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chinotto

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  1. chinotto

    Il giovane Holden - J.D.Salinger

    Lo sto leggendo proprio adesso. Per l'esattezza l'ho comprato ieri mattina e ormai sono quasi arrivato alla conclusione. Non sono abituato a commentare un testo prima di averne finito la lettura, ma in questo caso voglio fare un'eccezione ed eventualmente integrerò il mio commento più avanti. Devo confessare che nutrivo non pochi pregiudizi nei confronti di questo romanzo e forse proprio per questo sono rimasto sbalordito in senso positivo. Certo, va detto: lo stile di scrittura è desolatamente rudimentale, iperrealista nella volontà di replicare lo slang degli adolescenti americani dei primi anni Cinquanta, con quegli innumerevoli "and all", che i nostri valenti traduttori succedutisi negli anni hanno cercato di condire diversificando le locuzioni ("vattelapesca", "così via", "e via dicendo", "e tutto il resto"); per non parlare dell'abuso di interiezioni, quali "sul serio", "come si chiama", "tanto per dire". Ma se la lettura di "Il giovane Holden" mi ha portato in più occasioni a storcere il naso ed è probabile che in futuro non mi sarà di grande aiuto nel raffinare il linguaggio, non posso negare l'immensa perspicacia che trasuda dai dialoghi e dalle riflessioni condotte dal protagonista. Infatti Holden è un sedicenne che si esprime usando termini da sedicenne, ma che ragiona con la profondità di una persona matura, ed è in grado di osservare la realtà molto al di là delle apparenze, con originalità, anticonformismo, senso dell'umorismo e notevole spirito autocritico. Resta la considerazione che il suo atteggiamento ribelle è votato alla disfatta, quasi donchisciottesco, e anche i suoi punti di riferimento sono piuttosto labili, ma questo rende il personaggio di Holden ancora più umano, in un contesto di solidissimo realismo.
  2. chinotto

    I racconti della Settima Luna - Terzo Ciclo

    @wyjkz31 e @Saraharley Grazie, grazie.
  3. chinotto

    I racconti della Settima Luna - Terzo Ciclo

    Davvero, non me l'aspettavo! Grazie @queffe
  4. chinotto

    Il capitano narciso

    Grazie per avermi letto e commentato, @queffe. E grazie anche per i preziosi suggerimenti. Infatti è proprio un "campione di narcisismo", quello che ho voluto definire nel racconto. E a questo fine mi sono ispirato a un vero campione inglese del passato prossimo, molto popolare e soprattutto molto glamour, che era avvezzo a traccheggiare a metà campo durante tutta la partita, per poi riuscire alla fine a segnare un gol, spesso e volentieri casuale.
  5. chinotto

    2 su Owers vincente

    @Silvano Brancusi Leggo il tuo racconto cominciando dalle osservazioni formali. Preciserei: "il codice di verifica". Una bufala è una notizia falsa. Silvano Brancusi intende dire che i soldi sono una notizia o comunque un'affermazione falsa? Forse un altro termine sarebbe stato più appropriato per definire il suo concetto di soldi. Forse sarebbe il caso di operare una scelta tra i segni di interpunzione. Eliminerei la virgola. Non c'è una correlazione diretta tra i due periodi. Pertanto il secondo, da sè, non riesce a reggersi. Siccome il narratore sta raccontando il proprio passato, indicare "adesso" è un po' fuorviante. Mancava la virgola dopo la prima parola del periodo. Siccome era lui a stare seduto, il discorso dovrebbe proseguire nella medesima prima persona: "ero stato appena derubato dei miei ultimi soldi". D'accordo che il personaggio ha un modo originale di raccontare i fatti, ma le finestre non possono essere piene. Ho aggiunto una virgola. La congiunzione, in questo caso, starebbe meglio della virgola. A questo punto credo che non si tratti di un refuso, ma che faccia parte del suo modo di esprimersi. Però lo eviterei lo stesso. Idem, come sopra. Preciserei il soggetto. Ho aggiunto una virgola anche qui. Non mi convince la tua scelta di fare risaltare nel racconto la relativa proprietà di linguaggio del personaggio. Il personaggio che hai creato, di per sè, mi piace. È un simpatico avventuriero all'italiana, cialtrone, un po' mitomane, spaccone, sostanzialmente grottesco: tra i personaggi dei film interpretati da Lando Buzzanca, e il Camilleri quando racconta di se stesso. Ma se l'idea di partenza è buona, la storia che hai raccontato è veramente troppo "minimal", esageratamente banale. Probabilmente uno sforzo maggiore nella costruzione della trama avrebbe potuto produrre un ottimo risultato. Alla prossima!
  6. chinotto

    Cosa state leggendo?

