molto per il feedback. Il mio obiettivo principale non è quello di raccontare una storia di cui il lettore possa godere come farebbe con una messa in forma estetica lineare, di qui la scarsa caratterizzazione dei personaggi. La mia scrittura, per ragioni di stile, è volutamente resa complessa, arzigogolata, disorientante; le situazioni che mi piace immaginare e ricreare sono implausibili, paradossali, a tratti grottesche. Credo che quello che noti, e lo dico solo perché più volte mi è stato fatto notare da molti degli utenti del WD, sia da ricondurre allo stile che uso. Le reazioni non sono mai intermedie su quanto scrivo, proprio perché credo anch'io che il mio stile non sia immediatamente fruibile. Ho sfrondato fin dove, secondo il mio giudizio, poteva essere fatto senza eviscerare troppo il testo; oltre probabilmente avrei sentito di snaturarlo e ciò mi avrebbe indotto a non pubblicarlo. Prendo però atto delle tue considerazioni, ringraziandoti, e attendo ulteriori considerazioni. Grazie ancora e a rileggerci, FW
  12. Freedom Writer

    Statistica Badoo

    Ciao @Lollowski, ho finito adesso di leggere. Ti lascio un commento così, senza pretese di essere esaustivo. La costruzione è interessante, direi piuttosto originale, tuttavia non mi ha colpito. Comprendo che l'intento fosse emulare le dinamiche di un certo ambito, quello delle chat per incontri, tuttavia alcune espressioni le ho trovate di cattivo gusto. Idem per il finale, dove il "ti sei comportatO bene", che a quanto ho capito allude al reale sesso biologico, non è affatto delicato. Le donne transessuali, sebbene non abbiano ancora effettuato la transizione di genere, si indicano sempre usando il femminile, perché si tratta, appunto, dell'identità di genere e non del sesso biologico; credo dunque avresti potuto trovare altri artifici. In sostanza reputo il tuo un buon esperimento di stile, sicuramente non in linea con il mio gusto, ma apprezzabile. Per quanto riguarda il contenuto, rivedrei alcune parti in cui la volgarità mi pare sommaria. La struttura grammaticale non è sempre precisa, ma credo sia parte del tentativo di emulazione della chat per incontri. A rileggerci, FW
  13. Freedom Writer

    Dolcetto o scherzetto?

    P.s: "spero di averci indovinato" era in riferimento al fatto che si tratti di un'autrice piuttosto che di un autore, e non alla capacità di redigere testi più complessi. Solo rileggendo mi sono reso conto che il periodo poteva essere suscettibile di fraintendimento. Buona giornata, FW
  14. Freedom Writer

    Dolcetto o scherzetto?

    Ciao @Kikki, ho trovato questo racconto davvero molto carino. Ho visto ti è stato fatto notare che non si tratta di un racconto particolarmente coinvolgente. Io non credo questo tuo testo avesse la presunzione di collocarsi tra i must ma, per quanto mi riguarda, si tratta di un ottimo lavoro: leggero, scorrevole, lontano da ogni sorta di intellettualismo; insomma, quel che ogni tanto ci vuole per ricordarci che la scrittura è primariamente un piacere oltreché un esercizio di stile. Personalmente ho trovato i tuoi personaggi molto eloquenti perché, se è vero che non hanno uno spessore, è anche vero che si esprimono assai bene per mezzo delle loro azioni. Siccome sto commentando dal cellulare, non mi è agibile quotarti gli estratti sui quali magari avrei da dire qualcosa, ma non dubito di riuscire a renderti chiara la mia idea circa la struttura sintattica e lessicale del tuo racconto. Come ripeto, non mi pare che il testo presenti anomalie stilistiche e mi sembra anzi che si presti molto bene a una lettura da parte anche dell'utenza più giovane. La struttura sintattica è semplice, povera in subordinate, paratattica, e questo è perfettamente coerente col fatto che la protagonista sia semplicemente una bambina il cui piccolo problema sembra insormontabile. Venendo al lessico, nessuna punta stridente; anch'esso riflette la semplicità della situazione e preferisci, invece di usare lessemi più complessi, l'inserimento di ideofoni e suoni onomatopeici (cosa che ho trovato molto carina). Quindi, venendo alle considerazioni finali, il tuo racconto mi è piaciuto molto, l'ho letto volentieri e ha costituito un buon inizio di giornata. In effetti ho da sempre un debole per la narrativa per ragazzi, e credo il tuo racconto sia qualcosa di volutamente semplice, il che non riflette affatto le tue capacità scrittorie. Intendo dire che è evidente il tuo saper scrivere; il testo è pulito, raffinato, privo di refusi e inciampi. Insomma, è un lavoro senza presunzione condotto da un'autrice (spero di averci indovinato) le cui capacità le permetterebbero di redigere testi di maggiore intensità, ma che stavolta ha deciso di no. Per me è un ottimo lavoro, e le osservazioni che avrei da fare quotandoti i passi non sarebbero che mere sottolineature dettate più dal gusto personale che da una giustezza obiettiva. Spero che quanto detto possa in qualche modo risultare utile. A rileggerci, FW
  15. Freedom Writer

