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@Monica

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  1. Non avrei mai pensato di scrivere queste pagine. Non avrei mai pensato, in assoluto, di affidare alla caducità della carta la mia storia, ma, in qualche recondito anfratto della testa, qualcosa mi dice che un giorno qualcuno potrebbe essere interessato a questa vita insignificante. Il mio nome è Franz Hofmann e questo non vi dirà alcunché, quindi se non avrete voglia di proseguire la lettura, non mi offenderò. Quando incontrai la donna che mi avrebbe cambiato per sempre la vita, ero stato scelto da poche settimane come carceriere niente meno che del gerarca nazista Hermann Göring, durante il processo di Norimberga. Accade durante una delle rare occasioni in cui mi era concessa qualche ora di libera uscita. Ne avevo approfittato per liberarmi della divisa e indossare abiti civili e fare un buon bagno. Mi ero insaponato e sfregato a lungo la pelle sotto la doccia bollente, ma senza riuscire a mondare il corpo da quell’odore di marcio che avevo cucito addosso. Non era un sentore qualsiasi, forse era solo una proiezione della mente, come se il luridume della feccia che dovevo frequentare ogni giorno, esalasse direttamente dall’anima. Ero uscito senza una meta, camminavo, un passo dietro l’altro con lo sguardo perso nei pensieri, quando la notai. Andava di fretta, rasentando i muri e si voltava spesso indietro, come se avesse paura di essere seguita. Le mani infilate nelle tasche del lungo cappotto di lana, il colletto rialzato per proteggersi dal vento, un cappellino di feltro marrone, l’avrebbero resa del tutto invisibile, se non fosse stato per gli occhi vivi e brillanti che neppure le lenti spesse dei graziosi occhiali in metallo, riuscivano a offuscare. L’istinto mi portò a seguirla, c’era qualcosa di misterioso e affascinante in quella creatura. Ero sicuro che sotto a quel cappotto indossasse un abito di squisita fattura, immaginavo fosse francese e sì, lo confesso, volevo scoprire se fosse proprio così. Ho sempre provato invidia per le donne, non amore. Per quello avevo altri gusti, e questa è la prima volta che lo dichiaro pubblicamente. Affrettai il passo, la raggiunsi e cercai di superarla alla ricerca di un espediente per poterle parlare. La manovra ebbe successo: la borsetta che la giovane stringeva con la mano destra rovinò a terra; la costernazione per l’accaduto la convinse delle mie buone intenzioni quando, per farmi perdonare, la invitai a bere. La Brauhaus ci accolse con un piacevole tepore. Il tintinnio dei boccali faceva da contrappunto a un lieve brusìo di sottofondo. Da quando era iniziato il processo, la città era stata presa d’assalto da giornalisti di ogni dove, ma per fortuna, a quell’ora la birreria non era ancora affollata e così ci potemmo sedere. «Posso aiutarla a togliere il cappotto, frau... » «Rose, mademoiselle Rose Valland. E lei?» Francese! «Mi chiamo Franz Hoffmann, molto lieto di conoscerla.» risposi improvvisando un imbarazzato quanto improbabile baciamano. Un abitino semplice di flanella a quadretti, sobrio ed elegante. Come immaginavo. Un delicato profumo si diffuse nell’aria; una fragranza fiorita, odore buono, di pulito. «Anche lei qui per il processo?» Mi disse togliendomi dall’impaccio. «Sì, in un certo senso è così.» risposi asciutto; non volevo darle troppe informazioni. «E lei? È una giornalista in cerca di qualche rivelazione straordinaria?» Rose, si tolse i guanti con lentezza, come se avesse necessità di prendere tempo per soppesare la risposta. Approfittai di quell’attimo perfetto per guardarla dritto negli occhi. Un lieve rossore incendiò il pallore delle guance e quel calore ci trovò