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LadyLigeiaForever

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    Cinema, letteratura, fan della serie tedesca "Dark".

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  1. LadyLigeiaForever

    Finale di Dark: top o flop? (spoiler)

    Se ti riferisci a Hanno Tauber, non sarebbe il figlio ma il nipote del personaggio da te indicato. Io ho amato visceralmente Dark, molto più interessante di tante "americanate" (si fa per dire) in giro. Adesso Baran bo Odar e Jantje Friese stanno preparando un'altra serie: 1899
  2. LadyLigeiaForever

    Reminiscenze dal futuro

    Reminiscenze dal futuro Non mi ricordo quando fu la prima volta che me la presentarono, non ricordo nemmeno quando fu la prima volta che la vidi e mi sorrise. Forse era accompagnata dai suoi genitori o da un suo tutore. I miei genitori ed i suoi erano soci di una delle compagnie marittime più importanti del paese, con affari ricchissimi oltreoceano. Per questo erano assenti per la maggior parte dell’anno e noi bambine dovevamo rimanere a carico di parenti, ma soprattutto di bambinaie e istitutrici. Era un mondo così lontano da quello che c’è adesso; diversi costumi, una diversa sensibilità. Irena ed io passavamo la maggior parte della giornata in uno studio decorato con tappeti persiani e alte librerie di mogano alle pareti, piene di volumi antichi, soprattutto romanzi di cavalleria e libri di storia. Le altre stanze erano tutte arredate con antichi mobili in legno pregiato, arazzi alle pareti e quadri di rinomati artisti. Nel nostro studio passavamo le giornate a imparare con l’aiuto della nostra istitutrice e ricevevamo la visita dei nostri parenti e amici, e talvolta dei curatori d’affari delle nostre famiglie. I genitori d’Irena avevano preferito che vivessimo insieme. La loro casa, un castello in mezzo alle colline, era un luogo che aveva bisogno di considerevoli riparazioni e le fonti d’acqua intorno erano insalubri per cui bisognava costruire dei pozzi adeguati. Io fui molto contenta di averla come compagna. Irena aveva i capelli biondi e lunghi, raccolti all’indietro con un nastro rosso. Di solito vestiva di bianco; vestito bianco, calze bianche e scarpe in raso bianco. La sua pelle era pallida come l’avorio, i suoi occhi di un azzurro cielo, belle labbra rosa completavano il quadro. Era una bellezza delicata, una fanciulla che sembrava scaturita da qualche antica fiaba. Io, invece, avevo capelli lunghi e scuri, occhi verdi come quelli di mia madre, e mi piaceva vestire di velluto rosso nei mesi invernali. Il tempo passava e la nostra amicizia crebbe immensamente. Siccome di rado ci separavamo, eravamo le migliori amiche possibili e non potevamo esimerci dal pensare a noi e al nostro legame come a qualcosa d’insolito e sorprendente. Mi sembrava di vederla in ogni albero, in ogni piccolo uccello che scorgevo dalle alte finestre delle nostre stanze. Perfino nell’aria fuori e nella soave brezza estiva individuavo la sua impronta, qualcosa di dolce, tenue e fatato. C’era un parco di fronte alla villa nella quale vivevamo. C’era anche una strada in mezzo al verde che conduceva alla nostra casa e vedevamo di frequente le carrozze passare, portando qualche invitato o qualche messaggero con importanti notizie d’oltremare. Dalla finestra dello studio potevamo guardare quel posto con sguardo trepidante perché era da lì che ci arrivavano novità dal mondo. Un giorno d’inverno, quando Irena stava per compiere tredici anni, eravamo rimaste da sole nella stanza mentre una delle domestiche era andata nelle cantine per prendere della legna da ardere. Faceva ormai molto freddo, e fuori candidi fiochi di neve cadevano senza sosta fino a formare un fine mantello tutt’intorno. All’improvviso sentimmo un suono, come un becchettare contro i vetri della nostra finestra. Senza pensarci troppo mi avvicinai e vidi che fuori c’era un piccolo uccello bianco come la neve, gli occhi piccoli e neri come l’onice. Mi fece pena. Magari ha freddo, riflettei. Senza pensarci due volte aprii la finestra ed esso entrò subito volando e finì per posarsi su uno scaffale. Non avevo mai visto un uccello simile in tutta la mia vita. E pensare che di solito mi piacevano i libri di zoologia e pensavo di conoscere ogni razza d’uccello del nostro paese e della nostra regione. Ma uno così candido, con un becco così lustro e