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Freedom Writer

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  • Compleanno 15/08/1992

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    Pisa, Italia
  • Interessi
    Scrittura, lettura, fotografia, lingue, storia, cultura generale, geopolitica, giornalismo.

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  1. Freedom Writer

    Lo Scadabrego

    Ciao @Adelaide J. Pellitteri , è un piacere trovarti di nuovo presso un mio scritto. Ti ringrazio molto per il feedback e per le belle parole. Sono davvero contento che abbia apprezzato lo stile e la descrizione del contesto. A rileggerci, Nicola
  2. Freedom Writer

    Niente è uguale

    Buongiorno @Ospite Rica, ti rileggo con molto piacere. Non voglio soffermarmi sui dettagli di forma perché non c'è nulla di rilevante da segnalare e anche se ci fosse non potrebbe che passare in secondo piano rispetto al tuo modo di fare poesia. Nei tuoi racconti mi perdo nei dettagli, i tuoi occhi sono in grado di cogliere i respiri del mondo circostante, come in un frame fotografico; tutte le cose micro che vanno a comporre il quotidiano, quelle che dissolvono le difese del lettore e smuovono i sensi dello scrittore-lettore che ti legge. Non dispenso mai complimenti senza ragione, e anzi sono critico nei confronti della (mia stessa) scrittura, proprio perché penso che sia qualcosa di molto serio, anche quando penetra nel ludico. Ma tu sei una piacevole certezza e la tua scrittura è un fermi tutti per qualche istante. Brava (un brava da 30L), mi hai trasmesso belle sensazioni. Un abbraccio e spero di rileggerti presto. Nicola
  3. Freedom Writer

    Lo Scadabrego

    Buonasera @Macleo, e piacere di conoscerti! Grazie, anzitutto, per essere passato di qua e per la tua esaustiva recensione. E' esatto. Ma per correttezza voglio ripercorrere le tue riflessioni. Come ho scritto a @Edu: Vado a spiegarti nel dettaglio: Mensoletta, pupazzetti, foglietto, ideuzze… ci sarà qualche motivo per questi diminutivi, ma non mi è chiaro. “Sciancato” significa “zoppo o storpio” e mal si adatta a un libro In effetti in toscano viene associato anche alle cose: mia nonna era solita dirmi "gl'è quello il modo di tene' r'libro? 'He l'hai tutto sciancato!". Credo che anche in italiano, per estensione, si usi quale sinonimo di sgangherato, però forse in riferimento a oggetti provvisti di gambe, quali sedie o tavoli. Io, credo per abitudine nel sentirlo dire, non ho percepito stonature, ma indagherò perché mi è venuto il dubbio. Idea molto simpatica. Ti ringrazio molto! “Ecco allora che” non mi sembra il massimo. “Adagiare” di solito è usato per il posar sopra, non sotto. Preferirei il verbo “aderire”. Sono d'accordo con il sottolineato. Per "adagiare" è vero, ma il riferimento va alla terra al contrario, per questo l'idea del fumo che aderisce non la trovo particolarmente attraente. La sigaretta la vedo meglio schiacciata, non infranta. Credo anch'io che potrei trovare (e cercherò) una parola migliore. Però non voglio sottolineare che la sigaretta viene schiacciata, piuttosto sbattuta. Credo tu volessi dire “arriva a fine pagina di getto”. Sì, volevo dire quello che dici tu, ma nel modo in cui l'ho detto io Direi “per riempirle”. Idem. "a" uguale a "per". Finisce… la finisce…, evidentemente c’è una ripetizione. Sì, voluta. Mi sembrava che rendesse il discorso più musicale. Direi "il peggio" Idem di cui più sopra, non volevo usare il peggio e mi sono rifatto al parlato locale. “Sbafare” significa mangiare e bere a spese altrui. Forse pensavi a “macchiare” o “sbavare”. Sì, esatto. In toscano sbafato (e in realtà ho sbagliato perché è con due "f") è sbavato. Ma in realtà sbaffato è corretto anche in italiano. Mi piacerebbe di più "ci vuole una doccia perché il marcio fluisca…" Infatti questa parte l'ho riscritta in tre o quattro forme diverse, ma nessuna mi convinceva, neppure quella che proponi. Ho provato anche con affinché, ma devo rivederlo. Mah, c’è un po’ di illogicità. Se ci si concentra su quello che accade, andando avanti come si fa a non essersi concentrato su quello che viene prima? Qui sono stato equivoco. Quello che viene prima è inteso come stimolo al raccontare, quindi ciò che viene ben prima della narrazione, ovvero quello che spinge lo scrittore a scrivere. Chiedo venia! “Bensì”? Sei sicuro? Finalmente siamo allo Scadabrego, che poi è il motivo per il quale ho scelto questo racconto. Ho cercato, infatti, su Google ma non è venuto fuori niente. Sì, bensì nel senso di tuttavia. No, è una parola che ho inventato per descrivere quella che effettivamente considero una condizione reale dell'atto scrittorio. Questo è fantastico! Ti ringrazio molto (parte seconda)! Sono infinitamente lieto che abbia gradito, e ti ringrazio per le bellissime parole! Chiedo scusa se mi sono soffermato lungamente, ma ci tenevo a dare una spiegazione esaustiva del perché ho deciso di seviziare la lingua nel modo in cui ho fatto. A rileggerci! Nicola
  4. Freedom Writer

