Vai al contenuto

Kasimiro

Scrittore
  • Numero contenuti

    115
  • Iscritto

  • Ultima visita

3 Seguaci

Su Kasimiro

  • Rank
    Sognatore
  • Compleanno 20/10/1969

Informazioni Profilo

  • Genere
    Uomo
  • Provenienza
    Emilia Romagna
  • Interessi
    Teatroterapia

Visite recenti

452 visite nel profilo
  1. Kasimiro

    Immaginando il Polo Nord

    Ne ho delle peggiori @paolasenzalai, la mia ha solo riso senza dire altro, poi ha ripreso a leggere il suo libro.
  2. Kasimiro

    Immaginando il Polo Nord

    Ogni tanto capita di commuoversi leggendo un racconto, non pensavo potesse capitare in modo così forte con un commento. Mi hai fatto ricordare che anch'io ho una figlia di undici anni e che da un po' non gli propongo delle cose che scrivo, sarebbe il caso di riprendere; nel caso fammi sapere com'è andata con la tua. Grazie per i consigli e le belle parole @paolasenzalai, mi addormenterò con il sorriso. Ho visto della chiusura e sono già passato di là. Grazie ancora e a presto.
  3. Kasimiro

    Immaginando il Polo Nord

    Grazie @Ilaris, perfettamente d'accordo sullo snellire come mi hai segnalato. Grazie anche per le brutte sviste, devo decisamente prestare più attenzione. Mi fa piacere che hai apprezzato la storia.. P.S. Adoro i due personaggi del tuo profilo
  4. Kasimiro