    "Eravamo dei grandissimi" di Clemens Meyer (Keller editore). Al momento sono a poco più di metà delle oltre seicento pagine del libro. È un romanzo di formazione incentrato su cinque amici d'infanzia nella Lipsia degli anni a cavallo del crollo del Muro. Benché sia scritto in maniera elegante, non è per nulla una lettura d'evasione. Quando c'è da ridere, è un riso piuttosto amaro. In cambio ci si commuove, ma senza mai scadere nel patetico.
  7. chinotto

    Il capitano narciso

    Commento Il primo contatto con l’erba del campo è il momento più intenso. Emergo all’aria aperta dal torpore ovattante degli spogliatoi e nel volgere di pochi secondi la luce naturale prende il posto di quella al neon. Ma la mia esplosione interiore avviene nell’attimo in cui le mie scarpe da calcio affondano i loro tacchetti sul terreno fresco di pioggia, lasciandone un’impronta morbida. D’improvviso i sensi mi si fanno più acuti e ho la sensazione di percepire odori e suoni che altrimenti mi sarebbero estranei. Non mi sto trasformando nell’Uomo Ragno, ci tengo a precisarlo, solo che il mondo esterno mi si presenta in una luce più vivida. Respirando col naso, corro davanti ai miei compagni in fila indiana verso il cerchio del centrocampo. Un sentore di cascina si combina curiosamente col fumo in dissolvenza dei mortaretti. I cori del mio pubblico m’infondono un’energia animalesca che mi riporta al passato prossimo. Anch’io sono stato un esuberante tifoso prima di approdare quaggiù, dalla parte della scena illuminata dalle luci della ribalta. Mentre mi allineo con la mia squadra, mi accarezzo i capelli fissati con la brillantina. Il mio ciuffo biondo ricade soffice a sfiorare uno dei sopraccigli e non si è scomposto a dispetto delle bave di vento. Anche la mia fascia di capitano si stende senza una piega sulla manica sinistra della maglietta, ad avvolgerne il bianco nel suo intermezzo di un rosso fiammante. Mentre sorrido scoprendo gli incisivi smaltati, strizzo l’occhio ai fotografi e saluto gli spettatori agitando una mano. Il rito liturgico che precede la partita mi emoziona sempre come se fosse la prima volta e mi distende i nervi allo stesso tempo. La chiave di un successo risiede anche nella padronanza di se stessi. Dopo che ho stretto la mano al capitano avversario durante lo scambio dei gagliardetti, l’arbitro fischia. La partita di calcio, lo spettacolo più bello del mondo, ha inizio. Mi muovo quasi a passo di danza sulla fascia sinistra, la mia, e tocco il primo pallone. Lo addomestico col piede sinistro, fingo uno scatto quando vedo avvicinarsi un avversario e, mantenendo alta la testa, lo passo di tacco al mio compagno cinque metri più indietro. Potrei avere diecimila occhi, come le mosche. Eppure davvero non credo di possedere doti sovrumane. Semplicemente, mi guardo intorno nello spazio di un battito di ciglia prima di eseguire la mia mossa, così da farla apparire alla stregua di una magia. Ho strappato applausi sulle tribune. Vorrei ringraziare con un inchino, ma preferisco far finta di seguire il gioco. Vado avanti di tre metri, torno indietro di due, mi fermo ad allacciare le stringhe delle scarpe. Sono molto lunghe e le avvolgo due volte intorno alla tomaia, prima di fare un doppio fiocco che chiudo con uno strattone deciso. Un fallo ai nostri danni significa una punizione a nostro favore. È pochi passi oltre la metà campo e mi affretto a batterla. Come un capitano di marina di lungo corso tendo un braccio in avanti mentre preparo la mia sicura ed elegante rincorsa. Colpisco la palla d’interno, sinistro ovviamente, e la faccio volare con precisione verso il più smarcato degli attaccanti. Ma questo capisce la mia intenzione con un istante di ritardo; tenta goffamente di inseguire il pallone, che fuoriesce oltre la linea di fondo campo, poi solleva un