    Lo Scadabrego

    Ciao @Edu e ben trovato, mi fa molto piacere che sia passato di qua. Sei invece molto pertinente. Inizio subito, avviando un percorso che mi porterà a rivelarti la genesi di Scadabrego, come da tua richiesta. Le sgrammaticature che hai rilevato sono un'apertissima ribellione contro la messa in forma estetica lineare. Ho deciso di essere stanco della linearità, come avevi notato a suo tempo col racconto su Gandulfo Bentibecco. Per prima cosa ho stravolto il mio letto. Ho scoperto che improvvisamente non aveva un senso il modo di rifarlo con la piega orizzontale, quindi ho studiato altri modi, e adesso il mio letto è tutto fuorché ordinario. Poi ho dovuto pensare all'attività che maggiormente mi connota, vale a dire la scrittura; ho racimolato (idealmente) tutto il mio arsenale linguistico, compreso il dialetto (toscano), e ho deciso di stravolgerlo. Non è assolutamente detto che un personaggio caricaturale (come tu acutamente hai notato) non possa essere dotato di una sua solennissima serietà. Sento che la mia scrittura chiede di essere cruda, grezza e io credo che allo scrittore tocchi il compito di lasciarsi guidare dalle proprie pulsioni. Di fatto, questo non voleva essere un racconto. Ho buttato giù un rapidissimo schema (hai presente quei puzzle in cui bisogna unire i puntini con delle linee, fin quando non viene fuori una figura?), e l'ho seguito riempiendolo con le immagini che mi sovvenivano. E infatti, come hai scritto in fondo (cosa che ho apprezzato moltissimo), ho narrato a viscere aperte. Proprio così. A viscere aperte. Mi piace moltissimo. Per quanto riguarda elementi del lessico o espressioni che non sei riuscito a spiegarti, devo scusarmi con te: fanno appunto parte del sistema dialettale toscano. Mettere a tavolino sta appunto per pianificare, ma quest'ultimo termine era davvero lontano anni luce dal mood in cui mi trovavo ieri sera, quando ho scritto questo frammento. Ti ringrazio molto! Uhm. Qua quell' "a mezzo" mi ha stonato un po'. è vero che mi sembra già da subito che stai adottando un registro molto informale, addirittura con il narratore che dice "mi pare", e magari in questo contesto ci sta. Però rischia di stonare. Vedi tu. A proposito, quel "mi pare" mi è piaciuto. Esatto, e non solo! A mezzo è sempre tratto dal toscano: è facile ad esempio imbattersi nella frase "il vino è ancora a mezzo", laddove "a" prende il posto di "in", mentre muro resta sottinteso (a metà del muro). Spero che questa modo di scrivere non abbia poi disturbato la lettura, anche se, a onor del vero, era poco poco il mio intento. Venendo ora allo Scadabrego: è semplicemente la parola migliore (inventata) che mi sia venuta in mente per descrivere quella sorta di forza che ogni volta ti costringe a rimuovere dai tuoi scritti il troppo che avevi dentro, col timore che se raccontassi tutto delle tue esperienze, allora la tua penna si prosciugherebbe. Sono nevrosi, ma anche questo (Freud docet) fa della scrittura quello che è. Grazie per aver commentato! Spero di leggerti presto, e certamente lo farò. Nicola
  5. Freedom Writer