    Immaginando il Polo Nord

    Il mattino, il pomeriggio o la sera, per Luisa, erano momenti della giornata che non facevano differenza l'uno dall'altro. Gli capitava di star sveglia di notte e passeggiare per la città; di pranzare al mattino; di dormire a mezzogiorno o di fare colazione a mezzanotte. Oppure di dormire a mezzogiorno; fare colazione al tramonto; pranzare quando ne aveva voglia o cenare all'alba. Perse col tempo la differenza che correva tra pranzo e cena, mentre la colazione aveva la peculiarità del cappuccino sia che fosse alle otto che alle diciotto. Era una bambina e l'età le concedeva ancora un'estate in piena libertà. A volte avrebbe voluto che il giorno non finisse mai perché preferiva fare le cose alla luce del sole che a quella dei led. Altre preferiva il buio, perché non voleva che nessuno la vedesse. «Perché non vai al Polo Nord, ci sono sei mesi di luce e sei mesi di notte!» gli suggerì il suo piccolo gnomo riposto sul cuscino con il quale si confidava «Magari ti trovi bene». «Veramente?» «Certo!» «E come ci arrivo?» «Se non hai fretta, anche a piedi». «Bene, sono pronta, dove devo andare?» «Sempre a nord, prima o poi arriverai a destinazione». «E dove si trova il nord?» «Considera che il sole sorge ad est». «A quell'ora dormo». «Allora tieni a mente che tramonta ad ovest». «A quell'ora dormo». «E allora osserva la stella polare, ti indicherà la giusta direzione». «Come faccio a riconoscerla?» «Se ne vedi una che trema... è lei». «Mmm...ma se piove?» «Hai un'ultima possibilità: osserva il muschio sugli alberi, cresce sempre a nord». «E se sono in città o in un deserto?» «Allora lascia perdere». «Sul telefono della mamma ho visto che c'è anche la bussola». «Non importa, portami con te, ti indicherò la strada». «Potevi dirlo prima». Luisa si incamminò con il suo caro Pupazzo guida infilato nello zainetto e dopo un'ora, già stanca, chiese a un passante: «Scusi, sa quanto manca per arrivare al polo nord?» «Ancora tre tiri di dado, e se sei fortunata ci caschi sopra!» gli rispose. La ragazza perplessa continuò nel cammino fino a quando vide un bellissimo cane con un folto pelo: «Un husky! Devo essere vicina» dedusse. Poi notò che correva in un prato delimitato da una rete, visibilmente affaticato, con la lunga lingua di fuori, assieme a un bassotto e un barboncino e senza nessuna presenza di ghiaccio: «Non è che stiamo andando nel senso opposto?» chiese al suo gnomo. «Sei nella direzione giusta, solo che ci vogliono almeno una o due stagioni per giungerci a piedi». «Non credo di riuscire ad arrivare in tempo». «In tempo per che cosa?» «Per far sì che il desiderio di raggiungerlo non mi passi». «Allora lo puoi pensare, e con la mente immaginare fredde terre, gelo e l'infinito bianco». Luisa seguì il consiglio della sua cara voce interiore, chiuse gli occhi e iniziò a desiderare distese di ghiaccio, freddo, bianco e aurore boreali. Si addormentò. Al risveglio, frastornata, si ritrovò con un caldo sole in faccia. Gli sembrò di essere in un posto diverso da quello in cui si era assopita: «Dove siamo?» chiese al suo gnomo Nino. «Non lo so, devo essermi addormentato anch'io». Per un attimo aveva avuto la sensazione che il suo proposito si fosse realizzato: si trovò in una distesa piatta... ma di erba. Di fronte, un sentiero ciottolato. «Cosa faccio, vado?» «Vai!» rispose con sicurezza Nino. Lo percorse timidamente stando attenta a qualsiasi particolare che gli si potesse presentare. Notò in lontananza qualcosa di chiaro che si muoveva: “Un orso bianco!” esclamò. «Nino, ci siamo!» Si avvicinò emozionata; gli si presentò un bellissimo esemplare con un folto pelo che all'apparenza doveva essere morbidissimo. Al suo fianco un piccolo laghetto dal quale sembrava che sbucassero degli iceberg: «Questa è magia! Siamo veramente al Polo Nord!» le si rivolse ingenuamente, inconsapevole del fatto che avrebbe potuto divorarla in un lampo. «Con tutta la buona volontà, con 30 gradi sarebbe difficile esserlo. Lo sarebbe anche poggiare i piedi su un soffice manto erboso» rispose l'orso. «Perché? Non esiste l'estate al polo? E quei grossi blocchi di ghiaccio?» «Quelli sono finti. L'estate certamente esiste, ma non fa così caldo e non c'è presenza di terra al polo nord: o c'è il ghiaccio o c'è l'acqua». «Ma allora dove siamo? E cosa ci fai qui?» «Me lo sto ancora chiedendo. Un giorno mi sono addormentato e svegliato in questo luogo». «Anche a me è successa la stessa cosa, forse abbiamo qualcosa in comune. Mannaggia, il sole sta tramontando e non ho ancora fatto colazione». «Se vuoi ho un merluzzo». «Sarei abituata al cappuccino». «Se vai all'ingresso c'è un distributore automatico di bevande calde». «Allora c'è un ingresso per entrare al Polo Nord! Nino, dobbiamo aver sbagliato strada ed essere entrati dal retro». «Non ricordi? L'orso ha detto che questo luogo non corrisponde al Polo Nord». «Avete ragione, a parte l'orso, questo posto non mi piace affatto. Accetto la proposta del merluzzo. Bisogna fare delle esperienze nuove nella vita» concluse Luisa. L'orso afferrò il merluzzo con la zampa e glielo lanciò, ma si spiattellò contro la barriera di cristallo che li divideva. «Ormai non riesco più a lanciare neanche un pesce sopra i due metri» disse sconsolato. La bambina rimase di stucco, non si era accorta di quella divisione trasparente. Presa da un certo sconforto propose all'orso: «Proviamo a chiudere gli occhi e a immaginare il Polo Nord, magari insieme potremmo catapultarci lì. Con la forza del pensiero si possono fare cose straordinarie, vero Nino?» «Certo!» «Ma sei sicura di volerci andare? Io ho un po' paura e non sono convinto di esserci mai stato» disse l'orso «A questo punto sarei molto curiosa di vederlo». I due chiusero occhi e appoggiarono mano e zampa sulla parete invisibile, se non fosse per i pezzi di merluzzo spiaccicati, l'una contro l'altra, in un ideale contatto. «Sei ancora lì?» chiese Luisa. «Certo!» «Stai pensando a distese di ghiaccio?» «Me le sto immaginando». «Hai ancora gli occhi chiusi?» «Sì!» «Lo senti il freddo nell'aria?» «Forse... un po'». «E la neve?» «Mmm... mi sembra di sì!». «Sei pronto per entrare al Polo Nord?» «Sì, ma credo che tu non abbia un abbigliamento idoneo». «Non ti preoccupare. Al mio tre apriamo gli occhi». «Ok». «Uno, due, tre...aspetta. Ho una sensazione: credo che non ci siamo spostati di un palmo». «Lo credo anch'io». «Beh, a questo punto... ci vediamo domani?» «Volentieri». «A che ora?» «Quando vuoi, sono sempre qui, non ho orari». «Stupendo! Anch'io non ho orari!» rispose entusiasta Luisa. Si allontanò nella direzione opposta all'orso, con gli occhi chiusi, provando ad immaginare ancora il Polo Nord. «Nino, ti ricordi la strada del ritorno, vero?» «Mmm...» «E il merluzzoooooooooooo!» «Grazie, mangialo tuuuuuuuuuuuu!»
  5. Kasimiro