braccio nella mia direzione in segno di scusa. In allenamento avevamo provato diverse volte questo schema e la sua disattenzione sarebbe imperdonabile. Però un capitano che si rispetti deve saper essere comprensivo. Io lo faccio nella mia maniera, piegando appena la testa mentre corro all’indietro. I miei compagni e i miei tifosi hanno imparato a conoscere il senso di ogni mio gesto. Quella di oggi è una partita importante e purtroppo il nervosismo è affiorato presto, fino a diventare padrone del campo. Tutti corrono avanti e indietro come biglie di un flipper, anche l’arbitro non sta fermo un momento e dispensa cartellini gialli alla minima infrazione. Affanno e sudore non regnano incontrastati soltanto qui in campo, ma anche sulle panchine e sugli spalti. Credo di essere l’unico elemento ancora lucido in questo marasma di movimenti istintivi, primordiali, benché rimarchevoli dal punto di vista agonistico. Forse anche per questo motivo sono rimasto acquattato nell’ombra della fascia sinistra di centrocampo per tutto il primo tempo e lo sono ancora adesso, che siamo già a metà del secondo. Non mi piace confondermi con un tipo di calcio che non appartiene alla mia cultura e al mio stile. Piuttosto, attendo sereno di trovare il mio spazio per lanciare un bengala che dia la giusta luce a questa scena opaca. Adesso i nostri stanno attaccando con maggiore convinzione, anche se questa, da sola, non può bastare. L’arbitro interrompe il gioco per concederci un fallo alla tre quarti. Significa una distanza di circa trenta metri dalla porta avversaria. Ci posso provare, anche se non sono dotato di un tiro particolarmente potente. Sopperisco, però, con la leggerezza del tocco e con una precisione balistica tarata sul millimetro. Fisso nella mia mente con cura la traiettoria che dovrò imprimere alla palla, poi appoggio questa sull’erba facendola roteare di centottanta gradi con un movimento rapido dei polsi. Conto tre passi e mi soffermo in concentrazione con le braccia sui fianchi. L’arbitro fa segno che è una punizione di prima, di quelle che devono andare dritte in porta: un colpo solo, proprio come la roulette russa del “cacciatore”. Prima di tirare, mi sistemo il ciuffo con le dita. La brillantina che ho spalmato di nuovo nell’intervallo tra il primo e il secondo sta reggendo alla meraviglia. Sorrido di un sorriso segreto, stendendo appena le labbra. Non mi piace che la televisione mi riprenda con i capelli arruffati come un qualunque mediano di spinta. Colpisco il pallone d’interno collo imprimendo un effetto a rientrare. Lo vedo involarsi e girare su se stesso come una trottola. Colpisce di striscio la spalla di un avversario in barriera. Il portiere si butta da un lato, ma la traiettoria è cambiata di quel tanto che basta a spiazzarlo. È gol! È il mio gol! Mi batto con forza un pugno sul petto e parto a correre attraverso il campo. Corro quanto non ho corso per l'intera partita. Scavalco un cartellone pubblicitario oltre la linea di fondo con un salto agile a piedi uniti. Al limite della pista di atletica mi fermo spalancando le braccia. Mi sento un Cristo dei tempi moderni, una sorta di Jesus Christ Superstar biondo, mentre accolgo l’inebriante boato dalla folla che mi acclama. Il mio è qualcosa di più di un gol, è il ritorno alla vita dal binario morto su cui si era abbandonata questa partita. È quel guizzo di fantasia che il nostro pubblico aspettava fin dal primo minuto. Mi sento un direttore d’orchestra mentre agito le braccia al cielo per invocare un incitamento ancora più sonoro. E come immaginavo, la risposta è assordante, perché io so come dialogare coi miei tifosi; so esprimermi in una lingua che non ha bisogno di parole, ma che è fatta di sentimento, emozione ed empatia: una lingua che solo un campione genuino è in grado di utilizzare.
  8. chinotto