vicini, in un modo del tutto inatteso. Soprattutto per me: la trovai bellissima. Aprì la borsetta e ne estrasse un foglio ingiallito piegato in quattro parti. «Signor Hoffmann, io sono qui per questo. Voglio riuscire a chiedere a quel depravato di Göring, dove ha nascosto QUESTO.» Mi porse la pagina piegata. Göring... Aveva proprio nominato il “mio” prigioniero. Un depravato, sì, un tossico, un criminale, un assassino efferato. Il mio Göring, l’uomo che mi aveva affascinato e sedotto. Aprii quella pagina con delicatezza, calamitato dallo sguardo magnetico di Rose. Si trattava della riproduzione di un disegno: una donna pingue, nuda, abbracciata a un cigno che le soffiava nelle orecchie. C’era qualcosa di sublime in quel volto. Non avevo una grande cultura e il mio sguardo straniato tradiva l’ignoranza. Rose, parve leggermi nel pensiero. «Leda col cigno. Un opera di Leonardo.» «Ah... E cosa c’entra con Hermann Göring?» «Sono certa che quel ladro che lo abbia razziato e nascosto chissà dove. Anche questo è un crimine contro l’umanità per cui dovrà pagare il conto! Ma non prima di avere restituito questo capolavoro.» Mi faceva impazzire quello strano modo di parlare il tedesco. La lingua inciampava sui denti bianchissimi mentre pronunciava la erre. Non potevo resistere a quelle labbra socchiuse, promesse di baci morbidi e roventi, una sensazione che scaldava i miei sensi come mai avrei potuto immaginare. «Posso aiutarti.» risposi senza pensare alle conseguenze, sull’onda dell’eccitazione. Non fu necessario darle spiegazioni, aveva capito che non avrei mai potuto prendermi gioco di lei. Chiusi le sue mani tra le mie, la birra ondeggiò, debordando in voluttuosi spruzzi di schiuma dal bicchiere appannato. Rose non rientrò al suo alloggio quella sera. Facemmo l’amore con l’urgenza di chi ha molto da condividere e poco tempo da sprecare. Fu la mia prima volta; con una donna, intendo. «Hai detto che puoi aiutarmi. Mi domando come tu possa riuscirci.» mi disse cercando la mia bocca ancora una volta. Le porsi gli occhiali che aveva posato sul comodino accanto al letto. Non fu necessario risponderle. La divisa che le mostrai, parlò per me. «Sei un militare!» «Sono molto di più,» le dissi allungando la mano sotto le coperte per intriderle del suo odore «sono uno dei suoi carcerieri. Il preferito, in realtà.» Mi attrasse a sé con un impeto che non ammetteva fughe. Rischiai di arrivare in ritardo, ma avrei sopportato qualsiasi punizione. Göring mi aspettava, lascivo e suadente come sempre. Quel ricordo di potere che riusciva a esercitare su di me, lo eccitava. E, lasciatemelo dire, era una uomo di fronte al quale non si poteva restare indifferenti. Annusai le mie dita ancora sapide degli umori di Rose e presi coraggio di avvicinarlo. Göring aveva compreso subito le mie inclinazioni e ormai mi teneva in pugno. Eravamo tanto discreti che nessuno dei miei colleghi aveva sospetti. Rischiavo la vita senza sapere il perché, ma quella volta avevo una motivazione per cedere alla sua libidine e, per la prima volta, mi feci davvero schifo. «Mio Signore e padrone, sussurrai appena aperta la cella per portargli la cena.» Mi aveva insegnato a chiamarlo così e io trovavo normale compiacerlo. Non era la sera giusta per farlo innervosire. «Signore, ho una richiesta da farvi.» Ruttò prima di alzare lo sguardo su di me facendo una smorfia oscena con la lingua. Trattenni il disgusto e proseguii. «Leda e il Cigno.» In un attimo ottenni tutta l’attenzione. Quegli occhi porcini mi squadrarono come se mi vedessero per la prima volta. «Hofmann, adesso non dirmi che sei un esperto d’arte.» «Un’opera di Da Vinci. Introvabile, si dice.» Stuzzicai la sua vanità. «Sì, è probabile che nessuno la troverà