    L'attesa del vecchio leone

    Grazie @Poeta Zaza per i suggerimenti utili e graditi. Hai colto pienamente le sensazioni che ho cercato di trasmettere. Mi fa molto piacere. A presto
  6. Kasimiro

    L'attesa del vecchio leone

    Grazie @Leo74 per la lettura e le osservazioni. Ha un impianto che può assomigliare ad una favola anche se non mi ero prefissato di chiudere con una morale. Penso che, dal mio punto di vista, ci poteva essere un unico finale possibile; forse a seconda del proprio sentire si poteva descriverlo in più modi. Dopo diverse versioni ho deciso per quella sopra descritta. Alla prossima
  7. Kasimiro

    Alla ricerca della scia perduta

    Grazie per l'apprezzamento @Kikki.Direi che hai ragione sulla parte iniziale troppo raccontata. Credo che istintivamente mi sono dilungato per introdurre il contesto e, come mi hai fatto notare, le informazioni si potevano inserire lungo il percorso. Ottimo consiglio, grazie. La scelta dei nomi è puramente casuale, di solito inserisco i primi nomi che mi passano per la mente senza pensarci (ma forse sarebbe meglio pensarci in effetti). Alla prossima
  8. Kasimiro

    Alla ricerca della scia perduta

    C'era una volta una formica, chiusa nel cassetto di un armadio; era immobile sull'orlo di un calzino, spaesata, impaurita, al buio, ma soprattutto sola. Si dice che la sua vista non sia perfetta, in compenso l'olfatto è molto sviluppato, con dei recettori sulle antenne che la orientano seguendo le tracce lasciate dalle sue compagne. Ma quando viene catapultata distante dai suoi abituali spostamenti? Che destino le riserverà il futuro? Muoversi senza riferimenti è pericoloso: nessun esercito di guardiane-guerriere che ti possano proteggere, nessuna strada sicura, possibili predatori nascosti dietro l'angolo. L'istinto la porterebbe a rimanere ferma, anche fino alla fine dei suoi giorni. Quel calzino steso ad asciugare, ha interrotto un'autostrada ad alta percorrenza, una lunga traiettoria segnata da scie chimiche invisibili che fanno da guida ai piccoli insetti, conducendoli dal loro rifugio, una crepa sul muro, al terreno e viceversa, sempre alla ricerca di provviste. E le case ne offrono molte. Dalla primavera all'estate parte l'invasione: dal pianterreno all'ottavo piano; in cucina, in salotto o in bagno; nella zuccheriera o tra le piastrelle; nel cassetto delle posate per non dire sulla crocchetta del gatto abbandonata; sotto il divano e sopra il lavello; sul davanzale, sul ficus e sul cactus, o dietro l'enciclopedia lasciata dalla zia. I più sensibili d'animo, con una soffiata rimandano all'esterno il piccolo insetto, tanto la caduta non sortisce alcun trauma a una creatura così piccola e leggera. Il principio della legge sulla forza di gravità gioca a suo favore: un dinosauro si sarebbe sfracellato, all'impatto da un chilometro di altezza. Ma la nostra protagonista era tenace. Non aveva idea di dove fosse ma prese coraggio ed uscì allo scoperto. Si mosse verso la fessura di luce e lì, sul bordo del cassetto, fece il suo primo incontro. «Scusi? ha visto qualcuna di simile a me nei paraggi?» «No!» rispose secca una cimice ben mimetizzata. «Però se vai sul pavimento è più facile incontrare qualcuno che ti assomigli ma attenta, tempo fa ho visto aggirarsi una tegenaria domestica». «E chi sarebbe?» «Un orrendo ragno che si nutre di ogni tipo di insetto». «Fortunatamente non rientro tra i suoi pasti preferiti: l'acido formico che contengo risulta molto indigesto». «Beata te. Anche tu finita su un panno steso?» «Non lo so». «Non c'è altra spiegazione, ti dirò che per me è stato un bene, stavo giusto cercando un riparo per l'inverno». «Come faccio a ritornare indietro?» «Posso solo consigliarti di andare verso la luce, sperando che ti porti all'esterno. Buona fortuna». La formica seguì il consiglio e mentre scendeva, un bolide le passò davanti. «Cos'è stato?» Si domandò senza aver realizzato. «Mi chiamano pesciolino d'argento» rispose una vocina da una minuscola fessura. «Non sono in vena di scherzi». «Neanch'io, mi chiamano così per via della mia forma schiacciata e affusolata che ricorda un pesce, con la colorazione azzurrognola e riflessi argentati. Scusa se non mi faccio vedere, ma detesto la luce». «Inutile che ti chieda se hai notato qualcuna che mi assomigli». «Brava! È proprio inutile». «Davvero odioso». Continuando nella discesa, i suoi sensori captarono altre lunghe antenne che sbucavano da un anfratto del mobile. Si trattava di una coppia di blatte che riposava. «Scusate, avete visto delle formiche in giro?» «Sì, morte! Gli angoli della casa sono tempestati di insetticida». «Grazie per l'avviso, attenzione anche ai pericoli che arrivano dall'alto: ho sentito che c'è un grosso ragno che si aggira». «Se ti riferisci alla tegenaria domestica, è sparita con le ultime pulizie di casa. Il suo nido a