    Fiducia

    @Roberto Ballardini Piuttosto che passare all'editing del racconto, che tra l'altro non ne necessita affatto, vorrei concentrarmi su una "critica costruttiva" sull'impostazione di alcuni dei periodi. Hai adottato uno stile molto "raccontato", quasi ottocentesco, che comunque di suo va benissimo a mio parere. Infatti personalmente non sono un sostenitore dello "show, don't tell" a priori, e ritengo che in alcuni contesti, come quello del tuo racconto, possa essere ugualmente appropriatissima la scelta opposta. In ogni modo ho avvertito una certa ridondanza nella costruzione dei periodi, che mi ha appesantito la lettura, comunque gradevole. Ma veniamo ai dettagli. Attraverso questa costruzione si viene a creare un effetto da "discorso di Bilbo Baggins" ("nutro per meno della metà di voi meno della metà dell'affetto che meritate"). E in questo modo il lettore si trova costretto a sbrogliarsi il concetto interrompendo il corso della lettura. Il periodo è piuttosto ingarbugliato, tanto che hai espresso due volte il termine "figli" e, per evitare la ripetizione, sei dovuto ricorrere a un termine desueto ("prole"). Oltre ai tre figli, contiamo anche il padre e la madre. Significa che hai introdotto cinque personaggi in un racconto molto breve. È un aspetto molto complicato da gestire. È un esempio di scena "raccontata". Ovviamente tu sai già se hai scelto deliberatamente questo stile o se ci sei solo inciampato. Ho notato che le case editrici più apprezzate evitano la congiunzione eufonica in presenza di un nome proprio, anche se della stessa vocale. Sinceramente non l'ho compresa bene. I bambini dovrebbero disporre di più tempo per coltivare illusioni rispetto agli adulti. A rileggerti con piacere.
  9. chinotto

    Il dubbio puzza come un maiale

    @Ludwig von Drake Prima di cominciare a commentare, desidero segnalarti questa imprecisione formale. Detto questo, passo direttamente agli aspetti sostanziali. Il tuo racconto è un esempio di distopia dal tratto marcato, almeno secondo quelli che sono i canoni contemporanei di società distopica: potere autocratico, intolleranza, segregazione razziale, conformismo religioso. Forse sei partito dal presupposto, molto politically correct, che la società presente rappresenti una sorta di età dell'oro. Ed è proprio questa società che viene rievocata nella prima parte della lettera della madre, senza l'ombra di rimpianti e senza quel pizzico di naturale nostalgia che un adulto prova tramite i ricordi più lontani. La madre contrappone libertà e ordine, prendendo parte incondizionatamente a favore di quest'ultimo e portando argomentazioni troppo ingenue nella loro rozza chiusura mentale, al punto da scivolare in un'apoteosi caricaturale. Dal mio punto di vista, una contrapposizione di questa valenza, se non intende scadere nella distopia d'evasione (alla Hunger Games, o comunque medioevo prossimo venturo da cinema americano, per intenderci), avrebbe richiesto un'analisi più raffinata, più sfumata e decisamente meno manichea. Anche l'evocazione finale del generoso Imperatore risulta quasi una parodia involontaria. Resta comunque che parti da una buona proprietà del linguaggio scritto e la lettera mantiene comunque una propria armonia e un proprio equilibrio stilistico.
  10. chinotto

    Rette perpendicolari - Parte 1/2

    @Sasa866 Ti ringrazio per avermi letto e commentato. In effetti mi sto esercitando sulle descrizioni, che credo siano essenziali per dare qualità a un elaborato. Poi non è infrequente scadere nell'aulico, e per questo ti ringrazio ulteriormente per avermi fatto notare questa criticità, su cui ritengo di dover lavorare. Venendo alla tua domanda, il protagonista/io narrante non ha deficit riconosciuti. È in apparenza un soggetto normale, e da classico io narrante, ha una certa predisposizione all'introspezione. Tieni conto, però, che il racconto è ambientato in una scuola di una quarantina d'anni fa, quando la maggior parte dei disturbi evolutivi (es. deficit di attenzione, dislessia, ecc.) di norma, non solo non venivano diagnosticati, ma neppure presi in considerazione.
  11. chinotto