mai.» rispose con una nota di orgoglio. «Peccato. Conosco qualcuno che sarebbe disposto a tutto pur di averla.» Gettai l’amo. Come guardia carceraria di uno degli imputati eccellenti del processo di Norimberga, mi era stato affidato un compito speciale. Dovevo sorvegliare il detenuto affinché arrivasse vivo fino al giorno dell’esecuzione. Il processo stava volgendo al termine e l’esito appariva scontato. Avevo poco tempo per mantenere la promessa fatta a Rose. La sentenza venne promulgata pochi giorni dopo: prevedeva la pena di morte per impiccagione. Dovevo portargli l’ultimo pasto. Era la mia ultima occasione. Göring non aveva paura della morte, però non avrebbe mai voluto morire sotto gli occhi dei suoi nemici. Era stato un militare decorato con le più alte onorificenze, un uomo potente e vanitoso. Lui non sarebbe stato impiccato, voleva darsi la morte come già altri avevano fatto. Tutte le precauzioni affinché la condanna venisse eseguita come previsto, erano state prese. Un dentista aveva rimosso una capsula di cianuro appositamente occultata in uno dei denti. Ma Hermann Göring era troppo scaltro. Appena entrai nella cella con la sua ultima cena, mi fece cenno di avvicinarmi e mi sussurrò all’orecchio: «Hoffman, c’è una cosa che puoi fare per me, ma ho bisogno che tu mi porti la mia penna. Quella che avete tra gli effetti personali che mi avete sequestrato.» «Mio Signore, temo di non potervi esaudire.» «Leda e il Cigno. Non sei più interessato?» Aveva colpito duro, come sempre. Rischiai molto quella notte e tutto per amore. Mi feci consegnare gli effetti di Göring, un ultimo desiderio non si nega neppure alla peggiore feccia. Le nostre frequentazioni “malate” mi avevano insegnato molto sulle abitudini e sul carattere di quell’uomo. Trovai la penna, sembrava del tutto normale. La aprii e, annusandola, mi resi conto che la cannuccia interna non conteneva solo inchiostro, ma del cianuro sfuggito a ogni controllo. Tornai da lui e gliela consegnai. Lui accennò un ringraziamento con cenno della testa, quindi si alzò e andò a prendere il rotolo di carta igienica. Ne staccò un foglio, quindi prese la penna e scrisse qualcosa che non riuscii a comprendere. Poi, ripiegò quel biglietto improvvisato e me lo consegnò ordinandomi di leggerlo solo dopo la sua esecuzione. «Non leggerlo fino a domani» mi ordinò; quindi schioccò un bacio simbolico e me lo inviò con un soffio. Ebbene, non rispettai la sua volontà e, appena mi fu possibile, lessi con avidità quanto aveva scritto. Con le mani sudate aprii il foglietto. Leda e il Cigno, il Leonardo perduto sarebbero stati il mio regalo per madeimoselle Rose Valland. Il cuore parve fermarsi nel petto quando lessi il contenuto. “Sei un gran coglione.” La mattina dopo, quando la sua cella fu aperta, Göring non dava segni di vita. Sembravano tutti impazziti, sentivo la mia stessa vita scivolare sotto gli sguardi accusatori, ma prima di sentire il freddo dell’acciaio che mi avrebbe chiuso i polsi, mi affrettai a rivelare che il condannato era solo sotto l’effetto di un potente sedativo. Spiegai che avevo scoperto del cianuro all’interno della penna che mi aveva chiesto come ultimo desiderio e che avevo sostituito il contenuto con il medicinale trovato in infermieria. Hermann Göring si riprese appena in tempo per sentire il cappio che gli stringeva il collo sotto lo sguardo carico di odio, ma soddisfatto della vendetta. Bestemmiò sputando sui suoi aguzzini, poi soffermò il suo sguardo su di me. Lo guardai dritto negli occhi e, senza abbassare lo sguardo, tirai fuori dalla tasca il pezzo di carta igienica che mi aveva consegnato la sera prima. Quella fu l’ultima cosa che vide, prima di porgere l’anima al diavolo.
  2. @Monica