arancione, non lo avevo mai visto. Era più piccolo di una colomba e aveva uno sguardo che denotava qualcosa di simile all’intelligenza in termini umani. Aveva le piume bagnate, ma indietreggiò spaventato quando mi avvicinai per asciugarlo con il mio fazzoletto. Si mise a pigolare come un pulcino, ma non lo era di sicuro. Irena seguiva la scena da una certa distanza, quasi non ci credesse a quello che vedeva. “Iris,” mi disse, “io ho visto quest’uccello in un sogno giusto ieri notte.” “Davvero? Come mai non me ne hai parlato? Di solito mi racconti tutto.” “Non te ne ho parlato perché le immagini di questo sogno erano alquanto confuse. Ma appena ho visto questo… essere, me ne sono ricordata subito.” “Perché lo chiami ‘essere’?” chiesi con curiosità. “Si tratta solo di un povero animaletto smarrito.” Irena mi fissò con quei suoi occhi azzurri carichi di mistero e mi rispose: “Non è un essere di questo mondo ma di un altro. Quando si sarà asciugato dobbiamo farlo andare via.” “E se volesse rimanere con noi? Possiamo prendergli una gabbia e chiedere ai domestici di lasciarcelo tenere.” “Una creatura magica come quella non vorrà mai rimanere prigioniera, ne sono certa.” “Come fai ad essere sicura che sia magica? Perché l’hai vista in sogno?” “Sì,” mi rispose con tranquillità, mentre continuava a fissare di tanto in tanto l’uccellino che si sistemava le penne con il becco. All’improvviso sentimmo la porta che si apriva ed entrò Eugenia, la cameriera. Essa aveva il grembiule bianco sporco di carbone e portava della legna da ardere tra le braccia. Si lamentò. “Speriamo che questa legna non sia umida altrimenti ci riempirà la stanza di fumo. C’era un gran casino in quella cantina.” Con la coda dell’occhio vidi che l’uccellino, lesto, si era nascosto dietro ad un busto di uno dei miei avi che si trovava sullo scaffale. Eugenia non notò nulla di strano e si mise di buona volontà ad accendere il fuoco nel camino. Ci mise anche un po’ di foglie secche e accese il tutto con l’aiuto del lume di una lampada ad olio che aveva a portata di mano. Noi seguimmo attentamente il processo e quando la ragazza finì, si sistemò il grembiule alla buona e prima di ritirarsi, chiese se non volevamo della cioccolata calda. Noi due annuimmo e Eugenia, con uno stanco sorriso, sparì dietro la porta. C’era un tavolino di legno che di solito usavamo per le nostre merende nello studio. Lo sistemammo alla svelta per quando la domestica tornasse portandoci le tazze di cioccolata appena promesse e alcuni biscotti. Avvicinammo due sedie al tavolino. L’uccellino, quando sentì andare via la cameriera, mise il becco fuori da dietro il busto dell’illustre antenato. Era strano, anche se non aveva alcuna espressione discernibile, era come se fosse sollevato e contento. Mi sembrò curioso interpretare il comportamento dell’animale come se avesse un significato emozionale tipico di noi esseri razionali. Irena, qualche volta, gli lanciava qualche occhiata di circospezione. Ad un certo punto l’uccellino si appollaiò e chiuse gli occhi. Poco dopo Eugenia tornò e bussò sommessamente alla porta. Irena, lesta, le aprì e il nostro pennuto amico si nascose di corsa dietro il busto. La donna si era cambiata il grembiule e adesso ne indossava un altro, bianchissimo. Con cautela mise il vassoio sul tavolino. Noi la seguivamo con lo sguardo. Mise le tazze di cioccolata fumante sui piattini e in mezzo al tavolo ci mise un piatto carico di biscotti alla cannella e zenzero. Noi fissammo estasiate tutto quello che era stato preparato per noi e per il nostro godimento. Subito dopo Eugenia si scusò, dicendo che aveva altro da sistemare e di chiamarla quando avessimo finito. Noi ci mettemmo a merendare di buona lena e l’uccellino poco a poco, uscì dal suo nascondiglio. Notai che ci guardava con interesse, di tanto in tanto muovendo la testa ai lati di scatto, quasi fosse divertito. Aveva gli occhi particolarmente brillanti. Una volta finito il tutto, Irena si alzò e si avvicinò al nostro amico lentamente. Questo la guardò senza paura mentre essa gli andava incontro. “Irena,” dissi, “perché stai andando verso di lui? Non ne eri preoccupata?” “Sì,” mi rispose, “ma ho sentito che mi chiamava per nome.” Aprii gli occhi grandi dalla sorpresa. “Io, non ho sentito niente. Ne sei proprio sicura?” “Certo che ne sono sicura. Ti ho già detto che non si tratta di un animale comune.” Qualche