imbuto era piuttosto vistoso, invece è molto più pericolosa la scutigera, velocissima, e rientriamo entrambi tra i suoi cibi preferiti». «Che brutto nome, un altro ragno?» «No, un orripilante millepiedi anzi, quindici piedi per parte. È molto vorace, sbuca fuori all'improvviso; per fortuna è da un po' che non la vedo se no, non sarei qui a raccontarlo». «Praticamente sono in trappola!» «Per evitare il veleno, devi attraversare le stanze dal centro e andare verso la porta di uscita». «E come faccio? Ho sempre seguito percorsi tracciati dalle mie compagne esploratrici: strade sicure». «Non direi se sei finita qui». «Non è colpa mia se l'uomo ha la capacità di scombinare la normale vita di un insetto, è l'unico che ha il potere di farlo ogni volta che compie un'azione: quando vanga la terra, sposta un vaso, taglia un albero, fa il barbecue, costruisce una casa e, ahimè, sposta il bucato». «Già, il fatto è che non lo vediamo e non ci rendiamo conto della sua esistenza, anche se la suola di una scarpa ci può spiaccicare in qualsiasi momento, ne ho viste parecchie fare questa fine». «Certo che voi scarafaggi non godete di buona fama». «Anche voi formiche, nel momento in cui entrate in casa, non siete gradite». «Infatti, io non ci volevo neanche venire; ora non vedo l'ora di andarmene. Ciao». Finalmente arrivò a toccare il pavimento e notò qualcosa di familiare: una colonna di formiche. Ma erano decisamente più piccole e più lente. «Buongiorno. Scusate, arrivate da fuori?» Non ricevette risposta, anche perché ognuna era intenta a trasportare tra le mandibole blocchi di cibarie molto più grandi e più pesanti di loro stesse. «No!» rispose una che andava in senso opposto alle altre. «Come fate a vivere in mezzo a tutti questi pericoli?» «Sai cosa vuol dire stare in una casa dove abitano bambini?» «No». «Trovare senza fatica rifornimenti abbondanti: biscotti, pezzi di cioccolata, corn flakes, briciole di pane, riso, rigurgiti di merendine, zucchero; il tutto a pochi passi dal nostro rifugio in una crepa sul muro». «E quando lavano il pavimento o passano l'aspirapolvere?». «Basta non farsi trovare. Abbiamo notato le abitudini della famiglia: dalla mattina fino alle quattro non c'è nessuno». «Io voglio solo uscire e ritrovare le mie compagne». «Prosegui lungo il solco tra queste piastrelle e arriverai fuori. Buona fortuna». Continuò con le antenne ritte e, lenta e decisa, si avvicinò all'uscita. Sentiva il calore del sole avvicinarsi quando, superata la soglia della porta che dà sul giardino, ad attenderla c'era un'altra colonna di formiche che entravano ed uscivano dalla casa con le provviste tra le fauci. Non risultò gradita e appena la notarono ricevette morsi da tutte le parti. «Che brutti modi! Me ne vado subito. E dire che siamo parenti». «Sono anni che difendiamo il nostro rifugio e non abbiamo intenzione di cederlo». «Non ho nessuna volontà di occupare la vostra casa, sto solo cercando la mia». «Non credo sia nelle vicinanze, non ho mai visto una come te». «Eppure ci dev'essere un filo per stendere i panni». «Hai detto panni?» «Sai dove sono?» «Sì, dall'altra parte del giardino. Devi attraversare il prato e sei arrivata». «E dici poco? Non ce la farò mai» disse sconfortata. Si accasciò e si mise a piangere. «Possiamo organizzare una spedizione! Abbiamo molto fiuto per gli spostamenti». «No, mettereste a rischio la vostra vita inutilmente». In quel momento qualcosa andò a sbattere contro il vetro della porta cadendo rovinosamente a terra. «Che botta!» Si ricompose stordito un maggiolino, un comune coleottero. «Non è la prima volta che mi fanno questo scherzo. Ehi voi! Non avrete mica intenzione di mangiarmi, approfittando del mio stato confusionale?» «Oh no, se vuoi possiamo offrirti qualche mollica di pane» disse una delle abitanti della colonia. «Grazie del pensiero, ma mangio solo foglie di alberi». «Mentre volavi hai fatto caso a dei panni stesi in giardino?» chiese speranzosa la protagonista smarrita. «Certo! A pochi metri da qui. Perché?» «Da lì passano tutte le mie compagne che ho perso». «Ti posso dare un passaggio». «Davvero?» «Volentieri, in pochi secondi saremo arrivati. Vieni sotto la mia pancia e attaccati a una zampa». Così, presero il volo e poco dopo atterrarono come un elicottero sul bordo dello stendipanni. Appena sganciata ringraziò il suo aereo taxi e subito i suoi recettori rilevarono qualcosa di familiare: l'adorata scia invisibile. «Giuditta!» partì una voce poco distante. «Carissime! Che emozione ritrovarvi». «Ma dove eravate finite tu e Carla?» «Carla?» «Sì! Siete sparite insieme, all'improvviso». «Oh no! Dobbiamo partire subito alla ricerca di Carla». «Ma non sappiamo dov'è! Sarebbe un suicidio girare a zonzo senza una meta». «Penso di sapere dove si trovi, e sarà anche meglio trovare una strada alternativa, a questo filo teso».
  9. Kasimiro

