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jjackflash

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  1. jjackflash

    Il grande Riboldi

    Ciao @Kikki , grazie mille per il tempo che mi hai dedicato. Non sto a rispondere punto punto in quanto mi sembrano tutti appunti correttissimi. La considerazione più importante però, per me, rimane la necessità, che trapela dalle tue considerazioni, di non essere troppo superficiale su alcuni aspetti, chiarissimi nella mia mente ma magari non nella mente del lettore, che ovviamente non sa ciò che per me risulta scontato ma che effettivamente non lo è per il resto del mondo. L'unica superficialità voluta è quella della descrizione della bambina. Vorrei in futuro raggiungere la capacità di potermi permettere di non descrivere personaggi e luoghi quando non strettamente necessario ai fini della trama. Semplificando volevo non descrivere la bambina in modo che fosse qualunque bambina, non una specifica. Mi rendo conto che pensarlo è una cosa, renderlo in scrittura ben altro. Inoltre non posso non riconoscere la mia deriva scenografica più che letteraria. Grazie mille di nuovo
  2. jjackflash

    Il mio cane

    Anche a me è piaciuto questo racconto. Niente male davvero. Forse la nota più debole è il titolo.
  3. jjackflash

    Stasera mi butto... anzi no, meglio domattina, sul presto.

    @AndC Eccome, se mi aiuta! Grazie infinite
  4. jjackflash

    Trader sportivo

    @Emmanuel89 Ovviamente sempre che la tua intenzione sia farne un'attività e non sia quella di pubblicare un libro per la soddisfazione !
  5. jjackflash

    Trader sportivo

    Ciao, innanzi tutto benvenuto. Mi permetto di darti il mio consiglio. Non dovresti scrivere un libro in senso stretto. Io al tuo posto creerei una piccola società allo scopo di vendere corsi/videocorsi/informazioni/sistemi. Il libro dovrebbe essere una componente marketing per promuovere l'attività e nulla di più ( e quindi anche pensato e scritto in quest'ottica). My two cents. Ciao A
  6. jjackflash

    Stasera mi butto... anzi no, meglio domattina, sul presto.

    Grazie mille per i vostri commenti e soprattutto grazie per le pulci! Sono qui per questo. @Lauram Concordo su tutte le tue osservazioni iniziali. Anzi vi devo chiedere scusa se molte cose erano evidenti e potevo correggerle facilmente con un editing più attento ma mi ero proposto di scrivere il racconto in mezza giornata, proprio come esercizio, e il risultato è stato questo. Avrei però una domanda che ovviamente dipende dalla mia ignoranza totale su questi argomenti: pensavo che il maiuscolo stesse ad indicare frasi dette "ad alto volume" se non gridate. Non è così? Sugli avverbi in 'ente' sono un mio tallone d'Achille di cui sono consapevole.. Sulla reazione tra serio e grottesco. E' voluta. Amo molto questi contrasti ma ovviamente non sempre riesco a gestirli al meglio. Ad esempio nella mia mente immagino la scena successiva in cui Rick vorrebbe provare a salvare l'ultimo suicida ma come si gira lo vede sfrecciare al suo fianco, magari sorridendo mentre si butta nel vuoto. E io mi immagino la sua faccia. Mi piace nella mia mente, molto meno nel testo. Come dicevo però, in questo caso, c'era una volontà di rispettare dei tempi. Perdonatemi se vi uso come cavie ma avendo scritta in vita mia solo i tre racconti che ho postato certi esercizi mi aiutano a capire un sacco di cose! Per il resto hai ragione su tutto. @AndC Grazie per tutte le segnalazioni! Hai perfettamente ragione. Mi rimane il dubbio sopra sul significato del maiuscolo e sulle virgole delle frasi del tipo <certo, Signore> in quanto ho qualche dubbio ma è un dubbio riconducibile a quel mondo ( e che richiamava anche nel commento all'altro racconto) che si potrebbe chiamare realismo vs. realtà. Ci rifletto su... Grazie ancora a tutti!
  7. jjackflash