    Lo Scadabrego

    Commento La scrivania è un buon posto per accendere una sigaretta. Quella di Mareno ha un muro davanti, e a mezzo c’è una mensoletta con sopra qualche libro sciancato e mi pare un paio di pupazzetti. Di fianco a destra tiene il posto delle penne, con un cassettino nero da cui ogni tanto tira fuori qualche foglietto scritto; ideuzze che gli erano venute. Poggiata a sinistra ha invece una vecchia penna stilografica che gli piace tenere lì per ricordare a sé stesso di essere uno scrittore, però è assai polverosa e l’inchiostro ha smesso da qualche tempo di gocciolare. Con le puntine ha attaccato qualche fotografia di volti alla mensoletta e si gode lo spettacolo di loro che si godono lo spettacolo di lui che scrive, o che pensa di farlo un giorno di questi. Ecco allora, finalmente, che si accende la sigaretta che aveva già rollato tre giorni fa. Solo quando sta per iniziare a scrivere se la mette in bocca, poi guarda le volute annebbiare il sotto della mensoletta, adagiarvisi come se fosse un banco di nebbia su una terra al contrario. Proprio un bell’effetto. È quasi certo, nella sua povera mente di scrittore, che chi ha inventato il fumo l’abbia fatto solo per vederlo esibire. Quando una fotografia sembra parlargli – lui la chiama ispirazione – prende veloce la macchina da scrivere, ammazza la sigaretta infrangendola sulla scrivania e inizia ad assordarsi con quei dannatissimi tasti; ma che bello però! L’inquilino di sopra inizia a battere con lo zoccolo e Mareno gli dice batti, batti, che tanto a me non me ne fotte niente. E infatti continua a scrivere. Arriva a una pagina che è tutta di getto, non c’è nulla che lui abbia messo a tavolino, non c’è nulla che avesse deciso come doveva o come non doveva essere. Non sa nemmeno cosa stia scrivendo. Quando arriva alla seconda pagina gli prende una vertigine, perché di sotto vede il bianco; le pagine bianche sono sempre davvero molto bianche, e a riempirle bisogna svuotare sé stessi. Mica facile, no che no. Arriva a mezzo di questa seconda pagina e si convince che questa è quella volta in cui finisce di scrivere qualcosa, ed è sempre qualcosa di buono od ottimo. Poi la finisce la seconda pagina, la finisce e inizia la terza. C’è la stessa sensazione di vertigine, stavolta anche più forte, ma solo perché la terza pagina va più in fondo, è più dentro, come a scrostare il sedimento delle oliere o dei fiaschi di vino. Mareno non c’è mai arrivato alla quarta, ma lì si accorgerebbe che la vertigine è meno forte; il più brutto è infatti tra la seconda e la terza, perché si attivano tutte le resistenze di dentro. È un vaso di cristallo, di dentro. C’è l’anima lì, mica scherzi. Allora scrive anche la terza pagina come un forsennato e non ha ancora indicato alcun personaggio, ha solo scritto sensazioni a getto, ha sputato un po’ di sangue ma per gran parte il suo è stato piacere orgiastico. La pagina è piena di buchi perché i tasti li ha premuti forte e spesso molti insieme; ha intinto le mani nelle membra metalliche e tirato su i martelletti con poca delicatezza, fintantoché le dita non gli si sono sporcate degli umori della scrittura. Gli tremano le spalle, gli sudano le sopracciglia e ha un’erezione. È folle. Ora però basta, si dice, e si ferma. Il suo istinto lo interrompe alla terza pagina. La prende, la rigira, la sbafa perché l’inchiostro non è ancora rappreso, la legge. Uhm, uhm, bene, bene… sì, niente errori di sorta. Uhm, sì, questo va bene. Ma invece no, non va bene nulla! All’inizio della seconda pagina si accorge del vaso di cristallo, che si è vuotato. Legge veloce, rigira il foglio, tira fuori gli occhi, lancia un grido feroce. L’inquilino di sopra batte con lo zoccolo, ma Mareno urla e quello si cheta. Una reazione così non la vedevo da parecchio, forse scrivendo mi è venuto un paio di volte di descriverla, mica di più. Mareno ha gli occhi tutti rossi e gonfia il petto, stropiccia i fogli e se li infila in bocca, a pezzi grandi, sporcandosi labbra, bocca e mento degli umori della scrittura. Li butta giù in gola gorgogliando mentre batte a pugni la scrivania. Tornate dentro, pensa eruttando inchiostro, tornate… dentro! E si rinfila nei visceri tutto quello che ne aveva tratto. Gli occhi dei volti sulla mensoletta puntati addosso, impassibili, e il cadavere della sigaretta in posizione fetale sulla scrivania. Svuotare sé stessi non è mica facile, no che no. Ci vuole una doccia e il marcio fluisce negli intestini del sottosuolo. Si denuda, si contempla braccia e gambe, constata l’estinzione del piacere, si osserva i piedi, infine si butta sotto il fiotto caldo. I capelli gli si sciolgono sulla fronte e gli cadono sul naso, un rivolo d’acqua gli penetra in bocca per uscirne annerito, e cola tutto nello scarico. Il fumo che si era elevato in volute sinuose ha ceduto il posto al vapore, e la terra al contrario è il soffitto. Un mondo di fumo e vapore su una terra al contrario. Avrebbe dovuto scriverlo. O avrebbe dovuto lasciare almeno un foglio scritto e gettarlo dalla finestra perché lo raccogliesse qualcuno. Non è forse eccitante l’idea che qualcuno trovi qualcosa di tuo e diventi inaspettatamente suo, specialmente se era dentro il vaso di cristallo? Mette i piedi a terra Mareno, tanto il mondo è già bagnato. Fa qualche passo verso lo specchio appannato e aspetta che la sua immagine si disveli. Ma cos’è? Uhm, uhm. La sua immagine è cambiata, mica scherzi. Il suo naso è sempre lì, la sua bocca pure, i capelli se li succhia come sempre. Eppure quel lui non è lui. È l’espressione, vero? Mareno mi guarda con quel brutto sguardo inquisitorio perché gli ho dato una storia strana, anche se gli ho dato belle membra. Sì comunque, è l’espressione. Chiunque legga una storia si concentra sempre su quello che accade, su dove la narrazione abbia intenzione di condurlo, ma mai su quello che viene prima. Ogni scrittore cela in sé una creatura viscida, melliflua, prepotente e bensì tanto cara, lo Scadabrego. Irrompe rabbioso quando qualcosa di troppo interno esonda dal vaso di cristallo e lo ricaccia dentro, fagocitando inchiostro, brutti sogni, cattive compagnie da ragazzi, sangue di marioli, bestemmie mal pronunciate quando il babbo ce le dava, le urla di quei tremendi momenti in cui si desiderava essere più morti che vivi. Lo Scadabrego è essenziale in questo. Solo lui sa che si scrive fintantoché il vaso di cristallo resta pieno e poco importa se ora lo sappiamo anche noi, datemi retta; quel vaso non si può che continuare a svuotarlo, e lo Scadabrego sarà lì a ributtare tutto dentro.
  6. Freedom Writer