    Vento, mare, fontane e Danevio che aveva paura di morire.

    Ciao @Freedom Writer, il tuo modo di scrivere è affascinante e molto scorrevole anche se descrivi situazioni implausibili e paradossali. Penso che le parole non sono mai messe a caso pur con l'intento della casualità, si capisce già dal titolo. L'inizio preannuncia che non sarà un racconto lineare, come se inserissi volutamente dei controsensi: marinai-non navigati; improvvisati-lupi di mare; singola idea-avventura; plausibilmente-morte. Forse si può riassumere con una parola? Suicidio? Analizzando la frase secondo logica, la morte non porta nulla se non la morte, forse la paura della morte può fornire un motivo per vivere. È come se fin dall'inizio ribaltassi il significato della logica delle frasi, in effetti disorientante. Partendo da questi presupposti, non stupisce la tomba senza feretro. Bella l'idea della tomba in acqua salata ma non mi convince la scelta della fontana, anche se è tutto simbolico: rinchiudere specie marine in una vasca equivale ad una loro morte certa e per un animo romantico come Scanavino mi sarei immaginato qualcos'altro. Forse esce fuori il mio animo animalista? Questo passo mi ha ricordato che ogni volta quando passo davanti ad una pescheria e vedo granchi e conocchie vive, mi viene voglia di comprarli per metterli proprio in una fontana di acqua salata. Non ha molto senso ma, proprio per questo, questa immagine mi sembra molto bella. In questo passaggio del protagonista entra in scena qualcosa di plausibile e verosimile con una descrizione dettagliata delle sensazioni legate alla morte ma con un finale che non si smentisce nella sua apparente inutilità. Bello! Spiazzante. Le sensazioni di Canavino sono rese in maniera veramente efficace e la frase finale è molto evocativa. Con Gianetto metti in atto una vera tragedia, triste, dolorosa, spietata, descritta magistralmente. Bello il dettaglio delle calendule, le ricordo benissimo ma non il profumo. Qui avviene una sferzata (come se prima fosse tutto lineare), un passaggio da una descrizione scombinata ma con molti appigli alla realtà ad una situazione surreale. Stupisce positivamente. Il finale mi ha lasciato un po' perplesso, anche se immagino che queste fossero le tue intenzioni, perchè mi sembra più studiato, non che il resto non lo sia. Mi è sembrato anche a me strano che a Canavino fosse venuto in mente di mettere delle orate nella fontana. Pur non essendo ferrato di fauna marina c'era qualcosa che non mi convinceva, e in effetti Danevio lo fa subito presente. Mi sembra che ci sia stata una telechiamata meno spiazzante come molta parte del racconto. Un'inezia, un pensiero un po' strambo, che nulla toglie al valore poetico della storia È stato un piacere, a rileggerti
  10. Kasimiro