    Polipetto Filippo

    @Kikki Ciao. Un bel racconto per i più piccoli, ma piacevole anche per chi bambino non è più da tempo. Non è facile scrivere per i bambini, c’è sempre il rischio di pensare e scrivere come “adulti”, o meglio come gli adulti immaginano i bambini.mimsono incartata lo so. Ma non è questo il caso. Polipo mamma non mi soddisfa tanto... meglio una bella polpessa La descrizione è molto carina e ben costruita. Però toglierei tentacoletti. Meglio “tentacoli” anche perché poi spieghi che erano ancora troppo corti. La storia, fin qui originale, poi perde un po’ di freschezza. Mi ha ricordato tantissimo alcune scene di “Alla ricerca di Nemo” mescolate con la “Sirenetta”. Mentre l’idea del piccolo polipo è carina e offre molte possibilità. il ricordo del polipetto Filippo lo metterei in corsivo e non fra i caporali. Cosa diceva sempre la mamma? Se c’è un pericolo, l’unico modo per noi polipi di difenderci è trovare un rifugio e cambiare colore. Bisogna diventare invisibili, è chiaro? Questa ė bellissima! Il rombo sordo... non so quanto i bambini possano apprezzare, ma per i più grandi è una bella trovata! Una fortunaccia da pochi o lo metti fra virgolette, oppure meglio dire: Era davvero una bella fortuna trovare il pranzo pronto...etc. Un bella storia con la sua morale e scritta in modo divertente e adeguato al pubblico a cui intendi rivolgerti. La racconterò molto volentieri!
  3. @Monica

    Notte Nero Inchiostro 2020 - Off Topic

    Uah uah uah...paurissima!
  4. @Monica

    Mezzogiorno d’inchiostro 142 - Off topic

    Anche questa volta non ce l’ho fatta. Ma naviga... la domenica è ancora un po’ complicata per me tra pranzi e cene ė difficile trovare il tempo per scrivere. In realtà ci ho provato e magari posterò il mio racconto fra qualche giorno, anche se non ne sono affatto soddisfatta. Magari il popolo di Wd mi aiuterà. Complimenti a tutti e... alla prossima (spero)
  5. @Monica

    Mezzogiorno d’inchiostro 142 - Off topic

    @Ippolita2018 grazie dell’invito. Questa volta cercherò di postare in tempo. Se mi verrà l’ispirazione... e comunque vi seguirò!
  6. @Monica

    Genova 2018

    @eterea libellula grazie per il passaggio e il suggerimento!@Gabriellafenice Grazie del passaggio e dell’apprezzamento !
  7. @Monica

    Il limbo di Hito

    come pietra non credo esista. Potrebbe essere pietra serena, o granito, etc. toglierei fin da subito meglio: appese sulla parete il concetto è chiaro. “Tanto da dubitare che quella scalinata avesse una fine” Toglierei “infinita”. In generale questo periodo risulta poco scorrevole. La lettura inciampa su tutte quelle congiunzioni. Anche qui trovo qualcosa da migliorare. Se dici fredda umidità la contrapposizione non può essere un caldo fruscio. Meglio dal tepore sprigionato dalle torce che adornavano (più che una funzione ornamentale le torce avevano una funzione di utilità quindi non userei adornavano). Percorrere un corridoio semibuio a naso all’insù non mi pare molto coerente.u La forma verbale non è corretta. Meglio “ e, come un giocattolo a cui siano state rimosse le batterie, rimase in ....etc. Se descrivi i draghi come “due piccoli draghi rossi” è spiazzante dire subito dopo che sono sgraziati come due avvoltoi. Ai piccoli draghi viene associata una idea gradevole poi delusa. Due fetidi draghi Rossi delle dimensioni non più grandi di una macchia di vino sulla tovaglia (bella questa immagine) ... etc. Quale porta? ciao@edotarg Non ho ben chiaro se questo sia un racconto finito oppure se sia il frammento di una storia più ampia. In generale questa fiaba dal gusto orientale è piacevole da leggere e potrebbe migliorare da una attenta revisione. Ti ho lasciato delle indicazioni man mano che andavo avanti con la lettura quindi prendile come suggerimenti da parte di un lettore non sono in grado di farti correzioni più approfondite. Se il racconto finisse così, come lettore, mi mancherebbe ancora qualcosa. Alla fine potrebbe essere una fiaba di formazione, ma la morale non è chiara a sufficienza. Molti elementi rimangono oscuri. Penso tu abbia in serbo altri capitoli. O no?
  8. @Monica