    Addio, pagliaccio.

    Ciao @Superfrancy, ho appena finito di leggere il tuo racconto e mi avvio a recensirlo. A una lettura preliminare ho notato un uso accentuato della paratassi e naturalmente l'ambientazione circense (che mi ha vagamente ricordato il film 'Come acqua per gli elefanti'. Non ho apprezzato particolarmente, perché non l'apprezzo in genere, la scelta del contesto statunitense. Questa tendenza deriva dall'impulso editoriale dato dal novel americano; in effetti produce una sensazione di straniamento pensare a un personaggio che si chiami Luisa, Enrico, Carla o Ermenegildo, ma si possono usare moltissimi altri nomi e contesti. I circhi funzionano pressoché ovunque allo stesso modo. Non ho apprezzato questa scelta e mi ha frenato un po'. Venendo al contare i peli sul dorso degli acari: Dopo il virgolettato del dialogo serve la virgola, se segue il verbo. E comunque in questo caso (come in altri nel corso del racconto) è necessaria la lettera maiuscola dopo il punto. Idem. Metterei una virgola dopo pick-up. Bellissima immagine. Non hai usato fori, ma buchi. Molto evocativo. Virgola dopo virgolettato. Non le chiamerei orme, piuttosto chiazze, o comunque sceglierei un sinonimo più appropriato. Non so se l'allitterazione fosse voluta. Grosse e pesanti che, oltre a una ripetizione, diventa anche una similitudine. Una buona scelta, anche se onestamente avrei posto il paragone con la stessa figura del pagliaccio, avviluppato in pesanti vesti. Per la parte in grassetto, toglierei i due punti. Stessa cosa, virgola dopo il virgolettato. Qui addirittura hai saltato l'interpunzione, ma credo si tratti di un refuso. Cambierei in: "A Olly volò via di capo il cappello", per produrre una doppia allitterazione (volò/via - capo/cappello). Direi "aggrappolati", anche se il termine è oramai desueto. Userei "il naso rosso". Un perché sarebbe invece necessario per dare spessore al personaggio. Leggere che Jenny l'ha lasciato senza un perché mi ha un po' deluso. Questa è una bellissima immagine. Davvero bella. Idem, virgola dopo il virgolettato. Una scena dalla carica emotiva disarmante. Questa povera creatura ambisce a un posto asciutto, che è il sotto di un furgone di due ubriaconi vinti dalla vita. Scena terrificante e molto densa. Non credo di avere altro da dire per quanto riguarda la forma. La sintassi non è complessa, è anzi piuttosto fruibile. Usi molto una forma asindetica che a tratti è molto funzionale, ma a volte lo è meno. Attenzione alla scelta del lessico, come nel caso della parola orme. Infine, il tuo racconto mi è piaciuto, ma una nota davvero dolente è per me l'ambientazione statunitense, che davvero mi ricollega a un filone editoriale che non credo debba obnubilare la nostra narrativa. Con questo ti saluto e spero di rileggere altro di tuo in futuro. Nicola
  7. Freedom Writer

    Il distributore

    Buonasera @Ospite Rica, ho frequentato un corso di russo A1, ma per mancanza di tempo non ho potuto conseguire la certificazione e quindi accedere all'A2. Ho imparato giusto le basi, a leggere il cirillico, saluti e presentazioni, il nome di qualche oggetto e quello dell'insegnante. Spero di poter recuperare il prossimo anno. Comunque 'da svydania' è 'arrivederci', ieri sera, complice un po' di stanchezza, non ho riletto e ho lasciato l'errore. Ciao @Diego Zucca, molto piacere! A presto!
  8. Freedom Writer