    Vento, mare, fontane e Danevio che aveva paura di morire.

    Commento Vento, mare, fontane e Danevio che aveva paura di morire Noi eravamo dei marinai non molto navigati, ci eravamo improvvisati dei grandi lupi di mare perché avevamo avuto una singola idea elementare: quella di vivere un’avventura che plausibilmente ci avrebbe condotti alla morte. Avevamo pensato, scioccamente, non lo nego, che la morte avrebbe potuto fornirci un vero motivo per vivere. E in effetti eravamo molto entusiasti di trovarci lì sulla nostra chiatta, col mare ingrossato e le grandi antenne irte che cercavano di elemosinare un po’ di segnale. C’era Canavino che sul ponte ballava e beveva e raccontava di come aveva suggerito alla madre di organizzare il suo funerale: poiché sarebbe morto in mare, la sua tomba avrebbe dovuto essere in acqua salata, anche in giardino, magari in una fontana dove avessero vissuto varie specie marine, qualche granchio e qualche orata. Non importava che ci fosse il feretro. Poi c’era Gianetto, che invece sapeva che la propria morte non sarebbe stata pianta da nessuno, e quindi suggerì semplicemente per chi fosse sopravvissuto di rivolgere il suo nome al vento. Poi c’ero io, che non ballavo né parlavo di morte, perché alla vista del mare ingrossato mi ero cagato addosso, e avevo avuto davvero paura di morire, davvero paura di immaginare il mio corpo becchettato da decine centinaia migliaia di pesci grandi e piccoli. Avevo avvertito quella repulsa tipica del ribrezzo, quando avevo immaginato il mio cadavere rigonfio dei liquidi malsani della morte, il mio colorito violaceo, livido, tanto gradito ai pesci e al diavolo, se mai il diavolo fosse esistito. Mentre i pesci lo so che esistono di per certo. E insomma ci trovavamo in questa situazione di mare grosso, di voglia grossa di morire per quanto riguardava Canavino e Gianetto, e di paura grossa per il rischio di morire per davvero per quanto riguardava me. A un certo punto eravamo in mare aperto, in mare spalancato; vi assicuro che non si è mai visto qualcosa di tanto aperto come il mare quando è aperto e non vedi più niente all’orizzonte, dovunque tu guardi. È come essere in una stanza interamente bianca, che dovunque tu guardi vedi solo il bianco, e tanto è il bianco che vedi che a un certo punto la tua mente comincia a immaginarsi dei pallini volteggianti. Tale e terribile era la nostra situazione, ma non c’era spazio per i pallini, perché gli occhi erano tutti riempiti dalla bruma delle creste delle onde. D’un tratto un cavallone ci travolse e la nave si ribaltò, inesorabilmente. Finimmo in mare quel giorno, che forse non era un giorno vero, ma solo un punto di non ritorno tra l’inizio e la fine delle nostre vite. Canavino fu il primo a scomparire. Io lo vidi essere avviluppato da un abbraccio di onde e finire giù come nello scarico di un lavandino, con un gran sorriso da idiota sulle labbra e con la bottiglia del rosso in mano. “Guarda Danevio”, mi urlò poco prima, “guarda come muoio, brutto coglione! E tu che ne avevi timore! Non c’è nulla di più estasiante, guarda! È come volteggiare, come danzare… come credere a qualcosa in cui non si è mai creduto e riscoprirne d’un tratto la bellezza in un colpo d’occhio!”