volta, durante le lezioni, avevo già notato che Irena aveva la tendenza a distrarsi e impensierirsi anche nel pieno delle spiegazioni, una cosa che aveva suscitato più volte la preoccupazione, o meglio, l’irritazione della nostra istitutrice. A volte mi aveva confidato idee alquanto bizzarre; come il fatto di essere in comunicazione con il fantasma di un suo antenato o di poter presagire quando ci stavano per arrivare lettere dai nostri genitori. Quest’ultimo fatto si avverava quasi puntualmente, anche se io in genere consideravo il tutto un frutto del caso, una fortuna. Notai che l’uccellino si era appollaiato di nuovo e sembrava oltremodo tranquillo mentre Irena con un dito gli accarezzava la testa soavemente. Esso sembrava fidarsi di lei. “Lui sa comunicare con la mente,” mi disse. “Anche se in molti non sarebbero in grado d’interpretare le sue parole… perché non sono tanto parole, ma visioni. Sono immagini di verdi foreste e laghi cristallini, il posto magico da dove lui proviene. Vuole che gli apriamo la finestra per lasciarlo andare via. C’è un varco verso il suo mondo proprio nei dintorni, nell’incavo del tronco di un vecchio albero nodoso.” Io seguii il suo discorso non più sorpresa dalla stranezza delle sue idee alle quali ero ormai abituata. Mi alzai dal tavolo per andare ad aprire la finestra. C’era un po’ di vento e alcuni fiocchi di neve entrarono e caddero, bagnando il pavimento in legno e i tappeti pregiati. L’uccellino bianco si preparò per spiegare il volo e in men che non si dica era già andato via dalla stanza. Le sue ali sembravano quasi d’argento e cristallo mentre volava, era una creatura divina senz’altro. Entrambe lo vedemmo allontanarsi all’orizzonte fino a scomparire. “Non so perché, ma credo che mi mancherà, nonostante ci conoscessimo appena,” dissi. “Non devi,” mi rispose Irena. Mi ha promesso una cosa perché lo lasciassimo libero.” La fissai con curiosità. “Di che si tratta?” “Questa notte riceveremo una rivelazione nel sonno. Entrambe sogneremo la stessa cosa. Lui mi ha detto che era importante.” Quel giorno aspettai che arrivasse il momento di andare a dormire con trepidazione. Dormivamo in stanze separate, ornate di lunghi tendaggi alle finestre e letti a baldacchino di antica foggia. La cameriera era in procinto di andare via dalla mia camera dopo avere sistemato lo scaldaletto. Mi lasciò la lampada ad olio sopra il comodino ricordandomi che dovevo spegnerla prima di addormentarmi. Se ne andò via dopo avermi sistemato le coperte e darmi la buonanotte. Quando sentii che c’era quiete tutt’intorno, mi alzai, e portando con me la lampada ad olio mi avviai lungo il silenzioso corridoio dove si trovavano la mia stanza e la stanza d’Irena. Quando arrivai di fronte alla sua porta vidi che da sotto proveniva una luce chiara e fluttuante. Anche lei era sveglia. Suonai tre volte, tre colpi leggeri, come eravamo d’accordo fare quando volevamo rimanere per un po’ sveglie in compagnia l’una dell’altra, prima di metterci a dormire. Lei mi aprì la porta lentamente per non fare rumore. La seguii nel suo letto, di solito rimanevamo lì a scaldarci a vicenda, abbracciate il più delle volte, soprattutto quando faceva freddo. Irena indossava una lunga camicia da notte bianca ornata di nastri di seta. Portava calze fino alla coscia perché soffriva il freddo. Di solito si spazzolava ed intrecciava i capelli prima di andare a dormire. Io portavo una camicia da notte morbida color rosa e avevo solo calze al ginocchio molto leggere, infatti ero un po’ infreddolita in quel momento. Ci accomodammo tutte e due sul letto, e la mia amica mi coprì amorevolmente con le sue pesanti coperte. Sentii il tepore dello scaldaletto vicino ai miei piedi. Rimanemmo per un po’ abbracciate senza dirci una parola, sentivo il suo tiepido respiro sul mio collo. A volte intrecciavo le mie gambe alle sue per scaldarmi meglio ma quella volta non lo feci. Pensai che ormai eravamo troppo cresciute per quelle effusioni infantili. Io ormai avevo dodici anni e lei ne stava per compiere tredici. “Credi che le cameriere se ne renderanno conto se rimango qui fino al mattino? Siccome dobbiamo sognare le stesse cose, secondo le previsioni di quell’essere magico, preferisco rimanere qui con te.” “Non credo che dicano niente ma sarebbe meglio che tu tornassi a dormire nella tua stanza prima che sia giorno.” “Non so se riuscirò a svegliarmi in