    Il distributore

    Ciao @Ospite Rica, e scusa il ritardo nel risponderti! Quanto sei aulico e ricercato. Sempre detto io! Vedi, il tuo scrivere non è frutto di una ricerca farraginosa. Ti ringrazio molto. Chi ha vinto? Io non vinco mai, il tempo ci ucciderà tutti. Scommetto che anche l'attuale peste è una sua trovata. Encantado Teoricamente il sottolineato è un 'buongiorno' e ha una pronuncia orribile, in caratteri latini si scriverebbe 'zdravstvuite', ma la pronuncia sarebbe 'sdrasvutie'. Per il ciao si usa il tipico 'до свидания' (da svydania), ma in via più confidenziale si usa 'пака' (pàka), che è un 'ciao' per il congedo, mentre il 'привет' (privet) è un 'ciao' all'arrivo e la pronuncia è 'priviet'. Ti risparmio i vari modi per dire buongiorno, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte. Sono felice che abbiano tradotto Tolstoj e Dostoevskij. Spero di esserti stato utile, buonanotte!
  9. Freedom Writer

    Storia di Mino e del giapponese ortodosso di Kyushu

    Ciao @Edu, bentrovato! Ti ringrazio, esattamente come la scorsa volta, per le belle parole che sei solito spendere per me. Peraltro hai pienamente ragione, questo è l'estratto di un racconto più ampio che non sono riuscito a terminare per insufficiente sprezzatura. Avevo intenzione di riprenderlo ma, nel momento in cui vi ho messo mano, pareva stesse scrivendo qualcun altro; ho quindi demorso, vuol dire che doveva andare così. Sono comunque molto contento che abbia apprezzato! Un saluto! Ciao @Johnny P, piacere di conoscerti! Grazie per esserti soffermato e, soprattutto, per i suggerimenti che ti sei sentito di proporre. Al di là di quello che rappresenta il canone individuale che, beninteso, deve sempre essere tenuto di conto (e qui mi viene in mente il bel suggerimento di @Ospite Rica nell'occasione del mio racconto 'Lo stradologo Dadaino Zabodini'), del tuo commento mi ha soddisfatto la conclusione. Cerco sempre di essere calibrato nelle scelte, specialmente per quel che concerne il lessico; la regola che di tendenza applico è quella della complessità del reale rappresentata in forma estetica. Di fatto, è il modo che sento più vicino alla mia percezione del mondo ma, come mi ha fatto notare più volte la già citata Ospite Rica, non manca di barocchismi. Altra cosa che mi ha colpito è questa: Hai toccato un punto per me davvero fondamentale. Le nuove correnti in ambito critico vanno anche nella direzione di un New Realism; per quanto non concordi con la definizione, le motivazioni che la smuovono sono più che condivisibili: l'esperienza della guerra vista dal salotto di casa sorseggiando una birra fa venire meno l'esperienza stessa. A pensarci, spesso capita di scorrere clip video o immagini nella home e trovare in sequenza foto o video di gattini seguiti da quelli di profughi che la guardia costiera greca cerca di affondare; due sentimenti opposti che si vengono ad alternare nel giro di pochi attimi. E la realtà si fa esattamente a tratti divertente e a tratti drammatica. E' solo che scompare la percezione del reale: è davvero divertente o è davvero drammatico? E' forse entrambi? Ti ringrazio per la tua analisi dettagliata! Scusate il ritardo nel rispondere, A presto! Nicola
  10. Freedom Writer

    Per il babbo era solo il capitalismo

    Ciao @veronikaa, ti ringrazio per essere passata di qua e mi scuso per il ritardo nel risponderti. Sono molto contento che ti sia piaciuto. Volevo appunto riprendere i personaggi come se li stessi filmando, ma come farebbe un toscano, cioè non senza una certa rusticità. Sono passato da uno stile piano, lineare e semplificato, a uno più articolato perché ne sentivo la necessità. La complessità del contenuto è data, a mio avviso, dalla resa complessiva; spiegare lo spessore di personaggi come quelli di questo racconto, in un ambiente saturo di negatività oltreché di libertà (loro hanno la libertà ma certo non sanno cosa farci) non l'ho ritenuto possibile in altro modo che questo. Che il lettore si smarrisca nelle righe e debba tornare indietro a leggerle, trovo sia un'immagine molto poetica e decisamente utile come codice ermeneutico in tema, appunto, di complessità. Spero non lo abbia trovato eccessivamente ostico. Ho apprezzato molto la tua recensione caratterizzata dalla percezione. Ti ringrazio, non di meno per i preziosi consigli. P.s: anch'io sono toscano. Ciao @sarano, e grazie per il tuo feedback. Grazie soprattutto per la bella e dettagliata recensione che ha colto in uno sguardo molti particolari. Uno scrittore piuttosto noto, recensito da una persona a me molto cara (una critica letteraria), ha ringraziato quest'ultima per aver colto nel suo testo dettagli che lui non sapeva di aver scritto. Questo mi riconduce a una bella tesi iseriana, e cioè che il testo è una collaborazione tra autore e lettore e che serve il contributo di entrambi per attivarlo. Grazie per questo sguardo d'insieme che mi ha aiutato a capire cosa ho scritto. Grazie ad entrambi e a presto!
  11. Freedom Writer