    Le avventure di Felicia Imbriani

    @Domenico Santoro provo a spiegarmi meglio. Una piccola premessa: sono un grandissimo appassionato di fumetti! Detto questo, la tua storia poteva benissimo essere trasposta in un episodio del telefilm di Batman degli anni '60: sai quella in cui danno un pugno e vedi la scritta SBAM? Quella. Bene sappi che mi sono visto tutte le puntate, letto tutte le storie, ma adesso se ne vedo una mi viene l'orticaria! Era chiaramente la tua intenzione e quindi va benissimo, si tratta di gusti e come ti dicevo è un problema dei miei non certo dei tuoi! Detto questo l'idea è tutt'altro che malvagia ma, sempre per i miei gusti, vedrei molto bene la stessa storia, magari anche stessi personaggi (più o meno) ma rapporti più seri. Mantenere quindi l'ambientazione supereroistica dei tempi "ingenui" se mi permetti il termine ma un rapporto umano più maturo ( tipo una moglie tradita o qualcosa del genere) in modo da creare un contrasto. Ma sono gusti miei ripeto!
  8. Questo, per un pò, è l'ultimo racconto con cui vi tedio, promesso! ‘Le scogliere irlandesi sono così belle da togliere il fiato. Senza dubbio.’ ‘Peccato per questa pioggerella…’ Erano solo alcuni dei pensieri che attraversavano la mente dell’uomo in cima alla scogliera. Ah, c’era anche un: ‘Speriamo di centrare lo scoglio.’ Era mattino presto, il sole stava spuntando dall’orizzonte come le punte dei piedi dell’uomo spuntavano dal dirupo, un dirupo alto una ventina e più di metri, dritto sopra un bel cumulo di scogli piuttosto spigolosi, che inamovibili, tagliavano onde che preannunciavano tempesta in arrivo. Con un’unica eccezione, una lastra di pietra rotondeggiante quasi perfettamente orizzontale: era chiamata la scogliera dei suicidi e la lastra era soprannominata “il bersaglio”. Si diceva che il divertimento consisteva nel provare a centrare il bersaglio, quando ci si buttava. Chi lo diceva però non era chiaro. Era pronto. ‘Ora mi butto… Mi butto?... Si cazzo, si! DAI!’ Piegò le ginocchia per darsi lo slancio e … “Buongiorno signore.” … perse l’equilibrio. ‘CAZZO!’. Annaspò e agitò le braccia alla ricerca di un appiglio inesistente, ma non ci fu nulla da fare. Finì con il culo per terra. “Mi spiace, non volevo spaventarla.” Era un uomo sulla cinquantina, ordinato, vestito elegante… sembrava molto… british. Indiscutibilmente british, praticamente un perfetto maggiordomo inglese con quei suoi baffi ordinati, bombetta, guanti bianchi e ombrello. Gli unici elementi che stonavano erano il piccolo tavolino ripiegabile che si portava dietro e un contenitore con un sacco di fogli. ‘Cazzo, mi sono pisciato addosso!’ “Ma… lei chi è? Mi ha fatto prendere un colpo! E… insomma… potevo cadere!” “Mi scuso di nuovo signore. Non era mia intenzione. Mi presento, mi chiamo Wyse, Arthur Wyse. E rappresento la compagnia di pompe funebri ‘Wyse & Co.’, l’unica compagnia privata autorizzata a recuperare i corpi di chi termina la propria vita su queste scogliere?” “Cosa? Non crederà mica che io… Oh no!” “Ma certo signore. Devo aver frainteso.” Nel frattempo dispiegò il tavolino posandoci sopra il raccoglitore. “Ma vede qui vengono molte persone per porre fine alla loro esistenza, stanche, piegate dalla vita stessa. Mi creda, sono molte. E la ‘Wyse & Co.’ è qui per fornire a queste persone servizi di eccellenza a prezzi competitivi. Non penserà che i corpi possano essere lasciati laggiù, vero? E qui entra in campo la compagnia che rappresento! I nostri servizi vanno dal recupero salme fino al un funerale di prima classe completo di corteo, per chi non ha nessuno al mondo. I prezzi poi non temono rivali! Con diecimila sterline offriamo un servizio completo, di livello base certamente, ma in grado di soddisfare ogni tipologia di cliente. Consideri che chi non si appoggia a noi deve pagare venticinquemila, e dico VENTICINQUEMILA sterline solo per il recupero salma, che poi avviene ovviamente tramite strutture pubbliche, non così qualificate in una tale attività. Non immagina neanche quante volte mi è capitato di veder ricadere giù qualche poveraccio più di una volta! Mai successo con la ‘Wyse & Co.’! Naturalmente per beneficiare dei nostri servizi va firmato un regolare contratto. Prima del… salto, ovviamente!” “Ovviamente.” Venticinquemila sterline? Ma erano pazzi? Diecimila ci potevano stare… “Beh, ecco… forse…” “Buongiorno!” L’aspirante suicida non si era minimamente accorto della presenza della ragazza! Era vestita da escursionista, con dei pantaloncini corti che mettevano in mostra delle gambe mozzafiato. La ragazza mostrò la sua perfetta dentatura con uno splendido sorriso. “Buongiorno.” risposero all’unisono i due uomini. “Lei è il rappresentante della ‘Wyse & Co.’? Vorrei sottoscrivere i vostri servizi.” “Si, sono io. Arthur Wyse, per servirla. Conosce già la nostra offerta?” “Perfettamente! Mi avete già fornito tutti i dettagli. Vorrei firmare il contratto.” “Ma certo, le prendo subito una copia.” “Vuole usufruire…? Ti vuoi suicidare?” Era allibito. Una ragazza così bella... “Certamente. Non siamo tutti qui per questo?” L’uomo si guardò meglio intorno a sé. E vedi almeno altre due figure in lontananza. Sembrava stessero aspettando. Aspettando il loro turno. Wyse aveva messo sul tavolo dei fogli e la ragazza li stava compilando minuziosamente. “Perché? Perché vuoi suicidarti?”. La ragazza sussultò un attimo, non si aspettava questa domanda. Fu Wyse ad intervenire: “Signore, mi perdoni, ma non sono affari suoi! La signorina è maggiorenne e non deve rendere conto di niente a nessuno, soprattutto a degli sconosciuti come me e lei!” “Non importa. In fondo è solo una domanda. Facciamo così. Tu mi dici perché vuoi farlo tu ed io ti dico perché voglio farlo io. Affare fatto?” disse continuando a compilare i moduli. Paura fu la prima reazione che ottenne. L’uomo capì la gravità della domanda che aveva fatto sulla propria pelle. “Io…” La ragazza nel frattempo aveva finito di scrivere e si stava avvicinando al bordo del precipizio. Lo sapeva perché voleva suicidarsi? Lo sapeva veramente? “Perché…” La ragazza gli era oramai accanto. Aveva proprio dei bellissimi occhi. “… tutti mi pisciano in testa da tutta la vita.” Concluse mentre la ragazza si lanciò di sotto. “CAZZO!” “Mancato” disse Wyse. La ragazza si era sfracellata sulle pietre poco oltre il bordo della scogliera, mancando il bersaglio di un paio di metri. Non era più tanto bella. “PERCHE’? IO TE L’HO DETTO! STRONZA!” “Non faccia così. Non avrà pensato che avrebbe fatto qualche differenza? Sono motivazioni troppo personali, la ragazza non avrebbe capito le sue e lei non l'avrebbe capito quelle della ragazza. Quando si arriva qui è già troppo tardi. Non si salva mai nessuno. Venga, l'aiuto a rialzarsi, signor… Mi scusi, non credo di ricordare il suo nome.” “Non… non