tempo,” risposi. Lei rise sommessamente, il suo riso aveva sempre avuto un’incantevole e dolce cadenza. “A volte riesco a svegliarmi prima dell’alba. Se capita questa volta, prometto di destarti perché tu possa tornare nella tua stanza.” Mi baciò sulla fronte e dopo si girò per spegnere la sua lampada ad olio che giaceva sul suo comodino. Io chiusi gli occhi e cercai di rilassarmi in attesa che il sonno arrivasse presto e in sordina come era sempre successo. Dal lato del mio letto sentivo il respiro d’Irena che si faceva sempre più lento e rilassato. Io mi misi sul fianco e accomodai il mio cuscino sotto il mio collo per stare più confortevole. Arrivarono le prime avvisaglie di sonno sotto forma di suoni sussurrati, era il soffio del vento gelido fuori che la mia mente trasformava a suo piacimento, mi capitava spesso quando ero nel dormiveglia. Poi questi suoni iniziarono lentamente a sembrare le note di un pianoforte. Il suono si trasformò in melodia ed io ero in una grande sala e sentivo delle persone parlare intorno. C’era una lunga tavola imbandita con tante leccornie con in mezzo un grande recipiente in porcellana pieno di punch. L’aria profumava di limone e cannella, rosa e garofani. Io avevo un vestito grigio perla e scarpe da ballo ai piedi, in mano avevo un ventaglio di piume. All’improvviso vidi una giovane donna vestita di bianco, il suo vestito era fatto di seta e pizzo finissimo. Era una creatura bellissima, la pelle d’avorio, i capelli biondi acconciati in alto con ornamenti fatti di fiori minuscoli. Era Irena, ma non quella che conoscevo ma una ragazza di circa vent’anni. Le andai vicino e vidi che eravamo quasi alte uguali. Un grande specchio ovale in un angolo mi rimandò l’immagine di una giovane bruna, dalla carnagione chiara, labbra di un naturale rosa acceso, elegantemente vestita. Mossi il ventaglio per essere sicura che fossi io. Potevo vedere il sole tramontare in quel momento dalle lunghe finestre, i candelabri con le candele accese erano in ogni dove. C’era anche un lampadario di cristallo anche esso corredato di tante candele che irradiavano una luce soffusa e spettacolare. Sentivo la gente intorno parlare. C’erano tanti giovani, uomini alti e belli, elegantemente vestiti. Io ballai con uno di loro e vidi che Irena ballava con un altro che ad un certo punto avvicinò le sue labbra al suo orecchio per sussurrale qualcosa. Io seguivo la scena provando uno strano sentimento. Sentivo che il mio compagno mi parlava ma non riuscivo a seguire il suo discorso. All’improvviso la musica si fermò e la stanza rimase in penombra. Dalla finestra scorgevo un roccioso e grigio paesaggio. C’erano anche delle colline in lontananza. Guardai fuori dalla finestra e vidi i mattoni in pietra con cui era costruito quel castello. Era forse la dimora d’Irena. Mi girai quando sentii un rumore di pianto sommesso e vidi la mia unica amica, sempre vestita di bianco, con gli occhi arrossati mentre mi diceva: “Iris, che devo fare? I miei genitori hanno combinato il mio matrimonio con un illustre nobiluomo della regione. Io non so come sottrarmici. Non posso inventarmi delle scuse, ma anche se lui è una persona gentilissima, l’unica cosa che so è che non voglio diventare sua moglie. Cosa dovrei fare?” E la verità che fino a quel momento avevo negato a me stessa mi colpì come una sferzata di vento impetuoso. Lei si era avvicinata a me tendendomi le braccia, come se cercasse consolazione e io l’avevo abbracciata senza remore. Mi sentivo sciogliere al contatto con il suo corpo tiepido. Sentii le sue tempie pulsare con forza quando accarezzai le sue guance e i suoi capelli che profumavano di fiori delicati. Asciugai le sue lacrime con le mie stesse dita. “Magari possiamo trovare un modo di rimanere insieme,” dissi. “Il mio futuro marito ha affari oltreoceano e andremo a vivere là una volta sposati… non potremo rivederci mai più.” “Posso sempre fare un viaggio e trovare il modo per vederti, non voglio che tu ti senta sola, così lontana da tutti coloro che ti sono cari.” Lei mi fissò coi suoi occhi tristi. “Non te lo volevo dire per non farti soffrire, ma ho sentito i miei genitori parlare dei tuoi e del matrimonio che stanno combinando per te.” La notizia mi trafisse come un bagno in acqua gelida. All’improvviso sentii di stare cadendo in un pozzo profondo, un abisso per la mia anima e il mio amore. Non potevo permetterlo, ma non avrei