    Il distributore

    Ciao @Ospite Rica, ho appena finito di leggere il tuo racconto e, come sempre, non posso che farti i miei complimenti. Le immagini che proponi sono talmente evocative da prendere vita, tanto che dispiace poi volgere al termine. Ho solo dovuto rileggere un paio di periodi, ma credo sia dovuto alla particolarità della lettura poiché, per il resto, il tutto fila liscio come olio caldo. Ho notato solo un piccolo refuso, ma veramente un'inezia. Questo racconto è davvero bellissimo. Scusa il commento breve e poco approfondito, ma sono in gara contro il tempo. Nicola
  12. Freedom Writer

    Storia di Mino e del giapponese ortodosso di Kyushu

    Ciao @Talia, Direi proprio di sì, per questo ti ringrazio. Buona domenica e buona lettura/scrittura! Nicola
  13. Freedom Writer

    Storia di Mino e del giapponese ortodosso di Kyushu

    Ciao @Talia, e grazie per il feedback. Sono contento che il racconto ti sia piaciuto e mi spiace che lo abbia trovato un po' troppo carico in alcuni punti. Chiarisco i tuoi dubbi dicendoti che sì, è uno stile voluto e connotante che, sebbene con alcune modifiche dettate dal caso, sento più vicino alla mia concezione di letteratura. Di norma quello che scrivo non è soltanto epifenomeno, mi piace piuttosto andare a cercare qualcosa di più intimo e profondo, camuffato appunto dall'ironia. In alcune costruzione faccio uso di un'ipotassi piuttosto forte con lo scopo apposito di disorientare, anche se talvolta questo dissuade il lettore dal proseguire la lettura; su questo sto lavorando molto, cercando di applicare uno snellimento che tuttavia non snaturi la semanticità, non l'ironia e il divertimento (perché questi sono un mezzo, non un messaggio). Generalmente vado alla ricerca di un lessico quanto più preciso, cosa non sempre possibile, e alcune ridondanze hanno carattere di sottolineatura o specificazione; altre volte si tratta di sviste. Questo testo non affronta specificamente il tema del divario culturale, ma lo usa come contesto nel quale emerge una latenza a livello individuale, quindi del singolo. Nel momento in cui questa latenza viene fuori è come quando stai studiando qualcosa freneticamente, seguendo una linea di pensiero, e poi un dettaglio ti costringe a riconsiderare ogni cosa. E' una resa dei conti con il concetto dell'imprevedibilità. Paradossato, sì, ma qualcosa che in modi e tempi diversi fa parte della vita di ognuno. Ti ringrazio per i preziosi suggerimenti. La ridondanza del verbo 'eseguire' che prontamente mi hai fatto notare, è una svista. Molto piacevole l'idea di un'ulteriore paragone con la danza. Come scritto sopra, sono lieto che, a prescindere dal gusto e dalle modifiche che attueresti, abbia gradito il testo. A presto! Nicola
  14. Freedom Writer