gliel’ho detto… mi chiamo Rick.” “Signor Rick. Guardi. Sta arrivando il ter… secondo aspirante suicida della giornata.” Era un uomo anziano, sulla settantina, leggermente sovrappeso, con una birra in mano. “Buongiorno signor Wyse! Giornata di merda, eh?” “Buongiorno signor Reines. Effettivamente poteva essere migliore. Ma almeno non è ancora necessario aprire gli ombrelli.” “Cambierebbe poco per me.” Giù un bel sorso. “Ehi ragazzo, ne vuoi un goccio?” “No. No grazie.” “Meglio così.” E giù un altro gotto di birra. “Come mai questo muso lungo? Non trovi il coraggio di saltare?” “Il signor Rick non è qui per suicidarsi, signor Reines.” lo corresse Wyse. “Ah no?” “Si, invece” aggiunge Rick. “Vorrei gettarmi, ma cazzo, c’è più gente qui che in metropolitana a Dublino! Volevo un momento per me! MA NO! NON È POSSIBILE! C’è la coda. Come al supermercato! CAZZO!” “Non ti agitare ragazzo. Non ti devi vergognare se adesso hai paura…” “NON-HO-PAURA!” “... La ragazza…” proseguì ”… era così bella. Che bisogno aveva di buttarsi?” “Bella? Ragazzo, non penserei che da qui si buttino solo i brutti sai? Se fosse così cosa ci farei io qui?” e scoppiò a ridere. “Belli, brutti, ricchi o poveri. La vita ti schiaccia se non sei abbastanza forte. O se non hai qualcuno che ti aiuti a stare in piedi lo stesso.” C’era una profonda malinconia nella voce. “O se non ce l’hai più.”. Un ultimo sorso e poi giù, fino in fondo. Non arrivò neanche all’oceano. Rick non rimase sorpreso questa volta. Forse si stava abituando: “Non ha firmato il contratto.” disse con tono piatto a Wyse. “Lo aveva già firmato nel nostro ufficio in città.” “La moglie?” chiese Rick. “La figlia.” rispose Wyse mentre scribacchiava su alcuni fogli. “Rick, lei ha per caso un documento?” “Nello zaino” indicò lui distrattamente. Era perso nei suoi pensieri. Poi si ricordò che c’era ancora un tizio che faceva la coda per buttarsi. ‘Almeno uno pensò, fammene salvare almeno uno!’. Si girò verso l’entroterra per accogliere l’ultimo suicida della giornata ma vide solo una scia passargli accanto. Era arrivato di corsa e si era lanciato con un balzo. Lungo questa volta, dritto in mare. “Ecco, questo no, non ha firmato niente. Peggio per lui.” disse Wyse. Rick si ritrovò di nuovo nello stesso punto in cui si era messo la mattina. In cima alla scogliera con appena le punte dei piedi al di fuori. Stava osservando l’ultimo poveretto sbattuto dalle onde sugli scogli. Non si capiva se fosse ancora vivo oppure no, ma non avrebbe fatto molta differenza tra poco… Non aveva salvato nessuno. Però, in realtà, c’era ancora un aspirante suicida da poter salvare: lui stesso. Quella mattina avrebbe trovato l’idea ridicola, ma adesso… “Signor Wyse… Arthur… ha detto che nessuno si è mai salvato una volta che è arrivato qui giusto? “Esatto signor Rick.” “Solo Rick, ti prego. Beh, io sarò il primo!” disse con profonda convinzione. “Signor Rick… Anzi solo Rick…” disse Wyse mentre lo spingeva giù dal burrone, mandandolo a sfracellarsi di schiena nel centro preciso del bersaglio. Poi avrebbe finito di falsificare il contratto, ma prima… “Vedi mio caro Rick…” disse togliendosi i guanti “… c’è sempre una morale in ogni storia…” Continuò aprendosi la patta dei pantaloni. “… e la morale di questa storia” tirò fuori l’uccello “…è: se ti pisciano in testa da vivo, figurati dopo che sei morto! Ma almeno da vivo potevi scansarti.”
  9. jjackflash