    Io credo in te

    @wivern partiamo subito con un editing leggero. Ho dato una piccola sistemata alla punteggiatura. Pur descrivendo un momento di dolore, il linguaggio è viziato da un tono estatico marcato, che a un certo tipo di lettore può suonare stucchevole. Anche la scelta dei termini che ho sottolineato contribuisce a dare questa impressione. L'immagine del "ritorno del sole" è un po' da canzonetta (non me ne volere, ti prego: intendevo solo rendere l'idea). Anche questo passaggio mantiene un tono, secondo me, più adatto a una poesia (genere crepuscolare, "neo-gozzaniano"). Ho sottolineato la ripetizione. Trovo che questa dichiarazione di affetto sia oltremodo zuccherosa, ai limiti del servilismo. Consideralo, comunque, come un parere molto soggettivo e, come tale, confutabile. Sì, affermativo. La chiusa è comunque coerente con l'impalcatura del frammento. Devo dire che faccio un po' di fatica a commentare il tuo pezzo, perché trovo che tu abbia attinto troppo dalla poesia. In prosa, a mio parere molto personale, uno stato d'animo non deve essere "cantato"; piuttosto ne dovrebbe essere descritto il processo interiore che lo genera. Il lirismo del tuo frammento, comunque, mi sembra un po' forzato, come se dovesse prefiggersi l'obiettivo di emozionare tramite la forza poetica di un'immagine. In questa maniera, credo che un testo di prosa (e qui generalizzo), pur acquisendo un'energia catartica per l'autore stesso, possa perdere il contatto indispensabile con il lettore.
  12. chinotto