neanche saputo come oppormici, proprio come lei. Era quello alla fine il destino di ogni donna. Di fronte a questa consapevolezza non potei evitare che lacrime inondassero i miei occhi anche se non volevo aggiungere il mio dolore al suo, già così grande. La tenni stretta mentre mormoravo al suo orecchio frasi di consolazione perché anch’io cercavo di consolarmi con le mie stesse parole. La stanza scomparve all’improvviso e mi ritrovai in un posto sconosciuto. Sembrava uno studio arredato con mobili in legno d’antica foggia, c’erano dei dipinti raffiguranti paesaggi alle pareti e da una finestra si poteva scorgere l’azzurro del mare lontano. Una donna anziana coi capelli raccolti e coperta con una mantellina di pizzo scriveva su un foglio di carta; c’era un calamaio con dell’inchiostro dove lei intingeva la piuma ogni tanto. Non la riconobbi all’inizio ma poi la guardai negli occhi e seppi che non poteva essere nessun’altra donna al mondo tranne Irena. Essa scriveva senza sosta. La vidi finire di scrivere sopra uno dei fogli di carta e poi alzandosi piano, andare a prendere una piccola bottiglia di vetro che c’era sopra il ripiano di un armadietto vicino. La vedevo arrotolare il foglio e ficcarlo dentro la bottiglia che dopo chiudeva con un tappo di sughero. C’erano già altre due bottiglie pronte con altrettanti fogli dentro, sullo stesso ripiano. La vidi fissare il mare dalla finestra con un’espressione triste e rassegnata. Ad un certo punto prese le bottiglie sistemate in fila con cura, per metterle dentro ad un cestino. Il sole tramontava all’orizzonte ed essa camminò fino alla spiaggia e si addentrò in acqua dopo essersi tolta le scarpe. C’era una piccola imbarcazione con dei remi che lei usò per addentrarsi in mare. Era già abbastanza lontana dalla battigia quando fece il gesto di far cadere il prezioso contenuto del cestino in mare aperto. La notte appena arrivata era serena e illuminata dalla luna. Prima di gettare le bottiglie in acqua, Irena le rompeva contro la prua della barca, così che non potessero tornare a riva, e i fogli si bagnavano rendendo incomprensibili le parole in essi scritte. Era come se si trattasse di un rito al quale era abituata. Per un attimo fissò la luna all’orizzonte, mentre su uno dei fogli che lentamente si intrideva d’acqua, si potevano leggere frammenti di frasi sbiadite. Ti ho amata, solo Dio sa quanto ti ho amata e ho pregato per te sotto la luna, una notte dopo l’altra fino all’infinito. Un giorno sulla tua tomba porterò i più bei fiori che troverò, rose rosse, cariche di profumo, per omaggiare la tua persona e l’amore che ho provato per te. Non dubitare, sei sempre stata amata più di ogni altra cosa al mondo, più della mia stessa vita e della famiglia che mi è stata imposta. Ho adempiuto al mio dovere, ma il mio cuore e la mia anima sono sempre stati legati a te e al tuo ricordo. Vedevo lacrime d’argento sul suo viso, invecchiato ma ancora così bello… ma capii, da questa visione del futuro, che io sarei morta prima di lei. Mi misi a pregare, una supplica non diretta al dio dei cristiani, ma alla creatura magica che aveva permesso tutte queste visioni. Volevo che mi ascoltasse e mi salvasse, anzi, ci salvasse da quell’incubo di vita che nessuna delle due avrebbe mai voluto. “Voglio rimanere insieme a lei,” supplicai, “sono disposta a pagare qualsiasi prezzo. Ti prego, ascoltami.” Mi ritrovai in una stanza oscura del castello d’Irena, solo la luce della luna illuminava d’argento il pavimento e ricopriva il tutto di un bagliore quasi soprannaturale. All’improvviso lo vidi arrivare, in volo, entrando dalla finestra spalancata. Il piccolo uccello si fermò a terra ma nell’istante in cui chiuse le ali, si trasformò in un bel giovane vestito di bianco, con ali simili a quelle degli angeli. Aveva un aspetto delicato e quasi femmineo, grandi occhi neri e capelli rossi. Era bellissimo. “Per favore,” gli chiesi, “puoi fare qualcosa per noi? Non voglio vivere di rimpianti tutti i giorni della mia vita come è accaduto a Irena. Voglio avere una vita vera, insieme a lei. Aiutaci, se puoi.” La divina creatura mi posò una delle sue bianche mani sulla spalla mentre ero inginocchiata di fronte a lui, le mani raccolte sul grembo e la testa china. “C’è solo una cosa che posso fare per voi, ma va contro le leggi naturali di questo mondo.” “Qualsiasi cosa è meglio del destino che di sicuro avremo