    L'avvocato Rossi e l'ambulanza

    @bwv582 Un racconto di taglio comico. È un genere parecchio complicato, è assai difficile far ridere. Dunque complimenti per esserti cimentato. La lettura è in genere piacevole e il garbuglio creato risulta leggero e divertente. Certo che potresti asciugarlo per renderlo più incisivo. La parte c’è tra le dei dialoghi la trovo un po’ eccessiva e spesso non funzionale, però nell’insieme hai prodotto un buon esercizio. Buona la sostituzione di “ambulanza” con mezzo di soccorso. Non altrettanto l’uso del verbo vedere. Immagino che tu lo abbia inserito per evitare la parola soccorrere troppo vicina a “soccorso”, ma non funziona bene. Forse potresti sostituirla con si affrettano ad assistere. Anche prontezza di idee non funziona, a mio parere. Meglio prontezza di riflessi. La punteggiatura o sta dentro i caporali o sta fuori. Nello stesso testo non è bene usare due modalità diverse. Vanno bene entrambe, ma non contemporaneamente. A parte l’intento “truffaldino” la frase risulta espressa in una forma non corretta. «Dategli qualcosa che gli alteri il sangue in modo che quando gli faranno degli esami lo radieranno etc.»
  9. @Monica

    Dolcissimo dolore

    @annanna L’autrice sei tu! E dunque se hai inteso dare questo significato perché no? Non ci sono verità assolute. Forse, questo ossimoro inserito nell’incipit non trova il lettore preparato. Ma è solo un’impressione, quindi segui pure la tua penna...
  10. @Monica

    Amore e Contramal

    @Downtown train Ciao. Non avevo ancora letto nulla di tuo e sono rimasta affascinata dallo stile. L’atmosfera decadente, quel male di vivere palpabile. Il ritmo dosato alla perfezione. Mi hai trascinata in questo “nero” dall’aria rarefatta e fumosa. Un gran bel “pezzo” di scrittura. D’autore. Super complimenti e grazie per averlo proposto.
  11. @Monica

    [MI 141] Offline/Online

    @Lo scrittore incolore Ciao! Ma che idea originale. La nonnina tutto miele, amore e coccole che in realtà viene bannata perché tacciata di razzismo. Qual è la vera nonna? La nonna web o quella del Mulino Bianco? Difficile a dirsi. Certo che, protetto da identità nascoste, l’io potrebbe manifestare la sua vera essenza. O no? Magari la nonna Adalgisa si diverte a stuzzicare le reazioni altrui. In ogni caso diabolica nonnetta e diabolico scrittore incolore che ha costruito una storia molto gustosa. Complimenti.
  12. @Monica

    [MI 141] Il principio percentualistico del bene e del male

    @Solitèr una piccola storia di formazione. Difficile fare i genitori... una buona prova!
  13. @Monica

    [MI 141] Se dovessi camminare in una valle oscura

    @Ippolita2018 ottimo Ippolita. Davvero un bella interpretazione della traccia. Semplice, diretta senza artifici e molto ben scritta. Piaciuta assai.
  14. @Monica

    [MI 141] Problema risolto

    @Macleo oh Macleo, sei tu Macleo ... cosa odono le mie pupille? Una fiaba degna di “Lando” dei tempi andati. Una boutade o per dirla come Il Dr. Jekyll, una “cignalata” per aderire allo spirito di Hyde.
  15. @Monica

    Irina

    @Giuliabasilico @Asmondo grazie a entrambi del passaggio 😊
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