    Rette perpendicolari - Parte 1/2

    Commento. Vorrei non avere la mente sprofondata sotto un banco di nebbia fitta, quando la maestra mi ordina di tracciare alla lavagna due rette perpendicolari. Sul suo volto, arcigno per natura, si va plasmando un’espressione corrucciata in pericolosa evoluzione. E ho paura che la diffidenza iniziale possa esondare oltre gli argini per sfociare in un collera incontenibile da un momento all’altro. Non possiedo la forza di reggere l'indisposizione del suo sguardo e cerco di divincolarmi, volgendo gli occhi verso la lavagna. Lascio che quella parete d’ardesia mi culli in una ninna nanna e fantastico di attraversarla come se fosse uno specchio incantato: la porta segreta di un universo finalmente libero, senza maestre e senza scuola. Sfioro la lavagna col gessetto, ma l’ingresso è sbarrato. Premo più forte e ne sento l’attrito, che produce un raschio stridulo. Non ho vie di fuga e la lavagna non è un riparo, piuttosto una barriera insormontabile che mi reclude all’interno di quest’aula. Decido di affrontarla e di sfidarla, tracciando col gessetto una linea verticale. Il brusio improvviso dei compagni di classe intimidisce i miei buoni propositi e mi sento sovrastato di nuovo dalla sgradevole sensazione d’insicurezza. Con la coda dell’occhio cerco di cogliere almeno un segnale d’assenso nello sguardo della maestra; invece la scopro imperturbabile, ma perlomeno l'ostilità nei suoi occhi sembra svanita. I miei compagni di classe sono meno indecifrabili, ma lontanissimi dall’essermi d’aiuto. I più vicini alla mia posizione, quelli confinati a vita ai banchi del disonore ai due lati della cattedra, mi fanno le boccacce di nascosto. Mi alletterebbe la prospettiva di rispedirle al mittente, ma di fatto non sono nella condizione di reagire con vigore alle provocazioni. Pochi passi oltre, i due gemelli alla prima fila si coprono la bocca con le mani, come a trattenere una risata in gestazione. La maggior parte delle ragazze, invece, è intenta a scrivere sui quaderni, anche se non riesco a immaginarne i contenuti, visto che ho solo tirato giù una linea più o meno a casaccio. Può darsi che loro siano già arrivate alla risoluzione del problema: le ragazze di solito sono più diligenti. Altre tra queste alternano occhiate bovine alla maestra e a me, come se stessero assistendo alla partita di ping-pong meno interessante della storia. Mi faccio ancora più coraggio, confidando sulle mie conoscenze di matematica, per la verità piuttosto confuse. Riprendo in mano il gessetto, che avevo riposto sulla mensolina, e traccio sulla lavagna una seconda linea a fianco della precedente. Segue un brusio trattenuto d’approvazione. Devo avere già risolto il problema anch'io e forse all’inizio lo avevo sopravvalutato. «Bravo!» commenta la maestra. Ha un’aria soddisfatta. Io accenno un sorriso compiaciuto. «E come si chiamano queste due cose che ha disegnato adesso il vostro compagno?» domanda rivolgendosi alla classe. Quando parla, scandisce sempre le parole. Si vede che ci tiene a farsi capire dai propri alunni. «Due rette perpendicolari!» risponde la classe a una voce sola. Anch’io mi unisco al coro. «Bravi ragazzi! E cosa sono queste altre, invece?» Traccia due linee a forma di croce. Diversamente dalle mie, queste sono caratterizzate da tre puntini, sia all’inizio che alla fine. «Due linee incrociate e punteggiate» rispondo io. In questo istante comprendo che la velocità di calcolo delle mie sinapsi si sta sviluppando in maniera esponenziale. Quando riesco a mantenere la concentrazione, non faccio la figura del cretino. «Molto bene. Siete tutti d’accordo col vostro compagno?» «Sì». Ed è un sì convinto, privo di tentennamenti. Non era mai capitato finora che la classe si stringesse intorno a me così compatta. «Sono fiero di voi, ragazzi. Siete il mio orgoglio. E adesso aprite il testo di geometria e andate al capitolo che parla delle linee… incrociate e punteggiate. Vai pure anche tu al banco, il mio soma… ehm, il mio caro». Mentre lo dice, mi accarezza i capelli. Non era mai stata tanto tenera con me. Mi sento sempre felice, quando il cuore di un adulto si addolcisce. Mi siedo al mio banco ed estraggo il libro di geometria dalla cartella. Sfilo la matita dall’astuccio e la tengo stretta tra il l’indice e il medio della sinistra. Con la destra sfoglio le pagine alla ricerca del capitolo che ha citato la maestra. «A che pagina è?» chiedo alla mia vicina di banco con un sussurro, ma lei non mi risponde e continua a girare le pagine avanti e indietro. Le ripeto la domanda; ma se mi fossi rivolto a una statuetta di cera, avrei ottenuto lo stesso effetto. In teoria lei sarebbe la prima della classe, ma fin dalla terza elementare inoltrata io sono giunto alla conclusione che si tratti della rappresentazione vivente di un bluff. Provo a chiedere aiuto al ragazzo del banco davanti, affondandogli la matita nella schiena. Lui si volta e mi risponde che non ha capito bene dove e cosa debba cercare. So che non è uno degli scolari più brillanti, ma anche senza guardarmi intorno, arrivano distintamente i rumori scoordinati del fruscio di fogli di carta. Mi volto e il compagno dietro sta rovistando nella cartella; quello al suo fianco finge di temperare la matita. In piedi accanto alla cattedra e con le braccia conserte, la maestra ci osserva tutti all'alto della sua statura. Ora la faccenda comincia a destarmi qualche perplessità. Provo a controllare l’indice del libro, ma le mie rette incrociate e punteggiate non le trovo. Il dubbio che in quegli istanti magici di intelligenza in espansione io abbia dato una risposta approssimativa, comincia a farsi concreto, e insieme a questo, un altro più inquietante: che la maestra ci stia prendendo per il naso, e me per primo. «Allora, l’avete trovata tutti, la pagina?» domanda la maestra. Nella sua voce percepisco un’inflessione leziosa che non promette nulla di buono. La mia compagna di banco alza la mano tenendo il busto dritto come un righello. «Sì, signora maestra. È a pagina quarantatré, al capitolo cinque, secondo paragrafo; quello che s’intitola “Le rette perpendicolari”». «Eppure proprio poco fa il tuo compagno di banco aveva parlato di “linee incrociate e punteggiate”. Mi pare che questo paragrafo abbia un titolo diverso». «L’illustrazione corrisponde perfettamente con la figura alla lavagna, però, signora maestra. Le linee cominciano e finiscono con i tre puntini e formano una croce». «Come le vogliamo chiamare: rette o linee?» «Il testo dice che “le rette non hanno né un principio e né una fine e sono raffigurate come un segmento dagli estremi tratteggiati”. Credo che si riferisca proprio al nostro caso, signora maestra». «Quindi, “le linee incrociate e punteggiate”, cosa sono?» «Non sono niente. Infatti il mio compagno di banco non aveva capito niente, signora maestra».
  13. chinotto