restando qui.” “Allora dovete attraversare insieme a me il varco verso il mio mondo da dove potete rinascere in un mondo del futuro molto diverso da questo. Saresti disposta a lasciare il corpo che adesso possiedi qui? Perché solo il tuo spirito può attraversare la mia magica porta.” Sollevai lo sguardo per guardarlo dritto negli occhi. “Lo voglio,” esclamai senza il minimo dubbio. “Ricorda che deve essere d’accordo anche Irena.” “Puoi metterti in contatto con lei ed interpellarla? Io la posso solo vedere, ma non so se mi ascolta.” “In realtà questa è una visione, o meglio, un sogno condiviso. Irena, in particolare, può ascoltare ciò che dici e provare i tuoi stessi sentimenti. Non c’è alcun mistero ai suoi occhi.” In quel momento vidi un raggio di luce viva attraversare la notte fuori e le stelle in cielo si illuminarono come diamanti purissimi. Rimasi estasiata per un attimo davanti a quello spettacolo così fantastico e unico. “Cosa sta succedendo?” domandai. “Quel fenomeno che hai appena visto fuori era la sua risposta,” mi disse la creatura. “Anche lei vuole andare via di qui insieme a te.” “Cosa facciamo adesso?” Lui mi guardò in maniera gentile, mi fece alzare e dopo mise un piccolo oggetto sul palmo della mia mano, e chiuse le mie dita sopra di esso. “Chiudi gli occhi,” mormorò ** Ero da poco arrivata nel dormitorio dell’università di cui avevo ricevuto una borsa di studio. Per prima cosa aprii le valigie che avevo messo sul letto a una piazza a mia disposizione insieme ad altri mobili essenziali: un armadio, una scrivania e un comodino. Svuotai e accomodai il contenuto nell’armadio, non avevo tanta roba. Dopo essermi riposata un po’ e aver fatto una doccia veloce, scesi al piano di sotto dove si trovava l’area mensa. Questa era una lunga sala con molti tavoli rotondi disposti in fila corredati da quattro sedie ciascuno. Nel mezzo si trovava un tavolo lungo con un forno a microonde e un angolo per i condimenti. Avevo una tessera nella quale avevo caricato precedentemente del denaro e anche un paio di carte di credito che mi avevano dato i miei genitori. Mi misi a mangiare un panino davanti ad un tavolo vuoto, e vidi gli studenti che già si conoscevano che si radunavano in piccoli gruppi intorno. Uno di loro mi fece un gesto e dopo fece un cenno agli altri compagni del suo gruppo. Una delle studentesse si avvicinò a me per fare un po’ di chiacchiere di circostanza, e in maniera molto gentile mi fece capire l’andamento del posto e tutta l’informazione che potevo reperire tramite la segreteria. Mi fece ricordare che mi servivano anche i libri di testo scaricabili che si trovavano accedendo tramite un link con una password rilasciata dal personale addetto, sempre in segreteria. Siccome era già sera, avrei dovuto aspettare fino al giorno seguente per sistemare tutto. Il giorno dopo mi svegliai presto per andare in segreteria e presso altri uffici per reperire tutta l’informazione e il materiale occorrente per iniziare le lezioni già il giorno seguente. Mi ero messa un paio di jeans e una camicia bianca. Una volta svolti tutti i miei giri, andai in mensa per pranzare. Al mattino mi ero arrangiata prendendo un po’ di caffè e una fetta di torta in uno dei chioschi che c’erano nel campus a disposizione degli studenti. Ricevetti pure una chiamata dei miei genitori che mi chiesero come stavo. A pranzo mi ritrovai con la stessa ragazza del giorno prima, si chiamava Sarah ed era allo stesso tavolo in compagnia di una ragazza bruna, dal fisico slanciato, vestita in maniera molto sportiva. Sarah, invece, indossava jeans alla moda e una camicetta rosa col pizzo, portava orecchini dorati e aveva i capelli biondi raccolti in una coda di cavallo. Parlando del più e del meno, lei mi disse che aveva un biglietto per il museo di storia naturale del posto, lo aveva acquistato online, ma non poteva più andarci perché aveva già fatto altri piani. “Se ne può usufruire solo oggi,” mi disse, “perché è inclusa una visita al centro delle farfalle e al padiglione di entomologia. Purtroppo ho un sacco di cose da fare e non ho ancora neppure scaricato i libri di testo.” Io accettai l’improvviso regalo e mi preparai quel pomeriggio per andarci. Misi nel mio dispositivo l’indirizzo del museo, e dopo presi la metropolitana ed un autobus per arrivarci. Da fuori vidi l’edificio in stile Art Nouveau corredato da un duomo in vetro dove, pensai, si