    Le avventure di Felicia Imbriani

    Ciao, lascio per dopo il succo. Prima ti segnalo i dettagli: Vuoi non voi. Questa è proprio brutta secondo me Qui invece non è chiarissimo ( con errore): Il succo invece: ho trovato tutto al posto giusto, personaggi, storiella simpatica ma non mi ha conquistato. Credo sia causa principalmente dovuta all'ambientazione, cioè quella dei supereroi degli albori, tipo le storie degli anni '60, che personalmente non amo più molto. Il tuo omaggio è perfetto, pure troppo, è questo il mio problema. Avrei preferito una rivisitazione di qualche genere. Ma ovviamente in questo giudizio pesano moltissimo i miei gusti personali che mi fanno mal digerire l'ambientazione! Tienine conto.
  10. jjackflash

    Da una storia di vita vissuta per finta

    Ho sottovalutato il potere delle repliche di Italia1 immagino...
  11. jjackflash

    Punto! - Gospel per voce e bottiglia

    Non c'ho capito niente, però mi è piaciuto un sacco. Ti segnalo solo un refuso : fura invece di furia
  12. jjackflash

    Il grande Riboldi

    “Venghino Signori Venghino, il luna park è aperto!” Una bambina di sei o sette anni ascoltava. Era l’unica. Una litania costante, ripetitiva, pronunciata da un sudicio clown nel piazzale davanti un piccolo luna park non troppo squallido ma che presto lo sarebbe diventato, uno dei mille costruiti in un molo semi-abbandonato con la più malinconica delle ruote panoramiche. E la gente veniva, non molta ma veniva. Ignorando il misero essere nel centro di quella piccola piazzola che cercava di attirare su di sé le attenzioni fallendo penosamente. Invisibile nel migliore dei casi, dannoso nel peggiore. Solo la ragazzina, bionda, bella, con due occhi che illuminavano il mondo sembrava vederlo anche se sembrava un po’ spaventata, stringendo con troppa forza la mano del padre che quasi ogni sabato la portava in quel luna park. Dal padre aveva sicuramente ereditato i lineamenti dolci, gli occhi chiari e i capelli sbarazzini. Era un uomo ancora piuttosto giovane, con sguardo deciso e mani forti a cui aggrapparsi. Del clown si diceva fosse il Grande Riboldi, colui che era riuscito a far ridere anche le stelle. Ma si sa, le stelle sono umorali, oggi ti amano, domani ti ignorano e quando succede ti rimangono soltanto le stalle, sempre pronte ad accogliere chiunque a braccia aperte. In realtà nessuno gli aveva mai chiesto chi fosse veramente e a nessuno importava. L’unica traccia del suo presunto glorioso passato era il costume dai colori sgargianti, che se visto a debita distanza sembrava ancora moderatamente dignitoso perché, grazie al cielo, non potevi sentirne la puzza. “Venghino Signori Venghino” era la lagna ripetuta dieci ore al giorno da quella maschera di cerone posticcio, tutt’uno con la pelle, come se mai fosse stato levato e lacrime dipinte che oramai sembravano scarafaggi in marcia verso la bocca di denti corrotti. Dieci ore per due anni, tutti i giorni, mai un’assenza, neanche a Natale. E dopo tutto questo la gente comune lo evitava con la naturalezza con cui respirava ma lui non smetteva mai di osservarli, di ascoltarli. Dieci ore per due anni, tutti i giorni per quei quindici minuti, all’imbrunire, due ore prima della chiusura del luna park in cui poteva esibirsi come un tempo. Per quei pochi minuti in cui sembrava davvero essere il Grande Riboldi! Le persone si fermavano persino a guardarlo senza esserne schifati. Un numero fatto di equilibrismi, scenette e persino monologhi o scambi di battute con il pubblico, su cavalieri senza macchia e senza paura sbranati da un drago in un sol boccone, su cavalieri vigliacchi che sposano la sorella della principessa rapita vivendo felici e contenti o su altri personaggi immaginari. Scenette qualche volta tristi, magari allegre ma sempre bislacche. E quella bambina si fermava ogni volta a vederlo. Arrivava poco prima dell’inizio dello spettacolo ma non se ne andava mai prima che fosse finito. Anche dopo era il padre a portarla verso l’ingresso del luna park, con lei che continuava a fissarlo, incapace di distogliere lo sguardo dal clown, di quel clown che riusciva raramente a far ridere la bambina, una risata bella come il sole, pura. “Conoscete la storia di Samuel? Eh? Qualcuno di voi la conosce?” Era la storiella di quel sabato. “Era un bel ragazzone, come me! Intelligente, astuto e molto ricercato dalle ragazze, sempre come me!” I sorrisi della gente facevano da cornice alla gestualità con cui il clown accompagnava il racconto. “E anche a Samuel piacevano le belle ragazze! Non era un cavaliere e non viveva in un castello, ma in un condominio! Quinta strada! Il quartiere degli orchi! Gran brutto posticino, pericoloso ma pieno zeppo di donzelle da salvare! Quindi pensò Samuel, ne salvo una, una facile