    Seduzione

    @Laremi Ho affrontato la lettura del tuo racconto con interesse, attratto soprattutto dal titolo, che rimanda a uno tra gli spunti più alti della letteratura. Ma andiamo passo per passo. Tratterò nel dettaglio anche la parte strettamente grammaticale, perché la ritengo imprescindibile in uno scritto. Andrebbe virgolettato, precisando che lo sta pensando. I tempi verbali sono discordanti. Le ripetizioni ("fumatori") all'interno di una singola frase suonano sempre sgradevoli. A questo punto, non posso che raccomandarti di curare con estrema attenzione la punteggiatura. Anche la ripetizione dei "che" risulta sgradevole alla lettura. Preciso che si tratta di un parere soggettivo, ma purtroppo delle storie vampiresche si è enormemente abusato negli ultimi decenni, e questo ha contribuito a renderle indigeste a una buona parte dei lettori. A parte questo, stai introducendo la natura vampiresca del personaggio un po' troppo presto, mentre andrebbe tenuta celata più a lungo, per dare forza all'effetto sorpresa. La paura del protagonista non è dettagliata come meriterebbe. La costruzione di questo periodo va rivista radicalmente, partendo dalla considerazione che è composto da una serie di pensieri, di fatto slegati. Vale la stessa considerazione di cui al punto precedente. La punteggiatura va rivista. Attenzione alle ripetizioni. Dovrebbe essere una domanda. Punteggiatura da rivedere e ripetizioni. L'accendersi di questa passione non è dettagliato. Ricapitolando, il punto più critico del racconto risiede nella punteggiatura. Infatti, allo stato attuale la leggibilità ne risente pesantemente, dando l'impressione che l'elaborato sia stato steso in maniera inaccurata. Dalla trama, invece, si desume un pizzico d'ingenuità. Infatti, hai sorvolato sui processi mentali che portano alla nascita delle passioni, ovvero non è stato approfondito sufficientemente il lavoro d'introspezione sui personaggi. A rileggerti!
  14. chinotto

    Abat-jour

    @Floriana Grazie per avere letto e commentato il mio frammento. Volevo sperimentare un incipit privo di dialoghi, mentre non mi convince l'idea di un colpo di scena gettato in pasto al lettore già nella prima pagina. Sulla monotonia, mi trovo pienamente d'accordo con te. E rileggendo il frammento dopo un paio di giorni, ne ho ricavato la tua stessa impressione. @Luna Grazie anche a te per avermi letto e commentato. Intendi dire che non ti aspettavi di sentire l'io narrante confessare di voler bene al protagonista? In effetti suona un tantino ipocrita, ma può darsi che costui sia proprio tale. Spesso ci capita di sentire un amico o un conoscente parlare male di qualcuno, per dire alla fine: "Però gli voglio bene".
  15. chinotto

    Convulso è l'azzurro del suo cielo

    @Anglares Ho letto il racconto con molta attenzione. Premetto che non sono riuscito a empatizzare più di tanto, benché sia pregno di immagini molto poetiche e sia privo di errori formali. Ti faccio qualche esempio dei passaggi che mi sono risultati più ostici. Qui esponi un improvviso e dirompente sbalzo di umore della ragazza; però il processo interiore che lo mette in moto non è descritto, bensì solo vagamente accennato. In questo modo ricevo l'impressione che lei sia stata in preda a un raptus o che la sua sia una personalità bipolare. Ma probabilmente non era questo il tuo intento. Ora entriamo nell'astrazione, a cui, ritengo, si possa discendere solamente a seguito di un'analisi profonda dei fatti. In mancanza di questi, rischiamo di scivolare dalla prosa alla saggistica filosofica. A mio parere, più che alla co-protagonista, l'io narrante dovrebbe fornire delle spiegazioni al lettore. Sembra una conferma della bipolarità del carattere della ragazza. Il suo umore si trasforma ancora repentinamente, volgendo questa volta al bello. Eppure io lettore non ho trovato che l'io protagonista abbia portato argomentazioni o comportamenti trascendenti. Il mutamento d'umore sembra affiorare dal nulla. In conclusione, mi sembra un delizioso esercizio stile, un esperimento di fusione di un componimento poetico, dallo stile vagamente Dannunziano, con una forma di prosa. A quest'ultima manca, però, l'ingrediente indispensabile del dettaglio.
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