    L'attesa del vecchio leone

    Grazie @Poldo per la lettura e le osservazioni pertinenti. L'idea mi è venuta dopo che avevo letto un articolo che parlava di Alzheimer negli animali, oltre a far presente, a un pubblico giovane, che la morte negli stessi animali viene vissuta come un'attesa serena; una consapevolezza del momento del passaggio che, come hai evidenziato, nell'uomo in tempi moderni viene vissuto con terrore e inquietudine. Condivido che è presente una certa ingenuità e l'aspetto buffo dato al leone, penso che non sia del tutto estraneo anche all'essere umano affetto da demenza o Alzheimer. Una malattia che annulla l'uomo, lo mette in una condizione senza più nessun riferimento, riconoscimento, e nella sua drammaticità si possono scorgere tenerezze paragonabili al mondo dei neonati e, perché no, momenti inconsapevolmente buffi. Alla prossima
  11. Kasimiro

    L'attesa del vecchio leone

    C'era una volta un vecchio leone che passeggiava per la savana; guardava con stupore tutto ciò che lo circondava: grandi uccelli che volteggiavano con moto circolare, altri paffuti bestioni che sguazzavano nel fango e giganti che arrivavano a mangiare foglie fino in cima all'albero. Notava che tutti gli animali si tenevano da lui alla larga e se cercava di avvicinarsi scappavano. «Avrò forse una brutta faccia?» si chiese perplesso. Provò ad annusarsi in varie parti del corpo per verificare se emanasse cattivo odore: «Non mi sembra» e continuò come se nulla fosse. Proseguendo nel suo lento vagare notò un oggetto appuntito per terra, lo prese ed osservò che era lungo e affilato: «Mi pare un dente» commentò. Si passò la lingua all'interno della bocca, lungo le due arcate, per accertarsi che la dentatura fosse a posto, ma scoprì con sorpresa che gliene mancavano diversi: «Non me ne ero mai accorto. Questo sarà sicuramente il mio. Lo terrò come ricordo.» Poi vide altri animali che riposavano placidamente e che da lui non scappavano anche se ad una breve distanza, si avvicinò e domandò: «Scusate, perché tutti fuggono quando mi vedono mentre voi mi state accanto senza paura?» «Perché siamo della stessa razza e siamo una grande famiglia: ci sono diverse tue figlie, alcune nipoti, cugine e compagne di una vita» rispose una leonessa del gruppo. «Che bella cosa, anche se non ricordo niente. Guardate cos'ho trovato?» cambiò discorso mentre mostrava l'affilato dente. «Mmm...interessante» rispose la leonessa, cercando di prendere tempo per capire il nesso. «È uno dei miei denti, caduto per qualche motivo.» «Ah! Potrebbe...anche se assomiglia più ad una scheggia di pietra.» «Vi racconto una storia» disse l'anziano leone. «Ti ascolto volentieri» rispose una delle sue adorate nipoti. «Scusate, mi scappa fortissimo la pipì, arrivo subito, iniziate pure.» «Vado a controllare i piccoli, non vorrei si mettessero in pericolo» rispose un'altra. «Ahia, ho delle fitte pazzesche allo stomaco, provo a fare due passi.» «Oh, oh, credo mi si stiano rompendo le acque, devo andare.» «Piccola, vengo ad aiutarti, è il tuo primo parto.» «Posso venire anch'io a vedere? Tra non molto toccherà anche a me.» Alla fine rimase solo Joanna, la cara nipote. «Dove sono andate tutte?» «Eh...sai come siamo noi femmine, abbiamo sempre un sacco di faccende da sbrigare...com'era la storia?» «Ah sì, c'era una volta un elefante che si diceva avesse due zanne lunghe quanto il corpo di tre rinoceronti messi in fila. Nessuno lo aveva mai visto ed era ricercato per tutto il continente, soprattutto dai bracconieri che avrebbero fatto una fortuna con tutto quell'avorio. Conosceva il segreto per vivere a lungo e tutti volevano incontrarlo...ma non ricordo quale fosse il segreto.» «Non c'è nulla di strano, se no che segreto sarebbe, e poi?» «Arrivò un elefante con due zanne lunghe come il collo di due giraffe.» «Un altro?» chiese Joanna. «Un altro chi?» «Un altro elefante. Poco prima avevi parlato di uno che aveva due zanne lunghe come il corpo di tre rinoceronti.» «È un bel problema.» «Ma no, uno o due elefanti non fa molta differenza; piuttosto, come facevano ad avere le