trovasse il recinto delle farfalle di cui Sarah mi aveva parlato. Visitai il posto, fermandomi nella sezione minerali, con l’esposizione di tanti gioielli d’epoca che tanto m’interessavano. Comprai un paio di cataloghi e due souvenir da uno dei negozi che si trovavano all’interno. Una volta fatto questo mi diressi nel luogo dove si trovavano le farfalle. C’era una grande cascata in mezzo, e tutto intorno c’erano pareti in vetro disposte a cerchio su tre piani. Il posto era stato costruito e curato il più possibile per somigliare alla foresta pluviale dalla quale provenivano le farfalle. C’era una rigogliosa vegetazione e l’aria era mantenuta ad una determinata umidità costante grazie ad un sofisticato meccanismo. Io guardavo la cascata con diletto da dietro il vetro. Se andavo al piano di sotto, avrei potuto apprezzarla in tutto il suo splendore, ma decisi di rimanere dove ero ad osservare una bellissima farfalla gialla che mi volava intorno. Sorrisi con la gioia nel cuore, mi piaceva così tanto quel posto, pieno di quelle delicate creature così colorate. All’improvviso vidi uno sciame di farfalle azzurre volare intorno ad un albero esotico dai frutti rossi e succosi. Forse erano particolarmente golose del succo di quei frutti, pensai. Le loro ali erano di un blu intenso dai riflessi metallici, sembravano esseri magici. Ad ogni modo un improvviso pensiero mi sfiorò ed ebbi come la sensazione di avere visto quello spettacolo da qualche parte. Forse risaliva a qualche ricordo infantile perso nella notte dei tempi, e pensai che non poteva essere altrimenti perché mi accorsi di conoscere bene quel particolare tipo di farfalla. Poco dopo il piccolo sciame finì il suo compito e si sciolse, e mentre le guardavo andar via, mi sorse davanti una figura che non avevo notato prima. C’era una ragazza che guardava dall’altro lato del vetro, proprio di fronte a me, nel lato opposto della cascata. Essa era bionda, molto bella e vestita interamente di bianco: un vestito primaverile con le mezze maniche e ballerine bianche ai piedi. Mi sembrava proprio di conoscerla anche se non capivo come né quando l’avessi vista, anche se dentro di me ero sicura che quel fatto fosse veramente accaduto. Ripensai alle mie compagne di scuola, alle feste del liceo, alle mie prime amiche d’infanzia, e non riuscivo a trovare l’origine di quel ricordo da nessuna parte. Notai che anche lei mi fissava con un’espressione stupita prima di toccarsi istintivamente il petto dove aveva una collana con un ciondolo blu di cristallo. Era un ciondolo a forma di farfalla. Chiusi gli occhi un attimo ed ebbi la chiara visione di una mano dalle lunghe dita che mi metteva un oggetto identico sul mio palmo aperto. Era forse una fantasia scaturita da un momento già vissuto? O solo un sogno che non ricordavo di avere avuto mai? Sembrava così lucido e puro come se fosse veramente accaduto un giorno forse lontano, perduto tra le maree della mia storia. Aprii gli occhi e vidi che il luogo sembrava essersi fermato nel tempo, i visitanti erano rimasti immobili come colti da un silenzioso sortilegio. Un secondo dopo scomparvero come tante ombre sotto una luce scintillante che apparve improvvisa per spazzare via tutto. Tutto svanì, come inghiottito dalla notte, tranne un corridoio dove all’altro estremo, ancora sconcertata, c’era quella ragazza bionda. La visione del mio destino si fece chiara e dominò ogni angolo di quel paradiso scaturito dall’apparente nulla. La vegetazione dalla bellezza esuberante adesso cresceva in ogni dove e il corridoio era adesso un sentiero di terra e sabbia bianca. Le farfalle liberate da ogni recinto e costrizione volavano intorno, selvagge nella loro abbagliante ed eterna grazia. Lo spettacolo mi fece ricordare che c’era in quel mondo una divinità dalle ancestrali origini che vegliava su di me, anzi vegliava su di noi. Un essere dalle bianche ali, divino e potente. In mezzo allo spettacolo delle farfalle azzurre, circondata da esse, c’era quella ragazza il cui nome non avrei mai potuto dimenticare, e lo sapevo perché lei era più sacra per me della mia stessa vita. Era Irena. Per sempre Irena, la fine e l’inizio della vita, la fine e l’inizio dell’amore. Feci solo in tempo a mormorare, mentre lei si avvicinava a me: “Ti prego, resta con me, ora e sempre, negli anni a venire e che questa visione d’amore non sparisca mai.” Fine
  3. LadyLigeiaForever