magari e divento un eroe! E così ha fatto! Ne ha salvata una che stava attraversando la strada senza guardare! Grandi onori gli furono tributati! Ma non aveva pensato però alle tremende conseguenze: se l’è dovuta sposare! E vissero per alcuni anni felici e contenti. Alcuni… pochi...uno. Sapete com’è… le lavatrici, i piatti da lavare, e poi magari i pannolini! Samuel, che oramai era un eroe bello e rispettato pensò… la riporto sulla strada!” disse con fare gioioso accentuando la battuta finale. Il pubblico applaudì la fine della storia e dell’esibizione piuttosto soddisfatto. Era andata bene oggi. “Signore e signori, grazie per l’attenzione. Lo spettacolo è finito, ma il luna park è ancora aperto! Grazie a tutti e a domani!”. Con l’ultima parola il sorriso del clown svanì, l’inchino finale si tramutò in una ridicola camminata tipica di chi ha scarpe enormi verso l’entrata del luna park. Non degnava mai di un ulteriore sguardo i presenti. “Andiamo, su. Non farti trascinare. Cosa ci troverai in quel tipo?” disse il padre alla figlia. La bambina non rispose, si limitò a guardare per terra seguendolo. “A me fa persino un po' paura.” continuò lui. “Ciao Lucas. Non c’è Bob oggi?” Lucas: “E’ nella sua roulotte a lamentarsi degli incassi del luna park, come al solito.” “Oh poverino. Gli saranno rimasti dei soldi per mangiare? Non rischierà di morire di fame?” “Ahhahahahha! Quel trippone non credo corra questo rischio, almeno per i prossimi due o tre mesi!” “Comunque prenderò un lecca-lecca da portargli. Così giusto per andare sul sicuro!” disse il padre iniziando ad allontanarsi da Lucas. “Uno? E di cosa se ne fa? Prendigliene un secchio!” Alla bambina Lucas non dispiaceva, sembrava fosse divertente, a suo padre faceva sempre ridere. Ma anche il clown non le dispiaceva: “A me no.” “Cosa?” “A me non fa paura.” “Allora sei più coraggiosa di me!” Lei lo guardò pensierosa e dopo un po' “Si, è vero!” L’uomo scoppiò a ridere di gusto attirando gli sguardi dei pochi estranei lì vicino. Se ne accorse e cercò di ricomporsi. “Ti va un giro in giostra?” Prima ancora che arrivasse la risposta prese la mano della figlia, strattonandola verso la giostra di cavallini alla loro destra e quasi con un lancio la mise a sedere nel primo cavallo libero. “Aspetta qui che vado a pagare la corsa.” Sara, era questo il nome della bambina, non c’era mai salita prima. Le luci, i colori, la lieve brezza nei capelli la divertivano. Sorrise. Vide il clown. Sorrise ancor di più! “La corsa è finita. Su, scendi!” L’uomo aiutò la figlia a scendere da cavallo con un bacio. “Ti sei divertita?” “Si! Possiamo rifarlo? Per favore! Per favore!” “Certo, la prossima volta. Ora dobbiamo andare a salutare Bob.” Si incamminarono. La bambina esitò: “Papà?” “Si?” “Non dovevi comprargli un lecca-lecca?” “Ne farà a meno.” Riboldi li vide scomparire dietro l’angolo di un tendone. Osservava sempre la bambina. Non perché fosse bella ma per la sua risata. Una piccola luce in un mondo oscuro. Non li seguì, si girò e si diresse nella direzione opposta. … “Venghino Signori Venghino, il luna park è aperto!” Era passata una settimana ed erano di nuovo tutti in quel piazzale. Riboldi al centro circondato da una decina di persone, la ragazzina innamorata di quel patetico spettacolo, più scadente del solito a dire il vero, e il padre in attesa che finisse la farsa del pagliaccio per potersi finalmente dirigere verso il luna park. Non lo divertiva ma in fondo non lo trovava neanche così fastidioso. E non aveva fretta. Un cane fatto di palloncini esplose nelle mani del clown che per tutta risposta si lanciò gambe al cielo piombando di schiena nell’asfalto del piazzale. Rimase così, immobile per un attimo, tra le risate dei presenti, poi di scatto alzò un dito al cielo dicendo: “Qualcuno di voi conosce la storia di Samuel? Qualcuno di voi la conosce?” “Si, io” disse Sara, subito ripresa dal padre. “Ma solo la prima parte scommetto!” proseguì il clown, sempre sdraiato per terra. “Dovete sapere che Samuel era un bel ragazzo. Come me! A cui piaceva la bella vita. Sempre come me! Ma la bella vita costa anche ad un eroe come lui! Perché forse non ve l’ho detto, ma lui era un eroe. Provò a lavorare, ma si faticava… si sudava! Roba per pazzi! Pensò di rubare allora! Ma poi bisognava scappare e anche così avrebbe sudato. No, non faceva per lui. Decise perciò di mettersi a fare il mercante e vendere a caro prezzo qualcosa che a lui costasse molto poco. Ma cosa? Il colpo di genio, l’intuizione! La speranza! Decise di vendere la speranza. Tutti ne hanno bisogno. In fondo chi non ne vorrebbe un pochino in più, giusto per i periodi difficili. Iniziò a prenderla qua e là, a volte in cambio di niente, a volte in cambio di poco, facendo affari d’oro. Ma sapete come vanno queste cose, quando c’è mercato inizia la concorrenza, i prezzi salgono e i guadagni scendono. Samuel si ritrovò di nuovo senza soldi, ma questa volta era anche… senza speranza.” Lasciò cadere il dito e il braccio sul cemento. “Signore e signori, grazie per l’attenzione. Lo spettacolo è finito, ma il luna park è ancora aperto! Grazie a tutti e a domani!”