zanne così lunghe?» «Erano molto vecchi, si diceva che avessero cento anni, e le zanne sono l'unica parte del corpo che non smette mai di crescere. Scusa ma tu chi sei?» «Come chi sono! Tua nipote: figlia di tua figlia.» «Ma io non ho figli.» «Nonno, anche se non ti ricordi, sei stato la guida di questo branco per diversi anni, temuto e rispettato da tutti, e durante quest'arco di tempo avrai fatto una cinquantina di figli.» «Io? Così tanti?» «Beh...non li hai fatti proprio tu...» «Mmm...mi sembri un po' confusa.» «Ma come continua la storia dell'elefante, i bracconieri riuscirono a trovarlo?» «Non ricordo nessuna storia di elefanti; che specie di animale sono i bracconieri?» «Una brutta specie.» «Non sarà l'unica, ma noi non dovremmo temere nessuno, mi sembra di avere questo ricordo.» «Sicuro!» «Che calura, vorrei tanto rinfrescarmi un po'. Dove sarà finito quel laghetto dove facevamo il bagno da piccoli? Ero sicuro che fosse qui. Con tutto questo pelo intorno al collo, il caldo diventa insopportabile. A proposito, perchè voi non l'avete?» «Per fortuna la natura ce lo ha risparmiato, visto che siamo soprattutto noi a cacciare facendo delle corse estenuanti; con tutta quella peluria saremmo soffocate.» «Cosa dovete cacciare?» «Oh nonno! lo vedi quell'animale laggiù?» «Sì.» «È una gazzella, uno dei nostri pasti principali.» «E come fai a prenderla, è veloce quanto quei gattoni maculati che si vedono ogni tanto.» «Infatti! Non è per niente facile; bisogna agire di sorpresa con un gioco di squadra, e dal nostro successo dipende anche il tuo bisogno di soddisfare la fame.» «Io qua intorno vedo solo animali che mangiano erba, non potremmo farlo anche noi?» «Magari! Piacerebbe tanto anche a me nutrirmi senza fare nessuna fatica; purtroppo per noi, senza la gazzella moriremmo di fame, o meglio senza animali che mangiano erba. E siamo anche fortunati come predatori.» «Perché?» «Perché siamo i più forti! E nessun altro potrebbe mangiarci o competere con noi.» «Finché siamo vivi, poi diventiamo un banchetto per tutti, ne ho visti tanti.» «È vero, come il caro povero Romeo, uno degli ultimi maschi alfa del branco. A me farebbero solo senso tutti quegli insetti.» «Oh! Anche a me. Mi sembra di sentirli già addosso!» «Quelle sono pulci, non ti preoccupare.» «Ti racconto una storia» riprese il leone. «Ti ascolto.» «C'era una volta un elefante con due zanne lunghe...ma non ricordo più quanto fossero lunghe.» «Forse come il corpo di tre ippopotami? O erano zebre? Non ricordo più neanch'io.» «Mi dispiace, la memoria mi ha abbandonato.» «Non importa, non sei l'unico, e poi sono dettagli di poca importanza. Parlavi di un elefante che conosceva il segreto di lunga vita.» «Lunga vita...ma a cosa serve?» «Credo sia il desiderio di chiunque.» «Non so, se ti metti nei miei panni...vorrei raccontarti una storia, ma non la ricordo più.» «Parlavi di un elefante.» «Chi è l'elefante?» «Un gigante con un lungo naso che strappa frasche dagli alberi.» «E noi chi siamo?» «Leoni.» «Leoni...sì! Ora ricordo la storia: c'era un vecchio leone al quale gli erano rimasti pochi denti. Non poteva più mangiare e le leonesse si prodigavano a rigurgitare cibo masticato per offrirglielo. Non aveva più forze e gli altri maschi più giovani, che una volta lo sfidavano in sanguinosi combattimenti, ora gli stavano accanto per proteggerlo. Un giorno si rifiutò di mangiare e continuò per i giorni a seguire. Gli avvoltoi gli aleggiavano intorno sempre più vicini e lui fu contento all'idea di dare nutrimento, a loro come alla terra. Poi si presentò un elefante dalle lunghe zanne, si sedette vicino al vecchio leone ed aspettarono insieme.» «Cosa aspettavano?» «Il tramonto. Il leone chiese all'elefante: “Dev'essere faticoso camminare con due pesi così ingombranti.” “Già, è il carico della vecchiaia, ma ho deciso di fermarmi” rispose il pachiderma. “A me stanno cadendo i denti, il pelo, i chili e i pensieri: la leggerezza della vecchiaia.” rispose il leone.» «Che bella storia nonno, finisce così?» «Nonno?» «Nonno?» «Sembrerebbe di sì.»
  12. Kasimiro

    Dolcetto o scherzetto?