    Finale di Dark: top o flop? (spoiler)

    Alla fine il risultato è sempre una realtà alternativa, la famiglia di Tannhaus (figlio, nuora e nipotina Charlotte-quella vera) era tutta destinata a morire in un incidente, ma vengono salvati da "due angeli" (Martha e Jonas). Quella che bisognava evitare che venisse costruita era la (fallita) macchina del tempo che aprì il passaggio verso due realtà alternative. Io, comunque, ho amato moltissimo questa serie. In una scena iniziale della terza stagione hanno reso omaggio a Kubrick (le gemelline del celebre The Shining). Ho letto che c'era anche l'inquietante coniglio Frank del fillm Donnie Darko (di cui la serie prende tanti spunti). Per cogliere tutti i particolari della serie bisogna guardarla più di una volta. Sotto molti aspetti è meravigliosa. La terza stagione è buona ma c'era troppa carne al fuoco secondo me.
  4. LadyLigeiaForever

    Ilmiolibro

    Devi pubblicare con loro per poter partecipare a IlMioEsordio.
  5. LadyLigeiaForever

    IO & TE

    La poesia non è il mio forte, ma i tuoi versi hanno un buon ritmo e una sonorità che coinvolgono molto. I miei complimenti. :)
  6. LadyLigeiaForever

    Società distopica e comportamenti dei personaggi

    Se puoi, prendi in considerazione le opere dello scrittore americano Philip K. Dick. Opere come "Le tre stimmate di Palmer Eldritch", "Un oscuro scrutare", "Ma gli androidi sognano pecore elettriche?", "Ubik", "La svastica sul sole". Le sue opere sono particolarmente illuminanti se vuoi creare una realtà distopica, uso di droghe che stravolgono la percezione del reale e molte altre cose.
  7. LadyLigeiaForever

    Cile degli anni '60 e '70, prima e dopo Allende (magari anche durante)

    Io ho trovato questo in caso ti possa interessare: https://www.biobiochile.cl/noticias/artes-y-cultura/actualidad-cultural/2018/09/11/a-45-anos-del-golpe-de-estado-45-documentales-claves-sobre-la-dictadura-de-pinochet.shtml Sono una serie di documentari sulla dittatura di Pinochet. Magari google ti può dare una mano con lo spagnolo.
  8. LadyLigeiaForever

    Autori di thriller psicologici

    Di fama ho sentito molto parlare dell'autore Thomas Harris (Il silenzio degli innocenti), ma personalmente non ho mai letto nulla di suo. Ho trovato molto interessante la serie "In treatment" anni fa. Mi ricordo che veniva mostrata con dovizia di particolari lo svolgimento delle sedute tra psicoterapista e paziente.
  9. LadyLigeiaForever

    Persona che ricorda una vita non sua

    La tua descrizione mi ha fatto venire in mente il "disturbo di depersonalizzazione e derealizzazione". In maniera più ampia potresti fare ricerca tra i "disturbi dissociativi"
  10. LadyLigeiaForever

    Mi presento

    Grazie! :-)
  11. LadyLigeiaForever

    Mi presento

    Grazie :-)
  12. LadyLigeiaForever

    Mi presento

    Grazie, Sira :-)
  13. LadyLigeiaForever

    Mi presento

    Ciao a tutti. Mi chiamo Ale e sono un'avida lettrice e scrittrice. Ho al mio attivo un'opera pubblicata e una delle mie opere è arrivata finalista al concorso indetto da Ilmiolibro (concorso Ilmioesordio, anno 2016). Ho anche un blog dove ho postato una mia opera di fantascienza distopica scritta anni fa e che ho concluso piuttosto recentemente. Spero di fare tanti amici qui. :-)
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