. “Uh, che schifo”. La gente mugugnò ma neanche più di tanto. Il clown non meritava altra attenzione, si limitò ad una alzata di spalle, un borbottio e ritornò ad ignorare l’uomo che si stava faticosamente alzando e dirigendo verso il luna park, senza degnare nessuno di uno sguardo. “Questa volta è stato patetico. Forse è il caso che Bob ne assuma un altro.” “No papà! Ti prego! Non dire niente a Bob!” “Perché? Mi spieghi cosa ci trovi in quel tipo? Poi la prossima settimana finiscono le scuole e verrà molta più gente al luna park. Ci vorrà qualcosa di meglio.” “Io… non so. Ma mi diverte. Ti prego! Ti prego!” “Uff, d’accordo, non gli dirò niente. Ma mi devi promettere di fare la brava!” le concesse il padre. Sara ci pensò un attimo. Esitò guardandosi i piedi: “Io… cerco di essere sempre brava...” “È vero! Sei una bambina bravissima. Vieni, andiamo da Bob.” … “Venghino Signori Venghino, il luna park è aperto!” Come tutti si aspettavano, con la chiusura delle scuole l’affluenza al parco giochi aumentò. Era stato un sabato piovigginoso, ma erano cadute solo qualche goccia qua e là senza infastidire troppo. Una lunga giornata per tutti, anche per il Grande Riboldi. Ma aveva quasi finito, mancava poco, solo il suo spettacolo. Tutti erano al loro posto, il clown nel centro, davanti la bambina con il padre e tutt’intorno nessun altro, anche se erano presenti numerose persone quest’oggi. Tante persone, tutte inutili. Di solito Riboldi iniziava con un gioco di prestigio. Iniziava sempre così, da due anni. Non questa volta. “Qualcuno di voi conosce la storia di Samuel? Qualcuno di voi la conosce?” “Si io” disse Sara, “anche la seconda parte!” “Oddio, questo tizio deve avere l’Alzheimer” sbottò scocciato l’uomo che la teneva per mano. “Ma allora non conosci l’ultima parte!” “N-no” “Dovete sapere che Samuel era un bel ragazzo…” “… Non come me!” “Amava la bella vita. NON COME ME!” “Era bello come un principe. Di nuovo, non come me… Poteva essere un cavaliere senza paura, ma non lo era. Era diventato ricco vendendo speranza altrui e poi l’aveva venduta tutto, non gli era rimasto nulla.” Il clown di solito sgambettava qua e là, mimava, saltava e scalciava. Questa volta invece se ne stava impietrito, eretto immobile a fissare il vuoto. “Ma c’è sempre un orco o un demonio in ogni storia, o anche più di uno. E ci sono anche in questa. Uno di loro, il più grasso di tutti, andò da Samuel e gli sussurrò all’orecchio: -Non hai venduto tutto. Hai ancora qualcosa da vendere. Ma ti costerà l’anima- disse. Accetto con gioia, rispose Samuel. Ma cosa poteva ancora avere da vendere? Dove poteva trovare altra speranza? Aveva venduto tutta la sua ma era pooooca. Pure quella della moglie era finita da un bel po'. MA CERTO! Quella di sua figlia! Ne aveva così tanta da dare! E Samuel ne prese, sempre di più. Ma ne rimaneva ancora ogni volta. Ogni volta…” “Nessuno chiedeva da dove venisse tutta quella speranza. Nessuno chiedeva da dove venissero tutti quei soldi. A nessuno importava. A nessuno interessava… A voi interessa? A VOI INTERESSA?” Qualcuno del pubblico con poca convinzione tentò un timoroso cenno di assenso. “NO, A VOI NON INTERESSA.” gli urlò contro il clown “AVRESTE VISTO COSA STAVA FACENDO! Ma nessuno vede mai… Interessano solo le luci…le giostre...”. Un volto tra cento “Ma non esiste nessun Samuel. E’ solo una…” “Storia?” domandò il clown senza più sorrisi ma con lacrime che gli tagliavano il volto, ripulendo quella maschera al punto da far emergere la pallida pelle sottostante. Lacrime vere che si mischiavano a quelle finte, alla sporcizia e al sudore in un volto sconvolto dalla disperazione. “TU” disse indicando il padre della bambina “DICCI IL TUO NOME!”. Samuel Robertson non sobbalzò, non disse nulla, strinse la mano della figlia con tutte le sue forze e si girò per andarsene trascinando Sara con sé. “DICCI IL TUO NOME!” urlò di nuovo il clown. La gente presente finora inutile, imbarazzata, non rideva neppure. Finalmente iniziò a farsi strane domande. La stringeva così forte da farle male ma Sara si voltò comunque verso il suo clown un’ultima volta e gli sorrise. “UNA RISATA TI SEPPELLIRA’!” gridò con tutte le sue forze il pagliaccio verso l’uomo. E per la prima volta ricambiò il sorriso della bambina, riuscendo finalmente a guardarla negli occhi. “Signore e signori, lo spettacolo è finito! GRAZIE A TUTTI DA PARTE MIA... IL GRANDE... RIBOLDI!”
  13. jjackflash