    Storia di Mino e del giapponese ortodosso di Kyushu

    Commento Mino aveva fatto parecchia strada per arrivare dove era arrivato, cioè ai vertici della brigata di sala del Fandelefago Hote-tel, così chiamato perché il fondatore, tale Valentino Dendigo Dolce D’Austria, era balbuziente. Aveva iniziato come cameriere semplice ed era stato subito soggetto alla ferrea disciplina casermesca del maître irlandese O’Connell. Doveva portare, per esempio, i mocassini con la suola dura e camminare dieci minuti sui tacchi per dimostrare che aveva la rigidità del manico di scopa, simbolo importantissimo per la gestione di una sala, al pari del caduceo dei farmacisti. Poi il gerarca pretendeva che tendesse la guancia per passarci una tessera in contropelo e verificare che non grattasse per, nel caso, infliggere la più cruda delle sanzioni in tempo di pace: la rasatura con rasoio bilama Bic senza schiuma da barba e acqua fredda. Mino aveva affrontato tali e varie vessazioni col dire che presto o tardi sarebbe arrivato dove poi effettivamente era arrivato, e in questo si era convinto anche della fervente passione che lo accompagnava nello svolgimento del suo mestiere. I giapponesi ortodossi della regione di Kyushu avevano costituito il principale ostacolo all’alterigia di Mino, alla sua autostima e, nondimeno, al mantenimento del suo precarissimo equilibrio. Quando arrivava l’autobus della Valtour, stipato all’inverosimile, costoro scendevano avviluppati in curiosi drappeggi; le donne tenevano tra le mani gli ingestibili ventagli che impedivano, o ci provavano, al cerone di colare. Gli uomini meno tradizionalisti, tutti alti sul metro e sessanta, portavano gessati all’occidentale e al collo un cravattone che Mino aveva scoperto essere in vece di una sorta di tovagliolo tipico, che non si levavano mai, specialmente quando erano in viaggio. Avevano un interprete, il signor Hakifatzuja, che aveva omesso di dilungarsi in spiegazioni che in futuro si sarebbero dette più che doverose. Il primo approccio di Mino ai giapponesi era stato triviale. Lui camminava come su zampette di farfalla, esibendosi sui mocassini in virtuose simulazioni della Costner sul ghiaccio, muovendosi veloce tra i commensali e prevedendo i loro movimenti. Le braccia eseguivano coreografie improvvisate, ma talmente precise e coerenti col resto del corpo da parer quasi scritte ed eseguite, e Mino si sentiva tanto orgoglioso. Si ricordava dello scomparso O’Connell e si sentiva libero di ritenersi un campione e di averlo addirittura superato in competenza e portamento. Passava di fronte alla cantina del sommelier e si rifletteva nelle vetrate, rimirando la sua impeccabile divisa bordeaux coi bottoncini lucidi del gilet, la cravatta a strisce nere e dorate e la laccatura dei capelli che soffrivano immobili e senza respiro, costretti all’indietro a toccare il cranio per tutta la loro lunghezza. Ah sì, c’era molto da essere orgogliosi. Mino continuava a volteggiare come una di quelle figurine dei carillon che fosse stata privata della base e, d’un tratto, uno dei giapponesi di Kyushu gli aveva fatto cenno di venire. Sempre col portamento suo connotante, fatto di tanti anni e tante pene al servizio dei signori dell’albergo, di tante gocce di sangue raggrumato in cima alle punte dei piedi quando i mocassini si erano fatti troppo stretti o forse i piedi troppo gonfi, di umiliazioni tra le più disumane che un uomo potesse subire nella tremenda condizione di servo, Mino si era precipitato al tavolo sulle punte. Tutto era avvenuto molto velocemente, anche se dal tempo della narrazione magari non si direbbe. Il giapponese, sui cinquant’anni che potevano essere ventiquattro, dacché è noto che i giapponesi son tutti simili sia in vecchiaia che in giovinezza, l’aveva guardato come se stesse per esplodere in una severa redarguizione, sorridendo. O forse sogghignando. Aveva teso il braccio verso l’esterno e lasciato cadere a terra le proprie waribashi, continuando a fissare negli occhi l’incuriosito inserviente che ancora stanziava immobile con le mani dietro la schiena. Nessuno era parso accorgersi di quello che stava accadendo, nemmeno quando il giapponese, con rassicurante tranquillità, aveva debuttato in un sonorissimo rutto, riassunto in minuscoli residui di riso sul gilet bordeaux di Mino. Intorno il baccanale andava avanti senza alcuna scomposizione. Più avanti fu spiegato che la colpa era stata del signor Hakifatzuja, poiché non aveva debitamente spiegato che gettare a terra le posate era un’esortazione tradizionale al cameriere di rimpiazzarle, mentre il flato aveva lo scopo di esprimere gradimento per la pietanza appena gustata. Ma non era stato di aiuto. Per quanto possa essere elegante e abile a volteggiare sulle punte, un cameriere rimane sempre un servo, ed è opinione pressoché comune che a un servo non si debbano troppe spiegazioni o scuse. Poi certo, l’opinione di quest’ultimo può differire di quel tanto. Mino aveva visto quella sua barocchissima costruzione del cameriere quale figura quasi nobile trasmutarsi nel residuo di riso che dalla bocca del giapponese aveva compiuto un’ellissi fino al suo gilet. E cambiava tutto. Il mestiere del cameriere è definito da molti uno spezza-vite, inteso come spacca-schiene e come accorcia-tempodavivere, ed è difficile alle lunghe da tollerare; serve una fede, che non necessariamente deve manifestarsi nella sua forma più tradizionale; O’Connell, non a caso, diceva che Dio è ovunque fuorché nei ristoranti e Mino, che non avrebbe mai pensato di poter concordare con lui un giorno, adesso lo faceva appieno. La sua, di fede, era il controllo. La sala era una bolgia di gente sudata che correva da un tavolo all’altro coi piedi piatti, i pantaloni calanti, il gilet senza un bottone, le scarpe slabbrate e una terribile sgraziataggine. I camerieri venivano chiamati con lo schiocco delle dita dai clienti e loro, incattiviti come mogli tradite, sputavano nei piatti. Uscivano a fumare canne e sigarette e senza lavarsi le mani preparavano le tagliate di frutta e i dessert che servivano alle bambine di dodici anni, senza pietà. In questa sorta di inferno di sudore e rassegnazione, un’animetta innocente faceva la sua comparsa camminando leggiadra, dando quasi parvenza di levitare sul posto. Nessuno si sognava di chiamarlo con lo schiocco delle dita. I camerieri si chiamano tutti ‘cameriere!’, ma Mino si chiamava ‘mi scusi!’. Forse non semplice da accettare o ritenere possibile, ma tutta la temperanza di Mino risiedeva in questa banale ed essenziale differenza. Era la dimostrazione che, pur vestendo i panni del servo, Mino si era conquistato il diritto di essere umano, di essere ritenuto un civile al cospetto degli altri, di essere un po’ come i negri che lavoravano come domestici nelle case dei bianchi durante la segregazione in America e potevano vestirsi piuttosto che rimanere impigiamati a giorni e a mesi e ad anni. Era, in sostanza, l’unica cosa che rendeva tollerabile un regime altrimenti intollerabile, sotto il quale non rimaneva che l’imbruttimento, il malanno, il deperimento organico e morale, l’instupidimento e infine un ultimo guizzo di qualunquismo prima di una morte solitaria. Ma il giapponese gli aveva rotto la sopportazione. Come una falla irreparabile nella chiglia di una nave, sebbene la nave fosse di carta senza che Mino lo sapesse. Tale rottura si era manifestata in una sintomatologia dall’insorgenza lenta e singolare, fatta di improvvise alienazioni, silenzi, dimenticanze, talvolta deliri, una generale incapacità di portare a compimento le mansioni che gli erano assegnate e, peggio di tutto, la perdita della propria leggiadria. Era stato degradato e ributtato in fondo alla brigata; almeno fin quando non ti rinsavisci, gli avevano detto. Ma non si rinsavì mai, salvo qualche guizzo di qualunquismo. E quando gli dicevano corri a preparare il dessert per la bimba del quattordici sbuffava, gettava la sigaretta e non si lavava le mani.
  15. Freedom Writer