    Ciao @Kikki, una storia tenera e delicata come ne ho lette altre scritte da te, con un finale dolce, molto adatta ad un lettore dell'età che ti sei proposta. Penso anch'io che se il tuo proposito era un illustrato, la storia andrebbe molto sintetizzata e ridotta dei particolari descrittivi. Immagino che non sia facile trovare un illustratore in sintonia con l'autore, riuscire a trasmettere le sensazioni con forma e colore senza deviare dal proposito dell'autore. L'ideale sarebbe riuscire a coniugare le due espressioni con la stessa mano, ma sono doti rare. Quando succede, magistralmente, vengono fuori capolavori, a mio avviso, come quelli di Jimmy Liao o Leo Lionni. Nello stesso tempo, trovo che possa essere una storia che ben si adatti ad una lettura animata, in cui sia il tema che i suoni che utilizzi, possono essere interpretati da un narratore di fronte ad una piccola platea. La storia scorre fluida, lineare; non mi sembra che ci siano cose da segnalare riguardo forma e grammatica. Forse qualche sferzata in più per coinvolgere il lettore ci sarebbe stata bene, un po' più di mordente non avrebbe guastato (il tema si presta.) Penso anch'io che la ripetizione dei suoni sia apprezzata dai bambini. In questo caso quella del gnic, gnac delle rotelle che cigolano la trovo azzeccata. Il tum, tum forse si può arricchire o far crescere, come se ogni volta fosse sempre più forte per attirare l'attenzione dei genitori da parte di Elena. Non so, per es. evidenziare che a un certo punto si mette degli zoccoli di legno per fare più rumore, oppure trovare un altro suono per sbattere i piedi ogni volta diverso. Credo che sia importante la ripetizione ma altrettanto lo stupore da trasmettere al bambino per appassionarlo. Secondo me si possono anche aggiungere altre sonorità, magari legate alla paura, visto il tema di Halloween. Anche questo passaggio è molto tenero. Bella l'idea dei piedi indipendenti, scollegati dal corpo, che manifestano disappunto e che la bambina riporta all'ordine. Il finale ha un'evoluzione classica che apprezzo sempre: risolvere un conflitto utilizzando la fantasia e la buona volontà, molto educativo. Bella la chiusa finale. Arrivato alla fine, secondo me, così com'è, la storia funziona benissimo senza immagini. Magari ne basterebbe solo qualcuna di supporto per arricchire ed abbellire il tutto. Ho apprezzato. Alla prossima
  13. Kasimiro

    Il viaggio di Agnese

    Grazie @Poeta Zaza i tuoi suggerimenti oltre che utili sono proprio calzanti. Terrò presente l'idea di un prosieguo. Mi fa molto piacere che hai apprezzato questa storia e le sensazioni che ho cercato di trasmettere, grazie ancora. Alla prossima
  14. Kasimiro

    Il viaggio di Agnese

    Grazie @La Andersper la lettura. Non sei stata per niente pignola anzi, direi che le tue osservazioni sono impeccabili. Provvedo alle correzioni. Nel complesso mi fa piacere che lo hai apprezzato. Alla prossima
  15. Kasimiro

    Il viaggio di Agnese

    Molto piacere @Kiarka, grazie per l'apprezzamento. Bellissima riflessione. In realtà al pappagallo come tristo mietitore non ci avevo pensato consciamente. Quella del parrocchetto (la specie che ha colonizzato le nostre terre) è un'immagine che mi incuriosisce perchè ne vedo sempre più in giro, con il loro distinguibile cinguettio. Dalla finestra dove lavoro, poi, ho assistito ad una nidiata all'interno di un buco in un albero fino al loro primo volo. Ho pensato, visto che provengono da altri continenti e terre più incontaminate, che alcuni di questi volevano ritornare al loro luogo di origine intraprendendo un lungo viaggio, portandosi dietro delle anime perse, verso luoghi più puri. Giusta la tua osservazione sul dialogo, provo a metterci mano. Alla prossima Grazie @ilion per la lettura e le tue considerazioni
×