    Punto! - Gospel per voce e bottiglia

    Alla prima lettura non ero preparato, sono svenuto alla quarta riga. Dopo ci riprovo.
  14. jjackflash

    Da una storia di vita vissuta per finta

    Bello, mi è piaciuto molto. Hai reso interessante anche una partita di scopa! Non so se ci sia mai riuscito nessun altro ( o ci abbia mai provato...) Ottimi e credibili i due protagonisti, dai dettagli delle magliette alle reazioni. Alla fine del racconto quando F dice “Dammi le carte” mi è sembrato di vederla. Se proprio devo fare le pulci l'unica parte che non mi ha convito è questa: Non avrei usato "avete" ma "abbiamo". La seconda persona plurale mi sembra fuori luogo qui ma opinione mia. Poi proprio a voler essere stra-rompi non userei Xena e Olimpia come esempi... non mi sembrano adatte per un ventottenne di oggi... forse per un trentottenne... Mi accodo anche io sui dubbi dei "?!?" forse usati un pò troppo. Ma sono dettagli. Si legge che è una bellezza, bravo!
  15. jjackflash

    Il mio gatto scoreggia

    Grazie di nuovo per il tempo che mi stai dedicando @AndC . Ho letto con attenzione e apprezzato moltissimo il tuo intervento. Alcuni temi li condivido in pieno, altri mi trovano mi trovano su posizioni differenti ( ma sono ovviamente scelte e gusti personali). Ma hai colpito ed affondato quando osservi che il racconto manca di equilibrio tra le sue parti: mancanza lapalissiana, quasi banale ma che per qualche strano motivo ho fatto finta (perché come l'ho letto il tuo commento mi sono reso conto di averlo saputo fin dall'inizio pure io) di non vedere in fase di scrittura.
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