    Not sure

    Ciao @Mirko Menolfi, torno a leggerti dopo qualche tempo o piuttosto a commentarti, posto che avevo già letto questo racconto. Credo di poter cogliere tra le righe una velata preoccupazione e dal punto di vista ermeneutico credo rifletta una tua condizione esistenziale. Il poter vivere della sola scrittura, traguardo ambito dalla quasi totalità degli scrittori ma, come dice una persona a me vicina e molto competente, la scrittura non può essere considerata un lavoro, altrimenti non si scrive più come se fosse una passione. Molti si arrovellano nella ricerca dell'opera che li consacrerà al successo, ma nella realtà delle cose non si 'diventa' scrittori a una certa età, lo si è sempre stati e si viene scoperti (questo per premettere una piccola contestazione al finale del tuo testo). Ho trovato il tuo racconto interessante e credo mi sia piaciuto, ma l'ho trovato leggermente confusionario. I nomi appuntati, in particolar modo, hanno contribuito a trasmettermi questa sensazione. Questione di abitudine, una lettera o un nome non cambiano moltissimo, dopo qualche minuto di lettura. Tuttavia permane nella tua scrittura, quantomeno in alcune parti, una forte paratassi che rende il tutto molto simile a una lista della spesa. Alcune immagini le ho trovate molto piacevoli. Vado a contare i peli sul dorso degli acari: Ridondanza eccessiva dei verbi sottolineati; è probabile che l'effetto sia voluto, ma è eccessivo. Gonfiati ad elio? Per quanto questa parte rimandi a una lista della spesa, a causa della struttura fortemente paratattica sopracitata, questo modo di scrivere mi ha ricordato una sceneggiatura alla Tarantino. Mi piace. Molto bella questa costruzione. Non so se l'ho scritto a te in passato, ma il testo può essere una radiografia; qua traspare un forte autobiografismo. Non ho colto il perché. A cosa si riferisce? Eccolo qua, questo è lo slancio vitale, il momento in cui le dita hanno scritto da sole. Aumenta il battito, si capisce. E' una metafora? Cosa dovrei carpire da questa immagine, perché mi rimanda a un ché di onirico, ma non vorrei azzardare misinterpretazioni. Credo che tu abbia una grande abilità nel seguire il filo dei tuoi pensieri. Io non amo particolarmente la paratassi, ma tu fai funzionare un granché bene questa costruzione. Credo dovresti lavorarci. Ciò che vorrei scriverti, in sostanza, sarebbero ripetizioni. Mi trovo nella condizione di @Parole nel cassetto, ovvero a dire che di questo racconto, dal punto di vista stilistico, qualcosa mi ha piacevolmente colpito. La tua capacità di scrivere è fuori dubbio, devi soltanto imparare a gestire meglio le idee e a disciplinarti, cosa che peraltro viene da sé con la pratica. A presto
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