. Questo disse in un attimo, prima di morire per sempre. Poi venne la volta di Gianetto, lui un po’ meno sereno perché era sempre stato un po’ più malinconico. Lui accettava l’idea della morte, ma ciò che non accettava era di smettere di esistere, perché se nessuno si ricorda di te è come se tu non fossi mai nato. Venne preso da due braccia d’acqua, lanciato in alto e sbattuto sulla chiglia della chiatta ribaltata, poi cominciò a scivolare lentamente in acqua. Mi lanciò un’occhiata, non sorrideva: “Ciao Danevio”, mi disse, ma stava urlando perché altrimenti non l’avrei sentito, “penso che tu sia stato più fortunato, perché hai deciso di aver paura di morire e quindi ora non muori più. Io lo sapevo già, perché è proprio una regola della vita in mare, ché se non hai paura di morire allora muori, ma se invece hai paura di morire non muori più finché non sarai vecchissimo. Dovrai proprio desiderarlo di morire. Io che non ho nessuno l’ho desiderato un poco prima, e hai visto? Quest’acqua bastarda non mi ha fatto andare giù come il buon vecchio Canavino, con un bel sorriso da idiota sulle labbra; mi ha dovuto lanciare per aria e sbattere su questa cazzo di chiglia e farmi sanguinare lo stomaco”, e tossì sangue. “Vedi, Danevio”, continuò, “io sono stato sfortunato in vita e ora sono sfortunato in morte, ma la vuoi sapere una cosa? Di’, la vuoi sapere?”. Io naturalmente annuii, mentre cercavo di non affogare. “Ora che sono sul ché di morire, vorrei tanto vivere, Danevio. Vorrei tanto vivere e abbracciare la mamma che non ho mai voluto abbracciare, e conoscere il babbo che non ho mai potuto conoscere. E vorrei sentire il profumo delle calendule, che mi ha sempre fatto schifo, ma almeno sarei vivo e potrei annusare anche il profumo delle calendule, che mi fa schifo. Anche lo schifo, sai Danevio, è parte del vivere. Vivere da schifo come ho sempre vissuto io è comunque esistere per un momento, ma morire sulla chiglia di una nave, mentre lentamente si scivola in un mare che ti inghiottirà, è morire per sempre e viversi la morte per qualche minuto. Non è un’esperienza che consiglio. Vorrei poterti parlare qualche altro minuto, ma davvero ora bisogna che muoia perché sto patendo un po’ troppo. Ciao, Danevio!”, e morì, scivolando in mare subito dopo. Poi rimasi io, che siccome non avevo voluto morire, così come aveva detto Gianetto, potei alzarmi sulle onde così come mi sarei alzato risalendo dal bordo di una piscina. Cominciai a camminare sull’acqua a passo piuttosto cadenzato e, siccome il mare era grosso, era lo stesso che camminare sulle colline del Valderbero nelle tiepide sere d’autunno. Camminai e camminai, col mare che mi perdonava e mi faceva la paternale: “bada, la prossima volta! Stavolta va bene, perché all’ultimo hai deciso di non morire più, ma la prossima volta col mare non ci giocare!”, sembrava mi dicesse. E intanto, cammina cammina, ero arrivato a scorgere un porto in lontananza. Camminai proprio fino al molo, e incontrai una moltitudine di gente disposta a credere che io fossi il nuovo messia. Ma io non ero nulla di tutto questo, il miracolo era del mare. Così, con un gesto di braccia, mi aprii una via tra la gente e solo quando arrivai in fondo all’agglomerato di vite mi voltai, gettai un occhio alla distesa d’acqua e pronunciai sottovoce: “Gianetto”. Poi ripresi il mio cammino e pensai che magari avrei dato una mano a costruire la tomba di Canavino, ma senza le orate però. Canavino era bravo, ma non ne sapeva in fatto di pesci: le orate amano nuotare in mare aperto, e dove si trovava ora poteva averne da non saper dove metterle. Per la fontana sarebbero andate meglio le triglie.
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